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La Francia al voto, domenica il primo turno delle Presidenziali 2022

Per l’Eliseo si sfidano 12 candidati, e i sondaggi, molto incerti, danno in testa il Presidente uscente Emmanuel Macron: che però deve guardarsi soprattutto da Marine Le Pen

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I candidati alle Presidenziali del 2022 in Francia
I candidati alle Presidenziali del 2022 in Francia

Da www.romait.it

È tutto pronto in Francia per il primo turno delle Presidenziali 2022. Domani, domenica 10 aprile, gli elettori d’Oltralpe saranno chiamati a designare il successore del Presidente della Repubblica uscente Emmanuel Macron. Che però, stando ai sondaggi, è in pole position per la riconferma all’Eliseo.

I candidati alle Presidenziali del 2022 in Francia
I candidati alle Presidenziali del 2022 in Francia

La Francia al voto

Alla vigilia della Présidentielle 2022, le rilevazioni statistiche continuano a fotografare una situazione di grande incertezza e grande frammentazione dell’elettorato. Il che non è esattamente una novità, considerando che nel 2017, alla tornata iniziale, Emmanuel Macron era stato votato appena dal 24,01% degli aventi diritto. Cinque anni dopo, con una campagna elettorale largamente (e inevitabilmente) condizionata dalla guerra in Ucraina, la Storia potrebbe vichianamente ripetersi.

Monsieur le Président è infatti in testa a tutte le intenzioni di voto, anche se stavolta è tallonato da Marine Le Pen. Come infatti spiega La Repubblica, il leader de La République En Marche è accreditato di una forbice compresa tra il 25 e il 30%. L’omologa del Rassemblement National, però, dopo una grande rimonta è indietro solo di un paio di punti.

Appaiono invece più staccati gli altri candidati – 12 in tutto, come ricorda France24. Solamente Jean-Luc Mélenchon, fondatore del partito della sinistra radicale La France Insoumise, dovrebbe superare il 10% (attualmente è dato poco sopra il 15%).

L’incertezza sulle Presidenziali 2022

Quest’aleatorietà, poi, si riflette anche sulle previsioni riguardanti l’eventuale ballottaggio del 24 aprile, che l’ex Ministro dell’Economia dovrebbe vincere di strettissima misura. Tuttavia, come riferisce l’Huffington Post, c’è anche chi, come l’istituto di analisi Atlas Politico, registra il clamoroso sorpasso della rivale di estrema destra.

Sulle preferenze per l’attuale Capo dello Stato gravano poi altri imprevisti, in primis il reale peso elettorale del movimento dei gilet gialli. E non potrà essere sottovalutato neppure il fatto che, come riporta Il Tempo, solo il 62% degli iscritti alle liste elettorali è certo di recarsi alle urne.

Infine, ci sono dei nodi atavici che stanno venendo al pettine. Dall’altissima tensione in Corsica dopo l’assassinio del leader indipendentista Yvan Colonna, aggredito in carcere a inizio marzo. Al ritiro delle truppe transalpine dal Mali, retto da un anno da una giunta militare che considera la Francia alla stregua di un Paese occupante.

È un grande “fattore X”, nel senso dell’incognita. O, visto il periodo, la variante O-Macron. Se non tra un paio di giorni, tra un paio di settimane sapremo.

Emmanuel Macron
Emmanuel Macron

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

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Immigrazione, la stretta della Francia e quel silenzio dell’Europa…

Oltre ai respingimenti di Ventimiglia e al residuo coloniale rappresentato dal franco CFA, Parigi si appresta a inasprire la normativa sui migranti: l’avesse fatto l’Italia, Bruxelles ci avrebbe già condannati senza appello

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Immigrazione, Nave con migranti
Nave con migranti

Da www.romait.it

E ora la Francia “buona” intende risolvere la questione immigrazione da par suo. Ovvero, inasprendo la normativa attualmente in vigore, con particolare riferimento alle procedure d’asilo e alle espulsioni. Il tutto nel silenzio assordante dei media nostrani e, soprattutto, di quell’Europa che, a parità di provvedimento, l’Italia “cattiva” l’avrebbe già condannata senza appello.

Immigrazione, Nave con migranti
Nave con migranti

La Francia modifica la legge sull’immigrazione

Dopo l’affaire Ocean Viking e la mezza crisi diplomatica con Roma, Parigi si appresta a riformare, in senso decisamente più restrittivo, la normativa sui migranti. Lo riporta France 24, precisando che il nuovo progetto di legge sull’immigrazione «inquieta le ONG», che lo giudicano «troppo severo», in primis verso i richiedenti asilo.

In effetti, il testo preparato dal Ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, riduce drasticamente il numero dei ricorsi a cui avranno diritto quanti intendano contestare il proprio allontanamento. Questi ultimi, inoltre, saranno obbligati a lasciare il territorio transalpino senza neppure attendere l’esito dell’eventuale reclamo, come ha denunciato Pierre Henry, presidente dell’associazione France fraternités.

I (pessimi) precedenti transalpini

Facile immaginare quali sarebbero state le reazioni di Bruxelles se una misura simile l’avesse concepita il Premier Giorgia Meloni. D’altronde, che Oltralpe “facciano i galletti” (è il caso di dirlo) lo dimostrano anche i noti comportamenti della gendarmerie alla frontiera ligure. Che purtroppo, come sottolinea InfoMigrants, a volte finiscono perfino per costare la vita agli stranieri che cercano di oltrepassare il confine. «Voi ci criticate sui migranti, ma a Ventimiglia, coi respingimenti, fate peggio» ha tuonato, non a caso, l’inquilina di Palazzo Chigi.

Per non parlare dell’ignobile residuo imperialistico rappresentato dal franco CFA (acronimo che originariamente stava per “Colonie Francesi d’Africa” e oggi per “Comunità Finanziaria Africana”). La moneta utilizzata in 14 Stati del Continente Nero, che viene stampata dalla Banque de France. A cui questi Paesi devono obbligatoriamente versare la metà di quanto guadagnano dalle esportazioni, oltre a depositarvi il 50% delle proprie riserve valutarie.

Un paio di anni fa, otto di queste Nazioni hanno deciso di adottare una nuova valuta, chiamata ECO. Tuttavia, la sua introduzione, prevista per il terzo trimestre del 2020 e annunciata da squilli di tromba, è stata rinviata (almeno) al 2027.

Solo per dire che il piano Piantedosi sull’immigrazione non sarà certo il massimo. Ma i nostri “cugini”, prima di puntare l’indice contro il Belpaese, farebbero meglio a sciacquarsi la bocca.

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Usa, se il caso Biden-Musk sembra la riedizione del Watergate…

Per Sleepy Joe, i rapporti del CEO di Twitter con altri Paesi vanno “esaminati”. Nel silenzio assordante di quanti (in primis i media mainstream), fossero stati Trump o la Meloni, griderebbero al fascismo

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Usa, Elon Musk e Joe Biden
Elon Musk e Joe Biden

Da www.romait.it

Ormai è evidente che il leader del Partito Democratico Usa ha un enorme problema con la democrazia. Difficilmente, altrimenti Sleepy Joe Biden avrebbe insinuato che bisognerebbe indagare su Elon Musk, imprenditore, novello CEO di Twitter e, soprattutto, suo avversario politico. Il tutto nel silenzio assordante di quanti (in primis i media mainstream), a parti inverse e partiti invertiti, griderebbero pavlovianamente all’allarme fascismo.

Usa, Elon Musk e Joe Biden
Elon Musk e Joe Biden

Problemi di democrazia negli Usa

Che gli Usa siano affetti da un deficit di libertà d’espressione lo sosteniamo da tempo, e l’ennesima riprova è arrivata direttamente da Joe Biden. Cui è stato chiesto se Elon Musk rappresenti «una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti» per i suoi rapporti d’affari con Nazioni come l’Arabia Saudita. «La cooperazione e/o le relazioni tecniche di Elon Musk con altri Paesi meritano di essere esaminate», ha risposto Sleepy Joe, come riporta la BBC.

Una replica che, en passant, segue di pochissimo l’acquisizione della piattaforma dai 280 caratteri da parte del miliardario sudafricano. Che da parecchio è fortemente critico verso l’amministrazione Biden, verso la cultura liberal, nonché verso la censura «immorale e totalmente stupida» dei social network. Veicoli privilegiati di trasmissione dell’attuale epidemia di pensiero unico politically correct.

Le dichiarazioni di Biden su Musk sono gravissime

Per quanto il cosiddetto “quarto potere” non sembri averlo notato (salvo rare eccezioni), si tratta di dichiarazioni gravissime. Il (presunto) uomo più potente del mondo auspica un’inchiesta contro un suo oppositore – che per un caso fortuito è anche l’uomo più ricco del pianeta. Non serve la sfera di cristallo per indovinare quali reazioni ci sarebbero state se al posto suo ci fosse stato Donald Trump (o anche Giorgia Meloni).

Invece predominano un imbarazzato – e imbarazzante – mutismo, dal lato della stampa, e un preoccupante vuoto di memoria, soprattutto all’ombra delle stelle e strisce. Perché si dà il caso che gli Usa abbiano già vissuto un’esperienza simile. Si chiamava scandalo Watergate: do you remember?

Usa, Watergate Complex, scandalo Watergate
Il Watergate Complex, teatro dello scandalo Watergate

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Midterm Usa, se chi ha perso è contento di non aver straperso…

Alle elezioni di metà mandato i Repubblicani riconquistano nettamente la Camera, al Senato resta l’attuale parità. Ma Biden e buona parte dei media italiani esultano per la sconfitta…

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Elezioni di Midterm 2022
Elezioni di Midterm 2022

Da www.romait.it

Test per l’esame di giornalismo sulle elezioni americane di metà mandato, per gli amici Midterm. Il candidato consideri che:

Elezioni di Midterm 2022
Elezioni di Midterm 2022

a) Sleepy Joe Biden, anche noto come la “gaffe machine” come riporta TGCom24 ha affermato esultante che il Partito Democratico ha «vinto le elezioni».

b) Ha sottolineato, aggiunge The Guardian, che non si è verificata la «gigantesca onda rossa» preconizzata da molti analisti, sondaggisti e non solo.

c) E ha concluso, come riferisce ancora TGCom24, che «è stato un buon giorno per la democrazia e per l’America».

Le elezioni di Midterm viste dall’Italia

d) Frattanto, in Italia il Corsera commenta che «Biden frena i Repubblicani».

e) La Stampa titola che «Biden frena l’onda trumpiana» e parla di «riscossa di Biden».

f) L’ANSA rileva che «i Repubblicani non sfondano».

g) Il Messaggero scrive che «l’onda rossa non è arrivata».

h) Concorda Micromega, secondo cui «non c’è stata l’onda rossa».

I risultati

Ora, il candidato consideri che, secondo le proiezioni della NBC, alla Camera il Grand Old Party dovrebbe ottenere 222 seggi (contro i 213 dei dem). E al Senato, con tre importanti Stati ancora da assegnare (alcuni dei quali, molto probabilmente, al ballottaggio), si conferma sostanzialmente l’attuale situazione di parità assoluta.

Ciò posto, il candidato ha cinque secondi per commentare, prescindendo da espressioni quali “reparto psichiatrico”, l’esultanza liberal per aver “solo” perso le Midterm anziché straperderle.

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Ucraina, due pesi e due misure nella “guerra dell’informazione”

In una sorta di manicheismo bellico i media, inflessibili con Mosca, chiudono volentieri un occhio sulle nefandezze di Kiev: come se gli atti di guerra non fossero tutti intrinsecamente da condannare

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Ucraina-Russia, Volodymyr Zelensky vs. Vladimir Putin

Da www.romait.it

Parafrasando George Orwell, si potrebbe dire che nella guerra in Ucraina alcuni attacchi sono più (o meno) uguali degli altri. Almeno nella narrazione dei mezzi di comunicazione di massa, da sempre megafoni di un “manicheismo bellico” che separa nettamente il Bene dal Male. Due pesi e due misure che, tuttavia, gli avvenimenti più recenti mettono fortemente in discussione.

Ucraina-Russia, Volodymyr Zelensky vs. Vladimir Putin
Volodymyr Zelensky vs. Vladimir Putin

Due pesi e due misure

Scrivevamo in tempi non (troppo) sospetti che, in un contesto militare, nessuno è immune da un certo grado di propaganda. Inclusi i media mainstream che, fin dall’inizio del conflitto dei due Vladimiri in Ucraina, vogliono Zelensky “santo subito” mentre dipingono Putin come il diavolo.

Il Riformista l’ha definita «informazione asimmetrica», denunciandone al contempo le distorsioni (non solo ma soprattutto) italiane. Che consistono essenzialmente nel difendere la tesi precostituita anche a scapito delle eventuali evidenze, da silenziare o almeno occultare per quanto possibile.

L’informazione asimmetrica sulla guerra in Ucraina

È ciò che è accaduto, tra l’altro, con l’omicidio di Dar’ja Dugina, figlia del filosofo filo-putiniano Aleksandr Dugin che era il vero bersaglio dell’attentato. Dietro al quale, secondo fonti di intelligence americane citate dal New York Times e mai smentite, c’erano i servizi segreti di Kiev. Stesso schema quando il Presidente ucraino ha minacciato di uccidere i Russi «uno ad uno» se non si fossero ribellati allo Zar. Notizie che, ove se ne è dato conto, sono state accuratamente relegate nelle pagine interne.

Tuttavia, il non minus ultra, come dimostra per esempio Il Manifesto, si è raggiunto negli ultimi giorni. Quando il cosiddetto “quarto potere” si è dimostrato ancora una volta (giustamente) inflessibile verso l’offensiva del Cremlino contro una decina di città ucraine, capitale compresa. Ma ha chiuso volentieri gli occhi sul fatto che si trattasse di una rappresaglia contro l’autobomba che ha danneggiato il ponte di Kerch (che collega Crimea e Russia). Autobomba la cui livrea aveva indiscutibilmente delle tinte gialloblù.

Anzi, in questa circostanza Open, con tutti i suoi fact-checkers, ha dato spazio alla fake news secondo cui l’esplosione sarebbe stata orchestrata da Mosca. Anche se le Poste di Kiev, come riporta il Telegraph, hanno stampato praticamente in tempo reale un francobollo celebrativo del “successo”.

E sì che basterebbe che la stampa si ricordasse che è al servizio della Verità – non della NATO o dell’Europa. E che gli atti di guerra, a prescindere da quale ne sia la matrice, sono tutti, sempre e intrinsecamente, da condannare.

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Petrolio, il price cap anti-Putin e i cavoletti di Bruxelles

L’Europa annuncia un tetto sui barili russi, di cui però l’OPEC+ anticipa il taglio della produzione: così le sanzioni continueranno a essere inutili, se non proprio controproducenti

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Price cap sul petrolio russo
Price cap sul petrolio russo

Da www.romait.it

Al termine di una lunga e faticosa gestazione, l’Europa ha annunciato la nascita del price cap sul petrolio russo. Disposizione presentata (e recepita) trionfalmente, ma che in realtà è solo l’ennesima riprova della forte riluttanza dei Ventisette a imparare dai propri errori. Anzitutto perché altrove c’è chi ha molte meno remore ad agire rispetto (e in barba) alla Ue.

Price cap sul petrolio russo
Price cap sul petrolio russo

L’euro-price cap sul petrolio russo

Via libera all’introduzione di un tetto al prezzo del petrolio di Mosca. La conferma, scrive TGcom24, è arrivata dal Comitato dei Rappresentanti Permanenti dei Governi degli Stati membri dell’Unione Europea, per gli amici COREPER. Il provvedimento, aggiunge Il Foglio, sarà incluso nell’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Con l’obiettivo (doppio) di ridurre le entrate che finanziano la guerra in Ucraina senza far crollare l’offerta globale di oro nero.

Occorre precisare che il greggio è nettamente la maggior fonte di guadagno dell’export russo (nel 2019 è valso 123 miliardi di dollari, contro i 23 del gas). Per questo, quando il Cremlino minaccia di bloccare le vendite ai Paesi che adotteranno il price cap, ha tutta l’aria di brandire un’arma spuntata. Ma la stessa cosa vale per le euro-misure punitive che, come le precedenti, con tutta probabilità risulteranno inutili, se non addirittura controproducenti.

Intanto perché Nazioni come Cina, India e Turchia (che hanno sostituito il Vecchio Continente nell’acquisto dei barili di Vladimir Putin) non aderiranno al meccanismo. Ma, soprattutto, perché quasi in contemporanea, come riferisce France24, si riunivano i Paesi dell’OPEC+,i 23 principali produttori di petrolio al mondo. I quali, come riporta l’ANSA, hanno deciso di tagliare la produzione di greggio di due milioni di barili al giorno allo scopo di farne impennare i costi.

Facile prevedere quali effetti avrà il combinato di queste due prese di posizione, soprattutto sui Tafazzi comunitari. E allora saranno veri e propri… cavoletti di Bruxelles.

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Nord Stream, il sabotaggio lo scaricabarile e quel tweet…

Danneggiate tre linee in un giorno, il metano che fuoriesce dalle condutture ribolle nel Mar Baltico: Occidente e Russia si accusano reciprocamente, ma a volte la realtà è diversa da come appare…

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Nord Stream 2
Nord Stream 2

Da www.romait.it

Da qualche giorno le acque del Mar Baltico ribollono del metano che sta fuoriuscendo dai gasdotti Nord Stream 1 e 2. Sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che l’origine di queste perdite sia un sabotaggio intenzionale delle condutture. Di cui l’Occidente e la Russia già si attribuiscono vicendevolmente la colpa.

Nord Stream 2
Nord Stream 2

Il sabotaggio del Nord Stream

Tre linee offshore dei due metanodotti Nord Stream sono state danneggiate in un solo giorno, causando fughe di gas al largo dell’isola danese di Bornholm. E agitando aree di mare che vanno dai 200 ai 1.000 metri di diametro, come riferisce Sky TG24 citando un comunicato dell’esercito locale.

L’esecutivo di Copenhagen, per bocca del Premier Mette Frederiksen, ha parlato esplicitamente di un disastro causato da «azioni deliberate». Anche alla luce del fatto che, lunedì scorso, le stazioni di misurazione sismologica sia in Svezia che in Danimarca hanno registrato forti esplosioni sottomarine in quell’area. E i discorsi dei leader euroamericani hanno evocato, pur senza (quasi) mai nominarlo, un solo responsabile.

Le reazioni internazionali

Una delle reazioni più dure è stata quella di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, che ha minacciato la «risposta più forte possibile». La precisazione “contro la Russia” è rimasta inespressa, pur essendo fuori discussione. Più prudenti gli Usa e la NATO, che «sta monitorando attentamente la situazione nel Mar Baltico», come un funzionario ha rivelato all’ANSA.

Non ha invece avuto nessuna remora nel puntare il dito contro Mosca il Governo dell’Ucraina. Che ha apertamente parlato di «un atto di aggressione nei confronti dell’Ue» per destabilizzare ulteriormente «la situazione economica in Europa». Accuse liquidate come «semplicemente stupide» dal portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Che, sottolinea l’Adnkronos, ha anche ricordato come a febbraio Sleepy Joe Biden avesse pubblicamente «promesso di sbarazzarsi del Nord Stream 2».

In questo valzer di imputazioni reciproche, a mettere in crisi la narrazione filo-atlantista ci si è messo Radosław Sikorski, Presidente polacco della delegazione Ue-Usa all’Europarlamento. Il quale ha pensato bene di cinguettare un laconico (ma estremamente significativo) «grazie, Stati Uniti».

Un equivoco? Un’ammissione? Un lapsus freudiano? A volte, dopotutto, la realtà è decisamente diversa da come appare.

La perdita dai gasdotti Nord Stream nel Baltico
La perdita dai gasdotti Nord Stream nel Baltico

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Biden connection, quei “traffici opachi” tra la Cina e il figlio di Sleepy Joe…

La Reuters scopre che, coi prezzi dell’energia alle stelle, Biden cede il petrolio americano all’estero, incluse le riserve d’emergenza: e tra i beneficiari c’è il gigante di Pechino in cui il fondo dell’erede investì 1,7 miliardi di dollari

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Petroliera cinese, Biden connection
Petroliera cinese

Da www.romait.it

Dallo scorso marzo, Joe Biden sta inviando milioni di barili di petrolio americano in Europa e Asia, attingendo perfino dalle riserve di emergenza della Nazione. Una decisione che, nel bel mezzo della guerra in Ucraina e della correlata crisi energetica, si fa davvero fatica a comprendere. Se non per la postilla che una parte del carico era destinata a una compagnia cinese che ha forti legami d’affari col figlio Hunter Biden.

Petroliera cinese, Biden connection
Petroliera cinese

Gli Usa stanno vendendo le riserve strategiche di petrolio

Oltre 5 milioni di barili di oro nero facenti parte delle “Riserve Strategiche di Petrolio” statunitensi sono stati venduti a giugno all’Olanda, all’India e alla Cina. Lo ha rivelato la Reuters, precisando che nel frattempo i consumatori Usa stavano già fronteggiando un’impennata record dei prezzi dei carburanti.

The Federalist ha aggiunto che la spedizione è parte di un progetto avviato già quattro mesi fa. E ha ricordato che ad aprile il Dipartimento per l’Energia aveva annunciato tra l’altro la cessione di 950.000 barili alla compagnia petrolifera Unipec America, Inc. Si tratta di una sussidiaria della China Petrochemical Corporation, meglio nota come Sinopec, gigante petrolchimico che è controllato a larghissima maggioranza dal Governo di Pechino. E che ha dei curiosi legami finanziari con Hunter Biden, il secondogenito di Sleepy Joe.

Joe Biden
Joe Biden

Una nuova “Biden connection”

Sette anni fa, un fondo d’investimenti privato sino-americano, la BHR Partners, entrò nel capitale della Sinopec con un esborso pari a 1,7 miliardi di dollari. Questa società annovera tra i suoi istitutori Rosemont Seneca Partners, una private equity co-fondata da Biden Jr. Il quale è anche il creatore di un altro fondo di investimento, Skaneateles LLC, che a sua volta detiene il 10% di BHR Partners.

Nel novembre scorso, un legale dell’erede riferì al New York Times che il proprio cliente «non deteneva più alcuna partecipazione, diretta o indiretta, né in BHR né in Skaneateles». Tuttavia, il Washington Examiner ha verificato di recente che il China’s National Credit Information Publicity System accredita ancora Skaneateles come possessore del 10% di BHR. E i registri delle imprese di Washington D.C. continuano a indicare Hunter Biden come unico proprietario di Skaneateles.

Hunter Biden
Hunter Biden

L’Examiner non ha comunque escluso l’ipotesi che i dati del Dragone non siano stati aggiornati, benché gli avvocati dell’erede non abbiano risposto in merito all’eventuale trasferimento delle sue quote. In effetti, visto che non è certo la prima volta che spuntano “traffici opachi” di famiglia, viene piuttosto da dubitarne. E da chiedersi: niente da dichiarare nemmeno riguardo a questa nuova “Biden connection”?

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Bamba della settimana, tre “affari esteri” per l’anti-premio ideato da Feltri

Questa nuova puntata è dominata da tre casi (amari) internazionali: che però, in fin dei conti, sfumano “curiosamente” nella deontologia giornalistica

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Bamba della settimana
Bamba della settimana

Da www.romait.it

Nuova puntata del “Bamba della settimana”, l’anti-premio ideato dall’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri come ironico omaggio al meglio del peggio del periodo. Le topiche selezionate per l’occasione sono dominate dalla politica estera: perché anche quelli internazionali possono essere casi… amari.

Bamba della settimana
Bamba della settimana

Un caso hors catégorie

Torna ancora, dunque, il “Bamba della settimana” che, come spesso avviene, si apre con una vicenda considerata hors catégorie per non falsare la surreale “competizione”. È l’epic fail (doppio) in cui è incappato il Dicastero dell’Istruzione quando ha stilato l’elenco delle province autorizzate ad attivare un percorso di orientamento per i licei. Elenco che, scrive TGCom24, includeva Piacenza, che però per il Dipartimento per il sistema educativo per la formazione ed istruzione si trova in Lombardia anziché in Emilia-Romagna. Laddove Chieti è stata collocata in “Abbruzzo”, scritto con due b. Forse, dopotutto, il percorso di orientamento serve soprattutto al Ministro Patrizio Bianchi.

Il “Bamba della settimana”

Valichiamo i confini e anche l’Atlantico per un nuovo svarione yankee, che per una volta non riguarda Sleepy Joe Biden, bensì la vicepresidente Usa Kamala Harris. Che, come riporta Fox News, durante un discorso pubblico si è prodotta in ciò che in inglese viene definito word salad (“insalata di parole”). Farfugliando qualcosa che in italiano suonerebbe come: «Dobbiamo prendere questa storia seriamente, tanto seriamente quanto lo siete voi, perché siete stati costretti a prenderla seriamente». Magari, però, cercava solo di non essere da meno della gaffe machine.

Ci riporta da questo lato dell’Oceano il nuovo Governo allestito dalla Premier transalpina Élisabeth Borne. Governo che – come riferisce Radio France – è formato da 41 Ministri, di cui 21 uomini e 21 donne. Ma solo perché “42” è la risposta alla «Domanda Fondamentale sulla Vita, sull’Universo e Tutto quanto».

Intanto, ci informa Euronews che Andrij Melnyk, ambasciatore di Kiev in Germania, lascerà Berlino a causa di «una gaffe sull’Olocausto». Il diplomatico ha infatti difeso Stepan Bandera, sostanzialmente il più celebre nazista d’Ucraina, che collaborò anche con Adolf Hitler.

Il fatto in sé è quello che è, ma colpisce pure che vari media lo abbiano derubricato a semplice gaffe. Verrebbe da chiedersi se avrebbero utilizzato lo stesso termine qualora la stessa sciocchezza l’avesse detta, per esempio, la leader di FdI Giorgia Meloni. Ed è perché siamo convinti di conoscere la risposta che il “Bamba della settimana”, stavolta, non può che andare al giornalismo italiano.

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Nucleare e gas naturale, luce verde dall’Europarlamento: e l’Italia?

Per l’Aula comunitaria l’atomo e il gas naturale sono energie “green”: e l’Italia cosa aspetta a sbarazzarsi di retaggi e veti ideologici, anche per quanto riguarda le trivelle?

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Centrale nucleare in Francia
Centrali nucleari in Francia

Da www.romait.it

Il Parlamento Europeo ha stabilito che il nucleare e il gas naturale possono essere considerati energia green. Una decisione che potrebbe sbloccare miliardi di investimenti (anche privati), ma al contempo ha suscitato le reazioni isteriche degli ecocatastrofisti. A ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che come provvedimento è assolutamente dignum et iustum.

Centrale nucleare in Francia

Nucleare e gas naturale sono fonti di energie green

Come riporta la CNN, l’Europarlamento, in uno dei suoi (rari) momenti di assennatezza, ha votato per inserire gas e nucleare nella «tassonomia Ue» delle fonti sostenibili. Più precisamente, scrive Il Sole 24 Ore, ha bocciato a larga maggioranza una risoluzione finalizzata a respingere il programma targato Commissione Europea.

La sostanza non cambia: il progetto dell’esecutivo comunitario, che mira anche a combattere il greenwashing, ha avuto – è il caso di dirlo – luce verde. E quindi potrà proseguire il suo iter, con buona pace delle lobby ambientaliste. Sempre piuttosto lente a comprendere che l’atomo è un atout, una fonte sicura che oltretutto, come ricorda la Reuters, non produce CO2.

Basta retaggi e veti ideologici

In Italia ne sappiamo più di qualcosa, e non solo per via dello scellerato referendum che nel 2011 bloccò il nucleare autoctono. L’altro corno del dilemma, infatti, è il metano, di cui il nostro Paese abbonda, come ha certificato mesi fa il (PiTESAI). Il “Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee” elaborato dal Ministero della Transizione ecologica, che Panorama definì la «mappa dei tesori del sottosuolo» nostrano.

Le stime del Dicastero guidato da Roberto Cingolani parlano di 350 miliardi di metri cubi di gas naturale (tra riserve potenziali ed effettive). Che però non si possono estrarre a causa dei veti ideologici contro le trivelle imposti soprattutto (ma non solo) dal M5S. Un’opposizione preconcetta e pretestuosa destinata a costarci altri 8 miliardi in due mesi, secondo i calcoli del Messaggero perfidamente rilanciati dal leader italovivo Matteo Renzi.

Ci è arrivata anche Bruxelles – o meglio Strasburgo, quindi è ufficiale: a dover fare un salutare bagno di realtà, ormai, è rimasto solamente il Belpaese. Ahinoi.

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Europa, se questo è il momento di pensare a caricabatterie e quote rosa…

Mentre infuriano guerra e crisi energetica (di cui è in parte responsabile), la Ue vara due provvedimenti puramente ideologici, dunque slegati dalla realtà: visto il suo strano senso delle priorità, esattamente allora a cosa serve?

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L'Europa a pezzi
L'Europa a pezzi

Da www.romait.it

Casomai qualcuno avesse avuto dubbi in merito, l’Europa ha confermato ancora una volta di avere un particolarissimo senso delle priorità. Mentre infatti infuriano la guerra in Ucraina e la crisi energetica (a cui essa stessa ha parzialmente contribuito), le istituzioni comunitarie hanno varato due provvedimenti. Entrambi fortemente politicizzati, rectius completamente slegati dalla realtà.

L'Europa a pezzi
L’Europa a pezzi

Caricabatterie e quote rosa

C’è chi nei propri errori riesce a vedere un’occasione di crescita e maturazione, e poi c’è l’Europa. Incarnazione della proverbiale montagna che partorisce dei topolini, oltretutto scambiandoli nella sua atavica brevimiranza per clamorosi successi.

È accaduto così, per esempio, col famigerato European Green Deal. L’utopistico pacchetto per il clima che, come non ci stancheremo di ripetere, è il primo responsabile del caro bollette, che il conflitto russo-ucraino ha “semplicemente” aggravato.

Sulla sua scia si pone la decisione dell’Europarlamento di introdurre in tutto il Vecchio Continente il cosiddetto caricabatterie universale. Dall’autunno del 2024, riferisce Askanews, i cavi USB-C diventeranno lo standard per smartphone, tablet, videocamere e fotocamere digitali, e (con tempi più lunghi) computer.

Come precisa l’ANSA, l’intento è la riduzione dei rifiuti elettronici (con annessa «sostenibilità ambientale», qualunque cosa significhi), nonché un fantomatico «miglioramento dell’esperienza d’uso del consumatore». Di cui, soprattutto, in questo periodo storico, si sentiva proprio la necessità.

La misura fa il paio con l’accordo tra Commissione, Parlamento e Consiglio Europeo su un altro progetto salutato con fanfare e squilli di tromba. È la direttiva Women on Boards, che impone almeno il 40% di quote rosa nei Cda delle aziende comunitarie quotate in Borsa. Incluse, pare, le società private, su cui la Ue non dovrebbe avere voce in capitolo.

L’Europa delle ideologie

Questa disposizione, come tutte le quote di ogni colore, sacrifica merito e competenze sull’altare di caratteristiche che dovrebbero essere irrilevanti per qualsiasi impiego. E tuttavia fanno molto politically correct – che vuol dire che per definizione sono illusorie, pevò mandano in sollucchevo gli intelliggenti con-due-gi. Perché il problema, in fondo, è “solo” che i Ventisette sono proni alle peggiori ideologie.

Tutto questo fa sorgere spontanee almeno due domande. La prima, più pratica: qual è esattamente l’utilità di questa Europa? La seconda, più filosofica: ma perché Bruxelles non si fa mai i… cavoletti suoi?

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Mondo

Ucraina e libertà d’espressione, il Corsera come la tanto esecrata Russia?

Il principale quotidiano italiano pubblica le liste di proscrizione dei nostri 007 (che smentiscono) su giornalisti, politici e influencer bollati come propagandisti filo-Putin: in realtà hanno “solo” opinioni non allineate col pensiero unico

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Libertà d'espressione, Ucraina
Bavaglio alla libertà d'espressione

Da www.romait.it

A quanto pare, adesso avere sulla guerra in Ucraina un’opinione non allineata col pensiero unico (nonché col Governo) significa essere ipso factofilo-Putin”. E dunque meritare di essere “attenzionati” dai servizi segreti italiani, come ha rivelato il Corriere della Sera. Venendo in realtà smentito dal Copasir (l’organo parlamentare che controlla l’operato dei nostri 007), che però contestualmente ha confermato l’esistenza dell’orwelliana inchiesta.

Libertà d'espressione, Ucraina
Bavaglio alla libertà d’espressione

Liste di proscrizione sulla guerra in Ucraina

“La rete della propaganda di Putin in Italia: influencer e opinionisti, dai social ai giornali”. Così il Corsera annunciava la diffusione del dossier «sulle forme di disinformazione e di ingerenza straniere, anche con riferimento alle minacce ibride e di natura cibernetica».

Un report costruito sulla base di «materiale raccolto» dal Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, per gli amici Copasir. E corredato da quelle che Il Fatto Quotidiano non ha esitato a definire «foto “segnaletiche”» di giornalisti, politici, influencer, blogger accusati di essere “megafoni” di Mosca. I più celebri, probabilmente, sono il professor Alessandro Orsini, d’altronde già censurato dalla Rai, e il senatore ex pentastellato Vito Petrocelli.

Una vera e propria «lista di proscrizione», ha attaccato Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista, aggiungendo che è una «vergogna per il giornalismo italiano». Parole analoghe a quelle del filosofo Massimo Cacciari, secondo cui, come riferisce Il Tempo, «siamo alla demonizzazione universale senza verifiche».

Un’indagine orwelliana

In realtà, il Presidente del Copasir Adolfo Urso ha disconosciuto l’elenco del principale quotidiano del Belpaese – e con esso la velina dell’intelligence. Però ha anche ammesso che «abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento». Un’indagine che, come puntualizza Sky TG24, è partita lo scorso 4 maggio.

Tale iniziativa richiama alla mente la psicopolizia di 1984 di George Orwell, apparendo orientata più che altro a comprimere il dibattito pubblico sul conflitto in Ucraina. Mettendo nel mirino chi si discosta dalla narrazione dominante per danneggiarne la reputazione, escluderne la voce dall’agone e magari troncarne la carriera. Non a caso, scrive Il Giornale, una fonte di Bruxelles ha affermato che «l’Ue non sanziona le persone per metterle a tacere ma per cambiare il loro comportamento».

Una sola domanda: alla luce di quanto esposto, in che modo esattamente la cosiddetta “civiltà occidentale” sarebbe diversa dalla tanto esecrata Russia?

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Mondo

Gas, la Russia raddoppia gli introiti (ed ecco perché non è una sorpresa)

Con la guerra in Ucraina, Mosca fa registrare incassi record sul fronte dell’energia, non “malgrado”, bensì “grazie” alle sanzioni: sembra un paradosso, ma per prevederlo bastava conoscere le leggi del mercato

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Gas, Gasdotto di Gazprom
Gasdotto di Gazprom

Da www.romait.it

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia ha ottenuto incassi record dalla vendita del gas e del petrolio. E questo non “malgrado”, bensì “grazie” alle misure punitive comminate dall’Occidente sotto dettatura degli Usa. Un fatto che sembra paradossale, ma che in realtà era prevedibilissimo: bastava conoscere anche solo in maniera rudimentale le leggi del mercato.

Gas, Gasdotto di Gazprom
Gasdotto di Gazprom

Incassi record per la Russia da gas e petrolio

Anche se non è mai bello dire “ve lo avevamo detto”, ve lo avevamo detto, e in tempi decisamente non sospetti. Perché non ci voleva certo la sfera di cristallo per intuire che le sanzioni euro-americane contro il Cremlino sarebbero risultate, come minimo, inefficaci. La vera notizia, semmai, è che si sono rivelate addirittura controproducenti.

Non solo, infatti, l’economia di Mosca non è affatto in ginocchio, ma gli introiti derivanti dall’energia sono addirittura aumentati tra gennaio e aprile 2022. Passando, come riferisce il Carnegie Endowment for International Peace, dai 2,5 trilioni di rubli del 2021 ai 4,77 trilioni dell’anno in corso (oltre 68 miliardi di euro). Una cifra che corrisponde a metà della previsione di gettito per tutto il 2022 (pari a 9,5 trilioni), incamerata in soli quattro mesi.

Per la fine dell’anno, scrive l’ANSA, Anton Siluanov, Ministro delle Finanze di Vladimir Putin, si aspetta 1 trilione di rubli di maggiori entrate da gas e petrolio. E, ironicamente, una ricerca del Center for Research on Energy and Clean Air ha evidenziato come siano raddoppiati i ricavi di marca europea relativi ai combustibili fossili. E non è l’unico contributo del Vecchio Continente – e degli Stati Uniti.

Il contributo dell’Occidente

La spiegazione di questo surplus è estremamente semplice. I tentativi di isolare finanziariamente lo Zar hanno fatto impennare i costi dell’energia, per esempio quintuplicando il prezzo del gas, come rileva La Verità. Che, en passant, ricorda anche l’atteggiamento ambiguo del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il quale, mentre tuona contro le euro-importazioni da Mosca, evita accuratamente di mettere a rischio il metanodotto russo che attraversa il proprio Paese (e le relative royalties).

Per quanto riguarda invece il petrolio, Oil Price puntualizza che un impatto sui conti russi sarebbe possibile solo se si riducesse la dipendenza globale dall’oro nero. Il problema però è che Bruxelles insiste a voler raggiungere l’obiettivo con piani utopistici come il Green Deal o il REPowerEU. Che, incidentalmente, sono una manna per la Cina che, come spiegavamo, ha il monopolio di tutte le materie prime necessarie ad applicare l’ideologica transizione ecologica.

Tutto questo, peraltro, crea un circolo vizioso, perché Paesi come quello del Dragone (ma anche l’India) godono di forti incentivi per acquistare il petrolio russo a prezzi scontati. Perché, a quanto pare, c’è pure chi non è… NATO ieri.

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