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Cultura

Tumore, dagli Stati Uniti la speranza di un vaccino universale anti-cancro

La ricerca, pubblicata su Nature, riguarda un farmaco che blocca le metastasi: testato per ora su topi e scimmie, stimola la risposta del sistema immunitario e può essere utilizzato su ogni tipo di paziente

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Vaccino contro il tumore
Vaccino anti-cancro

Da www.romait.it

Potremmo essere a un passo da un vaccino anti-cancro efficace contro vari tipi di tumore e valido per ogni categoria di paziente. Negli Stati Uniti è stato infatti messo a punto un farmaco in grado di bloccare la diffusione delle metastasi in modo pressoché universale. Al momento la sperimentazione è stata eseguita sugli animali, ma i risultati sono così incoraggianti che dovrebbero essere presto avviati i test sull’uomo.

Vaccino contro il tumore
Vaccino anti-cancro

Verso il vaccino universale contro il tumore

La nuova speranza contro il cancro arriva dunque dagli Usa, per la precisione dal Dana-Farber Cancer Institute e dal Wyss Institute della Harvard Medical School. I due enti, entrambi di Boston, hanno infatti sviluppato un supervaccino capace di stimolare un attacco concentrico del sistema immunitario contro le cellule malate. Lo studio, per ora condotto su topi e scimmie, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Nature e si è concentrato su un particolare meccanismo difensivo del tumore.

Quando infatti una cellula normale viene danneggiata, forma sulla propria superficie delle molecole denominate MICA e MICB, significativamente soprannominate “kill me” proteins (proteine “uccidimi”). Fungono infatti da segnale di pericolo, che allerta due classi di globuli bianchi, i linfociti T e NK (Natural Killer), dirigendoli verso il bersaglio da eliminare.

Come però ricorda Il Messaggero, alcune tipologie di tumore riescono a rimuovere queste molecole, impedendo così che venga attivato il “sistema di autodistruzione”. Qui interviene il farmaco yankee, che innesca la produzione di anticorpi volti a fissare le proteine “kill me” sullo strato esterno delle cellule cancerose. Le quali si ritrovano così esposte al bombardamento dei nostri “cecchini” biologici.

Inoltre, i ricercatori hanno appurato che nei topi a cui avevano rimosso chirurgicamente il tumore il grado di metastasi era significativamente ridotto. E quando, dopo quattro mesi, sono state somministrate cellule tumorali ad alcune delle cavie immunizzate, nessuna ha sviluppato la malattia.

I vantaggi del farmaco

Forse però il principale vantaggio del vaccino americano consiste nella sua a-specificità. Da un lato, a differenza degli attuali farmaci, non necessita di essere calibrato individualmente, perché MICA e MICB sono espresse da numerose cellule tumorali. Dall’altro, dal momento che arruola sia i linfociti T che NK, potrebbe garantire l’immunità anche contro tumori con mutazioni che usualmente sfuggono alle difese naturali dell’organismo.

Insomma, se rispetterà le promesse, questa terapia assomiglia molto alla classica panacea di tutti i mali. E forse presto potremo affermare, parafrasando il film Apollo 13: Boston, abbiamo (risolto) un problema!

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cultura

Scienza, in Francia si ricicla pelle “di scarto” per testare farmaci e vaccini

La biotech Genoskin ha presentato alla conferenza VivaTech una ricerca in cui utilizza la cute derivante dalla chirurgia plastica per sviluppare nuovi prodotti farmaceutici: così è più facile verificarne l’efficacia e correggere eventuali difetti

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Scienza, Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin
Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin

Da www.romait.it

La corsa della scienza nel contrasto alle malattie, per fortuna, non si ferma mai. L’ultima novità arriva dalla Francia, dove un’azienda di biotecnologie sta utilizzando pelle “di scarto” per facilitare la sperimentazione sui nuovi prodotti farmaceutici. Una sfida cruciale soprattutto in questo periodo storico segnato da pandemie e crisi sanitarie.

Scienza, Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin
Un farmaco viene testato su un campione di pelle alla Genoskin

La corsa della scienza non si ferma mai

Da alcuni anni si tiene a Parigi VivaTech, una conferenza tecnologica annuale dedicata principalmente a innovazioni e start-up. Una di esse, la biotech franco-americana Genoskin, ha presentato in quest’edizione una ricerca davvero pionieristica, che il Ceo Pascal Descargues ha illustrato a France24.

L’idea è stata quella di conservare ex vivo campioni di cute umana derivanti dalla chirurgia plastica, che normalmente vengono distrutti. E di utilizzarli nei trial clinici legati allo sviluppo di nuovi farmaci e vaccini.

È infatti risultato che questa metodologia rende più facili e rapidi gli esami sull’efficacia e la tossicità dei medicinali. Per esempio, consente di valutare in maniera attendibile se la profilassi attivi o meno le cellule del sistema immunitario. E può anche aiutare gli scienziati a correggere eventuali difetti del preparato.

Lo stesso Descargues ha raccontato che la sua impresa ha collaborato con una società statunitense che lavorava a un prodotto contro l’emofilia, risultato però troppo tossico. I partner d’Oltreoceano pensavano di interrompere semplicemente il progetto, ma i test della Genoskin hanno permesso di individuare una formulazione alternativa che aggirasse l’ostacolo.

Insomma, è il caso di dire che i nostri cugini d’Oltralpe hanno ribadito l’importanza di essere… amici per la pelle: anche e soprattutto nella scienza.

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Cultura

Benedetto XVI, una risposta ai rilievi di Monsignor Athanasius Schneider

Il Vescovo di Astana respinge la sola idea della Magna Quaestio, ma senza mai entrare realmente nel merito: che è l’invalidità canonica delle “dimissioni” di Papa Ratzinger

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Da www.romait.it

Ci è voluto parecchio, ma finalmente il caso relativo alle non-dimissioni di Benedetto XVI ha iniziato ad allargarsi a macchia d’olio, giungendo a interessare anche alti prelati. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Vescovo ausiliare di Astana, Monsignor Athanasius Schneider. Che però, nel criticarla, non è entrato realmente nel merito della Magna Quaestio.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Monsignor Schneider e la Magna Quaestio

«Il principio guida più sicuro riguardo alla cruciale questione» del Papato «dovrebbe essere la prassi prevalente nella storia della Chiesa». Inizia così il video-messaggio con cui Mons. Schneider si è inserito nel dibattito sull’affaire Vati-gate, a proposito del quale ha espresso forti riserve.

«L’ipotesi secondo cui Benedetto XVI è ancora l’unico Papa regnante», oltre a ricordare il sedevacantismo, contraddice «la grande tradizione della Chiesa» ha affermato Sua Eccellenza. Secondo cui «la legge umana che regola l’assunzione o la destituzione dall’ufficio papale dev’essere subordinata al bene superiore dell’intera Chiesa», che sarebbe l’esistenza di «un Pastore Supremo visibile».

Peraltro, l’inefficacia dell’abdicazione di Papa Ratzinger avrebbe tutta una serie di conseguenze, già illustrate nel 2020 dal professor Roberto de Mattei. Per esempio, i Cardinali nominati da Jorge Mario Bergoglio sarebbero altrettanto invalidi, il che metterebbe in pericolo la successione apostolica.

Infine, il presule kirghizo ha citato vari esempi storici di Pontefici certamente eletti in maniera irregolare, e tuttavia riconosciuti come legittimi dal Vaticano. Da Gregorio VI, che nel 1045 comprò il Papato dal suo predecessore, a Bonifacio VIII, che nel 1294 costrinse Celestino V a rinunciare al Soglio di Pietro.

Tuttavia, nessuna di queste argomentazioni ci sembra particolarmente convincente.

Benedetto XVI e la sede impedita

In riferimento alla tradizione, il collega Andrea Cionci ha puntualizzato su Libero che la storia ecclesiastica conta circa 40 antipapi. Quindi semmai l’unica novità è la strategia adottata da Papa Benedetto XVI per rispondere all’aggressione e «separare i credenti dai miscredenti», come disse all’Herder Korrespondenz.

In quest’ottica, poi, l’invalidità dei porporati di nomina bergogliana non è affatto un rischio, bensì un obiettivo – sia pure secondario. Non a caso, nella celeberrima Declaratio del febbraio 2013, Joseph Ratzinger dichiarò che il nuovo Conclave «dovrà essere convocato da coloro a cui compete». Questo perché il Vicario di Cristo non si era realmente dimesso, bensì autoesiliato in sede impedita – e non vacante, come nell’accenno di Monsignor Schneider. E in Cappella Sistina si entra solo a Pontefice regnante deceduto o regolarmente abdicatario.

Quanto poi ai precedenti storici, Sua Eccellenza dimentica che ci sono stati antipapi accettati unanimemente dal Clero, salvo essere riconosciuti come tali anche dopo anni. Il caso più eclatante riguarda l’antipapa Anacleto II, nominato nel 1130 in opposizione al Pontefice legittimo Innocenzo II. L’antipapa Anacleto II regnò otto anni col sostegno della nobiltà romana e del Collegio Cardinalizio, che alla sua morte elesse l’altro antipapa Vittore IV. Come rimarca il professor Antonio Sànchez Sàez, dovette intervenire San Bernardo di Chiaravalle per districare il nodo gordiano, ripristinando Innocenzo II come unico vero Papa.

La reale questione riguardante Benedetto XVI

A monte, comunque, il problema della riflessione del Vescovo ausiliare di Astana è che, esattamente come quelle dei teorici dell’errore sostanziale, non coglie il nocciolo della questione. Che sta tutto all’interno della Declaratio che, come hanno dimostrato insigni giuristi e canonisti, se interpretata come rinuncia è giuridicamente nulla. Questo significa che il «Pastore Supremo visibile» c’è eccome, però è ancora Benedetto XVI. Tutto il resto è filosofia, se non addirittura sofismo, semplicemente perché de facto non è mai accaduto.

In ogni caso, interventi come quello analizzato o anche quello del Cardinal Gerhard Müller dimostrano che è sempre più difficile silenziare il caso del millennio. A conferma del dettato evangelico per cui “grideranno le pietre”, a dispetto di qualsiasi ostracismo dei media mainstream.

Monsignor Athanasius Schneider
Monsignor Athanasius Schneider

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Cultura

Benedetto XVI, le eccezioni che confermano la Regola (e la sede impedita)

Ancora allusioni a uno stato di straordinarietà anche giuridica: i nuovi messaggi in “Codice Ratzinger” rilevati in un libro di Peter Seewald e in un discorso di Mons. Gänswein

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

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E se anche Papa Benedetto XVI avvalorasse la Magna Quaestio sulle sue non-dimissioni, da leggere piuttosto come auto-esilio in sede impedita? In effetti, alcuni dei messaggi inviati negli ultimi nove anni (anche dal suo più stretto collaboratore, Monsignor Georg Gänswein) sembrano andare proprio in questa direzione. E, anche a distanza di tempo, si fanno ancora delle scoperte decisamente interessanti.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Benedetto XVI e il Codice Ratzinger

Com’è ormai noto, il collega Andrea Cionci ha individuato un sottile modus communicandi adottato da Benedetto XVI negli ultimi nove anni. Si tratta del cosiddetto “Codice Ratzinger”, fatto di giochi di parole, enigmi e autentici rompicapi, alcuni dei quali non sono privi di una certa ironia.

La ragione di tali escamotage sta proprio nella situazione di (Santa) Sede impedita, uno status canonico in cui il Pontefice non può neppure comunicare liberamente. E in cui Joseph Ratzinger si trova dal 2013, come attestato nella celeberrima Declaratio. Che altrimenti, come abbiamo più volte argomentato citando autorevoli giuristi e canonisti quali l’avvocatessa Estefanía Acosta e il professor Antonio Sánchez Sáez, sarebbe giuridicamente nulla.

Naturalmente si tratta di una condizione del tutto straordinaria – nel senso etimologico di “fuori dall’ordinario”. Tant’è che, per descriverla, Mons. Gänswein, Prefetto della Casa pontificia già sotto Papa Ratzinger, nel 2016 ha usato l’espressione «Pontificato d’eccezione», in tedesco Ausnahmepontifikat.

L’Arcivescovo di Urbisaglia parlava durante la presentazione di un libro sul mite teologo bavarese scritto dallo storico don Roberto Regoli. Alla luce del “Codice Ratzinger”, il suo discorso appare farcito di indizi, uno dei quali è proprio il succitato termine teutonico.

Le “eccezioni” che confermano la sede impedita

Come infatti notava il canonista Guido Ferro Canale, la parola Ausnahmepontifikat rimanda al filosofo (anche lui tedesco) Carl Schmitt, teorico dello “stato di eccezione”. Una categoria associata alla facoltà – esclusiva del sovrano – di sospendere l’intero ordinamento giuridico vigente. Proprio ciò che fece Papa Benedetto quando si trovò accerchiato dalla Mafia di San Gallo e con la posta privata data alle stampe (lo scandalo Vatileaks).

Curiosamente, poi, Sua Santità ha fatto riferimento in prima persona a delle circostanze atipiche (ma a livello storico), nel libro-intervista di Peter SeewaldUltime conversazioni”. Affermando, in risposta a una domanda sulle “dimissioni”, che «nessun papa si è dimesso per mille anni e anche nel primo millennio ciò ha costituito un’eccezione».

Eppure, si contano sei Pontefici abdicatari nel primo millennio, e altri quattro nel secondo, il che farebbe sembrare assurda la dichiarazione del Successore di San Pietro. A meno che per “dimissioni” non si intenda la semplice rinuncia al ministerium, l’esercizio pratico del potere – come ha fatto proprio Benedetto XVI. A questo punto si comprende facilmente che l’allusione riguarda Benedetto VIII, spodestato nel 1012dall’antipapa Gregorio VI. Perdendo così per alcuni mesi il ministerium, ma mai il munus (il titolo divino di Pontefice), tant’è che poi venne reintegrato nelle funzioni papali senza alcuna rielezione.

Significativamente, peraltro, nell’altro libro-intervista Ein Leben il Vicario di Cristo menzionava anche Celestino V, che notoriamente abbandonò il Soglio di Pietro nel 1294. Specificando che la sua situazione «non poteva in alcun modo essere invocata come (mio) precedente».

Eccezioni, dunque, che confermano la… Regola. Benedettina, of course!

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Cultura

Tumore al colon, un anticorpo monoclonale porta alla guarigione completa

Il farmaco, chiamato dostarlimab, ha fatto sparire il cancro senza necessità di chemio e radioterapia, ed è la prima volta che accade. I ricercatori americani: “I pazienti piangevano di gioia”

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Anticorpi monoclonali anti-cancro, Tumore al colon
Anticorpi monoclonali anti-cancro

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Un farmaco capace di curare il tumore al colon senza necessità di ricorrere alla chirurgia, né alla chemioterapia o alla radioterapia. È quello che è stato messo a punto da alcuni ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. E, anche se occorreranno nuove e più approfondite analisi, la scoperta suona già rivoluzionaria.

Anticorpi monoclonali anti-cancro, Tumore al colon
Anticorpi monoclonali anti-cancro

Un farmaco contro il tumore al colon

Si chiama dostarlimab, arriva dagli Stati Uniti e, tecnicamente, è un anticorpo monoclonale. Ma soprattutto, come evidenzia La Repubblica, è una piccola, grande speranza contro il tumore al colon-retto. O almeno contro una sottoclasse di tale patologia – quella associata al cosiddetto deficit di funzionalità del sistema di riparazione del DNA (Mismatch Repair Deficiency, MRR). Un’alterazione genetica che tra l’altro comporta una risposta minore alla chemioterapia convenzionale, ma una maggiore all’immunoterapia.

Sulla base di queste premesse è stata avviata una sperimentazione su un numero fortemente ridotto di soggetti – appena 12. Eppure, anche se i risultati, appena pubblicati sul New England Journal of Medicine, richiederanno ulteriori conferme, appaiono già estremamente significativi.

In tutti i pazienti, infatti, la lesione tumorale è totalmente scomparsa, senza dover ricorrere a nessun altro trattamento e senza che si manifestasse alcun effetto collaterale grave. Dopo 6 mesi di follow-up, la completa remissione della malattia è stata certificata da esami fisici, endoscopie, biopsie, risonanze magnetiche e PET. «Credo sia la prima volta che accade nella storia del cancro» ha spiegato al New York Times il dottor Luis Alberto Diaz, uno dei responsabili dello studio.

E forse ancora più strabiliante è il fatto che, come precisa Libero, i partecipanti al trial sembravano non avere alcuna chance. «Ci sono state molte lacrime di gioia» ha rivelato, non a caso, la dottoressa Andrea Cercek, a sua volta co-autrice del paper.

Il meccanismo di azione del dostarlimab

Alcuni tipi di tumore riescono a sfuggire agli attacchi del sistema immunitario grazie all’interazione con delle proteine chiamate PD-1, che sta per Programmed cell death protein 1. Situate sulla superficie di determinate classi di linfociti, ne inibiscono l’attività per prevenire l’insorgenza di malattie autoimmuni, ma finiscono per garantire l’immunità anche al cancro.

Gli scienziati newyorchesi hanno quindi pensato di utilizzare un bloccante delle PD-1, come appunto il dostarlimab, per rendere innocuo il “complice biologico” del nemico. E hanno avuto ragione, visto che durante il follow-up (fino a 25 mesi) non sono stati notati casi di progressione o recidiva del tumore al colon.

Non è nemmeno la prima volta, come raccontavamo anche di recente, che dagli Usa arrivano buone notizie in materia di salute. È proprio il caso di dire che una… Grande Mela al giorno toglie il medico di torno!

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Cultura

Benedetto XVI, la teoria dell’errore sostanziale smentita dal Padre Nostro

Per dei commentatori Usa, Papa Ratzinger avrebbe redatto una Declaratio invalida in modo inconsapevole. Replichiamo alla loro ipotesi anche con riferimento al versetto “non ci indurre in tentazione”

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

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Nell’ambito della Magna Quaestio, ovvero il dibattito sulle (probabilissime) non-dimissioni di Papa Benedetto XVI, c’è una posizione particolare in voga soprattutto negli Stati Uniti. È la cosiddetta «teoria dell’errore sostanziale», secondo cui, sintetizzando al massimo, Joseph Ratzinger avrebbe effettivamente redatto la celeberrima Declaratio in modo invalido, ma lo avrebbe fatto “inconsapevolmente”. Un’ipotesi criticata da Andrea Cionci, collaboratore di Libero e principale autore italiano dell’inchiesta, e sulla quale RomaIT offre ora un nuovo contributo.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Un “errore sostanziale” di Benedetto XVI?

Il dibattito sull’affaire Vati-gate sta dunque iniziando a snodarsi sull’asse Italia-Usa. Il che è senz’altro una buona notizia, anche se Oltreoceano, come scrivevamo alcune settimane fa, hanno qualche problema a individuare il vero nocciolo della questione. Preferendo concentrarsi su aspetti “filosofici” che appaiono francamente marginali.

Il punto di partenza, in realtà, è uguale per tutti. La nullità della Declaratio di Papa Ratzinger, d’altronde dimostrata da insigni giuristi e canonisti quali l’avvocatessa Estefanía Acosta e il docente Antonio Sánchez Sáez.

Non hanno problemi a riconoscerla neppure autorevoli commentatori cattolici come il professor Edmund Mazza e i blogger Ann Barnhardt e Mark Docherty. I quali, tuttavia, la attribuiscono a un’errata concezione del Papato da parte di Benedetto XVI. Che, volendo creare l’istituto dell’emeritato e scindere il Pontificato in due (con un Papa attivo e uno contemplativo) avrebbe finito per scrivere un’abdicazione giuridicamente inefficace.

È la tesi dell’errore sostanziale, che nega alla radice l’eventualità che Papa Benedetto si sia scientemente ritirato in sede impedita per costringere il cancro modernista a palesarsi. Il collega Cionci l’ha già confutata in modo decisamente convincente, con riferimenti sia canonici che, per esempio, al “Codice Ratzinger” (da lui stesso individuato). L’arguto e fine modus communicandi fatto di giochi di parole, enigmi e rompicapi, adottato dal mite teologo bavarese per inviare messaggi dal suo autoesilio.

Non ci indurre in tentazione

Una delle argomentazioni dei teorici dell’errore sostanziale è l’assunto che Sua Santità non avrebbe potuto perpetrare «uno dei più grandi inganni della storia della Chiesa». Per quanto – controbatte Cionci – estremizzando si potrebbe paragonare la situazione di Benedetto XVI a quella di un sequestrato. Che, come l’aviatore americano Jeremiah Denton, non può dichiarare il proprio rapimento (condizione in cui si trova fattualmente) se non servendosi di un linguaggio criptato.

Un aspetto interessante, comunque, è il fatto che il ragionamento yankee suoni in qualche modo simile al famoso “Dio non può indurre in tentazione”. La frase con cui Jorge Mario Bergoglio ha motivato la nuova traduzione del Padre Nostro.

In greco, il versetto modificato si legge μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (mè eisenénkes emàs eis peirasmòn). Letteralmente, significa “non portarci verso la prova”, che non implica affatto che Dio Padre sia l’autore della prova stessa. Ma semplicemente che, come ricordava proprio Joseph Ratzinger, il Creatore può permettere che l’uomo venga tentato – «come penitenza per noi» oppure «per la Sua gloria».

Ora, si ricordi che nel 2013 Benedetto XVI si trovò accerchiato da nemici interni (la Mafia di San Gallo) e verosimilmente esterni (il blocco dei bancomat vaticani). A quel punto potrebbe ragionevolmente averli “messi alla prova” – in analogia col dettato etimologico del Pater Noster. Diffondendo una dichiarazione di rinuncia al ministerium (cioè al solo esercizio pratico del potere) al fine di «separare i credenti dai miscredenti», come disse all’Herder Korrespondenz.

Il resto lo hanno fatto i “lupi”. Che, ancorché travestiti da agnelli, come lo scorpione della favola di Esopo alla lunga non potevano che rivelare la propria reale natura.

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Cultura

Franco Battiato, un anno dopo: analisi dell’ultimo capolavoro del Maestro

Dodici mesi fa l’artista catanese si liberava dalla prigione del corpo, lasciandoci però un ultimo capolavoro, “Torneremo ancora”: che non è solo un “testamento spirituale”, ma una vera e propria via verso l’infinito

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Il Maestro Franco Battiato
Il Maestro Franco Battiato (1945-2021)

Da www.romait.it

Un anno fa ci lasciava il Maestro Franco Battiato. O meglio, lasciava questa vita terrena, rimanendo con noi sotto altre forme – in primis, naturalmente, la sua musica. Come lui stesso ha affermato nell’ultimo capolavoro, Torneremo ancora, che non è soltanto un testamento spirituale, ma una vera e propria via verso l’infinito.

Il Maestro Franco Battiato
Il Maestro Franco Battiato (1945-2021)

Franco Battiato, un anno dopo

18/05/2021 – 18/05/2022. Sono passati 12 mesi da quando si è liberato dalla prigione del corpo Franco Battiato, uno dei pochissimi a meritare davvero il titolo di Maestro. Che non a caso, come aveva rivelato al Fatto Quotidiano, non gli piaceva affatto – com’è prerogativa dei grandissimi.

L’artista siciliano, però, è ancora e sempre con noi. «È andato via fisicamente», ma «è una presenza costante» ha confessato per esempio a MeridioNews il tastierista Angelo Privitera, suo storico collaboratore per oltre trent’anni.

Anche in quest’ultimo anno, in effetti, il cantautore etneo non ha smesso di stupire, come con la scoperta della versione originaria del suo capolavoro La cura. Ma anche il suo ultimo singolo, Torneremo ancora, uscito nel 2019, è una piccola perla donata all’umanità.

Si tratta di una canzone incentrata su quell’anelito alla libertà che caratterizza ogni essere umano, esiliato in questo mondo finché non si scioglieranno i lacci della mortalità. Un concetto espresso da diverse religioni e discipline, dalla filosofia greco-romana al pensiero orientale tanto caro al Maestro Battiato.

Torneremo ancora

«Siamo tutti migranti fin quando non torneremo a casa alla nostra dimora ultima» ha dichiarato a Rolling Stone Juri Camisasca, co-autore del brano. Che inizialmente era stato intitolato, non a caso, I migranti di Ganden. Monaci tibetani costretti a lasciare il proprio monastero durante la Rivoluzione Culturale, e divenuti perciò simbolo dell’anima che vaga in terra fino al ritorno all’abitazione celeste.

«Tutti noi siamo esseri spirituali. Siamo in cammino verso la liberazione» sosteneva proprio il Maestro, come scrisse a suo tempo Sky TG24. E in tal senso appare particolarmente significativa la parte finale del testo di Torneremo ancora.

Molte sono le vie / Ma una sola / Quella che conduce alla verità / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora / Ancora e ancora.

Parole che in effetti possono essere interpretate in due modi leggermente differenti – uno più superficiale e uno più profondo. È possibile che la sola via “che conduce alla verità” sia proprio questo continuo peregrinare «fino a quando l’anima non sarà del tutto libera dalle emozioni perturbatrici dell’ego». Ma è anche possibile che l’immenso Franco Battiato non ci abbia fornito la soluzione al dilemma.

Il compianto artista catanese potrebbe aver “semplicemente” indicato che esiste una sola strada “che conduce alla verità”. E giova ricordare che la verità rende liberi, come si legge nel Vangelo di San Giovanni. Ed essendo questa la più alta aspirazione del nostro spirito, finché non saremo realmente liberi non potremo approdare sul mondo inviolato che ci aspetta da sempre. Non potremo raggiungere i migranti di Ganden / In corpi di luce / Su pianeti invisibili, e la felicità eterna a cui siamo tutti destinati.

Anche per questo la vita non finisce / È come il sogno / La nascita è come il risveglio, perché forse c’è davvero chi “torna ancora”. Mentre è fuori discussione che vi sia chi non se ne è mai andato. Ciao, Maestro!

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Cultura

Elon Musk contro il “suo” Twitter: “Ha forti pregiudizi di sinistra”

In nome della libertà di espressione, il miliardario attacca il social che sta acquistando (e l’intera ideologia liberal prona al politically correct): citando tra l’altro “l’immorale e stupido” ban di Donald Trump, che lui vorrebbe annullare

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Elon Musk
Elon Musk

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Il multimiliardario Elon Musk è tornato all’attacco sul tema della libertà di espressione. E ancora una volta ha puntato il dito contro Twitter, il social network di cui sta trattando l’acquisto. Anche se, a ben vedere, il suo j’accuse è molto più esteso, perché di fatto mette sul banco degli imputati l’intera cultura, anzi ideologia liberal.

Elon Musk
Elon Musk

Elon Musk (di nuovo) all’attacco

Ormai è acclarato che, quando Elon Musk parla (o cinguetta), non è mai banale. Soprattutto perché, avendo una predilezione pseudo-volteriana per il diritto di parola, le sue dichiarazioni si discostano spesso da quelle rilasciate in fotocopia dai megafoni del pensiero unico. È stato così anche per le proteste abortiste che, come raccontavamo, stanno mettendo a ferro e fuoco gli Stati Uniti.

Più precisamente, l’uomo più ricco del mondo era stato sollecitato dal commentatore americano Mike Cernovich a esprimersi sul “doppio standard” della piattaforma dei 280 caratteri. Che sembra disposta a tollerare l’incitamento alla violenza, anche da parte di un account verificato, purché si tratti di “violenza politically correct”.

Al che, come riferisce il New York Post, il Ceo di Tesla e SpaceX ha replicato laconico: «Ovviamente Twitter ha un forte pregiudizio di sinistra». Aggiungendo, tanto per essere chiaro sulla questione della censura, che «la mia preferenza è l’allineamento alle leggi dei Paesi in cui Twitter opera. Se i cittadini vogliono che qualcosa sia vietato», che venga approvata una norma apposita, «altrimenti dovrebbe essere permesso».

Tempi duri per il politically correct?

Probabilmente non è un caso che a queste parole abbia fatto eco un’altra, importante presa di posizione: quella sull’anti-democratica proscrizione del Presidente Usa in carica Donald Trump.

«Penso che sia stato un errore, perché ha allontanato una grande parte del Paese» ha affermato Musk secondo quanto riporta Sky News. «Penso che i ban permanenti minino la fiducia in Twitter» ha quindi rincarato la dose l’imprenditore sudafricano. Definendo la decisione «immorale e totalmente stupida», e assicurando che lui la annullerebbe.

Insomma, in nome del free speech sembrano prospettarsi tempi duri per il politicamente corretto. Ed era davvero ora!

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Cultura

Politically correct, quella sinistra lezione americana sulla violenza “buona”

Chiese vandalizzate, molotov contro i pro-life, giudici intimiditi: così gli abortisti stanno devastando gli Usa (in senso letterale) dopo l’indiscrezione sulla possibile cancellazione, da parte della Corte Suprema, della sentenza Roe v. Wade

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Politically correct, Proteste abortiste negli Stati Uniti
Proteste abortiste negli Stati Uniti

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In tempi che ricordano molto le distopie di George Orwell, può capitare che le proteste politically correct siano “più uguali” delle altre. O, almeno, che tali vengano considerate da certa stampa (il che è piuttosto inquietante) e anche da certa politica (il che invece è gravissimo). Come dimostra quanto sta accadendo da una settimana Oltreoceano.

Politically correct, Proteste abortiste negli Stati Uniti
Proteste abortiste negli Stati Uniti

Le violenze degli abortisti

Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo scorso 2 maggio, il quotidiano americano Politico ha pubblicato una bozza riguardante la sentenza Roe v. Wade, che nel 1973 legalizzò l’aborto negli Usa. Si tratta delle intenzioni di voto (solo ufficiose) dei nove giudici della Corte Suprema, da cui emerge la volontà di rovesciare la vecchia decisione. In realtà, finché il verdetto non sarà ufficiale i magistrati possono sempre cambiare idea. Ma tanto è bastato perché gli Stati Uniti si ritrovassero devastati da qualcosa di perfino peggiore di un’ideologia già devastante di suo.

Tanto per cominciare, come sottolinea il Daily Mail sono stati diffusi gli indirizzi privati degli ermellini. Almeno tre dei quali (Samuel Alito, Brett Kavanaugh e John Roberts) sono stati intimiditi, scrive la BBC, da attivisti pro-choice.

Ma l’aspetto più sinistro (in tutti i sensi) è che Jen Psaki, portavoce dimissionaria della Casa Bianca, all’inizio non ha voluto stigmatizzare esplicitamente questi atti sovversivi e anti-democratici. Affermando, come riferisce Fox News, che il punto fondamentale è che «le donne in tutto il Paese sono preoccupate per i loro diritti». Solamente dopo qualche giorno ha cinguettato una generica condanna di «violenza, minacce e vandalismo» da parte di Joe Biden, che non ha minimamente soddisfatto i Repubblicani.

I paraocchi del politically correct

In effetti, tale presa di posizione era divenuta pressoché inevitabile dopo l’escalation dell’ultimo fine settimana. Quando, come riporta Catholic News Agency, sono state imbrattate chiese, vandalizzate cliniche di maternità, e in un ufficio pro-life è stata lanciata una molotov.

Il tutto nel silenzio assordante dei media liberal, che del resto erano stati colti da mutismo anche davanti al teppismo targato BLM. D’altronde, uno dei tratti distintivi del politicamente corretto sono i paraocchi a targhe alterne. Per cui, per dire, “le sentenze si rispettano” (come da atavico mantra), ma solo finché sono in accordo col pensiero unico. Ma, tanto per sgombrare il campo da equivoci, nessuna violenza è mai “buona”: neanche se ha il marchio “politically correct”.

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Cultura

Vaticano, ora anche dall’America piovono dubbi sulla “Magna Quaestio”

Per lo scrittore Patrick Coffin l’elezione di Bergoglio è invalida per le violazioni alla costituzione Universi Dominici gregis. Ma le perplessità non colgono nel segno, perché la chiave sta nella sede impedita di Benedetto XVI

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Il Vaticano
Il Vaticano

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Di quando in quando, il Vaticano torna a essere scosso dai dubbi sulla cosiddetta Magna Quaestio. Ovvero la “grande questione” su chi sia davvero il Papa, viste le difficoltà a interpretare la celeberrima Declaratio di Benedetto XVI come certificazione di dimissioni. Le riflessioni più recenti arrivano da Oltreoceano: anche se hanno il torto di non cogliere realmente nel segno.

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La Magna Quaestio in Vaticano

“Perché l’elezione di Papa Francesco potrebbe essere invalida in base a un documento di Giovanni Paolo II”. È il titolo (tradotto) di una recente puntata del John-Henry Westen Show, il podcast settimanale dell’eponimo co-fondatore del sito cristiano LifeSiteNews. Durante la quale lo scrittore canadese Patrick Coffin ha discusso la possibilità che Jorge Mario Bergoglio sia un antipapa.

Il j’accuse è duplice. Anzitutto, la designazione bergogliana sarebbe avvenuta in violazione della costituzione apostolica Universi Dominici gregis, promulgata da Papa Wojtyła nel 1996. Inoltre, Francesco «ha deliberatamente attaccato il deposito della fede», per esempio con la nota intronizzazione in Vaticano dell’idolo pagano Pachamama.

Quest’ultima argomentazione però è abbastanza soggettiva, e a un oppositore basterebbe non dirsi d’accordo per disinnescarla. Più interessante è il primo assunto, che fa riferimento all’atto con cui, tra l’altro, Papa Giovanni Paolo II ha disciplinato proprio l’elezione del Romano Pontefice. Coffin ha citato in particolare le sezioni 76, 80, 81 e 82. Le quali, sostanzialmente, vietano accordi tra i Cardinali elettori durante un Conclave, pena la scomunica latae sententiae per i trasgressori e la nullità della nomina.

Ebbene, che delle trame siano state ordite nel 2013 lo sappiamo per certo, perché lo ha rivelato il defunto Cardinale belga Godfried Danneels. Il quale, nella sua (mai smentita) autobiografia del 2015, riconosceva di far parte della Mafia di San Gallo, che mirava proprio a far abdicare Papa Ratzinger. Tuttavia, anche Coffin ammette che sarebbe complicato portare quest’istanza davanti a un tribunale canonico, perché nel giudizio sarebbero coinvolti i porporati che hanno commesso le succitate irregolarità.

La chiave è la sede impedita di Benedetto XVI

In ogni caso, il vizio del ragionamento è a monte, perché il problema vero precede sia l’investitura che il mandato di Bergoglio. E sta nella possibilità concreta che Papa Benedetto XVI non si sia mai dimesso, essendosi piuttosto autoesiliato in sede impedita.

Questa, infatti, è l’unica interpretazione che può “salvare” la Declaratio ratzingeriana, che altrimenti sarebbe giuridicamente invalida. Come hanno dimostrato autorevoli giuristi quali l’avvocatessa Estefanía Acosta e il docente Antonio Sánchez Sáez, usando significativamente le stesse argomentazioni di canonisti “bergogliani” come Monsignor Giuseppe Sciacca.

Va da sé che, se quella di Joseph Ratzinger non era una rinuncia, rimane lui l’unico legittimo Vicario di Cristo. Ecco perché è qui la chiave di tutta l’intricata vicenda. Chiave di San Pietro, ça va sans dire.

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Cultura

Libertà d’espressione, dagli Usa un altro passo verso l’orwelliano “Miniver”

Il Dipartimento della Sicurezza americano si inventa un “Consiglio Direttivo sulla Disinformazione”: e intanto il principale quotidiano italiano insinua che certe categorie di cittadini non abbiano diritto di parola…

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The Big Brother is watching you, Libertà d'espressione
The Big Brother is watching you

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Che vi sia un attacco concentrico (e a vari livelli) contro la libertà d’espressione è ormai acclarato. L’ultimo esempio in tal senso proviene dagli Stati Uniti, ma trova un’inquietante corrispondenza nella stampa italiana. A ulteriore conferma di quanto fosse stato profetico lo scrittore britannico George Orwell nel suo capolavoro 1984.

The Big Brother is watching you, Libertà d'espressione
The Big Brother is watching you

L’attacco concentrico alla libertà d’espressione

Qualche giorno fa, il conduttore Giovanni Floris ha rilasciato un’intervista al Corsera. Durante la quale gli è stato chiesto, tra l’altro, se sia «giusto dare voce in tv ieri ai No Vax, oggi ai Pro Putin».

Una domanda, va da sé, estremamente faziosa, proprio come fazioso è il modo in cui le suddette categorie vengono rappresentate dal cosiddetto “quarto potere”. Che, per esempio, ha incluso tra i no vax tutti coloro che esprimono perplessità, non solo irrazionali o paranoiche, sui vaccini anti-Covid. Proprio come adesso annovera tra i sostenitori del Presidente russo anche quanti osano criticare la linea para-interventista del Governo di Mario Draghi sulla guerra in Ucraina.

Bavaglio alla libertà d'espressione
Bavaglio alla libertà d’espressione

L’aspetto più grave, però, è che il principale quotidiano del Belpaese insinui che ad alcune classi di cittadini vada negato, aprioristicamente, il diritto di parola. Il che peraltro non sorprende nemmeno più di tanto, considerando che i media mainstream sembrano avere una concezione piuttosto singolare della libertà d’espressione. Che ritengono possa essere messa in pericolo da Elon Musk ma non, per dire, dall’assurdo e anti-democratico banning del Presidente Usa in carica Donald Trump.

Verso il Miniver orwelliano?

Forse è per questa Weltanschauung che in Italia è passata completamente sotto silenzio la nuova fuga in avanti arrivata, guarda caso, proprio da oltreoceano. Dove il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security), come riporta CBS News, sta creando un “Consiglio Direttivo sulla Disinformazione” (Disinformation Governance Board). Che, aggiunge l’Associated Press, avrà il compito precipuo di contrastare le fake news sulla Russia e sulla situazione (affatto buona) dei migranti al confine messicano.

Per essere chiari, un comitato dipendente da un ufficio equiparabile al Ministero dell’Interno deciderà cos’è vero e cos’è falso su un paio di temi vagamente scottanti. Un progetto che, come ha commentato la senatrice repubblicana Joni Ernst, ci porta un passo più vicini alla costituzione del “Ministero della Verità”, l’orwelliano Miniver.

Su questo che è un pericolo reale, però, “ogne lingua devèn, tremando, muta”. Perché la propaganda del pensiero unico, per definizione, non può che essere “buona”, proprio come, parafrasando sempre Orwell, i bavagli politically correct sono più uguali degli altri. Sic!

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Cultura

Wimbledon, ecco perché il “bando bellico” è solo ipocrisia politically correct

Djokovic e Panatta contro l’esclusione degli atleti russi e bielorussi dal Tempio del Tennis: “La politica non interferisca con lo sport”. Ma Roma vorrebbe accodarsi (anche se tecnicamente incontrerebbe parecchi ostacoli)

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Wimbledon
Wimbledon

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Wimbledon, il Tempio londinese del tennis, ha deciso di escludere gli atleti di Mosca e Minsk dal torneo che inizierà il prossimo 27 giugno. Un provvedimento insensato, che non risponde ad alcuna esigenza reale, ma solo alle il-logiche del politically correct. Tant’è che il Governo italiano, sovente in prima linea quando si tratta di assurdità, sta valutando di accodarsi – anche se incontrerebbe ostacoli decisamente maggiori.

Wimbledon
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Il bando degli atleti russi e bielorussi da Wimbledon

Di fronte a una «aggressione militare ingiustificata e senza precedenti, sarebbe inaccettabile che il regime russo ricavasse benefici dalla partecipazione di giocatori russi e bielorussi ai Championships. È dunque nostra intenzione, con profondo rammarico, negare l’iscrizione a Wimbledon ai giocatori russi e bielorussi».

Così una nota ufficiale dell’All England Club, comitato organizzatore del torneo di tennis più importante in assoluto. Che quindi per l’edizione 2022 applicherà un “bando bellico” ad alcuni dei principali atleti al mondo. Tra cui, in campo maschile, il numero 2 della classifica ATP Daniil Medvedev, Campione degli US Open 2021, e il numero 8 Andrej Rublëv. In campo femminile, la numero 4 della graduatoria WTA Aryna Sabalenka, semifinalista a Wimbledon 2021, e la ex leader mondiale Viktoryja Azarenka.

Secondo La Repubblica, il Premier Mario Draghi starebbe pensando a una disposizione analoga per il Master 1000 di Roma, al via il prossimo 2 maggio. Tuttavia, mentre l’organizzazione del terzo Slam della stagione è demandata a privati, quella degli Internazionali d’Italia dipende dalle associazioni dei giocatori professionisti. Le quali, come scrive la Gazzetta dello Sport, ritengono che la fuga in avanti di Church Road sia «ingiusta» e possa «rappresentare un pericoloso precedente». Per questo, aggiunge il Corsera, stanno già pensando a delle sanzioni – e col Foro Italico potrebbero avere la mano perfino più pesante.

Le polemiche per il “bando bellico”

La scelta ha prevedibilmente scatenato una ridda di polemiche, con Adriano Panatta che, come riporta Sport Mediaset, l’ha definita senza mezzi termini «una str…ata». Ricordando inoltre che «Medvedev e Rublëv tra l’altro mi pare abbiano già dissentito da quanto sta facendo» la Russia.

Di «decisione folle» ha parlato invece, come riferisce Sky TG24, il numero al mondo (e detentore del titolo sull’erba inglese), il serbo Novak Djokovic. Nole, quest’anno ostracizzato a sua volta dall’Australian Open per la diatriba vaccinale, come rileva l’AdnKronos ha precisato che «non sosterrò mai la guerra, essendo io stesso figlio della guerra». Tuttavia, «gli atleti non c’entrano niente con la guerra. Quando la politica interferisce con lo sport, il risultato non è buono».

Oltretutto, questa misura in particolare è anche fortemente ipocrita, perché non si possono mettere nel mirino i conflitti a targhe alterne. Se si penalizzano degli sportivi per la guerra in Ucraina, lo si dovrebbe fare con tutti gli appartenenti a Nazioni che hanno ingaggiato dei combattimenti, cominciando dagli Usa. Altrimenti si tratta solo di un insopportabile doppiopesismo: o, per dirla in termini tennistici, di un clamoroso doppio fallo.

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Cultura

Natale di Roma, buon 2.775simo “compleanno Capitale” all’Urbe!

Secondo la tradizione, la Città Eterna fu fondata da Romolo il 21 aprile del 753 a.C. Quasi tre millenni dopo, forse il migliore augurio resta ancora quello espresso dal poeta Orazio nel “Carmen Saeculare” del 17 a.C.

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Natale di Roma
Natale di Roma

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Oggi, 21 aprile, è il giorno del Natale di Roma, che quest’anno spegne ben 2.775 candeline. Un vero e proprio “genetliaco Capitale”, che l’amministrazione capitolina ha deciso di festeggiare con una serie di eventi all’insegna della Cultura. E a cui anche noi, più modestamente, siamo lieti di offrire il nostro contributo.

Natale di Roma
Natale di Roma

Gli eventi del Natale di Roma

Oggi, dunque, è il Natale di Roma. Una ricorrenza speciale, celebrata dal Campidoglio mediante visite guidate, appuntamenti didattici, inaugurazioni, mostre, concerti, spettacoli teatrali e proiezioni cinematografiche.

Tra le tante iniziative, come ricorda RaiNews, l’accesso gratuito per tutti ai Musei di Roma Capitale e l’inaugurazione del Planetario all’interno del Museo della Civiltà Romana. Ma anche la passeggiata a Villa Borghese, la visita guidata al Casino Nobile di Villa Torlonia e l’apertura straordinaria degli Acquedotti Claudio e Felice. Nonché il “Tracciato del solco”, la rievocazione della fondazione dell’Urbe da parte di Romolo. Che, secondo una tradizione risalente a Marco Terenzio Varrone, avvenne il 21 aprile del 753 a.C.

La Storia dell’Urbe

Da quel momento Roma è stata spesso sinonimo di Storia, a partire del periodo dei leggendari Sette Re – di cui il primo fu proprio Romolo. Seguirono la trasformazione in Repubblica nel 509 a.C., la conquista della penisola italica e, tra il III e il II secolo a.C., l’instaurazione dell’egemonia sul Mediterraneo. Con Giulio Cesare prima, e con Ottaviano Augusto poi, vennero gettati i semi dell’Impero Romano. Anche se il primo Imperatore come lo intendiamo oggi fu Vespasiano, l’artefice del Colosseo – che però fu inaugurato, dopo la sua morte, dal figlio Tito. Roma era ormai la Caput Mundi, il centro del mondo, e tale sarebbe rimasta fino alla caduta dell’Impero nel 476 d.C.

Da allora le vicende della città dei Sette Colli si incrociarono sempre più con quelle della Chiesa, che in un certo senso si sostituì alle istituzioni precedenti. Nel 754 d.C., su iniziativa del Re dei Franchi Pipino il Breve, nacque il Patrimonium Sancti Petri, ovvero lo Stato Pontificio.

Era l’inizio del potere temporale dei Papi che, sia pure con qualche breve interruzione, sarebbe durato oltre mille anni. Concludendosi il 20 settembre 1870 quando, in seguito alla Breccia di Porta Pia, Roma fu annessa al Regno d’Italia e proclamata Capitale il 3 febbraio 1871. Status che avrebbe mantenuto anche dopo il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, quando si costituì la Repubblica italiana.

L’augurio per il Natale di Roma

Il resto è storia recente. Dalla “dolce vita” al Trattato che nel 1957 istituì la Comunità Economica Europea – primo nucleo della Ue – alle Olimpiadi del 1960. E molto, molto altro, naturalmente.

Eppure, dopo quasi tre millenni, forse l’augurio più bello che si possa fare per il Natale di Roma è ancora quello espresso dal poeta Orazio. Il quale, nel Carmen Saeculare composto nel 17 a.C., scrisse: «Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius». “Almo Sole, che col carro splendente mostri e nascondi il giorno e diverso e uguale rinasci, che tu non possa mai vedere nulla di più grande della città di Roma”!

Buon compleanno, Città Eterna!

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