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Politica

Usa, la richiesta di impeachment per Trump e i paraocchi dei Democratici

Il partito dell’Asinello non riesce a scendere a patti con la sconfitta: ma, finché scaricherà su altri le colpe della propria inadeguatezza, non avrà speranze

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://timesofindia.indiatimes.com/world/us/us-house-heads-towards-trump-impeachment/articleshow/71299507.cms

In un modo o nell’altro, gli Stati Uniti restano sempre il centro del mondo – e il fulcro dell’attenzione mediatica. Lo sono stati in occasione del vertice Onu sul clima – con tanto di sciopero globale della gioventù al grido “Gretini di tutto il mondo, unitevi!”

Ma a volte capita anche che i riflettori si accendano per questioni più serie: o meglio, che sarebbero più serie, se solo avessero un qualche fondamento. Come l’avvio dell’inchiesta per l’impeachment del Presidente Donald Trump. Si tratta di un meccanismo, prevista dalla Costituzione americana, volto al rinvio a giudizio del titolare di un incarico governativo, ed eventualmente alla sua rimozione dalla propria funzione.

Nel caso del tycoon, il casus belli è rappresentato dall’ammissione dello stesso Trump di aver parlato, durante una telefonata con il Presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, del possibile candidato democratico alla Casa Bianca Joe Biden. Secondo la narrazione del Partito dell’Asinello, The Donald avrebbe preteso dal suo omologo la riapertura di un’inchiesta giudiziaria contro Hunter Biden, figlio del suo rivale ed ex membro del board della principale azienda produttrice di gas in Ucraina. In caso contrario, il Presidente Usa sarebbe arrivato a minacciare la sospensione di una fornitura economica al Governo di Kiev.

«Nessuno è al di sopra della legge» ha tuonato la speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, annunciando l’apertura del procedimento. Trump ha reagito a suo modo, liquidando il tutto come l’ennesima caccia alle streghe: e, soprattutto, autorizzando «la pubblicazione della trascrizione completa, declassificata e non censurata» della sua telefonata con Zelens’kyj. Da cui è emerso, as usual, il nulla.

Nessun ricatto, nessun complotto internazionale, nessuna trama oscura contro gli avversari politici. La pietra dello scandalo sarebbe un passaggio in cui the Donald riferisce al Presidente ucraino che Biden (Joe) continua a vantarsi di aver bloccato, quando era vicepresidente, il locale procuratore che stava indagando sul figlio: e gli chiede di approfondire una vicenda che dice di trovare orribile.

Forse, dopotutto, non erano ingiustificati i timori atavici della stessa Pelosi che, durante la farsa del Russiagate, si era sempre opposta all’impeachment, considerandolo pericoloso e controproducente. In effetti, nella storia americana a questo istituto giuridico si è fatto ricorso col contagocce. In tutto sono stati solamente due i casi che hanno riguardato un Presidente degli Stati Uniti: Andrew Johnson nel 1868, e Bill Clinton nel 1998 (mentre Richard Nixon, nel 1973, si dimise prima dell’avvio formale della procedura). Nessuno dei due venne destituito e, salvo enormi sorprese, non lo sarà neppure Trump.

Di fatto, la Camera (controllata dal Partito Democratico) potrebbe forse approvare l’incriminazione del tycoon – per cui comunque è necessaria la maggioranza assoluta: ma a quel punto entrerebbe in gioco il Senato, dove prevalgono i Repubblicani e dove, comunque, per far decadere il Presidente servirebbe il voto favorevole dei due terzi dell’Aula.

Freddo regolamento a parte, resta una considerazione di fondo: il fatto che i Democratici siano così ossessionati dalla sconfitta da non riuscire a venirvi a patti. La propria protervia è tale da non considerare neppure l’idea che gli elettori possano averli puniti per l’inefficacia delle loro politiche, o perché il messia Obama è stato semplicemente il peggior Presidente di tutti i tempi. Una visione coi paraocchi da cui discende la necessità di un “intervento esterno” che giustifichi la débâcle elettorale – anche se solido come rugiada al mattino.

E, dunque, nessuna autocritica, nessun cambio di rotta. Basta trovare un capro espiatorio, magari che si esprima in cirillico, e il gioco è fatto. Ma è un gioco sottile e, per i dem, assai rischioso. Perché alla fine della fiera saranno i cittadini a decidere. E, se l’alternativa è il nulla cosmico, la rielezione di Trump si fa sempre più vicina.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Presidenziali Usa, se spunta una strana sensazione di déjà-vu…

A pochi giorni dall’Election Day sembra di essere tornati nel 2016, con il candidato dem Biden strafavorito e lo spauracchio degli hacker russi. E, soprattutto, i voti veri che paiono raccontare una storia diversa da quella dei media

Mirko Ciminiello

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presidenziali usa: casa bianca
La Casa Bianca

A pochi giorni dalle Presidenziali Usa, previste per martedì 3 novembre, si ha una strana sensazione di déjà-vu. A partire dall’esito plebiscitario preconizzato dai sondaggi e propagandato dai media. Per i quali, proprio come quattro anni fa, potrebbe finire con un salutare bagno di realtà.

Il focus sulle Presidenziali Usa

«A che serve il nostro lavoro di giornalisti se poi la gente vota diversamente?» Così, come forse si ricorderà, la giornalista Giovanna Botteri sbottò nel 2016, all’indomani dell’affermazione a sorpresa del repubblicano Donald Trump.

Evitando di infierire a livello di deontologia professionale, l’aspetto interessante era la discrepanza tra la narrazione mediatica e l’umore del Paese reale. Quattro anni fa, com’è arcinoto, tutte le rilevazioni accreditavano unanimemente del successo la candidata dem Hillary Clinton. Che alla fine aveva ricevuto circa tre milioni di voti in più rispetto al tycoon, il quale però aveva comunque espugnato la Casa Bianca.

Scherzi del particolare sistema elettorale yankee, che si fonda sui singoli Stati federali un po’ come il Senato italiano viene eletto su base regionale. In pratica, ogni singolo Stato assegna, in proporzione al numero di abitanti, una quantità di “grandi elettori”, i quali vanno a comporre il “Collegio Elettorale”. È quest’ultimo a nominare il Presidente, perciò è qui che occorre avere la maggioranza (pari a 270 delegati). Per fare un riferimento pratico, nel 2016 The Donald trionfò con 304 grandi elettori contro 227.

Questo perché nelle Presidenziali Usa tutti i delegati di uno Stato vengono assegnati al vincitore, indipendentemente dal margine. È perciò possibile uno scenario in cui un candidato prevale in assoluto, magari perché ha conquistato alcuni grandi Stati con un largo vantaggio. Tuttavia, se il competitor la spunta in molti Stati poco popolosi, anche con uno scarto minimo, può conquistare il 1660 di Pennsylvania Avenue. Un po’ come accade nel tennis, dove è possibile perdere un incontro pur facendo più punti dell’avversario.

Come nel 2016

Non stupisce quindi che, proprio come la Clinton un quadriennio fa, l’ex Presidente Barack Obama abbia messo in guardia gli elettori contro l’idolatria delle rilevazioni. Le quali danno (di nuovo) in netto vantaggio il candidato dem Joe Biden, ignorando che la vittoria si gioca su pochi Stati. I cosiddetti battleground o swing States, gli Stati chiave.

Non è nemmeno l’unico dettaglio che fa quasi pensare che il tempo si sia fermato al 2016. Per esempio, a scanso di equivoci sono rispuntati pure gli hacker russi. Che ora sono preventivamente agitati come spauracchio, mentre allora funsero da risibile alibi per l’inattesa débâcle.

Se il partito dell’Asinello avesse perso meno tempo dietro a fantasmi e mulini a vento, e avesse fatto maggiore autocritica, ne avrebbe certamente tratto giovamento. Perché l’attuale Potus non ha vinto per fantomatiche interferenze esterne, ma perché ha intercettato il disagio di quella parte di elettorato insoddisfatta dell’amministrazione democratica. Soprattutto la classe media, alle cui preoccupazioni dal punto di vista economico e lavorativo Obama non aveva mai risposto in modo adeguato.

Si badi che Sleepy Joe sta proseguendo sulla stessa falsariga, com’è emerso prepotentemente, tra l’altro, nell’ultimo dibattito televisivo del 22 ottobre scorso. In cui l’ex vicepresidente si è dato da solo la zappa sui piedi, lasciandosi sfuggire un «no ai sussidi all’industria petrolifera» perché «inquina in modo significativo». Una goffa concessione all’ideologia verde che quasi certamente gli costerà carissimo in Stati che vivono di idrocarburi come Texas, Pennsylvania e Ohio. Questi ultimi due, peraltro, sono swing States, il che dà la misura di quanto clamoroso sia l’autogol del democratico.

Presidenziali Usa, lo stato dell’arte

Il sistema elettorale d’Oltreoceano ha poi almeno altre due caratteristiche interessanti. La prima è che consente l’early vote (voto anticipato) e il vote by mail (voto per posta). La seconda è che gli elettori devono registrarsi secondo l’appartenenza partitica, il che consente già, a grandi linee, di fare dei calcoli sull’andamento reale. Cum grano salis, naturalmente, perché nulla vieta che si possa votare in modo diverso dalla “tessera”, e perché c’è sempre l’incognita degli indipendenti.

Purtuttavia, c’è chi sta già facendo dei conti, basandosi anzitutto su un dato. Chi sta votando in anticipo e/o per posta è in maggioranza democratico, laddove i sostenitori del Grand Old Party si esprimeranno preferenzialmente all’Election Day. Questo perché gli elettori dell’Asinello si sono persuasi – grazie ai manutengoli del pandemicamente corretto – che votare di persona comporti rischi per la salute. Nessuna sorpresa, quindi, che al momento nelle percentuali del vote by mail domini il blu del Partito Democratico.

Tuttavia, se si fa una proiezione numerica – sempre coi succitati caveat -, si scoprono dei dettagli interessanti. Per esempio, che in due swing States come North Carolina e Florida – che i sondaggi assegnano a Biden – i dem non sono soltanto in ritardo. Sono addirittura lontanissimi dall’eguagliare la performance del 2016.

Nella Carolina del Nord, per esempio, Sleepy Joe dovrebbe perdere quasi 200.000 consensi rispetto a quattro anni fa. E tra le Everglades il gap reale tra i due schieramenti premia già il GOP. Tanto che un editorialista della CNBC, Jake Novak, si è già detto sicuro – suo malgrado – che Trump abbia già in tasca il Sunshine State. Non solo. Se Mr. President dovesse conquistare l’Ohio (l’unico dei battleground States in cui è dato in vantaggio), difficilmente potrà perdere in Stati chiave culturalmente simili quali Michigan e Wisconsin.

Questione di affluenza

Questo, naturalmente, non significa che i giochi per le Presidenziali Usa siano già fatti. Per esempio, perché i Repubblicani potranno ripetere l’exploit del 2016 solo se, come minimo, confermeranno le preferenze dell’ultima tornata. Per ciò che si è detto prima, molto diventa quindi una questione di affluenza.

L’appuntamento è quindi al prossimo 3 novembre, data fissa e assieme variabile come la Pasqua. Negli Stati Uniti, infatti, l’Election Day si svolge sempre il martedì successivo al primo lunedì di novembre, per evitare che cada in un giorno festivo quale Ognissanti.

E a tutti i Santi faranno bene a votarsi i megafoni dell’establishment e del politically correct. Perché anche stavolta rischiano seriamente che la narrazione ceda il passo a quella cosetta insignificante che si ostina a interromperne i sogni. E che si chiama, per gli amici e non solo, realtà.

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Economia

Decreto Ristori, così il Governo delle dilazioni spera di spegnere le proteste

Varato il provvedimento che indennizzerà imprese e lavoratori penalizzati dall’ultimo Dpcm, ma per le risorse “immediate” spunta già una scadenza al 15 novembre. Col rischio di esacerbare ulteriormente la rabbia dei cittadini

Mirko Ciminiello

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decreto ristori: protesta dei ristoratori a milano
Protesta dei ristoratori a Milano contro il Dpcm del 24 ottobre

Il Decreto Ristori non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale ché già spuntano delle precisazioni sulle scadenze. Che dovevano essere istantanee, ma pare non lo saranno più. Col serio rischio che la maggioranza rosso-gialla, lungi dallo spegnere le rivolte che ormai dilagano in tutta Italia, finisca per gettare benzina sul fuoco.

Il Decreto Ristori

«Abbiamo appena varato il Decreto Ristori, che vale complessivamente oltre 5 miliardi che saranno usati per dare risorse immediate a beneficio delle categorie» penalizzate dall’ultimo Dpcm. Così il bi-Premier Giuseppe Conte, in conferenza stampa assieme ai Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Aggiungendo di aver firmato il provvedimento «solo quando siamo stati sicuri che queste risorse c’erano».

Più precisamente, si tratta di «5,4 miliardi di indebitamento netto, 6,2 miliardi in termini di saldo netto da finanziare», come ha spiegato il titolare del Mef. Fondi destinati innanzitutto a indennizzare le attività economiche penalizzate dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre.

Tra l’altro, il Dl proroga di altre sei settimane la cassa integrazione legata all’emergenza Covid-19, e conferma il blocco dei licenziamenti fino al 31 gennaio. Al contempo, sospende i contributi previdenziali ai datori di lavoro interessati dalle restrizioni, e concede un credito d’imposta sugli affitti commerciali, valido fino a dicembre. Inoltre, cancella la seconda rata dell’Imu 2020 e assegna due mensilità aggiuntive di Reddito di emergenza a chi già ne aveva diritto. E prevede anche un finanziamento per consentire a medici di base e pediatri di somministrare 2 milioni di tamponi antigenici (i test rapidi).

Soprattutto, però, stanzia i risarcimenti per imprese e lavoratori danneggiati dal semi-lockdown imposto dal Governo. Sono previsti contributi a fondo perduto per un’ampia platea di beneficiari, incluse le filiere dell’agricoltura e della pesca. I rimborsi varieranno dal 100 al 400% dell’importo previsto a maggio dal Decreto Rilancio, a seconda della tipologia di esercizio. Per esempio, le discoteche riceveranno il 400%, piscine e palestre il 200%, i ristoranti il 150%. Infine, non mancherà un’indennità per i lavoratori dello spettacolo, del turismo, dello sport anche dilettantistico, per tassisti e NCC. Né per gli stagionali (però una tantum).

Decreto Ristori, il rischioso vizio della dilazione

Le sovvenzioni saranno, secondo via XX Settembre, il «pezzo forte» del Decreto Ristori (oltre all’aver insegnato che il termine non è solo sinonimo di “sollievo”). E verranno erogate «direttamente sul conto corrente delle categorie interessate con bonifico dell’Agenzia delle Entrate», ha assicurato l’ex Avvocato del Popolo.

Il titolare del Mise l’ha definita una «misura rapida, efficace ed efficiente». Affermando che era necessario «trovare subito la modalità di intervenire con ristori che non arrivassero tra qualche mese».

Sottoscriviamo in pieno, perché non si può togliere il diritto di lavorare senza compensare subito i mancati guadagni. Eppure, sulle tempistiche il Cancelliere dello Scacchiere si è lasciato sfuggire un dettaglio che delinea uno scenario leggermente diverso. «Il contributo a fondo perduto sarà erogato automaticamente a oltre 300.000 aziende che già lo hanno già avuto, e quindi contiamo per metà novembre di avere tutti bonifici effettuati da parte dell’Agenzia delle entrate».

Metà novembre. E solo per quanti avevano già usufruito dei sostegni passati – per gli altri, la speranza di Gualtieri è che l’accredito giunga «entro metà di dicembre».

Scadenze non lontane, ma neppure così tempestive. Che rappresentano un piccolo campanello d’allarme, considerando che l’esecutivo, e in specie Giuseppi, è fin troppo incline al vizio della dilazione. È questa tendenza che ha meritato (si fa per dire) al leguleio volturarese il soprannome di Signor Frattanto.

Stavolta, però, Palazzo Chigi farà bene a non scherzare col fuoco, perché l’incendio della protesta già divampa da giorni. E, checché ne dicano i megafoni del pandemicamente corretto, è una protesta per lo più pacifica (benché a volte deturpata da infiltrazioni). Come quella dei ristoratori meneghini sedutisi sul sagrato del Duomo di Milano al grido di “Siamo a terra”.

La pazienza del popolo sta finendo

Le buone intenzioni del Governo, di cui non dubitiamo affatto, non bastano più. E anche le spiegazioni annunciate dal Presidente del Consiglio lasciano ormai il tempo che trovano.

È l’ora di agire, concretamente e senza indugi. Perché per il momento ancora si riesce a scherzare, soprattutto a livello social. Come ha fatto il grande doppiatore e attore Luca Ward, che ha ironizzato sulla coincidenza tra il nome del Decreto e un personaggio che aveva interpretato.

Ma la pazienza di un intero popolo si sta rapidamente esaurendo. Le città ribollono come polveriere. E, di fronte a una crepa nella diga, non si può sempre sperare che sia sufficiente un dito.

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Politica

Semi-lockdown, l’attacco ipocrita di chi non ha il coraggio delle sue azioni

Dopo le rivolte, il leader di Iv Renzi invoca modifiche all’ultimo Dpcm in relazione a ristoranti, sport e luoghi di cultura. Ha ragione, ma è fuori tempo massimo, perché il provvedimento è stato varato anche grazie al suo partito

Mirko Ciminiello

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Protesta contro il Dpcm del 24 ottobre

Che il semi-lockdown instaurato con l’ultimo Dpcm del 24 ottobre avrebbe scatenato proteste e rivolte era facilmente prevedibile. Meno scontato era che le prese di distanza provenissero anche dall’interno della stessa maggioranza rosso-gialla. Che deve decidere cosa vuol fare da grande, attuando una strategia di lungo respiro che consenta di governare l’emergenza, senza limitarsi a inseguirla.

Semi-lockdown, il j’accuse di Italia Viva

«Chiudere di nuovo le scuole è una ferita devastante. Servono i tamponi rapidi a scuola, non i banchi a rotelle. Servono le aziende private per i trasporti, non complicate regole sulla didattica a distanza. Servono più posti in terapia intensivapiù personale sanitario e un sistema di tracciamento degno di questo nome, non generiche raccomandazioni ai cittadini. Serve far funzionare in modo efficiente e sicuro la macchina dei test, non chiudere i teatri e i ristoranti che rispettano le regole, perché questo crea un effetto a catena in tanti settori».

Diagnosi quasi impeccabile. Il problema è che l’ha fatta, nella sua ultima Enews, l’ex Premier Matteo Renzi, leader di Italia Viva, cioè uno dei partiti che sostengono il Conte-bis. Aggiungendo che il Governo dovrebbe spiegare «quali sono i dati scientifici e le analisi sui quali si prendono le decisioni: i dati scientifici, non le emozioni di un singolo Ministro».

Non è stata l’unica frecciata che l’altro Matteo ha rivolto all’esecutivo. «Va bene rinunciare a molte libertà per il virus. Ma chiudere i luoghi di cultura e di sport è, invece, un errore: è più facile contagiarsi sulla metropolitana che a teatro. E la chiusura dei ristoranti alle 18 è tecnicamente inspiegabile, sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica. A cena il Covid fa più male che a pranzo? E per chi si era attrezzato valgono le stesse regole? Ci rendiamo conto del danno economico devastante

Infine, la richiesta al bi-Premier Giuseppe Conte affinché «cambi il DPCM, nella parte su ristoratoriluoghi di cultura e attività sportiva». Come del resto aveva già esortato il renzianissimo Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

Le reazioni nella maggioranza

Il durissimo j’accuse di Iv ha subito scatenato l’ira del Pd, il partito che più di tutti ha spinto per inasprire le restrizioni. E che non intende accettare il ruolo del villain quando la decisione di varare il Dpcm è stata, come da prassi, collegiale.

«Vedo molti distinguo da esponenti di Governo, da forze di maggioranza, con iniziative politiche che ritengo incomprensibili» ha contrattaccato il segretario Nicola Zingaretti. «Penso che non siano mai stati seri quei partiti che la sera siedono ai tavoli del Governo e la mattina organizzano l’opposizione rispetto alle decisioni prese la sera precedente. Stare con i piedi in due staffe lo reputo eticamente intollerabile».

Ha invece predicato calma Vito Crimi, reggente del M5S. «Al di là delle singole idee o posizioni, è indispensabile mettere da parte ciò che divide e lavorare alle soluzioni di cui il Paese ha bisogno».

Esigenza che del resto avevamo sottolineato anche noi, continuando a sottoscriverla. E che porta con sé (almeno) due corollari. Il primo, espresso anche dall’ex Rottamatore, è che «serve un pianouna visioneuna strategia. Non rincorrere gli eventi, ma prevederli». Il secondo è che la maggioranza rosso-gialla deve avere il coraggio delle proprie azioni. Semi-lockdown o non semi-lockdown.

Semi-lockdown, la maggioranza abbia il coraggio delle sue azioni

Queste due istanze devono andare di pari passo, perché finora uno dei grandi – enormi – problemi nella gestione della pandemia è stata la brevimiranza. Molte, troppe decisioni sono cioè sembrate delle toppe finalizzate a tamponare (è il caso di dirlo) la crisi da coronavirus, ma non a superarla definitivamente.

Perché, per dire, in otto mesi il Governo e la sua pletora di esperti assoldati tra Cts e task-force non hanno saputo rafforzare le terapie intensive? Anche se tutti sapevano che una seconda ondata autunnale era probabilissima? Perché non sono stati in grado di approntare un piano per la riapertura delle scuole che andasse oltre la ridicola trovata dei banchi a rotelle? E perché hanno trascurato il problema dei problemi, l’inevitabile ingolfamento dei mezzi pubblici, limitandosi all’altra pagliacciata dei monopattini? Quando si potevano investire (non “spendere”) i soldi dei contribuenti per noleggiare le vetture delle aziende di trasporto privato?

Per non parlare delle lacrime di coccodrillo di chi ora dichiara che «dovevamo prendere misure diverse» la scorsa estate, quando invece si finanziava il bonus vacanze. O di qualche Governatore che adesso scrive via social che «servono misure severe ovunque», ma tre mesi fa invitava a villeggiare nella sua Regione.

Intanto però si chiudono attività di ristorazione, palestre e piscine anche se si sono adeguate – a loro spese – agli standard clinici imposti dal SARS-CoV-2. Si serrano i luoghi della cultura nonostante in quattro mesi ci sia stato un solo contagiato a fronte di 347.262 spettatori totali.

Il tutto perché «dovevamo ridurre la mobilità». Parola del Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che forse non ha sentito ciò che ha detto. Visto che, in pratica, ha ammesso – spocchiosamente, oltretutto – che l’esecutivo rischia di condannare alla fame interi comparti per l’incapacità di potenziare il trasporto urbano.

Proteste e rivolte

Nessuna sorpresa, poi, che intere città scendano in piazza, considerato che lo stesso Giuseppi ha affermato che, «se fossi dall’altra parte, anche io proverei rabbia». E stiano attenti, i megafoni del pandemicamente corretto, a liquidare questo disagio sociale come “semplice” manifestazione di estremismo. Ci sono anche i facinorosi, che ne approfittano as usual per abbandonarsi a una violenza mai tollerabile. Ma la stragrande maggioranza di chi protesta chiede solo di poter lavorare – dunque vivere. La reductio ad Ducem è patetica in condizioni normali, figuriamoci in emergenza.

Un appello alla maggioranza, quindi: smettete di litigare e rimboccatevi le maniche per il bene degli Italiani. Difendete i provvedimenti che avete adottato, se siete convinti della loro efficacia, oppure abbiate il fegato di cambiarli.

Vale soprattutto per i renziani, visto che fino a prova contraria fanno parte del Governo. Delle due l’una: o lasciano da parte l’ipocrisia e avallano il semi-lockdown, o fanno saltare il banco. Tertium non datur, se non che “un bel tacer non fu mai scritto”. E non è un caso che si sia maliziosamente fatta notare la tempistica del rinnegamento del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Il senatore fiorentino «ha aspettato 24 ore dall’uscita dell’ultimo dpcm: ha visto le proteste e il malcontento, e si è accodato». Fuori tempo massimo.

Occhio, dunque, con questi giochini, perché la pazienza dei cittadini è decisamente al limite. E, proprio come una corda, un’eccessiva tensione può farla spezzare da un momento all’altro. “Chi ha orecchi per intendere, intenda”.

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Politica

Signor Presidente, è il momento di stringersi attorno alle istituzioni

Il nuovo Dpcm lascia molto perplessi, soprattutto per le strette sulle attività di ristorazione e sui luoghi della cultura. Eppure, malgrado la crisi non sia come i media la descrivono, non possiamo non essere con il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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crisi da covid: il presidente conte presenta il dpcm del 24 ottobre
Il Premier Conte durante la conferenza stampa di presentazione del Dpcm del 24 ottobre

Signor Presidente Conte, dopo la firma del nuovo Dpcm di ottobrel’ennesimo – non possiamo nasconderle le nostre perplessità. Non abbiamo mai fatto sconti all’operato del suo Governo, e anche stavolta alcune delle misure anti-Covid non ci convincono.

Ci riferiamo in particolare all’obbligo, per i servizi di ristorazione, di chiudere alle 18. Una disposizione che rischia di dare il colpo di grazia a un settore che dal febbraio scorso sta continuando a pagare un prezzo altissimo. Tanto che le stesse Regioni si sono fatte portavoci del disperato grido d’allarme del comparto: «molte di queste imprese rischieranno di non riaprire più».

Sappiamo che Lei, signor Presidente, è perfettamente consapevole della gravità di questa situazione. Altrimenti non avrebbe affermato che «sono già pronti gli indennizzi a beneficio di tutti coloro che verranno penalizzati da queste nuove norme». Aggiungendo inoltre che «i ristori arriveranno direttamente sul conto corrente dei diretti interessati con bonifico bancario dell’Agenzia delle Entrate».

Plaudiamo all’intenzione, che però va attuata immediatamente, evitando che l’unico beneficio della sua rassicurazione resti l’aver insegnato che il termine “ristoro” significa anche “risarcimento”. Non dimentichi che tanti, troppi Italiani non hanno ancora ricevuto la cassa integrazione e i bonus dei mesi del lockdown. A differenza di tasse, bollette, affitti e cambiali che arrivano puntualissimi, impietosi e incuranti di tutte le difficoltà dovute alla crisi da Covid-19.

Le ragioni del malessere sociale

Signor Presidente, stavolta non sono ammessi ritardi, ma soprattutto non sarà ammissibile che la sua promessa resti lettera morta. Non c’è il suo prestigio o la sopravvivenza del suo esecutivo in ballo, c’è la vita della gente. E anche di questo sappiamo che Lei è ben conscio, avendo ammesso che «se fossi dall’altra parte, anche io proverei rabbia».

Il disagio è già esploso in manifestazioni di violenza, che chiaramente non sono mai tollerabili. Derive a parte, però, il crescente malessere sociale non si può sottovalutare. Nessuno può essere lasciato indietro, nessuno deve essere lasciato solo, soprattutto quando monta il sospetto di ingiustizie e disparità di trattamento.

Glielo ha manifestato anche un suo Ministro, la renziana Teresa Bellanova. «Vorremmo comprendere per quale motivo, se il problema sono i trasporti pubblici, si pensa di risolverlo chiudendo palestre o ristoranti» l’ha incalzata la titolare dell’Agricoltura.

E si può fare riferimento anche a teatri, cinema e in generale ai luoghi della cultura. Serrati nonostante, secondo uno studio dell’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, in quattro mesi ci sia stato un solo contagiato a fronte di 347.262 spettatori totali.

E potremmo andare ancora avanti. Per esempio, evidenziando come la chiusura degli impianti sciistici sembri una decisione “di pancia” legata alle polemiche per l’apertura della stagione invernale a Cervinia. O facendo presente che i giuristi provano un certo imbarazzo di fronte alle “raccomandazioni”, forti o deboli che siano. O, ancora, sottolineando che non basta dichiarare che «non abbiamo introdotto il coprifuoco, non è una parola che amiamo» per cancellare l’odiosa sensazione del semi-lockdown. Un concetto sgradevole resta tale anche se gli si cambia nome.

Signor Presidente, nonostante i dubbi siamo con lei

Eppure, signor Presidente, proprio noi che non Le abbiamo lesinato critiche, nonostante tutti i nostri dubbi, siamo con lei. O meglio, parafrasando il grande Benedetto Croce, non possiamo non essere con lei.

Perché nel momento della necessità è doveroso stringersi attorno alle istituzioni. E badi che restiamo convinti che l’emergenza non sia così drammatica come i media la dipingono, non foss’altro perché i nuovi positivi sono in stragrande maggioranza asintomatici.

La nostra, dunque, non è un’adesione acritica come quella di qualche manutengolo che a inizio pandemia farneticava che si aveva a che fare con «un semplice raffreddore». Riteniamo però che ci sia un’ora per le diatribe, e un’ora per rimboccarsi le maniche.

Gli eventuali processi, dunque, li rimandiamo a tempi migliori. Sperando di tutto cuore che non ve ne sia bisogno.

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Politica

Lockdown-bis, l’ipotesi che divide la politica (e anche gli scienziati)

Un centinaio di esperti scrive a Mattarella e Conte chiedendo subito misure drastiche. Tuttavia il Premier, consapevole delle ripercussioni sul piano economico, si dice contrario, e l’immunologa Viola gli dà ragione

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm di ottobre
Nuovo Dpcm

Lo spauracchio che maggiormente agita le nostre giornate è senza dubbio quello del lockdown-bis. Dapprima escluso categoricamente, poi riapparso all’orizzonte come ipotesi remota, ora incubo ricorrente, forse imminente e, in Campania, già concreto.

Si sa che il bi-Premier Giuseppe Conte vorrebbe evitarlo a ogni costo, perché dei costi – soprattutto economici – è ben consapevole. Anche se questa sua presa di posizione, secondo i beninformati, è causa di scontro con quella parte della maggioranza rosso-gialla che preme per misure ancora più restrittive. La spaccatura nel Governo, comunque, è comprensibile, soprattutto se si pensa che la questione, chiaramente molto delicata, divide anche la scienza.

Lockdown-bis o semi-lockdown

«Siamo ancora dentro la pandemia e il costante aumento dei contagi ci impone di tenere l’attenzione altissima». Così il fu Avvocato del popolo durante l’informativa urgente alla Camera per illustrare il Dcpm del 18 ottobre. Aggiungendo che «stavolta però, forti dell’esperienza della scorsa primavera, dovremo adoperarci, rimanendo vigili e prudenti e pronti a intervenire nuovamente se necessario».

Decisivi, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbero essere i prossimi dieci giorni, che permetteranno di valutare l’efficacia delle recenti disposizioni. Se la curva dei casi positivi dovesse continuare a crescere, Palazzo Chigi potrebbe decidere di imporre nuove limitazioni. Che potrebbero andare oltre il semplice coprifuoco.

Probabilmente non si chiuderebbero tutte le attività produttive, ma si potrebbe uscire di casa solo per ragioni essenziali quali lavoro, salute, scuola o la spesa. Con il corollario del ritorno delle autocertificazioni, che ha già scatenato l’ironia social.

Più che un lockdown-bis, dunque, sarebbe un semi-lockdown. Ipotesi che ha già suscitato qualche perplessità.

Lockdown-bis, le divisioni tra gli scienziati

«Chiediamo di intervenire ora in modo adeguato, nel rispetto delle garanzie costituzionali, ma nella piena salvaguardia della salute dei cittadini». Questo l’appello che un centinaio di esperti ha lanciato a Giuseppi e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Invocando «provvedimenti stringenti e drastici nei prossimi due o tre giorni» onde impedire che nelle prossime settimane si arrivi a «centinaia di decessi al giorno».

La catastrofica prospettiva fa riferimento alle stime diffuse da Giorgio Parisi, fisico e presidente dell’Accademia dei Lincei. Si tratta di una proiezione, nondimeno non può essere presa troppo alla leggera.

I firmatari dell’esortazione conoscono comunque le possibili ripercussioni, ma ritengono che «prendere misure efficaci adesso serve proprio per salvare l’economia e i posti di lavoro. Più tempo si aspetta, più le misure che si prenderanno dovranno essere più dure, durare più a lungo, producendo quindi un impatto economico maggiore».

Non tutti gli studiosi, però, la pensano allo stesso modo. Tra chi non condivide quest’impostazione c’è Antonella Viola, immunologa dell’Università di Padova – nonché colei che ha umiliato la protervia del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina.

“Il lockdown è sbagliato”

«Il lockdown è sbagliato» ha scritto la dottoressa in un post Facebook successivamente rimosso – non prima, però, di essere ripreso da vari organi di informazione. «Perché i ragazzi non smetteranno di vedersi e si organizzeranno per dormire tutti insieme (ci si trova a casa di uno alle 21 e si sta insieme fino all’alba)». E anche perché «non possiamo pensare di affrontare 7 mesi» agli arresti domiciliari.

Per la scienziata, occorre «agire su trasporti, test, tracciamento, personale sanitario». E, con buona pace della titolare del MI(UR), serve la didattica a distanza. «Dad in università (i giovani lascerebbero le grandi città). Laddove necessario, Dad alternata a presenza nelle ultime due classi delle superiori. Mascherina obbligatoria sempre in tutti i luoghi chiusi, incluse le scuole. E controlli nei locali!»

Ricette diverse, dunque, che non possono non tener conto di esigenze a volte contrastanti, ma tutte ugualmente imprescindibili. Perché, altrimenti, la cura potrebbe essere peggiore della malattia. Un rischio che, si converrà, non ci possiamo assolutamente permettere.

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Politica

Vaccino anti Covid-19, rischio tensioni sociali senza piani per distribuirlo

Tutti gli sforzi, giustamente, sono concentrati sull’ottenimento dell’antidoto, che però all’inizio non ci sarà per tutti. E, se il Governo non sterza rispetto all’attuale brevimiranza, il pericolo è quello di una guerra tra poveri

Mirko Ciminiello

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vaccino anti covid-19: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Il vaccino anti Covid-19 torna a far parlare di sé. Lo fa soprattutto in relazione alle tempistiche, visto che il traguardo della lunga maratona finalmente si avvicina. Il bi-Premier Giuseppe Conte, in tal senso, ha fatto sfoggio di ottimismo, anche se gli esperti si sono affrettati a frenare facili entusiasmi. Eppure, c’è un aspetto che nessuno pare prendere in considerazione, ma su cui occorre augurarsi che il Governo stia già lavorando. Perché, altrimenti, il rischio è trovarsi tra le dita una bomba pronta a esplodere.

Vaccino anti Covid-19, è ancora presto

«Se le ultime fasi di preparazione, il cosiddetto rolling review, del vaccino Oxford-IRBM Pomezia-AstraZeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all’inizio di dicembre».

A indicare il possibile orizzonte temporale per il sospirato vaccino anti Covid-19, derogando all’abituale attendismo, è stato Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore. Le cui dichiarazioni, a onor del vero, sono state riportate in modo impreciso. Il fu Avvocato del popolo, infatti, ha anche sottolineato di ritenere che «per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera».

L’elisione di questa precisazione dai titoli dei media ha suscitato qualche perplessità da parte di scienziati anche vicini all’esecutivo rosso-giallo, che hanno raccomandato cautela.

I dubbi degli esperti

«Mandare messaggi dicendo che avremo il vaccino fra uno o due mesi sicuramente intercetta le aspettative di tutti quanti, ma lo vedo piuttosto irrealistico». Queste le parole del “battitore libero” Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova – nonché colui che ha salvato il Veneto nella fase 1 della pandemia. «Forse fra due mesi qualcuno dirà che abbiamo un vaccino, ma tra dirlo e fare uno studio pilota e poi distribuirlo passano tanti mesi».

Una linea di pensiero condivisa da Walter Ricciardi, docente di Igiene all’Università Cattolica di Roma e consulente del Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Il quale si è detto convinto che usciremo dall’attuale crisi sanitaria, «ma la campagna vaccinale arriverà nel 2021, non prima». Anche se, ha aggiunto, «credo che prima però arriverà una terapia più forte, i cosiddetti anticorpi monoclonali, che sono molto promettenti».

Un concetto simile lo ha espresso anche Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e membro del Comitato tecnico scientifico. «Realisticamente credo che potremo far partire le vaccinazioni per le persone fragili, le forze dell’ordine, gli operatori sanitari nei primi mesi della prossima primavera».

Vaccino anti Covid-19, il rischio tensioni sociali

Le categorie elencate da Locatelli sono le stesse che aveva già indicato il titolare della Sanità. E non a caso, perché sono i soggetti maggiormente minacciati dal coronavirus. C’è però un corollario che dovrebbe saltare all’occhio e che pare essere invece drammaticamente sottovalutato.

Perché l’attenzione è focalizzata sull’ottenimento del vaccino anti Covid-19, il che è perfettamente comprensibile. Attualmente, in tutto il mondo sono allo studio circa 300 candidati, di cui 11 sono alla fase 3, quella finale. Tra questi c’è l’antidoto dell’inglese AstraZeneca, le cui dosi sono prodotte dalla pometina IRBM, ma anche quelli della statunitense Moderna e della partnership tedesco-americana Pfizer/BioNTech.

Una questione dirimente, però, è proprio il fatto che le dosi non bastano per tutti. Il che spiega le priorità di cui sopra. Ma dopo? Che succederà quando arriveranno i carichi successivi, e ancora una volta la produzione non coprirà il fabbisogno? Ci hanno pensato, tra un Dpcm e un altro, i vertici delle nostre istituzioni – e anche i manutengoli del pandemicamente corretto?

Hanno pensato a cosa accadrebbe se, per esempio, si decidesse di dare la precedenza ai politici? O se la disponibilità finanziaria garantisse un accesso privilegiato, poniamo, a un Flavio Briatore (preso come archetipo, sia chiaro)?

Perché uno dei motivi per cui i cittadini sopportano le restrizioni (e con sempre maggiore fatica) è che sono, più o meno, generali. Ma hanno pensato, nel chiuso dei Palazzi del potere, alle tensioni sociali che delle disparità cliniche potrebbero creare? Hanno pensato a che accadrà quando i non vaccinati inizieranno a vedere pochi eletti che potranno uscire senza l’odiatissima mascherina? O quando, magari, vedranno i vicini giocare a calcetto o dare una festa in casa? Sono proprio certi, Giuseppi & Co., che non si scatenerà una guerra tra poveri?

Speranza e fiducia

L’auspicio è che questo tema, benché alieno al dibattito pubblico, sia comunque presente tra i dossier di Palazzo Chigi. Certo, i precedenti non depongono a favore di un Governo che ha avuto mesi per pianificare, e quindi prendere contromisure contro la prevista seconda ondata. Col risultato che oggi abbiamo i mezzi pubblici ingolfati, le terapie intensive di nuovo sotto pressione, la scuola nel caos e potremmo andare avanti ancora per molto.

In effetti, la brevimiranza pare essere la cifra dell’attuale maggioranza rosso-gialla. E sarebbe anche facile ironizzare – ancora – sulla tendenza alla procrastinazione che ha meritato (si fa per dire) al leguleio volturarese il soprannome di Signor Frattanto.

Però c’è sempre una prima volta, e vogliamo sforzarci di essere fiduciosi. Finché c’è vita, dopotutto, c’è speranza. Rigorosamente con la s minuscola, s’il vous plaît.

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Politica

Raggi shock, tra regalie elettorali da 600mila euro e il ritorno in tribunale

Per il sindaco si riapre il processo per falso relativo alla nomina di Donato Marra, fratello dell’ex dominus capitolino Raffaele. E spunta un assurdo stanziamento per assumere incollatori di etichette e osservatori di video-citofono

Mirko Ciminiello

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virginia raggi shock
Il sindaco di Roma Virginia Raggi

Raggi shock, in tutti i sensi. Il sindaco della Capitale è (verosimilmente) turbata dopo l’ufficialità del processo-bis a cui dovrà essere sottoposta in piena campagna elettorale. Ma è lei stessa a sconcertare i Romani con un’iniziativa che eufemisticamente si potrebbe definire “bizzarra”, e più adeguatamente beffarda, se non proprio assurda.

Raggi shock, 600mila euro per applicare etichette

Lo scorso 12 ottobre, il Campidoglio ha stanziato 635.703,56 euro per il «servizio integrato di ausilio agli uffici, all’archiviazione e alle attività dedicate al pubblico». Una cifra considerevole, soprattutto se si pensa che il Comune dispone già di 23.541 dipendenti. Tuttavia, una delibera di giunta del 2008 aveva portato alla «riqualificazione dei dipendenti di categoria B, in grado di svolgere» le attività oggetto del bando.

Di qui la determina della Centrale unica degli appalti di Roma Capitale, la numero 424/2020 (non 434, come riportato da vari organi d’informazione). Finalizzata a conferire un incarico da svolgere per tre anni nelle sedi del Dipartimento Risorse Economiche, in via Ciappi e in via Ostiense.

Abbandonando il burocratese, in cosa consisterà mai questa mansione «indispensabile per garantire i più elevati standard qualitativi»? Ebbene, il “personale qualificato” accoglierà gli utenti anche controllando il video-citofono, distribuirà moduli, consegnerà copie di atti e smisterà la corrispondenza. Ma c’è anche chi – udite, udite! – dovrà dispensare la numerazione d’accesso, distribuire la cancelleria e, dulcis in fundo, applicare le etichette sui documenti. In pratica, c’è chi sarà pagato per dare il numeretto a chi è in fila o per spostare penne tra le scrivanie. Quasi come il ragionier Fantozzi assunto nella megaditta con la qualifica di “spugnetta per francobolli”.

Occupazioni per cui, come si suol dire, non serve certo una laurea, che poi è la circostanza più ricorrente tra i dipendenti comunali. Di cui oltre il 60% ha al massimo la maturità, con un migliaio circa che si è fermato alla terza media.

Eppure, anziché comprare un distributore di ticket o chiedere all’impiegato che compila una pratica di apporvi la carta adesiva, meglio ingaggiare «operatori esterni all’Amministrazione». Le Comunali, dopotutto, si avvicinano, e non conviene lesinare sulle regalie. Tanto, pagano i contribuenti

I guai della Raggi

Non dev’essere comunque una settimana facile per Virginia Raggi, essendosi aperta con la riedizione dei guai giudiziari di cui sperava di essersi liberata. L’accusa è sempre quella di falso relativa alla nomina di Renato Marra, fratello dell’ex Capo del Personale capitolino Raffaele Marra, a capo dell’ufficio Direzione Turismo. Accusa dalla quale il primo cittadino era stata assolta in primo grado nel 2018, perché secondo il giudice il fatto non costituiva reato. Virgy, nell’interpretazione del magistrato, non sapeva di star mentendo quando aveva comunicato all’allora responsabile dell’Anticorruzione del Campidoglio Mariarosa Turchi di aver deciso autonomamente la promozione.

Facendo un considerevole sforzo per ignorare l’amenità giuridica, la Procura di Roma aveva fatto appello contro la sentenza, ritenendo invece provato il reato. L’esponente grillina avrebbe mentito consapevolmente, sia per fare scudo all’allora dominus di Palazzo Senatorio Marra senior che per evitare un’inchiesta per abuso d’ufficio. Che, da vecchio regolamento del M5S, avrebbe potuto costringerla alle dimissioni.

La prima cittadina dell’Urbe tornerà in tribunale il prossimo 26 novembre, con il rischio che il nuovo dibattimento torni a catalizzare l’attenzione dei media. E, soprattutto, che il caso possa deflagrare proprio nel bel mezzo della campagna elettorale per Roma 2021.

Raggi shock: le conseguenze politiche

Raggi shock, dunque, anche perché dal punto di vista politico pesa pure la scelta dell’omologa Chiara Appendino. Che ha rinunciato a correre per un secondo mandato a Torino dopo essere stata condannata a sei mesi proprio per falso ideologico in atto pubblico.

Eppure, in fin dei conti questo aspetto pertiene maggiormente alla presunta onestà che il MoVimento pretende di autoattribuire ai suoi esponenti. I 600mila e passa euro elargiti agli incollatori di etichette, invece, riguardano le tasche dei cittadini.

Domandina all’amministrazione pentastellata, allora: secondo voi, quale di queste di due questioni faranno sentire i Romani, una volta di più, Raggi-rati? Meditate, gente, meditate.

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Economia

Mes pandemico, nuove tensioni nel Governo, che però può stare sereno

Conte e il Ministro Gualtieri mettono in guardia contro il Fondo salva-Stati, mandando su tutte le furie Pd e Iv. Poi arriva il chiarimento, e non è nemmeno l’unico motivo per cui il Premier può dormire sonni tranquilli

Mirko Ciminiello

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mes pandemico: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Il cosiddetto Mes pandemico o sanitario è tornato a mandare in fibrillazione una maggioranza che sul tema è sempre stata bellicosa – per usare un eufemismo. “Colpa” del bi-Premier Giuseppe Conte che, all’interno della conferenza stampa di presentazione dell’ultimo (in senso cronologico) Dpcm, ha espresso sullo strumento un giudizio tranchant. Salvo poi fare la parziale retromarcia tipica dei politici quando si accorgono che il sasso che avevano lanciato ha intorbidato le acque.

Tensioni sul Mes pandemico

«Il Mes non è la panacea come viene rappresentato». L’ex Avvocato del popolo ha emesso la sua sentenza, e già questa è una notizia, non tanto per la “bizzarria giuridica” quanto per l’inusuale volitività del Nostro, notoriamente incline all’attendismo. «I soldi del Mes sono dei prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive, si possono coprire spese già fatte e vanno a incrementare il debito pubblico. Se li prendiamo dovrò intervenire con tasse e tagli perché devo mantenere il debito sotto controllo».

Apriti cielo, con il segretario dem Nicola Zingaretti che ha dato per primo fuoco alle polveri. «Un tema così importante come il Mes va affrontato in Parlamento e tra Governo e maggioranza, non in una battuta in conferenza stampa» ha tuonato.

Durissimo anche l’attacco del leader di Iv Matteo Renzi, con tanto di riferimento agli omologhi del Carroccio, Matteo Salvini, e di FdI, Giorgia Meloni. Segno che certamente il senatore fiorentino sa quali spauracchi agitare, e forse inizia a capire che ormai difficilmente può brillare, se non di luce riflessa.

Dicendo NO al Mes il Premier Conte fa felici Meloni e Salvini ma delude centinaia di sindaci e larga parte della sua…

Pubblicato da Matteo Renzi su Lunedì 19 ottobre 2020

L’aspetto paradossale è che anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, esponente del Pd, seppure favorevole al Mes pandemico ha scelto la via della prudenza. Spiegando che il Meccanismo Europeo di Stabilità «non è un fondo perduto» e «fa risparmiare circa 300 milioni di interessi in 10 anni». È una linea di credito da circa 36 miliardi a tasso quasi zero, immaginata per chi è in deficit di liquidità – che non è il caso dell’Italia.

La prudenza del Ministro Gualtieri

Il Cancelliere dello Scacchiere ha insistito sull’assenza di vincoli oltre quello di «usare queste risorse in ambito sanitario», il che rappresenta un tasto dolente. Perché l’esclusione dal Fondo salva-Stati delle condizionalità macroeconomiche – quelle, per intenderci, che hanno “regalato” la trojka alla Grecia – è solamente un gentlemen’s agreement. Di qui i timori che possano rispuntare in un secondo tempo – con annesso commissariamento – che è il motivo dell’ostilità verso il Mes. Che a sua volta non è un’esclusiva di Lega e Fratelli d’Italia, essendo condivisa pure dal M5S.

Ma il titolare di via XX Settembre è andato anche oltre, lanciando sugli euro-finanziamenti un avviso ai naviganti. «Non sono 37 miliardi in più per la sanità», e possono avere un costo in termini di stabilità, spread e “stigma” dei mercati.

Lo ha evidenziato anche Giuseppi, che comunque alla fine ha ricomposto la frattura affermando che del Mes pandemico si discuterà nelle «sedi opportune». E, soprattutto, concedendo a Zinga il sospirato vertice per un «patto di legislatura» che dovrebbe dare «nuova linfa all’azione del Governo». Un passaggio che si dovrebbe concretizzare dopo gli Stati Generali dei grillini, e che è stato accolto favorevolmente dal Governatore del Lazio.

Nell’ordine, quindi, si dovrebbero tenere prima il tavolo intergovernativo (l’ennesimo) e poi la conta in Aula invocata a gran voce da via del Nazareno. Ulteriore conferma di quanto sia azzeccato, per il Presidente del Consiglio, il soprannome di Signor Frattanto.

Mes pandemico, pochi rischi per il Governo

Il rammendo ai semi-scontri con mezza coalizione non è l’unico motivo per cui Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore può stare sereno – e non in senso renziano. In effetti, pur con tutte le tensioni del caso, è poco probabile che all’orizzonte spuntino minacce reali per l’esecutivo rosso-giallo. Neppure dal futuro redde rationem in Parlamento.

Lo dimostra il fatto che, poco più di una settimana fa, a Montecitorio si è già tenuta una votazione sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Si trattava di una risoluzione presentata da Forza Italia e Noi con l’Italia favorevole all’uso dello strumento, che la Camera ha bocciato senza appello. Peraltro con il voto contrario anche dei democratici, circostanza che ha suscitato il sarcasmo del deputato leghista Claudio Borghi.

Certo, le prospettive delle mozioni cambiano in base all’area politica che le presenta, ma intanto la possibile spallata è stata ancora una volta rimandata. Per la gioia degli onorevoli di maggioranza, che hanno procrastinato ancora il Reddito di cittadinanza. E, forse, anche con un certo sollievo dell’opposizione che, al netto delle schermaglie mediatiche, non sembra ansiosa di assumere un fardello come la gestione della crisi da Covid-19.

Oltretutto, sul Mes pandemico (e anche su quello “classico”) la discussione è piuttosto sterile. Se le posizioni degli ex alleati giallo-verdi (e dei meloniani) resteranno immutate, semplicemente non ci sarà modo di dare il disco verde al Salva-Stati. Mundum numeri regunt.

I dubbi sulla Manovra

Sarebbe invece decisamente più interessante focalizzare il dibattito su un altro giallo finanziario, relativo alla Manovra 2021. Nella quale il Mef ha inserito 15 miliardi del Recovery Fund che, com’è universalmente noto, allo stato equivalgono praticamente ai soldi del monopoli.

Ecco, su questo insignificante dettaglio – come anche sull’approvazione “salvo intese” della legge più importante dello Stato – forse qualcuno dovrebbe avere da ridire. Qualcuno, s’intende, situato molto più in alto dell’intero arco costituzionale.

Brute, dormis?, verrebbe quasi da chiedersi, se il paragone non fosse irriverente. Sonni tranquilli li dorme, senza ombra di dubbio, il leguleio volturarese. Che magari non prenderà pesci, però nemmeno rischi. Di questi tempi, scusate se è poco.

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Economia

Nuovo Dpcm di ottobre, stretta su locali e feste private, nulla sui trasporti

Ulteriori restrizioni sulle attività di ristorazione, ignorato l’allarme degli esperti sui mezzi pubblici. E in piena notte il Governo che “non lavora col favore delle tenebre” approva una Manovra che include già i fantomatici fondi Ue…

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm di ottobre
Il nuovo Dpcm

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Dpcm di ottobre che rende già obsoleto quello varato appena cinque giorni prima. Il candidato consideri che:

a) Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri consente l’apertura delle attività di ristorazione tra le 5 e le 24, con il consumo ai tavoli. Diversamente, la somministrazione avverrà fino alle 18. Misura necessaria dopo che un barista catanzarese aveva beffato il precedente Dpcm, che contemplava solo la chiusura dei locali a mezzanotte, riaprendo alle 00:15. Il che fa già abbastanza ridere di suo.

b) Il Governo inoltre impone ai ristoranti un massimo di sei persone per tavolo, e “raccomanda fortemente” di evitare le feste anche a casa. Chissà come faranno nel prossimo Consiglio dei Ministri

c) In compenso, il nuovo Dpcm di ottobre ignora completamente la vexata quaestio dei mezzi pubblici. Che vari scienziati considerano un fattore di rischio contagio, e che ha già scatenato la fulminante ironia social. Eppure, magari basterebbe spiegare al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli che “metro di distanza” non ha nulla a che vedere con la metropolitana

d) Preventivamente, invece, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva affermato che sui provvedimenti anti-Covid serve «serietà». Quindi dopo, coerentemente, avrà lasciato il Cdm…

Serietà per favore, da parte di tutti. Il governo deciderà nel più breve tempo possibile le misure più stringenti anti…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Domenica 18 ottobre 2020

Oltre il nuovo Dpcm di ottobre: la Manovra 2021

e) Frattanto, l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato a notte inoltrata (anche) la Manovra 2021, “salvo intese”. Formula che, tradotta dal volturarappulese, significa “io speriamo che me la cavo”.

f) La Finanziaria, come ha illustrato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ammonta a quasi 40 miliardi. «Circa 24 stanziati direttamente in bilancio a cui si aggiungono oltre 15 miliardi dal programma Next Generation EU». Che, come abbiamo argomentato fino alla nausea, verosimilmente porta questo nome perché, viste le euro-liti, dei fondi comunitari beneficerà (forse) la prossima generazione di Europei. E anche questa, soprattutto alla luce dell’atavico affetto di Bruxelles verso l’Italia, fa già abbastanza ridere di suo.

Ciò posto, anche in virtù del fatto che il bi-Premier Giuseppe Conte ha parlato in orario digestivo, descriva il candidato la recente cena delle beffe.

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Politica

Presidente Mattarella, oltre che ai cittadini si appelli anche al Governo

Il Capo dello Stato lancia un monito contro gli egoismi dei singoli e degli Stati. Ha ragione, ma dovrebbe bacchettare anche la “brevimiranza” dell’esecutivo che non ha saputo prepararsi a un evento atteso e prevedibile da mesi

Mirko Ciminiello

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presidente mattarella
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Presidente Mattarella, le parole che ha pronunciato all’Università di Macerata, in occasione dell’avvio del nuovo anno accademico, sono state un’occasione di profonda riflessione. Soprattutto alla luce delle difficoltà che da mesi l’Italia vive a causa della pandemia, e che in questi giorni si riaffacciano con rinnovato vigore. Proprio al Covid-19, e alle sue conseguenze (anche) sociali, Lei ha voluto dedicare un passaggio che abbiamo ritenuto estremamente significativo.

«Questo virus che ci affanna è come quello del riemergere dell’ego dei singoli e degli Stati» ha affermato. Meditando sulla libertà personale che «si integra e si realizza insieme a quella degli altri».

In linea di massima non possiamo che darLe ragione. La cosiddetta fase 2, infatti, ha portato alla luce comportamenti disdicevoli a ogni livello. A partire da quell’Europa che tanto in fretta ha dimenticato la solidarietà che sbandierava come vessillo al primo scoppio dell’epidemia.

Neppure noi cittadini abbiamo sempre avuto atteggiamenti irreprensibili, e per questo dobbiamo fare mea culpa. Però, Presidente Mattarella, è proprio sicuro che si tratti sempre e solo di egoismo? Come pare aver lasciato intendere anche il bi-Premier Giuseppe Conte quando ha dichiarato che, «per prevenire un lockdown» a Natale, molto dipenderà dagli Italiani?

Intendiamoci, in parte il fu Avvocato del popolo ha anche ragione, perché la condotta collettiva in un’emergenza sanitaria è dirimente. Però ci sono fin troppe evidenze che il difetto stia nel manico.

A partire dal pressing del Comitato tecnico scientifico affinché il Governo adotti già dal weekend provvedimenti più restrittivi di quelli presenti nel nuovo Dpcm. Che è stato varato il 13 ottobre, non certo nella Preistoria.

Presidente Mattarella, il virus peggiore è la brevimiranza

Si pensa quindi al coprifuoco alle 21 o alle 22, che però darebbe il colpo di grazia a quegli esercizi che faticosamente tentano di restare aperti. Poi c’è il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina che esclude categoricamente la didattica a distanza benché il Governatore campano Vincenzo De Luca abbia chiuso le scuole per due settimane.

C’è il nodo trasporti urbani, che il Ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli sta cercando di sciogliere anche confrontandosi con i principali attori istituzionali. E pazienza se era un mese che l’esecutivo rosso-giallo propagandava la “ripartenza in sicurezza”.

Vede, Presidente Mattarella, è proprio il tempo la questione principale. Perché nessuno nega che una crisi come quella da SARS-CoV-2 avrebbe creato problemi (e lo ha fatto) anche a Governi molto più capaci di quello italiano.

Però, se Palazzo Chigi può essere giustificato per le criticità iniziali, non ha scusanti per questa seconda ondata. Perché ha avuto mesi per prepararsi a un evento che era altamente prevedibile, eppure eccoci qua. Coi vaccini antinfluenzali largamente deficitari anche se i membri governativi ne sollecitano la somministrazione. Con le terapie intensive in affanno, se non proprio al collasso, anche se ad aprile gli intelliggenti con-due-gi irridevano il Covid Hospital milanese della Regione Lombardia. Con la gente che non può ospitare più di sei persone in casa anche se sui mezzi pubblici si sta ammassati come sardine.

Presidente Mattarella, tutto questo per dire che sì, Lei ha ragione a fare appello (anche) al senso civico della comunità nazionale. Tuttavia, peggiore dell’individualismo è senza dubbio il virus della brevimiranza.

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Economia

Dpcm di ottobre, il Premier Conte a Bruxelles tra i nodi italo-europei

Il problema trasporti pubblici si aggiunge ad altri capitoli di spesa, come quello relativo all’occupazione femminile. Il Governo confida nei finanziamenti comunitari e, col Recovery Fund a un bivio, spera che la notte porti Consiglio (Ue)

Mirko Ciminiello

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dpcm di ottobre: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Varato il Dpcm di ottobre, il bi-Premier Giuseppe Conte è ora alle prese con critiche e criticità. Molte delle quali, seppur saldamente radicate nel Belpaese, spingono i loro rami fin nel cuore della vecchia Europa. Dove l’ex Avvocato del popolo si accinge a partecipare a un summit per il quale ha ricevuto dal Parlamento un mandato ben preciso.

I nodi del Dpcm di ottobre

«Quello del trasporto pubblico urbano è un tema vero» ha ammesso il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Anzi, probabilmente è, al momento, il tema dei temi. Nonché l’attuale casus belli tra Regioni e Comitato tecnico scientifico, invischiati nel paradossale dualismo tra salute ed efficienza del servizio.

Attualmente, la capienza massima nei mezzi pubblici è pari all’80%. O meglio, dovrebbe, perché in molti casi si supera abbondantemente il 100%. Lo hanno sottolineato gli esperti, ma emerge anche da un’inchiesta del Corsera tra i pendolari romani, vittime di corse insufficienti, treni affollati, scale mobili guaste. E nessun controllo ai varchi d’accesso.

Il Cts ha chiesto di tornare alla metà del riempimento, ma una simile percentuale finirebbe per penalizzare gli utenti. «Ipotizzando una riduzione al 50% della capienza massima, si impedirebbe a circa 275mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto». Così l’ASSTRA, l’Associazione Trasporti che riunisce le società di trasporto pubblico locale.

Per ovviare al problema, gli enti locali hanno comunque suggerito una soluzione – nemmeno particolarmente originale. Hanno infatti chiesto sussidi per un totale di 300 milioni di euro. A conferma che è tutto (o quasi) questione di vile danaro.

Vale anche per il nodo dell’occupazione femminile, che Giuseppi ha promesso di rafforzare accogliendo «l’impegno contenuto nella risoluzione di maggioranza approvata» dalle Aule.

In concreto, l’esecutivo rosso-giallo prevede «agevolazioni per le donne e madri lavoratrici» e l’istituzione dell’assegno unico universale per ogni figlio a carico. Provvedimento, quest’ultimo, che come ha anticipato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrebbe partire dal 2021, per poi entrare pienamente a regime con la riforma fiscale dell’anno successivo. Anche per non smentire la tendenza dilatoria del Signor Frattanto.

L’incognita Recovery Fund

Il leguleio volturarese si era presentato in entrambe le Camere per le comunicazioni in vista dell’imminente Consiglio europeo, che riveste un’importanza capitale. Soprattutto dopo la lite tra i Governi e l’Europarlamento che ha bloccato la trattativa sul Bilancio pluriennale della Ue. Che è una conditio sine qua non per l’erogazione dei finanziamenti del mitologico Recovery Fund.

Non a caso, il Presidente del Consiglio era tornato a sollecitare «l’attuazione normativa del piano Next Generation Eu», sul cui nome abbiamo esaurito le battute. «Continuiamo a sostenere lo sforzo dei vertici delle istituzioni comunitarie volti ad evitare i rinvii dell’operatività. Non ci possiamo permettere ritardi».

L’asse Roma-Bruxelles è stato confermato anche dal voto parlamentare sulla risoluzione di maggioranza, che impegna il Governo ad agire sul Consiglio Ue. Affinché giunga nel più «breve tempo possibile ad un accordo con i partner europei al fine di usare le risorse della Next Generation Eu».

Facile a dirsi, molto meno a farsi – e non è un dettaglio irrilevante. Come infatti spiegavamo qualche giorno fa, la Manovra approntata dal Cancelliere dello Scacchiere si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Fondo per la Ripresa.

Curiosamente, anche la Nadef, proprio come il Dpcm di ottobre, ha ricevuto ben oltre il crepuscolo il via libera dell’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre». A questo punto, ci auguriamo che la notte porti Consiglio. Ue, ça va sans dire.

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Economia

Nadef, nella Manovra riforma fiscale, sgravi per il Sud e assegno per i figli

Il Ministro Gualtieri illustra la Nota di Aggiornamento al Def, che prevede la riduzione delle tasse e l’aumento del deficit. Permangono le incognite Bruxelles, Recovery Fund, e anche gli onorevoli in isolamento fiduciario

Mirko Ciminiello

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nadef
La Nadef

Con la metà di ottobre ormai incipiente, si avvicina a larghi passi la scadenza “europea” della Nadef – contestuale a quella del Recovery Plan. Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è dunque presentato in audizione davanti alle Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato. Dando delle anticipazioni importanti sulla roadmap che il Governo rosso-giallo intende seguire. Una volta superata la prova dell’Aula, ça va sans dire.

La Nadef e la prova dell’Aula

Mercoledì 14 ottobre, giorno del giudizio. Per la Nota di Aggiornamento al Def, si intende. È infatti la data in cui il Parlamento inizierà la discussione del provvedimento che anticipa la Manovra. Il voto, previsto per giovedì, soprattutto a Palazzo Madama potrebbe riservare sorprese – per quanto l’eventualità sia poco probabile.

La maggioranza rosso-gialla deve infatti fare i conti con le assenze degli onorevoli positivi al Covid-19 o in isolamento fiduciario. Un problema che si era già presentato la settimana scorsa, quando a Montecitorio era mancato per due volte il numero legale. In quel caso si erano equiparati i deputati in quarantena a quelli in missione per abbassare il quorum. Per la Nadef, però, occorre la maggioranza assoluta in entrambe le Aule: vale a dire 316 sì alla Camera e 161 al Senato.

A Montecitorio, attualmente, sono una quindicina le defezioni che si registrano nella maggioranza, che però è sufficientemente salda da non temere scossoni. Discorso diverso per la Camera Alta, dove i numeri sono più risicati e anche i cinque senatori che al momento marcherebbero visita potrebbero risultare decisivi.

Non a caso, tutti gli esponenti governativi che sono anche parlamentari sono stati “precettati” in modo da garantire la propria presenza in Aula. E, secondo indiscrezioni, i probiviri del M5S avrebbero congelato auto-processi ed eventuali espulsioni per questo stesso motivo.

In ogni caso, il bi-Premier Giuseppe Conte ha ostentato sicurezza. «I numeri ci sono, la maggioranza è coesa» ha assicurato. Anche perché un aiuto potrebbe arrivare dal Gruppo Misto, così come dai centristi. L’azzurra Paola Binetti, per esempio, ha affermato che, pur essendo orientata a votare no, se fosse in gioco la caduta dell’esecutivo si turerebbe montanellianamente il naso.

Un tempo li si chiamava voltagabbana, ora sono diventati “responsabili”. Governo che vai, usanza che trovi.

I contenuti della Nadef

Nel frattempo, il Cancelliere dello Scacchiere ha illustrato la cornice della Nadef, che prevede un calo del 9% del Pil per il 2020. Una stima, che in caso di «aumento molto forte dei contagi con restrizioni in Europa molto marcate», potrebbe peggiorare – ma non oltre il -10,5%.

L’Italia dovrebbe tornare quindi a crescere gradualmente, del 6% nel 2021, 3,8% nel 2022 e 2,5% nel 2023. «Andamento che consentirà di ritornare a livelli pre-Covid nel terzo trimestre 2022» ha spiegato il titolare di via XX Settembre.

In ogni caso, «la maggiore espansione di bilancio non significa aumento delle tasse», che nel 2021 addirittura «si ridurranno». Questo grazie soprattutto all’estensione «annuale della riduzione del cuneo fiscale, che quest’anno è partita a luglio», e alla fiscalità agevolata per il Sud. Inoltre, si sta «valutando un ulteriore prolungamento della moratoria sui crediti» per le imprese «che scade attualmente il 31 gennaio».

Nella stessa direzione va anche la riforma dell’Irpef, da realizzare nel prossimo triennio, ma col modulo principale che dovrebbe essere «operativo dal 1° gennaio 2022». Obiettivo 2021 invece per l’assegno unico per i figli, un contributo mensile alle famiglie a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al ventunesimo anno di età.

Al momento, si parla di un versamento fino a 200 euro al mese per figlio, che può raddoppiare in caso di disabilità. L’importo verrà comunque calibrato in base a tre fasce di reddito, e sarà accresciuto dal terzo figlio in poi. Dimagrirà invece al compimento dei 18 anni, quando il sussidio potrà essere intascato direttamente dal figlio ormai maggiorenne.

L’ombra del Recovery Fund

Su tutte queste misure grava l’ombra del Recovery Fund, il mitologico Fondo per la Ripresa su cui il Governo Conte ha basato circa metà della Nadef. E che, tuttavia, è ben lungi dall’essere una prospettiva concreta, come raccontavamo qualche giorno fa.

Eppure, il titolare del Mef ha garantito che lo scostamento di Bilancio si avrà in virtù di un incremento del deficit. Viene da chiedersi se lo sappiano anche a Bruxelles.

In caso affermativo, dobbiamo riconoscere che i provvedimenti sembrano andare nella direzione giusta, almeno in linea di principio. Qualunque sostegno alle famiglie e ai lavoratori, qualunque riduzione delle imposte non può che portare giovamento ai cittadini, e quindi all’economia.

Resta, per ora, il nodo delle coperture – ed è un nodo non da poco. Tuttavia, ci auguriamo vivamente che Gualtieri dissipi qualsiasi dubbio e concretizzi il piano finanziario che ha esposto. E noi, da cui spesso sono partite critiche al suo indirizzo, saremo i primi a dirgli, di tutto cuore: bravo, Ministro!

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