Vinitaly 2026, 90mila presenze a Verona: il vino italiano cambia passo

Vinitaly 2026 chiude con 90mila presenze da 135 Paesi: vino italiano, no e low alcol, enoturismo e nuove strategie per reagire al calo dei consumi
Di Marco Bordon
Calice bollicine

Camminando nei padiglioni di Veronafiere, in questa 58ª edizione di Vinitaly, si capisce subito che il vino italiano sta vivendo un passaggio delicato ma decisivo. I numeri raccontano una manifestazione solida, con 90mila presenze complessive e una quota internazionale del 26% da 135 Paesi, ma il dato più interessante è un altro: il salone non è stato soltanto una vetrina commerciale, è diventato il luogo in cui il settore prova a ridefinire sé stesso, il proprio pubblico e perfino il modo in cui viene percepito.

Vinitaly Verona rilancia il vino italiano oltre la sola vendita

Per anni Vinitaly è stato letto soprattutto come il termometro del mercato. Oggi questa chiave non basta più. A Verona si è vista un’Italia del vino che continua a vendere, certo, ma che sente l’urgenza di raccontarsi meglio, di difendere la propria reputazione e di allargare il perimetro dell’esperienza. Il punto è che il vino non è più soltanto prodotto, etichetta, prezzo. È linguaggio, identità territoriale, accoglienza, memoria agricola e visione industriale.

In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, costi più alti e flussi commerciali meno lineari, il comparto cerca dunque una strada nuova senza rinnegare le sue radici. È qui che Vinitaly ha mostrato la sua funzione più importante: mettere insieme aziende, operatori, compratori e pubblico in uno spazio dove non si difende soltanto il fatturato, ma un’intera idea di Made in Italy.

Calo dei consumi e nuove abitudini: perché il settore deve reagire

Il rallentamento dei consumi non nasce da una sola causa. Pesano il cambiamento demografico, l’aumento dei prezzi, la minore disponibilità di spesa e un rapporto diverso con l’alcol da parte delle generazioni più giovani. In Italia i consumatori di vino sono meno di 30 milioni e una quota ampia ne fa un uso saltuario. Questo dato dice molto: il vino resta presente nella vita degli italiani, ma con modalità più selettive, meno automatiche, più legate alle occasioni.

A questo si aggiunge un clima culturale più rigido, nel quale spesso il racconto pubblico dell’alcol tende a semplificare tutto, concentrandosi solo sugli eccessi. È un nodo che il settore sente con forza. Distinguere il consumo consapevole dall’abuso non è una formula di comodo, ma una necessità. Se il vino viene ridotto a un tema sanitario senza storia, senza paesaggio e senza educazione del gusto, il rischio è cancellare in un colpo solo secoli di cultura materiale italiana.

No e low alcol, a Verona il mercato che cresce e allarga il pubblico

Uno dei segnali più chiari emersi a Vinitaly 2026 arriva dall’area dedicata ai prodotti no e low alcol. L’interesse registrato nei giorni della fiera ha mostrato che non si tratta di una curiosità passeggera. È un segmento che oggi vale circa il 7% del mercato, ma che cresce perché intercetta esigenze nuove: chi guida, chi sceglie di non bere, chi vuole un consumo diverso, chi cerca un’esperienza sociale senza rinunciare al gusto.

Qui si gioca una parte importante del futuro. Slegarsi da alcuni automatismi del passato non significa tradire la tradizione. Significa, semmai, renderla più accessibile. Il vino e le bevande che ne reinterpretano il linguaggio devono imparare a parlare anche a chi finora è rimasto ai margini. In questa direzione, alcune proposte viste in fiera hanno mostrato personalità e pulizia aromatica interessanti, con referenze capaci di restituire freschezza, riconoscibilità e una piacevolezza tutt’altro che marginale.

Enoturismo e cantine ospitali: il vero valore aggiunto del vino

Il cambio di passo riguarda anche l’enoturismo. Non basta più aprire una cantina e aspettare visitatori. Oggi serve costruire un’esperienza completa, capace di trasformare il cliente in ospite. Significa curare accoglienza, narrazione, abbinamenti, tempi della visita, qualità dell’ambiente e legame con il territorio. Significa anche offrire alternative a chi accompagna, a chi non beve alcol, a chi cerca un racconto agricolo prima ancora che una degustazione.

Nel frattempo, questo modello può diventare una risposta concreta al calo dei consumi interni. Se si beve meno, bisogna bere meglio e far vivere di più il luogo da cui il vino nasce. L’Italia ha un vantaggio competitivo evidente: paesaggi, vitigni, cucina, borghi, manualità. Rafforzare questo sistema vuol dire dare respiro economico alle aziende e offrire un motivo in più per scegliere il vino italiano non solo sugli scaffali, ma sul posto, dentro i territori.

Eccellenze in degustazione: bollicine, rosati e identità di territorio

In una manifestazione così vasta, gli assaggi diventano inevitabilmente anche una bussola. Alcune etichette hanno lasciato un segno netto per coerenza stilistica e precisione espressiva. Sul versante delle bollicine Metodo Classico Franciacorta, si sono fatte notare interpretazioni di grande eleganza, con un Satèn di notevole finezza e un Rosé di bella tensione gustativa. Sul fronte Martinotti, i migliori Prosecco hanno confermato quanto questo mondo sappia unire immediatezza, pulizia e riconoscibilità.

Non è un dettaglio secondario. In tempi in cui il mercato chiede identità chiare, le cantine che riescono a tenere insieme qualità, leggibilità del prodotto e carattere territoriale sono quelle che possono reggere meglio la pressione del cambiamento. Il visitatore, oggi, non cerca soltanto un buon bicchiere. Cerca un vino che sappia dire da dove arriva e perché vale il viaggio.

Dopo Vinitaly 2026 resta una domanda: come difendere il futuro del calice italiano

A fiera finita, quando i corridoi si svuotano e le luci si abbassano, resta il bilancio vero. Vinitaly 2026 consegna al settore una fotografia meno celebrativa e più utile. Il vino italiano resiste, ma non può permettersi inerzie. Deve trovare nuovi sbocchi commerciali, allargare il pubblico, investire su accoglienza e formazione, presidiare il racconto pubblico con più forza e più chiarezza.

La buona notizia è che le risorse non mancano. Ci sono territori forti, aziende solide, marchi riconoscibili e una domanda internazionale che continua a guardare all’Italia con interesse. Però serve un cambio di mentalità: meno autosufficienza, più capacità di leggere il presente. Vinitaly, in questo senso, è sembrato il posto giusto per prendere atto che il vino non vive di nostalgia. Vive se riesce a farsi capire, desiderare e scegliere ancora, in Italia come all’estero.

Alcune delle foto del servizio sono di Jonathan Conti

 
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