C’è un punto in cui la cronaca diventa sistema. La frana di Niscemi, rilanciata dai media e letta da Mario Tozzi come simbolo dell’Italia fragile, rientra in una sequenza di eventi che non può più essere rubricata come “emergenza”. I dati ufficiali e le dinamiche territoriali dicono che il dissesto idrogeologico è un tema strutturale: riguarda come abitiamo, come consumiamo suolo, come gestiamo corsi d’acqua e versanti, come controlliamo l’edilizia.
Le mappe ISPRA: frane e alluvioni come rischio diffuso
Il Rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico (edizione 2024) aggiorna la mappa nazionale della pericolosità da frana e dei principali indicatori di rischio. Nella fotografia complessiva emergono porzioni di territorio estese interessate da livelli diversi di pericolosità, con milioni di abitanti in aree esposte e una quota altissima di Comuni coinvolti. La chiave non è solo “dove” accade, ma “quanto” è prevedibile: in molti casi la pericolosità è nota, cartografata, studiata.
Il fattore umano: urbanizzazione, scelte localizzative, manutenzione assente
Tozzi insiste su un punto che incrocia geologia e politica: l’uomo amplifica il rischio quando costruisce dove non dovrebbe, quando restringe alvei, quando cancella aree permeabili, quando tollera edificazioni in punti vulnerabili. È qui che il dissesto diventa un indicatore di qualità della governance: pianificazione, controlli, manutenzione ordinaria, capacità di far rispettare regole e vincoli. E, nei casi più complessi, capacità di spostare persone e funzioni da aree oggettivamente pericolose.
Consumo di suolo: l’acceleratore dei danni
Sul consumo di suolo, l’ISPRA ha segnalato un aumento del consumo netto con valori elevati nel bilancio più recente, sottolineando la perdita di superfici naturali e agricole e le conseguenze sui servizi ecosistemici. Il nesso con il rischio idraulico è diretto: impermeabilizzare significa ridurre infiltrazione e ricarica, aumentare deflusso superficiale, alzare la probabilità di allagamenti rapidi. In un clima che vede episodi di pioggia intensa concentrati, il risultato è un impatto più brusco su città e paesi.
Il “passo indietro” e il tema più difficile: delocalizzare
La proposta evocata da Tozzi – arretrare dalle aree più pericolose – è politicamente sensibile. Delocalizzare costa, richiede consenso, apre contenziosi, impone alternative abitative e produttive. Ma è anche una delle poche opzioni che taglia il rischio alla radice quando la pericolosità è alta e persistente. In molti territori italiani, la strategia si scontra con inerzie storiche: sanatorie, abusi consolidati, espansioni urbanistiche nate in anni in cui la percezione del rischio era minore o ignorata.
Le conseguenze economiche: non solo danni, anche perdita di continuità
Ogni evento porta costi diretti (ripristino, messa in sicurezza, emergenza) e costi indiretti (interruzione di servizi, fermo delle attività, caduta del valore immobiliare, incremento dei premi assicurativi dove esistono coperture). Il dissesto agisce come tassa occulta: si paga dopo, molto più di quanto si sarebbe pagato prima con prevenzione e pianificazione seria. È anche un problema sociale: a essere più esposti, spesso, sono nuclei che vivono in aree meno tutelate o in edifici più vulnerabili.
Reazioni istituzionali e orizzonte nazionale: prevenzione come politica pubblica
Il tema non può restare spezzettato in mille emergenze locali. Serve una politica pubblica che tenga insieme: aggiornamento costante delle mappe di pericolosità, regole urbanistiche coerenti con il rischio, blocco delle nuove edificazioni in aree vulnerabili, recupero dell’esistente, rinaturazione dove possibile, manutenzione del reticolo idrografico e dei versanti, controlli effettivi su abusi e opere in punti sensibili. Il richiamo di Tozzi, in questo senso, funziona da detonatore comunicativo: porta una materia tecnica nel dibattito pubblico, senza scorciatoie.
