Frosinone, il medico gettonista da 35mila euro riaccende il caso nazionale della sanità a chiamata

Accade nella sanità pubblica del Lazio, in provincia di Frosinone, dove il caso di un medico gettonista ultrasettantenne con partita Iva è diventato in poche ore una questione politica e nazionale
Di Simone Fabi
Pronto Soccorso
Pronto Soccorso

C’è un dato che più di ogni altro racconta la fragilità del sistema: 442 ore lavorate in un mese, circa 36 turni da 12 ore e un compenso lordo superiore ai 35mila euro. Accade nella sanità pubblica del Lazio, in provincia di Frosinone, dove il caso di un medico gettonista ultrasettantenne con partita Iva è diventato in poche ore una questione politica e nazionale.

Non solo per l’entità della cifra, ma per ciò che rappresenta: la difficoltà crescente del Servizio sanitario di coprire i reparti più esposti, in particolare il pronto soccorso, senza ricorrere a formule emergenziali che finiscono per costare molto e dividere il mondo medico.

La vicenda è stata rilanciata da Il Fatto Quotidiano ed è stata poi ripresa da ANSA e RaiNews, mentre la Asl di Frosinone ha diffuso una precisazione ufficiale per spiegare le ragioni del ricorso a questa soluzione.

Il caso Frosinone e i numeri che fanno discutere in tutta Italia

A rendere il caso così sensibile non è soltanto il compenso, ma il raffronto immediato con gli stipendi dei medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Secondo i dati citati nel dibattito pubblico e ripresi da RaiNews, un dirigente medico neoassunto percepisce mediamente meno di 3mila euro netti al mese, mentre i professionisti con maggiore anzianità si attestano intorno ai 4mila euro netti.

È su questo squilibrio che si è concentrata la polemica: in un solo mese, il medico gettonista di Frosinone avrebbe incassato una cifra che, nel confronto politico e mediatico, equivale a molti mesi di retribuzione di un collega strutturato.

RaiNews ricorda però anche un elemento essenziale per leggere correttamente il dato: il compenso del gettonista è lordo, mentre gli stipendi dei dipendenti vengono spesso citati al netto, e questo rende meno lineare il paragone.

Il punto, però, resta intatto nella sua sostanza. Il ricorso ai cosiddetti medici a gettone continua a essere usato da diverse aziende sanitarie per garantire la continuità dei servizi nei reparti più in sofferenza, soprattutto nell’emergenza-urgenza. Quando questo avviene con volumi di ore così elevati e con cifre che diventano notizia nazionale, il tema smette di essere locale e diventa una questione di tenuta del modello pubblico.

Il caso Frosinone, infatti, non viene letto solo come un episodio isolato, ma come il sintomo di una carenza strutturale di personale che costringe le aziende sanitarie a scegliere soluzioni esterne, più costose e meno stabili, pur di non lasciare scoperti i turni.

La polemica politica nel Lazio e le verifiche chieste da D’Amato

La reazione più netta è arrivata dal consigliere regionale di Azione Alessio D’Amato, che ha annunciato un’interrogazione urgente al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Secondo quanto riferito da ANSA, D’Amato ha chiesto come sia possibile continuare a ricorrere ai medici gettonisti nonostante le indicazioni nazionali volte a limitarne l’uso e ha posto l’accento sull’età del professionista e sulla quantità di turni coperti in un solo mese. Nella sua presa di posizione ha parlato della necessità di fare chiarezza immediata su una situazione che, a suo giudizio, impone una risposta politica e amministrativa.

Lo stesso D’Amato ha inoltre annunciato un esposto all’Ispettorato del lavoro e ai carabinieri del Nas per verificare se siano state rispettate le normative nazionali ed europee sul lavoro e se l’organizzazione dei turni possa garantire pienamente la sicurezza dei pazienti. Questo passaggio sposta la vicenda su un piano ulteriore: non più soltanto il costo del ricorso ai professionisti esterni, ma anche il tema dei limiti organizzativi, dei tempi di riposo e della qualità dell’assistenza nei contesti ad alta intensità come i pronto soccorso.

RaiNews riferisce che il dibattito si è esteso anche al mondo medico, dove non sono mancate osservazioni pubbliche sulla necessità di regole più chiare sugli orari di lavoro.

La risposta della Asl di Frosinone e il nodo dei concorsi andati deserti

Di fronte alla polemica, la Direzione strategica della Asl di Frosinone ha diffuso una nota di chiarimento. La cifra contestata, ha spiegato l’Azienda, è un valore lordo stipendiale coerente con le tariffe previste per il lavoro svolto e riferito a un periodo particolarmente complesso, caratterizzato da assenze del personale medico, picco influenzale e slittamento dell’avvio della gara d’appalto per i servizi di emergenza-urgenza, inizialmente prevista dal 1° gennaio 2026. La Asl sostiene che le misure adottate siano state indispensabili per coprire tutti i turni mensili e assicurare continuità ai servizi di emergenza-urgenza sull’intero territorio provinciale.

C’è poi un dato che merita attenzione e che spiega più di molte polemiche lo stato reale del sistema. La Asl ha ricordato che, nonostante l’attivazione di una procedura concorsuale per reclutare 20 medici di pronto soccorso, non è arrivata alcuna candidatura.

È forse questo l’elemento più allarmante della vicenda, perché mostra la distanza sempre più ampia fra il fabbisogno del servizio pubblico e la disponibilità dei medici a scegliere un reparto storicamente usurante, esposto a pressione clinica, carichi di lavoro elevati e forte responsabilità professionale. In questo quadro, il ricorso ai gettonisti appare meno come un’anomalia improvvisa e più come il segno di un’emergenza che si trascina da tempo.

I medici a gettone e le linee guida nazionali che puntano a limitarne l’uso

Il caso di Frosinone si inserisce in un contesto nazionale nel quale il Ministero della Salute ha già dettato linee guida per disciplinare l’affidamento a terzi di servizi medici e infermieristici in situazioni di necessità e urgenza, proprio per fronteggiare la grave carenza di organico del personale sanitario. Il decreto del 17 giugno 2024, richiamato anche da Anaao, definisce specifiche tecniche, prezzi di riferimento e standard di qualità per questi affidamenti, con l’obiettivo di contenere un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni molto ampie in varie regioni italiane.

La presenza di regole nazionali, però, non ha risolto il problema alla radice. Finché i concorsi restano poco attrattivi, soprattutto nella medicina d’urgenza, e finché i reparti continuano a soffrire vuoti di organico, il sistema tende comunque a usare gli strumenti disponibili per garantire il servizio. È qui che il caso Frosinone diventa emblematico: dimostra che limitare i gettonisti per decreto non basta, se non si affrontano insieme retribuzioni, condizioni di lavoro, organizzazione dei pronto soccorso e capacità di rendere di nuovo desiderabile una carriera ospedaliera nei reparti più difficili. Questa è la vera dimensione nazionale della vicenda.

Dal Lazio al resto d’Italia, la questione è la tenuta del servizio pubblico

La Asl di Frosinone ha fatto sapere che la piena operatività della gara d’appalto per i servizi di emergenza-urgenza è entrata in vigore dal 15 febbraio 2026, con l’obiettivo di garantire un modello organizzativo più stabile ed efficiente per i quattro pronto soccorso della provincia. È un passaggio importante, ma non basta a chiudere il dibattito. La domanda che resta aperta è se il caso emerso a gennaio sia stato davvero un picco straordinario oppure il segnale di un equilibrio ormai troppo fragile.

Per un quotidiano nazionale, il punto centrale è proprio questo. Il “caso del medico da 35mila euro” non riguarda soltanto Frosinone e non si esaurisce in una polemica sui compensi. Racconta il cortocircuito di una sanità che, pur di non fermarsi, finisce spesso per spendere di più e organizzarsi peggio.

Da un lato c’è il dovere di garantire ai cittadini pronto soccorso aperti e operativi; dall’altro c’è un sistema che fatica ad assumere, non trova candidati, si affida a professionisti esterni e alimenta una frattura sempre più evidente con il personale dipendente. Fino a quando questo nodo non sarà affrontato in modo strutturale, ogni nuovo episodio simile continuerà a trasformarsi in un caso politico, mediatico e simbolico della fatica del Servizio sanitario nazionale.

 
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Cronaca

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