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Politica

Governo e coronavirus, Crisanti colpisce e affonda l’esecutivo

Palazzo Chigi annuncia altri 5 milioni di tamponi, il virologo sbugiarda il Commissario straordinario Arcuri: “Non è vero, non ci sono, non vorrei avessero comprato solo i bastoncini”. Non sarebbe certo il primo errore

Mirko Ciminiello

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Coronavirus

Governo e coronavirus nel mirino del virologo Andrea Crisanti. E, se l’accanimento contro il microrganismo è del tutto normale, meno scontato era l’affondo contro la politica. Al cui operato, presente e passato, il luminare non ha risparmiato critiche anche molto severe.

Governo e coronavirus, le stoccate di Crisanti

«Sono sorpreso dalla risposta del Governo». Il Direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova era in collegamento con Piazzapulita, su La7, quando la sua perplessità è letteralmente esondata.

Il motivo era una nota di Palazzo Chigi declamata in diretta da Corrado Formigli. «Abbiamo mandato alle Regioni 2,7 milioni di tamponi, ne hanno usati 2 milioni. Ne manderemo nei prossimi due mesi altri 5 milioni» si vantava la Presidenza del Consiglio.

«Ma che vuol dire?» ha replicato caustico Crisanti. Sono solo «due bastoncini con la garza assorbente per prendere il materiale dalla mucosa o» anche «i reagenti che li accompagnano?»

Un quesito a cui Formigli non aveva gli elementi per rispondere, eppure il presentatore ha voluto comunque azzardare che s’intendesse «la capacità di» fare i tamponi. Tutto compreso, cioè, non solo i cotton fioc.

«Questo non è possibile» lo ha gelato l’esperto. «Non ci stanno in Italia 2 milioni di dosi di reagenti perché c’è una carenza pazzesca», tanto è vero che «tutte le Regioni si lamentano».

Il conduttore ha allora obiettato che i reagenti erano disponibili in Veneto. Un rilievo piuttosto fazioso, considerando che nella Regione guidata da Luca Zaia la lotta al Covid-19 è stata condotta e praticamente vinta dallo stesso Crisanti.

«Non è che li abbiamo trovati, ce li siamo fatti da soli», la stoccata del medico romano. «Il 20 gennaio, quando abbiamo avuto notizia che c’era quest’epidemia in Cina, ci siamo attrezzati sviluppando un test fatto in casa. Poi ci siamo approvvigionati per mezzo milione di reagenti e abbiamo comprato una strumentazione» per lavorarli.

Sulla possibilità che il Commissario straordinario Domenico Arcuri avesse fatto lo stesso, lo scienziato era invece piuttosto scettico. In effetti, i precedenti non depongono a favore dell’esecutivo rosso-giallo.

Gli errori dell’esecutivo

Vale la pena contestualizzare gli eventi. Nella data indicata da Crisanti, in Italia non c’era stato ancora nessun caso di coronavirus. Il primo, importato, avrebbe riguardato la coppia di turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma il 30 gennaio.

Il giorno successivo, il bi-Premier Giuseppe Conte deliberava lo stato di emergenza che gli attribuiva poteri speciali per contrastare l’eventuale crisi. A metà febbraio, poi, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio regalava agli amici cinesi due tonnellate di dispositivi di protezione individuale.

Un tempismo eccezionale, visto che neanche una settimana dopo sarebbe stato ricoverato il paziente 1 di Codogno. Mentre il 21 febbraio l’annuncio della positività dei primi 16 pazienti in Lombardia e Veneto apriva ufficialmente il versante italiano dell’epidemia.

Giggino ha quindi provato a rimediare alla figuraccia, ma la toppa è stata decisamente peggiore del buco. Ha infatti spacciato per regalo di Pechino una partita da 180 milioni di mascherine che in realtà aveva (ri)comprato – oltretutto a un prezzo raddoppiato.

Il tutto mentre, nelle Regioni più colpite dalla pandemia, la penuria di materiale sanitario non faceva sconti. E costringeva alcuni medici a indossare, come unica protezione, sacchi dell’immondizia al posto dei camici.

Governo e coronavirus, tra scienza e Speranza

Il Conte-bis, insomma, faceva la parte della proverbiale cicala laddove il Veneto si comportava da formica. Al punto che Crisanti ha potuto affermare che, oggi, la sua Regione dispone di 2,5 milioni di tamponi. A livello centrale, invece, si naviga ancora a vista dopo un bimestre di lockdown, benché le due istituzioni fossero partite quasi in contemporanea.

Forse sarebbe stato opportuno avere meno task force e popolarle con un maggior numero di esperti. Ma, evidentemente, c’è Governo, e c’è Governatore. C’è scienza, e c’è Speranza.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Caos giustizia, Salvini contro i media: “Silenzio vergognoso e complice”

Il segretario della Lega all’attacco dopo lo scandalo delle toghe intercettate. Intanto l’ex Pm Palamara gli chiede scusa, ma i vertici dell’Anm si dimettono e il Guardasigilli Bonafede dichiara che la riforma del Csm non può più aspettare

Mirko Ciminiello

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matteo salvini
Il segretario della Lega Matteo Salvini e il caso Gregoretti

Test per l’esame di giornalismo sul caos giustizia derivante (soprattutto) dalla pubblicazione delle intercettazioni relative ad alcune imbarazzanti chat tra magistrati. Il candidato consideri che:

a) Il togato al centro della vicenda, l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, si è scusato con l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, etichettato con epiteti irripetibili. «Sono profondamente rammaricato dalle frasi da me espresse e che evidentemente non corrispondono al reale contenuto del mio pensiero». Che sarebbe di gran lunga peggiore.

b) L’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Poniz, e il segretario Giuliano Caputo si sono dimessi dopo lo scandalo. Strano, se è vero che, come da teorema dell’house organ ufficioso del M5S, gli attacchi al segretario della Lega provenivano da «un solo magistrato»… Prendi una toga, trattala male, lascia che ti aspetti per ore

c) Peraltro, proprio Palamara, quando già aveva lasciato l’incarico di membro del Csm, venne invitato al Quirinale da Gianfranco Astori, consigliere del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Viene da chiedersi se il Capo dello Stato ne sia stato al corrente. O almeno alla corrente.

d) Intanto Alfonso Bonafede, Ministro grillino della Giustizia, ha dichiarato che la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura non può più aspettare. Se la fa lui, però, si rischia di avere un plenum composto di boss mafiosi scarcerati per via del Covid-19.

Il vero e proprio terremoto che sta investendo la magistratura italiana dopo il c.d. “Caso Palamara” impone una risposta…

Pubblicato da Alfonso Bonafede su Domenica 24 maggio 2020

Il caos giustizia oltre la chat delle toghe

e) Nel frattempo è stato rinviato a ottobre il processo contro il Capitano, che si sarebbe dovuto aprire a inizio luglio, per il caso Gregoretti. La motivazione ufficiale è l’ingolfamento dei tribunali dovuto all’emergenza coronavirus. La quale ormai potrebbe essere presa a pretesto anche per le giustificazioni scolastiche.

f) Nel corso di un dibattito, il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha evitato di rispondere a una domanda diretta sul principio della separazione dei poteri. Il leader del Carroccio lo ha quindi rintuzzato: «Se fossi un suo lettore, come sono, mi porrei una domanda». E probabilmente farebbe scena muta.

g) Nel febbraio scorso il Guardasigilli, fiero oppositore dei voli blu (altrui), ha speso 10.000 euro per fare la tratta Napoli-Roma con un aereo di Stato. Nella città partenopea partecipava a un vertice italo-francese abbandonato prima dello scambio dei documenti ufficiali, nella Capitale ha mancato il voto sul suo Dl intercettazioni. È ciò che si dice avere le ali bucate.

h) L’ex titolare del Viminale ha lamentato «il silenzio vergognoso e complice dei media italiani» che hanno dato pochissimo spazio al grave episodio. Visto il modo in cui di solito trattano certi argomenti, forse Salvini dovrebbe ringraziare per questo improvviso mutismo.

Ciò posto, a proposito del caos giustizia il candidato commenti il contenuto della seguente intercettazione riguardante Annamaria Picozzi, Procuratore aggiunto di Palermo. La quale, parlando a Palamara della necessità di piazzare una ragazza di cui potersi fidare, aggiungeva: «Se mi dai buca chiamo Marco Travaglio».

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Politica

Toghe intercettate, le frasi shock di Palamara che fanno infuriare Salvini

“Ha ragione, ma bisogna attaccarlo” scriveva il magistrato in una chat privata. E il Capitano, che a ottobre sarà davanti al Gup per il caso Gregoretti, scrive al Capo dello Stato Mattarella perché gli sia garantito un processo equo

Mirko Ciminiello

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Quando, nel contesto di un’inchiesta giudiziaria, vi sono delle toghe intercettate, è un po’ come se si scoperchiasse il mitologico vaso di Pandora. Se poi la conversazione riguarda un politico, magari anche uno di rilievo, voilà, les jeux sont faits. E lo spettacolo della giustizia a orologeria può ripartire.

La Verità sulle toghe intercettate

«Le chat dei magistrati su Salvini: “Ha ragione, però va attaccato”». Questo il titolo del quotidiano La Verità che ha scatenato la polemica politica – e l’ira funesta del segretario della Lega.

LE CHAT DEI MAGISTRATI SU SALVINI: «HA RAGIONE, PERÒ VA ATTACCATO»

Pubblicato da Lega – Salvini Premier su Giovedì 21 maggio 2020

Il giornale diretto da Maurizio Belpietro ha infatti pubblicato il contenuto di alcuni colloqui privati tra toghe intercettate nell’ambito degli accertamenti su Luca Palamara. Proprio il magistrato romano, indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, si è lasciato andare a valutazioni assai poco lusinghiere nei confronti del Capitano. Valutazioni centrate sui Decreti Sicurezza fortemente voluti dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Fin qui, per carità, è tutto assolutamente legittimo. Sgomberando infatti il campo da equivoci, non può essere minimamente messo in discussione il diritto di chiunque – toghe comprese – alla propria opinione politica. Sotto accusa è piuttosto l’eccesso – oltre all’interpretazione, diciamo, un po’ lasca di un caposaldo del diritto che affonda le sue radici nell’opera di Montesquieu.

«È inammissibile che, seppur in chat private, dei magistrati giudichino un Ministro come è stato fatto» ha dichiarato Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione Antimafia. «Un magistrato è sempre parte di un corpo terzo, c’è pur sempre una distinzione netta tra poteri» dello Stato.

Le toghe intercettate e gli insulti all’ex Ministro

Il potere giudiziario si esprimeva, tra l’altro, nei termini seguenti: «C’è quella m***a di Salvini, ma mi sono nascosto». Così parlò Palamara.

Forse, però, ancora più grave è un altro passaggio, segnato dallo stesso protagonista. Nella chat era intervenuto Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, che esprimeva le proprie perplessità.

«Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando. Illegittimamente si cerca di entrare in Italia e il Ministro dell’Interno interviene perché questo non avvenga. E non capisco cosa c’entri la Procura di Agrigento».

Sconcertante la replica dell’ex presidente dell’ANM: «Hai ragione. Ma ora bisogna attaccarlo».

In altre occasioni, si esprimevano i timori per il crescente consenso del leader leghista. E Bianca Ferramosca, componente della giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati, tuonava contro i colleghi rei di non aver fatto le barricate contro i Dl Sicurezza. «Cordata pericolosissima», li definiva.

Parole che hanno provocato la dura reazione dell’ex titolare del Viminale. Che si è chiesto se sia un comportamento normale per un Paese libero e democratico, evocando piuttosto Stati quali Cina, Venezuela e Corea del Nord.

L’appello di Salvini a Mattarella

A ottobre, il capo dell’opposizione si presenterà davanti al Gup presso il Tribunale di Catania per l’udienza preliminare sul caso Gregoretti. Su di lui pende l’accusa «di sequestro di persona per fatti compiuti nell’esercizio delle mie funzioni di Ministro dell’Interno». Accusa che l’ex Pm Carlo Nordio ha eufemisticamente definito «incredibile», soprattutto «dopo che il Capo del Governo ha sequestrato in casa sessanta milioni di Italiani per il coronavirus».

Per questo, anche alla luce delle succitate rivelazioni, Salvini ha chiamato e poi inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per esprimergli il proprio stupore e lanciargli un vero e proprio appello.

«La fiducia nei confronti della Magistratura adesso vacilla al cospetto delle notizie sugli intendimenti di alcuni importanti magistrati italiani» ha scritto il senatore milanese. «Tutto ciò» ha proseguito, «desta in me la preoccupazione concreta della mancanza di serenità di giudizio tale da influire sull’esito del procedimento a mio carico».

Per questo motivo «mi appello al Suo ruolo istituzionale». Affinché sia garantito, come dev’essere per chiunque, «il diritto ad un processo giusto, davanti a un giudice terzo e imparziale, nel rispetto dell’art. 111 della Costituzione».

🔴 Oggi ho sentito al telefono il presidente Mattarella, al quale ho inviato questa lettera, che mostro anche a tutti…

Pubblicato da Matteo Salvini su Giovedì 21 maggio 2020

E, del resto, con quale spirito potranno ora sentenziare i giudici catanesi, sapendo che in ogni caso graverà su di loro un’ombra di diffidenza? Che li si potrà tacciare di aver seguito l’ideologia se condanneranno il Capitano, di voler stornare da sé il sospetto qualora lo assolvessero?

La parola è d’argento…

Nel frattempo, a fare scalpore è anche il silenzio assordante di quella parte di arco costituzionale che si dice garantista – magari a giorni alterni. «Mi fa specie che da sinistra non abbiate detto una parola su quella che è una vergogna» ha attaccato Salvini dal Senato. Riferendosi, forse, anche all’altro Matteo, quel Renzi che, dopo aver salvato un Guardasigilli di cui da mesi chiedeva le dimissioni, non ha trovato il tempo per certe quisquilie.

Se però il silenzio è d’oro, la parola è d’argento, e in qualche caso anche di metallo molto meno nobile. Così, ad esempio, in ambienti giudiziari c’è chi ha puntato l’indice contro la pubblicazione dei dialoghi carpiti dagli inquirenti.

Tralasciando il fatto che il saggio indica la luna, e non il dito, hanno perfettamente ragione. Infatti è una barbarie che finiscano sui giornali testi privati e privi di qualsivoglia rilevanza penale. Solo che deve valere sempre, non soltanto nei casi in cui ci sono delle toghe intercettate. E, da questo punto di vista, quei magistrati che si sono sempre opposti a leggi spregiativamente definite “bavaglio” non possono che piangere se stessi.

Il festival dell’ipocrisia

Tuttavia, il festival dell’ipocrisia lo hanno vinto, e con un ampio margine, i manettari dattilografi al servizio del peggior giustizialismo. I quali hanno fatto una polemica sintattica sull’uso del plurale “magistrati”, quando «le parole incriminate sono attribuibili» al solo Palamara.

Come se la mancanza di reazioni delle altre toghe intercettate non fosse altrettanto significativa. Senza contare il fatto che Palamara, proprio per via dell’inchiesta a suo carico, sarà anche caduto in disgrazia presso l’house organ ufficioso del M5S. Ma resta sempre il magistrato che, da consigliere del CSM, organizzava cene per condizionare le nomine di alcune Procure, tra cui quella di Roma.

E, infatti, neppure Alfonso Bonafede, Ministro grillino della Giustizia, ha potuto far finta di niente. «C’è un’indagine che ha portato alla luce delle intercettazioni, che sono state inviate anche al Ministero della Giustizia» ha dichiarato il titolare di via Arenula. Previa valutazione dell’ispettorato, il dicastero considererà «l’azione disciplinare nei confronti delle persone coinvolte».

E poi capiremo se la giustizia possa essere anche di questo mondo. E se, oltre che a Berlino, c’è un giudice pure in Italia.

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Economia

Recovery Fund, tutte le insidie della proposta franco-tedesca

Merkel e Macron d’accordo su un fondo da 500 miliardi. Ma, se per l’Eliseo devono essere finanziamenti a fondo perduto, il Governo di Berlino parla di un “piano di rimborso vincolante”. E in Italia c’è chi ha il coraggio di esultare…

Mirko Ciminiello

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La Cancelliera tedesca Merkel e il Presidente francese Macron nella conferenza stampa sul Recovery Fund

Sul Recovery Fund, il Fondo europeo per la Ripresa dalla crisi da Covid-19, si è improvvisamente riaperta la partita. Non a caso, i media nostrani hanno dato grande risalto all’intervento congiunto gallo-prussiano che l’ha riportato sotto i riflettori. Ma, come sempre quando c’è di mezzo l’Europa, non è tutto oro quel che luccica.

Il nuovo Recovery Fund franco-tedesco

Un fondo da 500 miliardi di euro nel quadro del prossimo bilancio settennale dell’Unione Europea. È quanto hanno proposto la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo omologo francese Emmanuel Macron.

Un compromesso tra i Paesi dell’Europa meridionale – i più colpiti dall’emergenza coronavirus -, che avevano chiesto almeno il triplo delle risorse. E i “rigoristi”del Nord che a quanto pare fanno una fatica enorme a comprendere il significato del termine “solidarietà”.

L’idea di Berlino e Parigi è proprio quella di mediare tra le due diversissime posizioni. Il Recovery Fund avrebbe infatti una potenza di fuoco minore di quanto auspicato, ma finanziata attraverso debito comune Ue e con trasferimenti a fondo perduto.

Un’idea, appunto. O, per dirla con le parole del bi-Premier Giuseppe Conte, «un primo passo importante». Anche se, ha chiarito il Signor Frattanto, occorrerà una proposta più ambiziosa da parte della Commissione Europea.

Chi invece ha accolto favorevolmente il progetto germano-transalpino è quella parte di politica italiana usa a recitare il ruolo di utile idiota di Bruxelles. A cominciare dal Pd, il cui segretario Nicola Zingaretti ha esaltato la «giusta direzione». Aggiungendo inoltre lepidezze su «una nuova UE della crescita, del lavoro e della giustizia sociale».

La proposta di Francia e Germania sul #RecoveryFund è un passo avanti importante, così come la riflessione di Lagarde su…

Pubblicato da Nicola Zingaretti su Martedì 19 maggio 2020

A riportare i sognatori coi piedi per terra ci ha pensato il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Che, dopo aver consultato i Primi Ministri di Danimarca, Olanda e Svezia, ha precisato che «la nostra posizione non cambia. Siamo pronti ad aiutare i Paesi più colpiti», ma solo «con prestiti». Non con sussidi.

E non è nemmeno l’unica trappola che, al solito, la “solidale” Europa sta predisponendo.

Le trappole del Fondo per la Ripresa

«Quando arriveranno questi soldi? Fonti diplomatiche dicono che la data potrebbe essere la fine dell’anno. C’è rischio di implosione: serve che i fondi arrivino al più presto». Così il neo-direttore de La Repubblica Maurizio Molinari, sottolineando in diretta tv il cruciale fattore tempo.

Ha ragione, naturalmente. Infatti Giuseppi, quando ancora fingeva di poter rodomonteggiare con le istituzioni comunitarie, voleva che il Fondo per la Ripresa fosse attivo già entro l’estate. Ma, come sempre, dum herba crescit equus moritur.

C’è comunque dell’altro. Ed è nascosto in una frasetta che fa capolino dal documento ufficiale del Governo teutonico, un’affermazione piccola ma dagli effetti dirompenti. «Il Recovery Fund» sarà «legato a un piano di rimborso vincolante». Che significa bye bye ai finanziamenti a fondo perduto. Una postilla che ha scatenato le ire e le ironie dell’opposizione.

Anche il M5S, comunque, è scettico. «I contorni sono ancora poco chiari, e i testi scritti raccontano scenari meno solidali», ha avvertito per esempio il deputato Pino Cabras. «Segno che ai piani alti in Europa l’accordo non c’è ancora».

Quel che è già certo, invece, è che as usual per l’Italia la strada è in salita. E che, sempre as usual, dell’Europa – soprattutto finché a decidere sarà l’asse franco-tedesco – non ci si può mai fidare. Nemmeno quando, come i Danai cantati da Virgilio, porta doni.

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Economia

Dl Rilancio, ecco ciò che non convince della maxi-Manovra da 55 miliardi

Il Premier Conte assicura che i fondi per imprese, lavoratori e famiglie arriveranno più rapidamente. Ma restano varie perplessità, anche sulle lacrime del Ministro Bellanova che suonano come un inquietante déjà-vu

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte annuncia il Decreto Rilancio

Test per l’esame di giornalismo sul Dl Rilancio. Il candidato consideri i seguenti dati estrapolati dall’usuale comizio serale del bi-Premier Giuseppe Conte, Capo di un «Governo che non lavora col favore delle tenebre»:

a) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha affermato che «milioni di lavoratori hanno beneficiato e stanno beneficiando della cassa integrazione». Quelli a cui è stata concessa dai precedenti esecutivi.

b) Il Ministro renziano delle Politiche agricole Teresa Bellanova si è commossa illustrando la misura sulla regolarizzazione dei migranti. «Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Lo Stato è più forte del caporalato» le parole dell’esponente di Italia Viva. Dice un antico proverbio cinese: Ministlo che piange accanto a Plesidente del Consiglio non polta bene a cittadini.

c) Con il Dl Rilancio, è stato raddoppiato l’importo del bonus babysitter. Tanto 0 x 2 fa sempre 0.

d) Non poteva poi mancare la parte sul Reddito di Emergenza. Altresì detto fase Rem, onde sostituire le soporifere conferenze stampa del Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri.

La parte extra-economica del Dl Rilancio

e) Giuseppi, nel mentre assurto (si fa per dire) a “signor Frattanto”, ha ammesso che per varare il Decreto «abbiamo impiegato un po’ di tempo». Nello stesso modo in cui ci è voluto un po’ di tempo per innalzare le Piramidi o costruire Roma.

f) Ancora il fu Avvocato del popolo ha assicurato che «non ci sono sfuggiti i ritardi». Ora è pronto per sostituire Clint Barton nei panni del supereroe Marvel Occhio di Falco.

g) Sempre il BisConte, nel testo di un provvedimento puramente economico, ha prorogato per altri sei mesi lo stato di emergenza. Così da rendere chiaro a tutti che la vera emergenza è la sopravvivenza del Governo rosso-giallo.

Ciò posto, spieghi il candidato se il Dl Rilancio ha questo nome perché, come argutamente sottolineato dai social, a poker solitamente il rilancio precede il bluff.

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Economia

Decreto Rilancio, via libera del Governo agli aiuti alle imprese… e non solo

Approvata la maxi-Manovra da 55 miliardi per la ripresa delle attività produttive nella fase 2. Il Dl però prolunga anche lo stato di emergenza (e la vita dell’esecutivo) per altri sei mesi…

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Dopo quello che si potrebbe definire un parto politico, il Decreto Rilancio ha finalmente visto la luce. Un nome altisonante per un Dl ambizioso, che mira a tutelare imprese, famiglie, migranti – e costituisce anche una polizza sulla vita del Governo. E che si spera sia scritto meglio dei precedenti Dpcm.

I contenuti del Decreto Rilancio

L’accordo, come è capitato spesso, è stato raggiunto nella notte, che magari non porta consiglio ma porta buone nuove al Presidente del Consiglio. Giusto perché «questo Governo non lavora col favore delle tenebre», come diceva il fu Avvocato del popolo un mesetto fa.

Gli ultimi nodi da sciogliere riguardavano le norme sulla regolarizzazione dei migranti, sulle quali, as usual, ha capitolato il M5S. Decisivo, come avevamo preconizzato, l’intervento del bi-Premier Giuseppe Conte, posizionatosi sulla linea delle altre forze di maggioranza. Ma anche le rassicurazioni sull’esclusione dalla sanatoria dei datori di lavoro condannati per caporalato o per reati quali lo sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina.

Quindi, con l’ulteriore precisazione del Mef che escludeva problemi di coperture, il Decreto Rilancio è stato approvato dal Cdm dopo una gestazione bimestrale. Tipo quella dei cani e dei gatti, per capirci. Non a caso, sembra che i parlamentari pentastellati abbiano soprannominato Giuseppisignor Frattanto”, con riferimento sarcastico all’avverbio che usa per le sue reiterate procrastinazioni.

In ogni caso, il Dl è venuto al mondo con una dote da 55 miliardi pensata per sostenere l’economia nella fase 2. Una somma finanziata in deficit nell’attesa, o meglio nella speranza che prima o poi giunga anche il supporto della Ue. Come il Recovery Fund tanto invocato – per esempio dal Commissario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni. Dum herba crescit equus moritur.

I contenuti del Decreto Rilancio

Tornando al Decreto Rilancio, esso tra l’altro stanzia fondi per far ripartire le attività produttive, cancellare il versamento dell’Irap e posticipare a settembre le scadenze fiscali. Ma anche per rifinanziare il congedo parentale e il bonus babysitter, oltre a fissare l’ormai celeberrimo incentivo per le vacanze in Italia. Inoltre, vengono prorogate la cassa integrazione e il bonus per lavoratori autonomi e partite Iva. Rispetto a cosa resta un mistero, visto che non sono molti coloro che ne hanno realmente e concretamente beneficiato.

Poi, naturalmente, c’è la parte sull’emersione del lavoro nero su cui Teresa Bellanova, Ministro renziano delle Politiche agricole, era arrivata a minacciare le dimissioni. «Viene regolarizzato chi ha un permesso di soggiorno scaduto, quindi milioni di badanti» oltre ai «lavoratori agricoli che hanno lavorato in agricoltura». Così l’esponente di Italia Viva, smentendo la cifra di 600.000 irregolari circolata dei giorni scorsi. Anche se nella direzione opposta rispetto a quella indicata spocchiosamente dalla conduttrice Myrta Merlino nel rimbrottare la leader di FdI Giorgia Meloni.

GIORGIA MELONI A "L'ARIA CHE TIRA" 13-05-2020

Poco fa sono intervenuta a L’Aria che Tira su La7. Per chi se la fosse persa, ecco la mia intervista. Collegatevi!

Pubblicato da Giorgia Meloni su Mercoledì 13 maggio 2020

Il Dl economico e lo stato di emergenza

Un capitolo a parte merita invece un altro piccolo articolo (il numero 16) apparso come d’incanto nelle ultime bozze del Decreto Rilancio. Una postilla che proroga lo stato di emergenza, in scadenza il prossimo 31 luglio, per altri sei mesi.

Un’inezia di cui francamente si fa fatica a comprendere la raison d’être. Salvo che non abbia la superiore finalità di garantire la sopravvivenza del traballante esecutivo rosso-giallo.

Oltretutto, probabilmente andrebbe cassata per estraneità di materia – e non sarebbe neanche il primo caso. Per dire, nell’altro Dl economico, il Decreto Liquidità, è stato inserito un emendamento prontamente ribattezzato salva-Davigo. Il riferimento è al membro del Csm che in ottobre, al compimento dei 70 anni, terminerebbe il proprio mandato come prevede la legge. il condizionale è d’obbligo perché, per l’appunto, un piccolo comma nel suddetto Dl aumenta di due anni l’età del pensionamento dei magistrati. Salvando così la poltrona del capo dell’icona antimafia Nino Di Matteo.

Lungi da noi pensar male della vicenda, benché «spesso ci si» azzecchi, come affermava il Divo Giulio Andreotti. Tuttavia, Piercamillo Davigo resta colui secondo il quale «non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non abbiamo ancora scoperto». Solo per dire che un po’ di prudenza in più, forse, non avrebbe guastato.

Il burocratese e i lauti compensi dei funzionari

Come si è detto, si spera che il Decreto Rilancio sia scritto meglio dei documenti precedenti. A cominciare dal famigerato Dpcm sui congiunti che ha fatto sbellicare mezza Italia e inorridire l’altra metà.

Non è, comunque, solo una questione di stile. Un recente studio sulle retribuzioni nella PA, infatti, ha evidenziato come il piccolo esercito di autori governativi guadagni mediamente circa il doppio degli operatori sanitari.

Più precisamente, il personale non dirigente di Palazzo Chigi ha uno stipendio annuo medio lordo di 56mila euro, contro i 33mila del personale del SSN. A livello dirigenziale, invece, i medici percepiscono un salario medio di 82mila euro lordi l’anno, laddove i funzionari presidenziali incassano 149mila euro.

Sia chiaro, tali emolumenti non sono ascrivibili (solo) all’attuale Governo Conte, ma in periodo di emergenza coronavirus lasciano ugualmente perplessi. Perché da un lato ci sono quanti salvano vite mettendo a rischio (e a volte perdendo) la propria, dall’altro quanti non sanno neppure consultare un vocabolario.

Ecco, pur prescindendo da derive demagogiche, non sarebbe male se stavolta ci venissero risparmiati simili eccessi di burocratese. Non foss’altro, per garantire che il Decreto Rilancio abbia almeno un effetto positivo sicuro: sulla lingua italiana.

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Politica

Sfiducia a Bonafede, Italia Viva non scioglie ancora la riserva

Il Guardasigilli alla Camera non chiarisce nulla, e Renzi tiene il Governo col fiato sospeso. Il Premier Conte capisce l’antifona, e lo appoggia sulla regolarizzazione dei migranti

Mirko Ciminiello

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Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

La sfiducia a Bonafede continua a essere il piatto forte del menù politico. Ma, come sovente accade con l’alta cucina, rischia di appassionare più di quanto non sazi. Eppure, da giorni tiene sulle spine non soltanto il diretto interessato, bensì l’intero Governo rosso-giallo. E probabilmente non è un caso che, mentre il voto si avvicina, il bi-Premier Giuseppe Conte abbia preso posizione su una delle diatribe in corso. Appoggiando, manco a dirlo, la linea di Italia Viva a spese di quella del M5S.

Verso la sfiducia a Bonafede

Il Ministro della Giustizia ha tenuto alla Camera un’informativa urgente che aveva il forte sapore di un’arringa. E lo ha fatto, nel tipico stile pentastellato, non rispondendo nel merito ai rilievi legati ai due casi (pseudo)giudiziari del momento.

Quello davvero importante, ça va sans dire, è il cumulo di scarcerazioni “facili” dei boss mafiosi legate ai timori di un contagio da Covid-19. Una vicenda vergognosa, di cui in un primo tempo il Guardasigilli ha addirittura negato l’esistenza, bollandola come menzogna. Finché non è stato sbugiardato in diretta televisiva da Massimo Giletti.

A quel punto, in analogia con Giuseppi, è intervenuto un Alfonso 2 evidentemente ignaro delle parole e degli atti di Alfonso 1. Un gemello o un sosia che, come se niente fosse, ha annunciato il Dl per rivalutare la concessione dei domiciliari ai capi della criminalità organizzata. È il primo caso di una toppa messa senza aver neanche ammesso l’esistenza del buco, ma almeno lo ha fatto. A differenza del doveroso mea culpa, neppure accennato.

La sfiducia a Bonafede e l’arringa del Ministro

Anzi, l’ex dj, evocando anche presunte strumentalizzazioni, ha attaccato sulle «ormai note scarcerazioni». Le quali «sono state determinate da decisioni prese, in piena autonomia e indipendenza, dai magistrati competenti (nella maggior parte dei casi per motivi di salute)». Cosa che, en passant, significa che evidentemente ci sono stati casi di padrini rilasciati per ragioni che esulavano dal coronavirus. Il che non stupisce neppure, considerando che, come sottolineato dal Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, i detenuti al 41bis sono in isolamento.

Anche volendo far finta di non notare questa bazzecola, comunque, l’autodifesa del Ministro-a-sua-insaputa fa acqua da tutte le parti. Se infatti si trattasse solo di «strumentalizzazioni», perché si sarebbe affrettato a porvi rimedio, oltretutto con uno strumento urgente come un Decreto?

Allo stesso modo, è quantomeno inelegante cercare di scaricare su terzi (togati, oltretutto) qualunque responsabilità. D’altronde, è sempre parte del metodo Cinque Stelle applicare a se stessi quella, diciamo, elasticità che invece si rifiuta a chiunque altro. Come ha evidenziato il deputato di Noi con l’Italia Maurizio Lupi.

Lo scontro tra Bonafede e Di Matteo

Poi c’era l’altro versante, quello dello scontro giacobino con Nino Di Matteo che ha gettato pesanti ombre sulla propria mancata nomina alla guida dell’amministrazione penitenziaria. Un diniego che, secondo l’icona antimafia, sarebbe legato alle rimostranze di alcuni uomini d’onore ospiti delle patrie galere, risoltesi con la scelta di Francesco Basentini.

Il titolare della Giustizia ha affermato una volta di più che «non vi fu alcuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo» del Dap. Allo stesso tempo, però, ha ammesso che «le esternazioni di alcuni boss all’interno del carcere» erano «note al Ministero dal 9 giugno 2018».

Quindi è solo per eterogenesi dei fini che la risoluzione di via Arenula si è magicamente saldata coi diktat dei ras della criminalità organizzata. Una coincidenza piuttosto curiosa, che potrebbe far pensare che abbia ragione Vittorio Sgarbi quando parla di Ministro Malafede. Anche perché il resto della filippica del Guardasigilli non era altro che uno sfoggio retorico infarcito di confini dell’onorabilità e neo-intolleranza alle allusioni.

Di fatto, l’esponente del MoVimento non ha chiarito nulla, né si è fatto carico delle conseguenze della propria decisione. Perché è stata una circolare del Dap guidato da Basentini ad agevolare la famigerata scarcerazione dei circa 400 boss mafiosi. Lungi da noi, sia chiaro, voler instaurare qualsiasi rapporto causale tra gli eventi, dei quali ci limitiamo a notare lo sviluppo sul piano cronologico.

È però un fatto che neppure Iv è apparsa convinta dal comizio del Ministro della Giustizia, accusato di ricostruzione parziale. Certo, i renziani si sono poi affrettati a smentire che tale giudizio sia necessariamente prodromico a un voto favorevole alla mozione del centrodestra. Ma, proprio come i virgiliani Danai, pure il fu Rottamatore è temibile anche quando porta doni.

La mozione di sfiducia a Bonafede

Come abbiamo già argomentato, la mozione di sfiducia a Bonafede rischia di essere la classica montagna che partorisce un topolino. Ha monopolizzato il dibattito politico, ha preconizzato sfracelli ma, al dunque, è assai poco probabile che possa passare.

A livello puramente numerico, l’appoggio di Matteo Renzi potrebbe far pendere l’ago della bilancia in direzione dell’opposizione. Il che aprirebbe, com’è evidente, un enorme problema politico che difficilmente si limiterebbe alla sfiducia a un singolo componente dell’esecutivo.

Per questo, nei giorni scorsi, il segretario dem Nicola Zingaretti aveva avvisato il suo predecessore: se cade il Conte-bis, si va al voto anticipato. Che all’altro Matteo attualmente non conviene, stante la persistenza delle percentuali anemiche di cui è accreditato nei sondaggi.

Ma che tutti gli occhi siano puntati sulla micro-formazione degli ex Pd lo dimostra anche un altro fatto, solo apparentemente slegato. Una dichiarazione del fu Avvocato del popolo sul tema della regolarizzazione di migliaia di migranti. Un argomento che da sempre costituisce un autentico casus belli per Movimento Cinque Stelle e Italia Viva.

«Regolarizzare per un periodo determinato immigrati» che «già lavorano sul nostro territorio significa spuntare le armi al caporalato». Così il Presidente del Consiglio, sposando in pieno la tesi del Ministro renziano delle Politiche agricole Teresa Bellanova.

La trattativa sotterranea M5S-Iv

Un tempismo eccezionale, se si pensa alla sfilza di precedenti annunci e contro-annunci. Dapprima il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che sostiene che «abbiamo sciolto tutti i nodi politici e di assetto».

La mia intervista al Tg5

Abbiamo sciolto tutti i nodi politici e di assetto di questo decreto così importante e atteso. Ecco la mia intervista al Tg5 con qualche anticipazione.

Pubblicato da Roberto Gualtieri su Lunedì 11 maggio 2020

Poi i grillini che lo sconfessano, affermando che «non è stato ancora raggiunto l’accordo». Una linea, pare, imposta dall’ex capo politico Luigi Di Maio.

Una dinamica interessante, perché pare ci fosse (ci sia?) una trattativa sotterranea tra i due alleati-rivali. I quali potrebbero accordarsi per barattare la salvezza di Bonafede con il provvedimento caro a Iv.

In questa trama, l’intervento del Ministro del Esteri, che poteva far saltare il banco, è stato più che controbilanciato dalla nota di Palazzo Chigi. Che quantomeno potrebbe trasformare la pistola carica del senatore fiorentino nell’ennesimo penultimatum, rinviando quindi a data da destinarsi il regolamento dei conti, anzi dei Conte. Potrebbe, of course. Bacio della morte renziano permettendo.

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Economia

Economia e fase 2, ultimi nodi da sciogliere per il Premier Conte

Governo verso il Decreto Rilancio, tra l’impazienza delle Regioni, i distinguo di Italia Viva e anche le rassicurazioni sulle vacanze. Ma la questione più delicata resta il Mes

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su economia e fase 2. Il candidato consideri che:

a) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha ostentato in televisione la bozza del nuovo Decreto che al momento consta di 434 pagine. Visto lo spessore sia testuale che finanziario, lo chiameranno Decreto Harry Potter.

b) Sempre il Cancelliere dello Scacchiere Gualtieri ha twittato giulivo che «il Mes potrà offrire finanziamenti per il 2% del Pil a tasso quasi zero». Inoltre «non potranno essere introdotte condizioni aggiuntive». Vale a dire che i solidali euroburocrati si accontenteranno delle condizionalità già esistenti e di interessi che, seppur ridotti, non saranno nulli. Bontà loro.

c) «Comprendo l’esigenza delle Regioni di avere un quadro che consenta loro di avviare le riaperture differenziate e condivido l’esigenza di averlo in tempi brevi». Così il Ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia dopo le veementi proteste di vari Governatori che vogliono poter gestire economia e fase 2. Solo che, se i tempi sono quelli del Decreto aprile divenuto già maggio e poi chissà, le linee guida arriveranno, forse, per la fase 3.

Economia e fase 2, le questioni tangenziali

d) A proposito della (presunta) fase 3, col nuovo Decreto si potrà fare il bagno in mare soltanto nuotando. Che è il corrispettivo post-lockdown dell’avviso del Comune sardo per cui era possibile portare fuori il cane, ma «l’animale deve essere necessariamente in vita».

CORONAVIRUS ULTERIORI CHIARIMENTI CITTADINANZA Le passeggiate Non c’è il divieto di passeggiare, non è previsto il…

Pubblicato da Comune di Mamoiada su Sabato 14 marzo 2020

e) In riferimento ai capricci dei renziani, tra l’altro, sulla regolarizzazione di 600mila migranti (pare), il bi-Premier Giuseppe Conte ha fatto spallucce. «Italia Viva pone delle questioni, a volte, con particolare vivacità. Ma sono convinto che da questo confronto ripartiremo più forti e coesi». Tradotto dal politichese: quel che non ammazza, ingrassa.

f) Sempre Giuseppi ha espresso la sua gioia per il rilascio di Silvia Romano. Rilascio avvenuto grazie «ai nostri servizi di intelligence, al lavoro investigativo dell’autorità giudiziaria e alla costante attenzione» dei Ministri Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini. E a 4 milioni di buoni motivi.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “presa in giro” e analoghi vernacolari, l’ultima (in ordine cronologico) rassicurazione del Capo del Governo. Che ha affermato che non sarà un’estate in quarantena e andremo tutti in vacanza.

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Politica

Caso Bonafede, l’incognita Renzi potrebbe far saltare il banco

La maggioranza fa quadrato attorno al Guardasigilli, ma Italia Viva potrebbe essere tentata di votare la mozione di sfiducia del centrodestra. Improbabile, ma il Pd evoca già la minaccia delle elezioni anticipate

Mirko Ciminiello

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Il Guardasigilli Alfonso Bonafede e il leader di Iv Matteo Renzi

Il caso Bonafede manderà un Governo di giustizialisti in crisi sulla giustizia? Sembrerebbe una barzelletta – o una dantesca legge del contrappasso -, ma al momento questo scenario, benché poco probabile, non può essere escluso a priori.

Per completare lo psicodramma della maggioranza rosso-gialla, poi, il pomo della discordia è proprio il Guardasigilli, il grillino Alfonso Bonafede. Il quale, forse in analogia con Giuseppi, sta dando l’impressione di avere un gemello o un sosia che di quando in quando lo sostituisce – Alfonsi.

Il caso Bonafede, Ministro a sua insaputa

Due sono i principali nodi del contendere – anche se uno, allo stato, è più che altro scenico. Il vero caso Bonafede riguarda le scarcerazioni “facili” di boss mafiosi a causa dei timori di contagi legati all’emergenza coronavirus.

Un provvedimento che ha scatenato ondate di indignazione e perplessità. Come quella del Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho.

«L’amministrazione penitenziaria può intervenire e assegnare i detenuti a centri di cura penitenziaria, centri ospedalieri che sono anche dentro le carceri» ha affermato il magistrato, aggiungendo che sarebbe stato sufficiente un termoscanner. «Il detenuto che si trova in regime di 41bis è un detenuto che si trova in isolamento, e quindi è evidente che non può essere contagiato né contagioso».

A rendere poi ancora più imbarazzante l’incresciosa vicenda è il fatto che, solo pochi giorni fa, il Ministro della Giustizia la negava recisamente. «Sulle carceri sono state diffuse menzogne, a cominciare dal fatto che si è detto che i mafiosi stanno uscendo dal carcere». Queste le parole di Alfonso 1 appena prima di essere sbugiardato in diretta tv da Massimo Giletti. Il quale ha impietosamente elencato – oltretutto solo parzialmente – i nomi dei capimafia a cui sono stati concessi i domiciliari.

A quel punto, con una nonchalance tanto sfacciata quanto sconcertante Alfonso 2 ha cambiato totalmente rotta. E ha annunciato che è allo studio una norma che permetta ai giudici di sorveglianza di rivalutare le scarcerazioni dei ras della criminalità organizzata.

Così, come se niente fosse. Si fossero disputate le Olimpiadi, una tale faccia di bronzo gli avrebbe indubbiamente meritato la medaglia d’oro in arrampicata sugli specchi.

La querelle con Nino Di Matteo

Sullo sfondo, poi, resta sempre la querelle con l’ex Pm Nino Di Matteo. Il quale ha accusato il Ministro-a-sua-insaputa di avergli proposto di dirigere l’Amministrazione penitenziaria, salvo cambiare idea in seguito alle rimostranze di alcuni padrini.

L’attuale consigliere del Csm ha anche rivelato di aver ricevuto l’offerta di guidare gli Affari penali del Dicastero di via Arenula. E, proprio in quell’occasione, il titolare della Giustizia avrebbe affermato che per quel posto «non c’è dissenso o mancato gradimento che tenga». Come a confermare l’esistenza di pressioni per bloccare la nomina del magistrato siciliano al Dap.

Tuttavia, quelle sollevate da Di Matteo sono solo ombre, per quanto pesanti: il che spiega perché questa seconda parte del caso Bonafede è soprattutto mediatica.

Per dire, l’house organ ufficioso del M5S si sta disperatamente producendo in ogni sorta di equilibrismo per cercare di salvare entrambi i suoi idoli. Ad esempio, ha fatto notare come tra gli eventi raccontati dall’icona antimafia non sussista necessariamente un rapporto causale. Il che implica che possa anche sussistere, ma per i manettari dattilografi era sufficiente come difesa d’ufficio dell’esponente dei Cinque Stelle.

In ogni caso, resta un fatto che, come ha ironizzato il leader leghista Matteo Salvini, non possono avere ragione tutte e due i protagonisti. E, al momento, la verità la sanno solo ed esclusivamente loro.

Il caso Bonafede e le conseguenze sul Governo

Il centrodestra compatto ha depositato in Senato una mozione di sfiducia contro Bonafede. «Ha mostrato evidente incapacità e inadeguatezza in un settore così delicato, come quello delle carceri», la spiegazione del Capitano. Il quale non ha mancato di ricordare i 400 «mafiosi, assassini e delinquenti usciti dalle carceri».

In teoria, non ci dovrebbero essere i numeri per far approvare la mozione. Ma tra la teoria e la pratica può correre un abisso.

Il Ministro della Giustizia potrà contare, com’è naturale, sull’appoggio del MoVimento, che ha fatto quadrato attorno al proprio rappresentante. Anche il Pd si è pubblicamente esposto in difesa del Guardasigilli, per esempio con il suo predecessore in via Arenula Andrea Orlando.

Eppure, il segretario dem Nicola Zingaretti si è sentito in dovere di precisare che, «se questo Governo non ce la fa, vedo difficile che si possa riproporre una maggioranza diversa». Tradotto dal politichese, significa voto anticipato, Mattarella permettendo.

Non ci presteremo mai al ritorno della politica del chiacchiericcio e degli sgambetti. Noi dobbiamo trovare insieme le soluzioni per la vita delle persone.

Pubblicato da Nicola Zingaretti su Giovedì 7 maggio 2020

L’incognita Renzi

Bersaglio (mai nominato) della velina era il leader di Iv Matteo Renzi, la cui avversione per l’alleato pentastellato potrebbe portarlo a votare con l’opposizione. Se lo facesse, non è comunque detto che si aprirebbe una crisi di Governo. Una mozione di sfiducia individuale, infatti, potrebbe anche non ripercuotersi su tutto l’esecutivo.

Di certo, però, una scelta simile creerebbe un enorme problema politico tutto interno alla maggioranza. Da cui l’avviso al navigante del Governatore del Lazio, perfettamente consapevole che i sondaggi non sono dalla parte dell’ex Rottamatore.

Per questo, come abbiamo già argomentato, siamo piuttosto scettici sulla possibilità di una caduta del bi-Premier Giuseppe Conte. Vero è che il senatore di Rignano resta sempre un’incognita, a maggior ragione su una questione di principio come il caso Bonafede.

Su Alfonsi, dunque, il Governo potrebbe essere a un bivio. E, come sottolineato perfidamente dalla stessa Italia Viva, «chi di giustizialismo ferisce, di giustizialismo perisce».

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Politica

Italia Viva, dai Ministri Bonetti e Bellanova ancora attacchi al Governo

La titolare della Famiglia lamenta pochi fondi, quella dell’Agricoltura minaccia le dimissioni senza regolarizzazione di 600mila migranti. Ma il Rottamatore non rottamerà il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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Il leader di Iv Renzi. Alle sue spalle il Premier Conte

Italia Viva fa parte del Governo a sua insaputa. Quello che era un sospetto è divenuta una certezza dopo le ultime sortite dei Ministri Elena Bonetti e Teresa Bellanova. Alle quali forse sfugge che il proprio partito appoggia quella stessa maggioranza rosso-gialla che loro continuano a picconare.

La Bonetti e il Ministero senza portafoglio

Non è certo la prima volta che la titolare della Famiglia e delle Pari Opportunità si smarca dall’esecutivo. Appena una decina di giorni fa, per dire, aveva biasimato la scelta di protrarre lo stop alle Messe nella fase 2 dell’emergenza Covid-19. Critica sacrosanta (in senso letterale), ma abbastanza risibile se mossa da chi ha un ruolo governativo.

Allo stesso modo, sono piuttosto fuori dalla realtà i cahiers de doléances che la stessa Bonetti ha sciorinato in diretta tv. «Le risorse che saranno stanziate dal prossimo Decreto le ritengo del tutto insufficienti per rispondere alle reali esigenze delle famiglie. La mia richiesta non è stata accolta, non sono stati stanziati sufficienti soldi».

In effetti, secondo quanto rivelato dall’esponente di Iv gli unici (scarni) fondi sono stati erogati «per costruire una rete di servizi educativi» tipo centri estivi. Per il resto, nisba.

«Avevo proposto un assegno per ogni figlio che non è stato accolto dalla maggioranza» la recriminazione. Magari si sarebbe potuta rivolgere al Ministro per la Famiglia, sarebbe bastato uno specchio.

Evidentemente, però, era più semplice intestarsi «battaglie perse, anche se giuste» e nascondere sotto il tappeto del pur lodevole impegno la polvere del fallimento. Come non ha mancato di sottolineare il senatore leghista Simone Pillon.

Trovo gravissimo che il ministro della famiglia Bonetti non solo sia stata incapace di trovare un euro per sostenere le…

Pubblicato da Simone Pillon su Martedì 5 maggio 2020

La Bonetti ha comunque assicurato che «non lasceremo sole le famiglie», anche se non si capisce se sia una minaccia. Avrebbe anche potuto trarre le conseguenze della sufficienza con cui è stata trattata la materia di sua competenza – nonché principale istituzione di ogni società. Ma, in fondo, era davvero possibile aspettarsi liquidità da un Ministro senza portafoglio?

La Bellanova e la minaccia delle dimissioni

Poi c’è il Ministro delle Politiche agricole, la quale si è presa particolarmente a cuore la questione della regolarizzazione di 600.000 lavoratori immigrati irregolari. Al punto da aver dichiarato che, «se non passa, sarà un motivo di riflessione sulla mia permanenza al Governo».

Una questione di principio, dunque, che come spesso accade in campo renziano ha un obiettivo ben preciso: il M5S.

In maggioranza, infatti, Pd e LeU sono schierati con Italia Viva, e il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese si è spinta anche oltre. La misura «riguarderà anche tanti Italiani oltre che gli stranieri», la proposta del Viminale.

I grillini, invece, non sanno ancora che pesci pigliare, essendo insolitamente spaccati al loro interno. La corrente che fa capo al Presidente della Camera Roberto Fico è infatti incline a far emergere il lavoro nero. Viceversa, il reggente Vito Crimi ha affermato che se «si intende fare una sanatoria modello Maroni noi non ci stiamo».

Non sorprendentemente, sulla stessa linea si è assestata anche l’opposizione di centro-destra. Con la leader di FdI Giorgia Meloni che si è detta pronta anche «a fare le barricate».

Maxi-sanatoria per migliaia di immigrati irregolari? Sarebbe una totale e assoluta follia, coperta da parte del Governo con la scusa di voler aiutare il mondo agricolo.Siamo pronti a fare le barricate!

Pubblicato da Giorgia Meloni su Mercoledì 6 maggio 2020

Di «politica del caos e della resa agli sbarchi e ai campi abusivi, regno della violenza e dell’illegalità» ha invece parlato il senatore azzurro Maurizio Gasparri. Duro anche il segretario del Carroccio Matteo Salvini, per cui il provvedimento «sarebbe un pessimo segnale per chi lavora e paga le tasse regolarmente». Per il Capitano occorre reintrodurre i voucher e proporre un impiego agricolo «ai disoccupati e cassintegrati a chi percepisce il reddito di cittadinanza».

Alleanze, quindi, ancora una volta variabili. Anche se a eventuali conseguenze per il bi-Premier Giuseppe Conte non crede praticamente nessuno.

La pistola scarica di Italia Viva

Notoriamente, l’Italia è il Paese in cui le dimissioni si minacciano ma non si danno mai. Ecco perché quella del Ministro Bellanova sembra più che altro una pistola scarica.

Questo, per esempio, è il parere del sottosegretario dem alla Presidenza del Consiglio Andrea Martella. «Non credo che si arriverà allo scenario di dimissioni, né tantomeno che eventuali dimissioni possano portare a una crisi di Governo».

Certamente, le succitate prese di posizione delle pupille di Matteo Renzi aggiungono tensioni a tensioni. Non va infatti dimenticata la partita sul cosiddetto reddito di emergenza, che dovrebbe aiutare quanti sono stati esclusi dalle altre forme di supporto anti-coronavirus.

L’ennesimo penultimatum di Italia Viva

La proposta, che manco a dirlo viene dai Cinque Stelle, non piace a Italia Viva, che però potrebbe accettarla come norma temporanea. Il compromesso potrebbe essere sancito dalla specialità della casa, ovvero il cambio del nome della disposizione – nello specifico, in “contributo di emergenza”.

Poi c’è anche la questione del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e delle accuse rivoltegli dal consigliere del CSM Nino Di Matteo. Che non sarebbe stato nominato alla guida della Polizia penitenziaria a causa delle pressioni di alcuni boss mafiosi. Il Guardasigilli pentastellato è difeso a spada tratta dal MoVimento – e anche dal Partito Democratico, sempre garantista a fasi alterne. Mentre Iv vuole quantomeno vederci chiaro – anche sull’imbarazzante problema della concessione dei domiciliari ai capimafia.

Certo che, considerando anche il pesantissimo j’accuse rivolto dallo stesso senatore fiorentino a Giuseppi, verrebbe quasi il dubbio che l’ex Rottamatore intenda rottamare il Governo. Quasi, appunto. Perché i sondaggi si ostinano ancora ad assegnargli percentuali anemiche. E dunque, Italia Viva, viva (nel senso di “non muoia”) il Conte-bis.

Naturalmente, prima o poi l’altro Matteo dovrà decidere cosa fare da grande. Ma sempre dopo il prossimo penultimatum, ça va sans dire.

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Politica

Fase 2, ancora nodi nella maggioranza in vista del Dl Maggio

Il Decreto con le misure economiche al palo per le tensioni tra Iv e M5S. Visti anche gli exploit dei Ministri Bonafede e Spadafora, forse, quando il Premier Conte chiede responsabilità, dovrebbe rivolgersi anzitutto al suo Governo

Mirko Ciminiello

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Il Presidente del Consiglio Conte

Test per l’esame di giornalismo sulla fase 2 dell’emergenza coronavirus. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha chiesto «fiducia». La notizia è che, per una volta, non è su un Dpcm.

Domani comincerà la fase 2 dell’emergenza, quella della convivenza con il virus. Sarà una nuova pagina che dovremo…

Pubblicato da Giuseppe Conte su Domenica 3 maggio 2020

b) La maggioranza rosso-gialla non ha ancora trovato l’intesa sulle misure economiche del Decreto Aprile (nel frattempo divenuto Decreto Maggio) per il persistere di resistenze. Ogni riferimento al leader di Italia Viva Matteo Renzi è puramente casuale.

c) A proposito degli attriti col fu Rottamatore, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dichiarato che «se traballa il Governo ce lo chiediamo ogni giorno da 70 anni». Non c’è che dire, se li porta bene – se non altro fisicamente.

d) Alfonso Bonafede, Ministro grillino della Giustizia, ha stigmatizzato presunte «menzogne, a cominciare dal fatto che si è detto che i mafiosi stanno uscendo dal carcere». Ma è stato seccamente smentito dal lunghissimo elenco sciorinato in diretta tv da Massimo Giletti. O forse, in analogia con Giuseppi, a essere smentito è stato Alfonso 1 che ignora cosa faccia Alfonso 2.

“L’altra” fase 2

e) Albino Ruberti, capo di gabinetto del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti, e Sara Battisti, consigliere regionale del Pd, sono stati multati causa grigliata fuori casa il 1° maggio. I due, pur ammettendo di aver violato le norme anti-coronavirus, si sono difesi affermando che si trattava di un pranzo di lavoro. Avessero aspettato tre giorni, avrebbero potuto dirsi congiunti.

f) A proposito di congiunti, la Presidenza del Consiglio ha precisato che il termine comprende anche quanti sono legati «da uno stabile legame affettivo». Tipo quello che durante il lockdown ognuno ha sviluppato con il frigorifero. g) Vincenzo Spadafora, Ministro pentastellato dello Sport, ha affermato che, malgrado il via libera alle sedute individuali anche per gli sport di squadra, «nulla è cambiato rispetto a quanto ho sempre detto sul Calcio». Ovvero, gattopardescamente, se vogliamo che ci siano gli allenamenti bisogna che non ci siano gli allenamenti.

Leggo cose strane in giro ma nulla è cambiato rispetto a quanto ho sempre detto sul Calcio: gli allenamenti delle…

Pubblicato da Vincenzo Spadafora su Domenica 3 maggio 2020

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “siamo rovinati”, il nuovo appello dell’ex Avvocato del popolo alla responsabilità perché nella fase 2, «come mai prima, il futuro del Paese sarà nelle nostre mani».

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Politica

Fase 2 e Messe, così la Cei torna a inchinarsi al Governo

Forse le celebrazioni riprenderanno a fine maggio, ma il cardinal Bassetti ringrazia il Premier Conte. La confusione dei Vescovi disorienta i fedeli, la cui pazienza è ormai giunta al limite

Mirko Ciminiello

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Il cardinal Gualtiero Bassetti

Fase 2 e Messe, questo è il problema. O meglio, il dilemma amletico che, a quanto pare, continua a dividere le pecorelle dai loro pastori. I quali, dopo la dura nota che stigmatizzava i provvedimenti dell’ultimo Dpcm in materia religiosa, sono tornati a genuflettersi di fronte al Governo. Senza capire che la pazienza del popolo cristiano è ormai giunta al limite.

Fase 2 e Messe

La Presidenza del Consiglio aveva preso atto della contrarietà della Conferenza Episcopale Italiana rispetto al prorogato stop alle Messe nella fase 2. L’interlocuzione istituzionale è naturalmente proseguita, com’è giusto che sia: ma ha portato a un esito assolutamente sconcertante.

Una nota contenente le dichiarazioni del cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, che annunciava la definizione di un protocollo per la ripresa delle celebrazioni liturgiche. Tutto bene, sembrerebbe. Tanto che il comunicato esprimeva la soddisfazione della comunità ecclesiale e il ringraziamento al bi-Premier Giuseppe Conte e perfino al Comitato tecnico-scientifico.

Solo che l’accordo non prevede alcuna data certa, tanto che lo stesso porporato ha parlato genericamente delle «prossime settimane, sulla base dell’evoluzione della curva epidemiologica». Solamente il quotidiano che a lui fa capo ha ipotizzato che «l’Eucaristia con il concorso del popolo possa riprendere» il 24 o il 31 maggio.

Tradotto dal clericalese, significa che non è cambiato nulla rispetto al Decreto che aveva portato al durissimo testo intitolato “Il disaccordo dei Vescovi”. Testo che conteneva tra l’altro l’accusa, ovviamente gravissima, di violazione della libertà di culto.

O meglio, non è cambiato nulla a parte l’atteggiamento dei prelati che, inspiegabilmente, hanno fatto una giravolta che nemmeno la miglior Carla Fracci. Poco mancava che chiedessero anche scusa al fu Avvocato del popolo per il disturbo.

Il disorientamento episcopale

Queste posizioni sono un segno inequivocabile del disorientamento in seno al Vaticano. Che, ça va sans dire, non può che accentuare l’analogo disorientamento dei fedeli, di cui si continua a sottovalutare l’esasperazione. Perché le necessità spirituali non sono da meno di quelle materiali (tipo le sigarette), soprattutto in tempo di pandemia.

Non a caso, in un video divenuto virale, Monsignor Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno, ha attaccato frontalmente l’esecutivo rosso-giallo. La libertà di culto è un diritto fondamentale, ha ammonito: «bisogna che ce lo diate, sennò ce lo prendiamo», e farlo sarebbe «un nostro diritto».

Un’argomentazione che ha poi trovato una sponda (almeno parziale) all’interno della maggioranza demogrillina: una sponda importante, e neppure troppo insospettabile.

Fase 2 e Messe: i j’accuse al Governo

«La libertà di movimento, la libertà religiosa e tutte le altre libertà non sono “consentite” da un Governo: la libertà viene prima del Governo. La libertà legittima il Governo, non viceversa». Così il leader di Iv Matteo Renzi aveva attaccato Giuseppi accusandolo di calpestare la Costituzione.

Accuse ribadite in Senato dopo l’informativa urgente dell’inquilino di Palazzo Chigi sulla ripresa delle attività economiche nella fase 2. «Sia più prudente quando parla agli Italiani: lei ha detto 11 volte “noi consentiamo”. Un Presidente del Consiglio non “consente”, perché le libertà costituzionali vengono prima di lei. Lei non le consente, le riconosce».

L’intemerata dell’ex Rottamatore andava ben oltre la mera questione confessionale ma, limitandoci a questo ambito, va precisato che lo Stato non ha alcuna giurisdizione in materia ecclesiastica. Un aspetto garantito dall’art. 1 del Concordato del 1929, e ribadito dall’art. 2 della sua revisione del 1984. I quali assicurano alla Santa Sede, come suo diritto nativo, la piena libertà di esercizio del suo Magistero e del suo Ministero.

Ministero che non si esaurisce con le pur importantissime opere di carità di cui si è (giustamente) vantato il cardinal Bassetti. E che non renderebbero la Chiesa cattolica diversa da una qualsiasi ong. Né si esaurisce con le nuove forme di preghiera (pur lodevoli, in epoca di emergenza coronavirus) a cui ha accennato il comunicato della Cei.

Se infatti è vero che la missione religiosa è anzitutto spirituale, essa si esprime primariamente nella celebrazione della Santa Messa e nell’amministrazione dei Sacramenti. Su cui nessuna autorità può interferire, essendo un reato punibile, in base all’art. 405 del Codice penale, con la reclusione fino a 2 anni.

La “religione laica” e la religione vera

Fase 2 e Messe, cioè, sono tutto fuorché inconciliabili, da qualsiasi prospettiva le si guardi. E, d’altronde, sarebbe paradossale che, con l’allentamento del lockdown, le restrizioni permanessero solo per ciò che più infiamma i cuori degli Italiani – oltre alla fede, il calcio.

A tal proposito, il Governo Conte-bis ha appena autorizzato la ripresa degli allenamenti individuali anche per gli sport di squadra. Il minimo che possa fare, quindi, è aprire in modo corrispondente anche nei riguardi del culto.

Dopotutto, si dice spesso che il calcio è una religione laica. A maggior ragione, allora, sarebbe lecito attendersi dai nostri governanti un occhio di riguardo verso la religione vera. Con buona pace, se occorresse, dell’ecclesialmente corretto tanto caro a certi Vescovi.

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Politica

Fase 2, il Premier Conte si autocelebra con un’informativa urgente

Il Capo del Governo in Parlamento per illustrare le misure economiche, ma anche il suo alleato Renzi ne ha abbastanza del “populismo”. E la Lega pretende risposte concrete per gli Italiani

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo a proposito dell’informativa urgente del bi-Premier Giuseppe Conte sulla ripresa delle attività economiche nella fase 2 dell’emergenza Covid-19. Detto che l’urgenza era dovuta all’eccessivo intervallo di tempo trascorso dall’ultima autocelebrazione, il candidato consideri che:

a) Giuseppe 1, affermando che «il primo Dl» sulle misure economiche rafforzerà «tutti i provvedimenti del Cura Italia», ha annunciato 25 miliardi di sostegno al lavoro. Tanto, qualsiasi numero moltiplicato per zero dà come risultato zero.

b) Ancora il fu Avvocato del popolo ha sottolineato che il suo piano prevede «misure impopolari, non è un programma elettorale destinato a raccogliere il consenso». Visti i risultati, può dormire sonni tranquilli: o meglio, stare sereno.

c) Inoltre, secondo Giuseppi è stato garantito il «bilanciamento di tutti gli interessi e i valori coinvolti, buona parte dei quali di rango costituzionale». Specifichiamo: i valori erano costituzionali, gli interessi suoi.

d) Sempre il Capo del Governo ha ammesso che «ci sono stati momenti in cui le nostre vene tremavano». Praticamente ogni volta che esternava il leader di Iv Matteo Renzi.

e) Proprio l’ex Rottamatore, rispondendo all’informativa urgente, ha avvisato il BisConte che, «se sceglierà la strada del populismo», Italia Viva non sarà «al suo fianco». Dove finora ha ricoperto il ruolo di spina.

f) Il segretario leghista Matteo Salvini ha assicurato che il Carroccio continuerà a occupare le Camere «sino a che non si daranno risposte concrete agli Italiani». Il picche dell’esecutivo rosso-giallo non era sufficiente?

Ciò posto, spieghi il candidato se, quando Giuseppe 2 ha chiesto alle banche «un atto d’amore» verso imprese e cittadini, intendeva che questi saranno presto sottoposti a una pratica sessuale, diciamo, a posteriori.

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