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Politica

Governo, il Premier Conte che torna e i conti che non tornano

Il discorso del Premier Bis regala, as usual, molto fumo e poco arrosto. E una serie di nodi che prima o poi dovranno venire al pettine

Mirko Ciminiello

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Nessuna sorpresa dal voto di fiducia affrontato alla Camera dal neonato Governo rosso-giallo. I numeri su cui può contare la nuova maggioranza sono del resto piuttosto solidi – più che in Senato, dove comunque non sono attesi colpi di scena come quelli che era uso annunciare il grande Mike Bongiorno, di cui è appena trascorso il decennale della scomparsa.

Maggiore curiosità si registrava intorno al discorso programmatico del Bi-Premier Giuseppe Conte, che ha parlato per un’ora e mezza battendo un record che già gli apparteneva. Non è arrivato ai livelli di Rafa Nadal, a cui sono occorse quasi cinque ore per vincere la finale degli U.S. Open, ma forse il Presidente del Consiglio è riuscito a sfiancare l’aula di Montecitorio allo stesso modo in cui il tennista iberico ha spossato il giovane russo Daniil Medvedev.

La dichiarazione d’intenti del Capo del Governo è stata prevedibilmente accolta dagli applausi dei sostenitori e dalle contestazioni degli oppositori – anche se, come spesso accade in questi casi, il fumo ha di gran lunga superato l’arrosto. Non tutti i conti, però, sembrano tornare.

Sorvoliamo su obiettivi da libro dei sogni come le «scuole e università di qualità»: sarebbe più che auspicabile, ma i danni prodotti dalla nefasta ideologia sessantottina sono talmente gravi e radicati che ci vorrebbe piuttosto un piano di ricostruzione stile Protezione Civile (quella, ovviamente, di Guido Bertolaso, che era un fiore all’occhiello invidiatoci a livello internazionale). Un proposito che diventa pura utopia se si considera, oltretutto, che l’esecutivo è sostenuto da forze che a quell’ideologia sono, per usare un eufemismo, contigue.

Escludiamo anche i richiami alla sobrietà, dissolti come neve al sole nel momento in cui Conte II (nel senso del gemello pomeridiano del Conte I del mattino) ha iniziato ad attaccare, pretestuosamente as usual, il suo ex vicepremier Matteo Salvini.

Per tacere poi di quei provvedimenti annunciati solo per amor di pace, tipo l’acqua pubblica (che interessa solo al M5S), il contrasto ai cambiamenti climatici (probabilmente la bufala del millennio) o il green new deal (che nessuno sa esattamente cosa sia, tanto è vero che si è evitato accuratamente l’uso dell’italiano perché l’esotismo notoriamente confonde le acque).

Andando con ordine, il BisConte ha garantito la revisione delle concessioni autostradali e «un’adeguata rete di infrastrutture tradizionali dei trasporti». Auguri: era bastata una dichiarazione del neo-Ministro dem Paola De Micheli a mandare in fibrillazione preventiva il Movimento 5 Stelle. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Il Premier ha poi proseguito con un accenno alla riforma fiscale, che dovrebbe far sì che «le tasse le paghino tutti ma meno». Che è esattamente ciò che il centro-destra sostiene da anni, quindi non si capisce perché ora un simile provvedimento lo dovrebbero appoggiare Pd e LeU – sempre che non si siano convertiti nel frattempo sulla via di Damasco.

Un’altra riforma annunciata è quella del taglio dei parlamentari, che però dovrà essere accompagnata da una nuova legge elettorale, di stampo proporzionale – per intenderci, l’origine di tutti i mali della Prima Repubblica: a conferma che la Storia sarà anche maestra di vita, ma continua ad avere dei pessimi allievi.

L’avvocato del popolo ha anche affrontato il tema dell’autonomia differenziata, che dovrà essere «giusta e cooperativa», onde evitare di creare un Paese a due velocità. Guarda caso, proprio ciò a cui puntava la Lega, a cui i grillini hanno messo i bastoni fra le ruote in ogni modo possibile. Di nuovo, auguri, perché tutti questi nodi, prima o poi, verranno inevitabilmente al pettine.

Infine, è arrivato il buffetto al Partito Democratico con la promessa di rivedere il Decreto Sicurezza bis, in modo da affrontare «più efficacemente i temi dell’integrazione per coloro che hanno diritto a rimanere e dei rimpatri». Tralasciando il fatto che tali problemi non si risolvono a parole, resta il fatto che una simile proclamazione non fa che acuire la già enorme frattura tra le élites e il popolo. Il quale continua a chiedere in stragrande maggioranza (l’89%, secondo una rilevazione di Pagnoncelli per il Corsera) continuità rispetto alle politiche sull’immigrazione portate avanti dal Capitano. E questo non per le fesserie divulgate a reti unificate dai media mainstream, ma perché la gente è stanca del degrado a cui non è estraneo, anzi contribuisce il fenomeno dell’immigrazione incontrollata.

Ragion per cui i rosso-gialli potranno anche continuare a ergersi a maestrini, ammaestrando spocchiosamente il volgo su ciò che dovrebbe pensare. Ma prima o poi, malgrado i professionisti delle poltrone, alle urne si dovrà pur tornare: e a intelligenti e competenti non basterà un intero flacone di Maalox dopo che avranno contribuito a innalzare il Carroccio, come minimo, al 60%.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Riforma elettorale, l’accelerazione del Pd e le implicazioni per il Governo

I dem invocano la nuova legge che disciplinerà le Politiche, nella paradossale speranza di blindare l’esecutivo e ritardare l’annunciato trionfo del centrodestra. Permangono però le fibrillazioni che fanno tremare il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Tradizionalmente, la riforma elettorale è l’ultimo provvedimento a cui un esecutivo uscente mette mano. E non a caso, trattandosi della norma che disciplina il voto per le Politiche e la successiva composizione del nuovo Parlamento. Per questo motivo, si tende a considerare il momento in cui si apre la discussione su tale legge l’inizio della fine di una legislatura. E si dà il caso che sia proprio ciò che sta accadendo.

L’accelerazione sulla riforma elettorale

È notizia recentissima che la Conferenza dei Capigruppo di Montecitorio ha deciso di calendarizzare la riforma elettorale per il prossimo 27 luglio. Accogliendo così la richiesta di accelerazione proveniente dal Pd, che ha ricordato come la legge elettorale facesse parte dell’accordo da cui è nato il Conte-bis. «Pacta sunt servanda» ripetono da giorni, e non a caso, vari esponenti dem.

Il riferimento è all’intesa raggiunta a fine 2019, quando i rosso-gialli convennero di legare la misura alla riforma del taglio dei parlamentari. In quell’occasione, si stabilì di tornare alle urne con un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5%. Che in pratica significa che i seggi dovrebbero essere ripartiti in proporzione alla percentuale di voti, escludendo quei partiti che non dovessero raggiungere la succitata asticella.

La nuova norma dovrebbe sostituire il vigente Rosatellum, sempre proporzionale ma con un correttivo maggioritario. Prevede cioè un premio, in termini di seggi, che dovrebbe garantire la governabilità – il condizionale, vista l’attuale legislatura, è una forma di cortesia.

La fretta del Partito Democratico ha una duplice spiegazione. Da un lato c’è il referendum settembrino sul taglio dei parlamentari stesso, dall’altro i sondaggi che si ostinano a premiare il centrodestra.

L’esito della consultazione referendaria è scontato, e porterà a designare, nella prossima tornata elettorale, due Camere dimezzate. Se tale tornata fosse regolata dal Rosatellum, è stato calcolato che il nuovo Governo potrebbe contare sul 60% degli onorevoli. Se a ciò si aggiunge il fatto che il vincitore dovrebbe essere il leader leghista Matteo Salvini, l’incubo di via del Nazareno sarebbe completo.

Le fibrillazioni all’interno del Governo

Lo scenario appena descritto, però, si potrebbe concretizzare solo in caso di caduta del BisConte ed elezioni anticipate. Di qui l’urgenza della riforma elettorale che, paradossalmente, potrebbe servire a guadagnare tempo. Difficile, infatti, tornare alle urne con una normativa approvata da una (e una sola) Camera.

Eppure, nonostante l’impegno dei democratici per evitare che il popolo sovrano possa finalmente scegliere da chi essere guidato, la cornice governativa resta contrassegnata da fortissime fibrillazioni. Per esempio sul Mes, il Fondo salva-Stati su cui persiste ancora il niet del M5S.

L’ultimo casus belli, invece, riguarda il Decreto Semplificazioni, che il bi-Premier Giuseppe Conte considera «la madre di tutte le riforme». Tanto da non aver gradito affatto i veti incrociati e, soprattutto, i distinguo e le resistenze del Pd.

In effetti, questo è stato uno dei temi trattati nel recente incontro tra il fu Avvocato del popolo e il segretario dem Nicola Zingaretti. Conclusosi con l’appello del Signor Frattanto affinché, alle prossime Regionali, i grillini si presentino uniti con i democratici. Segno che Giuseppi sente sempre più traballante la propria poltrona, che cerca di puntellare rinsaldando l’asse tra i due principali partiti che lo sostengono. Ricevendo però – almeno per il momento – il secco rifiuto dei pentastellati.

Gli scogli della riforma elettorale

A complicare ulteriormente un quadro già fin troppo confuso potrebbe poi esserci anche Italia Viva. Il partito di Matteo Renzi aveva dato il proprio assenso alla riforma elettorale in un periodo, diciamo, di forte ottimismo. Costantemente smentito però dalle impietose rilevazioni che danno puntualmente Iv inchiodata attorno al 3%.

Non si esclude quindi che la soglia di sbarramento possa essere rivista al ribasso, anche perché sembra già assodata la presenza di voti segreti in Aula. Per non parlare del timore che l’ex Rottamatore, in un impeto sansoniano, possa scegliere di “morire con tutti i Filistei”.

Si possono leggere in questa chiave gli avvisi ai naviganti dei suoi parlamentari. Che hanno precisato che «la priorità è la crisi economica, non la legge elettorale», oltre a spingere per delle importanti correzioni al Dl Semplificazioni.

Forse il Presidente del Consiglio pensava anche a questi scogli quando si è lasciato sfuggire che «è il momento del coraggio, io ho fretta, frettissima». Il tempo, infatti, è notoriamente tiranno. E queste accelerazioni estive hanno tanto il retrogusto di un Governo all’ultima spiaggia.

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Politica

Senato bollente, ora il Premier Conte rischia di perdere la maggioranza

Ennesima defezione tra i Cinque Stelle, i numeri iniziano a non tornare malgrado la sicumera del Ministro D’Incà. I grillini al bivio tra ideologia e sopravvivenza, e forse qualcuno pensa già alla “resa dei Conte”

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

E sul finire di giugno, quasi con vista sulla pausa estiva, la maggioranza rosso-gialla si è accorta di avere per le mani un Senato bollente. Colpa dell’emorragia di parlamentari pentastellati che, goccia dopo goccia, addio dopo addio sta scavando la roccia del Governo Conte-bis. Che improvvisamente ha aperto gli occhi, rendendosi conto di essere sul filo del rasoio.

L’emorragia nel M5S e il Senato bollente

Diciamoci la verità: se il crudo fatto fosse l’ennesimo abbandono dai gruppi parlamentari del M5S, non sarebbe nemmeno una notizia. Non si tratterebbe infatti che dell’ennesima ripetizione di un copione che, limitandoci a Palazzo Madama, è già andato in scena 13 volte dall’inizio della legislatura. Quattro delle quali nel solo 2020.

La novità, però, è che con le ultime defezioni gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo si sono trovati di colpo con un Senato bollente. Nella Camera Alta, infatti, le cifre, da sempre ballerine, si sono fatte risicatissime, il che implica che l’incidente è sempre dietro l’angolo. Magari remoto, magari non imminente, ma sempre incombente come la spada di Damocle.

L’ultima a sbattere la porta è stata Alessandra Riccardi, passata alla Lega dopo quella che lei stessa ha definito una «scelta sofferta ma convinta». Maturata dopo che «gli ultimi mesi hanno visto irrimediabilmente acuirsi le distanze tra le mie idee e quelle del Movimento 5 Stelle». Col mancato coinvolgimento dell’opposizione nell’iter delle riforme, e i contrasti sul voto in giunta contro il leader leghista Matteo Salvini per il caso Open Arms.

Care amiche e amici,dopo un'attenta riflessione, vi comunico il mio passaggio al gruppo della Lega.Gli ultimi mesi…

Pubblicato da Alessandra Riccardi su Martedì 23 giugno 2020

La maggioranza dà i numeri

I grillo-comunisti, comunque, hanno ostentato sicurezza. «Al Senato siamo ben superiori alla maggioranza di 160 che leggo sui quotidiani» ha rodomonteggiato Federico D’Incà, Ministro grillino per i Rapporti con il Parlamento. Aggiungendo che «siamo a 170 senatori della maggioranza stabili. Non abbiamo un problema di numeri». Di sciorinarli, forse: di darli, sicuramente.

A dispetto della sicumera, infatti, la matematica non è particolarmente indulgente. Attualmente, stando alla composizione dei gruppi parlamentari di Palazzo Madama, il Governo può contare su un novero di voti oscillante attorno alla maggioranza assoluta di 161.

Il computo tiene conto degli attuali 95 senatori dei Cinque Stelle, dei 35 del Pd, i 17 di Iv e i 5 di LeU. A questi vanno sommati alcuni rappresentanti del Gruppo Misto e di quello Per le Autonomie, ma già qui i calcoli divergono a seconda della fonte. E bisognerebbe aggiungere anche gli ondivaghi esponenti della Svp, alcuni transfughi del MoVimento ancora disposti a puntellare l’esecutivo, nonché i senatori a vita. Tra i quali soltanto Mario Monti e, in misura minore, Elena Cattaneo gradiscono il ruolo di ciambella di salvataggio. Che starebbe bene anche a Giorgio Napolitano e Liliana Segre, i quali però partecipano raramente alle sedute. Praticamente non pervenuti, invece, Carlo Rubbia e Renzo Piano.

Ottimisticamente, è possibile prendere per buono il conteggio di D’Incà, mentre al minimo il bi-Premier Giuseppe Conte dovrebbe poter fare affidamento su 160 senatori. Uno in meno della maggioranza assoluta, che però negli scrutinî viene richiesta assai di rado.

Ça va sans dire, tutti gli occhi sono puntati sulla “mina vagante” rappresentata da Matteo Renzi. Con la sua atavica e tafazzesca libido da “resa dei Conte” che finora ha sempre ceduto il passo all’anemia dei sondaggi. Ma, quando c’è di mezzo l’ex Rottamatore, non è mai facile riuscire a dormire sonni tranquilli.

Il Senato bollente e le rendicontazioni grilline

La Riccardi potrebbe poi essere seguita molto presto da altri membri del gruppo del Movimento Cinque Stelle a Palazzo Madama. Secondo i rumours, Mattia Crucioli si appresterebbe infatti a ingrossare le fila del Gruppo Misto. E avrebbero già le valigie pronte, ma in direzione Carroccio, anche Marinella Pacifico e Tiziana Drago.

Quest’ultima non ha confermato – ma neppure smentito – le indiscrezioni. Ha però commentato sibillina: «Forse è il Movimento che mi vorrebbe fuori. Occorrerebbe chiedere a qualcuno dei vertici…».

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la questione delle rendicontazioni, con la prima deadline che è scaduta a metà mese. Nelle prossime settimane i probiviri (sic!) dovrebbero pronunciarsi sui parlamentari in ritardo con la restituzione degli emolumenti. Pare che siano una decina le situazioni in esame, di cui sei particolarmente critiche. A rigore ci si aspetterebbe il pugno duro ma, per via del Senato bollente, già si vocifera che si ipotizzino sanzioni, più che espulsioni.

Ancora una volta, quindi, i “figli” del cosiddetto comico saranno chiamati a scegliere tra uno dei propri vessilli ideologici e la sopravvivenza politica. Visti i precedenti e le premesse, l’esito dell’aut aut pare piuttosto scontato.

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Politica

Politica e fase 3, se il Governo assomiglia al circo Barnum…

Il Premier Conte soddisfatto della passerella degli Stati Generali. Ma permangono polemiche e confusione attorno a settori fondamentali, dall’economia alla scuola, dalla giustizia all’emergenza sanitaria

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su politica e fase 3. Il candidato consideri che:

a) La Corte dei Conti ha evidenziato che, tra quanti hanno percepito il Reddito di Cittadinanza, ha trovato lavoro il 2%. Deluso il M5S, che si aspettava percentuali decisamente più basse.

b) Nella cornice di Villa Pamphilj, il bi-Premier Giuseppe Conte ha annunciato: «Stiamo discutendo in questi giorni un po’ sull’Iva. Potrebbe essere ritoccata». Poi ha specificato che si riferiva alla chirurgia estetica della Zanicchi.

c) Il Ministro pentastellato dell’Istruzione Lucia Azzolina è intervenuta nella diatriba sulle (non) linee guida per la riapertura delle scuole a settembre. «Leggo tante interpretazioni, molte sbagliate» la querimonia. «Questo aiuta solo ad alimentare la confusione». Del Governo.

Politica e fase 3, oltre il Governo Conte

d) Ventotto dei clandestini scarrozzati (illegalmente) a Porto Empedocle dalla Sea Watch 3 – che il viceministro alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri ha scambiato per una nave da crocierasono risultati positivi al Covid-19. Ma sicuramente quest’inezia non tratterrà Richard Gere e Chef Rubio dal salire nuovamente a bordo del taxi del mare teutonico.

Giancarlo Cancelleri, vice ministro grillino alle infrastrutture, si vanta dei risultati del governo in ambito turistico, scambiando una nave adibita per la quarantena dei migranti in mare per una nave da crociera. Così, tanto per capire in che mani siamo 😱

Pubblicato da Giorgia Meloni su Martedì 23 giugno 2020

e) Il sindaco dem di Bergamo Giorgio Gori ha criticato aspramente il leader Nicola Zingaretti. Affermando di volere un Pd «molto più determinato e incisivo» e auspicando che la nuova classe dirigente provenga dagli amministratori locali. Immediata la replica del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che lo ha informato «che il segretario con queste caratteristiche l’abbiamo già». E, del resto, chi meglio di un odontotecnico come Zinga per avere un partito “incisivo”?

f) Continuano le polemiche per la scelta (esclusivamente politically correct) di far cantare l’Inno di Mameli, prima della finale di Coppa Italia all’Olimpico, a Sergio Sylvestre. Non solo perché il carneade afro-americano ha dimenticato il testo – mentre della pagliacciata in omaggio alla setta yankee di vandali ignoranti si è ricordato benissimo. Ma anche perché, se c’è qualcuno che parecchi Italiani vorrebbero sentir “cantare”, è l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara.

Ciò posto, spieghi il candidato se anche gli Stati Generali erano funzionali al progetto di un ibrido neo-casaliniano tra politica e show da avanspettacolo.

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Politica

Movimento 5 Stelle, e se fosse arrivata l’ora del Big Bang?

Tensione altissima nel M5S, con l’ex deputato Di Battista che chiede un congresso e fa infuriare Grillo. E spunta un (controverso) finanziamento in nero da parte del Governo del Venezuela nel 2010

Mirko Ciminiello

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Il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo

Test per l’esame di giornalismo sul Big Bang che sta lacerando il Movimento 5 Stelle. Il candidato consideri che:

a) L’ex parlamentare Alessandro Di Battista ha chiesto «il prima possibile un congresso» del M5S, scatenando l’ira funesta del fondatore Beppe Grillo.

L’ex deputato inizialmente ha usato il fioretto, invitando il cosiddetto comico a spiegare chiaramente il motivo del suo dissenso: poi è passato alla sciabola. «Ieri ho parlato di congresso e delle mie idee e Beppe mi ha mandato a quel paese. Io ho delle idee e, se non siamo d’accordo, francamente, amen». Il prossimo passo sarà imbrattare la statua dell’Elevato.

b) Peraltro, il vero nodo del contendere era la possibilità che il bi-premier Giuseppe Conte assumesse la guida dei pentastellati. «Ho fiducia» nel fu Avvocato del Popolo, la rassicurazione in pieno stile renziano di Dibba, «non deve temere picconature». A differenza della lingua italiana.

c) Il Giornale ha sintetizzato lo scontro freudiano (sotto)titolando: «Di Battista rompe con Grillo». Ma il complemento probabilmente era superfluo.

d) Visto che il suo “figliastro politico” gli aveva chiesto di argomentare la propria posizione, il garante ha ribattuto con il consueto garbo. «Basta o decido tutto io». Quando si dice un ampio Dibba-ttito interno.

Il Movimento 5 Stelle e il Venezuela

e) Intanto è scoppiato il caso del presunto finanziamento da 3,5 milioni di euro che Caracas avrebbe elargito in nero ai grillini nel 2010. E che Vito Crimi, reggente dei Cinque Stelle, ha liquidato come «fake news semplicemente ridicola e fantasiosa», aggiungendo che «sulla questione non c’è altro da dire». Che sarebbe la versione 2.0 del mitologico e giuridicamente inappuntabile «vi chiedo di fidarvi di me».

f) Rabbiosa la replica di Davide Casaleggio, figlio del cofondatore Gianroberto, che ha fatto presente che «il Governo attuale venezuelano ha smentito la fake news». Scordandosi però di precisare che l’odierno Presidente del Paese sudamericano è Nicolás Maduro. Cioè colui che all’epoca, da Ministro degli Esteri di Hugo Chávez, avrebbe spedito la valigetta incriminata al consolato di Milano. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

g) Sul tema, il leader di Italia Viva (e, almeno sulla carta, alleato di Governo) Matteo Renzi ha invocato l’apertura di un’inchiesta. «È giusto che si indaghi come si è indagato su Salvini» ha dichiarato, riferendosi a quella pagliacciata del Russiagate alla cassoeula. Curioso come non abbia chiesto altrettanta sollecitudine per i suoi genitori o gli esponenti (passati e presenti) del Giglio magico. Ma siamo certi che si sia trattato solo di una svista: in Bonafede o, tutt’al più, preterintenzionale.

Ciò posto, illustri il candidato la lenta ma inesorabile trasformazione del Movimento 5 Stelle da hotel di lusso a B&B.

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Economia

Stati Generali, così la politica si divide anche sul nulla (o quasi)

I contenuti ancora non ci sono, ma i partiti litigano comunque sull’evento voluto dal Premier Conte. Che si spera non si trasformerà nella solita, futile, autoreferenziale passerella

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Non sono ancora partiti, eppure sono giorni che gli Stati Generali dell’Economia agitano il dibattito. È bastato infatti l’annuncio del bi-Premier Giuseppe Conte perché scattassero i distinguo, le minimizzazioni, i malumori di chi pare si sia sentito scavalcato. Discussioni serrate, perfino aspre a volte. Discussioni che però – e sarebbe l’aspetto comico se non fossimo immersi in una crisi tragica – hanno per oggetto il nulla, o quasi.

La vigilia degli Stati Generali

Alla vigilia degli Stati Generali, l’evento che Giuseppi ha concepito come prodromo della fase 3, la grande novità è che dureranno più del previsto. Anziché limitarsi al fine settimana, infatti, andranno avanti fino al prossimo 21 giugno. E il fatto che questa sia la breaking news dà già la misura della futilità della tenzone pubblica.

I battibecchi infatti non vertono sulle misure necessarie per far ripartire l’economia dopo la lunga emergenza coronavirus – e come potrebbero, ante litteram? Con la sfera di cristallo?

Così ci si accontenta – soprattutto il Partito Democratico – di fare gli offesi per non essere stati preventivamente consultati. Salvo poi affrettarsi a collaborare «in nome della collegialità», che tradotto dal politichese significa non voler lasciare l’esclusiva dell’iniziativa al Presidente del Consiglio. Tutto questo mentre si stigmatizza il metodo ricordando «che è il Parlamento il luogo dove si discutono ed approvano le leggi». Come ha fatto il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci.

Fin troppo ovvio, naturalmente. Però non appare molto saggio criticare un progetto governativo quando non è neppure allo stato embrionale. Perfino se lo facesse l’opposizione sarebbe probabilmente poco elegante, figuriamoci quando lo fa la maggioranza.

Il piano Colao e l’insofferenza bipartisan

Ha più senso, per dire, l’insofferenza (bipartisan) mostrata nei confronti del cosiddetto piano Colao. Il documento stilato dalla task force che doveva occuparsi di fase 3 e ripresa economica, di cui Pd e M5S contestano «l’impostazione liberista». Anche perché suggerisce di fare a pezzi un provvedimento bandiera dei pentastellati come il Decreto Dignità.

Viceversa, al centrodestra non vanno giù la proposta di una “tassa sul contante” e il capitolo dedicato «all’emersione del risparmio privato nelle cassette di sicurezza». Che, tradotto dal burocratese, sarebbe il prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini.

Invece di pensare ad abbattere la burocrazia e a togliere tutti gli odiosi obblighi che rallentano la nostra economia, i…

Pubblicato da Giorgia Meloni su Martedì 9 giugno 2020

Come farneticazione, non è nemmeno originale, visto che l’aveva già attuata nel 1992 l’allora Capo del Governo Giuliano Amato. E dubitiamo s’intendesse questo quando si auspicava che il Premier fosse più Amato.

La storia degli Stati Generali

Gli Stati Generali erano un’assemblea del Regno di Francia pre-rivoluzionario, che si riuniva in caso di minaccia incombente e poteva limitare le prerogative monarchiche. Vi erano rappresentati i tre ceti sociali allora esistenti, Clero, Aristocrazia e Terzo Stato (la popolazione urbana e rurale).

Questo spiega l’analogia con il progetto del Signor Frattanto, che ha convocato nella sala degli Stucchi di Villa Pamphilj i delegati di varie categorie. Venerdì prossimo, nella giornata di apertura, sarebbe dovuta intervenire l’opposizione, che però ha declinato l’invito.

Poi sarà la volta dei vertici internazionali, rigorosamente in videoconferenza. Tra gli altri, dovrebbero partecipare Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, e Kristalina Georgieva, presidente del Fmi.

Da lunedì sarà invece il turno di imprenditori, parti sociali e delle mitologiche «menti brillanti», che pare includeranno le archistar Renzo Piano, Massimiliano Fuksas e Stefano Boeri. Incontri che dovrebbero protrarsi per più giornate.

Storicamente, l’ultimo Sovrano d’Oltralpe a convocare gli Stati Generali fu Luigi XVI nel 1789, e tutti sappiamo com’è andata a finire. Perciò, non foss’altro per scaramanzia, se non per ragioni di opportunità, l’ex Avvocato del Popolo avrebbe anche potuto evitare il parallelismo.

Ma la denominazione estemporanea e pomposa è certamente un peccato veniale. Ben più grave sarebbe trasformare l’appuntamento nella solita, vuota passerella.

«Non possiamo sbagliare» ha infatti ammonito nei giorni scorsi il segretario dem Nicola Zingaretti. Se c’è infatti qualcosa che nessuno può permettersi è un esecutivo che perda la testa. In senso figurato, ça va sans dire.

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Politica

Verso la fase 3, il Premier Conte tra nodi economici e ambizioni politiche

Il Capo del Governo riceve il rapporto degli “esperti” che, per far ripartire l’economia, suggeriscono di mettere le mani nelle tasche degli Italiani. E intanto lavora al suo partito e ai mitologici Stati Generali

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo verso la fase 3. Il candidato consideri che il bi-premier Giuseppe Conte:

a) Ha ricevuto il rapporto della task force guidata da Vittorio Colao che, tra l’altro, pare punti «all’emersione del risparmio privato nelle cassette di sicurezze». Tradotto dal burocratese, significa che i sedicenti esperti auspicano il prelievo forzoso del denaro che gli Italiani hanno messo da parte, magari nell’eventualità di tempi (perfino) peggiori. In fondo, dall’estratto conto al conto estratto è un attimo.

b) Come anticipato da Studio Aperto, in vista dei mitologici Stati Generali dell’Economia ha riunito «i capidelegazione e i Ministri competenti». Non sarà stato un vertice molto affollato.

c) A tal proposito, rispetto alle indiscrezioni su un malcontento da parte del Ministro dell’Economia, ha precisato che «Gualtieri ha sempre condiviso tutto con me». Immaginiamo la gioia della compagna del Signor Frattanto, Olivia Paladino.

Conte verso la fase 3 e oltre

d) Ha spavaldamente affermato che non teme di cadere. Anche perché la Storia insegna che in questi casi appare sempre, quasi per magia, una stampella a cui appoggiarsi.

e) Ha spiegato che si sente tranquillo perché «questa maggioranza è composta da partiti responsabili». Dizione volturarappulese per “poltronari”.

f) Nel frattempo però ha incassato il penultimatum del segretario dem Nicola Zingaretti che ha evidenziato «la necessità per tutti di un salto di qualità». Come a dire che, se morto un Papa se ne fa un altro, figuriamoci un Conte.

g) Nel tempo libero sta anche lavorando al suo ipotetico, omonimo e sciaradesco partito che un recente sondaggio ha accreditato del 14,3% dei consensi. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

h) Ha sostenuto che «il clima è migliore di quello che sembra». A qualcuno in Scandinavia saranno fischiate le orecchie.

Ciò posto, il candidato consideri che, secondo il leader del Pd, con un Governo guidato dal segretario leghista Matteo Salvini «probabilmente nulla sarebbe stato ottenuto dall’Europa». E illustri, con il divieto tassativo di consegnare il foglio in bianco, i mirabolanti risultati ottenuti a Bruxelles da Giuseppi e dall’esecutivo rosso-giallo.

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Economia

Fase 3, eppur non si muove niente, con la sola eccezione della Bce

Dall’Europa al Governo si moltiplicano piani e progetti, che però finora non hanno portato a risultati concreti. Intanto da noi si riesce a polemizzare sul nulla (l’immagine dell’app Immuni), ma anche sui morti da coronavirus

Mirko Ciminiello

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La presidente della Bce Christine Lagarde

Test per l’esame di giornalismo sul pallido accenno di ripresa auspicato nella presunta fase 3. Il candidato consideri che:

a) Christine Lagarde, presidente della Bce, comunicando il potenziamento del “Programma pandemico di acquisti in emergenza” per ulteriori 600 miliardi, si è soffermata sul Recovery Fund. Ovvero il piano della Commissione Europea che al momento, come sottolineato dalla numero uno della Banca Centrale Europea, è allo stadio di proposta. L’istituzione del nuovo strumento non avverrà infatti a breve, così come non saranno rapidi i tempi di distribuzione delle sovvenzioni. Perfino i prestiti per finanziare il fondo saranno restituiti solamente tra il 2028 e il 2058. Che probabilmente è il motivo per cui hanno ribattezzato il progetto Next Generation Eu, nel senso che il conquibus lo vedrà (forse) la prossima generazione comunitaria.

b) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha affermato che «il Governo è già al lavoro per un ambizioso Recovery Plan». Avrebbe potuto chiamarlo “piano per la ripresa”, ma in fondo perché mai il Presidente del Consiglio italiano dovrebbe usare la lingua di Dante?

c) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha criticato le lungaggini bancarie nell’erogazione dei prestiti previsti dal Dl Liquidità. «Potrei cavarmela dicendo cambiate banca, andate da quella più rapida. Suggerirei di andare in quella che fa tutto in 48 ore». Fosse vissuto nel Settecento, avrebbe potuto soffiare il premio per la battuta dell’anno alla Regina Maria Antonietta. Di cui si dice che abbia suggerito al popolo francese in rivolta per la mancanza di pane di mangiare brioche.

d) Proseguendo con i parallelismi in salsa transalpina, il Signor Frattanto ha annunciato gli Stati Generali dell’Economia che dovrebbero riunire «le migliori forze del Paese». L’idea di Giuseppi è convocare «parti sociali, associazioni di categoria e singole menti brillanti» per riuscire «a raccogliere le idee più efficaci». Visti i precedenti, sarà già tanto se saranno Stati caporali.

Fase 3, la ripresa oltre l’economia

e) Nel frattempo, pare che Giuseppi, per non farsi mancare niente, voglia fondare un suo partito che, con una callidità che farebbe invidia all’eroe Ulisse-dal-multiforme-ingegno, dovrebbe chiamarsi Con-te. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

f) Il virologo Andrea Crisanti ha affermato che «dovremmo avere un’estate relativamente tranquilla» perché il virus «è sensibile alla temperatura». Un dato che, combinato con la raccomandazione (sic!) della Ue a promuovere gli investimenti green, fa curiosamente pensare alla Scandinavia… Ma sarà sicuramente colpa della corona svedese.

Il tempo delle polemiche

g) Intanto in Italia è montata una ridicola polemica sulla bellissima e tenerissima immagine dell’app Immuni che gli intelliggenti con-due-g hanno bollato come stereotipata. Tra coloro che l’hanno cavalcata spicca l’ex Premier Enrico Letta, che ha descritto la figura chiosando: «Non credo ci sia da aggiungere nessun commento». Come se il suo intero tweet non fosse già sufficiente a riempire tutte le caselle dell’ultroneità.

h) In un secondo momento, poi, il nipote-di ha lamentato che in molti – troppi – commentavano difendendo l’immagine. In effetti, i social si sono chiesti ironicamente se la prostata fosse un’opinione come un’altra o magari un concetto antropologico. E pure questa fa già abbastanza ridere di suo.

i) Un’altra diatriba l’ha innescata Pierluigi Bersani, già segretario del Pd, dicendo del centrodestra: «viene il dubbio che se avessero governato loro non sarebbero bastati i cimiteri». Immediate e durissime le reazioni, con il segretario leghista Matteo Salvini che ha stigmatizzato le dichiarazioni come «disgustose, squallide, vomitevoli» e «da cretini». Gargamella però ha rincarato la dose, sostenendo che era stato il Capitano a esporsi a un simile giudizio e precisando di aver usato un’iperbole. Che è la dizione radical chic per “farneticazione”.

Ciò posto, illustri il candidato la fase 3 tenendo presente la curiosa assonanza tra il termine inglese recovery e quello italico ricovero.

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Cronaca

Scandalo giustizia, alla fine del diritto restano solo i rovesci

La querelle tra Salvini e Palamara (che ha provato goffamente a fare mea culpa) è solo la punta dell’iceberg di Magistratopoli. E il problema vero è che sarà Bonafede a fare la necessaria riforma del Csm

Mirko Ciminiello

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L'ex presidente dell'Anm Palamara e il leader della Lega Salvini

Test per l’esame di giornalismo sullo scandalo giustizia ormai noto mediaticamente come caso Palamara o Magistratopoli. Il candidato consideri che:

a) L’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ha concesso un’intervista televisiva per cercare di difendersi dallo scandalo che lo ha travolto – e ha screditato la magistratura tutta. Tra l’altro, è tornato sull’irripetibile epiteto rivolto al leader leghista Matteo Salvini, affermando di aver «usato un’espressione impropria, non volevo offenderlo. Ma quella frase non rispecchia fedelmente il pensiero: è decontestualizzata». Saremmo curiosi di sapere in quale contesto dare della «m***a» a chicchessia non rappresenterebbe un insulto.

b) Nella stessa intervista, illustrando il funzionamento del sistema delle correnti che metastatizza l’intero potere giudiziario, l’ex consigliere del Csm ha fatto una significativa ammissione. «Oggi le bugie non le posso più dire». Ma va’?! Quindi anche gli onesti mentono?!

c) Ancora l’ex Pm, provando a scherzare sul trojan usato dalla Procura di Perugia per intercettarne le conversazioni, si è lasciato sfuggire una battuta piuttosto infelice. «Ho anticipato il Covid: chi ha attuato il distanziamento sociale con me si è salvato». E ora che ha perso la corona, è rimasto solo il virus.

d) Sempre l’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura ha risposto a proposito delle sue cene “inappropriate” con il deputato ed ex Ministro del Pd Luca Lotti. «Ho sottovalutato che fosse indagato» nell’ambito dell’inchiesta Consip, le sue parole. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

Bonafede e lo scandalo giustizia

e) Il pentastellato Alfonso Bonafede ha illustrato la riforma del Csm che sta predisponendo sulla scia dello scandalo giustizia. Visti i precedenti, è probabile che avremo presto Palamara al vertice di Palazzo dei Marescialli.

f) Tra l’altro, il Ministro della Giustizia ha annunciato che si sta muovendo «per alzare un muro tra politica e magistratura». Si attendono le vibranti proteste di Vaticano e ong.

g) Per alcuni (ex) togati di spicco come Carlo Nordio e Luigi De Magistris l’organo di autogoverno della magistratura dovrebbe essere eletto per sorteggio. Di parere diverso è il presidente dimissionario dell’Anm Luca Poniz, secondo cui anche «Bonafede lo ritiene totalmente incostituzionale». D’altronde, il titolare di via Arenula credeva anche che gli innocenti non vadano in galera e che nessun boss mafioso fosse stato scarcerato. Ma sempre tenendo fede al suo cognome.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “casa di cura”, la seguente amenità del Guardasigilli sulla situazione corrente (è il caso di dirlo). Che per lui va addebitata al segretario della Lega perché se «Salvini non avesse fatto cadere il Governo una riforma del Csm ce l’avremmo già».

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Politica

Caso Palamara, il Presidente Mattarella interviene rifiutandosi di intervenire

“Bisogna evitare strumentalizzazioni”. Così il Quirinale conferma il proprio silenzio sulla vicenda che ha squassato la magistratura. E intanto nelle intercettazioni spunta anche l’ex vicepresidente del Csm Legnini

Mirko Ciminiello

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L'ex presidente dell'Anm Luca Palamara

Test per l’esame di giornalismo sul caso Palamara – benché l’ex Pm sia solo la punta di un iceberg grande quanto l’intera magistratura italiana. Con riferimento primario alle ormai note chat di togati che tramavano contro l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il candidato consideri che:

a) Il 24 agosto 2018 l’allora vicepresidente del Csm Giovanni Legnini (in quota Pd) esortava caldamente Luca Palamara a «produrre una nota» sulla «vicenda della nave» Diciotti. Il giorno dopo, su richiesta di quattro consiglieri di Palazzo dei Marescialli, tra cui lo stesso Palamara, Legnini autorizzava il comitato di presidenza a trattare il caso. Oggi afferma che fu un «intervento doveroso» che rifarebbe «esattamente negli stessi termini» in quanto svolto «a tutela dell’indipendenza della magistratura». Vista anche la metodologia usata dai Pm di Perugia per le intercettazioni, si potrebbe dire che l’ex presidente dell’Anm abbia funto da cavallo di trojan.

b) Sempre il 24 agosto 2018, Palamara scriveva al Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, che il giorno successivo avrebbe indagato il leader della Lega. «Carissimo Luigi, ti chiamerà anche Legnini, siamo tutti con te». Immediata la risposta: «Grazie. Mi ha già chiamato e mi ha fatto molto piacere». Legnini ha provato a smentire. «Non ne ho alcun ricordo e comunque mai ho parlato con Patronaggio di indagini penali». Magari però ne aveva parlato con l’ex Pm romano perché facesse da tramite. E attaccarsi alla semantica è sempre meglio che attaccarsi al tram.

c) D’altra parte, anche Patronaggio ha sostenuto di ricordare «solo sms ricevuti e inviati a carattere istituzionale nell’interesse di una corretta informazione». Chissà se questa improvvisa epidemia di vuoti di memoria è in qualche modo correlata al coronavirus.

Il caso Palamara reloaded

d) All’indomani dello scoppio dello scandalo, Palamara si era scusato con il Capitano. «Sono profondamente rammaricato dalle frasi da me espresse e che evidentemente non corrispondono al reale contenuto del mio pensiero». Considerati i messaggi che continuano a essere pubblicati quotidianamente, viene da chiedersi se i suoi colleghi togati lo abbiano mai conosciuto, questo reale pensiero.

e) Dopo le nuove rivelazioni, il segretario del Carroccio (e non solo lui) si era detto «sicuro che il Capo dello Stato non resterà indifferente». E in effetti il Quirinale ha diffuso una nota, chiarendo tra l’altro che «qualunque valutazione da parte del Presidente della Repubblica potrebbe essere strumentalmente interpretata». È proprio vero che il silenzio, incluso quello di Sergio Mattarella, è d’oro…

f) L’ex titolare del Viminale, in un’intervista televisiva, si è anche chiesto «che cosa si aspetta ad azzerare il Consiglio Superiore della Magistratura». Risposta: che si asciughi il bianchetto virtuale.

MATTEO SALVINI A STUDIO 24 (RAI NEWS 24, 29.05.2020)

Ora in diretta su Rai News 24 e, a seguire, conferenza di presentazione del nostro progetto di flat tax e rivoluzione fiscale: taglio di tasse e burocrazia, pace fiscale e stralcio cartelle, modello Genova per le opere pubbliche. Solo cosí l’Italia riparte. Buona giornata Amici.

Pubblicato da Matteo Salvini su Venerdì 29 maggio 2020

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da inviti a carattere farmacologico, la seguente lepidezza del vicepresidente dem Andrea Orlando. Il quale parlava della necessità di dialogare con l’opposizione in Parlamento per riuscire a riformare urgentemente il Csm. Capiremo «se Salvini ha a cuore una riforma, oppure se vuole utilizzare queste vicende per una campagna politica personale, di cui fa parte il discredito della magistratura».

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Politica

Caos giustizia, Salvini contro i media: “Silenzio vergognoso e complice”

Il segretario della Lega all’attacco dopo lo scandalo delle toghe intercettate. Intanto l’ex Pm Palamara gli chiede scusa, ma i vertici dell’Anm si dimettono e il Guardasigilli Bonafede dichiara che la riforma del Csm non può più aspettare

Mirko Ciminiello

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matteo salvini
Il segretario della Lega Matteo Salvini e il caso Gregoretti

Test per l’esame di giornalismo sul caos giustizia derivante (soprattutto) dalla pubblicazione delle intercettazioni relative ad alcune imbarazzanti chat tra magistrati. Il candidato consideri che:

a) Il togato al centro della vicenda, l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, si è scusato con l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, etichettato con epiteti irripetibili. «Sono profondamente rammaricato dalle frasi da me espresse e che evidentemente non corrispondono al reale contenuto del mio pensiero». Che sarebbe di gran lunga peggiore.

b) L’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Poniz, e il segretario Giuliano Caputo si sono dimessi dopo lo scandalo. Strano, se è vero che, come da teorema dell’house organ ufficioso del M5S, gli attacchi al segretario della Lega provenivano da «un solo magistrato»… Prendi una toga, trattala male, lascia che ti aspetti per ore

c) Peraltro, proprio Palamara, quando già aveva lasciato l’incarico di membro del Csm, venne invitato al Quirinale da Gianfranco Astori, consigliere del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Viene da chiedersi se il Capo dello Stato ne sia stato al corrente. O almeno alla corrente.

d) Intanto Alfonso Bonafede, Ministro grillino della Giustizia, ha dichiarato che la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura non può più aspettare. Se la fa lui, però, si rischia di avere un plenum composto di boss mafiosi scarcerati per via del Covid-19.

Il vero e proprio terremoto che sta investendo la magistratura italiana dopo il c.d. “Caso Palamara” impone una risposta…

Pubblicato da Alfonso Bonafede su Domenica 24 maggio 2020

Il caos giustizia oltre la chat delle toghe

e) Nel frattempo è stato rinviato a ottobre il processo contro il Capitano, che si sarebbe dovuto aprire a inizio luglio, per il caso Gregoretti. La motivazione ufficiale è l’ingolfamento dei tribunali dovuto all’emergenza coronavirus. La quale ormai potrebbe essere presa a pretesto anche per le giustificazioni scolastiche.

f) Nel corso di un dibattito, il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha evitato di rispondere a una domanda diretta sul principio della separazione dei poteri. Il leader del Carroccio lo ha quindi rintuzzato: «Se fossi un suo lettore, come sono, mi porrei una domanda». E probabilmente farebbe scena muta.

g) Nel febbraio scorso il Guardasigilli, fiero oppositore dei voli blu (altrui), ha speso 10.000 euro per fare la tratta Napoli-Roma con un aereo di Stato. Nella città partenopea partecipava a un vertice italo-francese abbandonato prima dello scambio dei documenti ufficiali, nella Capitale ha mancato il voto sul suo Dl intercettazioni. È ciò che si dice avere le ali bucate.

h) L’ex titolare del Viminale ha lamentato «il silenzio vergognoso e complice dei media italiani» che hanno dato pochissimo spazio al grave episodio. Visto il modo in cui di solito trattano certi argomenti, forse Salvini dovrebbe ringraziare per questo improvviso mutismo.

Ciò posto, a proposito del caos giustizia il candidato commenti il contenuto della seguente intercettazione riguardante Annamaria Picozzi, Procuratore aggiunto di Palermo. La quale, parlando a Palamara della necessità di piazzare una ragazza di cui potersi fidare, aggiungeva: «Se mi dai buca chiamo Marco Travaglio».

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Politica

Toghe intercettate, le frasi shock di Palamara che fanno infuriare Salvini

“Ha ragione, ma bisogna attaccarlo” scriveva il magistrato in una chat privata. E il Capitano, che a ottobre sarà davanti al Gup per il caso Gregoretti, scrive al Capo dello Stato Mattarella perché gli sia garantito un processo equo

Mirko Ciminiello

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Quando, nel contesto di un’inchiesta giudiziaria, vi sono delle toghe intercettate, è un po’ come se si scoperchiasse il mitologico vaso di Pandora. Se poi la conversazione riguarda un politico, magari anche uno di rilievo, voilà, les jeux sont faits. E lo spettacolo della giustizia a orologeria può ripartire.

La Verità sulle toghe intercettate

«Le chat dei magistrati su Salvini: “Ha ragione, però va attaccato”». Questo il titolo del quotidiano La Verità che ha scatenato la polemica politica – e l’ira funesta del segretario della Lega.

LE CHAT DEI MAGISTRATI SU SALVINI: «HA RAGIONE, PERÒ VA ATTACCATO»

Pubblicato da Lega – Salvini Premier su Giovedì 21 maggio 2020

Il giornale diretto da Maurizio Belpietro ha infatti pubblicato il contenuto di alcuni colloqui privati tra toghe intercettate nell’ambito degli accertamenti su Luca Palamara. Proprio il magistrato romano, indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, si è lasciato andare a valutazioni assai poco lusinghiere nei confronti del Capitano. Valutazioni centrate sui Decreti Sicurezza fortemente voluti dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Fin qui, per carità, è tutto assolutamente legittimo. Sgomberando infatti il campo da equivoci, non può essere minimamente messo in discussione il diritto di chiunque – toghe comprese – alla propria opinione politica. Sotto accusa è piuttosto l’eccesso – oltre all’interpretazione, diciamo, un po’ lasca di un caposaldo del diritto che affonda le sue radici nell’opera di Montesquieu.

«È inammissibile che, seppur in chat private, dei magistrati giudichino un Ministro come è stato fatto» ha dichiarato Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione Antimafia. «Un magistrato è sempre parte di un corpo terzo, c’è pur sempre una distinzione netta tra poteri» dello Stato.

Le toghe intercettate e gli insulti all’ex Ministro

Il potere giudiziario si esprimeva, tra l’altro, nei termini seguenti: «C’è quella m***a di Salvini, ma mi sono nascosto». Così parlò Palamara.

Forse, però, ancora più grave è un altro passaggio, segnato dallo stesso protagonista. Nella chat era intervenuto Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, che esprimeva le proprie perplessità.

«Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando. Illegittimamente si cerca di entrare in Italia e il Ministro dell’Interno interviene perché questo non avvenga. E non capisco cosa c’entri la Procura di Agrigento».

Sconcertante la replica dell’ex presidente dell’ANM: «Hai ragione. Ma ora bisogna attaccarlo».

In altre occasioni, si esprimevano i timori per il crescente consenso del leader leghista. E Bianca Ferramosca, componente della giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati, tuonava contro i colleghi rei di non aver fatto le barricate contro i Dl Sicurezza. «Cordata pericolosissima», li definiva.

Parole che hanno provocato la dura reazione dell’ex titolare del Viminale. Che si è chiesto se sia un comportamento normale per un Paese libero e democratico, evocando piuttosto Stati quali Cina, Venezuela e Corea del Nord.

L’appello di Salvini a Mattarella

A ottobre, il capo dell’opposizione si presenterà davanti al Gup presso il Tribunale di Catania per l’udienza preliminare sul caso Gregoretti. Su di lui pende l’accusa «di sequestro di persona per fatti compiuti nell’esercizio delle mie funzioni di Ministro dell’Interno». Accusa che l’ex Pm Carlo Nordio ha eufemisticamente definito «incredibile», soprattutto «dopo che il Capo del Governo ha sequestrato in casa sessanta milioni di Italiani per il coronavirus».

Per questo, anche alla luce delle succitate rivelazioni, Salvini ha chiamato e poi inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per esprimergli il proprio stupore e lanciargli un vero e proprio appello.

«La fiducia nei confronti della Magistratura adesso vacilla al cospetto delle notizie sugli intendimenti di alcuni importanti magistrati italiani» ha scritto il senatore milanese. «Tutto ciò» ha proseguito, «desta in me la preoccupazione concreta della mancanza di serenità di giudizio tale da influire sull’esito del procedimento a mio carico».

Per questo motivo «mi appello al Suo ruolo istituzionale». Affinché sia garantito, come dev’essere per chiunque, «il diritto ad un processo giusto, davanti a un giudice terzo e imparziale, nel rispetto dell’art. 111 della Costituzione».

? Oggi ho sentito al telefono il presidente Mattarella, al quale ho inviato questa lettera, che mostro anche a tutti…

Pubblicato da Matteo Salvini su Giovedì 21 maggio 2020

E, del resto, con quale spirito potranno ora sentenziare i giudici catanesi, sapendo che in ogni caso graverà su di loro un’ombra di diffidenza? Che li si potrà tacciare di aver seguito l’ideologia se condanneranno il Capitano, di voler stornare da sé il sospetto qualora lo assolvessero?

La parola è d’argento…

Nel frattempo, a fare scalpore è anche il silenzio assordante di quella parte di arco costituzionale che si dice garantista – magari a giorni alterni. «Mi fa specie che da sinistra non abbiate detto una parola su quella che è una vergogna» ha attaccato Salvini dal Senato. Riferendosi, forse, anche all’altro Matteo, quel Renzi che, dopo aver salvato un Guardasigilli di cui da mesi chiedeva le dimissioni, non ha trovato il tempo per certe quisquilie.

Se però il silenzio è d’oro, la parola è d’argento, e in qualche caso anche di metallo molto meno nobile. Così, ad esempio, in ambienti giudiziari c’è chi ha puntato l’indice contro la pubblicazione dei dialoghi carpiti dagli inquirenti.

Tralasciando il fatto che il saggio indica la luna, e non il dito, hanno perfettamente ragione. Infatti è una barbarie che finiscano sui giornali testi privati e privi di qualsivoglia rilevanza penale. Solo che deve valere sempre, non soltanto nei casi in cui ci sono delle toghe intercettate. E, da questo punto di vista, quei magistrati che si sono sempre opposti a leggi spregiativamente definite “bavaglio” non possono che piangere se stessi.

Il festival dell’ipocrisia

Tuttavia, il festival dell’ipocrisia lo hanno vinto, e con un ampio margine, i manettari dattilografi al servizio del peggior giustizialismo. I quali hanno fatto una polemica sintattica sull’uso del plurale “magistrati”, quando «le parole incriminate sono attribuibili» al solo Palamara.

Come se la mancanza di reazioni delle altre toghe intercettate non fosse altrettanto significativa. Senza contare il fatto che Palamara, proprio per via dell’inchiesta a suo carico, sarà anche caduto in disgrazia presso l’house organ ufficioso del M5S. Ma resta sempre il magistrato che, da consigliere del CSM, organizzava cene per condizionare le nomine di alcune Procure, tra cui quella di Roma.

E, infatti, neppure Alfonso Bonafede, Ministro grillino della Giustizia, ha potuto far finta di niente. «C’è un’indagine che ha portato alla luce delle intercettazioni, che sono state inviate anche al Ministero della Giustizia» ha dichiarato il titolare di via Arenula. Previa valutazione dell’ispettorato, il dicastero considererà «l’azione disciplinare nei confronti delle persone coinvolte».

E poi capiremo se la giustizia possa essere anche di questo mondo. E se, oltre che a Berlino, c’è un giudice pure in Italia.

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Economia

Recovery Fund, tutte le insidie della proposta franco-tedesca

Merkel e Macron d’accordo su un fondo da 500 miliardi. Ma, se per l’Eliseo devono essere finanziamenti a fondo perduto, il Governo di Berlino parla di un “piano di rimborso vincolante”. E in Italia c’è chi ha il coraggio di esultare…

Mirko Ciminiello

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La Cancelliera tedesca Merkel e il Presidente francese Macron nella conferenza stampa sul Recovery Fund

Sul Recovery Fund, il Fondo europeo per la Ripresa dalla crisi da Covid-19, si è improvvisamente riaperta la partita. Non a caso, i media nostrani hanno dato grande risalto all’intervento congiunto gallo-prussiano che l’ha riportato sotto i riflettori. Ma, come sempre quando c’è di mezzo l’Europa, non è tutto oro quel che luccica.

Il nuovo Recovery Fund franco-tedesco

Un fondo da 500 miliardi di euro nel quadro del prossimo bilancio settennale dell’Unione Europea. È quanto hanno proposto la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo omologo francese Emmanuel Macron.

Un compromesso tra i Paesi dell’Europa meridionale – i più colpiti dall’emergenza coronavirus -, che avevano chiesto almeno il triplo delle risorse. E i “rigoristi”del Nord che a quanto pare fanno una fatica enorme a comprendere il significato del termine “solidarietà”.

L’idea di Berlino e Parigi è proprio quella di mediare tra le due diversissime posizioni. Il Recovery Fund avrebbe infatti una potenza di fuoco minore di quanto auspicato, ma finanziata attraverso debito comune Ue e con trasferimenti a fondo perduto.

Un’idea, appunto. O, per dirla con le parole del bi-Premier Giuseppe Conte, «un primo passo importante». Anche se, ha chiarito il Signor Frattanto, occorrerà una proposta più ambiziosa da parte della Commissione Europea.

Chi invece ha accolto favorevolmente il progetto germano-transalpino è quella parte di politica italiana usa a recitare il ruolo di utile idiota di Bruxelles. A cominciare dal Pd, il cui segretario Nicola Zingaretti ha esaltato la «giusta direzione». Aggiungendo inoltre lepidezze su «una nuova UE della crescita, del lavoro e della giustizia sociale».

La proposta di Francia e Germania sul #RecoveryFund è un passo avanti importante, così come la riflessione di Lagarde su…

Pubblicato da Nicola Zingaretti su Martedì 19 maggio 2020

A riportare i sognatori coi piedi per terra ci ha pensato il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Che, dopo aver consultato i Primi Ministri di Danimarca, Olanda e Svezia, ha precisato che «la nostra posizione non cambia. Siamo pronti ad aiutare i Paesi più colpiti», ma solo «con prestiti». Non con sussidi.

E non è nemmeno l’unica trappola che, al solito, la “solidale” Europa sta predisponendo.

Le trappole del Fondo per la Ripresa

«Quando arriveranno questi soldi? Fonti diplomatiche dicono che la data potrebbe essere la fine dell’anno. C’è rischio di implosione: serve che i fondi arrivino al più presto». Così il neo-direttore de La Repubblica Maurizio Molinari, sottolineando in diretta tv il cruciale fattore tempo.

Ha ragione, naturalmente. Infatti Giuseppi, quando ancora fingeva di poter rodomonteggiare con le istituzioni comunitarie, voleva che il Fondo per la Ripresa fosse attivo già entro l’estate. Ma, come sempre, dum herba crescit equus moritur.

C’è comunque dell’altro. Ed è nascosto in una frasetta che fa capolino dal documento ufficiale del Governo teutonico, un’affermazione piccola ma dagli effetti dirompenti. «Il Recovery Fund» sarà «legato a un piano di rimborso vincolante». Che significa bye bye ai finanziamenti a fondo perduto. Una postilla che ha scatenato le ire e le ironie dell’opposizione.

Anche il M5S, comunque, è scettico. «I contorni sono ancora poco chiari, e i testi scritti raccontano scenari meno solidali», ha avvertito per esempio il deputato Pino Cabras. «Segno che ai piani alti in Europa l’accordo non c’è ancora».

Quel che è già certo, invece, è che as usual per l’Italia la strada è in salita. E che, sempre as usual, dell’Europa – soprattutto finché a decidere sarà l’asse franco-tedesco – non ci si può mai fidare. Nemmeno quando, come i Danai cantati da Virgilio, porta doni.

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Primo Piano