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Cultura

Politica, l’assalto al duo Renzi-Salvini e l’art. 21 della Costituzione: una riflessione

Gli attacchi della magistratura politicizzata sono l’ennesimo tentativo di censurare la libertà di espressione, come del resto la Commissione Segre e le sardine. E intanto CasaPound vince la causa contro il bavaglio di Fb

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Matteo Renzi e Matteo Salvini. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Art. 21 della Costituzione italiana. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Sarà banale, ma giova ricordare questa banalità in un periodo storico in cui essa sembra essere sotto attacco concentrico: un assalto ancora più grave perché non arriva solo da quella cloaca massima costituita dai social network, ma addirittura dalle istituzioni – o meglio, da quella parte delle istituzioni che pretende di arrogarsi la facoltà di decidere chi debba godere del diritto sopracitato.

Tipo la Commissione Segre, che pur nata da ottime intenzioni rischia di tramutarsi in una sorta di orwelliano Ministero della Verità al servizio del pensiero unico. O tipo, per precipitare ad altezza sentina, il riprovevole quanto fatuo movimento delle sardine che, rivolgendosi ai “populisti” (sic!), ha affermato: «non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare». Frase che, detto per inciso, è stata bollata come “fascista” anche da alcuni simpatizzanti del gruppo di giovani scioperati, ma solo se spacciata per dichiarazione del segretario leghista Matteo Salvini, come perfidamente documentato dal parlamentare del Carroccio Alessandro Morelli.

C’è poi un livello ulteriore, che è quello di certa magistratura che, non avendo ben chiaro il principio della separazione dei poteri, interviene a gamba tesa ogniqualvolta la parte politica di riferimento (che curiosamente è sempre la stessa) si trova in difficoltà a causa della repulsione che suscita nella maggioranza dell’elettorato. Al momento l’obiettivo è duplice, pur se caratterizzato dallo stesso nome: Matteo.

Lo maggior corno de la fiamma antica è l’ex vicepremier Salvini che, già nel mirino per le ridicole vicende dei 49 milioni (che al massimo andrebbero imputati a Umberto Bossi e Francesco Belsito) e del Russiagate alla cassoeula, si è ritrovato ora indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio: avrebbe sfruttato 35 voli di Stato per fare campagna elettorale con il pretesto di impegni governativi. «Tutti i miei voli di Stato erano per motivi di Stato, da Ministro dell’Interno, per inaugurare caserme. Mai fatto voli di Stato per andare in vacanza, quello lo fanno altri» ha commentato il Capitano, affermando di non vedere l’ora di potersi difendere in tribunale.

Già, perché sono i tribunali i luoghi deputati ai procedimenti giudiziari: ai non pochi a cui era sfuggito di mente ci ha pensato l’altro Matteo, l’ex Rottamatore Renzi, a ricordarlo.

«Non ci faremo processare nelle piazze» ha tuonato da Palazzo Madama il leader di Italia Viva, citando l’ex Presidente della DC Aldo Moro, in riferimento all’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica. «È accaduta una cosa semplice: contributi regolarmente dati alla Fondazione sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari. Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi» ha ammonito i suoi colleghi senatori, aggiungendo che ai Pm è affidata la titolarità dell’azione penale, non dell’azione politica.

«Se nelle stesse ore della perquisizione si pubblicano, con un giornalismo a richiesta, dati che solo Bankitalia o la Procura hanno, siamo consapevoli che le casualità esistono ma c’è un cortocircuito tra la comunicazione e la battaglia giudiziaria?» ha proseguito l’ex Premier, stigmatizzando la «violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto» che ha trasformato lo Stato di diritto in uno Stato etico e poi in uno Stato etilico. «Siamo alla barbarie» è stata la chiosa.

Prassi peraltro consolidata in passato con un altro ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di cui venivano ignobilmente pubblicati fatti senza alcuna rilevanza giuridica (e nemmeno politica o giornalistica,  volendo) al solo scopo di danneggiarne la reputazione. Tanto per dire che il problema è culturale, ed è figlio di quella pretesa superiorità antropologica che gli utili idioti del politically correct si sono pateticamente autoattribuiti.

Ogni tanto, perciò, sarebbe bene che lorsignori scendessero dal piedistallo e facessero un bagno di umiltà nei bassifondi della realtà. Come Mark Zuckerberg e la sua creatura, Facebook, appena condannata dal Tribunale civile di Roma per la censura a CasaPound e al suo responsabile capitolino Davide Di Stefano.

Perché il movimento potrà non stare simpatico, potrà avere idee non condivisibili – ma non spetta a un social network (e nemmeno alle toghe politicizzate, se è per questo) imporre bavagli alle opinioni scomode.

A meno di non stracciare la Carta fondamentale della Repubblica e un paio di millenni di civiltà, ça va sans dire. Basta saperlo.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cultura

Marcia su Roma, cent’anni fa iniziava il regime fascista

Il mondo della cultura ricorda in vari modi l’infausta ricorrenza che portò al potere Benito Mussolini: e le polemiche intorno al Governo Meloni dimostrano che l’Italia deve ancora fare i conti col suo passato

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Marcia su Roma
Marcia su Roma

Da www.romait.it

Ricorre quest’oggi, 28 ottobre 2022, il centenario della Marcia su Roma, il colpo di Stato che portò al potere Benito Mussolini. Un anniversario variamente ricordato dal mondo della cultura, ben consapevole che anche i lati più oscuri della Storia sono importanti onde evitare di ripeterli. Una lezione che però l’Italia sembra faticare parecchio ad apprendere.

Marcia su Roma
Marcia su Roma

La Marcia su Roma

28 ottobre 1922. Circa ventimila camicie nere partite il giorno prima da varie località del Lazio e dell’Umbria – con Perugia come quartier generale – entravano nella Capitale. L’obiettivo era indurre Re Vittorio Emanuele III di Savoia a sancire la fine del Governo Facta II e consegnare il Paese nelle mani dei fascisti. Mussolini, nel frattempo, rimaneva a Milano, pronto – si dice – a fuggire in Svizzera in caso di fallimento dell’insurrezione.

Il mattino di quel 28 ottobre, il Presidente del Consiglio Luigi Facta proclamò lo stato d’assedio, che però Sua Maestà rifiutò di controfirmare. Il Capo del Governo quindi si dimise, e il giorno successivo il Sovrano convocò il Duce per conferirgli l’incarico di formare il nuovo esecutivo. Era l’inizio del Ventennio fascista, che presto avrebbe mostrato il volto di una vera e propria dittatura.

Il mondo della cultura “ricorda” la Marcia su Roma

Cent’anni dopo, come sottolinea Avvenire, la Marcia su Roma ha invaso le librerie con una vastissima offerta in ambito storiografico, divulgativo ma anche narrativo. A partire da M. Gli ultimi giorni dell’Europa, terzo volume della saga di Antonio Scurati. Al tema, poi, si sono dedicati autori del calibro degli ex direttori de La Stampa, Marcello Sorgi, e La Repubblica, Ezio Mauro. Nonché del vicedirettore del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e dell’onorevole libero e uguale Federico Fornaro.

Focus, invece, per l’occasione ha proposto, come riporta l’ANSA, il documentario “Marcia su Roma – nella mente del Duce”, ambientato tra Milano e la Città Eterna. Uno speciale che si è avvalso tra l’altro delle testimonianze dell’ex direttore del Corsera Paolo Mieli, dell’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti e del critico d’arte Vittorio Sgarbi.

La difficoltà a fare i conti col passato

Il centennale è stato evocato spesso durante la campagna elettorale per le Politiche 2022, caratterizzata dall’agitazione (a sproposito) dello spauracchio di un ritorno del regime. Polemiche sterili che sono proseguite anche dopo la nascita dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Bollata come «erede» di quell’Msi fondato da veterani della Repubblica Sociale Italiana (in primis Giorgio Almirante), che al fascismo si richiamava apertamente.

Una diatriba sterile e avvilente che serve davvero a poco. Se non a dimostrare, casomai ce ne fosse ancora bisogno, quanta difficoltà abbia ancora (parte del) Belpaese a fare i conti con un passato fortunatamente morto e sepolto.

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Cultura

Meloni, Sunak e il nuovo cortocircuito politically correct

Il primo Premier donna d’Italia e il primo Premier “non bianco” d’Inghilterra sono conservatori: e i manutengoli del pensiero unico vanno letteralmente fuori di testa

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Meloni, Stop al politically correct
Stop al politically correct

Da www.romait.it

Cos’hanno in comune il neo-Capo del Governo italiano Giorgia Meloni e l’ancor più neo-Primo Ministro britannico Rishi Sunak? Per esempio, il fatto di essere dei primatisti nel loro genere (in senso letterale, nel caso del Presidente di FdI). Ma anche l’estrazione politica conservatrice: cosa che sta letteralmente mandando in tilt gli adepti del politically correct.

Meloni, Stop al politically correct
Stop al politically correct

Meloni e Sunak mandano in tilt il politically correct

A ben guardare, Giorgia Meloni e Rishi Sunak avrebbero parecchie carte in regola per essere osannati dai manutengoli del pensiero unico. Che notoriamente ha un debole per caratteristiche la cui importanza è inversamente proporzionale rispetto a quella dell’incarico che l’idolo di turno andrà a ricoprire.

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

C’è solo un piccolo, insignificante dettaglio: i diretti interessati sono entrambi di destra. E tanto basta a mandare fuori di testa il mainstream politicamente corretto. Che si arrampica sugli specchi, come ha fatto La Repubblica inventandosi che il primo Premier donna nella storia d’Italia non sarebbe una conquista perché «ragiona al maschile». Oppure insiste ossessivamente, come ha fatto tra l’altro Il Foglio, sul particolare che per la prima volta Downing Street avrà un inquilino «non bianco» (sic!).

E sì che ci sarebbero delle vere qualità da celebrare. Tipo i meriti e le (eventuali) competenze di due leader che si sono “fatti da sé”, scalando l’establishment fino a raggiungere i vertici delle rispettive istituzioni. A cui si aggiunge, nel caso dell’ex Ministro dell’Economia inglese, un patrimonio stimato in 730 milioni di sterline, il doppio di quello di Re Carlo III.

Bocconi amari da digerire per i fanatici del politically correct. E il cortocircuito del giorno è servito.

Rishi Sunak
Rishi Sunak

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Cultura

Esperti e fact checkers non passano la doppia prova pandemia-guerra

Sono parecchi i “competenti” che hanno azzardato previsioni rivelatesi poi errate, inclusi quelli che dovrebbero verificare la veridicità dei fatti. Come avrebbe detto il poeta latino Giovenale, quis custodiet ipsos custodes?

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Esperti e fact checking
Fact checking

Da www.romait.it

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 e quello successivo della guerra in Ucraina hanno visto un proliferare di esperti nei rispettivi e appositi settori. O sedicenti tali, visto che molti hanno azzardato previsioni sanitarie o belliche rivelatesi poi completamente errate. Il che li fa assomigliare piuttosto a dei milites gloriosi (cioè “soldati fanfaroni”) di plautiana memoria.

Esperti e fact checking
Fact checking

Gli “esperti” colti in fallo

Negli ultimi due anni e mezzo – inutile negarlo – siamo diventati un popolo di virologi e, più di recente, esperti di geopolitica. In gran parte è merito (si fa per dire) del livellamento al ribasso del dibattito causato dai social network. Eppure, anche gli stessi “periti” ci hanno messo del loro, e in più di un’occasione.

Si potrebbe ad esempio tornare al 21 maggio 2021. Quando Franco Locatelli, all’epoca coordinatore del Comitato tecnico scientifico oltre che presidente del Consiglio Superiore di Sanità, si espresse sull’immunità di gregge. Dicendosi certo, come riportava Rai News, che l’obiettivo sarebbe stato raggiunto «entro l’estate, stando larghi per prudenza tra agosto e settembre». Com’è andata realmente lo sappiamo tutti.

Un’altra predizione incauta la lanciò il 25 ottobre 2021 il sottosegretario (allora) pentastellato alla Salute Pierpaolo Sileri. Il quale affermò che «prima toglieremo la distanza e poi la mascherina», e in ogni caso il Green pass «sarà l’ultima cosa che sarà rimossa». Infatti è l’unica restrizione non più in vigore, se non per l’accesso in ospedali e Rsa.

Quis custodiet ipsos custodes?

Ancor più sconcertante, però, è il fatto che tra gli “esperti” colti in fallo figurino anche alcuni fact checkers. Ovvero coloro a cui è stato affidato  – non si sa in base a quali competenze – l’incarico di verificare la veridicità delle notizie. Quelli di Twitter hanno voluto strafare, e per buona misura si sono praticamente auto-attribuiti pure il titolo di arbitri della verità.

Accadde nell’agosto 2020, quando il Presidente Usa in carica Donald Trump dichiarò di ritenere possibile «che avremo il vaccino prima della fine dell’anno». I cinguettii vennero cancellati come fake news, ma la Storia diede infine ragione al tycoon, come scrisse tra gli altri il New York Times.

Per quanto riguarda invece il conflitto russo-ucraino, il non minus ultra lo ha raggiunto Open, il giornale online fondato da Enrico Mentana. Che il 4 marzo 2022 pubblicava un articolo dal titolo virgolettato “Putin non ha più risorse per la guerra in Ucraina, in 2-3 settimane dovrà fermarsi”. Sono passati oltre 4 mesi, e quale sia la situazione ai confini orientali dell’Europa lo sanno tutti. E il fatto che la testata sia parte della squadra anti-bufale di Facebook, come fa perfidamente notare Radio Radio, chiude gioco, partita e incontro.

A ennesima conferma che aveva ragione il poeta latino Giovenale quando si chiedeva: Quis custodiet ipsos custodes? Ovvero, “Chi controllerà i controllori?

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Cultura

29 giugno, le iniziative della Capitale per celebrare i SS. Pietro e Paolo

Roma festeggia i propri Santi patroni, le Colonne della Chiesa che, secondo la tradizione, vennero martirizzati nello stesso giorno del 67 d.C. Ecco gli eventi in programma per il 2022

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SS. Pietro e Paolo, 29 giugno
SS. Pietro e Paolo

Da www.romait.it

Il 29 giugno si celebra la solennità dei SS. Pietro e Paolo. Le due Colonne della Chiesa Cattolica, che sono anche i Santi patroni della città di Roma. Che, come ogni anno, si veste a festa per la speciale occasione.

SS. Pietro e Paolo, 29 giugno
SS. Pietro e Paolo

La festa dei SS. Pietro e Paolo

29 giugno nella Capitale significa festa patronale dei SS. Pietro e Paolo che, secondo la tradizione, vennero martirizzati lo stesso giorno, probabilmente nel 67 d.C. Uniti spiritualmente – ancorché distanti fisicamente – nell’ultima testimonianza, così come erano stati anche in vita e nel corso delle rispettive predicazioni.

Le loro strade s’incrociarono per la prima volta tre anni dopo la conversione di Saulo di Tarso sulla via di Damasco (Gal 1, 18-24). Poi i due giganti della fede si separarono per qualche tempo: il loro secondo incontro fu in realtà uno scontro, noto come “Incidente di Antiochia”. Si era intorno al 43-44 d.C., e casus belli fu l’atteggiamento del Pescatore di uomini nei confronti dei pagani convertiti. Inizialmente li aveva frequentati condividendo anche i pasti con loro, ma se ne era allontanato «per timore» all’arrivo di alcuni giudei da Gerusalemme. L’Apostolo dei Gentili lo rimproverò quindi pubblicamente, esortandolo a comportarsi «rettamente secondo la verità del Vangelo» (Gal 2, 11-14).

La questione di fondo era l’eventuale imposizione della legge mosaica ai “non circoncisi”. Per dirimere la controversia, attorno al 49 d.C. si svolse il Concilio di Gerusalemme, a cui presenziarono sia il primo Papa che il Discepolo missionario. Il compromesso finale prevedeva che ai cristiani gentili si raccomandasse l’astensione «dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia» (At 15, 1-33).

Gli eventi del 29 giugno

Per questo 29 giugno, il primo dell’amministrazione di Roberto Gualtieri, la Città Eterna ha come sempre in programma moltissime iniziative. Il piatto forte probabilmente è costituito dal concerto della rock-band britannica Skunk Anansie alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica.

Vi sarà poi un doppio appuntamento per quanto riguarda la decima arte. Sull’Isola Tiberina andrà in scena “L’Isola del Cinema”, e a Trastevere, in piazza San Cosimato, “Il Cinema in piazza”, una serata gratuita sotto le stelle.

Tornerà certamente anche la Girandola di Michelangelo a Castel Sant’Angelo, anche se mentre scriviamo non sono ancora noti i dettagli dell’evento. Non dovrebbero invece tenersi la tradizionale regata di canoe sul Tevere e l’Infiorata in Vaticano.

Buon 29 giugno e buona festa dei SS. Pietro e Paolo a tutti i nostri lettori!

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Cultura

Scienza, in Francia si ricicla pelle “di scarto” per testare farmaci e vaccini

La biotech Genoskin ha presentato alla conferenza VivaTech una ricerca in cui utilizza la cute derivante dalla chirurgia plastica per sviluppare nuovi prodotti farmaceutici: così è più facile verificarne l’efficacia e correggere eventuali difetti

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Scienza, Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin
Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin

Da www.romait.it

La corsa della scienza nel contrasto alle malattie, per fortuna, non si ferma mai. L’ultima novità arriva dalla Francia, dove un’azienda di biotecnologie sta utilizzando pelle “di scarto” per facilitare la sperimentazione sui nuovi prodotti farmaceutici. Una sfida cruciale soprattutto in questo periodo storico segnato da pandemie e crisi sanitarie.

Scienza, Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin
Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin

La corsa della scienza non si ferma mai

Da alcuni anni si tiene a Parigi VivaTech, una conferenza tecnologica annuale dedicata principalmente a innovazioni e start-up. Una di esse, la biotech franco-americana Genoskin, ha presentato in quest’edizione una ricerca davvero pionieristica, che il Ceo Pascal Descargues ha illustrato a France24.

L’idea è stata quella di conservare ex vivo campioni di cute umana derivanti dalla chirurgia plastica, che normalmente vengono distrutti. E di utilizzarli nei trial clinici legati allo sviluppo di nuovi farmaci e vaccini.

È infatti risultato che questa metodologia rende più facili e rapidi gli esami sull’efficacia e la tossicità dei medicinali. Per esempio, consente di valutare in maniera attendibile se la profilassi attivi o meno le cellule del sistema immunitario. E può anche aiutare gli scienziati a correggere eventuali difetti del preparato.

Lo stesso Descargues ha raccontato che la sua impresa ha collaborato con una società statunitense che lavorava a un prodotto contro l’emofilia, risultato però troppo tossico. I partner d’Oltreoceano pensavano di interrompere semplicemente il progetto, ma i test della Genoskin hanno permesso di individuare una formulazione alternativa che aggirasse l’ostacolo.

Insomma, è il caso di dire che i nostri cugini d’Oltralpe hanno ribadito l’importanza di essere… amici per la pelle: anche e soprattutto nella scienza.

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Cultura

Benedetto XVI, una risposta ai rilievi di Monsignor Athanasius Schneider

Il Vescovo di Astana respinge la sola idea della Magna Quaestio, ma senza mai entrare realmente nel merito: che è l’invalidità canonica delle “dimissioni” di Papa Ratzinger

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Da www.romait.it

Ci è voluto parecchio, ma finalmente il caso relativo alle non-dimissioni di Benedetto XVI ha iniziato ad allargarsi a macchia d’olio, giungendo a interessare anche alti prelati. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Vescovo ausiliare di Astana, Monsignor Athanasius Schneider. Che però, nel criticarla, non è entrato realmente nel merito della Magna Quaestio.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Monsignor Schneider e la Magna Quaestio

«Il principio guida più sicuro riguardo alla cruciale questione» del Papato «dovrebbe essere la prassi prevalente nella storia della Chiesa». Inizia così il video-messaggio con cui Mons. Schneider si è inserito nel dibattito sull’affaire Vati-gate, a proposito del quale ha espresso forti riserve.

«L’ipotesi secondo cui Benedetto XVI è ancora l’unico Papa regnante», oltre a ricordare il sedevacantismo, contraddice «la grande tradizione della Chiesa» ha affermato Sua Eccellenza. Secondo cui «la legge umana che regola l’assunzione o la destituzione dall’ufficio papale dev’essere subordinata al bene superiore dell’intera Chiesa», che sarebbe l’esistenza di «un Pastore Supremo visibile».

Peraltro, l’inefficacia dell’abdicazione di Papa Ratzinger avrebbe tutta una serie di conseguenze, già illustrate nel 2020 dal professor Roberto de Mattei. Per esempio, i Cardinali nominati da Jorge Mario Bergoglio sarebbero altrettanto invalidi, il che metterebbe in pericolo la successione apostolica.

Infine, il presule kirghizo ha citato vari esempi storici di Pontefici certamente eletti in maniera irregolare, e tuttavia riconosciuti come legittimi dal Vaticano. Da Gregorio VI, che nel 1045 comprò il Papato dal suo predecessore, a Bonifacio VIII, che nel 1294 costrinse Celestino V a rinunciare al Soglio di Pietro.

Tuttavia, nessuna di queste argomentazioni ci sembra particolarmente convincente.

Benedetto XVI e la sede impedita

In riferimento alla tradizione, il collega Andrea Cionci ha puntualizzato su Libero che la storia ecclesiastica conta circa 40 antipapi. Quindi semmai l’unica novità è la strategia adottata da Papa Benedetto XVI per rispondere all’aggressione e «separare i credenti dai miscredenti», come disse all’Herder Korrespondenz.

In quest’ottica, poi, l’invalidità dei porporati di nomina bergogliana non è affatto un rischio, bensì un obiettivo – sia pure secondario. Non a caso, nella celeberrima Declaratio del febbraio 2013, Joseph Ratzinger dichiarò che il nuovo Conclave «dovrà essere convocato da coloro a cui compete». Questo perché il Vicario di Cristo non si era realmente dimesso, bensì autoesiliato in sede impedita – e non vacante, come nell’accenno di Monsignor Schneider. E in Cappella Sistina si entra solo a Pontefice regnante deceduto o regolarmente abdicatario.

Quanto poi ai precedenti storici, Sua Eccellenza dimentica che ci sono stati antipapi accettati unanimemente dal Clero, salvo essere riconosciuti come tali anche dopo anni. Il caso più eclatante riguarda l’antipapa Anacleto II, nominato nel 1130 in opposizione al Pontefice legittimo Innocenzo II. L’antipapa Anacleto II regnò otto anni col sostegno della nobiltà romana e del Collegio Cardinalizio, che alla sua morte elesse l’altro antipapa Vittore IV. Come rimarca il professor Antonio Sànchez Sàez, dovette intervenire San Bernardo di Chiaravalle per districare il nodo gordiano, ripristinando Innocenzo II come unico vero Papa.

La reale questione riguardante Benedetto XVI

A monte, comunque, il problema della riflessione del Vescovo ausiliare di Astana è che, esattamente come quelle dei teorici dell’errore sostanziale, non coglie il nocciolo della questione. Che sta tutto all’interno della Declaratio che, come hanno dimostrato insigni giuristi e canonisti, se interpretata come rinuncia è giuridicamente nulla. Questo significa che il «Pastore Supremo visibile» c’è eccome, però è ancora Benedetto XVI. Tutto il resto è filosofia, se non addirittura sofismo, semplicemente perché de facto non è mai accaduto.

In ogni caso, interventi come quello analizzato o anche quello del Cardinal Gerhard Müller dimostrano che è sempre più difficile silenziare il caso del millennio. A conferma del dettato evangelico per cui “grideranno le pietre”, a dispetto di qualsiasi ostracismo dei media mainstream.

Monsignor Athanasius Schneider
Monsignor Athanasius Schneider

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Cultura

Benedetto XVI, le eccezioni che confermano la Regola (e la sede impedita)

Ancora allusioni a uno stato di straordinarietà anche giuridica: i nuovi messaggi in “Codice Ratzinger” rilevati in un libro di Peter Seewald e in un discorso di Mons. Gänswein

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Da www.romait.it

E se anche Papa Benedetto XVI avvalorasse la Magna Quaestio sulle sue non-dimissioni, da leggere piuttosto come auto-esilio in sede impedita? In effetti, alcuni dei messaggi inviati negli ultimi nove anni (anche dal suo più stretto collaboratore, Monsignor Georg Gänswein) sembrano andare proprio in questa direzione. E, anche a distanza di tempo, si fanno ancora delle scoperte decisamente interessanti.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Benedetto XVI e il Codice Ratzinger

Com’è ormai noto, il collega Andrea Cionci ha individuato un sottile modus communicandi adottato da Benedetto XVI negli ultimi nove anni. Si tratta del cosiddetto “Codice Ratzinger”, fatto di giochi di parole, enigmi e autentici rompicapi, alcuni dei quali non sono privi di una certa ironia.

La ragione di tali escamotage sta proprio nella situazione di (Santa) Sede impedita, uno status canonico in cui il Pontefice non può neppure comunicare liberamente. E in cui Joseph Ratzinger si trova dal 2013, come attestato nella celeberrima Declaratio. Che altrimenti, come abbiamo più volte argomentato citando autorevoli giuristi e canonisti quali l’avvocatessa Estefanía Acosta e il professor Antonio Sánchez Sáez, sarebbe giuridicamente nulla.

Naturalmente si tratta di una condizione del tutto straordinaria – nel senso etimologico di “fuori dall’ordinario”. Tant’è che, per descriverla, Mons. Gänswein, Prefetto della Casa pontificia già sotto Papa Ratzinger, nel 2016 ha usato l’espressione «Pontificato d’eccezione», in tedesco Ausnahmepontifikat.

L’Arcivescovo di Urbisaglia parlava durante la presentazione di un libro sul mite teologo bavarese scritto dallo storico don Roberto Regoli. Alla luce del “Codice Ratzinger”, il suo discorso appare farcito di indizi, uno dei quali è proprio il succitato termine teutonico.

Le “eccezioni” che confermano la sede impedita

Come infatti notava il canonista Guido Ferro Canale, la parola Ausnahmepontifikat rimanda al filosofo (anche lui tedesco) Carl Schmitt, teorico dello “stato di eccezione”. Una categoria associata alla facoltà – esclusiva del sovrano – di sospendere l’intero ordinamento giuridico vigente. Proprio ciò che fece Papa Benedetto quando si trovò accerchiato dalla Mafia di San Gallo e con la posta privata data alle stampe (lo scandalo Vatileaks).

Curiosamente, poi, Sua Santità ha fatto riferimento in prima persona a delle circostanze atipiche (ma a livello storico), nel libro-intervista di Peter SeewaldUltime conversazioni”. Affermando, in risposta a una domanda sulle “dimissioni”, che «nessun papa si è dimesso per mille anni e anche nel primo millennio ciò ha costituito un’eccezione».

Eppure, si contano sei Pontefici abdicatari nel primo millennio, e altri quattro nel secondo, il che farebbe sembrare assurda la dichiarazione del Successore di San Pietro. A meno che per “dimissioni” non si intenda la semplice rinuncia al ministerium, l’esercizio pratico del potere – come ha fatto proprio Benedetto XVI. A questo punto si comprende facilmente che l’allusione riguarda Benedetto VIII, spodestato nel 1012dall’antipapa Gregorio VI. Perdendo così per alcuni mesi il ministerium, ma mai il munus (il titolo divino di Pontefice), tant’è che poi venne reintegrato nelle funzioni papali senza alcuna rielezione.

Significativamente, peraltro, nell’altro libro-intervista Ein Leben il Vicario di Cristo menzionava anche Celestino V, che notoriamente abbandonò il Soglio di Pietro nel 1294. Specificando che la sua situazione «non poteva in alcun modo essere invocata come (mio) precedente».

Eccezioni, dunque, che confermano la… Regola. Benedettina, of course!

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Cultura

Tumore al colon, un anticorpo monoclonale porta alla guarigione completa

Il farmaco, chiamato dostarlimab, ha fatto sparire il cancro senza necessità di chemio e radioterapia, ed è la prima volta che accade. I ricercatori americani: “I pazienti piangevano di gioia”

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Anticorpi monoclonali anti-cancro, Tumore al colon
Anticorpi monoclonali anti-cancro

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Un farmaco capace di curare il tumore al colon senza necessità di ricorrere alla chirurgia, né alla chemioterapia o alla radioterapia. È quello che è stato messo a punto da alcuni ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. E, anche se occorreranno nuove e più approfondite analisi, la scoperta suona già rivoluzionaria.

Anticorpi monoclonali anti-cancro, Tumore al colon
Anticorpi monoclonali anti-cancro

Un farmaco contro il tumore al colon

Si chiama dostarlimab, arriva dagli Stati Uniti e, tecnicamente, è un anticorpo monoclonale. Ma soprattutto, come evidenzia La Repubblica, è una piccola, grande speranza contro il tumore al colon-retto. O almeno contro una sottoclasse di tale patologia – quella associata al cosiddetto deficit di funzionalità del sistema di riparazione del DNA (Mismatch Repair Deficiency, MRR). Un’alterazione genetica che tra l’altro comporta una risposta minore alla chemioterapia convenzionale, ma una maggiore all’immunoterapia.

Sulla base di queste premesse è stata avviata una sperimentazione su un numero fortemente ridotto di soggetti – appena 12. Eppure, anche se i risultati, appena pubblicati sul New England Journal of Medicine, richiederanno ulteriori conferme, appaiono già estremamente significativi.

In tutti i pazienti, infatti, la lesione tumorale è totalmente scomparsa, senza dover ricorrere a nessun altro trattamento e senza che si manifestasse alcun effetto collaterale grave. Dopo 6 mesi di follow-up, la completa remissione della malattia è stata certificata da esami fisici, endoscopie, biopsie, risonanze magnetiche e PET. «Credo sia la prima volta che accade nella storia del cancro» ha spiegato al New York Times il dottor Luis Alberto Diaz, uno dei responsabili dello studio.

E forse ancora più strabiliante è il fatto che, come precisa Libero, i partecipanti al trial sembravano non avere alcuna chance. «Ci sono state molte lacrime di gioia» ha rivelato, non a caso, la dottoressa Andrea Cercek, a sua volta co-autrice del paper.

Il meccanismo di azione del dostarlimab

Alcuni tipi di tumore riescono a sfuggire agli attacchi del sistema immunitario grazie all’interazione con delle proteine chiamate PD-1, che sta per Programmed cell death protein 1. Situate sulla superficie di determinate classi di linfociti, ne inibiscono l’attività per prevenire l’insorgenza di malattie autoimmuni, ma finiscono per garantire l’immunità anche al cancro.

Gli scienziati newyorchesi hanno quindi pensato di utilizzare un bloccante delle PD-1, come appunto il dostarlimab, per rendere innocuo il “complice biologico” del nemico. E hanno avuto ragione, visto che durante il follow-up (fino a 25 mesi) non sono stati notati casi di progressione o recidiva del tumore al colon.

Non è nemmeno la prima volta, come raccontavamo anche di recente, che dagli Usa arrivano buone notizie in materia di salute. È proprio il caso di dire che una… Grande Mela al giorno toglie il medico di torno!

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Cultura

Tumore, dagli Stati Uniti la speranza di un vaccino universale anti-cancro

La ricerca, pubblicata su Nature, riguarda un farmaco che blocca le metastasi: testato per ora su topi e scimmie, stimola la risposta del sistema immunitario e può essere utilizzato su ogni tipo di paziente

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Vaccino contro il tumore
Vaccino anti-cancro

Da www.romait.it

Potremmo essere a un passo da un vaccino anti-cancro efficace contro vari tipi di tumore e valido per ogni categoria di paziente. Negli Stati Uniti è stato infatti messo a punto un farmaco in grado di bloccare la diffusione delle metastasi in modo pressoché universale. Al momento la sperimentazione è stata eseguita sugli animali, ma i risultati sono così incoraggianti che dovrebbero essere presto avviati i test sull’uomo.

Vaccino contro il tumore
Vaccino anti-cancro

Verso il vaccino universale contro il tumore

La nuova speranza contro il cancro arriva dunque dagli Usa, per la precisione dal Dana-Farber Cancer Institute e dal Wyss Institute della Harvard Medical School. I due enti, entrambi di Boston, hanno infatti sviluppato un supervaccino capace di stimolare un attacco concentrico del sistema immunitario contro le cellule malate. Lo studio, per ora condotto su topi e scimmie, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Nature e si è concentrato su un particolare meccanismo difensivo del tumore.

Quando infatti una cellula normale viene danneggiata, forma sulla propria superficie delle molecole denominate MICA e MICB, significativamente soprannominate “kill me” proteins (proteine “uccidimi”). Fungono infatti da segnale di pericolo, che allerta due classi di globuli bianchi, i linfociti T e NK (Natural Killer), dirigendoli verso il bersaglio da eliminare.

Come però ricorda Il Messaggero, alcune tipologie di tumore riescono a rimuovere queste molecole, impedendo così che venga attivato il “sistema di autodistruzione”. Qui interviene il farmaco yankee, che innesca la produzione di anticorpi volti a fissare le proteine “kill me” sullo strato esterno delle cellule cancerose. Le quali si ritrovano così esposte al bombardamento dei nostri “cecchini” biologici.

Inoltre, i ricercatori hanno appurato che nei topi a cui avevano rimosso chirurgicamente il tumore il grado di metastasi era significativamente ridotto. E quando, dopo quattro mesi, sono state somministrate cellule tumorali ad alcune delle cavie immunizzate, nessuna ha sviluppato la malattia.

I vantaggi del farmaco

Forse però il principale vantaggio del vaccino americano consiste nella sua a-specificità. Da un lato, a differenza degli attuali farmaci, non necessita di essere calibrato individualmente, perché MICA e MICB sono espresse da numerose cellule tumorali. Dall’altro, dal momento che arruola sia i linfociti T che NK, potrebbe garantire l’immunità anche contro tumori con mutazioni che usualmente sfuggono alle difese naturali dell’organismo.

Insomma, se rispetterà le promesse, questa terapia assomiglia molto alla classica panacea di tutti i mali. E forse presto potremo affermare, parafrasando il film Apollo 13: Boston, abbiamo (risolto) un problema!

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Cultura

Benedetto XVI, la teoria dell’errore sostanziale smentita dal Padre Nostro

Per dei commentatori Usa, Papa Ratzinger avrebbe redatto una Declaratio invalida in modo inconsapevole. Replichiamo alla loro ipotesi anche con riferimento al versetto “non ci indurre in tentazione”

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

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Nell’ambito della Magna Quaestio, ovvero il dibattito sulle (probabilissime) non-dimissioni di Papa Benedetto XVI, c’è una posizione particolare in voga soprattutto negli Stati Uniti. È la cosiddetta «teoria dell’errore sostanziale», secondo cui, sintetizzando al massimo, Joseph Ratzinger avrebbe effettivamente redatto la celeberrima Declaratio in modo invalido, ma lo avrebbe fatto “inconsapevolmente”. Un’ipotesi criticata da Andrea Cionci, collaboratore di Libero e principale autore italiano dell’inchiesta, e sulla quale RomaIT offre ora un nuovo contributo.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Un “errore sostanziale” di Benedetto XVI?

Il dibattito sull’affaire Vati-gate sta dunque iniziando a snodarsi sull’asse Italia-Usa. Il che è senz’altro una buona notizia, anche se Oltreoceano, come scrivevamo alcune settimane fa, hanno qualche problema a individuare il vero nocciolo della questione. Preferendo concentrarsi su aspetti “filosofici” che appaiono francamente marginali.

Il punto di partenza, in realtà, è uguale per tutti. La nullità della Declaratio di Papa Ratzinger, d’altronde dimostrata da insigni giuristi e canonisti quali l’avvocatessa Estefanía Acosta e il docente Antonio Sánchez Sáez.

Non hanno problemi a riconoscerla neppure autorevoli commentatori cattolici come il professor Edmund Mazza e i blogger Ann Barnhardt e Mark Docherty. I quali, tuttavia, la attribuiscono a un’errata concezione del Papato da parte di Benedetto XVI. Che, volendo creare l’istituto dell’emeritato e scindere il Pontificato in due (con un Papa attivo e uno contemplativo) avrebbe finito per scrivere un’abdicazione giuridicamente inefficace.

È la tesi dell’errore sostanziale, che nega alla radice l’eventualità che Papa Benedetto si sia scientemente ritirato in sede impedita per costringere il cancro modernista a palesarsi. Il collega Cionci l’ha già confutata in modo decisamente convincente, con riferimenti sia canonici che, per esempio, al “Codice Ratzinger” (da lui stesso individuato). L’arguto e fine modus communicandi fatto di giochi di parole, enigmi e rompicapi, adottato dal mite teologo bavarese per inviare messaggi dal suo autoesilio.

Non ci indurre in tentazione

Una delle argomentazioni dei teorici dell’errore sostanziale è l’assunto che Sua Santità non avrebbe potuto perpetrare «uno dei più grandi inganni della storia della Chiesa». Per quanto – controbatte Cionci – estremizzando si potrebbe paragonare la situazione di Benedetto XVI a quella di un sequestrato. Che, come l’aviatore americano Jeremiah Denton, non può dichiarare il proprio rapimento (condizione in cui si trova fattualmente) se non servendosi di un linguaggio criptato.

Un aspetto interessante, comunque, è il fatto che il ragionamento yankee suoni in qualche modo simile al famoso “Dio non può indurre in tentazione”. La frase con cui Jorge Mario Bergoglio ha motivato la nuova traduzione del Padre Nostro.

In greco, il versetto modificato si legge μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (mè eisenénkes emàs eis peirasmòn). Letteralmente, significa “non portarci verso la prova”, che non implica affatto che Dio Padre sia l’autore della prova stessa. Ma semplicemente che, come ricordava proprio Joseph Ratzinger, il Creatore può permettere che l’uomo venga tentato – «come penitenza per noi» oppure «per la Sua gloria».

Ora, si ricordi che nel 2013 Benedetto XVI si trovò accerchiato da nemici interni (la Mafia di San Gallo) e verosimilmente esterni (il blocco dei bancomat vaticani). A quel punto potrebbe ragionevolmente averli “messi alla prova” – in analogia col dettato etimologico del Pater Noster. Diffondendo una dichiarazione di rinuncia al ministerium (cioè al solo esercizio pratico del potere) al fine di «separare i credenti dai miscredenti», come disse all’Herder Korrespondenz.

Il resto lo hanno fatto i “lupi”. Che, ancorché travestiti da agnelli, come lo scorpione della favola di Esopo alla lunga non potevano che rivelare la propria reale natura.

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Cultura

Franco Battiato, un anno dopo: analisi dell’ultimo capolavoro del Maestro

Dodici mesi fa l’artista catanese si liberava dalla prigione del corpo, lasciandoci però un ultimo capolavoro, “Torneremo ancora”: che non è solo un “testamento spirituale”, ma una vera e propria via verso l’infinito

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Il Maestro Franco Battiato
Il Maestro Franco Battiato (1945-2021)

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Un anno fa ci lasciava il Maestro Franco Battiato. O meglio, lasciava questa vita terrena, rimanendo con noi sotto altre forme – in primis, naturalmente, la sua musica. Come lui stesso ha affermato nell’ultimo capolavoro, Torneremo ancora, che non è soltanto un testamento spirituale, ma una vera e propria via verso l’infinito.

Il Maestro Franco Battiato
Il Maestro Franco Battiato (1945-2021)

Franco Battiato, un anno dopo

18/05/2021 – 18/05/2022. Sono passati 12 mesi da quando si è liberato dalla prigione del corpo Franco Battiato, uno dei pochissimi a meritare davvero il titolo di Maestro. Che non a caso, come aveva rivelato al Fatto Quotidiano, non gli piaceva affatto – com’è prerogativa dei grandissimi.

L’artista siciliano, però, è ancora e sempre con noi. «È andato via fisicamente», ma «è una presenza costante» ha confessato per esempio a MeridioNews il tastierista Angelo Privitera, suo storico collaboratore per oltre trent’anni.

Anche in quest’ultimo anno, in effetti, il cantautore etneo non ha smesso di stupire, come con la scoperta della versione originaria del suo capolavoro La cura. Ma anche il suo ultimo singolo, Torneremo ancora, uscito nel 2019, è una piccola perla donata all’umanità.

Si tratta di una canzone incentrata su quell’anelito alla libertà che caratterizza ogni essere umano, esiliato in questo mondo finché non si scioglieranno i lacci della mortalità. Un concetto espresso da diverse religioni e discipline, dalla filosofia greco-romana al pensiero orientale tanto caro al Maestro Battiato.

Torneremo ancora

«Siamo tutti migranti fin quando non torneremo a casa alla nostra dimora ultima» ha dichiarato a Rolling Stone Juri Camisasca, co-autore del brano. Che inizialmente era stato intitolato, non a caso, I migranti di Ganden. Monaci tibetani costretti a lasciare il proprio monastero durante la Rivoluzione Culturale, e divenuti perciò simbolo dell’anima che vaga in terra fino al ritorno all’abitazione celeste.

«Tutti noi siamo esseri spirituali. Siamo in cammino verso la liberazione» sosteneva proprio il Maestro, come scrisse a suo tempo Sky TG24. E in tal senso appare particolarmente significativa la parte finale del testo di Torneremo ancora.

Molte sono le vie / Ma una sola / Quella che conduce alla verità / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora / Ancora e ancora.

Parole che in effetti possono essere interpretate in due modi leggermente differenti – uno più superficiale e uno più profondo. È possibile che la sola via “che conduce alla verità” sia proprio questo continuo peregrinare «fino a quando l’anima non sarà del tutto libera dalle emozioni perturbatrici dell’ego». Ma è anche possibile che l’immenso Franco Battiato non ci abbia fornito la soluzione al dilemma.

Il compianto artista catanese potrebbe aver “semplicemente” indicato che esiste una sola strada “che conduce alla verità”. E giova ricordare che la verità rende liberi, come si legge nel Vangelo di San Giovanni. Ed essendo questa la più alta aspirazione del nostro spirito, finché non saremo realmente liberi non potremo approdare sul mondo inviolato che ci aspetta da sempre. Non potremo raggiungere i migranti di Ganden / In corpi di luce / Su pianeti invisibili, e la felicità eterna a cui siamo tutti destinati.

Anche per questo la vita non finisce / È come il sogno / La nascita è come il risveglio, perché forse c’è davvero chi “torna ancora”. Mentre è fuori discussione che vi sia chi non se ne è mai andato. Ciao, Maestro!

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Cultura

Elon Musk contro il “suo” Twitter: “Ha forti pregiudizi di sinistra”

In nome della libertà di espressione, il miliardario attacca il social che sta acquistando (e l’intera ideologia liberal prona al politically correct): citando tra l’altro “l’immorale e stupido” ban di Donald Trump, che lui vorrebbe annullare

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Elon Musk
Elon Musk

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Il multimiliardario Elon Musk è tornato all’attacco sul tema della libertà di espressione. E ancora una volta ha puntato il dito contro Twitter, il social network di cui sta trattando l’acquisto. Anche se, a ben vedere, il suo j’accuse è molto più esteso, perché di fatto mette sul banco degli imputati l’intera cultura, anzi ideologia liberal.

Elon Musk
Elon Musk

Elon Musk (di nuovo) all’attacco

Ormai è acclarato che, quando Elon Musk parla (o cinguetta), non è mai banale. Soprattutto perché, avendo una predilezione pseudo-volteriana per il diritto di parola, le sue dichiarazioni si discostano spesso da quelle rilasciate in fotocopia dai megafoni del pensiero unico. È stato così anche per le proteste abortiste che, come raccontavamo, stanno mettendo a ferro e fuoco gli Stati Uniti.

Più precisamente, l’uomo più ricco del mondo era stato sollecitato dal commentatore americano Mike Cernovich a esprimersi sul “doppio standard” della piattaforma dei 280 caratteri. Che sembra disposta a tollerare l’incitamento alla violenza, anche da parte di un account verificato, purché si tratti di “violenza politically correct”.

Al che, come riferisce il New York Post, il Ceo di Tesla e SpaceX ha replicato laconico: «Ovviamente Twitter ha un forte pregiudizio di sinistra». Aggiungendo, tanto per essere chiaro sulla questione della censura, che «la mia preferenza è l’allineamento alle leggi dei Paesi in cui Twitter opera. Se i cittadini vogliono che qualcosa sia vietato», che venga approvata una norma apposita, «altrimenti dovrebbe essere permesso».

Tempi duri per il politically correct?

Probabilmente non è un caso che a queste parole abbia fatto eco un’altra, importante presa di posizione: quella sull’anti-democratica proscrizione del Presidente Usa in carica Donald Trump.

«Penso che sia stato un errore, perché ha allontanato una grande parte del Paese» ha affermato Musk secondo quanto riporta Sky News. «Penso che i ban permanenti minino la fiducia in Twitter» ha quindi rincarato la dose l’imprenditore sudafricano. Definendo la decisione «immorale e totalmente stupida», e assicurando che lui la annullerebbe.

Insomma, in nome del free speech sembrano prospettarsi tempi duri per il politicamente corretto. Ed era davvero ora!

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