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Economia

Decreto Ristori, così il Governo delle dilazioni spera di spegnere le proteste

Varato il provvedimento che indennizzerà imprese e lavoratori penalizzati dall’ultimo Dpcm, ma per le risorse “immediate” spunta già una scadenza al 15 novembre. Col rischio di esacerbare ulteriormente la rabbia dei cittadini

Mirko Ciminiello

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decreto ristori: protesta dei ristoratori a milano
Protesta dei ristoratori a Milano contro il Dpcm del 24 ottobre

Il Decreto Ristori non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale ché già spuntano delle precisazioni sulle scadenze. Che dovevano essere istantanee, ma pare non lo saranno più. Col serio rischio che la maggioranza rosso-gialla, lungi dallo spegnere le rivolte che ormai dilagano in tutta Italia, finisca per gettare benzina sul fuoco.

Il Decreto Ristori

«Abbiamo appena varato il Decreto Ristori, che vale complessivamente oltre 5 miliardi che saranno usati per dare risorse immediate a beneficio delle categorie» penalizzate dall’ultimo Dpcm. Così il bi-Premier Giuseppe Conte, in conferenza stampa assieme ai Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Aggiungendo di aver firmato il provvedimento «solo quando siamo stati sicuri che queste risorse c’erano».

Più precisamente, si tratta di «5,4 miliardi di indebitamento netto, 6,2 miliardi in termini di saldo netto da finanziare», come ha spiegato il titolare del Mef. Fondi destinati innanzitutto a indennizzare le attività economiche penalizzate dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre.

Tra l’altro, il Dl proroga di altre sei settimane la cassa integrazione legata all’emergenza Covid-19, e conferma il blocco dei licenziamenti fino al 31 gennaio. Al contempo, sospende i contributi previdenziali ai datori di lavoro interessati dalle restrizioni, e concede un credito d’imposta sugli affitti commerciali, valido fino a dicembre. Inoltre, cancella la seconda rata dell’Imu 2020 e assegna due mensilità aggiuntive di Reddito di emergenza a chi già ne aveva diritto. E prevede anche un finanziamento per consentire a medici di base e pediatri di somministrare 2 milioni di tamponi antigenici (i test rapidi).

Soprattutto, però, stanzia i risarcimenti per imprese e lavoratori danneggiati dal semi-lockdown imposto dal Governo. Sono previsti contributi a fondo perduto per un’ampia platea di beneficiari, incluse le filiere dell’agricoltura e della pesca. I rimborsi varieranno dal 100 al 400% dell’importo previsto a maggio dal Decreto Rilancio, a seconda della tipologia di esercizio. Per esempio, le discoteche riceveranno il 400%, piscine e palestre il 200%, i ristoranti il 150%. Infine, non mancherà un’indennità per i lavoratori dello spettacolo, del turismo, dello sport anche dilettantistico, per tassisti e NCC. Né per gli stagionali (però una tantum).

Decreto Ristori, il rischioso vizio della dilazione

Le sovvenzioni saranno, secondo via XX Settembre, il «pezzo forte» del Decreto Ristori (oltre all’aver insegnato che il termine non è solo sinonimo di “sollievo”). E verranno erogate «direttamente sul conto corrente delle categorie interessate con bonifico dell’Agenzia delle Entrate», ha assicurato l’ex Avvocato del Popolo.

Il titolare del Mise l’ha definita una «misura rapida, efficace ed efficiente». Affermando che era necessario «trovare subito la modalità di intervenire con ristori che non arrivassero tra qualche mese».

Sottoscriviamo in pieno, perché non si può togliere il diritto di lavorare senza compensare subito i mancati guadagni. Eppure, sulle tempistiche il Cancelliere dello Scacchiere si è lasciato sfuggire un dettaglio che delinea uno scenario leggermente diverso. «Il contributo a fondo perduto sarà erogato automaticamente a oltre 300.000 aziende che già lo hanno già avuto, e quindi contiamo per metà novembre di avere tutti bonifici effettuati da parte dell’Agenzia delle entrate».

Metà novembre. E solo per quanti avevano già usufruito dei sostegni passati – per gli altri, la speranza di Gualtieri è che l’accredito giunga «entro metà di dicembre».

Scadenze non lontane, ma neppure così tempestive. Che rappresentano un piccolo campanello d’allarme, considerando che l’esecutivo, e in specie Giuseppi, è fin troppo incline al vizio della dilazione. È questa tendenza che ha meritato (si fa per dire) al leguleio volturarese il soprannome di Signor Frattanto.

Stavolta, però, Palazzo Chigi farà bene a non scherzare col fuoco, perché l’incendio della protesta già divampa da giorni. E, checché ne dicano i megafoni del pandemicamente corretto, è una protesta per lo più pacifica (benché a volte deturpata da infiltrazioni). Come quella dei ristoratori meneghini sedutisi sul sagrato del Duomo di Milano al grido di “Siamo a terra”.

La pazienza del popolo sta finendo

Le buone intenzioni del Governo, di cui non dubitiamo affatto, non bastano più. E anche le spiegazioni annunciate dal Presidente del Consiglio lasciano ormai il tempo che trovano.

È l’ora di agire, concretamente e senza indugi. Perché per il momento ancora si riesce a scherzare, soprattutto a livello social. Come ha fatto il grande doppiatore e attore Luca Ward, che ha ironizzato sulla coincidenza tra il nome del Decreto e un personaggio che aveva interpretato.

Ma la pazienza di un intero popolo si sta rapidamente esaurendo. Le città ribollono come polveriere. E, di fronte a una crepa nella diga, non si può sempre sperare che sia sufficiente un dito.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Di troppo sovranismo morirà l’Europa: ecco perché ha ragione Berlusconi

Il Cav lancia un monito contro i nazionalismi che ostacolano la collaborazione inter-europea, come sta avvenendo per il Recovery Fund. Di questo passo Bruxelles imploderà, ma non sarebbe necessariamente un male

Mirko Ciminiello

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silvio berlusconi: di troppo sovranismo...
Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi

È vero, di troppo sovranismo si muore, o se non altro si mettono i bastoni tra le ruote comunitarie. In questo ha ragione l’ex Premier Silvio Berlusconi, che della coalizione di centrodestra in Italia rappresenta la “gamba” europeista. Fatta la diagnosi, resta però sospeso un interrogativo cruciale: e se la patologia fosse proprio Bruxelles, e le spinte identitarie i globuli bianchi che la combattono?

Il voto sullo scostamento di Bilancio

«Il sovranismo non è una cosa negativa se significa orgoglio della propria identità e dei propri valori» ha affermato il leader di Forza Italia. «Lo diventa se è un ostacolo alla collaborazione fra i Paesi, specie fra quelli dell’Europa che hanno valori e interessi comuni».

Ragionamento condivisibile, soprattutto alla luce della pantomima in atto da tempo sul programma Next Generation Eu, che infatti è al centro dell’argomentazione del Cavaliere. «Oggi alcune spinte sovraniste in Europa ostacolano per esempio il Recovery Fund e, quindi, gli aiuti di fronte all’emergenza Covid dei quali l’Italia ha un drammatico bisogno».

Tanto drammatico che, per una volta, è riuscito nell’impresa di unire Governo e opposizione nel voto sul nuovo scostamento di Bilancio. Che le Camere hanno approvato quasi all’unanimità, e che includerà anche le proposte del centrodestra. In particolare, lo stanziamento di risorse per lavoratori autonomi, professionisti, commercianti, artigiani e partite Iva, oltre all’istituzione del cosiddetto “semestre bianco”. Ovvero la «sospensione di tutti i pagamenti verso lo Stato per queste categorie almeno fino al 31 marzo 2021».

Soddisfazione è stata espressa da tutti i leader della maggioranza rosso-gialla, nonché dal bi-Premier Giuseppe Conte. Che ha giudicato la votazione «un ottimo segnale in questo momento di particolare difficoltà che sta attraversando il Paese».

D’altronde, come ha tenuto a precisare il Cav, «sempre, che fossimo al Governo o all’opposizione, abbiamo messo l’interesse del Paese prima delle convenienze di partito». Concetto espresso anche da Giorgia Meloni, leader di FdI.

Non vuol dire comunque che queste reciproche aperture siano il preludio a un sostegno all’esecutivo. «Significa collaborare con le istituzioni, come chiede il Capo dello Stato» Sergio Mattarella, ha ribadito il numero uno azzurro. Che magari parlava a nuora italica perché (anche) suocera europea intendesse.

Di troppo sovranismo morirà Bruxelles

A onor del vero, in cima alla graduatoria di chi avversa il Fondo per la Ripresa figurano i Paesi Frugali. Però è indubbio che al momento, soprattutto a livello mediatico, nell’occhio del ciclone stazionino per lo più i Governi nazionalisti di Ungheria e Polonia. Il che è paradossale, perché né il magiaro Viktor Orbán né il baltico Mateusz Morawiecki si sognerebbero mai di rinunciare ai finanziamenti Ue.

In effetti, le rimostranze del duo di Visegrád riguardano esclusivamente il meccanismo che condiziona l’erogazione degli aiuti al rispetto dello stato di diritto. Espressione dalle nobili parvenze che tuttavia cela ciò che la Meloni ha definito «clausola di asservimento all’eurosistema». Un cavallo di Troia finalizzato a «piegare Nazioni che vogliono difendere le loro radici, la loro identità, i loro confini».

Solo che il veto è possibile solo sugli altri due termini dell’euro-intesa. Il Bilancio settennale della Ue e la Recovery and resilience facility, il fulcro da 672,5 miliardi del Next Gen Eu.

Ricatto e controricatto, dunque. E di certo non aiuta a stemperare le tensioni l’atteggiamento di altezzosa sufficienza di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Ue. La quale ha esortato l’accoppiata ribelle a rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che praticamente è un invito a scavarsi la fossa con le proprie mani.

Inoltre non si capisce perché soltanto il blocco orientale sarebbe da biasimare, come da propaganda mainstream. A meno che non si scopra che esistono anche ritorsioni politically correct – e dunque, orwellianamente, più uguali delle altre.

Se anche di troppo sovranismo morirà l’Europa, sarebbe davvero un male?

Rebus sic stantibus, uno scenario che porti all’implosione dell’Unione Europea non si può escludere a priori, benché resti poco probabile. Molte forze centrifughe sono all’opera, tanto che non è neppure detto che sarà di troppo sovranismo che si spegnerà l’illusione comunitaria. Ma sarebbe davvero un male?

Sarebbe un male sottrarsi all’abbraccio mortale di un carrozzone genuflesso alle élites – e per ciò stesso inviso e avversario dei popoli? Un carrozzone segnato dal peccato originale del miope rifiuto delle proprie radici giudaico-cristiane, senza le quali non esisterebbe la civiltà occidentale? E che oltretutto, perfino nel mezzo di una gravissima crisi sanitaria, insegue voli pindarici come le eco-balle, il buonismo, le ideologie genderiste e nichiliste?

L’Europa, cioè, è la cura oppure la malattia? E, di conseguenza, l’identitarismo sarebbe un virus o piuttosto il sistema immunitario? Ciò che farà nascere un nuovo sogno dalle ceneri di questa Ue malata? Dopotutto, da fenice a felice è un attimo!

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Economia

Manovra 2021, spuntano 1,3 miliardi per le mancette dei parlamentari

Dalla Finanziaria emergono misure sconcertanti, come il Fondo per le onorevoli esigenze a cui, forse per l’imbarazzo, è già stato cambiato nome. E mentre l’Europa ci bacchetta per le coperture, il Mef dà per incassati i mitologici fondi Ue

Mirko Ciminiello

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manovra 2021: la cicala e la formica
La cicala e la formica

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la Manovra 2021 e, maliziosamente, verrebbe da chiedersi se l’abbia anche letta o se, più semplicemente, si sia rassegnato. Perché anche stavolta i conti, anzi i Conte non tornano. Né nel giardino dell’Europa, che ci ha già bacchettati per la mancanza di almeno parte delle coperture. Né nell’orticello dell’Italia, dove alcune scelte finanziarie lasciano, come minimo, sconcertati.

Manovra 2021, i dubbi di Bruxelles

Bruxelles ha comunicato le proprie considerazioni sul Documento Programmatico di Bilancio, che sarebbe la bozza della Finanziaria da trasmettere obbligatoriamente entro il 15 ottobre.La Commissione europea ha giudicato che il piano è «in linea con le raccomandazioni» adottate dal Consiglio Ue del 20 luglio. Tuttavia, «alcune misure non sembrano temporanee o finanziate da coperture adeguate».

Nel dettaglio, i provvedimenti ritenuti transitori corrispondono allo 0,3% del Prodotto Interno Lordo. Mentre quelli che sembrerebbero permanenti ma privi di una compensazione appropriata ammontano all’1,1% del Pil. Queste ultime «in particolare includono il taglio nella contribuzione sociale nelle regioni povere, l’estensione della detrazione d’imposta sui redditi da lavoro, l’introduzione del bonus famiglia e risorse più alte ai Ministeri e altri servizi pubblici».

Un placet con riserva, dunque – e ci si può scorgere una certa ironia della sorte, visto che la Manovra 2021 all’inizio era stata approvatasalvo intese”. In più, oltre a essere costitutivamente precaria, la Legge di Bilancio è finanziata in buona parte in deficit. Senza contare che il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha già anticipato di voler ricorrere a un nuovo scostamento di Bilancio.

I contenuti della Manovra 2021

La Legge di Stabilità, però, va anche oltre, perché include l’istituzione presso il Mef di un Fondo che anticipa gli stanziamenti del mitologico Recovery Fund. La dotazione, triennale, è pari a oltre 120 miliardi di euro, il che ne fa un azzardo notevole. Almeno nel momento contingente, in cui il programma Next Generation Eu è shakespearianamente fatto “della stessa materia di cui son fatti i sogni”.

Intanto, però, i 38 miliardi del ddl di Bilancio andranno a finanziare i più disparati capitoli di spesa. E ce n’è uno in particolare che non ha mancato di far discutere, fin da quando ha fatto capolino dalle pieghe della bozza della Manovra 2021. Qui equivaleva all’articolo 195, che nella versione definitiva è diventato il numero 209. Nel frattempo ha anche cambiato denominazione, tanto che ora figura come «Fondo per le esigenze indifferibili». In origine, però, si chiamavaEsigenze Parlamento”, e serviva proprio allo scopo facilmente intuibile: foraggiare le onorevoli regalie – pardon, iniziative -, senza timori di bocciature da parte della Ragioneria dello Stato. Al punto che i maligni lo hanno prontamente soprannominato “fondo markette”.

Il Fondo Esigenze Parlamento nella bozza della Manovra 2021

Inizialmente, il tesoretto doveva ammontare a 800 milioni di euro per il 2021 e 400 milioni l’anno dal 2022. Cifre notevoli, visto che valgono la metà dell’intero costo annuale delle due Camere. Poi, però, qualcuno deve aver avuto un ripensamento: nel testo bollinato dalla Ragioneria, infatti, l’appannaggio dal 2022 è lievitato a 500 milioni annui.

Per fare un paragone, la tanto sbandierata riforma del taglio dei parlamentari porterà a un risparmio di 82 milioni di euro l’anno. Diviso per il numero di abitanti dell’Italia, fa circa 1,30 euro a testa, il prezzo di un cappuccino.

Qui, invece, sono stati erogati 1,3 miliardi. Tanto, come sempre, paga Pantalone.

Le sconcertanti compensazioni

Anzitutto, il fondo Covid quello «per il sostegno delle attività produttive maggiormente colpite dall’emergenza epidemiologica», è stato decurtato di 200 milioni. Dai 4 miliardi indicati nelle bozze, si è infatti passati ai 3,8 che campeggiano all’articolo 207 della Manovra 2021. Una mossa davvero oculata, in piena seconda ondata della pandemia.

A ciò si aggiunga anche che il Decreto Ristori bis ha sì prorogato al 30 aprile 2021 il versamento della seconda rata degli acconti Irpef e Irap. Ma solo per quanti hanno domicilio fiscale o sede operativa in una “Regione rossa”, o gestiscono un ristorante in una “Regione arancione”. Come se invece gli esercenti delle “zone gialle” non fossero stati interessati dalle misure restrittive e non avessero problemi a pagare le tasse.

In compenso, l’articolo 68 va a incrementare il Reddito di Cittadinanza di 196,3 milioni di euro per il 2021. Cifra che sale a oltre 473 milioni l’anno a partire dal 2022, per poi cristallizzarsi su 477,3 milioni annui a decorrere dal 2029 – e, supponiamo, ad infinitum.

Insomma, per parafrasare il favolista greco Esopo, mentre con una mano si strangolano le formiche, con l’altra si dispensano sussidi a pioggia alle cicale. E viene da domandarsi: era proprio così necessario ribadire che il Governo è contrassegnato dalla brevimiranza?

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Economia

Recovery a fondo, sullo stato di diritto crolla il castello di carte dell’Europa

Ungheria e Polonia mettono il veto al Bilancio Ue contro le euro-ingerenze mascherate da nobili intenti, rendendo la salita una montagna da scalare. Che, viste anche le resistenze dei Frugali, rischia sempre più di partorire un topolino

Mirko Ciminiello

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recovery a fondo: viktor orbán e mateusz morawiecki
Il Premier ungherese Viktor Orbán e il Premier polacco Mateusz Morawiecki

Da Recovery Fund a Recovery a fondo è stato un attimo. Com’era infatti ampiamente prevedibile, la richiesta di votare per intero il pacchetto tripartito del Quadro Finanziario Pluriennale ha terremotato l’intesa faticosamente raggiunta qualche giorno fa. E, di riflesso, anche la Manovra italiana per il 2021, nella quale il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri pregustava da tempo l’inserimento dell’acconto sui finanziamenti europei.

Recovery a fondo

Recovery a fondo, come volevasi dimostrare. Ancora una volta, sul Fondo per la Ripresa siamo stati facili profeti. Lo diciamo senza particolare orgoglio, sia perché quest’ulteriore fallimento comunitario si riverbera anche sull’economia nostrana, sia perché per pronosticarlo era sufficiente togliersi i paraocchi dell’ideologia.

Quella che faceva esultare (legittimamente) gli euroinomani per l’accordo tra Consiglio Ue e Parlamento europeo annunciato dalla presidenza di turno tedesca del consesso degli Stati membri. Ma che al contempo impediva di scorgere le nubi che attorno a questo accordo avevano immediatamente cominciato ad addensarsi.

Il presidente del Ppe, l’altro teutonico Manfred Weber, aveva infatti spinto perché l’Eurocamera si esprimesse globalmente su tutte le gambe della “triplice intesa”. Non solo, cioè, sul Bilancio settennale della Ue, che è legato al Recovery Fund ed è l’unico punto su cui gli euroburocrati concordavano effettivamente. Ma anche sulla Recovery and resilience facility, che con i suoi 672,5 miliardi di dotazione sarebbe il fulcro del programma Next Generation Eu. E, soprattutto, sulla vexata quaestio dello stato di diritto, versione Bruxelles.

La polemica sullo stato di diritto

È qui che i negoziatori comunitari hanno fatto i conti senza l’Est. Con ciò intendendo Ungheria e Polonia, che su questo elemento hanno posto il veto già da tempo annunciato.

L’aspetto paradossale è che, nella pratica, Budapest e Varsavia hanno bocciato il budget 2021-2027 e la linea di credito pandemica, su cui non hanno obiezioni. Sono però i termini che richiedono l’unanimità, il grimaldello che ha permesso ai due Paesi del Gruppo di Visegrád di imporre l’ennesimo stop all’intero piano.

Come ha cinguettato uno sconsolato Sebastian Fischer, portavoce della presidenza di turno del Consiglio europeo. «Gli ambasciatori europei non sono riusciti a raggiungere l’unanimità necessaria per avviare la procedura scritta» sulle risorse proprie, «a causa delle riserve espresse da due Stati membri».

I Governi guidati da Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki considerano infatti un «ricatto politico» il meccanismo che condiziona l’erogazione dei fondi al rispetto, appunto, dello stato di diritto. Formula densa di nobili istanze, sotto le quali però, as usual, l’Unione Europea nasconde subdoli intenti. Dall’obbligo di accoglienza assoluta e indiscriminata alla genuflessione all’ideologia gender. Vale a dire quel delirio antropologico volto a slegare il sesso dal dato biologico, farneticando che l’identità autopercepita dovrebbe contare più del DNA (che è immutabile).

Materie, peraltro, che attengono al vero stato di diritto, quello secondo cui la sovranità appartiene ai popoli, non a qualsivoglia organo sovranazionale. Che a volte dimentica di dover rispettare la volontà dei cittadini anche quando non coincide con i propri desiderata.

Recovery a fondo, la narrazione e la vera minaccia

Intanto, il nostro Cancelliere dello Scacchiere ha anticipato l’intenzione, da parte dell’esecutivo rosso-giallo, di chiedere alle Camere un nuovo scostamento di Bilancio. Quasi inevitabile, visto che è saltato l’atavico piano di inglobare nella Finanziaria i primi 20 miliardi di aiuti.

Colpa, ça va sans dire, dei «sovranisti cattivi» che tengono in ostaggio la presunta “Europa solidale” (sic!), come i megafoni del politically correct vanno ripetendo. E sono gli stessi che spacciano la Cina per modello di contrasto al Covid-19 e la rassegnazione dei suoi abitanti per adesione culturalmente volontaria alle disposizioni del regime.

Il fatto è che, come spesso accade, la narrazione del Giornale Unico è anche corretta – però parziale. Nel caso specifico, per dire, ignora che la minaccia più grande al piano di euro-rilancio, benché latente, arrivi in realtà dal Nord. Più precisamente dai Paesi Frugali, i cui Parlamenti, scettici se non ostili all’intero progetto, volentieri manderebbero definitivamente il Recovery a fondo. Soprattutto sulla parte relativa alle risorse proprie, che autorizza la Commissione Ue a fare debito comune, da ripagare poi attraverso una pletora di nuovi balzelli. Tra cui la plastic tax e un’imposta sulle transazioni finanziarie, oltre alle immancabili concessioni ai vaneggiamenti ambientalisti.

In ogni caso, un’approvazione in tempi brevi è ormai divenuta un miraggio, come ha ammesso Antonio Misiani, viceministro dem all’Economia. Il quale ha auspicato la fine dei diktat, come del resto Michael Roth, Ministro per gli Affari Europei di Berlino. Secondo cui «non è il tempo dei veti», ma quello della solidarietà.

Sottoscriviamo. E perciò ci auguriamo che l’Europa rinunci rapidamente alle sue ingerenze, così da poter approvare senza ulteriori indugi il Next Gen Eu.

Già la salita si è trasformata in una montagna da scalare. Sarebbe inaccettabile se, oltretutto, finisse per partorire il solito euro-topolino.

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Economia

Next Gen Eu, Bruxelles annuncia l’intesa ma partono subito i distinguo

Accordo tra Eurocamera e Consiglio Ue per finanziare il Bilancio pluriennale dell’Unione, da cui dipende il Recovery Fund. Gli “euroinomani” però non fanno in tempo a gongolare, ché il programma subisce l’ennesima frenata

Mirko Ciminiello

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next gen eu
Next Generation Eu

Il programma Next Gen Eu – dove Gen sta per “Generation” – torna a far sognare. Letteralmente, nel senso che per l’ennesima volta i soliti noti hanno scambiato i loro (euro)desiderata per la realtà. La quale, come di consueto, non ci ha messo molto a riportarli con i piedi per terra.

Next Gen Eu, un’esultanza prematura (as usual)

Mentre in Italia si disquisiva di bazzecole come la divisione clinico-cromatica del Paese e la prospettiva di un lockdown (leggero), Bruxelles pensava alla prossima generazione. Che poi sarebbe quella che beneficerà realmente dei fondi del Next Gen Eu (cioè del Recovery Fund), ammesso che verranno mai effettivamente erogati. Non a caso, come abbiamo già abbondantemente ironizzato, lo strumento porta quel nome.

Un passo avanti, a dirla tutta, c’è stato, anche se da noi se ne sono accorti in pochi. Consiglio Ue ed Eurocamera hanno infatti trovato un’intesa preliminare sul finanziamento del Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione. Ovvero il Bilancio settennale della Ue, cui è legato il Fondo per la Ripresa.

Lo ha annunciato via social Sebastian Fischer, portavoce della presidenza tedesca di turno dell’assemblea degli Stati membri. Scrivendo che «i negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sul budget Ue e sul pacchetto di rilancio. I principali elementi: un rafforzamento mirato dei programmi europei, nel rispetto delle conclusioni del vertice» di luglio. Ora saranno i due consessi a «dover dare l’ok definitivo».

Quest’ultima postilla avrebbe potuto far subodorare qualcosa, ma meglio non destare gli euroinomani dal loro “onanirismo”. Esemplificato dall’esultanza di risposta al cinguettio sopracitato da parte del Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni: «Fumata bianca per Recovery e Bilancio».

Bisogna ammettere che la volontà di credere all’immenso miraggio collettivo chiamato Europa è quasi encomiabile. Peccato che poi arrivi, as usual, l’ora del risveglio.

Illusioni e realtà

A dare nuovamente fuoco alle polveri è stato il Partito Popolare Europeo, ironicamente guidato da un altro rappresentante teutonico, Manfred Weber. Colpa, pare, dei “soliti” Paesi frugali ossessionati dall’idea di (re)introdurre condizionalità macro-economiche che trasformerebbero la sbandierata solidarietà pandemica nell’abituale farsa. I rigoristi nordici, infatti, continuano ad assaltare la Recovery and resilience facility, che con i suoi 672,5 miliardi di dotazione sarebbe il fulcro del piano Next Gen Eu.

Bisognerà comunque fare i conti anche con il Gruppo di Visegrád, le Nazioni dell’Est che frenano su un altro punto, lo stato di diritto. Eppure, il numero uno del Ppe ha chiesto un’unica votazione per le tre gambe dell’accordo. Che, sostanzialmente, significa mandarlo a gambe all’aria, visto che allo stato una convergenza sembra possibile solo sul QFP.

In realtà non tutti i mali vengono per nuocere, considerando per esempio che le risorse comunitarie dovrebbero derivare da una pletora di nuove tasse. Oltre al fatto che almeno il 30% dell’importo sarebbe ipotecato dalle farneticazioni ambientaliste del Green Deal e di un’Europa a impatto climatico zero.

Comunque sia, anche nell’improbabile evenienza che l’iter di approvazione del Recovery Fund si concluda entro l’anno, l’acconto (da 20 miliardi, per l’Italia) non dovrebbe arrivare prima della tarda primavera. Per quanto ci sia un orizzonte che pare decisamente più credibile: quello delle calende greche. Però non diciamolo agli eurofanatici, s’il vous plaît.

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Economia

Mes pandemico, nuove tensioni nel Governo, che però può stare sereno

Conte e il Ministro Gualtieri mettono in guardia contro il Fondo salva-Stati, mandando su tutte le furie Pd e Iv. Poi arriva il chiarimento, e non è nemmeno l’unico motivo per cui il Premier può dormire sonni tranquilli

Mirko Ciminiello

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mes pandemico: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Il cosiddetto Mes pandemico o sanitario è tornato a mandare in fibrillazione una maggioranza che sul tema è sempre stata bellicosa – per usare un eufemismo. “Colpa” del bi-Premier Giuseppe Conte che, all’interno della conferenza stampa di presentazione dell’ultimo (in senso cronologico) Dpcm, ha espresso sullo strumento un giudizio tranchant. Salvo poi fare la parziale retromarcia tipica dei politici quando si accorgono che il sasso che avevano lanciato ha intorbidato le acque.

Tensioni sul Mes pandemico

«Il Mes non è la panacea come viene rappresentato». L’ex Avvocato del popolo ha emesso la sua sentenza, e già questa è una notizia, non tanto per la “bizzarria giuridica” quanto per l’inusuale volitività del Nostro, notoriamente incline all’attendismo. «I soldi del Mes sono dei prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive, si possono coprire spese già fatte e vanno a incrementare il debito pubblico. Se li prendiamo dovrò intervenire con tasse e tagli perché devo mantenere il debito sotto controllo».

Apriti cielo, con il segretario dem Nicola Zingaretti che ha dato per primo fuoco alle polveri. «Un tema così importante come il Mes va affrontato in Parlamento e tra Governo e maggioranza, non in una battuta in conferenza stampa» ha tuonato.

Durissimo anche l’attacco del leader di Iv Matteo Renzi, con tanto di riferimento agli omologhi del Carroccio, Matteo Salvini, e di FdI, Giorgia Meloni. Segno che certamente il senatore fiorentino sa quali spauracchi agitare, e forse inizia a capire che ormai difficilmente può brillare, se non di luce riflessa.

Dicendo NO al Mes il Premier Conte fa felici Meloni e Salvini ma delude centinaia di sindaci e larga parte della sua…

Pubblicato da Matteo Renzi su Lunedì 19 ottobre 2020

L’aspetto paradossale è che anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, esponente del Pd, seppure favorevole al Mes pandemico ha scelto la via della prudenza. Spiegando che il Meccanismo Europeo di Stabilità «non è un fondo perduto» e «fa risparmiare circa 300 milioni di interessi in 10 anni». È una linea di credito da circa 36 miliardi a tasso quasi zero, immaginata per chi è in deficit di liquidità – che non è il caso dell’Italia.

La prudenza del Ministro Gualtieri

Il Cancelliere dello Scacchiere ha insistito sull’assenza di vincoli oltre quello di «usare queste risorse in ambito sanitario», il che rappresenta un tasto dolente. Perché l’esclusione dal Fondo salva-Stati delle condizionalità macroeconomiche – quelle, per intenderci, che hanno “regalato” la trojka alla Grecia – è solamente un gentlemen’s agreement. Di qui i timori che possano rispuntare in un secondo tempo – con annesso commissariamento – che è il motivo dell’ostilità verso il Mes. Che a sua volta non è un’esclusiva di Lega e Fratelli d’Italia, essendo condivisa pure dal M5S.

Ma il titolare di via XX Settembre è andato anche oltre, lanciando sugli euro-finanziamenti un avviso ai naviganti. «Non sono 37 miliardi in più per la sanità», e possono avere un costo in termini di stabilità, spread e “stigma” dei mercati.

Lo ha evidenziato anche Giuseppi, che comunque alla fine ha ricomposto la frattura affermando che del Mes pandemico si discuterà nelle «sedi opportune». E, soprattutto, concedendo a Zinga il sospirato vertice per un «patto di legislatura» che dovrebbe dare «nuova linfa all’azione del Governo». Un passaggio che si dovrebbe concretizzare dopo gli Stati Generali dei grillini, e che è stato accolto favorevolmente dal Governatore del Lazio.

Nell’ordine, quindi, si dovrebbero tenere prima il tavolo intergovernativo (l’ennesimo) e poi la conta in Aula invocata a gran voce da via del Nazareno. Ulteriore conferma di quanto sia azzeccato, per il Presidente del Consiglio, il soprannome di Signor Frattanto.

Mes pandemico, pochi rischi per il Governo

Il rammendo ai semi-scontri con mezza coalizione non è l’unico motivo per cui Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore può stare sereno – e non in senso renziano. In effetti, pur con tutte le tensioni del caso, è poco probabile che all’orizzonte spuntino minacce reali per l’esecutivo rosso-giallo. Neppure dal futuro redde rationem in Parlamento.

Lo dimostra il fatto che, poco più di una settimana fa, a Montecitorio si è già tenuta una votazione sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Si trattava di una risoluzione presentata da Forza Italia e Noi con l’Italia favorevole all’uso dello strumento, che la Camera ha bocciato senza appello. Peraltro con il voto contrario anche dei democratici, circostanza che ha suscitato il sarcasmo del deputato leghista Claudio Borghi.

Certo, le prospettive delle mozioni cambiano in base all’area politica che le presenta, ma intanto la possibile spallata è stata ancora una volta rimandata. Per la gioia degli onorevoli di maggioranza, che hanno procrastinato ancora il Reddito di cittadinanza. E, forse, anche con un certo sollievo dell’opposizione che, al netto delle schermaglie mediatiche, non sembra ansiosa di assumere un fardello come la gestione della crisi da Covid-19.

Oltretutto, sul Mes pandemico (e anche su quello “classico”) la discussione è piuttosto sterile. Se le posizioni degli ex alleati giallo-verdi (e dei meloniani) resteranno immutate, semplicemente non ci sarà modo di dare il disco verde al Salva-Stati. Mundum numeri regunt.

I dubbi sulla Manovra

Sarebbe invece decisamente più interessante focalizzare il dibattito su un altro giallo finanziario, relativo alla Manovra 2021. Nella quale il Mef ha inserito 15 miliardi del Recovery Fund che, com’è universalmente noto, allo stato equivalgono praticamente ai soldi del monopoli.

Ecco, su questo insignificante dettaglio – come anche sull’approvazione “salvo intese” della legge più importante dello Stato – forse qualcuno dovrebbe avere da ridire. Qualcuno, s’intende, situato molto più in alto dell’intero arco costituzionale.

Brute, dormis?, verrebbe quasi da chiedersi, se il paragone non fosse irriverente. Sonni tranquilli li dorme, senza ombra di dubbio, il leguleio volturarese. Che magari non prenderà pesci, però nemmeno rischi. Di questi tempi, scusate se è poco.

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Economia

Nuovo Dpcm di ottobre, stretta su locali e feste private, nulla sui trasporti

Ulteriori restrizioni sulle attività di ristorazione, ignorato l’allarme degli esperti sui mezzi pubblici. E in piena notte il Governo che “non lavora col favore delle tenebre” approva una Manovra che include già i fantomatici fondi Ue…

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm di ottobre
Il nuovo Dpcm

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Dpcm di ottobre che rende già obsoleto quello varato appena cinque giorni prima. Il candidato consideri che:

a) Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri consente l’apertura delle attività di ristorazione tra le 5 e le 24, con il consumo ai tavoli. Diversamente, la somministrazione avverrà fino alle 18. Misura necessaria dopo che un barista catanzarese aveva beffato il precedente Dpcm, che contemplava solo la chiusura dei locali a mezzanotte, riaprendo alle 00:15. Il che fa già abbastanza ridere di suo.

b) Il Governo inoltre impone ai ristoranti un massimo di sei persone per tavolo, e “raccomanda fortemente” di evitare le feste anche a casa. Chissà come faranno nel prossimo Consiglio dei Ministri

c) In compenso, il nuovo Dpcm di ottobre ignora completamente la vexata quaestio dei mezzi pubblici. Che vari scienziati considerano un fattore di rischio contagio, e che ha già scatenato la fulminante ironia social. Eppure, magari basterebbe spiegare al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli che “metro di distanza” non ha nulla a che vedere con la metropolitana

d) Preventivamente, invece, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva affermato che sui provvedimenti anti-Covid serve «serietà». Quindi dopo, coerentemente, avrà lasciato il Cdm…

Serietà per favore, da parte di tutti. Il governo deciderà nel più breve tempo possibile le misure più stringenti anti…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Domenica 18 ottobre 2020

Oltre il nuovo Dpcm di ottobre: la Manovra 2021

e) Frattanto, l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato a notte inoltrata (anche) la Manovra 2021, “salvo intese”. Formula che, tradotta dal volturarappulese, significa “io speriamo che me la cavo”.

f) La Finanziaria, come ha illustrato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ammonta a quasi 40 miliardi. «Circa 24 stanziati direttamente in bilancio a cui si aggiungono oltre 15 miliardi dal programma Next Generation EU». Che, come abbiamo argomentato fino alla nausea, verosimilmente porta questo nome perché, viste le euro-liti, dei fondi comunitari beneficerà (forse) la prossima generazione di Europei. E anche questa, soprattutto alla luce dell’atavico affetto di Bruxelles verso l’Italia, fa già abbastanza ridere di suo.

Ciò posto, anche in virtù del fatto che il bi-Premier Giuseppe Conte ha parlato in orario digestivo, descriva il candidato la recente cena delle beffe.

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Economia

Dpcm di ottobre, il Premier Conte a Bruxelles tra i nodi italo-europei

Il problema trasporti pubblici si aggiunge ad altri capitoli di spesa, come quello relativo all’occupazione femminile. Il Governo confida nei finanziamenti comunitari e, col Recovery Fund a un bivio, spera che la notte porti Consiglio (Ue)

Mirko Ciminiello

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dpcm di ottobre: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Varato il Dpcm di ottobre, il bi-Premier Giuseppe Conte è ora alle prese con critiche e criticità. Molte delle quali, seppur saldamente radicate nel Belpaese, spingono i loro rami fin nel cuore della vecchia Europa. Dove l’ex Avvocato del popolo si accinge a partecipare a un summit per il quale ha ricevuto dal Parlamento un mandato ben preciso.

I nodi del Dpcm di ottobre

«Quello del trasporto pubblico urbano è un tema vero» ha ammesso il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Anzi, probabilmente è, al momento, il tema dei temi. Nonché l’attuale casus belli tra Regioni e Comitato tecnico scientifico, invischiati nel paradossale dualismo tra salute ed efficienza del servizio.

Attualmente, la capienza massima nei mezzi pubblici è pari all’80%. O meglio, dovrebbe, perché in molti casi si supera abbondantemente il 100%. Lo hanno sottolineato gli esperti, ma emerge anche da un’inchiesta del Corsera tra i pendolari romani, vittime di corse insufficienti, treni affollati, scale mobili guaste. E nessun controllo ai varchi d’accesso.

Il Cts ha chiesto di tornare alla metà del riempimento, ma una simile percentuale finirebbe per penalizzare gli utenti. «Ipotizzando una riduzione al 50% della capienza massima, si impedirebbe a circa 275mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto». Così l’ASSTRA, l’Associazione Trasporti che riunisce le società di trasporto pubblico locale.

Per ovviare al problema, gli enti locali hanno comunque suggerito una soluzione – nemmeno particolarmente originale. Hanno infatti chiesto sussidi per un totale di 300 milioni di euro. A conferma che è tutto (o quasi) questione di vile danaro.

Vale anche per il nodo dell’occupazione femminile, che Giuseppi ha promesso di rafforzare accogliendo «l’impegno contenuto nella risoluzione di maggioranza approvata» dalle Aule.

In concreto, l’esecutivo rosso-giallo prevede «agevolazioni per le donne e madri lavoratrici» e l’istituzione dell’assegno unico universale per ogni figlio a carico. Provvedimento, quest’ultimo, che come ha anticipato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrebbe partire dal 2021, per poi entrare pienamente a regime con la riforma fiscale dell’anno successivo. Anche per non smentire la tendenza dilatoria del Signor Frattanto.

L’incognita Recovery Fund

Il leguleio volturarese si era presentato in entrambe le Camere per le comunicazioni in vista dell’imminente Consiglio europeo, che riveste un’importanza capitale. Soprattutto dopo la lite tra i Governi e l’Europarlamento che ha bloccato la trattativa sul Bilancio pluriennale della Ue. Che è una conditio sine qua non per l’erogazione dei finanziamenti del mitologico Recovery Fund.

Non a caso, il Presidente del Consiglio era tornato a sollecitare «l’attuazione normativa del piano Next Generation Eu», sul cui nome abbiamo esaurito le battute. «Continuiamo a sostenere lo sforzo dei vertici delle istituzioni comunitarie volti ad evitare i rinvii dell’operatività. Non ci possiamo permettere ritardi».

L’asse Roma-Bruxelles è stato confermato anche dal voto parlamentare sulla risoluzione di maggioranza, che impegna il Governo ad agire sul Consiglio Ue. Affinché giunga nel più «breve tempo possibile ad un accordo con i partner europei al fine di usare le risorse della Next Generation Eu».

Facile a dirsi, molto meno a farsi – e non è un dettaglio irrilevante. Come infatti spiegavamo qualche giorno fa, la Manovra approntata dal Cancelliere dello Scacchiere si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Fondo per la Ripresa.

Curiosamente, anche la Nadef, proprio come il Dpcm di ottobre, ha ricevuto ben oltre il crepuscolo il via libera dell’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre». A questo punto, ci auguriamo che la notte porti Consiglio. Ue, ça va sans dire.

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Economia

Nadef, nella Manovra riforma fiscale, sgravi per il Sud e assegno per i figli

Il Ministro Gualtieri illustra la Nota di Aggiornamento al Def, che prevede la riduzione delle tasse e l’aumento del deficit. Permangono le incognite Bruxelles, Recovery Fund, e anche gli onorevoli in isolamento fiduciario

Mirko Ciminiello

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nadef
La Nadef

Con la metà di ottobre ormai incipiente, si avvicina a larghi passi la scadenza “europea” della Nadef – contestuale a quella del Recovery Plan. Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è dunque presentato in audizione davanti alle Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato. Dando delle anticipazioni importanti sulla roadmap che il Governo rosso-giallo intende seguire. Una volta superata la prova dell’Aula, ça va sans dire.

La Nadef e la prova dell’Aula

Mercoledì 14 ottobre, giorno del giudizio. Per la Nota di Aggiornamento al Def, si intende. È infatti la data in cui il Parlamento inizierà la discussione del provvedimento che anticipa la Manovra. Il voto, previsto per giovedì, soprattutto a Palazzo Madama potrebbe riservare sorprese – per quanto l’eventualità sia poco probabile.

La maggioranza rosso-gialla deve infatti fare i conti con le assenze degli onorevoli positivi al Covid-19 o in isolamento fiduciario. Un problema che si era già presentato la settimana scorsa, quando a Montecitorio era mancato per due volte il numero legale. In quel caso si erano equiparati i deputati in quarantena a quelli in missione per abbassare il quorum. Per la Nadef, però, occorre la maggioranza assoluta in entrambe le Aule: vale a dire 316 sì alla Camera e 161 al Senato.

A Montecitorio, attualmente, sono una quindicina le defezioni che si registrano nella maggioranza, che però è sufficientemente salda da non temere scossoni. Discorso diverso per la Camera Alta, dove i numeri sono più risicati e anche i cinque senatori che al momento marcherebbero visita potrebbero risultare decisivi.

Non a caso, tutti gli esponenti governativi che sono anche parlamentari sono stati “precettati” in modo da garantire la propria presenza in Aula. E, secondo indiscrezioni, i probiviri del M5S avrebbero congelato auto-processi ed eventuali espulsioni per questo stesso motivo.

In ogni caso, il bi-Premier Giuseppe Conte ha ostentato sicurezza. «I numeri ci sono, la maggioranza è coesa» ha assicurato. Anche perché un aiuto potrebbe arrivare dal Gruppo Misto, così come dai centristi. L’azzurra Paola Binetti, per esempio, ha affermato che, pur essendo orientata a votare no, se fosse in gioco la caduta dell’esecutivo si turerebbe montanellianamente il naso.

Un tempo li si chiamava voltagabbana, ora sono diventati “responsabili”. Governo che vai, usanza che trovi.

I contenuti della Nadef

Nel frattempo, il Cancelliere dello Scacchiere ha illustrato la cornice della Nadef, che prevede un calo del 9% del Pil per il 2020. Una stima, che in caso di «aumento molto forte dei contagi con restrizioni in Europa molto marcate», potrebbe peggiorare – ma non oltre il -10,5%.

L’Italia dovrebbe tornare quindi a crescere gradualmente, del 6% nel 2021, 3,8% nel 2022 e 2,5% nel 2023. «Andamento che consentirà di ritornare a livelli pre-Covid nel terzo trimestre 2022» ha spiegato il titolare di via XX Settembre.

In ogni caso, «la maggiore espansione di bilancio non significa aumento delle tasse», che nel 2021 addirittura «si ridurranno». Questo grazie soprattutto all’estensione «annuale della riduzione del cuneo fiscale, che quest’anno è partita a luglio», e alla fiscalità agevolata per il Sud. Inoltre, si sta «valutando un ulteriore prolungamento della moratoria sui crediti» per le imprese «che scade attualmente il 31 gennaio».

Nella stessa direzione va anche la riforma dell’Irpef, da realizzare nel prossimo triennio, ma col modulo principale che dovrebbe essere «operativo dal 1° gennaio 2022». Obiettivo 2021 invece per l’assegno unico per i figli, un contributo mensile alle famiglie a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al ventunesimo anno di età.

Al momento, si parla di un versamento fino a 200 euro al mese per figlio, che può raddoppiare in caso di disabilità. L’importo verrà comunque calibrato in base a tre fasce di reddito, e sarà accresciuto dal terzo figlio in poi. Dimagrirà invece al compimento dei 18 anni, quando il sussidio potrà essere intascato direttamente dal figlio ormai maggiorenne.

L’ombra del Recovery Fund

Su tutte queste misure grava l’ombra del Recovery Fund, il mitologico Fondo per la Ripresa su cui il Governo Conte ha basato circa metà della Nadef. E che, tuttavia, è ben lungi dall’essere una prospettiva concreta, come raccontavamo qualche giorno fa.

Eppure, il titolare del Mef ha garantito che lo scostamento di Bilancio si avrà in virtù di un incremento del deficit. Viene da chiedersi se lo sappiano anche a Bruxelles.

In caso affermativo, dobbiamo riconoscere che i provvedimenti sembrano andare nella direzione giusta, almeno in linea di principio. Qualunque sostegno alle famiglie e ai lavoratori, qualunque riduzione delle imposte non può che portare giovamento ai cittadini, e quindi all’economia.

Resta, per ora, il nodo delle coperture – ed è un nodo non da poco. Tuttavia, ci auguriamo vivamente che Gualtieri dissipi qualsiasi dubbio e concretizzi il piano finanziario che ha esposto. E noi, da cui spesso sono partite critiche al suo indirizzo, saremo i primi a dirgli, di tutto cuore: bravo, Ministro!

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Economia

Ue e GIMBE, il doppio colpo agli adepti del nuovo ordine sanitario

Le liti tra Europarlamento e Consiglio europeo fanno slittare ancora il Recovery Fund, mentre la Fondazione scientifica fa a pezzi la vulgata emergenziale sul Covid, anche se i media fingono di non accorgersene. Benvenuti nel mondo reale

Mirko Ciminiello

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ue e gimbe: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

E fu così che, a inizio ottobre, Ue e GIMBE riportarono i moderni don Chisciotte del politicamente corretto con i piedi per terra. Da un lato, infatti, Bruxelles ha confermato una volta di più di essere tutto, fuorché il Nirvana di cui vaneggiano i nostri “euroinomani”. Dall’altro, i dati dell’associazione Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze hanno smentito seccamente la vulgata sul coronavirus che motiverebbe lo stato di eccezione. Nel silenzio complice dei megafoni del pensiero unico, ça va sans dire.

La lezione di Ue e GIMBE

Ue e GIMBE hanno assestato un doppio, durissimo colpo agli adepti della branca clinica del politically correct – ovvero il pandemicamente corretto. Cronologicamente, il primo è arrivato dalla Fondazione che punta a promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario.

Mercoledì scorso, l’ente ha diffuso un comunicato relativo al monitoraggio dell’epidemia di SARS-CoV-2 in Italia. La nota è stata ripresa anche dai media mainstream, che però ne hanno fornito un resoconto parziale volto soprattutto a confermarne la narrazione catastrofista.

Così c’è chi ha sottolineato il «picco dei nuovi casi», cresciuti del 42,4% in una settimana, e chi ha puntato sull’impennata della curva dei contagi. Numeri che secondo alcuni sfaterebbero delle «false sicurezze», e secondo altri suonano «la sveglia».

Queste cifre, intendiamoci, sono realmente presenti nel rapporto, che dà conto anche della crescita della percentuale positivi/casi testati, giunta al 4%. Solo che ce ne sono anche altre, che però curiosamente i manutengoli del sistema si sono scordati di menzionare.

«La composizione percentuale dei casi attualmente positivi si mantiene costante dai primi di luglio» ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. «Mediamente il 93-94% dei positivi sono in isolamento domiciliare perché asintomatici/oligosintomatici; il 5-6% ricoverati con sintomi e lo 0,5% in terapia intensiva».

Statisticamente significa che, per esempio, sui 5.372 nuovi casi registrati venerdì 9 ottobre, quelli davvero gravi non arrivano nemmeno a trenta. Mentre oltre 5.000 hanno pochi o nessun sintomo. E, considerando anche il significativo aumento della quantità di tamponi giornalieri, significa che siamo “semplicemente” diventati più bravi a tracciare i contatti dei contagiati.

Cosa che, en passant, l’Istituto Superiore di Sanità aveva già evidenziato un paio di mesi fa. E che non giustifica minimamente alcun allarmismo, a meno che non sia funzionale a extra-disegni. Il che non è possibile, giusto?

Il Recovery not-F(o)und

Poi c’è il discorso sull’Europa e sul mitologico Recovery Fund, che da mesi gli intelliggenti con-due-gi spacciano per la panacea di tutti i mali. Magari sarà anche vero, ma non se i finanziamenti arriveranno alle calende greche.

In effetti, il nome Next Generation Eu avrebbe dovuto far subodorare qualcosina. E, per non smentirsi, gli euroburocrati hanno pensato male di far scoppiare uno scontro istituzionale tutto interno all’Unione Europea. Che ha già avuto l’effetto di paralizzare l’iter relativo al Bilancio pluriennale della Ue, da cui dipende il Fondo per la Ripresa.

Casus belli è stata la proposta del Consiglio europeo – cioè degli Stati membri – che doveva servire come base di discussione sul budget 2021-27 dell’Unione. La presidenza di turno tedesca, stretta tra i vari diktat incrociati, ha stilato un piano fondato sul taglio delle risorse destinate ad alcuni programmi. A cominciare dall’Erasmus e dalle politiche di vicinato e per l’asilo, che lasciano indifferenti (eufemismo) i cittadini comunitari, ma sono imprescindibili per il Parlamento Ue. Tanto per smentire l’idea, così stranamente radicata, che Bruxelles sia solo un carrozzone “con le regine, i suoi fanti e i suoi re”. Sensibilissimo alle istanze delle élites, e lontanissimo dai bisogni della gente.

«È deplorevole che l’Europarlamento abbia perso l’occasione di portare avanti i negoziati», ha dato fuoco alle polveri Sebastian Fischer, portavoce della rappresentanza teutonica.

A stretto giro di posta è arrivato il cinguettio di replica dell’araldo dell’Eurocamera, lo spagnolo Jaume Duch Guillot, che ha confermato l’interruzione dei colloqui. «Senza una valida proposta da parte della presidenza tedesca dell’Ue per aumentare i massimali, è impossibile andare avanti. I margini e la flessibilità sono per esigenze impreviste, non per trucchi di bilancio».

D’altronde, dal Recovery Fund al Recovery not-F(o)und è un attimo.

Da Ue e GIMBE un benvenuto nel mondo reale

Fin qui la cronaca, poi ci sono le implicazioni, soprattutto politiche. Proprio pochi giorni fa, infatti, raccontavamo delle indiscrezioni riguardo alle perplessità del Quirinale e dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulla Nadef. In cui il Governo rosso-giallo aveva già ottimisticamente inserito i fondi europei, e poco mancava che se li fosse anche già spesi.

I dubbi, a quanto pare, attanagliavano anche il Pd, che però se li era fatti passare una volta ottenuto lo smantellamento dei salviniani Decreti sicurezza. Barattando così la solidità dei conti con la solidità di Conte, ulteriormente garantita dalla proroga dei pieni poteri correlati allo stato di emergenza.

Peccato che poi Ue e GIMBE abbiano svelato che queste trame avevano la consistenza di un gigante dai piedi d’argilla. Dando così ai fanatici del nuovo ordine sanitario un ennesimo, salutare benvenuto nel mondo reale.

Benvenuti nel mondo reale

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Economia

Bilancio e bilance, gli equilibrismi di Conte tra Pd, Ue e cittadini esasperati

Il Premier smonta i Dl Sicurezza di Salvini per avere dai dem il via libera alla Nadef malgrado le perplessità di Europa e Quirinale. E, forse per non tirare troppo la corda, nel nuovo Dpcm si limiterà all’obbligo di mascherine anche all’aperto

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Il bi-Premier Giuseppe Conte, ormai è ufficiale, si destreggia tra Bilancio e bilance, inteso proprio come lo strumento che ne misura gli equilibrismi. O meglio, “si sinistreggia”, visto lo spostamento costante e progressivo verso i progressisti, su tutta una serie di istanze. Ognuna particolarmente importante, visto che vanno dall’economia alla sicurezza, fino alle misure anti-Covid destinate ad avere un nuovo, pesante impatto sulla vita dei cittadini.

(Legge di) Bilancio e bilance

Nei giorni scorsi erano trapelate indiscrezioni riguardo a (presunte) perplessità del Quirinale e dell’Ufficio parlamentare di bilancio a proposito della Nota di aggiornamento al Def. La “mamma” della Finanziaria in cui, as usual, il Governo rosso-giallo aveva – pare – già inserito i fondi europei. Malgrado questi abbiano la stessa consistenza ectoplasmatica del M5S alla prova delle urne.

Stavolta, però, l’organismo che vigila sulla finanza pubblica sembrava restio a validare un quadro macroeconomico euro-falsato, trovando sponda nel Colle, ma anche nel Pd. Di cui si sussurrava l’indisponibilità ad avallare cifre irrealistiche tese principalmente all’autocelebrazione del fu Avvocato del popolo. Perlomeno, non prima di aver ottenuto in cambio lo smantellamento dei Dl Sicurezza del nemico – e segretario del Carroccio – Matteo Salvini.

Illazioni oppure no, sta di fatto che a notte fonda l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato i due provvedimenti in sequenza. Dapprima il nuovo Decreto in materia di “immigrazione, protezione internazionale e complementare”, e subito dopo la Nadef.

Però il renzianissimo Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha affermato che la «pagina buia» è quella a cui il Cdm aveva messo fine. In modo simile al segretario dem Nicola Zingaretti che cinguettava giulivo: «i decreti propaganda/Salvini non ci sono più».

È una fortuna che, oltre a genuflettersi ai taxi del mare, la maggioranza rosso-gialla stesse abbandonando la demagogia. Così non avrà certo difficoltà a far rispettare la nuova tipologia di Daspo urbano appena istituita, che vieta l’accesso ai luoghi d’intrattenimento a violenti e spacciatori. Verosimilmente, senza esporne le foto nei locali con tanto di taglia.

Il (vero) stato di emergenza

Poche ore, e il primo do ut des ha subito portato all’approvazione della Legge di Bilancio 2021, o almeno della sua cornice. Una Manovra prevista in deficit per 22 miliardi, con un obiettivo di indebitamento netto al 7% del Pil, rispetto a un tendenziale del 5,7%. E sarà interessante conoscere il giudizio di Bruxelles, che in altri tempi (e con un altro Governo) sbraitava per uno scostamento dall’1,6% al 2,4%.

Già, l’Europa. Che procrastinando il Recovery Fund ha giocato uno scherzo non da poco a Giuseppi, benché qualche guitto potrebbe forse ravvisarvi una sorta di “giustizia poetica”. Considerato che il Nostro ha una tendenza alla dilazione così radicata da essersi meritato (si fa per dire) il soprannome di Signor Frattanto.

Curiosamente, proprio in contemporanea col rinvio comunitario, il Presidente del Consiglio ha anticipato l’intenzione di protrarre lo stato di emergenza fino al prossimo 31 gennaio. Un tempismo eccezionale, che avrebbe anche potuto far pensare che si trattasse di una mossa atta a distogliere l’attenzione del pubblico dall’ennesimo euro-flop. Una specie di arma di distrazione di massa, insomma, visto che fortunatamente non c’è nessuna emergenza in atto.

Non la pensa però così Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale. Secondo cui la proroga «è una dichiarazione di impotenza o peggio ancora incapacità» da parte delle autorità (in)competenti. «Dichiarare uno stato di emergenza non serve a nulla ed è eccessivo. Serve solo perché nello Stato c’è impotenza ad affrontare rapidamente i problemi ordinari», il j’accuse del magistrato. Che ha aggiunto che «se ci sono degli intoppi nel percorso ordinario basterebbe toglierli». Soprattutto considerando che «tutti sapevano che ci sarebbe stata una recrudescenza dei contagi, perché la vita è ricominciata e il virus circola».

Le perplessità di Sabino Cassese sulla proroga dello stato di emergenza.

Pubblicato da Omnibus su Lunedì 5 ottobre 2020

Bilancio e bilance, il piatto del popolo

Bilancio e bilance, si è però detto. E, occasionalmente, sull’altro piatto si palesa anche il popolo (teoricamente) sovrano. Quel popolo che, nell’ultimo biennio elettorale, ha gridato in ogni modo possibile cosa pensi della questione immigrazione. E che inizia a non poterne più nemmeno del regime sanitario da troppi mesi in vigore.

Sarà forse anche per questo, per il timore di star tirando troppo la corda, che il Decreto Ottobre conterrà delle disposizioni “soft”. Lo ha confermato in Parlamento il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza, annunciando che l’unica vera stretta sarà (nuovamente) sull’obbligo di mascherine anche all’aperto. Regola che, en passant, anche il virologo Andrea Crisanti ritiene non risolutiva e «difficilmente comprensibile» se, per esempio, «attraversi la strada da solo e intorno a te non c’è nessuno».

Per il resto, niente “coprifuoco” né orari ridotti per i locali pubblici, anche se le Regioni potranno emanare misure più restrittive. Che potranno far rispettare anche col supporto dell’esercito. In una curiosa inversione di tendenza che porterà i manutengoli del pandemicamente corretto a non morire democristiani, certo, ma militari sì.

Il mondo social, d’altronde, li aveva già fulminati con la consueta ironia. Normale, quando bisogna fare i salti mortali tra Bilancio e bilance.

Se non fosse per la constatazione che a schierare l'esercito per le strade per controllare che i passi di ognuno di noi…

Pubblicato da Gennaro Rossi su Lunedì 5 ottobre 2020

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Economia

Emergenza coronavirus, la proroga di Conte e la “vera emergenza”

Il Premier anticipa che proporrà al Parlamento di confermargli i poteri speciali fino al 31 gennaio. Curiosamente, subito dopo che la Ue ha ammesso che per il Recovery Fund ci vorrà molto più tempo del previsto…

Mirko Ciminiello

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emergenza coronavirus: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

L’emergenza coronavirus, l’emergenza dei conti e l’emergenza d(e)i Conte. Incroci pericolosi su un’asse Roma-Bruxelles divenuto improvvisamente rovente. Ognuno gioca la sua partita, e tutte, a ben vedere, ruotano attorno a dei prolungamenti temporali. Mettendo a rischio la credibilità del Governo rosso-giallo – e forse anche i suoi destini.

Emergenza coronavirus, Conte chiederà la proroga

«Andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza», ragionevolmente fino al 31 gennaio. Questa l’anticipazione del bi-Premier Giuseppe Conte, che ha così confermato le indiscrezioni degli ultimi giorni.

L’attuale stato eccezionale scadrà il prossimo 15 ottobre, ma il Comitato tecnico scientifico ha esortato l’esecutivo a protrarlo fino al primo anniversario della sua proclamazione. L’emergenza coronavirus, infatti, è lungi dall’essere terminata, e la situazione nel Vecchio Continente – soprattutto fra i nostri vicini – suggerisce prudenza.

Di per sé, l’attribuzione dei poteri speciali è un atto finalizzato a rendere più rapidi gli interventi di risposta a una crisi. Per esempio, attraverso l’uso dei controversi e contestati Dpcm, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. È in forza dello stato eccezionale che Palazzo Chigi può creare zone rosse, nonché bloccare o comunque limitare gli ingressi da Paesi ritenuti a rischio.

L’aspetto che desta maggiori perplessità, in ogni caso, è la tempistica dell’annuncio. Giunta a breve distanza da un’altra velina, stavolta comunitaria, che rischia di mettere in seria difficoltà il Governo. E che ha suscitato maligne insinuazioni sulla possibilità che la “vera emergenza” da cui discende lo stato di eccezione sia politica più che pandemica.

Il flop del Recovery Fund

Tra il dire e il fare, ci sono di mezzo i Paesi Frugali. Si può sintetizzare in questo modo l’ennesimo scontro tutto interno all’Unione Europea sul Recovery Fund. L’ormai mitologico Fondo per la ripresa istituito – per ora solo a parole – lo scorso luglio.

Gli schieramenti sono gli stessi, e i nodi del contendere, più o meno, pure. Per quel che concerne l’Italia, l’attuale casus belli è la procedura di monitoraggio delle spese previste col Recovery Plan, un passaggio necessario per l’erogazione dei finanziamenti. La valutazione spetta sia alla Commissione europea che al Comitato economico e finanziario, un organo del Consiglio Ue che riunisce gli sherpa dei Ministri delle Finanze dell’Eurozona.

Per snellire la procedura, Roma ha chiesto che le due verifiche procedano in contemporanea. L’ipotesi, però, ha subito incontrato le resistenze dei rigoristi nordici, che vogliono che l’ultima parola spetti ai tecnici. Cioè, in ultima analisi, agli esecutivi, visto che il Consiglio europeo è formato dai Capi di Stato e di Governo.

Inoltre, il Belpaese vorrebbe escludere dai regolamenti qualsiasi riferimento alle procedure d’infrazione per i cosiddetti squilibri macroeconomici. Prospettiva, ça va sans dire, osteggiata dall’Olanda e dagli altri settentrionali ossessionati dal Patto di Stabilità.

Considerato che vi sono in ballo anche altre istanze che non ci riguardano direttamente, l’idea di avere i fondi europei nel 2021 diventa un miraggio. Soprattutto perché occorre l’unanimità degli Stati membri per far partire l’iter che porterà realmente al Next Generation Eu. Che ha decisamente ricevuto questo nome perché (forse) ne beneficerà la prossima generazione.

Lo stesso ambasciatore tedesco presso l’Ue ha ammesso che sarà pressoché «inevitabile» un rinvio. Che da noi non potrà non avere ripercussioni, anche considerando quanto si è spesa parte della maggioranza per propagandare la balla dell’Europa solidale. Prima che alla sua porta bussasse la realtà.

Emergenza coronavirus, qual è la “vera emergenza”?

Per il Governo rosso-giallo, però, in gioco c’è molto più del “semplice” prestigio. Come infatti ha ammesso il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, la Manovra 2021 si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Recovery Fund.

Diventa quindi una questione di sopravvivenza, economica ma anche politica. Visto che, recentemente, proprio Giuseppi aveva dichiarato a un gruppo di studenti che, se «perderemo questa sfida, voi avete il diritto di mandarci a casa».

Ecco perché, potenzialmente, quella comunitaria è una vera atomica. Ed è curioso che, proprio contestualmente alla sua deflagrazione, sia scoppiata l’altra bomba, quella dell’allungamento dello stato di emergenza coronavirus.

Proprio per questo c’è chi ha iniziato a chiedersi se non si tratti piuttosto di un’arma di distrazione di massa. Ma cosa si va a pensare, giusto?

conte e la vera emergenza coronavirus

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Economia

Governo ed economia, ancora tensioni a livello di Conte dei Conti

Il Ministro Gualtieri annuncia l’accordo sulla Nadef, col crollo del Pil che dovrebbe essere inferiore alle attese. Per il Premier restano però i nodi relativi a Recovery Fund, Inps, Reddito di cittadinanza e Quota 100

Mirko Ciminiello

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emergenza covid: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su Governo ed economia. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha sollecitato il presidente dell’Inps Pasquale Tridico a lavorare «anche di notte» per pagare la cassa integrazione a chi l’aspetta da mesi. Quindi, dopotutto, è solo l’esecutivo rosso-giallo che «non lavora col favore delle tenebre».

b) Ancora il fu Avvocato del popolo ha comunque precisato che lo stipendio del padre del Reddito di cittadinanza «è adeguato». Ai canoni grillini.

c) A proposito del provvedimento-bandiera del M5S, il Presidente del Consiglio ha aperto a delle modifiche. «Il progetto di inserimento nel mondo del lavoro collegato al Reddito di cittadinanza ci vede ancora indietro» ha lamentato. Non vorrà mica dire che regalare soldi disincentiva a trovare un impiego?!

d) Di nuovo il BisConte ha avvisato che «sul Recovery Fund non possiamo fallire: ne va della credibilità di questo Governo». Che in volturarappulese è un modo elegante per dire che l’Italia non ha molto da perdere.

e) Sempre il Signor Frattanto, riferendosi alle pensioni, ha dichiarato che non intende rinnovare Quota 100, che secondo i rumours potrebbe essere sostituita con Quota 102. Così da strizzare l’occhio ai senatori a vita.

Governo ed economia, i conti oltre Conte

f) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, commentando l’accordo intergovernativo sulla Nota di Aggiornamento al Def, ha comunicato che «oggi abbiamo deciso i saldi». Ognuno la legga come crede.

g) A tal proposito, il Cancelliere dello Scacchiere ha affermato che nella Nadef è previsto un calo del Pil al -9%, «considerato fino a poco tempo fa troppo ottimistico». E poi ci si sorprende se Italia Viva considera straordinaria una tornata elettorale chiusa con percentuali da prefisso telefonico…

Ciò posto, illustri il candidato se Giuseppi, a imitazione dell’organo costituzionale che garantisce il funzionamento della finanza pubblica, si sia fatto Conte dei Conti.

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