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Politica

Governo: passato il Decreto Sicurezza Bis, riparte la polemica sulla Tav

E Salvini avverte il M5S: “La pazienza sta finendo”

Mirko Ciminiello

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Matteo Salvini

È ufficialmente iniziata la settimana più lunga del Governo Conte. Un inizio, in realtà, relativamente soft, visto che in pochi credevano che l’esecutivo potesse davvero cadere sul Decreto Sicurezza Bis. Al netto dei mal di pancia di alcuni senatori pentastellati, infatti, la Lega sapeva di poter contare su aiuti provenienti dal Gruppo Misto, dagli “alleati naturali” di Fratelli d’Italia e dagli eletti di Forza Italia vicini alle posizioni del Governatore Ligure Giovanni Toti.

Il Carroccio, in effetti, ha sempre mostrato una certa baldanza, tanto è vero che il vicepremier Matteo Salvini ha punzecchiato gli alleati-rivali del M5S su altri temi: dal taglio delle tasse alla riforma della giustizia, dall’autonomia allo sblocco delle opere ferme. Ma il principale oggetto del contendere resta uno solo, lo scoglio atavico della Tav, su cui si è consumato l’ennesimo strappo tra il Ministro dell’Interno e il suo collega Danilo Toninelli.

«Mercoledì si vota una mozione dei Cinque Stelle per bloccare la Tav, e questo sarà un problema: chiunque dirà no alla Tav, stia bene attento, perché mette a rischio il Governo» ha tuonato il segretario leghista dal lecchese, in occasione della chiusura della festa del partito. Anche perché, è il ragionamento di Salvini, un voto contrario da parte del Parlamento sarebbe di fatto una sfiducia al Presidente del Consiglio, oltre che uno schiaffo agli Italiani che vogliono treni, porti e aeroporti. E «noi ne trarremo le conseguenze».

Parole che non potevano passare inosservate, e che hanno provocato la replica piccata di Toninelli. «La mozione impegna il Parlamento e non il Governo. Questo significa che non ci saranno problemi per la tenuta del Governo. Salvini minacci chi vuole» ha frignato il titolare del MIT.

Ora, considerato che il Ministro grillino è celebre per le gaffe che gli hanno meritato (si fa per dire) il nomignolo di “Tontinelli”, non stupisce più di tanto che il livello della sua risposta sia lo stesso di uno scolaretto che cerca di arrampicarsi sugli specchi perché non ha studiato abbastanza per sostenere un’interrogazione. È del tutto evidente, infatti, che il Capitano non si riferiva a problemi “tecnici” – come se, per intenderci, l’esecutivo avesse messo la fiducia sul provvedimento -, ma a problemi squisitamente politici.

«Di Battista, Di Maio, Grillo, Toninelli: o tutti fanno il loro lavoro o la pazienza finisce. O le cose le facciamo bene o le mezze misure non ci piacciono, e lo dico non alle opposizioni, sono stufo di attacchi di quelli che dovrebbero essere alleati» ha rincarato la dose il vicepremier.

Insomma, morto uno scontro se ne fa subito un altro. E il MoVimento dovrebbe stare molto attento a non tirare troppo la corda, che già da tempo ha cominciato a dare segnali di rottura. Una rottura da cui la Lega avrebbe molto di più da guadagnare, stante l’inarrestabile crescita segnalata dai sondaggi.

Certo, ci possono essere eventi in grado di cambiare il quadro. Per esempio, ha destato scalpore il video in cui Salvini si improvvisava deejay alla consolle del Papeete Beach, noto stabilimento balneare di Milano Marittima. Il suo atteggiamento scherzoso è stato immediatamente stigmatizzato, con l’usuale spocchia, dalla crème dei radical-chic. Che non ce la fanno proprio a sopportare l’idea che la Lega sia al 40%. La vogliono a tutti i costi al 60%.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Elezioni, le Regionali e il referendum sul taglio dei parlamentari fanno tremare il Governo

La Cassazione dà il placet alla consultazione, da tenersi tra marzo e giugno. Fibrillazioni nella maggioranza, il Premier Conte ostenta sicurezza ma…

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Ministero dell'Interno

E proprio alla vigilia delle Regionali, l’attesissimo verdetto della Cassazione è finalmente arrivato: via libera, il referendum sul taglio dei parlamentari s’ha da fare, il quesito è conforme al dettato costituzionale e, pertanto, legittimo. Ora spetterà al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella stabilire la data della consultazione – che sarà priva di quorum -, con un suo decreto «su deliberazione del Consiglio dei Ministri».

Il Governo dovrà riunirsi in tal senso entro 60 giorni dal placet degli ermellini, e avrà poi un periodo compreso tra 50 e 70 giorni per decidere il giorno delle urne: il quale dovrà quindi necessariamente cadere tra la fine di marzo e il giugno prossimo.

Tale percorso potrebbe incrociarsi proprio con le imminenti elezioni – soprattutto quelle in Emilia-Romagna – e potrebbe risultare decisivo per le sorti del Conte-bis (a dispetto delle rodomontate del Presidente del Consiglio). I cittadini saranno infatti chiamati a esprimersi sulla riforma-bandiera del M5S, che riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 – e la conferma appare scontata.

Questo implica che per molti partiti – ma anche per parecchi parlamentari singoli – sia già scattata la corsa alla sopravvivenza (della poltrona). E probabilmente non è un caso che la richiesta di appello al popolo sia stata firmata da rappresentanti di tutte le forze politiche presenti a Palazzo Madama (compreso un esponente pentastellato), con la sola eccezione di FdI.

A questo punto, salgono in cattedra le strategie. Quella dell’opposizione di centro-destra è, per forza di cose, la più chiara e lineare, soprattutto nel caso – che gli addetti ai lavori ritengono molto probabile – di una vittoria nel fortino dell’Emilia-Romagna: richiesta di dimissioni immediate dell’esecutivo rosso-giallo e di elezioni politiche anticipate.

Molto più variegate sono le posizioni in seno alla maggioranza che sostiene il BisConte, anche per via dei rispettivi, recenti sviluppi. Il Pd, dato dal segretario Nicola Zingaretti in predicato di scioglimento, è attraversato da due forze, una centripeta e una centrifuga. La prima si riferisce allo spauracchio, più volte evocato dai dem, di consegnare il Paese alla Lega e al suo leader Matteo Salvini in caso di scioglimento precoce delle Camere: a conferma che la vocazione democratica del partito omonimo è tale solo se il popolo si esprime in accordo con i propri desiderata.

La spinta uguale e contraria potrebbe invece venire proprio dall’Emilia-Romagna: se infatti, dopo cinquant’anni di Governatori di sinistra, la Regione rossa per eccellenza dovesse voltare le spalle all’uscente Stefano Bonaccini per virare su Lucia Borgonzoni, difficilmente l’alleanza con i grillini potrebbe reggere – e, verosimilmente, verrebbe messa in discussione la stessa segreteria di Zingaretti.

Sulle Regionali, in ogni caso, da via del Nazareno hanno sempre ostentato sicurezza, anche perché la sfida tra piazze pare (perché non ci sono stime ufficiali) abbia visto prevalere quelle rosse. Il che comunque non sorprenderebbe, considerati i metodi, diciamo, eterodossi da sempre usati dal Pd (in qualsiasi denominazione, quindi anche ora che, vergognandosi di se stesso, si nasconde dietro una parvenza ittica) per moltiplicare il proprio pubblico: il problema atavico, per i dem, resta infatti quello delle urne vuote.

In evoluzione è anche la posizione di Italia Viva, che non ha mai fatto mistero di aver bisogno di tempo per consolidarsi: troppo forte è il rischio di vedere la propria pattuglia parlamentare decimata da un consenso che i sondaggi danno attualmente intorno alla soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale in lavorazione.

Si sa che Matteo Renzi, da sempre insofferente verso il bi-Premier Giuseppe Conte, auspica la sostituzione dell’ex Avvocato del popolo con una figura a lui più gradita, che gli garantisca una tranquilla prosecuzione della legislatura fino alla scadenza naturale: poiché però Giuseppi non sembra incline a ottemperare al suo progetto, l’ex Rottamatore potrebbe infine optare per l’eutanasia del Governo onde rimandare la sforbiciata degli eletti alla successiva legislatura – soprattutto se i tempi referendari dovessero dilatarsi.

In tal senso, potrebbe essere interesse di Palazzo Chigi indire la consultazione popolare il prima possibile, per chiudere in fretta la possibile finestra tentatoria. Anche se, per contro, l’allungamento della tempistica oltre l’estate porterebbe all’avvio della sessione di Bilancio, che potrebbe (il condizionale è d’obbligo, soprattutto dopo gli eventi della scorsa estate) blindare l’esecutivo almeno fino a fine anno.

In tutto ciò, occhio anche ai Cinque Stelle neo-orfani del capo politico Luigi Di Maio. Il suo successore Vito Crimi ha già annunciato continuità col lavoro di Giggino – che visti i grandi successi di quest’ultimo pare decisamente la scelta più saggia.

A ogni modo, il MoVimento non potrà mai agire né parlare contro la sua stessa ossessione anti-casta, ma paradossalmente è la forza politica che, stante il crollo paventato da tutti i sondaggi, ci rimetterebbe di più: perderebbe infatti (più o meno) la metà degli eletti se si designassero gli attuali mille parlamentari, cifra che crollerebbe drammaticamente se entrasse in vigore la famigerata riforma. Un nodo che prima o poi dovrà venire al pettine: e, nel segreto dell’urna, Dio ti vede, l’Elevato no.

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Politica

Governo, il Premier Conte come Alì il Comico mentre la sua maggioranza si dissolve

Alla vigilia delle temutissime Regionali, Di Maio lascia la guida del M5S, e Zingaretti aveva già annunciato lo scioglimento del Pd. Ma Giuseppi fa finta di niente: “Dall’Emilia-Romagna nessuna fibrillazione”

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte. Foto dal sito di Italia Oggi

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni inerenti le ripercussioni che le imminenti Regionali – soprattutto in Emilia-Romagna – potrebbero avere sull’esecutivo rosso-giallo:

a) «Zingaretti: “Dopo le Regionali sciolgo il Pd e lancio un partito nuovo”» (Tgcom24, 11 gennaio. Che diventerebbe l’equivalente politico di Amanda Lear).

b) «Di Maio: “Mi dimetto da capo politico”. Terremoto nel M5S alla vigilia delle regionali» (Tg La7, 22 gennaio. Almeno stavolta non c’è il rischio di far saltare festività a Rocco Casalino).

c) «Delrio: vinciamo noi in Emilia-Romagna. Ma se si perde ci saranno problemi» (Corriere della Sera, 20 gennaio. Tipo il dover giustificare su un piano logico due premesse mutuamente escludentesi).

d) «Di Maio abbandona la guida dei 5 Stelle al tracollo, Zingaretti annuncia lo scioglimento del Pd, Renzi litiga con tutti. Il Governo è finito» (il leader della Lega Matteo Salvini. Ci sarebbe anche Speranza, ma forse sarebbe stato troppo crudele sottolinearlo).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Alì il Comico”, la seguente affermazione del bi-Premier Giuseppe Conte: «Dire che le elezioni regionali siano un voto sul Governo è sbagliato. Non credo ne potranno derivare fibrillazioni sul Governo. Ma aspettiamo di valutare, confidiamo che il voto possa dare più energia alle forze che sostengono il Governo».

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Politica

M5S, cambio al vertice: ma con Crimi si va Di Maio in peggio

Giggino sbatte la porta appena prima delle Regionali che potrebbero sancire la disfatta dei grillini, e accusa: “pugnalato alle spalle”. Lo sostituisce Vito Crimi, che non promette nulla di buono

Mirko Ciminiello

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Luigi Di Maio e Vito Crimi. Foto dal sito de Il Post

Diciamo che non è stato esattamente un fulmine a ciel sereno. L’outing sulle dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico del Movimento 5 Stelle era stato effettuato dalla stampa già qualche settimana fa, senza che dal diretto interessato fossero arrivate conferme né smentite. Ora, però, è arrivato anche il coming out di Giggino, anticipato ai Ministri pentastellati e poi reso pubblico durante la presentazione romana dei nuovi “facilitatori” regionali: «ho portato a termine il mio compito».

Con così tanti indizi, forse l’unica vera sorpresa è stata la tempistica: l’annuncio è infatti piovuto a soli quattro giorni dalle Regionali della Calabria e (soprattutto) dell’Emilia-Romagna – e in molti hanno visto un rapporto causale tra i due eventi.

I sondaggi, infatti, sono impietosi, con i grillini crollati al 10% – e, secondo alcune rilevazioni, perfino più in basso. Non a caso il Ministro degli Esteri, anche in considerazione dei pessimi risultati ottenuti in tutte le consultazioni successive alle Politiche 2018, avrebbe preferito evitare del tutto la corsa elettorale: salvo essere smentito dal “tradimento” della piattaforma Rousseau – e probabilmente condannato all’ennesima figuraccia.

In effetti, il titolare della Farnesina non ha fatto mistero di essere stanco di fare da parafulmine e capro espiatorio a uso e consumo della fronda interna che da tempo, sotto l’impulso dell’ambizione, cercava di destabilizzarlo: o, per usare la sua espressione, di pugnalarlo alle spalle. «È stato tirato per la giacchetta» ha commentato per esempio il bi-Premier Giuseppe Conte, ribadendo poi per l’ennesima volta che le Regionali non sono un voto sul Governo rosso-giallo, verosimilmente nella speranza di autoconvincersi.

D’altra parte, Di Maio è stato spesso accusato di autoritarismo nella gestione del M5S, e chi si atteggia a condottiero dovrebbe accettare sia i pro che i contro della sua sovraesposizione. Come le critiche dovute all’eccesso di parlamentari migrati ad altri gruppi, per abbandono o per epurazione (al momento, nella legislatura corrente, siamo a 31 eletti grillini).

Ma è soprattutto il tempismo che non gli fa onore, perché sa di (ennesima) fuga dalle proprie responsabilità: come un capitano che guarda la propria nave affondare ma, anziché restare a bordo, salta sulla prima scialuppa accusando l’equipaggio di non averlo supportato a dovere.

Dopo di me il diluvio, insomma – e il rischio è proprio quello. Perché, come annunciato dallo stesso leader dimissionario, il suo successore, almeno fino agli Stati Generali di marzo, è l’attuale viceministro dell’Interno Vito Crimi: uno che, per intenderci, ha speso 45mila euro di soldi pubblici per tre sondaggi sul gradimento suo e del Governo, ed era convinto che si potesse governare senza un esecutivo in carica e che il partito che arriva primo alle Politiche abbia automaticamente la maggioranza «alla Camera e molto probabilmente (sic!) anche al Senato».

Di Maio in peggio, quindi, tanto per dire che è altamente probabile che si finirà per rimpiangere il leaderino avellinese: musiliano uomo senza qualità che proprio per questo ha incarnato alla perfezione lo spirito del MoVimento in quanto «incompetenza elevata a elemento di orgoglio», come ebbe a ironizzare il fondatore di Italia Viva Matteo Renzi. Dal coccodrillo giornalistico (e fin troppo precoce), dunque, si potrebbe presto passare alle lacrime di coccodrillo.

Eppure, malgrado tutto, c’è anche l’impronta dell’ex vicepremier sull’era che (parole sue) si è ormai chiusa. Un paio di mesi fa, Giggino si era autoelogiato citando (in realtà in maniera leggermente inesatta) un celebre aforisma di James Freeman Clarke: «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni».

Forse, con il suo passo indietro, per la prima volta ha fatto davvero qualcosa di utile per il futuro e il benessere dell’Italia. Sipario.

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Politica

Processo Salvini, dal Pd dopo il danno anche la beffa

I dem disertano il voto in Giunta per le immunità, terrorizzati dai contraccolpi sulle Regionali in Emilia-Romagna. Ma per Zingaretti è il Capitano che “fa uso politico della giustizia”

Mirko Ciminiello

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La nave Gregoretti. Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti e le seguenti dichiarazioni inerenti la sconcertante pantomima inscenata nella Giunta per le immunità di Palazzo Madama, che sul caso Gregoretti ha avallato il processo contro il leader leghista Matteo Salvini con i soli voti favorevoli dei senatori del Carroccio – e l’assenza dei membri della maggioranza rosso-gialla:

a) «È arrivata la richiesta della maggioranza: rinviare la data del voto. Non più il 20 gennaio. L’obiettivo è far scattare la decisione della giunta solo dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria» (Repubblica, 9 gennaio).

b) «La maggioranza non vuole quel voto il 20 gennaio, a sei giorni dalle elezioni regionali […] Il leader leghista sognava di immolarsi e costruirci il rush finale della campagna: da vittima della giustizia sacrificato sull’altare della difesa dei confini» (Repubblica, 9 gennaio).

c) «Se non è un processo politico, perché la maggioranza vuole rinviare il voto a dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna? Cosa c’entrano? Lo sanno benissimo che il popolo sta con lui e potrebbe indispettirsi per un voto contro Salvini» (il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, 16 gennaio).

d) Il Capitano «vuole soltanto apparire e gioca a fare l’eroe: o l’eroe mandato a processo dalla sinistra o addirittura dai suoi colleghi della Lega» (il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, 20 gennaio).

e) «Ho scoperto che quelli del Pd aspettavano di darmi del delinquente dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Troppo comodi» (Matteo Salvini, 20 gennaio).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Trattamento Sanitario Obbligatorio”, la seguente amenità del segretario dem Nicola Zingaretti: «Salvini ancora una volta fa uso politico della giustizia».

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Politica

Roma, lo strano senso delle priorità del sindaco Raggi

All’atavica inefficienza di Ama e Atac si sono aggiunti lo smog e i guai giudiziari. Ma il primo cittadino pensa a pedonalizzare lo stradone di San Giovanni

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti il buongoverno di Roma operato dalla giunta grillina guidata da Virginia Raggi:

a) «Roma Lido: treni ogni 40 minuti, corse saltate e vagoni pieni. Venerdì da incubo» (Roma Today. A conferma che ATAC significa “arrivi tardi a casa”).

b) «Roma, stretta anti-smog, la frenata di Raggi: regole da rivedere» (Il Messaggero. La prossima volta toccherà alle flatulenze bovine).

c) «I rifiuti di Roma verso la discarica di Roccasecca: il sindaco minaccia il blocco dei tir» (Roma Today. O almeno il cambio del nome in Roccaindifferenziata).

d) «Stadio Roma, De Vito incastra la Raggi: sindaco parte civile e teste a difesa» (affaritaliani.it. Come se Virgy non fosse a suo agio con l’antinomia tra le proprie azioni).

Ciò posto, il candidato commenti quest’ultimo titolo, tratto da Roma Today, che fa capire alla perfezione quanto il Campidoglio abbia chiare le priorità dell’Urbe: «Gay street pedonale, il Comune di Roma ci riprova».

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Politica

Processo Salvini, il voto il 20 gennaio manda in tilt Pd e M5S

Dal caso Gregoretti al caos, la Casellati vota con l’opposizione e la maggioranza insorge: dimenticando che la stessa cosa era accaduta, a parti invertite, con la riforma della prescrizione

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti relativi al voto della Giunta per il Regolamento che, con l’apporto decisivo della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sancito che la Giunta per le Immunità di Palazzo Madama dovrà esprimersi sulla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Gregoretti il prossimo 20 gennaio – contrariamente a quanto auspicato dalla maggioranza M5S-Pd, che aveva chiesto il rinvio del voto a dopo le Regionali del 26 gennaio:

a) La Casellati «con il suo voto insieme alle opposizioni smette di essere arbitro e indossa la maglia di una delle squadre in campo» (la vicepresidente dei senatori M5S Alessandra Maiorino. Curioso: non ci sembra che la maggioranza rosso-gialla avesse espresso la stessa indignazione quando, appena due giorni prima, la presidente – anch’essa grillina – della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, aveva salvato in modo analogo la riforma della prescrizione del Guardasigilli – sempre pentastellato – Alfonso Bonafede…).

b) «Il suo voto a favore della Lega determina la convocazione della Giunta in modo tecnicamente illegale» (il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci. A conferma che il Pd ha una concezione della legalità quantomeno singolare).

c) «Siamo molto preoccupati per la democrazia» (Sempre Marcucci. Preoccupazione comune, quando c’è un Governo – l’ennesimo – non votato da nessuno e inviso, stando agli ultimi sondaggi, praticamente a due terzi dell’elettorato).

d) «Non si può essere terzi solo quando si soddisfano le ragioni della maggioranza» (la presidente del Senato Casellati. In quel caso si sarebbe primi).

e) «Se lunedì, come pare, perché i numeri ce li hanno a favore, Pd, Renzi e Cinque Stelle decideranno che devo esser processato, andrò in quel tribunale a testa alta sicuro di rappresentare la maggioranza del popolo italiano» (il leader della Lega Ora che ha informato i magistrati del suo consenso, l’unico modo che ha per non essere cancellato è travestirsi da piratessa tedesca).

Ciò posto, il candidato commenti questa frase sul Capitano tratta un articolo de Il Fatto Quotidiano, a cui potrebbe essere sfuggita una velata ombra di verità: «Si teme di regalargli voti o che passi l’idea di una “scorciatoia giudiziaria” alla necessaria lotta politica».

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Politica

Politica, l’offensiva di Renzi: così Italia Viva può ammazzare il Governo

L’ex Rottamatore attacca su Regionali e riforma della prescrizione, polemiche e accuse incrociate con Pd e M5S. E il Premier Conte non sta sereno

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi. Foto dal sito dell'ANSA

Un tempo andava di moda, presso una certa area politico-ideologica, il mantra “Non moriremo democristiani”. Ora, a distanza di quasi quarant’anni dallo storico titolo de il Manifesto, c’è una costola ribelle dei nipotini rossi che rinfaccia alla madrepatria un atteggiamento quasi opposto. Non «abbiamo fatto un Governo» ha infatti tuonato via social Matteo Renzi, «per diventare grillini».

L’ex Rottamatore scriveva dopo il clamoroso strappo del suo partito che, in Commissione giustizia alla Camera, ha votato contro l’annullamento della prescrizione previsto dalla riforma del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede, preferendo piuttosto appoggiare la proposta dell’azzurro Enrico Costa: proposta volta a evitare il “fine processo mai” che manderebbe in sollucchero i manettari dell’house organ ufficioso del M5S – e in tribunale a vita, almeno potenzialmente, chiunque.

L’emendamento Costa alla fine è stato bocciato per un solo voto (23 a 22), ma è significativo che la maggioranza sia stata salvata dalla presidente di Commissione, la Cinque Stelle Francesca Businarolo, che per prassi non esprime preferenze: non che non sia perfettamente legittimata a farlo (la stessa cosa, a parti invertite, era accaduta con il presidente forzista della Giunta per le Immunità Maurizio Gasparri in relazione al caso Gregoretti), ma politicamente è un segnale significativo. Un segnale di fragilità che ha inevitabilmente dato il la a un valzer di accuse reciproche.

«Non abbiamo rotto la maggioranza, abbiamo solo difeso lo stato di diritto» ha ribaltato la prospettiva l’ex Presidente del Consiglio, curiosamente usando la stessa espressione dell’avversaria Giorgia Meloni. «Continueremo a farlo, anche senza il permesso dei populisti».

Per parte sua, il Ministro della Giustizia non si è scomposto più di tanto. «Prendo atto che Italia Viva si è isolata dalla maggioranza votando insieme a Forza Italia e alle opposizioni» ha fatto spallucce via radio. «La proposta che voleva abolire la prescrizione non è passata, abbiamo bloccato FI e il centro-destra».

Detto che al massimo si voleva abolire la riforma della prescrizione (come il suo primo firmatario dovrebbe sapere a menadito), in realtà è l’intero ragionamento di Bonafede a mostrare delle lacune. Innanzitutto, perché la pdl Costa arriverà comunque all’esame di Montecitorio, dato che la stroncatura ha il solo effetto di affibbiarle il parere negativo della Commissione. E in Parlamento la vera partita sarà sui numeri.

«Se siamo isolati lo vedremo in Aula» ha infatti dichiarato sibillino il deputato renziano Gennaro Migliore. In realtà, alla Camera la maggioranza rosso-gialla non dovrebbe avere problemi: ben altra storia, però, sarà il Senato, tanto che dal Pd c’è chi ha parlato apertamente di rischio per la tenuta del Governo.

Anche perché a rendere infuocato un fronte già caldissimo ci si è messa pure la questione delle Regionali: con Iv che ha annunciato la propria indisponibilità a sostenere i candidati dem in Calabria (dove il partito di Renzi correrà da solo) e in Puglia (dove sarà affiancato da Azione di Carlo Calenda). Furiosa, prevedibilmente, la reazione di via del Nazareno, che ha accusato gli alleati-rivali di fare «un regalo a Salvini e al sovranismo».

L’ex Premier, in realtà, ha chiarito che il suo obiettivo non sono le elezioni anticipate. «Italia Viva ha bisogno di tempo» ha ammesso. Tempo per potersi consolidare, soprattutto se si dovesse andare alle urne con la legge elettorale presentata dalla maggioranza, che prevede una soglia di sbarramento del 5%. Tempo che potrebbe arrivare anche grazie al referendum sul taglio dei parlamentari, che garantirebbe agli onorevoli a rischio rielezione qualche altro mese di stipendio & poltrone.

Attenzione, però, a un piccolo particolare: Renzi non ha mai nominato l’attuale Capo del Governo Giuseppe Conte. E, considerate le dinamiche costituzionali della nomina del Presidente del Consiglio, non è un dettaglio da poco.

Anzi, la sensazione è che più Viva è l’Italia dell’altro Matteo, più moribondo appare l’esecutivo demo-grillino. Fossimo nei panni di Giuseppi, non staremmo sereni.

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Cronaca

Roma, dagli automobilisti agli urtisti la Raggi non sa più chi scontentare

L’inutile blocco auto si unisce alla protesta degli ambulanti e al caos all’anagrafe. Ma forse sono tutte armi di distrazione di massa rispetto alla chiusura di Colleferro e all’imminente emergenza rifiuti

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti scene di ordinaria follia da parte del sindaco della Capitale Virginia Raggi (e da cui sono stati esclusi i disservizi di Atac, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa):

a) «Rifiuti, chiude la discarica di Colleferro. Stato d’emergenza più vicino» (Avvenire. Ma come, proprio ora che un’ordinanza del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che la crisi è risolta per decreto presidenziale?).

b) «Smog, Roma rischia il blocco per 6 giorni. Gli esperti: “Inutile”» (Il Messaggero. Ma perché dare retta agli esperti quando c’è Greta?).

c) «Roma, caos anagrafe: “Quattro file per una multa. Coda lunga centro metri fin dal mattino”» (Leggo. Immaginiamo lo stupore del primo cittadino, verosimilmente pronta a suggerire di recarsi in via Petroselli di sera).

d) «Roma, urtisti a Raggi: “Decida entro 48 ore o scenderemo in piazza in 12mila”» (Il Messaggero. Ma chissà quanti abusivi riconoscenti saranno lì a farle scudo…).

Ciò posto, il candidato provi a stabilire se è Virgy che non sa più come destreggiarsi tra i continui tentativi di distogliere l’attenzione dalla propria incapacità, o se piuttosto non sia lei stessa un’arma di distrazione di massa.

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Cronaca

Roma, la Raggi caccia gli ambulanti con licenza mentre tollera gli abusivi

Per il sindaco la rimozione delle bancarelle degli urtisti è questione di decoro. Ma gli storici commercianti ebrei non ci stanno: “La denunciamo, è come con le Leggi razziali”

Mirko Ciminiello

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La protesta degli urtisti. Foto dal sito de La Repubblica Roma

«Un politico guarda alle prossime elezioni» affermava com’è noto James Freeman Clarke, «uno statista guarda alla prossima generazione». Poi c’è anche chi, assurto al potere quasi per caso, non è né l’uno né l’altro, e guarda solo alle proprie bislacche convinzioni.

Tipo il sindaco della Capitale Virginia Raggi che, nell’ansia di liberare la Città Eterna dalle bancarelle, ha pensato bene di prendersela con gli unici (o, comunque, con una delle poche categorie) che godono della piena legittimazione della propria attività: gli urtisti, i venditori ambulanti per lo più di origine ebraica specializzati nel commercio di oggetti devozionali della religione cattolica. Questo singolare nome deriva dal particolare approccio usato per attrarre i pellegrini in piazza San Pietro, che consisteva in un lieve urto assestato con lo schifetto, la caratteristica cassettina in legno contenente gli articoli in vendita.

Forse i commercianti hanno urtato anche il primo cittadino, perché altrimenti non si spiegherebbe un simile accanimento nei loro confronti. «Da venerdì a Roma ci sono 115 disoccupati in più» si sono sfogati via social, aggiungendo con rabbia: «Se la sindaca avesse usato lo stesso piglio coercitivo e dittatoriale per risolvere il problema monnezza, avremmo risolto metà dei problemi di Roma».

«Non ci sarà la perdita di nessun posto di lavoro» ha tagliato corto Virgy, annunciando che per questioni di decoro la stessa misura sarà applicata anche ad altri luoghi simbolo dell’Urbe. «Ci sono delle alternative previste per legge, i commercianti possono scegliere tra le alternative, un indennizzo o la trasformazione in licenza taxi». Insomma, tu chiamale, se vuoi, rimozioni.

Nella storia, come non hanno mancato di sottolineare gli stessi urtisti, c’è un solo precedente, che risale al 1938, al tempo delle Leggi razziali. Anche per questo le associazioni degli ambulanti hanno invocato l’intervento del Prefetto Gerarda Pantalone e del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Ma è l’intera classe politica a condividere questa battaglia. «Invece di liberare la città dalle migliaia di venditori abusivi e clandestini che spacciano merce contraffatta, il sindaco (speriamo per poco) di Roma caccia dalle piazze gli urtisti, una storica categoria di ambulanti della comunità ebraica» ha attaccato per esempio il leader leghista Matteo Salvini.

Ed è questa, in effetti, una delle conseguenze del provvedimento del Campidoglio: l’assurda difformità di trattamento che penalizza chi è in regola, senza neppure sfiorare chi vive di illegalità. Un’eterogenesi dei fini su cui l’Associazione Nazionale Ambulanti non ha alcuna intenzione di soprassedere.

«Sarai denunciata perché stai legalizzando il commercio abusivo, l’evasione fiscale e tutto quello che comporta l’abusivismo» ha avvisato il vicepresidente Angelo Pavoncello, rivolgendosi direttamente al sindaco. «Verificheremo con i nostri legali per denunciarti alla Guardia di Finanza per favoreggiamento all’evasione fiscale visto che gli abusivi non li reprimi e invece chi è autorizzato lo cacci via e non può più pagare le tasse».

Un’ulteriore fronte aperto, insomma, per la giunta grillina, che ormai non sa più chi scontentare. Perché nella Città Eterna tutti, prima o poi, si sono ritrovati in qualche modo raggi-rati.

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Politica

Politica, l’illusione di Zingaretti: “Sciolgo e cambio il Pd”

Il segretario annuncia che dopo la vittoria in Emilia-Romagna (che non è così scontata) aprirà a sardine, sindaci e ambientalisti. Ma la svolta rischia di essere solo un’operazione di facciata

Mirko Ciminiello

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Nicola Zingaretti. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni del segretario dem Nicola Zingaretti, per lo più rilasciate nel corso di un’intervista a Rep:

a) Il Governo rosso-giallo «in sei mesi ha salvato il Paese dalla catastrofe» (tralasciando l’opinabilità dell’affermazione, il BisConte è in carica da circa quattro mesi, anche se in effetti sembrano molti di più).

b) «Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito» (occhio ché, se tanto ci dà tanto, il Partito Democratico potrebbe sopravvivere ancora a lungo).

c) «Non voglio lanciare un’Opa sulle sardine» (come potrebbe, considerato che i pinnati sono come Stefano Bonaccini – organici del Pd che però si vergognano di ammetterlo?)

d) «Voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha» (o meglio una scatoletta, visto che si trattava ancora di un riferimento ittico).

e) «Non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza» (però sarebbe il modo più sicuro per arrivare alla fine della legislatura – e forse la lista non sarebbe completa neanche a quel punto).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo per quanto possibile da facili ironie, la supercazzola finale di Zinga: «Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo».

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Politica

Caos rifiuti, per decreto della Regione Roma è di nuovo pulita

Accordo con Di Maio, l’immondizia andrà all’estero e la Raggi avrà due anni per attivare la nuova discarica. Così il mago Zinga fa contenti tutti, tranne (come al solito) i cittadini della Capitale

Mirko Ciminiello

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Rifiuti a Roma. Foto dall'Agenzia DIRE

Basta un poco di zucchero (tra Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio) e la pillola dell’emergenza rifiuti nella Capitale va giù. Chissà come abbiamo fatto a non pensarci prima? Eppure, era pacifico che una crisi legata all’immondizia andasse risolta con un colpo di spugna. Magari in senso letterale sarebbe stato più utile, ma non si può avere tutto…

E così, dal “salva Roma” dei giallo-verdi si è passati al “salva Raggi” dei rosso-gialli: l’importante è che alla fine i Conte tornino. Come? Con un incanto del mago Zinga, ovviamente! È bastato un colpo di bacchetta magica, anzi di ordinanza magica, et voilà, pericolo scampato, niente più pattume sui marciapiedi e per le strade della Città Eterna! A saperlo prima ci saremmo risparmiati settimane di apprensione.

Certo, la soluzione è soltanto sulla carta, o meglio sul carteggio con cui il Governatore del Lazio ha annullato la propria precedente ordinanza, quella del 29 novembre scorso che imponeva al Campidoglio la scelta di un nuovo impianto a Roma. Cosa che Virgy ha fatto, indicando com’è ormai arcinoto la cava di Monte Carnevale.

Discarica che però resta, anch’essa, solo sulla carta, visto che il Comune avrà due anni per allestirla e metterla in funzione – giusto il tempo di far terminare il mandato della giunta grillina. E così magari si placheranno anche gli animi di quei distretti a guida pentastellata – in particolare il Municipio XII – in rivolta contro la delibera di (quasi) Capodanno di Palazzo Senatorio. Il sindaco in realtà sembrava disposta a venire loro incontro, come dimostra il fatto che aveva suggerito di individuare degli elementi ostativi che bloccassero il suo stesso progetto. Sembrerebbe un atteggiamento ambivalente, ma siamo a gennaio, mese dedicato a Giano, quindi probabilmente è solo un omaggio al nume bifronte.

Ma il primo cittadino, naturalmente, non è l’unica che ci guadagna. Con lei c’è lo stesso Zingaretti, sciolto dall’onere di dover essere lui a scegliere la location per il nuovo impianto, essendosi limitato a ordinare il trasferimento dei rifiuti all’estero. C’è poi il M5S, e in particolare il capo politico Di Maio, che può respirare in un momento in cui la sua leadership è tanto traballante che si sta facendo prepotentemente largo l’idea di un suo passo indietro: soprattutto considerata la quasi certa débâcle alle prossime Regionali in Emilia-Romagna.

E c’è anche Ama (la municipalizzata di Roma Capitale che dovrebbe occuparsi della spazzatura), la quale potrà procedere alla manutenzione straordinaria del Tmb (trattamento meccanico-biologico) di Rocca Cencia a partire dal 31 gennaio – cioè con due mesi di anticipo sulla data prevista -, e per buona misura non avrà più neppure l’obbligo di approvare entro il 15 marzo il Bilancio 2017 (sì, avete letto bene: in fondo, cosa volete che siano due anni di ritardo?)

Certo, alla fine la montagna ha partorito il topolino. Meglio questo, però, di quello paventato da Carlo Calenda quando ha tuonato che «Roma va commissariata, se andiamo avanti così avremo i sorci a fare sci d’alpinismo sulle montagne d’immondizia».

Ma ormai è tutto passato, un tratto di penna e i sacchetti sono miracolosamente spariti, come i cassonetti strapieni nonostante Ama continui a vaneggiare che «il piano di Natale ha funzionato». È vero, le foto dicono altro: ma, essendoci di mezzo il mago Zinga, non vorrete mica credere ai vostri occhi, no?

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Politica

Politica, il filo rosso che unisce il caso Gregoretti e le Regionali in Emilia-Romagna

Il Pd nel panico chiede il rinvio del voto in Giunta per processare Salvini, sapendo che aumenterebbe le chance di perdere la Regione rossa. Il leader leghista: “Difesi i confini della Patria, voi senza onore”

Mirko Ciminiello

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Matteo Salvini. Foto dal sito dell'ANSA

Qual è il trait d’union tra il caso Gregoretti e le Regionali in Emilia-Romagna? Cosa unisce, anzi cosa lega le elezioni per il rinnovo della giunta attualmente guidata dal Pd Stefano Bonaccini e la vicenda della nave della Guardia Costiera tramutata in taxi del mare per migranti – e perciò bloccata dal Viminale per alcuni giorni al largo delle coste siciliane la scorsa estate?

Semplice, Matteo Salvini, ça va sans dire. O meglio, il panico che il segretario del Carroccio suscita negli esponenti della sinistra, locale e nazionale. Prova ne è la pantomima che sta andando in scena in Giunta per le Immunità, dove la maggioranza rosso-gialla ha chiesto il rinvio del voto per autorizzare il processo contro il Capitano: voto attualmente previsto per il 20 gennaio, vale a dire sei giorni prima delle Regionali (che riguardano anche la Calabria).

La ragione di questo tentativo di retromarcia potrebbe non essere immediatamente chiara, considerato che coloro che l’auspicano sono gli stessi che da tempo spingono – e che hanno tutto l’interesse a portare in tribunale l’ex Ministro dell’Interno. «La sinistra vuole eliminarmi per vie giudiziarie non potendomi sconfiggere politicamente» ha attaccato, non a caso, il leader della Lega.

E, in effetti, questa è stata la vibrante esortazione al Parlamento da parte di Marco Travaglio, che pure si è detto convinto che un eventuale processo si chiuderebbe con l’assoluzione di Salvini. Un esito che renderebbe il procedimento un inutile spreco di tempo e di denaro pubblico – non però per il direttore de Il Fatto Quotidiano, che continua a cullare l’illusione avita che le vicende giudiziarie possano spostare di una virgola il gradimento degli elettori.

In realtà, nel caso specifico forse potrebbero – ma in direzione contraria rispetto a quella auspicata dall’house organ ufficioso del M5S. «Rischio processo e galera per aver protetto i confini della Patria» continua infatti a ripetere il segretario leghista. Che effetto potrebbe avere una simile bomba (mediatica, più che altro) su una competizione elettorale che si preannuncia incertissima?

La coalizione di centro-sinistra che governa da sempre una delle Regioni più rosse d’Italia, e che si avvia a sostenere il governatore uscente, ha evidentemente fatto i suoi conti – e forse, per una volta, li ha fatti bene. Perché, nonostante tutte le arroganti lezioncine buoniste da radical chic (o forse proprio per questo), sull’immigrazione gli elettori continuano ad avere le idee chiare, e sono idee diametralmente opposte rispetto alla visione degli antropologicamente superiori. I quali, a dispetto di qualsiasi manovra ittica, rischiano (di nuovo) di avere le piazze piene e le urne vuote.

Dovrebbero esserci abituati, visto che è lo stesso copione che si ripete da almeno un biennio. Ma stavolta, essendoci di mezzo la rossa Emilia-Romagna, e visto che i sondaggi più recenti danno Bonaccini praticamente appaiato alla candidata del centro-destra Lucia Borgonzoni, si respira un clima diverso, di puro terrore: perché stavolta una sconfitta non potrebbe non avere ripercussioni – sul Partito Democratico, sulla sua leadership, sul Governo stesso.

Di qui la richiesta di procrastinare il voto in Giunta a dopo le Regionali, che è almeno un indice di consapevolezza da parte dei dem: ed è un segnale positivo, visto che il primo passo per risolvere un problema è riconoscerlo. Così come è positivo il fatto che, una volta tanto, in via del Nazareno abbiano svestito i panni dei maestrini saccenti che pretendono di ammaestrare il popolo bue – anche se è probabile che lo abbiano fatto per mero calcolo politico.

Questo, almeno, il durissimo j’accuse di Salvini: «Hanno paura di perdere la faccia, sono senza onore e senza dignità». E, forse, senza nemmeno soddisfazione, visto che il presidente della Giunta per le Immunità, il forzista Maurizio Gasparri, ha liquidato l’ipotesi del rinvio come «inesistente», prima di chiedere, con la sua relazione, di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del leader del Carroccio.

Si vedrà, ma è già un fatto che stia tirando un’aria diversa. Un’aria di cambiamento, forse epocale. E un’aria di paura. Aria da sprofondo rosso.

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