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Politica

Roma, lo strano senso delle priorità del sindaco Raggi

All’atavica inefficienza di Ama e Atac si sono aggiunti lo smog e i guai giudiziari. Ma il primo cittadino pensa a pedonalizzare lo stradone di San Giovanni

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti il buongoverno di Roma operato dalla giunta grillina guidata da Virginia Raggi:

a) «Roma Lido: treni ogni 40 minuti, corse saltate e vagoni pieni. Venerdì da incubo» (Roma Today. A conferma che ATAC significa “arrivi tardi a casa”).

b) «Roma, stretta anti-smog, la frenata di Raggi: regole da rivedere» (Il Messaggero. La prossima volta toccherà alle flatulenze bovine).

c) «I rifiuti di Roma verso la discarica di Roccasecca: il sindaco minaccia il blocco dei tir» (Roma Today. O almeno il cambio del nome in Roccaindifferenziata).

d) «Stadio Roma, De Vito incastra la Raggi: sindaco parte civile e teste a difesa» (affaritaliani.it. Come se Virgy non fosse a suo agio con l’antinomia tra le proprie azioni).

Ciò posto, il candidato commenti quest’ultimo titolo, tratto da Roma Today, che fa capire alla perfezione quanto il Campidoglio abbia chiare le priorità dell’Urbe: «Gay street pedonale, il Comune di Roma ci riprova».

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cronaca

Salute, ecco perché sul coronavirus il Governo ha sbagliato tutto

Siamo il terzo Paese al mondo per numero di contagi, ma la maggioranza sembra più preoccupata di Salvini che dell’emergenza: e le misure che ha preso sono inutili o tardive

Mirko Ciminiello

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

Su una cosa il bi-Premier Giuseppe Conte ha certamente ragione: l’aumento dei casi di coronavirus accertati in Italia è dovuto anche al maggior numero di controlli eseguiti negli ultimi giorni.

Statisticamente non c’è nulla di anomalo, il che rende ancora più inquietante il fatto che Giuseppi abbia ammesso di essere «rimasto sorpreso dall’esplosione del numero di casi»: soprattutto se si pensa che neanche un mese fa sosteneva che «i cittadini italiani devono stare sereni e tranquilli» – a conferma di quanto sia deleteria l’espressione “stai sereno”.

Il vero problema, comunque, – ed è un problema piuttosto serio – è che sulla crisi da COVID-19 il Governo non ha azzeccato una singola mossa. E l’aggravante è che non sembra neppure rendersene conto.

«Siamo il primo Paese in Europa che ha deciso controlli più rigorosi e accurati e sin dall’inizio abbiamo optato per la linea di massima precauzione e rigore» si è vantato in televisione l’ex Avvocato del popolo. Considerato che siamo la terza Nazione al mondo come numero di contagi, dietro alle sole Cina e Corea del Sud, e che in brevissimo tempo la conta dei morti è già salita a sette, viene da chiedersi che sarebbe successo con delle misure appena meno efficaci.

Peraltro, il provvedimento tanto sbandierato dal Presidente del Consiglio è il blocco dei voli da e per la Cina deciso a fine gennaio. Una decisione che, oltre ad aver quasi causato una crisi diplomatica con Pechino, era non solo inutile, ma addirittura dannosa: inutile perché non teneva conto del fatto che esistono gli scali intermedi (e anche altri mezzi di trasporto, come le navi), dannosa perché ha impedito controlli davvero “rigorosi e accurati” sui passeggeri che provenivano effettivamente dalla Cina, e che eventualmente si sarebbero potuti porre in quarantena.

Poi, certo, resta la questione primigenia che quest’ultima parola sembra dare l’orticaria alle forze di maggioranza, a meno che non abbia connotazioni autoctone: come gli undici comuni del Lodigiano isolati in seguito al ricovero dell’ormai famigerato “paziente uno”, che poi è una decisione altrettanto inutile perché si chiude la stalla quando i buoi sono scappati da un pezzo – usufruendo oltretutto dei vantaggi della modernità globalizzata che però, nell’occasione specifica, rappresentano un tragico rovescio della medaglia (nel tanto vituperato Medioevo, per dire, le pandemie erano molto più rare perché le distanze erano più ristrette e venivano percorse in tempi decisamente maggiori).

Quando però si faceva notare, per esempio, che pure i barconi delle ong rappresentano potenzialmente un rischio per la salute pubblica (tralasciando, cioè, le implicazioni sulla sicurezza), ecco che pavlovianamente rispuntavano i deliri: anche istituzionali, se si pensa che il Governatore dem della Toscana Enrico Rossi ha liquidato il virologo Roberto Burioni con un surreale «chi ci attacca o non è informato o è un fascioleghista».

In realtà nemmeno questa è una grande sorpresa, visto che a livello ancora più alto si sono paragonati i cosiddetti populismi ai discorsi che «seminavano paura e odio» negli anni ’30. Il che fa quasi il paio con le amenità dei social che fino a qualche giorno fa farneticavano che il vero virus è la xenofobia, salvo scoprire improvvisamente che il vero virus, ops, è tautologicamente proprio il virus.

Da una parte, infatti, c’è l’ideologia, dall’altra ci sono la scienza e il buonsenso che, udite udite, non hanno colore politico e possono quindi essere rappresentate perfino da Matteo Salvini. Tanto è vero che, per esempio, i sindaci di Ischia hanno vietato l’approdo a chi arriva dalla Lombardia e dal Veneto (ordinanza poi annullata dalla Prefettura): cosa sarebbe, razzismo nei confronti dei lombardo-veneti? Ugualmente, il Governatore della Basilicata Vito Bardi ha imposto la quarantena obbligatoria per chi viene da Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria: sarebbe discriminazione nei confronti dei nordici? O non sarà che la salute è appena appena più importante delle ossessioni antirazziste degli antropologicamente superiori?

Ultimo appunto: qualche giorno fa l’esecutivo rosso-giallo ha emanato un Decreto legge per stanziare l’iperbolica cifra di 20 milioni di euro da destinare all’emergenza. Il che fa capire perfettamente il senso della nomina dell’attuale Ministro della Salute: così almeno al Governo c’è Speranza.

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Politica

Roma, via alla campagna elettorale: tutti i nomi per il Campidoglio

A un anno dalle amministrative, il centro-destra non si sbilancia e il Pd punta su un candidato forte (Calenda o Letta?). E nel M5S si discute di un bis della Raggi

Mirko Ciminiello

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Foto dalla pagina Facebook di Virginia Raggi

La campagna elettorale per le prossime Comunali di Roma è ufficialmente entrata nel vivo. Il che suona un po’ paradossale, se si pensa che, salvo interruzioni anticipate della consiliatura, al voto manca ancora più di un anno.

Eppure, sarà perché di anticipato, alla Laura Pausini, c’è già la primavera, o più prosaicamente per l’importanza (è il caso di dirlo) capitale che riveste politicamente una vittoria nell’Urbe, le grandi manovre sono già scattate: in tutti i partiti, nessuno escluso.

A partire da quel M5S che già ora governa la Città Eterna con Virginia Raggi, di cui è improvvisamente diventata d’attualità una possibile ricandidatura: forte (si fa per dire) anche di un recente sondaggio in base al quale il sindaco uscente verrebbe confermata dal 21% degli intervistati, percentuale che per i grillini equivale a «una parte consistente dei cittadini romani».

La diretta interessata, comunque, per il momento nicchia, affermando di voler lavorare per i cittadini: «Io penso a sbloccare i cantieri e attrarre investimenti a Roma» ha scritto via social, lanciando una frecciata a «chi ama parlare di poltrone, alleanze di partito e giochi di palazzo».

In molti vi hanno letto un riferimento, neanche tanto velato, all’arcinemica compagna di partito Roberta Lombardi, che in un’intervista ha escluso categoricamente la possibilità di un Virgy-bis: «Le regole del M5s parlano di due mandati e la Raggi è arrivata alla fine del secondo», essendo stata anche consigliere di opposizione quando il primo cittadino era Ignazio Marino.

La capogruppo pentastellata in Regione Lazio ha anche sottolineato la necessità di proseguire lungo la rotta tracciata dall’attuale giunta: obiettivo possibile solo se si «riesce a chiamare a raccolta tutte le forze civiche e politiche della Capitale disposte a raccogliere questa sfida e a lavorare sui temi. Dobbiamo essere in grado di coinvolgere tutti». Compreso, cioè, il Pd, verso cui finora non c’era mai stata alcuna apertura.

I dem, dal canto loro, non intendono farsi trovare impreparati, e stanno sondando il terreno per tornare ad avere una candidatura di alto profilo (precisazione che farà molto piacere a Roberto Giachetti, che nel 2016 perse il Campidoglio al ballottaggio): i nomi che circolano con maggior insistenza sono quelli di Carlo Calenda ed Enrico Letta, che probabilmente otterrebbe anche l’effetto secondario di far uscire dai gangheri il leader di Iv Matteo Renzi. Si chiama eterogenesi dei fini o, soprattutto nel caso di appelli all’ex Rottamatore a stare sereno, crudele ironia.

Che poi in via del Nazareno abbiano un’attenzione particolare per le dinamiche capitoline lo dimostra anche il fatto che a correre per le elezioni suppletive del 1° marzo nel collegio Roma 1 per la Camera sarà il Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri: che però è appena incappato in un’epic fail, definendo Roma sottofinanziata e probabilmente scordandosi che è lui, in quanto Ministro dell’Economia, a gestire i fondi di cui, per sua stessa ammissione, la città ha bisogno.

Infine c’è lo schieramento di centro-destra, sempre più trainato dalla Lega di Matteo Salvini che vede la possibilità concreta di espugnare Palazzo Senatorio. Il Capitano è sceso in campo al Palazzo dei Congressi senza però sbilanciarsi sui nomi, da decidere dopo il programma: anche se rumours raccontano di frizioni con FdI che, sulla base del maggior radicamento al sud, si sentirebbe in diritto di esprimere il candidato dell’intera coalizione.

Il dado, insomma, inizia a trarsi, e la Capitale osserva interessata quella che si preannuncia come una cavalcata lunghissima. «Forza e onore» direbbe probabilmente il Gladiatore – quello per eccellenza.

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Politica

Roma, Lombardi: “No a ricandidatura Raggi, alleanza M5S-Pd sfida da raccogliere”

Francesco Vergovich

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Roberta Lombardi, M5S

Nell’intervista alla capogruppo alla Camera e attualmente in Regione Lazio del M5S, riportata questa mattina, 21 febbraio su “Il Messaggero” si esprime senza mezze parole in merito ad una ricandidatura del sindaco Raggi. La prima motivazione per cui non sosterebbe la Raggi per una seconda ricandidatura è che le regole del Movimento parlano di due mandati, afferma Lombardi. 

Ma aggiunge che occorre però capire come “far crescere i semi piantati in questa prima consiliatura 5stelle”. Secondo la Lombardi la nuova ricetta politica per Roma potrebbe essere quella di un accordo M5S con il Pd: “Il M5S può riuscirci solo se riesce a chiamare a raccolta tutte quelle forze civiche e politiche della Capitale disposte a raccogliere questa sfida e a lavorare sui temi. Dobbiamo essere in grado di coinvolgere tutti”. 

La parola d’ordine, ‘collaborazione’: “Io voglio collaborare anche a livello regionale e comunale con tutte quelle forze politiche con cui si può costruire un programma comune” e che “Il Governo, a prescindere da quale sia l’appartenenza politica di chi sposa il progetto 5stelle, deve esistere finché per noi c’è una maggioranza parlamentare che ci permetta di fare cose utili per il paese“. Insomma, non importa con chi, purché si faccia ciò che i 5stelle ritengono utile e concreto per l’Italia. 

I “due Matteo”, Renzi e Salvini, accusati di seguire l’obiettivo contrario a quello del Movimento: “L’unico dato politico che ormai emerge dalle mosse di Renzi è il mero egocentrismo fine a se stesso. Questo paese da anni è in balia dell’ego ipertrofico di due Matteo: in cinque lettere un concentrato di egotismo incurante delle condizioni in cui è ridotto il paese”. 

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Politica

Governo, la pistola scarica di Renzi ricarica il Premier Conte

Il temuto annuncio shock del Rottamatore è un appello a fare le riforme tutti insieme, accolto con freddezza. E l’Avvocato del popolo gli ruba i riflettori: “Cura da cavallo per la crescita”

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Adnkronos

La vera notizia è che, per una volta, il bi-Premier Giuseppe Conte ha rubato la scena a Matteo Renzi. Non solo: lo ha fatto con una dichiarazione laconica e senza fronzoli – vale a dire con uno stile inversamente proporzionale alla logorrea del leader di Italia Viva. «Mi prenderò qualche giorno per poi lanciare una cura da cavallo per il sistema Italia. Siamo in emergenza, e dobbiamo tutti lavorare».

Che fosse o meno una sorta di spot, non si può certo dar torto al Presidente del Consiglio quando definisce la crescita la vera priorità dell’esecutivo rosso-giallo. Non a caso, il tema ha subito acceso il dibattito.

Per esempio, il Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri – che è anche il candidato del centro-sinistra alle elezioni suppletive del prossimo 1° marzo per il seggio del collegio Roma 1 della Camera – ha sottolineato che «l’Italia come Paese europeo non è in grado di esercitare il proprio ruolo se non ha una Capitale all’altezza», aggiungendo che oggi l’Urbe è «sottofinanziata». Diagnosi impeccabile: chissà che ne pensa il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri…

In ogni caso, la reazione più attesa era, come sempre in quest’ultimo periodo, quella dell’ex Rottamatore: il quale, intervenendo a Porta a Porta, non si è fatto pregare, e ha sfidato il fu Avvocato del popolo a iniziare la succitata cura da cavallo «abolendo il Reddito di cittadinanza che è un fallimento» e sbloccando cantieri e opere pubbliche.

Va da sé che l’ex Premier parlava a nuora (il Premier in carica) perché suocera (il M5S) intendesse. È infatti al MoVimento, as usual, che il senatore di Rignano ha riservato le maggiori stoccate. A partire da quel «non voglio morire grillino» che serviva anche a marcare ulteriormente la distanza con la madrepatria, quel Pd accusato una volta di più di essersi messo al traino del giustizialismo pentastellato.

Ed è proprio su questi temi, e in particolare – di nuovo – sulla legge Bonafede, che l’altro Matteo ha attaccato più duramente. «Penso proprio che se non si troverà un accordo entro Pasqua sulla giustizia chiederemo la sfiducia individuale per il Ministro della Giustizia». E, per far capire l’antifona, Iv ha votato nuovamente con l’opposizione, in Commissione giustizia alla Camera, per bloccare la riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede che annulla la prescrizione.

In realtà, a furia di annunci e minacce la pistola dell’ex Capo del Governo appare un po’ scarica: però ha ottenuto l’effetto di provocare un’ennesima crisi di nervi ai dem, la cui pazienza, hanno detto da via del Nazareno, «è giunta a un limite». Con il segretario Nicola Zingaretti che ha parlato di «chiacchiericcio insopportabile» e il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che, citando Esopo, ha paragonato Renzi allo scorpione che uccide la rana che lo sta traghettando in mezzo a un fiume – così come il senatore fiorentino andrebbe a fondo con tutto il Governo Conte-bis – perché è la sua natura. Muoia Sansone con tutti i Filistei.

In realtà, l’ex Rottamatore si è detto convinto che anche in caso di sfiducia verso Bonafede non ci sarebbero conseguenze per l’esecutivo: e, se anche fosse, difficilmente si potrebbe votare prima del 2021 «per un impedimento tecnico», che per gli amici sarebbe la Legge di Bilancio.

Dopodiché, il cuore del preconizzato nunzio «che può avere un senso per il prosieguo della legislatura» è stato un appello a tutte le forze politiche a varare «l’elezione diretta del Presidente del Consiglio» sulla base del modello di scelta dei sindaci. Ipotesi che ha lasciato freddi praticamente tutti i partiti, con la sola (parziale) eccezione di Forza Italia.

Insomma, sempre per citare Esopo, la montagna-Renzi ha partorito un topolino, facendo tirare un sospiro di sollievo alla maggioranza rosso-gialla. 1 a 1, quindi, e palla al centro.

Perché Italia Viva aveva già segnato in precedenza col fallimento del tentativo della maggioranza di trovare dei voltagabbana che puntellassero le poltrone dell’esecutivo. «Ci hanno provato. Non ce l’hanno fatta, ma ci hanno provato raccogliendo i senatori responsabili. Ma se lo vogliono fare, perché il Presidente del Consiglio o qualche suo collaboratore non ci vuole, è loro diritto provarci. La prossima volta farebbero meglio a riuscirci» ha sibilato l’altro Matteo.

In effetti, il BisConte aveva già smentito queste voci, ma a pensar male… resta poi lecito ipotizzare che, al risveglio, Giuseppi si chieda subito cosa aver pensato nel frattempo il leader dell’opposizione intergovernativa.

Il quale, dal salotto più famoso della televisione italiana, qualche indiscreto indizio lo ha cautamente lanciato. A partire dal «non voglio diventare la sesta stella». Tutto il resto è noia.

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Cronaca

Roma, il Raggi-ro: con i guai delle linee esistenti, il sindaco vuole la Metro D

L’annuncio “elettorale” dell’assessore ai Trasporti Calabrese: ma, secondo un sondaggio, per i Romani sarebbe meglio sistemare gli attuali disservizi di Atac

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto da Il Messaggero

Tenetevi forte e trattenete il respiro: Roma avrà la Metro D. L’annuncio, almeno a livello di intenzioni, è arrivato direttamente dall’assessore capitolino ai Trasporti Pietro Calabrese, secondo cui l’apposita delibera «passerà in giunta e poi al vaglio degli uffici».

Sembra uno scherzo o una battuta – e non si può escludere che in qualche misura lo sia per davvero: perché i disservizi attuali di Atac, l’azienda che gestisce i trasporti pubblici della Città Eterna, sono sotto gli occhi di tutti, turisti e residenti che quotidianamente oppongono la tipica ironia romana ai disagi dell’Urbe.

Si è ormai fatta l’abitudine a ritardi cronici, guasti e perfino incendi di mezzi pubblici: nonché agli scioperi senza fine, come quello di 24 ore del prossimo lunedì 24 febbraio, indetto dal sindacato Fast Confsal col rispetto delle consuete fasce di garanzia (dall’inizio del servizio fino alle 8,30 e dalle 17 alle 20).

E queste piccole disfunzioni si vanno ad aggiungere a problematiche inveterate quali, per restare soltanto alla metropolitana, le chiusure delle stazioni, che oltretutto fanno a turno garantendo ogni volta delle sorprese: al momento, per dire, tocca a Cornelia, sulla linea A, sbarrata per la revisione ventennale di scale mobili e ascensori – che speriamo venga effettuata con maggiore efficienza rispetto alla vicina Baldo degli Ubaldi, dove i vari elevatori continuano a bloccarsi più o meno con la stessa frequenza antecedente alla manutenzione.

La vera barzelletta della Città Eterna, però, resta Barberini, sempre sulla linea A: chiusa il 23 marzo 2019 a causa di un cedimento delle scale mobili che per puro caso non ha provocato feriti, è stata riaperta a inizio mese (ma solo in uscita) perché, come acutamente argomentato dal sindaco Virginia Raggi, «un anno di lavori per riaprire una fermata della metropolitana è davvero troppo». Non sia mai che il suo fulgente prestigio ne risulti offuscato.

Del resto, è possibile – se non probabile – che anche il proclama relativo alla Metro D, che dovrebbe andare dall’Eur a Montesacro, sia un tentativo di riguadagnare il consenso da tempo evaporato. Una mossa che però non tiene conto del fatto che i Romani, come da un recente sondaggio, preferirebbero piuttosto che funzionassero le linee attuali. Ma tanto si sa che Virgy andrebbe comunque per la sua strada (e senza prendere mezzi pubblici, lei), come per i risibili progetti della funivia e dei bus elettrici.

D’altronde, un autore come l’americano John Gray lo aveva intuito quasi tre decadi or sono. E a un sindaco marziano come Ignazio Marino non poteva che subentrare una prima cittadina venusiana.

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Politica

Governo, l’editto himalayano di Renzi sul Premier Conte

Fallito il tentativo di sostituire Iv con i “responsabili”, l’ex Rottamatore esclude nuove elezioni, ma non un nuovo esecutivo: Conte può proprio stare sereno

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

L’aria dell’Himalaya deve aver fatto bene al leader di Iv Matteo Renzi, che anche da quota 4.000 metri non ha perso il gusto per i social, mostrando però per l’occasione il suo lato zen in salsa battiatesca: «Ci sono momenti in cui è bello riscoprirsi a riflettere» ha filosofeggiato via Facebook. «E quassù non ci sono polemiche ma solo tanta bellezza».

Va da sé che il solo accenno alla mancanza di polemiche è esso stesso un polemizzare, ma forse il gusto è diverso in mezzo alla natura incontaminata. Per un po’, almeno. Perché neanche le vette del Pakistan hanno potuto spegnere la verve dell’ex Rottamatore, che stava già predisponendo un’e-news straordinaria. E non è un mistero che il rinvigorimento e la serenità dell’ex Premier siano inversamente proporzionali a quelli del (bi-)Premier in carica, Giuseppe Conte.

«Nessuno di noi ha detto che vogliamo sfiduciare Conte» ha scritto il senatore di Rignano, prima però di precisare che sulla riforma della prescrizione targata Alfonso Bonafede «non torniamo indietro» e «faremo valere i nostri numeri». Il bastone e la carota. Probabilmente, un esplicito bacio della morte sarebbe stato meno inquietante per Giuseppi.

Del resto, il fondatore di Italia Viva non ha escluso (quasi) niente: «Se cade il Governo Conte Bis, ci sarà un nuovo Governo. Non le elezioni». Un esecutivo che dovrebbe durare per il resto della legislatura perché, escludendo il blocco sovranista, nessuno vuole andare a votare: troppo forte il rischio di vedere decimate le pattuglie degli onorevoli, soprattutto dopo che – come sembra scontato – il referendum del 29 marzo avrà fatto scattare il taglio dei parlamentari.

L’aspetto paradossale è che gli altri tre quarti dell’attuale maggioranza rosso-gialla sembrano pensarla in modo esattamente uguale e contrario: con Goffredo Bettini, lo spin doctor del segretario dem Nicola Zingaretti, che nei giorni scorsi ha esplicitamente esortato gli alleati ad adoperarsi per individuare, sia nelle fila dell’opposizione che in quelle della stessa Iv, dei senatori “responsabili” o “democratici” disposti a sostenere il BisConte.

Operazione (che curiosamente, con una diversa situazione politica, sarebbe stata di certo qualificata con termini molto meno nobili) che, almeno per il momento, è miseramente fallita, come l’altro Matteo non ha mancato di sottolineare trattenendo a stento il gongolamento. Il che, come già prefigurato da fonti di Italia Viva, lascerebbe al fu Avvocato del popolo «solo due strade: o un accordo con quel Renzi che fino ad oggi è stato attaccato dalle veline di Chigi e direttamente dal Premier o le dimissioni».

Le cose, naturalmente, non sono così semplici, come dimostrano le altre veline, quelle sul fantomatico Conte ter che hanno fatto infuriare anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, costretto a smentire con una nota le ricostruzioni che attribuivano «abusivamente intenzioni al Capo dello Stato riguardo alla situazione politica»: e che, secondo il deputato renziano Michele Anzaldi, provenivano direttamente dal portavoce del Presidente del Consiglio in quota pentastellata Rocco Casalino.

Accusa che ben presto si è trasformata nell’ennesimo motivo di attrito tra i rispettivi partiti, già da tempo ai ferri corti sulla legge Bonafede. E non è stato nemmeno l’ultimo fronte aperto. A stretto giro di posta, infatti, la diatriba si è spostata sui Decreti sicurezza che portano la firma dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini: che Italia Viva, in questo spalleggiata da Pd e LeU, vorrebbe smantellare, incontrando però le resistenze (nemmeno troppo forti, a dire il vero) del M5S.

La situazione, insomma, continua a essere fluida, e l’unica certezza è che non vi sono certezze – tranne una: una frase che probabilmente il Capo del Governo farebbe bene a ripetersi mentre la sua mente si interroga sulle strategie elaborate fra i monti imbiancati dalle nevi perenni. Timeo Danaos et dona ferentes. Che, attualizzata, si potrebbe tradurre “temo Renzi anche quando porta dei doni”. Giuseppe stai sereno.

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Politica

Governo, alla ricerca dei “responsabili”: che un tempo…

Il Pd vuole rimpiazzare Iv con parlamentari “democratici” che sostengano Conte: ma, quando era all’opposizione di Berlusconi, parlava di corruzione e mercato delle vacche

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni inerenti la possibile crisi del Governo Berlusconi IV (che per la cronaca resta l’ultimo esecutivo votato dal popolo in teoria sovrano), risolta poi con l’appoggio di transfughi quali gli ormai antonomasici Razzi e Scilipoti:

a) «La compravendita dei parlamentari è corruzione» (l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, 28 settembre 2010).

b) «Le notizie di compravendita di deputati da parte della maggioranza fanno pensare non solo a uno scandalo ma addirittura a un reato di corruzione» (ancora Pier Luigi Bersani, 9 dicembre 2010).

c) «Fiducia: peggio di Tangentopoli» (Famiglia Cristiana, 9 dicembre 2010).

d) «Scandalo in Parlamento» (Massimo Giannini, La Repubblica, 11 dicembre 2010).

e) «Libero voto in libero mercato» (L’Unità, 11 dicembre 2010).

f) «Comunque vadano le votazioni, questa crisi sarà certificata. O pensano di risolverla con la compravendita di qualche voto, con pratiche vergognose che fanno arrossire l’Italia davanti a tutte le democrazie del mondo? Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna!» (sempre Pier Luigi Bersani, 11 dicembre 2010).

g) «L’immoralità del mercato in Parlamento» (Raffaele Cantone, Il Mattino, 13 dicembre 2010).

h) «Ha vinto l’Italia peggiore» (Antonio Padellaro, Il Fatto quotidiano, 14 dicembre 2010).

i) «Il silenzio della democrazia» (Stefano Rodotà, La Repubblica, 14 dicembre 2010).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da paragoni facciali dalla bizzarra rima con “mulo”, la seguente dichiarazione rilasciata via Facebook il 16 febbraio 2020 da Goffredo Bettini, consigliere e spin doctor dell’attuale segretario dem Nicola Zingaretti: «C’è invece la possibilità, certamente allo stato attuale tutta da costruire, di sostituire Italia Viva con parlamentari democratici (in quanto non sovranisti, illiberali e autoritari) pronti a collaborare con Conte fino alla fine della legislatura. Penso anche che, in questo scenario, nel Parlamento si aprirebbe una riflessione perfino nel gruppo renziano. Si deve lavorare subito, dunque, per allargare la maggioranza che sostiene il premier rendendo scarica la minaccia della crisi».

Il candidato potrà avvalersi anche delle seguenti lepidezze vergate il 19 marzo 2013 da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano:

1) «Per vent’anni, se uno passava da destra a sinistra era un “ribaltonista”, mentre se passava da sinistra a destra era un “responsabile”».

2) «Quando B. avvicinava uno a uno gli oppositori per portarli con sé, era “mercato delle vacche”, “compravendita”, “voto di scambio”. Se Bersani sguinzaglia gli sherpa ad avvicinare i grillini uno a uno, è “scouting” e odora di lavanda».

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Politica

Governo, il muro contro muro Conte-Renzi preoccupa Mattarella

Sulla prescrizione rischio “crisi di San Valentino”. Il Premier: “Iv chiarisca, se sfiducia Bonafede traggo conseguenze”. L’ex Rottamatore: “Che fai, ci cacci?”

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

Il senso della gravità del momento lo ha dato un retroscena del Corsera sulla telefonata intercorsa tra il bi-Premier Giuseppe Conte e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: che avrebbe condiviso con l’ex Avvocato del popolo la preoccupazione per «la forte destabilizzazione del Governo» causata dai continui affondi di Italia Viva sul tema della riforma della prescrizione. Fibrillazioni che hanno portato più di un elemento dell’attuale maggioranza rosso-gialla a evocare la crisi (di San Valentino) con conseguente ritorno alle urne.

E tuttavia, a ennesima riprova che, come argutamente sentenziato in tempi non sospetti da Ennio Flaiano, «la situazione politica in Italia è grave ma non è seria», la drammaticità degli eventi viene sistematicamente stemperata dalla vena istrionica dei protagonisti. A partire dai sobri ragionamenti del Presidente del Consiglio che, con l’aplomb tipico della carica che ricopre, ha fatto sottilmente intendere di considerare quello di Iv un atteggiamento «surreale e paradossale», che ci si «aspetterebbe da un partito di opposizione che fa un’opposizione aggressiva e anche un po’ maleducata».

Il Capo del Governo parlava dopo l’annuncio autoreferenziale che i Ministri renziani avrebbero disertato il Cdm destinato ad approvare la riforma del processo penale, contenente anche l’ormai famigerato lodo Conte-bis (che non prende il nome da Giuseppi, bensì dal suo omonimo deputato di LeU Federico). Assenza ingiustificata, secondo il BisConte, che ha morigeratamente affermato che «Iv debba darci un chiarimento, ma non a me, a tutti gli Italiani. I ricatti non sono accettati da nessuno».

A stretto giro di posta era arrivata l‘altrettanto condiscendente replica di Matteo Renzi, di cui si può immaginare la fatica nel doversi sottrarre ai proverbiali silenzi: «Il Presidente del Consiglio non può dire “assenza ingiustificata”. Perché non è il preside di una scuola». Poi la stoccata: «Tu puoi cambiare maggioranza, caro Presidente del Consiglio. Sai come farlo, perché lo hai già fatto», e noi «ti daremo una mano».

Concetto ribadito qualche ora dopo a mezzo social: «Se il Premier vuole cacciarci, faccia pure: è un suo diritto! E Conte è il massimo esperto nel cambiare maggioranze. Se invece vogliono noi, devono prendersi anche le nostre idee. Alleati, non sudditi». La riedizione, a distanza di un decennio, del celebre “Che fai, mi cacci?” di finiana memoria.

All’interno di questo amabile idillio, comunque, l’ex Rottamatore ha chiarito, rivolgendoglisi direttamente, che il suo obiettivo non è il Premier: «Noi non ti abbiamo chiesto di aprire la crisi, ti abbiamo chiesto: apri i cantieri, sblocca le infrastrutture». E vanno forse in questa direzione anche le dichiarazioni di non meglio precisate “fonti renziane di primo piano” secondo cui Italia Viva sarebbe disposta a votare la riforma del processo penale anche con la fiducia.

Alla carota, però, è stato lo stesso senatore di Rignano ad alternare il bastone, forte anche di un recente sondaggio secondo cui il suo punto di vista è condiviso da oltre il 50% degli Italiani: «La posizione del lodo Conte è incostituzionale secondo i principali esperti» la sua argomentazione. «Questa per noi è una battaglia culturale. Non molleremo di un solo centimetro. Il Pd ha scelto di seguire i grillini, noi abbiamo scelto di seguire le persone competenti: avvocati, magistrati, esperti della materia».

Per Iv è incomprensibile il fatto che il Partito Democratico difenda la legge Bonafede anziché tornare alla precedente, firmata dall’allora Guardasigilli – e attuale vicesegretario dem – Andrea Orlando. Tanto che Renzi ha ironizzato: «Ho come l’impressione che i riformisti del Pd non abbiano compreso che cosa ci sia scritto dentro il Lodo Conte. Appena lo leggeranno e lo capiranno ci sarà da divertirsi».

Chi si divertirà meno è il Ministro della Giustizia corrente, il pentastellato Alfonso Bonafede, per cui i renziani hanno già pronta una mozione di sfiducia individuale che potrebbe anche essere anticipata, rispetto al periodo aprilino originariamente indicato, a metà marzo (guarda caso, appena prima del referendum sul taglio dei parlamentari). «Sarebbe qualcosa di illogico e irrazionale, ma ne trarrei le conseguenze» ha sibilato preventivamente Giuseppi.

Un’ipotesi che, in ogni caso, non spaventa l’ex Rottamatore, secondo cui «ci sono tre possibilità: la prima è che il Governo si metta a lavorare e vada avanti, la seconda è che il Governo apra la crisi e ci sarà un altro Governo ancora e la terza è che si vada a votare. Io sono disponibile a tutte e tre». E forse anche per questo sembra che Conte abbia ammesso con Mattarella che «la rottura è a un passo».

In tutto questo bailamme, è forse utile notare che lo spread – il differenziale con il rendimento dei titoli di Stato tedeschi, nonché spauracchio ancestrale degli antropologicamente superiori – si sta mantenendo costantemente attorno ai 130 punti base, ai minimi dal maggio 2018: e anche questo è un segnale. Per il Capo dello Stato, almeno.

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Politica

Riforma prescrizione, tra Conte e Renzi è scontro al calor bianco

Iv diserta il Cdm sulla giustizia, ira del Premier: “Non accettiamo ricatti”. L’ex Rottamatore: “Se vuole cambiare maggioranza gli do una mano”. Crisi imminente?

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede e Matteo Renzi. Foto dal sito de Il Fogliettone

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli inerenti il nuovo capitolo dello scontro tra i renziani di Italia Viva e il trittico M5S-Pd-LeU a proposito della riforma della prescrizione messa a punto dal Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, anche nota per gli amici come “fine processo mai”:

a) «Prescrizione, le ministre di Italia Viva disertano il consiglio dei ministri. Orlando: in caso di crisi ci sono le elezioni» (La Repubblica. Minaccia che forse sarebbe più efficace se il Pd non avesse detto la stessa cosa dopo le dimissioni del Governo Conte semel).

b) «Conte: “Italia viva fa opposizione maleducata. Non accettiamo ricatti”. Renzi: “Vuole cambiare maggioranza? Lo faccia”. Telefonata premier-Quirinale» (Il Fatto Quotidiano. Si sente proprio l’aria di San Valentino).

c) «A un solo voto dall’incidente» (Huffington Post, che nel sottotitolo aggiunge: «Continua la battaglia sulla prescrizione. Le ministre renziane disertano il Cdm. In commissione Giustizia Iv vota ancora con l’opposizione, crisi sfiorata di un soffio». A quella di nervi invece ci siamo arrivati da un pezzo).

d) «Teresa Bellanova e Bonetti disertano il Cdm sul lodo Conte-bis, verso la crisi. Il Pd: “Come Bertinotti”» (Libero. Curiosa questa evoluzione degli insulti in via del Nazareno).

e) «Prescrizione, il governo si arrende. Le ministre di Italia Viva non vanno in Cdm» (La Stampa. Ormai lo abbiamo scritto talmente tante volte che sono diventate delle ministre riscaldate).

f) «Prescrizione, Italia Viva rompe: pronto a disertare il Cdm» (Il Giornale. Probabilmente, dal punto di vista di Giuseppi non c’era bisogno di proseguire oltre la prima frase).

g) «Prescrizione, Bonafede: “Italia Viva diserta il Cdm? Eh vabbè”» (it. Certo che una tale dichiarazione da statista fa rivalutare lo sprezzante «ex DJ» rivoltogli dal fu Rottamatore a livelli da Nobel per la Letteratura).

Ciò posto, il candidato commenti, evitando per quanto possibile di mettersi le mani nei capelli, la seguente dichiarazione del segretario dem Nicola Zingaretti, secondo cui non vi sono «elementi per dire che siamo in presenza o alla vigilia di una crisi».

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Politica

Processo Salvini, via libera del Senato: che consegna ai giudici le chiavi della democrazia

Sul caso Gregoretti la maggioranza vota per mandare alla sbarra il leader dell’opposizione: una scelta miope che distrugge la separazione dei poteri e rende la magistratura padrona della politica

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de La Repubblica

«Siamo al crepuscolo della democrazia». Così, citando Montesquieu, Giulia Bongiorno, senatrice leghista e legale del segretario del Carroccio Matteo Salvini, ha arringato i colleghi di Palazzo Madama durante il dibattito sul caso Gregoretti. Una discussione che, era il ragionamento, va ben oltre la circostanza contingente della richiesta, da parte del Tribunale dei Ministri di Catania, di processare l’ex titolare del Viminale per sequestro di persona in relazione ai 131 migranti che, lo scorso luglio, furono trattenuti sulla nave della Marina Militare italiana per tre giorni.

«Qui da una parte abbiamo un Ministro, dall’altra il potere giudiziario che lo vuole processare. La legge però dice che i giudici siamo noi senatori, se non lo capiamo non capiamo nulla» ha tuonato la Bongiorno, aggiungendo che «da un po’ di tempo il Parlamento sta scappando da alcune sue responsabilità, quasi che ci vergognassimo delle nostre funzioni. Stiamo svuotando di valore le nostre funzioni».

L’appello, com’era prevedibile, è caduto nel vuoto. Troppo forte, per la maggioranza rosso-gialla, la tentazione di provare ancora una volta a «eliminare il suo avversario per via giudiziaria», come da stoccata del Capitano: e del resto, Oscar Wilde sosteneva che «l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi».

Via dunque l’ipocrita maschera da garantisti un tanto al chilo che, per esempio, il segretario dem Nicola Zingaretti aveva indossato un mese fa affermando che «gli avversari politici si sconfiggono con la politica e non con le manette». O quella del leader di Italia Viva Matteo Renzi, che sulla riforma della prescrizione continua ad accusare il Pd di piegarsi al giustizialismo grillino, salvo poi votare a sua volta per mandare in tribunale l’ex Ministro dell’Interno «anche se fatico a vedere un reato» ha precisato.

Sta tutta qui la differenza antropologica e culturale tra i protagonisti. «Gli avversari si battono, in democrazia, alle urne e non nelle aule dei tribunali. Questo insegna la nostra storia e la storia della democrazia» ha ricordato Salvini. «Io mai nella vita chiederò che siano i giudici a giudicare Conte, Zingaretti o Di Maio. Il giudizio che conta è quello del popolo».

È vero, lo stesso leader leghista aveva chiesto di essere processato. Lo ha ribadito in Senato, dopo aver precisato di aver agito per difendere la Patria: sono stufo «di impegnare quest’Aula con il caso Diciotti, Gregoretti, Open Arms e chissà quanti altri ne arriveranno su una questione per me talmente ovvia. Chiariamo una volta per tutti davanti ai giudici se ho fatto il mio dovere o sono un sequestratore».

La Lega, in ossequio a questa linea, non ha partecipato alla votazione, a cui non ha presenziato neppure il Governo. Non era tenuto a farlo, ma non ha certo dimostrato un coraggio leonino.

Quello che servirà – e per davvero – se, in un futuro attualmente inimmaginabile, la miopia della scelta di oggi dovesse ritorcersi contro chi l’ha voluta compiere a ogni costo. Perché «la ruota gira» ha ammonito Pierferdinando Casini. «Quello che capita a Salvini può capitare a Zingaretti domani o a qualcun altro».

Ed è proprio questo il punto focale della questione: una volta che, per meri e meschini calcoli elettorali (che oltretutto potrebbero rivelarsi un boomerang di per sé), la politica abdica in favore della magistratura, rendendo le toghe i veri e assoluti padroni della democrazia – non c’è marcia indietro.

In gioco, cioè, non c’era solamente il destino del Capitano, bensì l’autonomia della politica, la separazione e l’indipendenza dei poteri costituzionali. Ciò a cui gli azionisti di maggioranza del BisConte hanno pavidamente rinunciato per l’avita incapacità di coagulare consensi, rischiando di aver creato un mostro infinitamente peggiore.

Ed è così, come notava già il personaggio di Padmé Amidala in Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith, «che muore la libertà: sotto scroscianti applausi». Complimenti vivissimi.

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Politica

Prescrizione, nel Governo una partita a poker che sta premiando Renzi

Il Governo rinuncia alla fiducia sulla legge Bonafede, esulta Iv mentre il M5S avverte: “Indietro non si torna”. Ma qualcuno dovrà perdere la faccia, o tutti perderanno la poltrona

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede e Matteo Renzi. Foto dal sito di Novaradio

Più che a schermaglie politiche, sulla prescrizione sembra di star assistendo a una partita di poker. Un gioco d’astuzia, snervante e spietato, fatto di continue mosse e contromosse, bluff e colpi di scena – che potrebbe avere in palio la sopravvivenza stessa del Governo Conte bis: e che, in ogni caso, non potrà, metaforicamente parlando, concludersi senza vittime.

Gli schieramenti sono ormai arcinoti: da un lato ci sono i tre quarti della maggioranza rosso-gialla, vale a dire M5S, Pd e LeU, strenui sostenitori della legge che porta il nome del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede e mira ad annullare l’istituto giuridico che estingue i procedimenti giudiziari in caso di eccessiva durata (eccezion fatta per determinati reati); dall’altro lato c’è Italia Viva, la quarta gamba dell’esecutivo, che non vuol neppure sentir parlare di una misura che potrebbe trasformare i cittadini «in imputati a vita», minaccia sfracelli in Parlamento e replica colpo su colpo.

Come quando da Palazzo Chigi erano evidentemente convinti di aver segnato un punto a proprio favore, facendo trapelare l’idea di inserire l’accordo di maggioranza, il cosiddetto “lodo Conte bis” (che non prende il nome da Giuseppi, bensì dall’omonimo deputato di LeU Federico) nel Decreto Milleproroghe e poi porre la fiducia sul provvedimento: neppure i renziani, era il ragionamento, sarebbero stati così masochisti da provocare una crisi di Governo, soprattutto nell’imminenza di un’importante serie di nomine nelle grandi aziende pubbliche. Ma gli azionisti di maggioranza del BisConte non avevano fatto i conti con l’ex Rottamatore e con la sua passione per Niccolò Machiavelli.

È stato da una riunione straordinaria del suo gruppo parlamentare che Matteo Renzi ha dettato la linea: nessun voto di fiducia, se l’esecutivo avesse persistito in quella che era considerata una provocazione, Iv sarebbe uscita dall’Aula o si sarebbe astenuta per non far cadere il Governo ma, un minuto dopo, avrebbe presentato una mozione di sfiducia individuale contro il Ministro della Giustizia.

«Nessuno vuol far cadere il Governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia» ha tuonato via social l’ex Presidente del Consiglio. «La legge Bonafede cambierà. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma nella sostanza: noi non ci fermeremo» perché il lodo è incostituzionale.

Apriti cielo. Il Pd, confermando la storica vocazione a non rispondere mai nel merito delle argomentazioni, ha accusato i fuoriusciti di essere «diventati estremisti che frammentano il nostro campo e fanno un favore a Salvini»: così il segretario Nicola Zingaretti, con un attacco che poi non sarebbe altro che la versione contemporanea della tanto amata reductio ad Hitlerum.

Nel frattempo, tanto i dem che il MoVimento precisavano che la sfiducia nei confronti di un Ministro, da parte di un partito di maggioranza, equivale a sfiduciare l’intero esecutivo. E anche il bi-Premier Giuseppe Conte, secondo indiscrezioni, si sarebbe detto stufo dei diktat destabilizzanti di Iv. Che, però, non è arretrata di un passo.

«Se qualcuno vuole mettere una bandierina e trasformare un partito riformista in un partito giustizialista, beh con Italia Viva ha sbagliato destinatario» si è sfogato in un’intervista televisiva l’altro Matteo, aggiungendo: «Dicono che io mi fermo per aspettare le nomine. Si vede che non mi conoscono». Insomma, après moi le déluge!

E la linea dura del senatore fiorentino ha svelato il bluff di Palazzo Chigi, confermato poi dal Ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà: nessun emendamento sulla prescrizione sarebbe stato inserito nel Milleproroghe – e del resto sarebbe stato «del tutto estraneo per materia» al provvedimento, come evidenziato dal forzista Enrico Costa.

Una decisione accolta favorevolmente da Renzi, che ha cinguettato il proprio apprezzamento: più facile, dopo aver vinto l’ultima, faticosissima mano. Troppo presto, però, per parlare di distensione.

Italia Viva, col senatore Davide Faraone, ha rilanciato la proposta di un rinvio annuale della riforma, ipotesi che però si scontra con i propositi altrettanto bellicosi dei Cinque Stelle: «indietro non si torna, non con noi».

In effetti, tutte le parti si sono spinte troppo oltre per poter semplicemente far finta di nulla. Anche una dilazione potrebbe non servire a granché, se i problemi si dovessero poi ripresentare identici dopo dodici mesi – e nulla, al momento, lascia presagire il contrario.

Se così fosse, prima o poi qualcuno, inevitabilmente, dovrà perdere la faccia. Oppure tutti, nessuno escluso, perderanno la poltrona.

La partita di poker prosegue, come nella miglior tradizione di Casino royale. O, in un senso parodistico che probabilmente è più appropriato al contesto, di Casino totale.

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Cultura

Foibe, il monito di Mattarella: “Pulizia etnica, fu una sciagura nazionale”

Nel Giorno del Ricordo, duro richiamo del Capo dello Stato contro negazionismo e indifferenza. Ma ancora per molti quelle giuliano-dalmate sono vittime di serie B

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Open

Parce sepulto. Perdona chi è stato seppellito. L’invocazione virgiliana è sembrata risuonare a lungo nel Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e delle centinaia di migliaia di italiani, istriani, giuliani e dalmati costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire ai massacri perpetrati dai partigiani comunisti di Josip Tito: data fissata dal Parlamento al 10 febbraio, quando nel 1947 vennero firmati i Trattati di pace di Parigi che assegnavano alla Jugoslavia gran parte dell’Istria e della Venezia-Giulia, oltre alle province di Zara e del Carnaro.

Il dramma però era iniziato con l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando le milizie titine avevano avviato la barbara pratica di gettare all’interno degli inghiottitoi carsici centinaia di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere italiani. «Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo». Parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto lanciare un forte monito su una tragedia circoscritta, in senso strettamente cronologico, al secondo Dopoguerra: ma i cui effetti si sono in realtà protratti per decenni – e continuano a farsi sentire perfino ai nostri giorni.

I nostri connazionali sfuggiti all’eccidio, infatti, si ritrovarono di fronte a «comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità» come evidenziato dal Capo dello Stato. Esuli nella loro Madrepatria che per mezzo secolo ha preferito far finta di niente, nascondendo questa pagina orrenda della nostra Storia, imponendo quella che il predecessore di Mattarella, Giorgio Napolitano, chiamò «congiura del silenzio».

Troppo imbarazzante, per non dire impossibile, per una cultura repubblicana egemonizzata dal Pci, giustificare gli eccidi commessi dai compagni di ideologia. Meglio dunque far calare l’oblio sul fatto che fu la dittatura comunista a scatenare, come ha ricordato ancora il Presidente della Repubblica, «una persecuzione contro gli Italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole».

Imbarazzo che, peraltro, permane ancora oggi, in quelle che Mattarella ha definito «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che però trovano sponda in associazioni e sigle partitiche che continuano ad attuare una vera e propria resistenza ideologica: come accaduto a Dalmine, vicino Bergamo, dove un convegno organizzato dall’Anpi si è trasformato nella «summa del negazionismo», come riferito dal vicesindaco Gianluca Iodice che ha abbandonato il Teatro comunale (concesso gratuitamente) per dissociarsi dall’indegna iniziativa.

«Spiace che ci sia ancora qualcuno che ritiene che ci siano morti di serie A e morti di serie B e che questi Italiani siano un po’ “meno morti” perché morti per mano comunista» ha dichiarato il leader leghista Matteo Salvini. D’altra parte, storicamente bastava la semplice menzione delle stragi giuliano-dalmate per innescare, come una sorta di riflesso pavloviano, la reductio ad Ducem con cui anche oggi i “pronipoti rossi” pretendono di tacitare tutto ciò a cui non riescono a opporre delle valide argomentazioni.

Tipo i leoni da tastiera che hanno commentato il tweet commemorativo del sindaco dem di Firenze, Dario Nardella, con rabbia o con ironia: vaneggiando di propaganda nazifascista e paragonando i nostri martiri agli esodati.

Questo triste capitolo ha conquistato, «doverosamente, la dignità della memoria». Eppure, ha probabilmente ragione Mattarella quando afferma che ancora «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza» e, aggiungiamo, dell’ignoranza.

Non ci potrà essere, infatti, alcuna vera pacificazione, nessuna autentica convivenza civile né memoria condivisa finché persisterà la colpevole omertà di chi teme la verità della Storia. Verità che può far male, ma di certo rende liberi. Perdona loro, dunque, perché non sanno quello che fanno.

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