Neonazismo online, 17 perquisizioni in tutta Italia: 14 indagati sono minorenni

Le perquisizioni sono state eseguite il 24 settembre 2026 in diverse province italiane nell’ambito di un’attività coordinata dalle Procure della Repubblica di Roma, dalla Procura per i Minorenni della Capitale e dalla Procura di Venezia
Di Luigi Sette
Neonazismo
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Un’indagine partita dal monitoraggio delle piattaforme social e arrivata nelle abitazioni di 17 persone, 14 delle quali minorenni. Al centro dell’operazione condotta da Carabinieri del Ros e Polizia di Stato ci sono due gruppi online nei quali, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbero circolati contenuti neonazisti e suprematisti, messaggi antisemiti e razzisti, video di attentatori, oltre a materiale riguardante armi e ordigni artigianali.

Le perquisizioni sono state eseguite il 24 settembre 2026 in diverse province italiane nell’ambito di un’attività coordinata dalle Procure della Repubblica di Roma, dalla Procura per i Minorenni della Capitale e dalla Procura di Venezia.

Il dato che emerge con maggiore evidenza è proprio l’età degli indagati: su 17 persone sottoposte a perquisizione, soltanto tre sono maggiorenni. Un elemento che porta l’attenzione sul rapporto tra giovanissimi, social network e ambienti digitali nei quali ideologie estremiste possono essere diffuse attraverso video, immagini, chat private, giochi online e materiali facilmente condivisibili.

Le indagini di Ros e Digos sui gruppi social

L’attività investigativa è stata sviluppata dal Ros dei Carabinieri e dalla Digos, partendo dal monitoraggio online di ambienti ricondotti all’area accelerazionista, suprematista e neonazista presente su diversi social media.

L’operazione ha coinvolto i Comandi provinciali dei Carabinieri di Roma, Como, Catanzaro, Bologna, Milano, Reggio Emilia, Benevento, Genova, Udine, Palermo e Trento. Sul fronte della Polizia di Stato sono intervenuti gli agenti della Digos della Questura di Verona, coordinati dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, con il supporto delle Digos di Napoli, Benevento, Brescia e Trento.

Gli accertamenti avrebbero consentito agli investigatori di individuare gli indagati come partecipanti a due distinti gruppi social nei quali sarebbero stati riproposti manifesti e documenti riconducibili ad alcuni dei principali autori di attentati suprematisti compiuti negli ultimi anni.

Tra il materiale individuato figurerebbero anche video di terroristi e autori di stragi, compresi quelli relativi a Brenton Tarrant, responsabile degli attentati del 2019 contro due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda.

Secondo quanto contestato dagli inquirenti, quei contenuti sarebbero stati accompagnati dall’esaltazione delle azioni violente e da messaggi fondati su razzismo, antisemitismo, discriminazione di genere e ideologia neonazista.

Hitler, SS, razzismo e antisemitismo nelle chat

Nelle comunità digitali finite sotto osservazione sarebbe stata inoltre esaltata la figura di Adolf Hitler insieme alle SS, al fascismo e ad alcuni dei principali simboli del suprematismo bianco.

Un’attività che non si sarebbe limitata alla pubblicazione di immagini o slogan. Gli investigatori riferiscono anche di sessioni di gaming online nelle quali venivano virtualmente riprodotte scene di violenza e uccisioni ai danni di appartenenti a minoranze etniche.

Più delicato ancora è il capitolo riguardante la diffusione di materiale destinato, secondo l’ipotesi investigativa, a fornire informazioni pratiche su armi ed esplosivi. In alcuni casi sarebbero circolate istruzioni per la fabbricazione di ordigni artigianali e indicazioni sul loro utilizzo, così come contenuti riguardanti l’addestramento e il maneggio di armi bianche e armi da fuoco.

Sono circostanze che hanno portato le autorità giudiziarie a ipotizzare, a vario titolo, reati che comprendono l’istigazione a delinquere, la propaganda e l’istigazione fondate sulla discriminazione razziale, etnica o religiosa e fattispecie previste dalla normativa antiterrorismo.

La “Chat del Nuovo Ordine Europeo”

Una parte dell’inchiesta riguarda il gruppo social privato denominato “Chat del Nuovo Ordine Europeo”.

Secondo quanto ricostruito durante le indagini, alcuni degli indagati avrebbero partecipato attivamente alla comunità digitale condividendo video, fotografie e documenti riconducibili alla propaganda nazista e al suprematismo bianco.

Nella chat sarebbero comparsi anche contenuti di incitamento all’odio contro gli ebrei e di negazione dell’Olocausto. Accanto alla propaganda ideologica venivano inoltre condivisi manifesti pubblicati da autori di attentati suprematisti e manuali relativi alla fabbricazione di ordigni esplosivi artigianali.

Un intreccio tra propaganda, celebrazione della violenza e diffusione di materiale operativo che rappresenta uno degli aspetti centrali dell’attività investigativa.

Il “Fronte Fascista Italiano” e i messaggi contro le minoranze

Un secondo filone riguarda invece il gruppo social denominato F.F.I., Fronte Fascista Italiano.

Anche in questo caso, secondo le contestazioni, all’interno della comunità virtuale sarebbero stati condivisi messaggi razzisti e contenuti di incitamento all’odio nei confronti di ebrei, persone nere e omosessuali, insieme a materiale negazionista sull’Olocausto.

Gli investigatori avrebbero inoltre riscontrato la circolazione di video raffiguranti esecuzioni sommarie e massacri contro minoranze etniche, oltre a propaganda riconducibile al gruppo suprematista “The Base”.

Nelle chat sarebbero stati diffusi anche manuali di autoaddestramento e documenti riguardanti tecniche per la realizzazione di azioni dirette.

Sequestrati device, armi bianche e simboli nazisti

Le 17 perquisizioni personali, locali e informatiche hanno portato al sequestro di armi bianche, vessilli, oggetti con simbologia nazista e numerosi dispositivi elettronici ritenuti utilizzati per la diffusione dei contenuti oggetto dell’inchiesta.

Proprio computer, smartphone e altri supporti digitali potranno adesso essere sottoposti agli approfondimenti investigativi necessari per ricostruire collegamenti, conversazioni, materiale condiviso e ruolo dei singoli partecipanti alle comunità online.

Resta particolarmente significativo il coinvolgimento di 14 minorenni, un dato che sposta una parte dell’attenzione investigativa sul modo in cui determinati ambienti digitali riescano a raggiungere ragazzi molto giovani e a creare comunità nelle quali propaganda ideologica, immagini violente e materiali estremisti possono circolare con grande rapidità.

L’inchiesta si trova comunque nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate dovranno quindi essere verificate nel successivo percorso giudiziario e tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

 
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