Covid-19, il virologo Tarro: “La cura è la sieroterapia”

Per lo scienziato napoletano si possono introdurre nei pazienti gli anticorpi delle persone guarite, tramite il plasma: "Lo fanno già in alcuni ospedali italiani, e il virus viene ucciso in 48 ore"
Di Redazione
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La cura per il coronavirus esiste già, ed è in grado di distruggere il patogeno in 48 ore. Questa la tesi del virologo napoletano Giulio Tarro, che ne ha parlato in un’intervista al sito affaritaliani.it: in cui ha precisato che la terapia viene già utilizzata con successo in alcuni ospedali italiani.

La cura è la sieroterapia

Secondo Tarro, il segreto per sconfiggere il Covid-19 è nascosto in bella vista, come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, negli anticorpi delle persone guarite: che andrebbero introdotti nei pazienti, «anche quelli attaccati al respiratore», tramite il plasma.

Questo approccio è noto come sieroterapia e, stando a quanto dichiarato da Tarro, è in grado di salvare malati anche gravi in appena due giorni: e senza problemi di incompatibilità.

È un po’ il principio su cui si basa un vaccino, che mira a «far produrre al vaccinato gli anticorpi che lo debbono proteggere dall’eventuale virus». In questo modo, infatti, al sistema immunitario verrebbero fornite – in modo passivo – le armi necessarie a fronteggiare un eventuale attacco virale.

«La sieroterapia viene attualmente usata con successo negli ospedali di Mantova, Pavia e Salerno» ha affermato Tarro: secondo cui questa metodologia è anche alla base del limitato numero di morti da coronavirus registrati in Germania.

Eppure, tali risultati sembrano scontrarsi, tra l’altro, con una recente presa di posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: secondo cui «attualmente non c’è alcuna prova che le persone che sono guarite dal Covid-19 e hanno gli anticorpi siano protette da una seconda infezione».

Questo perché non tutti gli anticorpi sono, come si dice in gergo tecnico, neutralizzanti – ovvero bloccano l’ingresso del virus nelle cellule. Alcuni, poi, danno un’immunità solo temporanea, che dura qualche mese per poi sparire.

In fin dei conti, «di questa patologia non conosciamo nulla», come aveva avvisato a inizio mese l’altro virologo Andrea Crisanti: «e dunque la prudenza è d’obbligo», e ulteriori studi saranno necessari per capire quando e come sarà possibile debellare la malattia una volta per tutte.

La querelle tra virologi

Il nome di Tarro era tornato in auge poco più di una settimana fa, in seguito a una querelle con il collega Roberto Burioni: che ricorda un po’ le contemporanee battaglie tra rapper o le meno moderne disfide poetiche. Tipo quella tra Monti (“gran traduttor dei traduttor d’Omero”) e Foscolo (“sì falso che falsò fino se stesso / quando in Ugo cangiò ser Nicoletto”).

La polemica in realtà era nata per via di un tweet di Gianfranco Rotondi volto a elogiare lo scienziato partenopeo: che, tra l’altro, nel 2018 è stato nominato Virologo dell’anno dalla International Association of Top Professionals.

«Il virologo Giulio Tarro, primario emerito del Cotugno (isolò il vibrione del colera), due volte candidato al Nobel, oggi scommette la sua reputazione dicendo che tra un mese il coronavirus ci abbandonerà come tutti i corona influenzali».

Il cinguettio aveva provocato la sferzante e laconica risposta di Burioni: «Tarro è stato candidato al Nobel quanto io a Miss Italia».

E dallo stesso social era arrivata la contro-replica del medico campano al collega del San Raffaele di Milano: «Burioni scrive su Twitter: Se Tarro è virologo da Nobel, io sono Miss Italia. Su una cosa ha ragione: lui deve fare solo le passerelle come Miss Italia, ma senza aprire bocca».

Segno, come minimo, di quanta tensione la pandemia stia creando: perfino negli esperti.

Si può essere ottimisti?

Tarro ha rivelato di aver parlato della sieroterapia in un colloquio con quello che un tempo era il quotidiano più autorevole d’Italia: «Ma da quello che è uscito sul giornale, francamente, mi sono sentito preso in giro».

Probabilmente si è trattato di prudenza, che il professore napoletano ha giudicato eccessiva. È pur vero, però, che al momento non vi sono studi scientifici sul tema pubblicati su riviste di qualità: quelle che utilizzano la tecnica di peer review, o revisione paritaria.

Recentemente, però, uno dei più importanti giornali di medicina generale, l’inglese The Lancet, si è mostrato possibilista sull’approccio: approfondendo la ricerca condotta a New York da Liise-Anne Pirofski, Division Chief e docente di Malattie Infettive all’Albert Einstein College of Medicine.

La professoressa ha spiegato che i trials sono ancora in corso e i risultati, pur promettenti, non sono ancora definitivi: come ci hanno confermato anche Dario Manfellotto, presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti; e Alfio Cristaldi, ex Primario di Malattie infettive pediatriche al Policlinico Umberto I e del Dipartimento di Pediatria al Pertini di Roma.

Una cautela necessaria, perché non è detto che una metodologia utile contro una patologia si riveli efficace contro altre malattie (anche simili). Quel che è certo è che la scienza continua a compiere passi importanti verso la sconfitta del microrganismo che da mesi sta stravolgendo le nostre vite. Che è l’unica cosa che conta, indipendentemente da chi avrà avuto ragione.

 
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