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Economia

La legge155/2017 crisi d’impresa: esperti a confronto alla Camera dei Deputati

Domenico Di Catania

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Mercoledì 26 giugno, presso la Sala del refettorio della Camera dei Deputati si è tenuto il convegno promosso dalla ASSOCIAZIONE NAZIONALE ESPERTI PROCESSI GESTIONALI e dalla ECP sulla legge sulla Crisi d’impresa L. 155/2017.

Il moderatore dott. FEDERICO FOSCHINI (dirigente ECP-ANEPG) apre i lavori evidenziando che questa legge cambia il modo di fare impresa, gli imprenditori, infatti, sono chiamati allo sviluppo di una nuova cultura direzionale fondata sulla pianificazione e sul controllo cambiando, di conseguenza anche il ruolo dei consulenti aziendali.

Il primo relatore l’avv. RICCARDO GRAZIANO esperto di diritto societario e fallimentare del foro di Roma e Segretario Generale Ente Nazionale per il Mediocredito illustra l’importanza delle azione preventive al minimo campanello di allarme di insolvenza da parte dell’aziende e sottolinea importanza dell’opportuno utilizzo del micro credito.

L’ avv. DANIELA CAMPUS specialista del diritto fallimentare del foro di Roma evidenzia anche lei l’importanza delle azioni preventive attraverso gli strumenti di allerta introdotti dal nuovo Codice della crisi d’impresa che rappresentano senz’altro una delle novità di maggior rilievo dell’intera norma.

L’attivazione delle misure idonee e l’adozione delle necessarie iniziative consentono all’impresa di beneficiare delle misure premiali previste dall’art. 25 della norma, ed evitare che si realizzano quelle cause ostative ai benefici, previste dal precedente art. 24. Nel concordato liquidatorio, fermo restando l’obbligo del soddisfacimento del 20% dell’ammontare complessivo del credito chirografario, è ora ammissibile solo nel caso in cui ai creditori vengano messe a disposizione risorse ulteriori rispetto a quelle rappresentate dal patrimonio del debitore.

 

E’ ciò viene valutato, caso per caso, dal giudice attraverso una valutazione della fattibilità economica del piano rilevato dal commissario giudiziale.

Il successivo intervento dell’avv.  CLAUDIA ABATECOLA esperta in Diritto bancario e tributario sempre  del foro di Roma fa il punto ponendo l’attenzione a nuovi sistemi di allerta ma sottolinea che tale meccanismo di intervento deve essere assolutamente confidenziale al fine di non pregiudicare tutto l’assett soprattutto verso gli istituti di credito. Il presupposto oggettivo cioè lo stato di difficoltà economico/finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore, e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate deve far scattare la procedura di allerta e la composizione assistita della crisi.

L’avv FABIO SANTANIELLO esperto di DIRITTO PENALE E PENALE TRIBUTARIO DEL FORO DI ROMA traccia un quadro preoccupante per gli aspetti penali, pur ribadendo che per l’attuale normativa bisogna intervenire al primo campanello di allarme in realtà l’imprenditore è sottoposto a un “Grande Fratello . Infatti sul profilo penale la precedente norma del 42 entrava solo nel momento” patologico” dell’azienda, ma l’attuale norma, volendo prevenire, responsabilizza l’imprenditore aprioristicamente con i sistemi di allerta e se tali sistemi non sono stati applicati nella giusta maniera la bancarotta ha maggiore valenza sull’aspetto penale, diventando, quindi, tutto l’impianto legislativo, un inasprimento dell’applicazione della pena con risvolti altrettanto drammatici per i professionisti.

Il dott CLAUDIO ZAMBOTTO Presidente dei commercialisti di Roma fa il punto sulle verifiche da eseguire alla luce della nuove norme del Codice della crisi d’impresa; i punti da considerare sono innumerevoli dalla conformità dello statuto alla conformità dello bilancio e bisogna far adottare all’impresa un sistema di organizzazione interno, amministrativo e contabile idoneo a rilevare tempestivamente la crisi e inoltre l’ art. 13 cc. 2 e 3 enuncia che è compito del consiglio nazionale dei dottori commercialisti elaborare con cadenza almeno triennale gli indici della crisi che valutati unitariamente fanno presumere la sussistenza di uno stato di crisi.

Il dott. Zambotto continua evidenziando gli indici di carattere reddituale, finanziario e gestionale da monitorare per l’eventuale attivazione “obbligatoria” della procedura di allerta evidenziando che questa non costituisce causa di risoluzione dei contratti pendenti anche se stipulati con pubbliche amministrazioni, né revoca degli affidamenti bancari come evidenziava nel precedente intervento l’avv. Claudia Abatecola parlando di meccanismo confidenziale.

Dopo avere ascoltato i tecnici, che hanno illustrato egregiamente le nuovi norme il moderatore dott. FEDERICO FOSCHINI a questo punto, dà la parola alle aziende attraverso  il Segretario nazionale della CONFEPI, l’associazione di categoria che rappresenta  l’interfaccia tra professionisti  ed imprese nei confronti delle istituzioni pubbliche e private, il dott. FRANCESCO SPENA BARRETTA il quale saluta il Presidente CONFEPI dott. GIANFRANCO CANDELA e lo ringrazia per l’impegno profuso che ha permesso la crescita esponenziale e di qualità della stessa associazione.

Il dott. Francesco Spena Barretta con l’occhio attento di chi conosce il territorio e suoi protagonisti imprenditori, evidenzia i reali problemi che le aziende quotidianamente subiscono da tutti ma a maggior ragione lo stato che dovrebbe tutelare il patrimonio più importante che sono appunto le piccole e medie imprese con questo nuovo codice della crisi di impresa evidenzia il netto scollamento che esiste fra legislatore e l’impresa.

Il compito delle associazioni di categoria è quello di rendere consapevole l’imprenditore (consapevolezza che potrebbe mancare perché è giustamente impegnato negli obiettivi aziendali e a garantire lavoro ai propri dipendenti), dare supporto ponendosi con professionisti al fianco dell’imprenditore ma fare anche da centro di aggregazione superando insieme le ulteriori barriere poste da un legislatore diciamo “poco attento”.

Il dott. ROBERTO NARDELLA Presidente Confimea Confederazione datoriale di piccole e medie imprese che associa oltre 400.000 aziende in Italia esordisce con una bellissima provocazione “La legge entrerà complessivamente in vigore nell’agosto del 2020, ma ci saranno gli imprenditori?” effettivamente lo scenario prospettato dello stato di crisi, di insolvenza, di concordato, fallimento e di severe pene detentive dell’imprenditore è a dir poco catastrofico da abbandonare tutto e fuggire via!  

Ma cosa devono e possono fare gli imprenditori?

Purtroppo il legislatore, ribadisce il presidente dott. Nardella, non conosce la realtà delle aziende, l’economia reale, pratica, quella di tutti i giorni, non è conosciuta per cui gli imprenditori devono fare rete, c’è uno strumento che è appunto la rete di impresa che permette la condivisione di progetti e risorse fra le aziende presentandosi sul mercato come un soggetto unico e quindi più forte e con più opportunità. Bisogna seguire modelli come questi di aggregazione e perseverare.

Infine chiude il dott PIETRO ZAPPATERRENO CEO e Founder ECP – ANEPG associazione promotrice della convegno. Evidenzia che l’effetto di tale stravolgimento oltre a portare a una certificazione dei processi aziendale e gestionali deve portare a una ridefinizione del ruolo dell’imprenditore arrivando a una vera e propria “patente” dell’imprenditore a sua tutela e della sua impresa!

 

La mia conoscenza e consapevolezza in materia è stata rafforzata dall’esauriente e dall’altissima qualificazione di tutti i relatori tecnici e il mio pensiero coincide in maniera pedissequa a quello del Segretario nazionale della CONFEPI Francesco Spena Barretta e il presidente della CONFIMEA Roberto Nardella scevro da qualsivoglia condizionamento ritengo che lo scollamento che esiste fra il legislatore e gli imprenditori è padre di questo Codice della Crisi di impresa, e senza nessuna reticenza invito i politici a riflettere davvero sul fatto che il motore della nostra Italia sono le piccole e medie imprese e non si possono e non si devono utilizzare strumenti che sono in qualche modo coercitivi perché non sempre applicabili; anche io agli imprenditori consigli di aggregarsi, di fare rete, ritengo che lo strumento della Rete di Impresa possa essere uno strumento che permette di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato, è comprovato che questo modello consente il miglioramento del fatturato e ottimizzazione dei costi, aumentando di conseguenza gli utili, scongiurando i pericoli di una “Crisi di Impresa”!

Economista, manager di aziende di importanza nazionale ed europee, da circa 25 anni è consulente di direzione e organizzazione aziendale e si occupa di contratti di rete aziendali. Da circa 10 anni si interessa di start up e consulenza globale per le aziende nel campo del food, in particolare della ristorazione. Ha frequentato prestigiosi corsi di cucina. Assaggiatore di formaggi ONAF. E' esperto di materie prime e scrive da 5 anni articoli di enogastronomia.

Economia

Economia, sulla riforma del MES volano gli stracci tra Conte e Salvini

Per il leghista “se c’è stato un accordo nascosto è alto tradimento”, il Premier lo accusa di “trascuratezza per gli affari pubblici”. Ma neanche a Visco e Cottarelli piace la possibile revisione del Fondo salva-Stati

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

Tanto tuonò che piovve. L’antico adagio può certamente riferirsi alla devastante ondata di maltempo che ha messo in ginocchio buona parte d’Italia: ma, in senso metaforico, può benissimo essere riadattato alla velenosissima nota ufficiosa con cui Palazzo Chigi ha risposto all’ultimo attacco sferrato dal leader del Carroccio Matteo Salvini.

Il casus belli, per l’occasione, era il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per gli amici Fondo salva-Stati, a cui tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono obbligati a contribuire, e che il Belpaese ha finora finanziato con 60 miliardi di euro. La Ue ha intenzione di modificarne le regole d’ingaggio, che però, secondo le voci captate dal Capitano, potrebbero già essere state profondamente alterate attraverso un «accordo nascosto in Europa» firmato, lo scorso giugno, anche dal bi-Premier Giuseppe Conte e/o dall’allora Cancelliere dello Scacchiere Giovanni Tria, «senza l’autorizzazione del Parlamento e della Lega che era alleato di Governo»  come precisato dall’ex Ministro dell’Interno: cui poi si è prontamente accodata la leader di FdI Giorgia Meloni – ma anche alcuni deputati del M5S che hanno esortato il capo politico pentastellato Luigi Di Maio a far convocare un vertice di maggioranza.

La riforma del MES avrebbe effetti deleteri per l’economia italica, perché vincolerebbe la possibilità di ricevere il supporto finanziario a tre condizioni: non ci si deve trovare in procedura di infrazione, si deve avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e il debito pubblico dev’essere inferiore al 60%.

Parametri che, ça va sans dire, ci escluderebbero da qualsiasi aiuto, a meno di non accettare una ristrutturazione del debito, che però implicherebbe una riduzione del valore nominale dei titoli di Stato. E, poiché oltre il 70% del nostro debito pubblico è in mano a investitori italiani, significherebbe che oltre al danno (i soldi che siamo costretti a versare al fondo) arriverebbe anche la beffa (perché in caso di necessità i titoli saranno deprezzati).

Di qui l’offensiva del segretario della Lega: «Sarebbe un’enorme fregatura per il popolo italiano e i risparmiatori. Rischia di essere un crimine nei confronti di lavoratori e risparmiatori. Se qualcuno ha firmato lo dica adesso, si ponga rimedio prima che sia troppo tardi. Altrimenti sarà alto tradimento».

Toni apocalittici a parte, il discorso dell’ex vicepremier era un florilegio di condizionali coniugati come richieste di spiegazione. Ma, tra l’emergenza meteorologica e la crisi dell’ex Ilva che non può non toccare da vicino un Capo del Governo pugliese, la nuova invettiva dell’ex alleato deve essere sembrata al fu Avvocato del popolo la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.

«La revisione del Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) non è stato ancora sottoscritto né dall’Italia né dagli altri Paesi e non c’è stato ancora nessun voto del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, o degli altri Capi di Stato e di governo europei sul pacchetto complessivo di questa riforma. In definitiva, nessuna firma né di giorno né di notte» è stata la replica piccata e senza troppa cura dell’italiano da parte di Palazzo Chigi. «In ogni caso, il Parlamento italiano ha un potere di veto sull’approvazione definitiva».

Poi la stoccata finale: «Il senatore Salvini, all’epoca era Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nonché Ministro dell’Interno, e avrebbe dovuto prestare più attenzione per l’andamento di questo negoziato, tanto più che l’argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (Viceministri all’Economia e Presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l’esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici».

Tanta pacatezza fa capire che, se una vipera avesse morso il BisConte, sarebbe probabilmente morta avvelenata. D’altra parte, in via Bellerio dovrebbero essere stati rassicurati da questa sobria reazione – almeno in via provvisoria. Resta infatti in ogni caso il nodo di una riforma su cui perfino due economisti che non si possono certo tacciare di simpatie “sovraniste” quali il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e l’ex commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli si sono spinti a lanciare l’allarme.

La battaglia, insomma, è appena cominciata. Ed essendoci di mezzo il benessere dell’Italia e degli Italiani, sarebbe bello che, una volta tanto, si abbandonassero gli opposti personalismi e si unissero tutte le forze. Meditate, gente, meditate.

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Economia

Legge di Bilancio, il salatissimo Conte da pagare

Il Governo annuncia “piena intesa” sulla Manovra che non risparmia nulla, dalle sigarette alle bevande zuccherate, dalla plastica ai giochi. Ma Renzi ha già promesso battaglia

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti indiscrezioni di stampa sulla Manovra del Governo rosso-giallo:

a) Arriva la minitassa da mezzo centesimo su cartine e filtri per le sigarette, che andrà a colpire i tabaccai (nel caso di una confezione da cinquanta pezzi, l’aggravio sarebbe di 25 centesimi). Per buona misura, viene vietata la vendita online dei prodotti in questione, mentre salirà di 5 euro al chilo l’accisa minima sui tabacchi lavorati.

b) Esordisce la Sugar tax, l’imposta sulle bevande zuccherate, fissata in 10 euro a ettolitro per i prodotti finiti e 0,25 euro al chilo per i prodotti da usare previa diluizione.

c) Verrà varata la Plastic tax, che per ora prevedrebbe un euro di tassa per ogni chilo di plastica prodotta, ma che il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha chiesto di rimodulare dopo la pioggia di critiche arrivate anche da alcune associazioni ambientaliste.

d) Viene imposto lo stop delle detrazioni fiscali al 19% per chi opera i propri pagamenti (comprese le spese per la salute) in contanti.

e) Viene confermata la stretta sulle detrazioni per i redditi più alti (a partire da 120mila euro), senza risparmiare neppure le spese sanitarie.

f) Aumenta “l’imposta sulla fortuna” per chi vince più di 500 euro al gioco: oggi il balzello è al 12% sulla quota eccedente, ma passerà al 15%.

g) Contemporaneamente, si gettano 140 milioni per le gretinate e, Di Maio permettendo, 8 milioni l’anno per rinnovare la (più che pleonastica) convenzione con Radio Radicale.

Ciò posto, il candidato confronti le tre seguenti dichiarazioni:

1) «Una certa propaganda vorrebbe dipingere questa Manovra come […] un profluvio di balzelli, di nuove tasse […]. Nulla di più falso» (il bi-Premier Giuseppe Conte).

2) «Si è svolta una riunione a Palazzo Chigi per concordare gli ultimi dettagli riguardanti il disegno di legge di bilancio 2020. C’è stata piena intesa politica per confermare tutte le misure» (nota di Palazzo Chigi).

3) «La vera sfida sarà nei prossimi mesi bloccare la Sugar tax e altre misure: tutto quello che è tassa fa male all’Italia» (il leader di Italia Viva Matteo Renzi).

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Economia

Reddito di cittadinanza, dalle (Cinque) stelle alle stalle

Lo spacciatore in Porsche col sussidio è solo l’ultimo caso: ma conferma una volta di più il fallimento dell’assistenzialismo grillino

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://it.blastingnews.com/politica/2018/04/reddito-di-cittadinanza-addio-fallito-lesperimento-in-finlandia-002524339.html

Partiamo dalla cronaca. A Siracusa, un 41enne che era uso rodomonteggiare a bordo della sua Porsche aveva destato dei sospetti nelle Fiamme Gialle che, allestito un posto di blocco, lo hanno fermato per un controllo mentre guidava il suo bolide. Paolo Nastasi – questo il nome dell’uomo – aveva con sé 600 euro di cui non ha saputo spiegare la provenienza: i finanzieri hanno allora perquisito la sua abitazione dove, nascosti nella cappa della cucina, hanno rinvenuto altri 1.000 euro e oltre 300 dosi di cocaina già pronte per essere smerciate.

Fin qui sembrava un caso come tanti altri – normale amministrazione, si potrebbe dire. Se non fosse che un supplemento di indagine ha rivelato un’ulteriore sorpresa: lo spacciatore risultava tanto povero che l’Inps gli aveva concesso il Reddito di Cittadinanza.

E non è nemmeno la prima volta. Solo pochi giorni fa è stata arrestata una 46enne romana che ugualmente percepiva il sussidio: e che, a sua volta, trafficava droga nel circolo ricreativo che aveva in gestione.

Per non parlare della folle (e ormai arcinota) vicenda di Francesca Saraceni, brigatista condannata a 21 anni nel processo per l’omicidio D’Antona, che ha ottenuto il contributo caro ai grillini perché la legge che lo ha istituito impone una fedina penale pulita “solo” negli ultimi 10 anni – e la condanna della Saraceni risale a 12 anni fa: tutto ciò malgrado il Codice Penale proibisca di erogare sovvenzioni statali a chi è stato condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Tecnicismi a parte, tutte queste questioni evidenziano il fallimento culturale, prima ancora che pratico, delle politiche assistenzialiste del M5S: il cui provvedimento bandiera era stato salutato come una norma che avrebbe aiutato, oltre ai singoli percettori, l’intera economia, sia attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro che mediante un rilancio dei consumi. Ebbene, a circa sette mesi dall’emissione dei primi assegni, la realtà dice ben altro.

I numeri, innanzitutto. A inizio mese, l’Inps ha accolto quasi un milione di domande, di cui 700.000 relative a soggetti “occupabili”: tra questi, circa 200.000 sono stati contattati dai centri per l’impiego, mentre coloro che hanno sostenuto un primo colloquio sono stati 70.000. Ma il dato che fa davvero riflettere è che solo in 50.000 – il 7% del totale – hanno firmato il Patto per il Lavoro, che prevede l’obbligo di accettare almeno una delle prime tre offerte occupazionali congrue, pena il decadimento del diritto a ricevere il beneficio.

Già queste cifre la dicono lunga sulla bontà dell’operazione, visto che ne smontano uno dei due architravi: tanto da provocare il duro sfogo del direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri, che via Twitter ha tuonato contro il «Reddito di cittadinanza a 980 mila fannulloni».

Come se questo non bastasse, poi, l’Istat ha certificato un forte aumento della propensione al risparmio delle famiglie nel secondo trimestre del 2019. Vuol dire che, contrariamente alle aspettative del MoVimento, gli Italiani non si fidano minimamente di questo momentaneo periodo di vacche grasse, e preferiscono mettere da parte i soldi per evitare brutte sorprese: con tanti saluti al rinnovato slancio dell’economia.

Malignamente, si potrebbe insinuare che qualcuno abbia suggerito ai pentastellati la celebre espressione di Alexandre Dumas padre “cherchez la femme”. E che i Cinque Stelle, ingannati dalla pronuncia francese e pagando la scarsa conoscenza delle lingue, abbiano equivocato l’invito a cercare una donna, convincendosi che la soluzione stesse piuttosto nella “fame”. Fatale (sempre giocando sull’idioma d’Oltralpe), in tutti i sensi.

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Economia

Governo, il monito della Ue: “La Manovra non riduce il debito”

Lettera di Dombrovskis e Moscovici al Ministro dell’Economia Gualtieri per esortare al rispetto degli obiettivi di bilancio. Il Premier Conte ostenta sicurezza e annuncia chiarimenti

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.tempi.it/manovra-lettera-ue-deficit-governo/

Immaginate che vi sia stato affidato un lavoro di gruppo. Immaginate che vi sia stata indicata una scadenza tassativa, che però avete difficoltà a rispettare causa incomprensioni tra i vostri compagni di team. Immaginate quindi di presentarvi al vostro committente soltanto con una bozza e con la promessa che l’incarico verrà portato a termine al più presto.

Ora portate questa visione a un livello più elevato, conditela con una salsa rosso-gialla, et voilà: avete realizzato la Manovra del BisConte, inviata a Bruxelles dopo essere stata approvata “salvo intese” – un’espressione che in sostanza significa che il Governo si riserva di modificare il testo prima di sottoporlo all’attenzione del Parlamento.

In questo modo, formalmente non era stata sforata la deadline del 15 ottobre, ma al contempo il bi-Premier Giuseppe Conte aveva guadagnato qualche giorno per risolvere i nodi tecnici e – soprattutto – politici. Nodi che però sono prepotentemente giunti al pettine nel momento in cui la Ue ha avvisato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che il Documento Programmatico di Bilancio «non rispetta l’obiettivo di riduzione del debito per il 2020».

Più precisamente, i rilievi mossi dal vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis e dal Commissario Pierre Moscovici riguardavano due parametri: il deficit strutturale di bilancio (sostanzialmente, il saldo negativo tra entrate e uscite dello Stato, corretto per gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum), per cui è previsto un peggioramento lieve, ma tale da pregiudicare l’aggiustamento raccomandato, «pari allo 0,6% del Pil»; e il tasso di crescita della spesa primaria netta (cioè la spesa pubblica al netto degli interessi, che rappresenta i costi sostenuti dallo Stato per assicurare ai cittadini bisogni primari quali istruzione, sanità e welfare), stimato all’1,9%, un valore che «eccede la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1%». I due euroburocrati hanno quindi concluso la lettera assicurando – bontà loro – che analizzeranno la richiesta italiana di servirsi della flessibilità «per tenere conto dell’impatto sul bilancio di eventi straordinari».

Potrebbe sembrare la solita, indebita ingerenza dell’Europa negli affari (è il caso di dirlo) di uno Stato sovrano, ma la realtà è che il messaggio richiama esplicitamente regolamenti e raccomandazioni avallati anche dall’Italia. Non a caso, sia da Palazzo Chigi che da via XX Settembre hanno fatto spallucce, con l’Avvocato del popolo che ha fatto capire di apprestarsi a fornire i chiarimenti richiesti.

Certo, sarebbe stato più semplice – e meno imbarazzante – se l’esecutivo avesse presentato la versione definitiva della Legge di Stabilità, anziché una brutta copia: per giunta neanche ben scritta, visti i rimproveri comunitari sulla non conformità ai parametri prestabiliti.

In ogni caso, l’ottimismo del Presidente del Consiglio è comprensibile, visto che al momento il barometro autoctono sembra virare nuovamente verso il sereno, dopo i confronti con i leader dei partiti che lo sostengono. Un problema alla volta, insomma, cogliendo l’attimo – o meglio afferrando il giorno: poiché, come suggeriva anche Lorenzo de’ Medici, «di doman non c’è certezza».

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Economia

Manovra, dopo il vertice di maggioranza è tregua armata nel Governo

Smorzate le polemiche di Renzi e Di Maio contro il Premier Conte, sempre più vicino a Zingaretti e al Pd. E il linguaggio riflette il decadimento del dibattito

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.attualita.it/notizie/politica/la-vera-posta-in-palio-ovvero-matteo-vs-matteo-41036/

Che la litigiosità dei nostri politici sia qualcosa di paradigmatico non lo scopriamo certo oggi. Semmai, un’invenzione molto moderna è lo sdoganamento di un certo tipo di linguaggio tradizionalmente associato a bettole e bar sport, non certo a rappresentanti delle istituzioni – e anche esponenti dei media, se è per questo.

Tipo il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti, per cui gli Italiani «non sono dei c….oni» (frase peraltro già utilizzata in passato da Silvio Berlusconi). O il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti che, riferendosi al leader di Italia Viva Matteo Renzi, ha affermato che «la sua probabilità di rimanere in equilibrio è proporzionale al numero dei fessi disposti a credergli» (che magari non è scurrile, ma nemmeno molto elegante).

Certo, se si fa coincidere con i Vaffa Day di Beppe Grillo il picco di diffusione delle volgarità, si può concludere con un sospiro di sollievo che si tratta di eventi ormai passati. Resta però come eredità la loro infiltrazione nel dibattito pubblico, che rende il confronto enormemente più sconcertante: soprattutto in un periodo in cui la tensione intergovernativa è tornata a salire oltre i livelli di guardia.

Il nodo del contendere, al momento, non è più nemmeno la Manovra, che più che altro ha funto da classica goccia che fa traboccare il vaso. Il problema è tutto politico, e fa seguito alla frase del bi-Premier Giuseppe Conte secondo cui «bisogna fare squadra, chi non la pensa così è fuori dal Governo».

Allo sfogo ha subito replicato il Rottamatore che, chiudendo la decima edizione del suo annuale convegno alla Leopolda, ha detto di aver proposto idee, non lanciato ultimatum. Mentre il capo politico pentastellato Luigi Di Maio ha ribaltato la prospettiva, bollando quelli del Presidente del Consiglio come diktat che «fanno del male al Paese», e aggiungendo che «in politica si ascolta la prima forza politica che è il M5S».

Non proprio il miglior modo per tranquillizzare l’Avvocato del popolo: il vertice di maggioranza pre-Cdm tanto invocato dai due riottosi alleati pare aver rasserenato un po’ il clima, ma bisogna capire per quanto – e se non si tratti solo di una pace armata.

Certo è che la morsa grillo-gigliata sta spingendo sempre il più il Capo del Governo tra le braccia del Partito Democratico: e probabilmente non è un caso che la reazione più dura alle invettive di Giggino e dell’ex Premier sia venuta dal segretario dem, che ha accusato entrambi di fare i furbi e avvisato che non accetterà «un gioco a chi la spara più grande».

Tra i quattro litiganti, il quinto che gode è il leader della Lega Matteo Salvini, reduce dal bagno di folla in piazza San Giovanni dove ha lanciato la “Coalizione degli Italiani”. «Mi sembra che in un mese stiano litigando più di quanto non abbiamo fatto in un anno» ha attaccato l’ex Ministro dell’Interno.

Come detto, nulla di nuovo sotto il sole del Belpaese – al massimo un salto di qualità. Per dire, nel film “Fifa e arena”, che aveva per protagonista il grandissimo Totò, c’è una scena ambientata in un club femminile di nome “Montecitoros”, in cui viene presentata una discussione tutta al femminile che degenera in una furiosa colluttazione, commentata da un’ironica scritta in sovrimpressione: «Tutti i Montecitoros sono uguali».

La pellicola è del 1948. Eppure, per attualizzarla basterebbe sostituire i nomi dei protagonisti con quelli dell’attualità. Come in una barzelletta. Del resto, lo aveva notato già Ennio Flaiano: e, anche se gli anni e i decenni passano, ancora oggi «la situazione politica in Italia è grave ma non è seria».

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Economia

Manovra, contro Conte il fuoco amico di Renzi e Di Maio

Evasione e partite Iva i nodi per il M5S, mentre Italia Viva insiste su Quota 100. E il Premier, spazientito, chiede lealtà e collaborazione

Mirko Ciminiello

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L’atomica è partita in piena notte da Washington. Detta così sembra un atto di guerra (e in un certo senso lo è), ma non c’entrano niente la Turchia o la Siria, e neppure gli Stati Uniti. A lanciare la bomba, per fortuna solo dialettica, è stato infatti il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, annunciando per lunedì un nuovo Consiglio dei Ministri per approvare la Manovra. «Su molti temi» ha fatto sapere, «voglio vederci chiaro».

In realtà, i cahiers de doléances si riducono a due grandi questioni: la prima è la stretta sulla flat tax per le Partite Iva, che due viceministri grillini, Stefano Buffagni (Mise) e Laura Castelli (Mef), hanno liquidato rispettivamente come «una follia» e come una proposta del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che «non è scolpita nella pietra».

Poi c’è il problema delle misure contro l’evasione fiscale. Da un lato, Giggino ha lamentato tentennamenti da parte degli alleati «su temi per noi irrinunciabili» come il carcere e la confisca dei beni per i (presunti) grandi evasori; dall’altro ha criticato l’abbassamento del tetto al contante (da 3.000 a 2.000 euro) e le sanzioni per chi non accetta l’uso del Pos (il pagamento elettronico), considerandoli provvedimenti che vanno a penalizzare i commercianti e non i grandi evasori.

A stretto giro di posta è però arrivata la replica del bi-Premier Giuseppe Conte, che non ha lasciato spazio a interpretazioni. «La Manovra è stata approvata salvo intese, ci sono aspetti su cui possiamo ragionare, ma nel Cdm previsto lunedì stiamo lavorando a un decreto legge sul terremoto».

L’Avvocato del popolo, che indiscrezioni vogliono molto irritato con alcuni dei suoi azionisti di maggioranza, ha ribadito la sua richiesta di lealtà e collaborazione rivolta alle forze di Governo. E il plurale non è un caso, perché non c’è soltanto il fronte M5S a impensierire il Presidente del Consiglio: tanto che, dalla Lega, è stato il leader Matteo Salvini a evocare sapientemente entrambe le spine nel fianco dell’esecutivo rosso-giallo: «Di Maio dice “stai sereno” con tocco renziano» ha ironizzato.

In effetti, il Rottamatore è tornato di nuovo alla ribalta alla presentazione della decima edizione della Leopolda (il suo annuale convegno fiorentino): in cui ha sfidato apertamente i Cinque Stelle ribadendo la sua proposta di abolire Quota 100 e destinare i soldi risparmiati «ai giovani, alle coppie, alle famiglie, agli stipendi e ai servizi».

Ma i distinguo dell’ex Premier non si sono esauriti qui: l’invettiva ha riguardato anche il tavolo sulle frodi fiscali, che doveva servire a concordare le norme da inserire nel Dl Fisco. Al termine dell’incontro Palazzo Chigi ha annunciato un’intesa di massima, e Italia Viva l’ha subito smentita.

E poi c’è stata la polemica sulle tasse. Con il Cancelliere dello Scacchiere Gualtieri che ha annunciato un’imposta sulle bibite zuccherate – facendo esultare il Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti,  che però vorrebbe un balzello anche sulle merendine: e Matteo Renzi che, per interposto Luigi Marattin, ha subito avvisato che presenterà un emendamento per cancellarla.

Forse non il modo migliore per smontare le accuse di prepotenza che il BisConte aveva lanciato appena una decina di giorni or sono. Di certo però è la maniera ottimale per garantire una certa “continuità” tra i suoi due Governi, perennemente stretti in una tenaglia le cui pinze hanno gli stessi due nomi: Luigi e Matteo. Che avesse ragione il grande storico greco Tucidide quando affermò che «la Storia si ripete»?

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Economia

Governo, tra tensioni e pensioni inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio

Il Premier Conte cerca di stemperare, ma nella maggioranza fioccano ancora le polemiche sulla Manovra: e il vero nodo resta Quota 100

Mirko Ciminiello

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Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti frasi idilliache pronunciate da membri sparsi della maggioranza rosso-gialla in riferimento a proposte e/o misure della Manovra che, dopo il faticoso invio a Bruxelles del Documento Programmatico di Bilancio, tra pochi giorni verrà trasmessa al Parlamento:

  1. a) «Via Quota 100» (il neo-leader di Italia Viva Matteo Renzi, nella sua eNews).
  2. b) «Quota 100 rimane» (il bi-Premier Giuseppe Conte, intervenendo a un convegno del CNR).
  3. c) «Il M5s non darà mai i voti per una legge di Bilancio che elimina Quota 100 e crea esodati. In Parlamento non ci sono i voti per abolire Quota 100. Resterà una poco felice fantasia di Italia Viva» (il capo politico grillino Luigi Di Maio, dal Lussemburgo).
  4. d) «L’abbassamento della soglia del contante a 1.000 euro è uno schiaffo al nostro Governo, ve la votate voi» (ancora Matteo Renzi, almeno secondo il retroscena dell’Huffington Post).
  5. e) «I renziani non governano da soli ma governano con una maggioranza» (Nunzia Catalfo, Ministro del Lavoro pentastellata, conversando con i giornalisti).

Ciò posto, il candidato giudichi se l’affermazione dell’Avvocato del popolo «sui giornali leggo una rappresentazione errata della realtà: non c’è stato assolutamente quel clima che oggi viene riportato» implichi la possibilità che l’atmosfera nell’esecutivo fosse perfino peggiore di quanto trapelato sui media.

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Economia

Governo, tra Quota 100 e l’ipotesi di nuove tasse si rialza il livello dello scontro

M5S contro Renzi e il Pd, mentre non è stato ancora sciolto il nodo delle coperture. Il tutto alla vigilia dell’invio della Manovra a Bruxelles

Mirko Ciminiello

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Se è vero che l’amore è bello solo se è litigarello, l’atmosfera all’interno del Governo rosso-giallo dovrebbe rendere invidiosi perfino Romeo e Giulietta. Magari è solo per far sentire più a suo agio il bi-Premier Giuseppe Conte, innestando il Conte-bis sulla stessa falsariga del Conte-semel. Ma è quantomeno lecito chiedersi se l’Avvocato del popolo non preferirebbe, almeno di quando in quando, vivere qualche ora di minor passione.

Le ultime tensioni si sono registrate, di nuovo, sulla Manovra economica, e forse la vera notizia è che, una volta tanto, a innescarle non è stato il Partito Democratico – o almeno non direttamente. Il nodo in realtà è sempre lo stesso, quello delle coperture, ma le difficoltà sono state acuite dai tempi ristrettissimi dovuti al fatto che si era alla vigilia della scadenza del termine prefissato per inviare il Documento Programmatico di Bilancio alla Commissione Europea e all’Eurogruppo.

In questo quadro, Italia Viva ha prospettato come soluzione «l’abolizione totale e immediata di Quota 100» per far confluire i risparmi nell’annunciato “fondo famiglia”. Per quanto in casi come questo il confine tra proposta effettiva e provocazione sia sempre molto labile, la sortita del deputato Luigi Marattin (poi confermata dallo stesso Matteo Renzi) ha mandato su tutte le furie il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, che ha replicato tranchant: «Io non creo altri esodati. Il Movimento Cinque Stelle non farà mai quello che ha fatto Elsa Fornero».

In definitiva, pare che uno dei pochi punti di contatto tra grillini e renziani stia nel rifiuto della consueta “strategia” del Pd basata sull’aumento delle imposte – che tra l’altro è un assist perfetto per le opposizioni. Per questo, se il leader della Lega Matteo Salvini ha attaccato il «Governo delle poltrone, che ha annunciato nuove tasse su gasolio, merendine e denaro contante», è toccato a Giggino, dalla festa napoletana del MoVimento, definire «follia pura» l’ipotesi, ventilata dai dem, di un rincaro del balzello sulle sim card (le schede telefoniche) dei clienti business – cioè, fondamentalmente, le aziende di telecomunicazioni.

Parrebbe quindi che il Presidente del Consiglio avesse ragione ad affermare, nel tentativo di gettare acqua sul fuoco, che è sbagliato considerare la Legge di stabilità come «la sommatoria di premure di una forza politica o di un’altra». Nessuna sommatoria infatti, dato che questa funzione addiziona tutti i valori, atto che è per definizione impossibile in politica: un’arte così intrisa di compromesso che Ronald Reagan la definì «il secondo mestiere più antico del mondo», salvo precisare che assomiglia molto al primo.

Forse in ossequio a questo aforisma, il leader del M5S ha rilanciato la proposta del Ministro della Salute Roberto Speranza (LeU) di abolire il superticket sulla sanità, benché non si sappia ancora da quando. Mentre sembra sia stato trovato l’accordo tra azionisti di maggioranza sul taglio del cuneo fiscale, per cui il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha trovato risorse aggiuntive, e sul varo del salario minimo.

Naturalmente, sarebbe stato troppo sperare che questa corrispondenza d’amorosi sensi durasse: perciò, per non farsi mancare niente, è arrivata l’abolizione, da parte del Consiglio provinciale di Bolzano, dell’espressione “Alto Adige” e del corrispondente aggettivo “altoatesino”, in favore della dizione “provincia di Bolzano” e del mantenimento della dicitura tedesca Südtirol. Un altro provvedimento che ha fatto irritare l’esecutivo, per usare un eufemismo. In seguito è stato ridimensionato dal Governatore della Regione Arno Kompatscher: ma era l’ennesima conferma di quanto il BisConte incarni la lezione evangelica del «basta a ciascun giorno la sua pena».

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Economia

Economia, sulla Manovra la tagliola delle ideologie

Dall’ossessione per l’evasione, praticamente equiparata alla mafia, alle follie ambientaliste: e i provvedimenti davvero utili vanno cercati col lanternino

Mirko Ciminiello

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Economia in primo piano in chiusura di settimana, a partire dall’approvazione alla Camera della Nota di aggiornamento al Def, sia pure per il rotto della cuffia – espressione che si traduce in uno scarto di appena tre voti. Al di là del dato politico sulla (scarsa) coesione della maggioranza rosso-gialla, il fatto principale resta il via libera al testo che disegna i confini della prossima Manovra. E, se il buongiorno si vede dal mattino, sembra che non ci sia da stare molto allegri.

Ancora una volta, infatti, la politica economica appare molto più orientata alla salvaguardia degli equilibri di Governo e delle ideologie retrostanti che alle necessità dei cittadini e dello Stato – e il fatto che sia una costante non rende questa pratica meno ottusa. Peraltro, non è nemmeno stato sciolto (o almeno non del tutto) il nodo delle coperture, se è vero che la massima autorità giornalistica in materia, Il Sole 24 Ore, ha lanciato l’allarme sul Dl Fisco, per cui mancano ancora 3,5 miliardi (su 7).

Il provvedimento in questione è uno dei più controversi, e non solo perché sembra scritto dall’house organ ufficioso del M5S. Nella bozza del Decreto fiscale, infatti, è prevista una stretta sui cosiddetti grandi evasori, con l’abbassamento delle soglie di punibilità (che dovrebbero scendere fino a 50mila euro per omesso versamento di ritenute dovute o certificate, e fino a 100mila euro per il reato di dichiarazione infedele) e l’aumento delle pene, fino a otto anni di carcere.

Già questo basterebbe a far capire che la filosofia (se così la si vuole chiamare) dietro alla legge di bilancio è quella del Davigo che sentenziava, pare: «Non esistono innocenti. Esistono solo colpevoli che non abbiamo ancora scoperto».

Ma la genuflessione alle ossessioni giustizialiste si estrinseca in un travaglio perfino peggiore: perché un articolo del Dl prevede addirittura la confisca dei beni “per sproporzione” in caso di condanna penale per evasione di imposte sui redditi e Iva: una norma che attualmente si applica solo agli autori di reati quali l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Una follia talmente iperbolica da far passare in secondo piano anche le gretinate sul Green New Deal (“nuovo accordo verde” evidentemente suonava troppo comprensibile o troppo poco esotico): che guarda caso è stato bollato come ridicolo non solo dall’opposizione, ma anche dagli stessi ambientalisti – sia pure, ovviamente, per ragioni opposte.

Si aggiungano poi l’annunciata eliminazione di Quota 100, che la stessa Elsa Fornero (pur mantenendo il giudizio negativo sul provvedimento) aveva affermato non fosse il caso di cancellare; gli spiccioli per le famiglie, che invece dovrebbero essere supportate e agevolate il più possibile perché rappresentano, assieme alle imprese, il vero motore della società; ed ecco che una delle poche misure che potrebbero davvero risultare utili diventa la digital tax, che il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri punta a far entrare in vigore da gennaio, e che colpirà i giganti del web – anche se verosimilmente non porterà cifre pantagrueliche nelle casse dello Stato.

Poco, troppo poco. Al punto che torna in mente una barzelletta, vecchia ma quanto mai attuale. “Cesare! Il popolo chiede sesterzi!” gridò un antico Romano. E il grande condottiero, fulminante: “Digli che vado dritto!”

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Cronaca

I dazi amari anti-Ue degli Usa…

A rischio parmigiano e prosciutto dopo che il WTO ha autorizzato gli Stati Uniti a tassare prodotti europei per 7,5 miliardi di dollari

Mirko Ciminiello

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Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni, tutti antecedenti il licet del WTO (World Trade Organization, l’Organizzazione Mondiale del Commercio) ai dazi americani per 7,5 miliardi di dollari su vari prodotti dell’Unione Europea:

a) «Non è facile intervenire a far pesare specifiche considerazioni, ma ce la metterò tutta» (Giuseppe Conte, 28/09).

b) Conte chiede uno sconto sui dazi. Pompeo: «Siete un alleato chiave» (it, 01/10).

c) Pompeo a Roma, Conte offre garanzie sul 5G ma chiede meno dazi (Il Sole 24 Ore, 01/10).

d) Conte vede Pompeo, Italia teme i dazi (ANSA, 01/10). L’articolo corrispondente recita: «L’Italia vuole schivare, o quantomeno ridurre al minimo, l’impatto della nuova ondata di dazi americani verso l’Ue: è questo il principale dossier che fa da sfondo alla visita a Roma del segretario di Stato americano Mike Pompeo».

e) «Difenderemo le nostre imprese, il made in Italy, le nostre eccellenze. Non faremo sconti» (Luigi Di Maio, 02/10).

Ciò posto, il candidato discuta il ruolo che potrebbe aver avuto, nella decisione degli Usa di stangare anche l’agroalimentare italiano (soprattutto, pare, formaggi, prosciutto e liquori), la gaffe – l’ennesima – di Giggino che, incontrando Mike Pompeo, lo ha testualmente chiamato «segretario Ross».

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Economia

Manovra, niente aumento dell’Iva e Bonus della Befana

L’annuncio del Premier Conte: “Trovate le coperture”. Ma gli incentivi alla moneta elettronica rischiano di penalizzare chi usa il contante

Mirko Ciminiello

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«La prima buona notizia è che sterilizziamo l’Iva. I 23 miliardi ci sono: manca qualche copertura ma stiamo completando il lavoro». Così il bi-Premier Giuseppe Conte annunciando la Nota di aggiornamento al DEF (il Documento di Economia e Finanza, prodromo della Manovra di bilancio) che di lì a poco avrebbe portato in Consiglio dei Ministri.

È certamente una buona notizia per tutti, soprattutto dopo il fallimento del vertice notturno incentrato proprio sull’Imposta sul Valore Aggiunto: con Luigi Di Maio e Matteo Renzi che avevano opposto un secco rifiuto a qualunque ipotesi di aumento, bollato dal neo-leader di Italia Viva come uno «schiaffo ai consumatori» che «porta alla recessione»; e la dura replica del Partito Democratico che, per bocca del capo delegazione Dario Franceschini, aveva stigmatizzato i toni ultimativi degli alleati – confermando en passant la storica infatuazione dei dem per le tasse.

Si potrebbe dire che il risveglio porta consiglio al Governo rosso-giallo, visto che non è la prima volta che gli azionisti di maggioranza del BisConte si addormentano dopo un alterco, salvo poi dissipare le nebbie del disaccordo col nuovo giorno.

Ma l’Avvocato del popolo non si è fermato qui. «Stiamo lavorando per portare l’Iva sulle bollette dal 10% al 5%, e su latte, pasta, pane dal 4% all’1%» ha aggiunto, auspicando anche un imminente taglio del cuneo fiscale (fondamentalmente, la differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro – anche in termini fiscali – e quanto percepisce effettivamente il lavoratore).

Naturalmente, qualunque provvedimento che portasse più soldi in tasca ai cittadini e contribuisse al rilancio dell’economia sarebbe più che benvenuto. Tutto, però, ha un prezzo: in questo caso, come precisato ancora dal Capo del Governo, per raggiungere gli obiettivi summenzionati «dobbiamo incentivare l’uso dei mezzi elettronici, ma serve per questo un piano nazionale: dobbiamo consentire anche a chi non ha carte o bancomat o conti correnti di poter usare questi strumenti senza costi e senza provvigioni».

Queste agevolazioni, però, comporterebbero come contraltare un sistema di penalizzazioni per quanti invece volessero continuare a usare il contante nei settori giudicati a maggior rischio di evasione fiscale. È stato calcolato, per esempio, che il conto di una cena al ristorante verrebbe gravato, per chi paga cash, da un’Iva cresciuta di un punto percentuale. Senza contare che un simile provvedimento potrebbe gravare soprattutto sulle persone più anziane, meno avvezze a servirsi di strumenti di pagamento elettronici.

Un altro nodo da sciogliere riguarda poi i tempi delle detrazioni fiscali. L’idea è quella di un rimborso da dare tutto in una volta, magari a inizio anno: tanto che c’è già chi lo ha ribattezzato “Bonus della Befana”.

Infine, non va dimenticato che ad appesantire il bilancio si aggiungeranno le richieste dei singoli Ministeri. Questo per dire che la strada della Manovra è in salita – ma intanto è stata tracciata. Vedremo quali saranno i suoi effetti: nella speranza che si traduca davvero nei benefici auspicati dall’esecutivo, cui auguriamo buon lavoro nella stesura della legge più importante dello Stato, nell’interesse esclusivo di tutti gli Italiani.

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Economia

Fisco, indice Isa: Adc e Anc chiedono la disapplicazione e promuovono iniziativa

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ADC e ANC hanno promosso un’azione congiunta, su più fronti, per ottenere la disapplicazione degli indici Isa per l’anno 2018. Abbiamo chiesto formalmente al Ministro dell’Economia e al Direttore dell’Agenzia delle Entrate di adoperarsi fattivamente al fine dell’emanazione di un provvedimento di stop.

Inoltre, abbiamo sollecitato i Garanti del Contribuente di tutte le Regioni, sottolineando loro il perdurare della situazione di caos, aggravatasi con l’emanazione del Decreto, pubblicato il 17 agosto G.U. con cui sono state introdotte ulteriori modifiche al sistema di calcolo degli ISA, in plateale violazione del termine dei sessanta giorni che lo Statuto del Contribuente prevede per la comunicazione di siffatte misure, minando ancora un volta, se è possibile farlo in maggior misura, i principi che dovrebbero regolare i rapporti tra lo Stato e il Cittadino.

Abbiamo inoltre avviato una massiccia operazione di sensibilizzazione presso tutti i commercialisti e le aziende clienti, affinché, anche da parte loro arrivi al MEF la richiesta di disapplicazione degli Isa. È stata anche inviata una missiva ai Presidenti delle maggiori Associazioni rappresentative delle aziende e dei lavoratori autonomi sollecitando un incontro finalizzato a definire il possibile comune impegno, alla luce del fatto che sono le realtà economiche le prime vittime di questa perdurante incertezza normativa.

La Confederazione, in caso di un mancato ascolto, intraprenderà ulteriori e più incisive azioni a tutela della categoria e dei contribuenti. Le imprese e i lavoratori autonomi non sono sudditi, ma i principali motori del sistema paese. Tenerli in ostaggio con strumenti statistici di dubbio funzionamento e ancor più dubbio esito non significa aiutare l’Italia a crescere e riprendersi, ma solo costruirsi un alibi nella lotta all’evasione.

Siamo consapevoli che il momento politico troverà i nostri interlocutori più distratti di quanto accade solitamente, ma come associazioni di categoria abbiamo il dovere di mantenere tutti i nostri sforzi concentrati sulle difficoltà dei nostri colleghi e delle imprese; le scadenze mordono e il tempo per “attendere gli sviluppi della politica” non c’è.

 

Riceviamo e pubblichiamo da Ufficio Comunicazione ADC (Associazione dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili) e ANC (Associazione Nazionale Commercialisti).

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