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Cronaca

Covid-19, il virologo Tarro: “La cura è la sieroterapia”

Per lo scienziato napoletano si possono introdurre nei pazienti gli anticorpi delle persone guarite, tramite il plasma: “Lo fanno già in alcuni ospedali italiani, e il virus viene ucciso in 48 ore”

Mirko Ciminiello

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Coronavirus

La cura per il coronavirus esiste già, ed è in grado di distruggere il patogeno in 48 ore. Questa la tesi del virologo napoletano Giulio Tarro, che ne ha parlato in un’intervista al sito affaritaliani.it: in cui ha precisato che la terapia viene già utilizzata con successo in alcuni ospedali italiani.

La cura è la sieroterapia

Secondo Tarro, il segreto per sconfiggere il Covid-19 è nascosto in bella vista, come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, negli anticorpi delle persone guarite: che andrebbero introdotti nei pazienti, «anche quelli attaccati al respiratore», tramite il plasma.

Questo approccio è noto come sieroterapia e, stando a quanto dichiarato da Tarro, è in grado di salvare malati anche gravi in appena due giorni: e senza problemi di incompatibilità.

È un po’ il principio su cui si basa un vaccino, che mira a «far produrre al vaccinato gli anticorpi che lo debbono proteggere dall’eventuale virus». In questo modo, infatti, al sistema immunitario verrebbero fornite – in modo passivo – le armi necessarie a fronteggiare un eventuale attacco virale.

«La sieroterapia viene attualmente usata con successo negli ospedali di Mantova, Pavia e Salerno» ha affermato Tarro: secondo cui questa metodologia è anche alla base del limitato numero di morti da coronavirus registrati in Germania.

Eppure, tali risultati sembrano scontrarsi, tra l’altro, con una recente presa di posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: secondo cui «attualmente non c’è alcuna prova che le persone che sono guarite dal Covid-19 e hanno gli anticorpi siano protette da una seconda infezione».

Questo perché non tutti gli anticorpi sono, come si dice in gergo tecnico, neutralizzanti – ovvero bloccano l’ingresso del virus nelle cellule. Alcuni, poi, danno un’immunità solo temporanea, che dura qualche mese per poi sparire.

In fin dei conti, «di questa patologia non conosciamo nulla», come aveva avvisato a inizio mese l’altro virologo Andrea Crisanti: «e dunque la prudenza è d’obbligo», e ulteriori studi saranno necessari per capire quando e come sarà possibile debellare la malattia una volta per tutte.

La querelle tra virologi

Il nome di Tarro era tornato in auge poco più di una settimana fa, in seguito a una querelle con il collega Roberto Burioni: che ricorda un po’ le contemporanee battaglie tra rapper o le meno moderne disfide poetiche. Tipo quella tra Monti (“gran traduttor dei traduttor d’Omero”) e Foscolo (“sì falso che falsò fino se stesso / quando in Ugo cangiò ser Nicoletto”).

La polemica in realtà era nata per via di un tweet di Gianfranco Rotondi volto a elogiare lo scienziato partenopeo: che, tra l’altro, nel 2018 è stato nominato Virologo dell’anno dalla International Association of Top Professionals.

«Il virologo Giulio Tarro, primario emerito del Cotugno (isolò il vibrione del colera), due volte candidato al Nobel, oggi scommette la sua reputazione dicendo che tra un mese il coronavirus ci abbandonerà come tutti i corona influenzali».

Il cinguettio aveva provocato la sferzante e laconica risposta di Burioni: «Tarro è stato candidato al Nobel quanto io a Miss Italia».

E dallo stesso social era arrivata la contro-replica del medico campano al collega del San Raffaele di Milano: «Burioni scrive su Twitter: Se Tarro è virologo da Nobel, io sono Miss Italia. Su una cosa ha ragione: lui deve fare solo le passerelle come Miss Italia, ma senza aprire bocca».

Segno, come minimo, di quanta tensione la pandemia stia creando: perfino negli esperti.

Si può essere ottimisti?

Tarro ha rivelato di aver parlato della sieroterapia in un colloquio con quello che un tempo era il quotidiano più autorevole d’Italia: «Ma da quello che è uscito sul giornale, francamente, mi sono sentito preso in giro».

Probabilmente si è trattato di prudenza, che il professore napoletano ha giudicato eccessiva. È pur vero, però, che al momento non vi sono studi scientifici sul tema pubblicati su riviste di qualità: quelle che utilizzano la tecnica di peer review, o revisione paritaria.

Recentemente, però, uno dei più importanti giornali di medicina generale, l’inglese The Lancet, si è mostrato possibilista sull’approccio: approfondendo la ricerca condotta a New York da Liise-Anne Pirofski, Division Chief e docente di Malattie Infettive all’Albert Einstein College of Medicine.

La professoressa ha spiegato che i trials sono ancora in corso e i risultati, pur promettenti, non sono ancora definitivi: come ci hanno confermato anche Dario Manfellotto, presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti; e Alfio Cristaldi, ex Primario di Malattie infettive pediatriche al Policlinico Umberto I e del Dipartimento di Pediatria al Pertini di Roma.

Una cautela necessaria, perché non è detto che una metodologia utile contro una patologia si riveli efficace contro altre malattie (anche simili). Quel che è certo è che la scienza continua a compiere passi importanti verso la sconfitta del microrganismo che da mesi sta stravolgendo le nostre vite. Che è l’unica cosa che conta, indipendentemente da chi avrà avuto ragione.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cronaca

Caso Suarez, ora i Pm di Perugia vogliono verificare il ruolo della Juventus

La Procura umbra, come quella della Figc, valuta l’eventuale coinvolgimento della società, che comunque non dovrebbe rischiare molto. Ascoltati i legali bianconeri, poi Cantone ferma l’inchiesta, indignato per la fuga di notizie

Mirko Ciminiello

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caso suarez: logo juventus
Il logo della Juventus

Man mano che i giorni passano, il cosiddetto “caso Suarez” diventa sempre più intricato. Ormai è arrivato a lambire, in maniera più o meno concreta, anche la Juventus, la società a cui era stato accostato l’attaccante uruguagio Luis Suarez. Con tutto ciò, resta comunque poco probabile che la vicenda possa avere delle ripercussioni dirette sui Campioni d’Italia. Intanto si è già registrato uno sviluppo eclatante, con la Procura di Perugia che ha bloccato l’inchiesta dopo l’ennesima anticipazione mediatica delle attività d’indagine.

La ricostruzione del caso Suarez

Com’è ormai arcinoto, il caso Suarez riguarda il test di italiano sostenuto dal calciatore lo scorso 17 settembre presso l’Università per Stranieri di Perugia. Test che è finito sotto la lente di ingrandimento della Procura guidata dall’ex presidente dell’ANAC Raffaele Cantone in seguito alle intercettazioni a carico dei vertici dell’ateneo. Che hanno portato alla luce una serie di violazioni e irregolarità tali da spingere gli inquirenti a parlare senza mezzi termini di «esame farsa».

Le ricostruzioni, in primis quella del Corriere della Sera, hanno in effetti evidenziato che il Pistolero, come minimo, ha potuto godere di un trattamento privilegiato. Attraverso la piattaforma di messaggistica Teams, infatti, la professoressa Stefania Spina, incaricata di prepararlo per la prova, gli ha fornito in anticipo domande e risposte. La pistola fumante è un pdf recuperato dai finanzieri, che la docente aveva inviato anche al futuro esaminatore Lorenzo Rocca. Un file i cui contenuti corrispondono esattamente al copione inscenato la settimana scorsa, e a cui il giocatore si è attenuto pedissequamente. Non a caso, entrambi i docenti sono sotto inchiesta.

La farsa, peraltro, è ulteriormente ingigantita dai quesiti, imbarazzanti, rivolti al giocatore allora blaugrana – e nel frattempo passato all’Atletico Madrid. Per il quale il livello B1 era necessario per l’ottenimento della cittadinanza italiana, a sua volta essenziale per l’eventuale trasferimento alla Vecchia Signora. La quale non può tesserare extracomunitari, avendo già esaurito i due slot a propria disposizione.

L’esame di Suarez

Questa la prima domanda del test: “Come ti chiami?” Risposta: “Mi chiamo Luis Alberto Suarez Diaz e sono uruguaiano”. Strano che non gli abbiano dato una nota di merito, avendo perfino aggiunto un’informazione non richiesta…

A seguire, al centravanti della Celeste sono state mostrate le immagini di un cocomero e di un supermercato, che lui ha denominato correttamente. Non esattamente un’impresa, visto che erano presenti nel pdf che aveva già ricevuto.

Poi gli è stato chiesto di immaginare una città italiana, al che Suarez ha indicato Torino. Infine, alle domande sulla sua famiglia e la sua professione ha risposto: “Faccio il calciatore e sono da sei anni a Barcellona”.

Tempo totale, dodici minuti. Non stupisce quindi che, visti i trascorsi, i social abbiano ironizzato sull’esame mordi e fuggi.

Il caso Suarez e la Juventus

La Procura di Perugia sta ora cercando di capire se la società torinese possa aver avuto un ruolo attivo nell’organizzazione della sceneggiata – pardon, prova. In particolare, i Pm stanno approfondendo la posizione di alcune figure: nessuna delle quali, va precisato, è attualmente iscritta nel registro degli indagati.

Questi i fatti. A inizio settembre, Federico Cherubini, Ds della Juventus e vice del Chief Football Officer Fabio Paratici, contatta Maurizio Oliviero, rettore dell’Università Statale del capoluogo umbro. Questi lo rimanda all’omologa dell’Università per Stranieri, Giuliana Grego Bolli, e al quasi omonimo Simone Olivieri, direttore generale di Palazzo Gallenga – entrambi accusati di corruzione.

Olivieri ha già il telefono sotto controllo per un buco nel bilancio di circa 3 milioni di euro, anche se naturalmente non ne è consapevole. Gli investigatori captano almeno tre sue telefonate con l’avvocatessa Maria Turco, che lavora nello studio dell’avvocato Luigi Chiappero, storico legale della Juventus. Lo stesso Chiappero ha certamente assistito ad almeno uno dei colloqui. La leguleia si sarebbe poi impegnata con Olivieri: in caso di esito positivo della vicenda, «vi porteremo altri stranieri».

Potrebbe comunque essere una rodomontata, come quella dello stesso Olivieri che si vantava con Rocca: «Mi ha chiamato Paratici, è più importante di Mattarella». Di questo contatto però non c’è traccia.

Il direttore dell’area tecnica è stato comunque citato anche dal rettore Oliviero. «Qualche giorno dopo l’esame sostenuto da Suarez sono stato contatto da Paratici che voleva dirmi che l’entourage del giocatore era rimasto molto soddisfatto dell’accoglienza ricevuta e voleva ringraziarmi. Una telefonata di cortesia».

Nulla di strano, ma occhio alla tempistica. Perché è il 20 settembre quando il dirigente bianconero esclude l’arrivo di Suarez per le difficoltà burocratiche.

Quali rischi per la Juventus?

«Abbiamo ribadito la trasparenza del nostro operato professionale e contribuito in maniera positiva alla ricostruzione dei fatti in un incontro positivo e costruttivo». Così Chiappero dopo essere stato ascoltato come testimone, assieme alla Turco, dai Pm perugini: aggiungendo inoltre che la Juventus è estranea al caso Suarez.

È la prima delle audizioni programmate per accertare eventuali responsabilità penali, fermo restando che anche la Procura Federale della Figc ha aperto un’inchiesta indipendente. La giustizia sportiva, infatti, riceverà gli atti della magistratura ordinaria per la valutazione di possibili illeciti.

Le Zebre sono tranquille, soprattutto per l’evidenza di non aver ingaggiato l’attaccante uruguaiano, avendo infine virato sull’ex Alvaro Morata. La situazione potrebbe complicarsi se si accertasse il coinvolgimento dei quadri societari, ma anche in questa eventualità i rischi per i detentori dello scudetto sarebbero minimi.

Certo, non si possono escludere a priori sanzioni gravi come una penalizzazione in termini di punti, la retrocessione all’ultimo posto o addirittura l’esclusione dal campionato. Ma si tratta di ipotesi molto remote, mentre quella più verosimile sarebbe un’ammenda.

A complicare poi ulteriormente il quadro è arrivata anche la clamorosa decisione di Cantone, che ha annunciato l’interruzione delle attività investigative sullo sconcertante episodio. «Sono indignato per quanto successo finora» ha tuonato il Procuratore di Perugia, puntando il dito contro le ripetute violazioni del segreto istruttorio.

Eppure, nihil sub sole novum, verrebbe da commentare, considerando che le fughe di notizie sono una sorta di incresciosa costante nella vicenda. Tanto da rappresentare il vero filo rosso, o per meglio dire bianconero, dell’intero caso Suarez.

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Cronaca

Luis Suarez, per la Procura di Perugia il test di italiano è stato una truffa

Sotto inchiesta i vertici dell’Università per Stranieri, inchiodati dalle intercettazioni. “Non spiccica una parola di italiano, ma prende 10 milioni, deve passare”. L’esame concordato, ma il calciatore non è indagato

Mirko Ciminiello

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luis suarez a perugia il giorno dell'esame di italiano
Luis Suarez a Perugia il giorno dell'esame di italiano

Il calciatore Luis Suarez potrebbe aver superato l’esame di italiano, indispensabile per ottenere la nostra cittadinanza, grazie a una truffa. È ciò su cui sta indagando la Procura di Perugia, che ha notificato una serie di avvisi di garanzia ai vertici dell’Università per Stranieri del capoluogo umbro. L’attaccante del Barcellona sembrava a un passo dalla firma con la Juventus, anche se alla fine l’affare non è più andato in porto.

Le intercettazioni

Luis Suarez «non spiccica ‘na parola» di italiano, «ma te pare che lo bocciamoCosì parlava, senza sapere di essere intercettata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza perugina, Stefania Spina. La docente dell’Università per Stranieri incaricata di preparare il giocatore uruguagio per il test svolto il 17 settembre scorso. La quale ora è sotto inchiesta insieme, tra l’altro, al Rettore dell’Ateneo Giuliana Grego Bolli, al direttore generale Simone Olivieri e all’esaminatore Lorenzo Rocca. Tutti accusati, a vario titolo, di rivelazione di segreti d’ufficio e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

«Gli argomenti oggetto della prova d’esame sono stati preventivamente concordati con il candidato» ha comunicato la Procura umbra, e «il relativo punteggio è stato attribuito prima ancora dello svolgimento della stessa».

Lo ha rivelato, suo malgrado, proprio la professoressa Spina, che oltretutto dirige il Centro universitario per la valutazione e certificazione linguistica, discorrendo col suo collega Emidio Diodato. «Per dirtela tutta, oggi ho chiamato Lorenzo Rocca che gli ha fatto la simulazione dell’esame e abbiamo praticamente concordato quello che gli farà l’esame!»

Una precauzione apparentemente indispensabile, visto che era stata «riscontrata, nel corso delle lezioni a distanza svolte da docenti dell’ateneo, una conoscenza elementare della lingua italiana». Così il comunicato della Procura diretta dall’ex presidente dell’ANAC Raffaele Cantone.

Fatto, peraltro, di cui la tutor di Suarez appariva perfettamente consapevole. «Non coniuga i verbi. Parla all’infinito» rideva, disquisendo con un anonimo interlocutore che le chiedeva se il Pistolero dovesse passare il livello B1. «Non dovrebbe. Deve. Passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare perché non ha il B1» faceva pragmaticamente spallucce l’insegnante. «Cioè, voglio di’, fa ride no?»

Non i magistrati, a quanto pare.

Luis Suarez, la sentenza dei social

Paradossalmente, il centravanti della Nazionale uruguaiana non è indagato, perché secondo gli inquirenti non c’è evidenza che fosse consapevole della farsa. Anche se comunque potrebbe essere ascoltato dai Pm come persona informata sui fatti.

Per completezza, poi, bisogna precisare che Palazzo Gallenga Stuart respinge ogni addebito. «In relazione agli accertamenti in corso l’Università per Stranieri di Perugia ribadisce la correttezza e la trasparenza delle procedure seguite per l’esame sostenuto dal calciatore Luis Suarez e confida che ciò emergerà con chiarezza al termine delle verifiche in corso».

Chi ha già emesso la propria sentenza sono i social, che per lo più fanno riferimento all’episodio dei Mondiali 2014. Quando il bomber della Celeste morse il difensore azzurro (e juventino) Giorgio Chiellini.

Non manca però neppure chi ricorda proprio che Suarez sembrava destinato alla Juventus, lasciando maliziosamente intendere che l’urgenza dell’esame fosse motivata dalla trattativa coi bianconeri. I quali non possono tesserare extracomunitari, avendo già esaurito i due slot a disposizione.

Luis Suarez, un “caso italiano”

È però un fatto che, già da qualche giorno, Fabio Paratici, Chief Football Officer della società torinese, aveva chiuso all’arrivo dell’attaccante blaugrana. «Non è nella lista degli obiettivi a causa dei tempi burocratici necessari per ottenere il passaporto» le sue parole. E, infatti, la Vecchia Signora ha ingaggiato l’ex Alvaro Morata, punta spagnola dell’Atletico Madrid, che potrebbe invece diventare la prossima squadra proprio di Luis Suarez.

Restano comunque alcune considerazioni generali sulla vicenda, che qualcuno ha subito strumentalizzato per straparlare di ius soli. Lasciati comunque gli intelliggenti con-due-gi agli usati deliri, è però condivisibile il pensiero di quanti stigmatizzano la mentalità alla base dell’episodio. Che molti, in maniera stereotipata, qualificano come paradigmatica del Belpaese. Rendendo quindi quello di Luis Suarez, ahinoi, un vero e proprio “caso italiano”.

A dirla tutta, è difficile pensare a una vicenda più italiana di questa.#Suarez

Pubblicato da Unfair Play su Martedì 22 settembre 2020

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Cronaca

Venere, nell’atmosfera un gas che potrebbe indicare la vita (microbica)

Rilevata la presenza della fosfina, che sulla Terra è il prodotto dell’attività dell’uomo o di batteri, ma potrebbe comunque essere il risultato di processi naturali sconosciuti. E nei prossimi giorni saremo “sfiorati” da due asteroidi

Mirko Ciminiello

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l'atmosfera di venere ai raggi uv
L'atmosfera di Venere ai raggi UV

L’atmosfera di Venere potrebbe nascondere tracce di vita. È stata infatti rilevata una sostanza, la fosfina (PH3), che sulla Terra è il prodotto di un’attività di tipo biologico, antropica oppure microbica. Peraltro, si tratta di un gas piuttosto instabile, che in un ambiente come quello venusiano dovrebbe trasformarsi in molecole diverse. «Il fatto che persista per tanto tempo è un’ulteriore indicazione che c’è una sorgente di fosfina su Venere» ha commentato John Robert Brucato, astrobiologo dell’osservatorio INAF di Arcetri.

Tracce di vita su Venere?

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Astronomy, è opera di un team dell’Università gallese di Cardiff, coordinato dalla professoressa Jane S. Greaves. Naturalmente, nulla esclude che su Venere la fosfina possa essere il risultato di processi naturali, chimici o geologici, esclusivi di questo corpo celeste.

Bisogna infatti tener conto che il nostro “pianeta gemello”, simile alla Terra per dimensioni e per massa, è un luogo decisamente inospitale. L’atmosfera, costituita principalmente da CO2, è responsabile di un impressionante effetto serra che rende il nostro vicino il pianeta più caldo del sistema solare. La temperatura media è infatti pari a 464°C, più alta di quella di Mercurio, che pure è il corpo celeste più vicino al Sole. Inoltre, la pressione sulla superficie di Venere è pari a quella presente a un chilometro di profondità nell’oceano terrestre.

Eppure, anche da noi «esistono batteri che vivono in condizioni estreme, in ambienti ad alta acidità, temperatura o in zone aride», ha continuato Brucato. Precisando però che «sostenere la presenza di vita solo su queste basi è troppo poco». Non si può dunque escludere nessuna ipotesi a priori, «ma bisognerebbe inviare una missione e analizzare direttamente» l’atmosfera venusiana.

Una è stata programmata dall’Agenzia spaziale russa Roscosmos, il cui Direttore Generale Dmitrij Rogozin ha affermato che Venere «è sempre stato un pianeta russo». I Sovietici sono infatti gli unici ad aver inviato sonde sul suolo venusiano. E, d’altronde, il sistema solare vanta già un pianeta rosso come Marte. Da qui a un pianeta russo è un attimo.

Visite dal cielo

Nel frattempo, la NASA ha comunicato che due asteroidi di dimensioni paragonabili alla Grande Piramide di Giza “sfioreranno” la Terra nei prossimi giorni. Ovviamente, il verbo va inteso in senso astronomico, cosa che ci fa stare abbastanza tranquilli.

Il primo asteroide, il più piccolo, dovrebbe infatti transitare il 25 settembre a una distanza di 6 milioni di chilometri dal nostro pianeta. Il secondo, invece, passerà il 29 settembre a 2,8 milioni di chilometri da noi. Per dare un’idea, però, la distanza media tra la Terra e la Luna è pari a circa 384mila chilometri.

Ha maggiori possibilità di entrare in collisione con il nostro pianeta un altro asteroide che ci farà visita il 2 novembre, alla vigilia delle Presidenziali Usa. In ogni caso, la percentuale di impatto è appena dello 0,41%, e comunque questo corpo celeste ha una massa molto piccola. Significa che, se anche entrasse nell’atmosfera terrestre, con tutta probabilità verrebbe disintegrato.

Possiamo dunque continuare a dormire sonni tranquilli. Scenari alla Armageddon, alla Deep Impact o anche alla Guerra dei mondi sono infatti, fortunatamente, ben di là da venire.

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Cronaca

Ripresa della scuola, le (poche) luci, le (tante) ombre e la supercAzzolina

La ripartenza registra varie criticità, a partire dai docenti, i banchi e le mascherine. Per fortuna, oltre a casi incresciosi come quello dei bambini in ginocchio a Genova, fioccano anche esempi positivi che sono il segno di una nuova speranza

Mirko Ciminiello

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ripresa della scuola: bambini in ginocchio alla scuola caffaro di genova
Bambini in ginocchio alla scuola Caffaro di Genova

La ripresa della scuola era uno degli eventi più attesi in assoluto da mesi, dalla chiusura degli istituti imposta agli albori della pandemia di Covid-19. Non a caso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto presenziare all’inaugurazione dell’anno scolastico a Vo’, uno dei primissimi focolai dell’infezione. La ripartenza è stata prevedibilmente molto complicata, ma anche segnata da una nuova speranza. Che, nonostante tutto, riesce a dissipare perfino le (numerose) ombre.

La ripresa della scuola, più ombre che luci

«Il bilancio è buono, rispetto a una ripartenza che non era per niente scontata». Parola del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, che certe volte fa davvero venire il dubbio che stia prendendo tutti per i fondelli.

Per rendersi conto del (solito) divario con la realtà, infatti, sarebbe stato sufficiente farsi un giro per l’Italia. A Pisa e Roma, per esempio, dove due bambini disabili non sono potuti entrare in classe per l’assenza di insegnanti di sostegno. O ad Amatrice, dove le scuole non hanno proprio potuto riaprire per la penuria di docenti.

Ne mancano tra 100 e 250mila, per inciso, oltre a 2 milioni di banchi. E a sciorinare le cifre sono stati Corsera e Repubblica, non il “gaglioffo” Matteo Salvini. Il segretario della Lega che, ancora una decina di giorni fa, la Azzolina accusava di fare disinformazione.

«I numeri che circolavano, come se 300mila docenti si rifiutassero di entrare a scuola, non corrispondono al vero», era stata la rodomontata del Ministro. Non siamo lontani, però. Soprattutto considerando che 60mila insegnanti hanno presentato un certificato medico come “soggetti a rischio”. Nessuna sorpresa, dunque, che il dibattito sulla ripresa della scuola – è il caso di dirlo – tenga banco.

I Conte che non tornano

Il colmo, però, si è raggiunto nella Capitale, più precisamente nel quartiere Prati, dove sorge l’istituto frequentato dal figlio del bi-Premier Giuseppe Conte. L’ex Avvocato del popolo ha dichiarato di aver accompagnato il ragazzo, studente di terza media, «fino all’ultimo miglio, poi è andato da solo».

Avrebbe fatto meglio ad avvicinarsi maggiormente, e non solo perché un miglio corrisponde a 1,6 chilometri – che pare quasi abbandono di minore. Ma, soprattutto, perché si sarebbe sentito dire dalla preside che anche la scuola del suo rampollo difetta di docenti e di banchi. Non tutti i Conte tornano, dunque.

Per non parlare poi della vexata quaestio delle mascherine. Vari esponenti del Governo rosso-giallo, a cominciare proprio da Giuseppi, avevano assicurato che sarebbero stati distribuiti 11 milioni di dispositivi protettivi al giorno.

Poi è arrivata la testimonianza della conduttrice Tiziana Panella, che ha scambiato dei messaggi in diretta con la figlia durante il proprio programma su La7. Appurando che, nella classe della ragazza, che frequenta il quarto liceo, c’erano mascherine sufficienti solo per metà degli alunni.

Peraltro, essendo stati imposti dispositivi monouso, «la mascherina è anche un costo che può essere problematico per chi ha più figli». Perciò, ha concluso la presentatrice, «è importante stabilire con certezza» se vengano fornite a scuola.

E non sarebbe male se distribuissero qualcuna anche nei palazzi del potere. Potrebbero sempre servire a nascondere qualche faccia di bronzo.

Il caso Genova

Naturalmente, il caso più eclatante resta quello dell’Istituto Castelletto di Genova, dove sono stati immortalati dei bambini che facevano lezione in ginocchio. Un’immagine, catturata da un’insegnante, divenuta virale dopo che l’aveva condivisa il Governatore della Liguria Giovanni Toti, scatenando subito una ridda di polemiche.

Cara Azzolina, questi sono gli alunni di una classe genovese, che scrivono in ginocchio perché non hanno i banchi che…

Pubblicato da Giovanni Toti su Lunedì 14 settembre 2020

La Azzolina, per esempio, ha affermato che «tutto si dovrebbe fare meno che strumentalizzare foto con bambini, tanto meno per tornaconto elettorale». Sulla stessa falsariga il dirigente scolastico dell’istituto genovese, Renzo Ronconi, che ha definito «grave» la strumentalizzazione dello scatto. Sottolineando inoltre come i piccoli alunni stessero «disegnando sereni in libertà», e l’insegnante volesse condividere coi genitori «la loro capacità di “adattamento”».

Peccato che abbia anche dovuto ammettere che i banchi non erano ancora arrivati. Peccato, inoltre, che a distanza di ventiquattr’ore sia stata diffusa una foto pressoché identica, scattata in un’altra classe della stessa scuola. Peccato, infine, che vi sia stato un caso identico sempre sotto la Lanterna, nell’Istituto Caffaro.

A tutti quelli che hanno scritto che la foto di ieri (quella dei bimbi costretti a scrivere inginocchiati davanti alle…

Pubblicato da Ilaria Cavo su Martedì 15 settembre 2020

Non si capisce dunque dove starebbe la strumentalizzazione, se non nella fantasia di un Ministro che del resto già farneticava di venire attaccata perché donna. Ribaltando la prospettiva, non è che il fatto di essere donna la esenti dal poter essere criticata. Ed è significativo che le valutazioni negative sull’operato della Azzolina provengano anche dai suoi compagni di maggioranza.

«È inaccettabile che, nonostante i mesi di tempo per preparare il ritorno nelle classi, i bambini della Liguria» si siano dovuti arrangiare «scrivendo sulle ginocchia». L’attacco è stato sferrato da Raffaella Paita, deputata ligure di Italia Viva, che ha chiesto di «rimediare quanto prima» all’incresciosa situazione.

E sì che non ci voleva granché. Sarebbe bastato, per dire, riutilizzare i banchi vecchi.

No, decisamente quella della titolare del MI non era una supercAzzolina. Ahinoi.

Ripresa della scuola, i segni di speranza

Per fortuna, nonostante l’impegno della titolare dell’Istruzione e del Governo tutto, la ripresa della scuola ha regalato anche dei luminosi segni di speranza. Come a Torino, dove un sedicenne ricoverato in rianimazione ha potuto seguire le lezioni grazie a un pc procuratogli dall’ospedale. O a Norcia, dove la campanella è finalmente tornata a suonare in istituti veri, dopo anni di didattica nelle tende e nei container.

Esempi positivi che ci rendono più ottimisti per il futuro, non foss’altro perché dimostrano come questi giovani abbiano già passato – a pieni voti – l’esame più importante. L’esame della vita.

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Cronaca

“Covid-19 creato in laboratorio”. Rivelazione choc di una scienziata cinese

La dissidente Li-Meng Yan afferma di avere le prove della manipolazione, che secondo l’epidemiologo Baric è possibile. La dottoressa subì pressioni da un ente collegato all’Oms, che mostra una volta di più la propria inadeguatezza

Mirko Ciminiello

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Coronavirus al microscopio elettronico

Periodicamente, l’ipotesi di un Covid-19 creato in laboratorio torna ad affacciarsi sulla scena mediatica. Di solito, tra lo scetticismo della comunità scientifica, che per lo più tende a escludere che il virus abbia un’origine non naturale. Ora, però, una virologa cinese in esilio ha affermato di avere le prove che il patogeno è stato assemblato a Wuhan. La città da dove poi sarebbe uscito per scatenare la pandemia che ancora tiene il mondo sotto scacco.

Il Covid-19 creato in laboratorio?

Il coronavirus «proviene dal laboratorio di Wuhan, e il laboratorio è controllato dal Governo cinese». È l’accusa, pesantissima, lanciata in diretta tv dalla dottoressa dissidente Li-Meng Yan, che parlava da una località americana non specificata per ragioni di sicurezza.

La scienziata, intervenendo a un talk show britannico, ha sostenuto che presto sarà in grado di fornire le prove scientifiche dell’origine artificiale del microrganismo. «Tutti, anche coloro che non hanno conoscenze di biologia», potranno capirle, ha assicurato.

Peraltro, sempre in questi giorni è intervenuto nel dibattito l’epidemiologo dell’Università della North Carolina Ralph S. Baric. Uno dei principali esperti mondiali di coronavirus, nonché della creazione di virus sintetici. I quali si possono “firmare”, come delle opere d’arte, attraverso delle mutazioni che indichino che sono frutto di ingegneria genetica. Tuttavia, in assenza di queste “firme” «non c’è nessun modo di distinguere un virus naturale da uno realizzato in laboratorio».

Una presa di posizione che smentisce seccamente la vulgata di questi ultimi mesi, secondo cui la manipolazione di un microrganismo in laboratorio sarebbe perfettamente riconoscibile. Invece, «si può ingegnerizzare un virus senza lasciare nessuna traccia» asserisce il professore.

ESCLUSIVA PRESADIRETTAQuesta sera 21.20 Rai3UN VIRUS CREATO IN LABORATORIO NON LASCIA NESSUNA TRACCIA “Si può…

Pubblicato da PresaDiretta su Lunedì 14 settembre 2020

Se è così, non si può dunque escludere a priori la possibilità di un Covid-19 creato in laboratorio. E sarebbe anche plausibile il retroscena che Li-Meng Yan ha raccontato a proposito della Hong Kong School of Public Health. L’istituto presso cui lavorava prima di essere costretta a lasciare la sua patria, e dove i suoi supervisori l’avrebbero messa a tacere.

Questa circostanza, se confermata, getterebbe poi una luce sinistra e inquietante a livello molto più alto. Perché la Hong Kong School of Public Health è uno dei laboratori di riferimento dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che già il Presidente U.S.A. Donald Trump aveva bollato come «burattino della Cina».

L’Oms e il coronavirus

Considerazioni politiche a parte, dell’inadeguatezza dell’agenzia Onu per la salute a proposito della gestione della pandemia abbiamo già parlato in varie occasioni. E, a quanto pare, la World Health Organization non perde occasione per rafforzare il giudizio.

Il direttore della sezione europea della WHO, il belga Hans Kluge, ha infatti dichiarato che ottobre e novembre saranno i mesi più duri sul fronte SARS-CoV-2. «Ci sarà un boom di casi e faremo i conti anche con un tasso di mortalità più alto». Se il tasso di avveramento delle previsioni resterà inalterato, siamo a cavallo.

Resta comunque l’insopprimibile libido dell’Oms per l’allarmismo. Che, in realtà, è più giustificato fuori che dentro il Vecchio Continente.

Il caso italiano è paradigmatico. È vero, infatti, che il trend dei contagi è in aumento, ma ciò si deve soprattutto al maggior numero di tamponi effettuati. Tanto è vero che, negli ultimi giorni, al calo dei test è corrisposta una diminuzione dei nuovi positivi.

Inoltre, la cifra dei decessi si mantiene molto bassa – fermo restando che pure uno solo sarebbe uno di troppo. E, come aveva già specificato l’Istituto Superiore di Sanità qualche settimana fa, oltre il 70% dei nuovi casi «sono asintomatici o paucisintomatici».

Significa che siamo divenuti più bravi a tracciare i contatti dei malati e a identificare quanti hanno contratto il virus anche se non presentano sintomi. E, fino a prova contraria, questa dovrebbe essere una buona notizia.

Nessuna inchiesta sul Covid-19 creato in laboratorio

Oltre a non avere il senso della misura, poi, la WHO non ha nemmeno quello delle priorità. E infatti il direttore, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scelto di dichiarare guerra ai saluti con i gomiti rilanciando un tweet dell’economista spagnola Diana Ortega.

Avrebbe potuto decidersi ad aprire l’inchiesta sulla Cina, invocata da un centinaio di Paesi, proprio sull’ipotesi di un Covid-19 creato in laboratorio. Ma volete mettere quanto sia meglio discettare sul distanziamento sociale e il rischio di un’infezione attraverso la pelle? Rischio zero, per inciso, visto che il coronavirus non si trasmette per contatto. Ma diciamolo a bassa voce, dovessimo svegliare l’Oms…

"covid-19 creato in laboratorio": li-meng yan
La scienziata dissidente cinese Li-Meng Yan

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Cronaca

De Laurentiis positivo, la mancanza di rispetto e la livella del Covid-19

Il Presidente del Napoli nella bufera dopo aver partecipato all’assemblea della Lega Serie A pur avendo già i sintomi del coronavirus. Apprensione e irritazione tra i colleghi presidenti, soprattutto dopo la storia dell’indigestione di ostriche

Mirko Ciminiello

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aurelio de laurentiis
Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis

È l’imprenditore Aurelio De Laurentiis l’ultima vittima illustre del Covid-19. Una positività che sta destando molto scalpore, soprattutto per l’atteggiamento del diretto interessato, a metà strada tra sottovalutazione del rischio e delirio di onnipotenza. Un comportamento già poco edificante in sé, che diventa del tutto censurabile nel momento in cui mette addirittura a repentaglio la salute altrui.

La positività di De Laurentiis

Qualche giorno fa ironizzavamo sul corona(virus) che dà alla testa alle teste pensanti, e a quanto pare De Laurentiis non fa eccezione. Mercoledì scorso, il presidente del Napoli era a Milano, all’hotel Hilton, per l’assemblea della Lega Serie A.

Aveva già i sintomi del SARS-CoV-2 ma, stando alle ricostruzioni, li ha attribuiti a un’indigestione di ostriche. Eppure, qualche dubbio doveva averlo avuto, visto che aveva fatto il tampone ed era in attesa del risultato.

Ciononostante, non indossava nemmeno la mascherina e, anche se durante l’incontro il distanziamento è stato rispettato, non si può dire lo stesso per le successive interviste. Con reporter e cameramen che si sono accalcati attorno al gotha del calcio italiano, incluso lo stesso AdL. Il quale solo a sera ha avuto l’esito del test, e si è finalmente deciso ad avvisare i suoi colleghi.

I numeri uno del football nostrano hanno naturalmente espresso al produttore cinematografico la propria solidarietà, ma anche preoccupazione e irritazione. Soprattutto la Roma, che era stata deferita proprio dopo che i partenopei ne avevano denunciato il presunto, mancato rispetto dei protocolli anti-Covid.

Il sentimento prevalente resta comunque l’apprensione, tanto che vari protagonisti del meeting hanno scelto di mettersi in auto-isolamento o sottoporsi al tampone. Tra gli altri, Paolo Dal Pino, presidente della Lega Serie A, che ha optato per la quarantena volontaria. Ma anche i dirigenti di società come Juventus, Inter e Milan hanno scelto la linea della prudenza. E non è tranquillo neppure il cardinal Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, che aveva abbracciato De Laurentiis proprio di recente.

La Procura Federale ha preannunciato la possibile apertura di un’inchiesta se il contagio si dovesse diffondere. Intanto, però, gli Azzurri hanno disputato la prevista amichevole con il Pescara, a cui vanno i nostri auguri. E non per il risultato.

‘A livella

«Una persona che sta male dovrebbe rimanere a casa, specie in queste situazioni. Una persona come lui dovrebbe dare l’esempio, avendo una elevata visibilità». Non le ha mandate certo a dire, secondo il suo usuale stile senza peli sulla lingua, il virologo Andrea Crisanti, che ha bollato AdL come un «irresponsabile».

Più o meno lo stesso giudizio dei social, che però lo hanno per lo più condito con il consueto sarcasmo. Per esempio, paragonando i molluschi di Dela all’ormai celeberrima prostatite di Flavio Briatore.

+++ CONFERMATO, SONO STATE LE OSTRICHE +++#DeLaurentiis #COVID19

Pubblicato da Unfair Play su Giovedì 10 settembre 2020

Non è però mancato neppure chi ha stigmatizzato la condotta di De Laurentiis in quanto paradigmatica di quella di molti nostri connazionali. Il riferimento, neanche tanto velato, è alla recrudescenza delle infezioni attribuita soprattutto alle vacanze e alla movida.

E così si è tornati a parlare di noncuranza del pericolo, di arroganza, di quell’illusione di immortalità che caratterizzerebbe due categorie perennemente nel mirino (social)mediatico. I giovani, per ragioni meramente anagrafiche, e i Vip.

Tutto è possibile, naturalmente, ma quest’ultima prospettiva sarebbe davvero desolante. Non foss’altro perché ci si aspetterebbe che personaggi di una certa levatura ed esperienza siano coscienti che ricchezza e potere non danno l’immunità.

In effetti, la vera colpa di De Laurentiis non è nemmeno la protervia, bensì la mancanza di rispetto. Per il coronavirus anzitutto, ma ancora di più per quanti sono venuti in contatto con lui, ignari del pericolo a cui si stavano esponendo.

Un patogeno, infatti, non fa alcuna distinzione fra i suoi bersagli. Parafrasando un grandissimo napoletano come Totò, è una livella.

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Cronaca

Lotta al Covid, ecco il Daily Tampon, il test rapido per sapere se si è positivi

Prodotto da un’azienda lombarda, è più semplice e meno invasivo del tampone e dà il responso in tre minuti. Intanto il vaccino di AstraZeneca subisce una battuta d’arresto dopo che un volontario ha accusato una reazione avversa

Mirko Ciminiello

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lotta al covid: daily tampon
Il Daily Tampon

Nel giorno in cui il candidato vaccino di AstraZeneca subiva una battuta d’arresto, l’ingegno italiano ha sfornato una nuova arma per la lotta al Covid. È stato infatti approvato un nuovo test salivare, realizzato da un’azienda lecchese in collaborazione con l’Università del Sannio. Un test che in soli tre minuti rivela se si è stati contagiati dal coronavirus.

Si chiama Daily Tampon, e oltre a essere rapido è anche estremamente semplice. È sufficiente prendere un campione di saliva mediante un cotton fioc, e appoggiarlo sul tampone. Questo, grazie all’uso congiunto di tre reagenti, presenterà una striscia se si è negativi, e due se si è positivi. Una metodologia «più facile e meno invasiva rispetto al tampone. Ma ugualmente sicura», come aveva spiegato Eleonora Lalle, dirigente biologo del laboratorio di Virologia dello Spallanzani.

Il test è stato messo a punto da un’azienda che produce sistemi di illuminazione, la Allum di Merate. «Durante il lockdown ci siamo chiesti come potessimo aiutare il Paese a tornare alla normalità nel modo più veloce possibile» ha raccontato la titolare, Stefania Magni. Di qui l’idea di un «tampone giornaliero con risultato veloce», che ora è stato validato dal Ministero della Salute, così che possa partire la produzione.

È un tipo di esame che potrebbe risultare molto utile in contesti delicati come le scuole o gli ospedali. E potrebbe anche favorire la riapertura al pubblico di eventi sportivi e musicali.

Lotta al Covid, lo stop al vaccino di AstraZeneca

Una buona notizia che ci voleva, soprattutto dopo l’annuncio, da parte del colosso farmaceutico anglo-svedese AstraZeneca, della sospensione della sperimentazione sul vaccino anti-Covid. Le cui dosi, lo ricordiamo, sono prodotte a Pomezia dalla società IRBM.

Lo stop si è reso necessario dopo che uno dei volontari ha accusato una seria reazione avversa. Si tratta di una procedura standard, e secondo gli esperti non ha necessariamente delle connotazioni negative in relazione alle speranze di successo nella lotta al Covid.

«La battuta di arresto del vaccino AstraZeneca di Oxford è fisiologica e normale» ha commentato ad esempio il virologo Andrea Crisanti. Ricordando anche che, di norma, lo sviluppo di un vaccino richiede circa cinque anni, mentre ora i tempi sono molto più ristretti.

Questo, però, «è il segnale che le aziende stanno lavorando con serietà, trasparenza e controllando i dati» ha aggiunto l’infettivologo Matteo Bassetti. Cui ha fatto eco il collega Alberto Villani. «Quando si arriverà a disporre di un vaccino, sarà sicuro perché avrà superato tutte le prove che devono essere superate».

La lotta al Covid, insomma, si può rallentare, ma non bloccare. E ora ha una nuova freccia al proprio arco. Una freccia di cui, una volta di più, da Italiani possiamo andare fieri.

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Cronaca

Meraviglie spaziali, l’universo ci svela i nuovi segreti della Via Lattea

Il telescopio Hubble scopre che la nostra galassia “dà la mano” alla sua vicina Andromeda. E un nuovo tipo di buco nero potrebbe farci comprendere le origini dei giganti al centro delle galassie, come il “nostro” Sagittarius A*

Mirko Ciminiello

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meraviglie spaziali: l'alone della galassia di andromeda
L'alone attorno alla Galassia di Andromeda

Nuove meraviglie spaziali continuano a emergere dalle profondità dell’universo. Lo Hubble Space Telescope ha infatti osservato una caratteristica molto particolare della Galassia di Andromeda, la più vicina alla nostra Via Lattea. E i rilevatori gemelli Advanced Virgo e Advanced Ligo hanno colto un nuovo tipo di buco nero, finora praticamente solo ipotizzato.

La prima delle meraviglie spaziali appena scoperte è stata catturata dallo Hubble Space Telescope, e riguarda la Galassia di Andromeda, anche nota come M31. È una galassia a spirale distante circa 2,5 milioni di anni luce, ed è l’oggetto celeste più lontano a essere visibile a occhio nudo.

Hubble si è concentrato sull’alone galattico di Andromeda, una regione pressoché sferica che circonda le componenti visibili delle galassie. Si pensa che gli aloni galattici siano formati da campi stellari, ammassi globulari, gas, e forse anche materia oscura.

Essi, però, non emettono luce, quindi non sono direttamente osservabili. Tuttavia, un team dell’Università americana di Notre-Dame, diretto dall’astrofisico Nicolas Lehner, è riuscito a ovviare al problema. Gli scienziati hanno analizzato la luce proveniente da 43 quasar apparentemente situati alle spalle di Andromeda – anche se in realtà sono enormemente più lontani. Le oscillazioni luminose dovute alla presenza del gas hanno permesso la mappatura dell’alone di Andromeda, eletta la scorsa settimana “foto astronomica del giorno”.

I dati, pubblicati sulla rivista The Astrophysical Journal, hanno evidenziato che Andromeda è molto più grande di quanto si pensasse. Il suo alone si estende infatti per 1,3 milioni di anni luce, oltre la metà della distanza che separa la Via Lattea dal cuore di M31. Questo significa che, con tutta probabilità, gli aloni delle due galassie sono in contatto. Ovvero, romanticamente, che la Via Lattea e Andromeda si danno la mano.

Meraviglie spaziali

L’altra grande scoperta è opera degli interferometri Advanced Virgo, situato in provincia di Pisa, e Advanced Ligo, ubicato negli stati di Washington e della Louisiana. I due rilevatori hanno registrato l’esistenza di un tipo di black hole finora solo teorizzato, un buco nero di massa intermedia.

Finora, infatti, di questi oggetti si conoscevano con certezza solo due sottocategorie. I buchi neri stellari, aventi una massa alcune decine di volte superiore a quella del Sole. E i buchi neri supermassicci, la cui massa è milioni o anche miliardi di volte quella solare. In mezzo, apparentemente, c’è solo ciò che gli astronomi chiamano “gap di massa”. Finora, almeno.

Adesso, infatti, i due avanzatissimi strumenti hanno captato un’onda gravitazionale, una perturbazione dello spaziotempo dovuta a fenomeni cosmici molto violenti. Il segnale, chiamato GW190521, è durato appena 0,1 secondi, sufficienti però a capire che era stato prodotto dalla fusione di due buchi neri stellari. Due black holes di massa pari a 66 e 85 masse solari, che hanno generato un buco nero di massa intermedia, 142 volte più grande rispetto al Sole. Una sorta di anello mancante cosmico.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Physical Review Letters, potrebbe migliorare la nostra comprensione di come si formino i buchi neri supermassicci. I mostri spaziali che si pensa dimorino al centro di ogni galassia – inclusa la nostra, che orbita attorno a un gigante di nome Sagittarius A*.

Entrambe le scoperte, quindi, sono come delle chiavi che, sia pure indirettamente, ci aprono le porte della conoscenza della nostra casa cosmica, la Via Lattea. Misteri ancestrali che si svelano anche grazie alla contemplazione delle straordinarie meraviglie spaziali che l’universo ci dona.

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Cronaca

Negazionisti e lager, il monito di Ruth Dureghello: “Basta svilire la Storia”

Dai “negazionisti” del Covid ai migranti nei “campi di concentramento”, si moltiplica l’uso inappropriato di termini legati all’Olocausto. E la presidentessa delle Comunità ebraiche di Roma lancia un forte appello a partiti e giornali

Mirko Ciminiello

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negazionisti e lager, appello di ruth dureghello
La presidentessa della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello

In questi giorni caldi sotto vari punti di vista, il dibattito pubblico ha rispolverato termini legati a un oscuro passato, come negazionisti e lager. Parole strappate al contesto originario da cui sono scaturite – quello drammatico della Shoah – per essere ammantate di un’aura meno tragica e inquietante. E, tuttavia, questa operazione non ha tenuto conto che il linguaggio è un’arma affilata, da usare con cautela. Perché è notoriamente in grado di uccidere più della spada.

Lo ha ricordato urbi et orbi Ruth Dureghello, la presidentessa della Comunità ebraica di Roma. Che ha lanciato un appello a politici e media affinché adoperino certi concetti nell’accezione che è loro propria, evitando così di svilire la Storia.

Ineccepibile. E all’elenco si potrebbero aggiungere anche termini quali fascista e antifascista, sempre più spesso utilizzati altrettanto a sproposito. La reductio ad Hitlerum, infatti, sarà pure efficace sul piano pratico – non certo su quello argomentativo -, ma di certo (s)qualifica quanti vi ricorrono. E, guarda caso, è una strategia retorica molto simile a quella adottata nelle discussioni sui temi di più stretta attualità.

Negazionisti e lager

Il caso paradigmatico riguarda il coronavirus, a proposito del quale la disputa ha probabilmente raggiunto il suo nadir. Si prenda, ad esempio, il convegno tenutosi in Senato a fine luglio, dal titolo “Covid-19 in Italia, tra informazione, scienza e diritti”.

Gli indignati speciali a senso unico e targhe alterne avevano subito bollato l’evento come un ricettacolo di negazionisti. Col risultato paradossale di affibbiare l’epiteto anche a personaggi che col virus hanno avuto direttamente a che fare. Al giornalista Nicola Porro che ne è stato affetto, per esempio. Ma, soprattutto, a quanti lo hanno combattuto in prima linea per mesi – come i dottori Alberto Zangrillo e Matteo Bassetti. Il quale si era infatti detto amareggiato e «schifato dalla macchina del fango», laddove il medico personale del leader di FI Silvio Berlusconi minacciava querele.

Ora, è chiaro che nessuno sano di mente può contestare l’esistenza di una pandemia che ha fatto quasi un milione di morti in tutto il mondo. Però si può criticare – fino a prova contraria – la gestione politica dell’emergenza sanitaria, e anche discettare sull’opportunità che abbia violato alcune libertà costituzionali. Come ha fatto, nell’occasione, il giurista e costituzionalista Michele Ainis.

Ma, ancora a monte, è sbagliato proprio l’accostamento tra una delle più grandi tragedie dell’umanità – l’Olocausto – e fenomeni neppure lontanamente comparabili. Che non includono solo l’epidemia, ma anche dei vaneggiamenti collettivi come i cambiamenti climatici – di origine antropica. E perfino, mutatis mutandis, la questione immigrazione.

L’immigrazione e gli eccessi verbali

Altrettanto sgradevole, infatti, è stato il paragone in cui si è lanciato il Governatore siciliano Nello Musumeci nel corso dell’ormai mitologica diatriba col Viminale. Casus belli era l’ordinanza con cui il Presidente della Sicilia aveva blindato l’isola e imposto lo sgombero degli hotspot per ragioni di tutela della salute pubblica. Compresa quella dei migranti, che erano stati ammassati in tendopoli prive dei minimi requisiti igienico-sanitari. Strutture che il numero uno della Trinacria, per attaccare il Governo rosso-giallo e il Ministero dell’Interno, ha equiparato a dei campi di concentramento.

Ecco, questo è esattamente ciò di cui parlava Ruth Dureghello. La banalizzazione del male, per parafrasare Hannah Arendt, una che Nazismo, negazionisti e lager – quelli veri – li ha purtroppo conosciuti fin troppo bene.

Per questo è il caso che prendiamo tutti un bel respiro e torniamo – tutti – a moderare le parole, restituendole al loro significato originario. Perché la lingua sa essere tagliente e, se magari non uccide, comunque può ferire.

Eppure, basterebbe un po’ di attenzione in più – da parte di tutti. Basterebbe tenere sempre a mente che chi porta nell’anima simili cicatrici non merita di soffrire ulteriormente: soprattutto a causa dell’incuria altrui.

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Cronaca

Farmaci anti-Covid, il CNR scopre che la speranza arriva dalle cipolle

Uno studio italo-spagnolo rivela che la quercetina, una molecola di origine naturale che si trova nei vegetali, è in grado di inibire il virus. Questo però non significa abbandonare le ricerche sul vaccino

Mirko Ciminiello

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farmaci anti-covid: cipolle rosse e quercetina
Cipolle rosse, alimento ricco di quercetina

È a forti tinte italiane l’ultima, sensazionale scoperta relativa ai farmaci anti-Covid. Il CNR ha infatti annunciato di aver scoperto, in collaborazione con la spagnola Fundación hna, una molecola naturale capace di bloccare l’attività del coronavirus. Si chiama quercetina, e nello specifico inibisce la replicazione del patogeno – il meccanismo con cui il virus si riproduce. E, come doppia ciliegina sulla torta, attacca selettivamente il microscopico parassita, «ed è ottimamente tollerata dall’uomo».

I dati campeggiano in uno studio appena pubblicato sulla rivista International Journal of Biological Macromolecules, la cui prima autrice è Olga Abian, dell’Università di Saragozza. Alcuni dei ricercatori avevano già combattuto il microrganismo responsabile dell’epidemia di SARS del 2003, e hanno focalizzato la propria attenzione su un bersaglio specifico. Una proteina – più precisamente, un enzima – di nome 3CLpro o Mpro, altamente conservata in tutti i tipi di coronavirus – come, appunto, quello della SARS.

3CLpro è una proteasi, un tipo di enzima che scinde i legami interni a una proteina – un passaggio fondamentale per lo sviluppo del Covid-19. Quando infatti una cellula viene infettata, ciò che le viene fatto produrre è una sorta di precursore del virus, chiamato poliproteina. Questa subisce l’azione di 3CLpro, che la separa in proteine più piccole che verranno assemblate per formare la versione attiva del microrganismo. In sostanza, è come se l’enzima potasse i rami di un albero, utilizzando poi le fronde, come fossero i pezzi di un Lego, per dare vita al patogeno.

«Molti gruppi stanno lavorando su 3CLpro come possibile bersaglio farmacologico» ha spiegato la professoressa Abian. Aggiungendo che per questa proteina sono già note «molecole che fungono da inibitori», ma non sono «utilizzabili come farmaci a causa dei loro effetti collaterali».

Farmaci anti-Covid: la quercetina

È qui che entra in gioco la quercetina, una sostanza dotata di alcune caratteristiche «originali e interessanti». Si trova «in vegetali comuni come capperi, cipolla rossa e radicchio ed è nota per le sue proprietà anti-ossidanti, anti-infiammatorie, anti-allergiche, anti-proliferative». Questa la descrizione di Bruno Rizzuti, dell’Istituto di nanotecnologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Nanotec) di Cosenza.

Mediante simulazioni e test, gli studiosi hanno scoperto che questo composto «si lega esattamente nel sito attivo della proteina 3CLpro», con conseguenze letali per SARS-CoV-2.

Dal punto di vista del succitato precursore del virus, è come recarsi al proprio appartamento e trovarlo occupato – ma dai “poliziotti” dell’organismo. Sfrattato e senza risorse per sopravvivere autonomamente, il pre-coronavirus va quindi incontro al suo destino, che è quello che tutti noi auspichiamo.

En passant, è lo stesso meccanismo alla base dei farmaci antiretrovirali che hanno praticamente debellato il (retro)virus HIV responsabile dell’AIDS. «Malattia per la quale la mortalità è attualmente azzerata per chi ha accesso alle cure mediche», come non ha mancato di ricordare il CNR.

Inoltre, a differenza di altri possibili farmaci anti-Covid la quercetina è estremamente selettiva, un aspetto dirimente perché le proteasi si trovano anche nel corpo umano. Tuttavia, 3CLpro è sensibile a una particolare sequenza di amminoacidi che è molto comune nelle poliproteine e molto infrequente nelle proteasi umane.

In pratica, è come se questo enzima virale fosse dotato di una serratura pressoché unica, di cui solo il precursore del virus possiede la chiave. La quercetina, però, è il falsario in grado di farne una copia – ma a fin di bene. Ed essendo specializzata, prende di mira unicamente 3CLpro, evitando attacchi kamikaze agli omologhi umani della proteasi.

I farmaci anti-Covid e il vaccino

Naturalmente, lo sviluppo di farmaci anti-Covid non implica che si debba abbandonare la corsa verso il vaccino. Corsa che ha anche una valenza politica, tanto è vero che la Russia ha già tagliato il traguardo, seguita a breve distanza dalla Cina. Anche se, in entrambi i casi, l’Oms ha preferito – una volta tanto – esprimere cautela. Mosca ha chiamato il proprio vaccino Sputnik V, tanto per rievocare un periodo, quello della Guerra Fredda, di cui in effetti si sente proprio la nostalgia…

Lo spirito però è quello, e negli Stati Uniti è inasprito anche dalle imminenti Presidenziali di novembre. Così l’amministrazione Trump, attraverso l’istituto sanitario nazionale (Centers for Disease Control and Prevention), ha allertato i singoli Stati e cinque delle maggiori città americane. Chiedendo loro di prepararsi a distribuire il vaccino ai lavoratori a più alto rischio tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. In tempo, cioè, per le elezioni. Quale vaccino non è ancora dato saperlo, considerando che negli Usa ce ne sono tre giunti all’ultimo stadio della sperimentazione clinica.

Anche Israele, che già a maggio annunciava un farmaco basato sugli anticorpi di pazienti guariti, il mese prossimo avvierà la sperimentazione di un suo vaccino. E sulla stessa strada c’è anche l’India.

Per quanto riguarda l’Europa, in prima linea c’è ancora il Belpaese. Da un lato, con il candidato sviluppato dall’azienda biotech ReiThera di Castel Romano, in fase (la prima) di somministrazione ai volontari sani. Dall’altro, col vaccino messo a punto dall’Università di Oxford assieme al colosso farmaceutico britannico AstraZeneca, le cui dosi sono prodotte dalla società IRBM di Pomezia.

Il sollievo di Speranza

«I farmaci saranno comunque necessari per le persone già infette e per chi non può essere sottoposto a vaccinazione» ha assicurato Adrian Velazquez-Campoy, dell’Università di Saragozza. Dev’essere stato un sollievo per il titolare della Salute Roberto Speranza, che aveva appena dichiarato che «stiamo investendo molto sul vaccino». Spingendosi perfino a ipotizzare che «potremo avere le prime dosi già entro la fine dell’anno».

Tempismo perfetto, quello del Ministro nomen omen, cui però dobbiamo concedere una scusante. Chi l’avrebbe mai detto, infatti, che tra tutti i farmaci anti-Covid la salvezza sarebbe potuta venire da una molecola del cappero?

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Cronaca

San Lorenzo, torna la meraviglia delle stelle cadenti cantate da Pascoli

Lo sciame meteorico raggiungerà il suo picco il 12 agosto, e intanto il cosmo continua a sorprendere: un team giapponese teorizza infatti l’esistenza dei “blanets”, pianeti che si formerebbero attorno ai buchi neri

Mirko Ciminiello

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mappa per vedere le perseidi o lacrime di san lorenzo
Mappa celeste per vedere le Perseidi

San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla.

Si apre così la poesia X agosto, composta da Giovanni Pascoli per ricordare la morte del padre Ruggero, assassinato proprio il 10 agosto del 1867. Il componimento lega il tragico evento a quella che è universalmente nota come la “notte delle stelle cadenti”. Nome romantico che trae origine dallo sciame meteorico che incrocia in questi giorni la traiettoria della Terra, raggiungendo il suo picco il 12 agosto.

Gli astronomi le chiamano ”Perseidi”, denominazione che deriva dallo spicchio di cielo da cui sembrano provenire tutte le scie luminose – la costellazione di Perseo. Prosaicamente, si tratta di particelle rilasciate dalla cometa Swift-Tuttle nel suo ultimo passaggio vicino al Sole, datato 1992.

Nella tradizione, invece, sono note come Lacrime di San Lorenzo. Definizione poetica che rievoca i carboni ardenti su cui l’arcidiacono venne martirizzato nel 258, a 33 anni, durante la persecuzione scatenata dall’Imperatore romano Valeriano.

La pioggia meteoritica non è peraltro l’unico fenomeno astronomico che fa bella mostra di sé in questo periodo. In cui è visibile anche Giove, accompagnato dal gemello Saturno, e in cui dà spettacolo il cosiddetto “triangolo estivo”. Una particolare formazione stellare costituita da Vega, nella costellazione della Lira; Deneb, nella costellazione del Cigno; e Altair, nella costellazione dell’Aquila. Perché lo spazio non smette veramente mai di sorprendere.

Lo spazio non smette mai di sorprendere

A tal proposito, è notizia recentissima che alcuni ricercatori giapponesi hanno teorizzato l’esistenza di una nuova classe di corpi celesti, finora mai osservati. Si tratta di ipotetici pianeti che si formerebbero nei pressi dei buchi neri, restando poi in orbita attorno a questi voracissimi colossi. A debita distanza, beninteso.

Gli studiosi li hanno battezzati blanets, che sta per black hole planets. In italiano, questo termine andrebbe tradotto, letteralmente, come bianeti. Ed è in modo simile ai pianeti veri e propri che questi oggetti prenderebbero vita.

L’idea, infatti, è che si formino a partire dal cosiddetto disco di accrescimento, l’insieme di polveri e gas che vorticano intorno al buco nero. È probabile che questo materiale resti in orbita – ruotando in maniera estremamente rapida – per un lunghissimo arco temporale, forse anche miliardi di anni. È quindi verosimile che i piccoli granuli inizino a interagire e a ingrandirsi, finché la forza di gravità non riesce a prendere il sopravvento.

In questo modo, in pochi milioni di anni si potrebbero formare blanets di grandezza paragonabile a quella della Terra, purché si trovino oltre la cosiddetta snowline (o frost line). Il “limite della neve”, ovvero la distanza oltre la quale la temperatura è talmente bassa da far solidificare anche composti volatili come metano e ammoniaca.

Il team nipponico ritiene comunque che quanto più un blanet è lontano dal buco nero, tanto più dovrebbe crescere. Secondo i calcoli, a circa 13 anni luce di distanza dal black hole questi corpi celesti potrebbero raggiungere dimensioni variabili tra 20 e 3.000 masse terrestri.

Intanto c’è la notte di San Lorenzo

I blanets non sono le uniche possibili bizzarrie provenienti dalle profondità del cosmo. La congerie di questi teorici abitanti comprende anche le moonmoons (lune di lune); e i ploonets (pianeti nati come lune di grandi esopianeti e poi “andati via di casa”).

Si tratta però, come detto, di oggetti che al momento sono puramente immaginari. Meglio allora volgere gli occhi verso il firmamento e godersi uno spettacolo reale come il pianto di stelle cantato da Pascoli. Uno spettacolo che si rinnova ogni anno, sempre antico e sempre nuovo, senza cessare di affascinare quanti aspettano col naso all’insù, e un desiderio nel cuore.

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Cronaca

Zone rosse nella Bergamasca, la toppa di Conte è peggiore del buco

Il Premier, colto in fallo sul verbale del Cts riunito su Alzano e Nembro, corregge il tiro e dice di aver ricevuto gli atti dopo 48 ore. Ma è ancora la sua intervista del 2 aprile a suscitare dubbi, per esempio sulla tempistica

Mirko Ciminiello

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vaccino anti covid-19: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

L’affaire della mancata creazione delle zone rosse nella Bergamasca rischia sempre più di diventare una bomba pronta a deflagrare. Soprattutto dopo il tentativo del bi-Premier Giuseppe Conte di spiegare le incongruenze tra la sua deposizione di fronte ai magistrati orobici e una sua precedente intervista. Tentativo che non solo non ha fatto chiarezza, ma ha anche suscitato nuove domande.

Riavvolgendo il nastro, la vexata quaestio nasce lo scorso 3 marzo. Data in cui il Comitato tecnico scientifico aveva discusso le misure da adottare nei Comuni di Alzano e Nembro contro l’impennata dei contagi da Covid-19.

Lo stralcio del verbale relativo a quella riunione ha evidenziato come il Cts avesse effettivamente suggerito di istituire le due zone rosse nella Bergamasca. Su questo punto si è incentrata la polemica politica, con il leader leghista Matteo Salvini che ha sferrato un attacco durissimo contro l’esecutivo rosso-giallo.

«Hanno desecretato il verbale della riunione del Comitato tecnico scientifico che aveva detto di chiudere la Val Seriana e di non chiudere il resto d’Italia. Cos’ha fatto il Governo? Non ha sigillato le zone rosse, ma ha sigillato il resto d’Italia. Se fosse così dovrebbero essere arrestati», ha tuonato il Capitano durante un comizio.

C’è però un aspetto che a noi sembra infinitamente più grave della diatriba sul primato della politica sugli esperti. Che potevano consigliare, non condizionare l’esecutivo, cui solo spetta la responsabilità della decisione – indipendentemente dal giudizio di merito sulla decisione stessa.

Lo scorso 12 giugno, Giuseppi è stato ascoltato dai Pm che indagano proprio sulla mancata creazione delle zone rosse nella Bergamasca. E, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, avrebbe sostenuto di fronte agli inquirenti di non aver mai ricevuto gli atti.

Le incongruenze di Conte riguardo alle zone rosse nella Bergamasca

«Quel documento non mi è mai arrivato», le parole di Giuseppe 1. Smentite però da quanto Giuseppe 2 aveva dichiarato lo scorso 2 aprile. «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro». Così il Signor Frattanto in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.

A questo punto il leguleio volturarese ha cambiato versione, asserendo di essere venuto in possesso degli atti dopo 48 ore. «Per quanto riguarda il verbale del 3 marzo, ne sono venuto a conoscenza il 5. Non riferisco quel che ho detto ai Pm perché ho il vincolo del segreto istruttorio».

Già c’è una certa discrepanza tra “mai” e “dopo 48 ore”, ma questo è il meno. Ben più degno di nota è il fatto che, nella stessa intervista del 2 aprile, il Capo del Governo lasciava intendere ben altro. «Chiedo così agli esperti di formulare un parere più articolato: mi arriva la sera del 5 marzo e conferma l’opportunità di una cintura rossa per Alzano e Nembro».

Questo è il passaggio successivo alla precedente citazione, che il fu Avvocato del popolo ha cercato poi di circostanziare ulteriormente. «Abbiamo chiesto un approfondimento, lo chiede Speranza a Brusaferro che la sera del 5 elabora un parere che manda a notte inoltrata».

3 marzo, 5 marzo, sera, notte. Sembra un po’ un arrampicarsi sugli specchi, anche a livello di tempistica, che continua a destare più di una perplessità. La toppa, cioè, sembra peggiore del buco, e di “buchi” in questa vicenda ce ne sono già anche troppi. Anche se sarebbe paradossale, tanto dal punto di vista giuridico che etimologico, che proprio Conte non ce la conti giusta… Vero, signor Presidente?

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