Rovigo, la Biennale d’Arte si è chiusa con una certezza: la città può contare di più nella cultura contemporanea

Conclusa la 2ª Biennale Nazionale d’Arte a Rovigo: dal 10 al 19 aprile 2026 la Pescheria Nuova ha accolto 84 artisti da 13 regioni
Di Marco Bordon
Rovigo, Biennale d'Arte

Dal 10 al 19 aprile scorsi la Pescheria Nuova ha ospitato la 2ª Biennale Nazionale d’Arte, nata dall’intuizione di Giancarlo Gulmini. Marco Bettocchi ha vinto con Madrigale, ma il risultato più importante riguarda il ruolo culturale che Rovigo ha saputo mostrare al pubblico.

C’è un momento preciso in cui una città smette di essere semplice contenitore di eventi e diventa essa stessa visione. Per Rovigo, quel momento si è materializzato nei dieci giorni della 2ª Biennale Nazionale d’Arte, conclusa il 19 aprile 2026 dopo aver trasformato la Pescheria Nuova in uno spazio vivo, frequentato, capace di sorprendere anche chi conosce bene la città. Nelle navate dell’edificio, il brusio dei visitatori e la densità cromatica delle opere esposte hanno generato un’atmosfera sospesa, al punto che uno dei commenti più ricorrenti tra i presenti è sembrato quasi un sussulto di stupore: “Non sembra nemmeno di essere a Rovigo”.

Biennale d’Arte a Rovigo, dieci giorni che hanno cambiato la percezione della città

La 2ª Biennale Nazionale d’Arte non è stata soltanto una mostra. Dal 10 al 19 aprile 2026 ha rappresentato un passaggio simbolico per Rovigo, perché ha portato nel cuore urbano un’idea più ambiziosa di cultura: non solo esposizione, non solo calendario di appuntamenti, ma occasione per ripensare il rapporto fra città, artisti e pubblico.

Il successo della rassegna affonda le radici in una scommessa nata nell’aprile del 2024. All’epoca, Giancarlo Gulmini ebbe l’intuizione di organizzare una prima iniziativa a carattere comunale. Doveva essere una vetrina dedicata ai talenti locali, ma accadde qualcosa di inatteso: artisti e appassionati arrivarono da molte zone d’Italia. Quel segnale non è passato inosservato.

In questi due anni Gulmini, artista rodigino generoso e instancabile, ha lavorato dietro le quinte per alzare l’asticella. La dedizione e le capacità dimostrate hanno trasformato un’idea locale in una manifestazione di rilievo nazionale, capace di portare pittura e scultura a livelli qualitativi sempre più alti. La missione è stata chiara fin dall’inizio: dimostrare che Rovigo non ha nulla da invidiare ai grandi centri della cultura contemporanea.

Pescheria Nuova protagonista, il gesto della sindaca e l’omaggio a Fontana

A suggellare questa crescita è stato l’appoggio convinto dell’amministrazione comunale. La sindaca Valeria Cittadin ha dimostrato una sensibilità particolare nel cogliere la valenza simbolica dell’evento. Non si è limitata al tradizionale taglio del nastro: ha voluto rendere omaggio alla storia dell’arte del Novecento procedendo al “taglio della tela”, richiamando la lezione rivoluzionaria di Lucio Fontana.

Un gesto dal forte valore scenico e culturale, che ha segnato l’apertura della Biennale e ha dato subito alla manifestazione un tono diverso. In quel momento l’esposizione non è apparsa soltanto come una rassegna artistica, ma come una dichiarazione di identità: Rovigo può parlare il linguaggio dell’arte contemporanea con autorevolezza, personalità e ambizione.

Rovigo oltre Palazzo Roverella: una cultura che nasce dal territorio

Uno degli aspetti più significativi di questa Biennale riguarda la sua capacità di affiancarsi alle grandi mostre internazionali di Palazzo Roverella senza imitarne il modello. Spesso si commette l’errore di pensare che la cultura di una città sia fatta solo dai grandi nomi del passato o dai percorsi espositivi portati dalle fondazioni. Questa mostra ha ribadito invece che Rovigo possiede un’anima artistica autonoma e viva.

La Rovigo culturale è fatta anche, e soprattutto, dagli artisti che abitano il territorio, che lavorano con il colore, la materia, il gesso, la forma. È una cultura che nasce dal basso, capace di creare un dialogo fra la storia custodita nei musei e il fermento del presente. In questo senso, la Biennale ha agito come un ponte: da una parte la memoria, dall’altra la produzione artistica contemporanea, concreta, visibile, partecipata.

Arte contemporanea in mostra: numeri, giuria e vincitori della Biennale

Il prestigio della rassegna è confermato dai numeri: 84 artisti provenienti da 13 regioni e 32 province, con presenze internazionali che hanno visto la partecipazione di un artista polacco e di un artista indiano, quest’ultimo con un percorso di studi a Parigi. Una geografia ampia, che ha restituito alla manifestazione un respiro nazionale e, allo stesso tempo, una proiezione oltre i confini italiani.

La qualità della selezione è stata garantita da una giuria di alto profilo, composta da figure del mondo accademico, artistico e tecnico: gli scultori e pittori Giacomo Ditano e Giorgio Longhin, il professor Antonio Brangi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, il professor Loris Rossi dell’Accademia di Bologna e l’architetto Enrico Bonvento.

Il verdetto ha visto trionfare Marco Bettocchi con l’opera Madrigale. Al secondo posto Alessandro Pretto con Aldilà del muro, seguito dal polacco Przemyslaw Kalenshi con Ragazza. Quarto classificato Loris Marchioro con Ultime luci, quinto posto per Ginetta Pradella con L’ultimo bacio, mentre il sesto posto è stato assegnato ex aequo a Giancarlo Ballo e Luigi Milani. Segnalazioni di merito sono andate a Claudio Nicoli, Piergiorgio Dessì, Ermanno Fenzi, Fabio Frabetti, Massimo Lodi e Christian Bergantin.

La nuova eredità culturale del Polesine dopo la Biennale

La 2ª Biennale Nazionale d’Arte non si è chiusa soltanto con una lista di nomi e riconoscimenti. Ha lasciato un’eredità più profonda: la consapevolezza che Rovigo può candidarsi a centro gravitazionale dell’arte contemporanea, valorizzando il talento locale e attirando energie creative da tutto il Paese.

La grande affluenza di pubblico non rappresenta solo un successo numerico. È la prova che i cittadini hanno bisogno di visione, bellezza, occasioni di incontro e luoghi capaci di rimettere in movimento l’immaginazione collettiva. Grazie al lavoro di Giancarlo Gulmini, Rovigo ha riscoperto la propria capacità di guardare lontano, dimostrando che l’arte non è un lusso distante, ma una presenza viva che può abitare le piazze, i luoghi storici e la vita quotidiana di una città.

La Biennale offre al Polesine lo specchio di una città che non si limita a ospitare cultura, ma prova a produrla, interpretarla e restituirla al pubblico come parte della propria identità.

 
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Cultura

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