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Cronaca

Napoli: immigrazione clandestina, sette arresti

Sette persone arrestate a Napoli, tra cui due poliziotti, per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina

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Arresti Napoli Qui Italia

La procura partenopea ha condotto un’operazione coordinata nella quale sono state arrestate sette persone, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina.

Tra gli arrestati compaiono anche due poliziotti, uno in servizio presso l’ufficio immigrazione della questura di Napoli e uno in pensione, ai quali viene contestato anche il reato di corruzione.

L’organizzazione è stata scoperta grazie ad un’indagine diversa partita dall’antiterrorismo.

A far partire l’inchiesta è stato un sospetto trasferimento di denaro da parte di un algerino residente a Napoli nei confronti di un suo connazionale in Belgio.

Quest’ultimo era sospettato di avere avuto stretti contatti con uno degli organizzatori degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, e ciò ha fatto scattare l’indagine.

Diversi extracomunitari facevano parte dell’organizzazione, insieme ad alcuni poliziotti, con lo scopo comune di favorire l’immigrazione clandestina dietro corruzione.

Un vero e proprio castello burocratico, fatto di tariffari, suddivisioni per nazionalità dei clandestini in questione e cifre che i poliziotti percepivano dai membri dell’organizzazione.

A fare da intermediario tra i membri dell’associazione a delinquere ed i poliziotti che venivano corrotti, proprio l’agente in questione, che contattava di volta in volta i colleghi a seconda delle esigenze.

Si è appurato che l’organizzazione gestisse ogni aspetto dell’immigrazione clandestina, dal reperimento dei richiedenti, fino alla consegna dei documenti, seguita poi dalla ripartizione dei guadagni ottenuti.

 

 

 

Cronaca

Ponte di Genova, concessione ad Aspi: ed è di nuovo bagarre nel Governo

Il Ministro De Micheli annuncia che Autostrade avrà ancora la gestione (temporanea) del nuovo viadotto sul Polcevera. All’attacco il M5S, che ne ha fatto un vessillo, mentre il centrodestra ironizza: “due anni di latrati per niente”

Mirko Ciminiello

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Autostrade per l'Italia

È la gestione del nuovo ponte di Genova il tema dell’ultima (in ordine cronologico) diatriba tutta interna al Governo rosso-giallo. Una diatriba che ruota attorno a una dichiarazione del Ministro dem dei Trasporti Paola De Micheli, che ha fatto infuriare il M5S. Perché in pochi istanti ha fatto strame di tutti i roboanti vaniloqui esternati dai grillini negli ultimi due anni, dal tragico crollo del ponte Morandi.

Il ponte di Genova ad Autostrade

«Il nuovo ponte Morandi sarà gestito da Autostrade». Poche parole, quelle del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma sufficienti a scatenare l’ennesima bagarre intergovernativa.

La questione l’aveva sollevata il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci. Il quale, da commissario straordinario per la ricostruzione, deve affidare a qualcuno collaudo e gestione del viadotto sul Polcevera, che altrimenti resterebbe inutilizzato.

Il MIT era stato chiaro. «Il nuovo ponte va consegnato nelle mani del concessionario autostradale in essere al momento». Ovvero, come ha confermato il Ministro De Micheli in un’intervista radiofonica, Aspi (cioè i Benetton), anche se «sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca».

Era infatti Autostrade per l’Italia a gestire il vecchio ponte delle Condotte prima del tragico crollo del 14 agosto 2018. Un dramma in cui potrebbero aver giocato un ruolo gli scarsi investimenti nella manutenzione posti in essere dalla società del gruppo Atlantia. Che infatti era stata esclusa dal bando per l’edificazione del nuovo ponte di Genova. Decisione impugnata da Autostrade di fronte alla Corte Costituzionale, che però ha dato ragione al Governo Conte.

La titolare dei Trasporti ha precisato che il rinnovo della concessione è solo pro tempore, e che la scelta ha una valenza «esclusivamente giuridica». Ma tanto è bastato a dare il la a un’altra polemica politica.

L’ennesima polemica nel Governo

«Due anni di latrati, ringhiare, stridore di denti, tintinnare di manette e minacce hanno prodotto quello che si immaginava fin dall’inizio». Vale a dire il fatto che «il ponte di Genova verrà riconsegnato proprio ad Autostrade, come ha ordinato il Governo M5S-PD».

È stato tranchant il Presidente della Liguria Giovanni Toti, ricordando che «intanto per la tragedia del Morandi e per le sue 43 vittime nessuno ancora ha pagato. Mentre a Roma litigavate, noi in Liguria almeno abbiamo ricostruito il ponte».

Leggo la rassegna di questa mattina e penso…Ai grillini che promettevano, sulle macerie del Morandi, che avrebbero…

Pubblicato da Giovanni Toti su Martedì 7 luglio 2020

Nel mirino del Governatore c’era soprattutto il Movimento 5 Stelle, che è da sempre impegnato in una durissima opposizione alla famiglia Benetton. E infatti è sulle barricate, con lo spettro di dover ammainare l’ennesimo vessillo ideologico.

A dare fuoco alle polveri è stato il reggente Vito Crimi. «Il ponte di Genova non deve essere riconsegnato nelle mani dei Benetton. Non possiamo permetterlo» ha scritto via social.

Parole che suonano come un ulteriore, vuoto proclama, a cui si sono subito accodati altri esponenti pentastellati. Come il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha assicurato che «sulla concessione delle autostrade il Governo ha lavorato senza sosta. Dopo aver raggiunto un risultato importantissimo, con il nuovo ponte Morandi costruito in meno di due anni, adesso è arrivato il momento di decidere, possibilmente entro questa settimana». Dum herba crescit equus moritur.

Draconiano anche il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. Il quale si è spinto a scomodare Dante Alighieri nel timore di essere accomunato agli ignavi del terzo canto dell’Inferno.

Attacco frontale, invece, da parte del segretario leghista Matteo Salvini. Secondo cui, dopotutto, «dopo due anni di menzogne e tempo perso» ha prevalso la logica della sopravvivenza. «Cosa non si fa per salvare la poltrona» il sardonico commento del Capitano.

I lavori sul ponte di Genova

In mezzo a tutto questo bailamme, i lavori del nuovo ponte di Genova non si sono comunque fermati. Sono infatti iniziate le operazioni di stesura del primo strato di asfalto, e il primo cittadino Bucci ha confermato che le attività termineranno «entro il 29 luglio».

In questo modo, sarà possibile procedere all’inaugurazione del viadotto «tra l’1 e il 10 agosto». Come da cronoprogramma, ha assicurato il sindaco sotto la Lanterna.

Anche il Governatore Toti ha insistito sul punto. «Noi continuiamo a lavorare per l’interesse dei liguri» ha chiosato. Evidenziando fin troppo impietosamente dove si collocano gli atti concreti e dove le frivolezze. Sottolineando cioè la sostanziale differenza che passa tra un’amministrazione del fare e un esecutivo del faremo.

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Cronaca

Caos magistrati, il j’accuse di Di Pietro: “Vige la dittatura dei peggiori”

L’ex Pm di Mani Pulite attacca i colleghi carrieristi: “è la Tangentopoli della magistratura”. Intanto Palamara è di nuovo nei guai, stavolta per un lido in Sardegna di cui era socio occulto attraverso un prestanome

Mirko Ciminiello

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caos magistrati: antonio di pietro
L'ex Pm Antonio Di Pietro

Periodicamente, e ormai sempre più occasionalmente, il caos magistrati evade dall’oblio in cui i media mainstream stanno cercando di confinarlo. Stavolta, l’irruzione si deve a un’intervista rilasciata da un altro togato, Antonio Di Pietro. Che ha lanciato un pesantissimo j’accuse all’ex Pm Luca Palamara, indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, e ai colleghi coinvolti nelle chat di quest’ultimo.

Caos magistrati, come Tangentopoli

«Mi preoccupano i tanti Palamara non emersi, tutti coloro che non sono stati intercettati ma comunque hanno trasformato la magistratura da servizio in occasione di potere personale». Così Di Pietro, Pm di Mani Pulite, esprimendo un’opinione piuttosto diffusa. Quella che il potere giudiziario non possa cavarsela solo puntando il dito contro un capro, anzi un “tonno espiatorio”. «Il Csm ha creato il cancro che lo sta uccidendo, scegliendo il sistema elettivo e aprendo delle vere e proprie campagne elettorali».

Un ragionamento condiviso anche dall’ex presidente dell’Anm, che già qualche settimana fa si era scagliato contro la riforma dell’Ordinamento giudiziario del 2007. Una riforma pensata per evitare che gli avanzamenti di carriera avvenissero solo per anzianità, escludendo quindi il merito. Il cui spirito è stato però stravolto da quella «modestia etica» di cui ha parlato il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

«Questa riforma trasformò i generali in soldati e i soldati in generali» ha concluso l’ex ras di Unicost. Con il potere decisionale che cadde in via esclusiva in mano alle correnti in seno al Consiglio Superiore della Magistratura.

Di Pietro concorda almeno nel merito, tanto da aver azzardato perfino un paragone con Tangentopoli. «Allora tutti i politici si mettevano d’accordo per spartirsi le mazzette mentre oggi le toghe si accordano per dividersi il potere. E in entrambi i casi c’è stata una degenerazione, un tempo dei partiti, adesso della magistratura», l’argomentazione.

Palamara e il prestanome

Parlando di degenerazioni, bisogna dire che Palamara non si è fatto mancare proprio niente. Per esempio, è notizia di questi giorni che controllasse lo stabilimento di Olbia Kando Istana Beach, di cui era socio occulto tramite un prestanome. Un commercialista romano, di nome Andrea De Giorgio, che aveva anticipato all’ex consigliere del Csm la somma necessaria ad acquisire le quote dell’impianto. E che in cambio «aveva ricevuto incarichi dai tribunali e dalla Procura di Roma», come si legge negli atti dell’inchiesta perugina sull’ex Pm della Capitale.

Queste attenzioni non fanno comunque parte delle contestazioni, né penali né disciplinari, all’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Tuttavia, secondo i giudici del capoluogo umbro svelano «rapporti poco trasparenti o, comunque, commistioni di interessi quantomeno sintomatici» di un uso improprio del ruolo di magistrato.

Soprattutto considerando certe conversazioni tra Palamara e un terzo socio, Federico Aureli, già titolare di una concessionaria di moto. Conversazioni centrate su un procedimento penale aperto dalla Procura di Roma a carico della moglie e della madre dell’imprenditore. «Mai ho chiesto a Luca di aiutarla e di intervenire» si è difeso questi di fronte ai Pm perugini. Ma ragioni di opportunità avrebbero suggerito, perlomeno, maggiore prudenza.

Caos magistrati, come se ne esce?

L’ex leader dell’Italia dei Valori, nel frattempo divenuto avvocato, non ha voluto comunque processare il sistema, bensì i singoli individui «che hanno umiliato la magistratura». All’interno della quale ci sono, ovviamente, anche «molte brave persone».

Il problema è che, come ha ammesso anche Di Pietro, comandano le mele marce. Ovvero, «i magistrati che aprono le inchieste pensando alla propria realizzazione privata anziché alla loro funzione istituzionale» ha insistito l’ex Pm molisano. Che ha messo nel mirino il «reato di abuso di ufficio, in cui il politico di turno deve dimostrare di non essere colpevole. È la resa del diritto: si anticipa la condanna non essendo in grado di provare il reato. Sono inchieste che garantiscono notorietà ma non giustizia».

L’avvocato se l’è presa anche con l’Associazione Nazionale Magistrati, «che per quel che mi riguarda neppure dovrebbe esistere». I sindacati, infatti, «servono per difendere i lavoratori dal potere ma i magistrati, che hanno il potere più grande, da che cosa si dovrebbero mai difendere?»

Di Pietro, poi, ha fornito la sua ricetta per provare a uscire da questo stato di avvilente decadenza e imbarbarimento. «Le nomine dei capi della magistratura non devono essere fatte dalle correnti ma dal Presidente della Repubblica, dalla Corte Costituzionale e, per la restante parte, tirate a sorte».

La dittatura dei peggiori

Non è certo l’unico addetto ai lavori ad auspicare il sorteggio come rimedio contro l’attuale abbrutimento morale della categoria. Quando il Ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede lo capirà, non sarà mai troppo tardi.

Per ora, resta il caos magistrati e quella che è stata definita “dittatura dei peggiori”, per cui chi non è sufficientemente schierato «ne paga le conseguenze». Capitò anche al rimpiantissimo Giovanni Falcone, come ha ricordato l’ex Pm di Tangentopoli. Che ha concluso con una constatazione amarissima e inquietante. «Un magistrato può essere fermato solo facendolo saltare in aria, come capitò a Giovanni [Falcone, N.d.R.], o da un altro magistrato, come capitò a me».

Con tanti saluti a quella che un tempo fu la giustizia. Il Marchese del Grillo fece suonare le campane a morto per molto meno.

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Cronaca

Spazio, nell’Universo primordiale un “mostro” che non dovrebbe esistere

Scoperto un buco nero da Guinness dei primati, distante 13 miliardi di anni luce e capace di inghiottire l’equivalente di un Sole al giorno. Si chiama Pōniuāʻena, e potrebbe riscrivere le attuali teorie sulle origini dei black holes

Mirko Ciminiello

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spazio: rappresentazione artistica di un quasar
Rappresentazione artistica di un quasar

Lo spazio è un enigma che non cessa mai di sorprendere e affascinare. Per ogni risposta che troviamo, sorgono infatti nuove domande: è questo, d’altronde, il bello della ricerca scientifica. Vale anche per l’ultima grande scoperta in campo astronomico. Un buco nero “anomalo” che potrà aiutarci ad aumentare la nostra comprensione dell’Universo.

Un mostro galattico nello spazio

È un black hole da Guinness dei primati quello descritto in uno studio appena pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. È stato individuato nel 2018, ma solo ora analisi più approfondite ne hanno svelato la natura. Che è quella di un mostro galattico, smisuratamente grande e smisuratamente vorace.

Tecnicamente si tratta di un quasar – termine che deriva dalla contrazione di QUASi-stellAR radio source, cioè “radiosorgente quasi stellare”. Lo hanno chiamato Pōniuāʻena, termine hawaiano che significa “sorgente rotante invisibile della creazione, circondata da luminosità”. Un omaggio ai tre osservatori, situati proprio nelle isole Hawaii, che hanno rilevato l’oggetto nelle profondità dello spazio.

La natura dei quasar non è ancora stata completamente chiarita, ed è tuttora oggetto di indagini e dibattiti. Di norma sono dei giganti cosmici, e Pōniuāʻena non fa eccezione, avendo una massa pari a 34 miliardi di volte quella del Sole. Per fare un paragone, è 8.000 volte più grande del black hole al centro della Via Lattea, Sagittarius A*.

Al suo interno, il quasar ospita un buco nero altrettanto da record, con una massa 1,5 miliardi di volte superiore a quella della nostra stella. E, come spesso accade, questo colosso dimora a sua volta in mezzo a una galassia, di nome J2157.

I buchi neri non sono poi così neri

Un’altra caratteristica dei quasar è la spiccata luminosità, pari a quella di miliardi di stelle, e a volte di intere galassie. Tale brillantezza potrebbe sembrare un controsenso, visto che i black holes sono come dei ciclopici aspirapolveri che divorano tutto ciò che incontrano, inclusa la luce.

La realtà, però, è che i buchi neri non sono poi così neri. Essi emettono infatti delle radiazioni, di natura sia elettromagnetica che termica: è la radiazione di Hawking, dal nome del suo scopritore, il grandissimo Stephen Hawking.

Per quanto riguarda i quasar, si ritiene che la loro “innaturale” luminosità derivi dall’attrito generato dalla caduta di gas e polveri in un black hole supermassiccio. Tale processo convertirebbe metà della massa in energia, anche se il suo meccanismo è ancora ignoto. Anche in questo caso, comunque, Pōniuāʻena non fa eccezione: anzi, ha conquistato il record di quasar più brillante a oggi conosciuto.

Nella norma è anche il suo “appetito pantagruelico” – un’ulteriore peculiarità di questi corpi celesti. Pare infatti che Pōniuāʻena sia capace di inghiottire ogni giorno l’equivalente del nostro Sole. Il che, date le sue dimensioni, non sorprende più di tanto.

Gli autori della ricerca hanno infatti calcolato l’estensione dell’orizzonte degli eventi del buco nero – cioè il confine all’interno del quale nulla può più sfuggire. E hanno rilevato che è oltre cinque volte più ampio dell’intero sistema solare.

Un mistero dalle profondità dello spazio

La buona notizia è che Pōniuāʻena si trova a circa 13,02 miliardi di anni luce da noi. Per capire a quanto corrisponde quest’intervallo spaziale, occorre considerare che un anno luce è la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un anno (terrestre). Che, più o meno, equivale a 9.500 miliardi di chilometri. Per raggiungere il quasar, bisogna moltiplicare questo numero per 13,02. Una distanza astronomica (è il caso di dirlo) di assoluta sicurezza. Che però costituisce un vero e proprio mistero.

Pōniuāʻena, infatti, fa parte dell’Universo primordiale, essendosi formato “appena” 700 milioni di anni dopo il Big Bang. È uno dei due unici quasar “precoci” conosciuti, e tra di essi è decisamente il più grande – il doppio dell’altro.

Secondo l’attuale teoria sulla nascita e l’accrescimento dei black holes, questi oggetti dovrebbero derivare da buchi neri più piccoli. Che a loro volta sarebbero stati generati dal collasso di una stella morente. Nel caso di Pōniuāʻena, però, le tempistiche non tornano.

In base agli odierni modelli cosmologici, infatti, stelle, galassie (e anche i black holes) sarebbero apparsi “solo” 300-400 milioni di anni dopo il Big Bang. Tuttavia, affinché Pōniuāʻena potesse raggiungere le dimensioni che oggi vediamo, avrebbe dovuto iniziare a formarsi ad “appena” 100 milioni di anni dall’esplosione primigenia.

La realtà e che «non sappiamo ancora come si è formato» ha ammesso l’astrofisico Christopher Onken, primo firmatario dello studio. Il che significa che questo quasar potrebbe portare a riscrivere i paradigmi correnti. E, forse, la storia stessa del giovane Universo.

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Cronaca

Autocensura, l’Occidente che rinnega se stesso viaggia verso l’estinzione

Le statue abbattute sono il simbolo di un delirio collettivo, ma la cosa peggiore è che la culla della civiltà appoggia i teppisti contro la sua Storia e le sue tradizioni: così la troppa negazione di noi stessi ci seppellirà

Mirko Ciminiello

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autocensura dell'occidente
La statua di Cristoforo Colombo abbattuta a Minneapolis

Se già la censura non è esattamente qualcosa di positivo, l’autocensura è peggio, perché è anche stupida. A maggior ragione quando è un’intera civiltà a rinnegare se stessa in nome di un qualche vaneggiamento collettivo. Di troppa negazione di sé, infatti, si muore. E, continuando di questo sciagurato passo, rischia seriamente di essere questo il destino dell’Occidente.

I paraocchi dell’ideologia

C’è una vibrazione nichilista che sta percorrendo come una sorta di brivido la culla della civiltà moderna. La quale non ha certamente avuto, nei secoli e nei millenni, una condotta irreprensibile – ma lo stesso vale anche per le altre culture. Il cui contributo al progresso dell’umanità va spesso cercato col lanternino.

Che dunque solo l’Occidente debba vergognarsi di sé è quantomeno paradossale. Così com’è paradossale, per essere gentili, l’idea di giudicare il passato con le categorie del presente.

Come fanno, per esempio, i teppisti che stanno vandalizzando le statue e profanando la memoria di grandi e anche grandissimi uomini. I cui meriti sono incontrovertibili per chi non guarda alla Storia con i paraocchi dell’ideologia.

Ignoranza e nichilismo

Intendiamoci, le manifestazioni (pacifiche) sono più che lecite, così come la sete di giustizia dopo l’assurda uccisione di George Floyd. Ma abbattere o imbrattare i monumenti a Cristoforo Colombo, a Winston Churchill, a Leopoldo II del Belgio non ha nulla a che vedere con la protesta. Non è nemmeno una sorta di ermeneutica dell’antropologia, è solo ignoranza crassa. Che comunque, per assurdo, non è neppure lontanamente vicina all’abisso di delirio toccato in quest’ultimo mese.

Il poco invidiabile primato se lo contendono la petizione che ha preso di mira la medaglia dell’Ordine di San Michele e San Giorgio. Un’onorificenza colpevole (sic!) di raffigurare l’Arcangelo che schiaccia Satana in un modo che a qualche intelliggente con-due-g ricorda l’uccisione di Floyd. E, soprattutto (o meglio, sotto tutto), il genio che vorrebbe distruggere tutte le raffigurazioni di Gesù Cristo e della Vergine Maria in quanto troppo europee. E, quindi, ça va sans dire, «una forma di supremazia bianca», uno «strumento di oppressione» e di «propaganda razzista».

Saremmo curiosi di sapere se tali sagaci definizioni andrebbero applicate anche alle effigi della Madonna nera, ma sospettiamo un certo analfabetismo artistico del proponente. Sempre per essere gentili.

L’autocensura della civiltà occidentale

Se comunque questa follia iconoclasta venisse liquidata come la farneticazione di massa che è, la si potrebbe considerare un fenomeno folcloristico, anche curioso sotto certi aspetti. Il problema – grave – è che c’è chi lo prende sul serio, anche a livelli più o meno alti. A cominciare dallo sport, il cui notevole impatto sociale non può essere sottovalutato.

Così, per dire, nella Formula 1 la scuderia Mercedes ha scelto di presentarsi al via della nuova stagione con una livrea nera. Che avrebbe avuto più senso come concessione al suo primo pilota – e Campione del Mondo – Lewis Hamilton. Del tutto illogica, invece, è la scelta dell’A.S. Roma di apporre sulle proprie divise il logo del sedicente movimento anti-razzista americano.

È questo l’Occidente che biasima se stesso, le sue radici e le sue tradizioni. L’Occidente che si autocensura, tentando di imbavagliare chi invece non prova imbarazzo – e, magari, nutre addirittura sentimenti di orgoglio.

L’autocensura da pensiero unico

È in base a questa forma mentis deviata che, per esempio, la “cultura” dominante può progettare di tacitare le opinioni non allineate. Come con la Commissione Segre, sorta di orwelliano Miniver che pretende il monopolio della verità – e, di conseguenza, la facoltà di sanzionare fake news. Peccato che poi il pensiero unico faccia da megafono e zerbino a una Carola Rackete qualunque. Che può ragliare impunemente che l’Europa stia sfruttando la crisi da Covid-19 per «mettere da parte i diritti umani».

Che poi qui il punto non è neanche che una piratessa possa esternare tutte le sciocchezze che vuole. Semmai il problema è che c’è qualcuno disposto a darle il microfono – e qualcun altro che la ascolta.

Per non parlare del ddl Zan contro l’omotransfobia, che in teoria dovrebbe aggiungere tutele contro aggressioni e discriminazioni. Di fatto, invece, porterà a una deriva liberticida e all’instaurazione di un reato di opinione, come dimostra l’esempio di Paesi con normative simili, quali la Spagna.

Complimenti quindi ai paladini del «non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Che probabilmente non sanno nemmeno che Voltaire non si è mai neanche sognato di pronunciare questa frase. La quale, oltretutto, sarebbe valida soltanto finché la civiltà occidentale non si sarà estinta per autocensura. Sfortunatamente, siamo già sulla buona, anzi pessima strada.

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Cronaca

Scandalo Magistratopoli, registrazioni choc sulla condanna di Berlusconi

Il giudice Amedeo Franco, relatore (ora defunto) del processo sui diritti Mediaset, accusava i colleghi: “Il processo fu un plotone d’esecuzione, per le toghe il leader azzurro andava condannato a priori”. La furia di Forza Italia

Mirko Ciminiello

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Scandalo Magistratopoli

Ogni giorno che passa, lo scandalo Magistratopoli si arricchisce (si fa per dire) di nuovi capitoli. Quello più recente ha come protagonista – suo malgrado – il leader di FI Silvio Berlusconi. E, come i precedenti, restituisce ai cittadini già sconcertati un quadro a tinte sempre più fosche.

Le ombre sulla sentenza Berlusconi

C’era un periodo in cui l’allora Premier Berlusconi tuonava quasi quotidianamente contro le toghe rosse e la giustizia a orologeria. Con il regolare controcanto degli intelliggenti con-due-g secondo cui una cornucopia di 70 processi – uno più inutile dell’altro – non costituiva una persecuzione giudiziaria.

Di questa pletora di procedimenti, uno solo si è concluso con la condanna del fondatore di Forza Italia. Quello per frode fiscale in relazione ai diritti Mediaset, passata in giudicato nel 2013 con sentenza della sezione feriale della Cassazione. Che allora era presieduta dal magistrato Antonio Esposito (oggi editorialista del quotidiano dei manettari), mentre relatore del caso era l’altro togato – ora defunto – Amedeo Franco. Il quale all’epoca aveva chiesto l’assoluzione del Cav perché non vi era reato.

Secondo l’accusa, l’azienda di Cologno Monzese aveva comprato dei film americani attraverso la finta mediazione del produttore egiziano Frank Agrama. Gonfiando poi le fatture onde spartire con il prestanome l’eccedenza finanziaria.

Per questo Berlusconi (che, da Premier, non si occupava minimamente di Mediaset) venne condannato a 4 anni di reclusione, di cui 3 coperti da indulto. Scontò quindi la pena ai servizi sociali e, per buona misura, subì anche l’espulsione dal Senato in base alla legge Severino. Unico caso, da Cavour in poi, di applicazione retroattiva di una qualsivoglia norma.

Nel gennaio scorso, però, il verdetto è stato letteralmente fatto a pezzi da un’altra sentenza, emessa dal Tribunale civile di Milano interpellato dalla stessa Mediaset. I togati hanno infatti stabilito che non vi fu un’intermediazione fittizia, né un’appropriazione indebita, e che il prezzo di acquisto era ottimo.

Già questo sarebbe un duro colpo per gli antropologicamente superiori e, soprattutto, per la credibilità della magistratura. Ma l’aspetto più avvilente è che tutto questo è solo la punta dell’iceberg.

Lo scandalo Magistratopoli ante litteram

«Presidente, sa benissimo che è stata una porcheria». Così esordiva Amedeo Franco – cioè, come detto, il relatore del processo sui diritti Mediaset – in un colloquio con il leader azzurro. Colloquio avvenuto alla presenza di testimoni, uno dei quali registrò l’amaro sfogo dell’ermellino. Che gli avvocati del Cav avevano deciso di non usare proprio per rispetto del giudice, ancora in attività.

Solo dopo la dipartita del magistrato, i legali di Berlusconi hanno depositato la registrazione presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nell’ambito del proprio ricorso. E tale registrazione è stata resa pubblica dal programma Quarta Repubblica.

Tra le altre cose, Franco riferiva all’ex Presidente del Consiglio i pensieri di buona parte dei suoi colleghi. «”Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone!” Questa è la realtà… a mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia… l’impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall’alto».

Dichiarazioni gravissime, a cui si accompagnava il racconto di voci che, se fossero confermate, sarebbero a dir poco inquietanti. «Sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente…» la rivelazione di Franco. Esposito (che comunque ha già smentito) avrebbe infatti subito “pressioni” perché il figlio era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga».

Franco concludeva paragonando il processo Mediaset a un «plotone d’esecuzione». Che ha «rovinato un partito e deviato il corso della politica nazionale». Cosa che, del resto, cercavano di fare anche le toghe intercettate nello scandalo Magistratopoli, tramando contro il leader leghista Matteo Salvini. Pare che fin troppo spesso la giustizia non abbia nulla a che fare con l’accertamento della verità. Ahinoi.

Lo scandalo Magistratopoli e la rabbia di FI

«C’era una precisa volontà politica di colpire Silvio Berlusconi, leader della più grande forza politica del Paese. Visto che non lo si poteva sconfiggere con le elezioni, allora si è cercato di sconfiggerlo per via giudiziaria». Così Antonio Tajani, vicepresidente di FI, paragonando la vicenda al noto affaire Dreyfus.

Il j’accuse, del resto, ha percorso come un’onda di indignazione l’intero partito, che ha faticato a contenere la rabbia dopo la diffusione dell’intercettazione ambientale. Di «stupro democratico» e «obbrobri giuridici» ha parlato la presidente dei senatori azzurri Anna Maria Bernini. E la vicecapogruppo a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, ha chiesto che Berlusconi venga risarcito politicamente mediante la nomina a senatore a vita.

Più di un esponente di Forza Italia, poi, ha invocato una riforma della giustizia che preveda la separazione delle carriere tra giudici e Pm. Che, en passant, era un’idea espressa anche dal rimpiantissimo Giovanni Falcone.

Inoltre, sempre Tajani ha chiesto a gran voce «una Commissione d’inchiesta su quanto è accaduto a Berlusconi e sul cattivo funzionamento della giustizia». E perfino il leader di Iv Matteo Renzi ha dichiarato che «un Paese serio su una vicenda del genere non può far finta di nulla».

Il silenzio assordante dei giustizialisti

Non pervenuti, invece, i giustizialisti di ieri e di oggi, il cui silenzio assordante non depone esattamente a loro favore. A cominciare dal Pd, che d’altronde il deputato Umberto Del Basso De Caro ha confessato essere in preda a una preoccupazione palpabile.

Il motivo sarebbe la richiesta, da parte della presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, di divulgare tutte le intercettazioni riguardanti l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Comprese alcune che, stando al parlamentare dem, coinvolgerebbero anche il segretario Nicola Zingaretti.

Lo scandalo Magistratopoli, insomma, pare non finire mai. E, nella questione specifica, ha evidenziato pure, in puro stile Oscar Wilde, l’importanza di essere Franco.

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Cronaca

Ricerca scientifica, dallo spazio l’ultima lezione all’inadeguata Oms

Rilevato, con un importante contributo italiano, un segnale che potrebbe rivoluzionare i modelli esistenti sui buchi neri. Mentre, sulla pandemia, i cambi di rotta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sembrano privi di logica

Mirko Ciminiello

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ricerca scientifica: il coronavirus e l'oms
Il coronavirus e l'Oms

Nella ricerca scientifica, una delle poche certezze è che non ci sono certezze. Qualunque dato, qualunque paradigma può essere infatti messo in discussione da eventuali nuove scoperte. Un concetto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non deve avere ben chiaro, a giudicare dalla gestione della pandemia da Covid-19. E dalla lezione che ha ricevuto direttamente dallo spazio.

I successi della ricerca scientifica

Pochi giorni fa, è stato pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Letters uno studio che annunciava una scoperta eccezionale in campo astronomico. Una scoperta che parla anche italiano, visto che porta la firma del rivelatore Virgo, situato vicino Pisa – oltre che dei suoi omologhi americani LIGO.

Gli avanzatissimi strumenti hanno captato una collisione cosmica in cui un buco nero con una massa 23 volte quella solare ha “inghiottito” un oggetto molto più piccolo. Il segnale, denominato GW190814, è stato rilevato nell’agosto 2019, ma l’evento originario si è verificato 800 milioni di anni fa! Tanto hanno impiegato le onde gravitazionali prodotte nell’impatto a raggiungere la Terra.

La particolarità è che l’oggetto più piccolo aveva una massa pari a 2,6 volte la massa del Sole. «Una massa mai osservata finora» come ha spiegato il portavoce di Virgo, Giovanni Losurdo, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Di norma, infatti, un buco nero si fonde con un altro black hole oppure con una stella di neutroni. Un corpo celeste di dimensioni relativamente piccole e densità altissima, costituito prevalentemente da neutroni tenuti insieme dalla forza di gravità.

Sia un buco nero che una stella di neutroni si formano quando una stella muore in seguito all’esaurimento dell’idrogeno che funge da “carburante”. Se l’astro progenitore ha una massa compresa tra 8 e 30 volte quella solare, esploderà in una supernova e il suo nucleo collasserà in una stella di neutroni. Se la stella madre ha una massa superiore a 30 volte quella del Sole, la potenza della gravità contrarrà lo spaziotempo in un punto infinitesimale. Il risultato sarà un’implosione che darà vita a un black hole, un oggetto con un campo gravitazionale così intenso da intrappolare perfino la luce.

Il gap di massa

Secondo i calcoli dei fisici nucleari, una stella di neutroni non può avere una massa superiore a 2,2-2,3 volte quella del Sole. Oltre questo limite, la gravità sarebbe troppo forte, e il corpo celeste collasserebbe in un buco nero. D’altra parte, il black hole più piccolo a oggi conosciuto ha circa 5 volte la massa solare.

Per questo motivo, gli scienziati hanno teorizzato un ipotetico “gap di massa”. In base al quale non esisterebbero né stelle di neutroni né buchi neri in un intervallo compreso tra circa 2,5 e 5 masse solari.

Tuttavia, l’oggetto più piccolo tra i due rilevati da Virgo e LIGO aveva una massa che cade proprio all’interno di questo mass gap. Il che significa che potrebbe essere la stella di neutroni più pesante o – più probabilmente – il buco nero più leggero mai individuato.

Si tratta di un dato che non collima con nessuno dei modelli di formazione di questi tipi di corpi celesti – né dei cosiddetti sistemi binari. Oltretutto, finora si credeva che fusioni come quella fin qui descritta riguardassero oggetti di dimensioni più o meno simili. Tuttavia, nel caso in esame il rapporto tra le masse dei due progenitori è di 9 a 1.

La scoperta è una sfida per gli astrofisici, che dovranno necessariamente modificare i propri paradigmi di riferimento. Come si fa quando la ricerca scientifica, che è anticonvenzionale per definizione, produce evidenze contrarie agli orientamenti dominanti. Un concetto che per la World Health Organization (e anche per gli eco-mentitori affermazionisti che adattano i dati all’ideologia) pare stranamente difficile da comprendere.

L’Oms e la ricerca scientifica

I social, che giammai perdonano, hanno fulminato la WHO con la consueta ironia: “Il coronavirus ha dichiarato che l’Oms muta molto rapidamente”.

La frecciata fa riferimento alle posizioni ondivaghe sull’epidemia in corso da parte dell’istituto retto dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Un ente che «non ha brillato per tempestività ed esattezza», come sottolineato anche dal virologo Andrea Crisanti.

Lo scienziato romano ha salvato il Veneto anche perché ha contravvenuto alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Che a febbraio prescriveva di somministrare tamponi solo ai casi sospetti, mentre a Vo’ si è optato per la strategia dei tamponi a tappeto. Strategia che poi, magicamente, è diventata anche l’indicazione dell’Oms – ma solo a metà marzo.

Peraltro, le ultime linee guida della World Health Organization prescrivono che, per considerarsi guariti, siano sufficienti tre giorni senza sintomi. Non sarebbe più necessario, dunque, un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore – una raccomandazione che ignora totalmente la realtà del contagio da parte degli asintomatici.

Per non parlare delle mascherine, che ad aprile in pochi giorni sono passate dall’essere superflue all’essere indispensabili. Il percorso inverso lo hanno invece fatto i guanti, imprescindibili in periodo di lockdown e poi improvvisamente divenuti addirittura pericolosi.

Forse, però, ancora più significativo è il dietrofront sui farmaci. Come il desametasone, un antinfiammatorio che Ghebreyesus ha definito una «svolta scientifica salvavita» dopo che l’Università di Oxford ha diffuso i risultati preliminari dei trials clinici. Peccato che, a marzo, l’Oms sconsigliasse l’uso dei corticosteroidi (la classe di ormoni cui appartiene il desametasone) per il trattamento della polmonite virale.

C’è buco nero e buco nero

Questi continui e destabilizzanti cambi di rotta sarebbero più che giustificati se a motivarli fossero i progressi della ricerca scientifica. Come dimostra la scoperta italo-americana dalle profondità del cosmo, che costituisce un passo avanti verso una migliore comprensione dell’universo. Il problema è che, escluso il caso del desametasone, l’agenzia dell’Onu per la sanità dà l’impressione di procedere come una banderuola mossa dal vento.

Insomma, da un lato ci sono i buchi neri, dall’altro il “buco nero” nel cuore dell’Oms. Se non è razzista scherzarci su.

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Cronaca

Toghe rotte, dopo l’espulsione dall’Anm Palamara avvisa i naviganti

L’ex Pm non ci sta a fare da capro, anzi “tonno espiatorio”, e inizia a fare nomi e allusioni. Intanto la magistratura finge che averlo cacciato sia sufficiente per riacquistare la verginità perduta

Mirko Ciminiello

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Palamara qui italia
L'ex presidente dell'Anm Luca Palamara

Benché secondo un adagio la vendetta sia un piatto da gustare freddo, Luca Palamara, protagonista dell’ormai arcinoto caso delle toghe rotte, non ha perso tempo. E così, appena espulso dall’Anm – di cui era stato numero uno dal 2008 al 2012 -, ha cominciato a fare nomi e, soprattutto, allusioni. A ulteriore ed ennesima conferma di una decadenza morale e culturale che fa davvero cadere le braccia.

L’espulsione di Palamara dall’Anm

Non si può certo dire che Palamara non avesse anticipato le sue bellicose intenzioni. «Non farò il capro espiatorio di un meccanismo infernale» aveva sibillinamente anticipato durante un’intervista televisiva.

Questa mattina l’intervista a Luca Palamara espulso dall’Associazione Nazionale Magistrati dopo lo scandalo delle intercettazioni.

Pubblicato da Omnibus su Lunedì 22 giugno 2020

Non ci ha messo molto a passare ai fatti. In pratica, ha aspettato solo che l’Associazione Nazionale Magistrati ne ufficializzasse la cacciata per«gravi e reiterate violazioni al codice etico». Cosa, en passant, mai accaduta prima a un ex presidente, che infatti ha preannunciato di impugnare l’atto. Poi, come promesso, gli si è sciolta la lingua.

«Ognuno aveva qualcosa da chiedere, ognuno riteneva di vantare più diritti degli altri», il primissimo sfogo del togato romano. «Penso ad esempio ad alcuni componenti del collegio dei probiviri che oggi chiedono la mia espulsione», ma anche a esponenti della sua corrente, Unicost. E perfino a membri di spicco dell’attuale Comitato Direttivo Centrale del sindacato dei magistrati. «Che forse troppo frettolosamente hanno rimosso il ricordo delle loro cene o dei loro incontri con i responsabili giustizia dei partiti politici di riferimento».

A Palamara non è andato giù soprattutto il fatto che gli è stato negato di difendersi davanti al parlamentino delle toghe. Che, in questo modo, lo avrebbe trasformato in vittima sacrificale per salvare «un sistema che ha fallito», quello segnato dalle degenerazioni del correntismo.

«Mi assumo la mia quota di responsabilità, ma non voglio disparità di trattamento» ha affermato l’ex consigliere del Csm. «Ho fatto parte di quel sistema, non l’ho inventato io». Ineccepibile, a dispetto della carica di ipocrisia.

Toghe rotte, la vendetta di Palamara

Ben presto, comunque, l’ex leader dell’Anm ha abbandonato l’abito della diplomazia (che del resto gli sta stretto) per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. D’altronde lo aveva assicurato: «se me li chiederanno farò i nomi, anche dei politici».

Ha comunque iniziato dal collega Eugenio Albamonte, segretario della corrente Area e a sua volta ex presidente dell’Anm. Che, a detta di Palamara, avrebbe frequentato l’allora deputata dem e attuale giudice di Cassazione Donatella Ferranti «come io ho incontrato Luca Lotti Cosimo Ferri». I due parlamentari – del Pd il primo, di Italia Viva il secondo – della celeberrima cena all’hotel Champagne sulle nomine di varie Procure. L’incontro intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan inserito nel cellulare dell’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura.

Albamonte ha immediatamente querelato Palamara, che dal canto suo si è detto rammaricato per la polemica. Un’uscita che sa tanto di colpo al cerchio dopo quello alla botte. Perché «la verità è che adesso non c’è trojan che tenga», come ha ammesso lo stesso Ferri. «Di certo Palamara di cose ne sa, e parecchie. Molte ma molte di più di quelle che ha iniziato a dire».

Come a intendere che più d’uno farebbe meglio a non dormire sonni tranquilli.

Toghe rotte, il terremoto nella magistratura

Intanto, neppure a Palazzo dei Marescialli stanno con le mani in mano. La prima commissione del Csm, da cui dipendono i trasferimenti d’ufficio «per incompatibilità ambientale», ha infatti avviato una ventina di istruttorie preliminari. Destinatari, altrettanti magistrati presenti nelle chat dell’ex Pm romano. Se si verificasse il superamento di determinate «soglie di inopportunità e imbarazzo», il plenum dell’organo di autogoverno delle toghe potrebbe valutare anche la rimozione. Provvedimento già attuato per l’ex sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Cesare Sirignano, coinvolto «nelle intenzioni e nelle strategie» di Palamara. Tra cui il condizionamento della nomina del nuovo Procuratore di Perugia, competente per le inchieste che coinvolgono magistrati romani (compresa, quindi, la sua).

Nel frattempo, a proposito di nomine non esattamente “cristalline”, potrebbe tornare presto in ballo quella della Procura di Roma. Attualmente, a piazzale Clodio siede Michele Prestipino, ma le rivelazioni sulle trame dell’ex numero uno dell’Anm non potevano lasciare indifferenti i candidati sconfitti.

Così, il Procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo è stato il primo a depositare il proprio ricorso al Tar del Lazio. Seguito subito dopo dal Pg del capoluogo toscano Marcello Viola.

Toghe rotte, quali rimedi?

«L’espulsione di Palamara dall’Anm è un buon segnale, ma non basta» ha attaccato via social la leader di FdI Giorgia Meloni. «Fratelli d’Italia continua a chiedere le dimissioni immediate di tutti i magistrati coinvolti nello scandalo e un sorteggio per le nomine in seno al Csm».

L’espulsione di Palamara dall’Anm è un buon segnale, ma non basta. Anche alla luce delle sue gravissime dichiarazioni di…

Pubblicato da Giorgia Meloni su Domenica 21 giugno 2020

Sulla stessa lunghezza d’onda il critico d’arte e deputato del Gruppo Misto Vittorio Sgarbi. Il quale ha puntato l’indice contro il fatto che i beneficiari del sistema incarnato dall’ex presidente dell’Anm sono ancora al loro posto. «Hanno infilzato il tonno Palamara, ma tutti gli altri pesci che gli nuotavano attorno?»

Il riferimento ittico trae origine da un vecchio battibecco tra l’allora sostituto procuratore presso il Tribunale capitolino e l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga. Il quale lo aveva asfaltato affermando, per l’appunto, che gli ricordava una marca di tonno e che non capiva nulla di diritto. Tanto che, giornalisticamente, c’è chi ha preso a definire l’ex Pm romano tonno espiatorio.

Boutade a parte, la Meloni è tornata su una proposta, quella del sorteggio, condivisa anche da (ex) membri di spicco della magistratura quali Carlo Nordio e Luigi De Magistris. Senza dimenticare che il compianto Giovanni Falcone riteneva necessaria la separazione delle carriere tra giudici e Pm.

La riforma del Csm

Peccato che l’attuale Ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, sia allergico a entrambe le soluzioni. Al momento, quindi, permane la curiosità attorno all’impianto di una riforma forse mai così attesa. Nonché lo scetticismo, visto che la sta predisponendo un Guardasigilli che ignora la differenza tra colpa e dolo e pensa che gli innocenti non finiscano in carcere.

Fino ad allora, comunque, sarebbe inutile anche sciogliere l’organo di autogoverno delle toghe – come auspicato da molti. Il nuovo Csm, infatti, non potrebbe che essere eletto con gli stessi criteri attuali.

Resta quindi solo l’amaro in bocca per quella «modestia etica» di cui hanno parlato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il giurista Vladimiro Zagrebelsky. Perché Palamara ha certamente ragione quando afferma di non aver «agito da solo». E le istituzioni non si illudano che basti fingere che, allontanata la “mela marcia”, si sia risolto il problema. Anche perché potrebbero scoprire che la polvere nascosta sotto al tappeto proviene proprio dagli scheletri nell’armadio di Palamara.

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Cronaca

Covid-19 e virologi, l’attacco a tutto campo di Andrea Crisanti

Lo scienziato che ha salvato il Veneto contro lo studio del collega Rigoli secondo cui il virus si è indebolito. E boccia anche le nuove linee guida dell’Oms per cui bastano tre giorni senza sintomi per considerarsi guariti

Mirko Ciminiello

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Il virologo Andrea Crisanti

Quello tra Covid-19 e virologi è un binomio che abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene nel corso di questa pandemia. Costantemente sollecitati da giornali e televisioni, gli esperti sono divenuti delle vere e proprie star, con tanto di fan club al seguito. Tra quanti hanno ottenuto dei risultati davvero concreti spicca senza dubbio Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova. E, soprattutto, colui che, anche con metodi talvolta eterodossi, ha di fatto salvato il Veneto dopo lo scoppio del focolaio di Vo’.

E ora, con il suo abituale stile senza peli sulla lingua, ha stroncato in un colpo solo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il collega Roberto Rigoli. Primario del reparto di Microbiologia all’ospedale di Treviso e supervisore di uno studio che dimostrerebbe che il virus si è indebolito.

Covid-19 e virologi, lo studio di Rigoli

«Non c’è nulla da commentare: non si può commentare con un argomento scientifico una cosa che non è Scienza». Così Crisanti ha liquidato senza mezzi termini l’indagine preliminare sui risultati di 60mila tamponi realizzata dalla Regione Veneto. Che, come illustrato dal professor Rigoli, l’uomo scelto dal Governatore Luca Zaia per coordinare le attività microbiologiche regionali, evidenzierebbe due importantissime novità.

La prima è che «la quasi totalità dei positivi è asintomatica o ha sintomi lievi, paragonabili a una normale influenza». Il che significherebbe che il patogeno è divenuto «poco aggressivo»e di conseguenza«meno contagioso». Forse per il calore, benché Rigoli non sia apparso convinto, citando l’esempio del Brasile, dove «il Covid ne sta ancora combinando di tutti i colori». E dove però, essendo le stagioni invertite, al momento è inverno.

La seconda scoperta è che «una buona parte di chi risulta positivo al tampone, in realtà non è infettante – cioè non è in grado di contagiare altre persone». Questo perché nei bronchi tendono a rimanere frammenti del microrganismo che, seppur inerti, finiscono per rendere il test positivo.

Covid-19 e virologi, Crisanti contro tutti

Crisanti, però, si è mostrato scettico – e a monte, a partire dalla metodologia. «Chi parla dell’infettività di questo virus non sa quello che dice», l’attacco dello scienziato romano. «L’infettività si misura sperimentalmente, e sull’uomo non è possibile fare nessun esperimento e non esiste un modello animale. Senza numeri e senza misura non è scienza, sono solo chiacchiere».

Rigoli, comunque, non si è fatto impressionare. «La bassa/assente infettività è stata valutata su due fronti» ha controreplicato. «Il primo epidemiologico, monitorando i contatti stretti dei pazienti con carica bassa, il secondo seminando su colture cellulari i campioni appartenenti sempre a pazienti con bassa carica. Dati preliminari» ha aggiunto, «dimostrano che solo un’esigua minoranza di questi campioni risulta positiva in colture cellulari».

Secondo Crisanti, però, il fatto che le persone non si ammalino come prima si deve «all’uso di mascherina e distanza che riducono la carica virale». E, si potrebbe aggiungere, alla bella stagione che riduce l’impatto dell’influenza e, dunque, la frequenza dei veicoli di contagio come gli starnuti.

Anche a proposito degli studi che fanno riferimento a una mutazione genetica che avrebbe indebolito il patogeno, poi, il virologo è stato tranchant. «Non sono attendibili, perché basati su osservazioni estemporanee e non su un esperimento. Per capire se è vero bisogna infettare un animale e vedere cosa succede, ma per ora non abbiamo un modello animale per capirlo».

Le nuove linee guida dell’Oms

Gli esiti della ricerca co-condotta da Rigoli mostrano comunque delle affinità con le nuove linee guida dell’Oms sulla lotta al coronavirus. Secondo la World Health Organization, infatti, non è più necessario, oltre alla guarigione clinica, un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore. Le ultime raccomandazioni prevedono che bastino tre giorni senza sintomi, inclusi febbre e problemi respiratori. Pazienti con queste caratteristiche potrebbero ancora risultare positivi al tampone, ma «è improbabile che siano infettivi».

Ça va sans dire, Crisanti non ha gradito affatto questa ennesima giravolta. «Un altro elemento di confusione» diffuso da un ente che «non ha brillato per tempestività ed esattezza», la stoccata.

Non è la prima volta che lo scienziato contesta la gestione dell’epidemia da parte della WHO, e anche nell’occasione non ha risparmiato critiche all’istituto dell’Onu. Parlando di «messaggi che mancano di coerenza» e lasciano sconcertati anche i Governi. Non a caso, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha preferito la linea della cautela, chiedendo al Comitato Tecnico-Scientifico di approfondire il documento dell’Oms.

«Non so su quali basi abbiano fatto queste dichiarazioni» ha rincarato la dose Crisanti durante un’intervista televisiva. «La scienza è misura, mi chiedo quali siano i dati su cui» si è fondata l’analisi dell’organizzazione diretta dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il medico romano ha respinto anche l’idea di una scarsa trasmissibilità della malattia da pazienti asintomatici. «Dall’indagine sierologica condotta a Vo’ Euganeo, si è visto che c’erano 150 persone infette al 22 febbraio. Se è vero che il virus vi è entrato nella terza settimana di gennaio, come è possibile che nessuno sia andato in ospedale fino al 20 febbraio? Come è stato trasmesso se non da chi non aveva sintomi?»

Un approccio rivoluzionario

Intanto, mentre l’opinione pubblica continuava ad appassionarsi a Covid-19 e virologi, è passato sotto silenzio un approccio che potrebbe davvero rivoluzionare la battaglia contro il coronavirus. Si tratta di una sonda tascabile in grado di trasmettere immagini a ultrasuoni direttamente a un tablet o a un telefono cellulare. Ne ha parlato Scientific American, una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifiche al mondo.

Si tratta di una tecnica già usata per monitorare le funzioni cardiache, che un medico di una clinica texana ha applicato ai polmoni. In pochi minuti, questo strumento è in grado di rilevare eventuali danni polmonari in modo anche più accurato rispetto ai tamponi. Per esempio, può accertare un’infiammazione anche in caso di falso negativo o in presenza di sintomi leggeri. Inoltre, permette di svolgere i test direttamente nella stanza del paziente, in modo più rapido e più facile, accorciando anche i tempi della sterilizzazione.

Ciò non significa che questo macchinario debba sostituire gli attuali standard diagnostici, ma li potrebbe tranquillamente affiancare. E, in attesa del sospirato vaccino, qualunque arma in più contro il virus è certamente la benvenuta.

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Cronaca

Benedetto XVI, la rivelazione che potrebbe terremotare il Vaticano

Secondo un frate latinista, la “Declaratio” è stata scritta appositamente perché si scoprisse che le dimissioni sono invalide. Papa Ratzinger avrebbe così protetto la Chiesa dalle trame cospiratrici della Mafia di San Gallo

Mirko Ciminiello

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Il fulmine caduto sul Vaticano il giorno delle dimissioni di Benedetto XVI
Il fulmine caduto sul Vaticano il giorno delle dimissioni di Benedetto XVI

L’11 febbraio 2013 è una data che resterà per sempre nella Storia come il giorno delle “dimissioni” di Papa Benedetto XVI. Un atto su cui si è detto e scritto molto, e che certamente rimarrà impresso nella memoria collettiva per la sua gravità ed eccezionalità.

Ma se Papa Ratzinger avesse nascosto nella famosa Declaratio la prova che la sua rinuncia è nulla? È ciò che pensa Frà Alexis Bugnolo, francescano italo-americano ed esperto latinista, che ha studiato e analizzato il testo dell’abdicazione. E ritiene che il Pontefice tedesco abbia vergato la Dichiarazione «con estrema abilità e sottigliezza, appositamente perché nel tempo venisse scoperta invalida».

Gli errori nella Declaratio di Benedetto XVI

La tesi del frate si fonda sui noti errori grammaticali della Declaratio di Benedetto XVI. Alcuni dei quali erano stati notati quasi subito da eminenti classicisti come Luciano Canfora e Wilfried Stroh, e corretti anche sul sito ufficiale vaticano.

Frà Bugnolo ne ha individuati molti altri, che per la maggior parte sono, in realtà, relativamente poco significativi. Tra l’altro, vi sono scelte lessicali discutibili, complementi costruiti in maniera imperfetta, ma anche il mancato uso del plurale maiestatis.

Si tratta, evidentemente, di “peccati veniali”, che però è difficile credere provengano dalla mano di una persona della cultura di Joseph Ratzinger. O, se anche fosse, che non siano stati emendati da alcun funzionario pontificio nei 17 giorni trascorsi prima che Sua Santità lasciasse la Sede Apostolica. Mentre è semplicemente ridicola, visti i lavori successivi, l’idea che il Vescovo di Roma non fosse mentalmente lucido.

La questione davvero dirimente, però, è un’altra. Secondo il francescano, infatti, vi sono nel documento dei “difetti” tali da inficiarne la validità. Ça va sans dire, se fosse nel giusto le conseguenze sarebbero dirompenti.

L’enunciato incriminato

«Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse».

Questo è l’enunciato incriminato, di cui riportiamo di seguito la traduzione ufficiale in italiano.

«Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Benedetto XVI: munus e ministerium

C’è una parola chiave su tutte: munus, ovvero l’ufficio, la “carica” che deriva direttamente da Dio e da San Pietro. Il Diritto Canonico(canone 332 §2) impone a un Romano Pontefice che intenda abdicare di rinunciare proprio al munus, attraverso una decisione libera e debitamente manifestata.

Papa Ratzinger, però, non ne ha fatto cenno. Ciò a cui ha dichiarato di rinunciare è infatti il ministerium, l’esercizio attivo del potere papale, come avrebbe ribadito durante la sua ultima udienza generale. «Il “sempre” è anche un “per sempre”- non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero non revoca questo».

Come ha argomentato il collega Andrea Cionci, sarebbe come se la Regina Elisabetta II d’Inghilterra annunciasse l’intenzione di lasciare il trono al Principe Carlo. Salvo poi stilare un atto in cui dichiara di rinunciare a esercitare il potere materiale, ma di voler mantenere la Corona. Proprio come Benedetto XVI ancora indossa la talare bianca, impartisce la benedizione apostolica e conserva l’appellativo di Sua Santità e la firma P.P. (Pontifex Pontificum).

Un’altra anomalia riguarda la formula usata dal Vicario di Cristo: «Dichiaro di rinunciare» – non “rinuncio”. Sembra una distinzione di poco conto, ma potrebbe avere delle forti ripercussioni. Con questa dizione, infatti, Joseph Ratzinger non ha liberamente rinunciato al Papato (come prevede il succitato articolo del Canone), bensì ha liberamente dichiarato di rinunciarvi.

Sono due cose ben diverse. Per averne una prova inconfutabile, provate a dire al vostro partner, anziché il classico ti amo, “dichiaro di amarti”, e vedete come reagirà.

Le altre incongruenze della Declaratio

Un’altra sottigliezza riguarda la frase tradotta come segue: «in modo che […] la sede di San Pietro sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Frà Bugnolo ha fatto notare che nella traduzione vi sono varie incongruenze, a partire dal modo in cui la proposizione viene introdotta. “In modo che”, infatti, renderebbe il latino quomodo, o un’espressione come in tali modo quod. Nella Declaratio, però, la frase è introdotta da ita ut, che significa “cosicché”.

Anche qui è una questione di sfumature. Tutte le locuzioni, infatti, introducono una proposizione consecutiva. Ma, a differenza delle altre, ita ut richiede necessariamente il congiuntivo, che è un modo che esprime per sua natura incertezza.

Dire, per esempio, “vado all’università cosicché troverò lavoro” è diverso dal dire “vado all’università cosicché trovi lavoro”. Il primo caso, infatti, implica un rapporto causa-effetto granitico – ed è l’unico in cui si potrebbe legittimamente usare anche “in modo che”. La seconda dizione, invece, indica piuttosto una sorta di speranza.

Con questo criterio, quando Papa Ratzinger scrive «ita ut […] sedes Sancti Petri vacet» bisognerebbe tradurre “cosicché la sede di San Pietro sia vacante”. Un’espressione che non sottintende una certezza, bensì, al massimo, un’intenzione – e varrebbe la pena chiedersi di chi.

La traduzione italiana della Declaratio farebbe poi pensare che vi siano due proposizioni consecutive coordinate. In realtà, la frase che inizia con «dovrà essere convocato» è un’oggettiva, che dipende dal verbo declaro e si lega al precedente renuntiare.

Per capirne le implicazioni, rileggiamo l’enunciato escludendo la consecutiva retta proprio da renuntiare, e adattando la traduzione. «Dichiaro che rinuncio al ministero di Vescovo di Roma e che dev’essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Benedetto XVI e il nuovo Conclave

Ecco la sottigliezza: con questa formulazione, Benedetto XVI non ha indicato la data precisa del nuovo Conclave. La subordinata in cui si fa riferimento al 28 febbraio 2013, infatti, non altera minimamente il significato delle proposizioni di livello superiore.

Certo, si potrebbe obiettare che sia un’inferenza logica. Ma, allo stesso modo, sarebbe legittimo ritenere che il collegio cardinalizio debba riunirsi, com’è sempre accaduto, dopo il decesso del Pontefice regnante. Semanticamente, le due soluzioni appaiono equiprobabili.

Peraltro, Joseph Ratzinger ha scritto che il Conclave debba essere convocato «da coloro a cui compete». Una perifrasi piuttosto singolare per indicare i porporati elettori, tanto più che il Santo Padre stava leggendo la Dichiarazione di fronte a loro.

Cionci però fa notare che questa anomalia si sanerebbe se fosse vera la ricostruzione di Frà Bugnolo circa l’invalidità della rinuncia di Benedetto XVI. In tal caso, infatti, l’elezione del nuovo Pontefice non competerebbe all’intero collegio cardinalizio, ma solo ai porporati nominati da Papa Ratzinger e dai suoi predecessori.

Qui, però, siamo nel campo delle ipotesi. Che possono essere vere o false, verosimili o assurde, ma restano sempre suggestioni.

Per questo lascia perplessi il fatto che qualcuno le abbia già liquidate come follie da imbecilli. E fa ancora più specie che questo qualcuno fosse il quotidiano della Cei che, assieme al cugino d’Oltretevere, dovrebbe essere il più interessato alla verità. La quale, sia ben chiaro, non è necessariamente quella raccontata dal frate italo-americano. A cui però bisognerebbe opporre delle controargomentazioni, non certo degli insulti.

Pare però che la misericordia degli immisericordiosi non sia per tutti, un po’ come l’intolleranza dei tolleranti, che guarda caso ha la stessa matrice ideologica. Misericordiosamente, soprassediamo.

Le ipotesi sulle motivazioni

Per comprendere le possibili motivazioni alla base del gesto di Benedetto XVI, bisogna ritornare al gennaio 2013 e al noto ricatto della rete SWIFT. Un consorzio bancario internazionale che, nei giorni che precedettero l’abdicazione di Sua Santità, paralizzò i bancomat e i conti correnti della Santa Sede. Salvo sbloccarli casualmente il giorno dopo le dimissioni del Sommo Pontefice.

A questo potrebbe riferirsi l’inusuale formula discussa precedentemente: «con piena libertà, dichiaro di rinunciare». Papa Ratzinger, cioè, potrebbe essere stato posto di fronte a una scelta drammatica tra le dimissioni o la bancarotta del Vaticano. E potrebbe aver liberamente scelto di dichiarare di rinunciare al ministero petrino che, come argomentato, è diverso dal “liberamente scegliere di rinunciare”.

Al contempo, è ormai risaputo che il Papa tedesco stava subendo pressioni da parte della lobby progressista e modernista conosciuta come Mafia di San Gallo. Che, come rivelato da uno dei membri principali, il defunto cardinale Godfried Danneels, tramava contro Joseph Ratzinger già prima della sua elezione al Soglio pontificio.

Intuendo l’enorme pericolo per la Chiesa, il Successore di Pietro avrebbe quindi optato per la soluzione di una rinuncia solo apparentemente valida. Che avrebbe permesso di spazzare via eventuali “svolte” dottrinali eterodirette dal gruppo dei cospiratori.

Preghiere per Benedetto XVI

Come detto, però, si tratta di opinioni, le quali per loro natura sono assai sfuggenti. Per dire, in questi giorni Benedetto XVI si è recato a Ratisbona per assistere il fratello, il 96enne monsignor Georg Ratzinger, da tempo malato.

E subito erano partite le speculazioni sulla possibilità che il Papa tedesco restasse in Germania e non facesse più ritorno in Italia. Un’eventualità smentita dalla Diocesi bavarese, che ha precisato che il volo di ritorno da Monaco è previsto nella mattinata di lunedì 22 giugno. È la democrazia, bellezza!

L’unica certezza è che, forse mai come in questo momento, Benedetto XVI ha bisogno delle preghiere dei fedeli. Che certamente non mancheranno di assicurargli il proprio filiale sostegno, perché Papa Ratzinger resta un Pontefice amatissimo dal popolo cristiano.

A dispetto di tutte le menzogne e le calunnie con cui inutilmente una certa riprovevole narrazione tenta di infangarlo. Ma, «per quanto il vento ululi forte, una montagna non può inchinarsi ad esso».

E se c’è una verità incontrovertibile è che il fango proviene da ominicchi. In confronto ai quali il minuto Benedetto XVI torreggia con la statura di un gigante.

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Cronaca

Caos Procure, il j’accuse di Mattarella: “Le toghe recuperino credibilità”

Il Presidente della Repubblica, durissimo contro le degenerazioni del correntismo e la “modestia etica” dei magistrati, invoca ancora la riforma del Csm. Sul quale pesano anche le recenti nomine dei Procuratori di Bergamo e Perugia

Mirko Ciminiello

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

C’è un caso, quello del caos Procure, che la maggior parte dei media mainstream sta deliberatamente cercando di occultare con tutte le proprie forze. Ogni tanto, però, capita qualche imprevisto che li costringe ad affrontare di nuovo lo spinoso argomento. Tipo il pesantissimo j’accuse lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Mattarella e il caos Procure

«La Magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca». Così il Capo dello Stato, durante la cerimonia di commemorazione di sei magistrati assassinati da terrorismo rosso e mafia tra il 1980 e il 1991.

Il riferimento, per nulla velato, era all’inchiesta di Perugia ormai nota come Magistratopoli o caso Palamara, dal nome dell’ex Pm al centro dell’indagine. La quale «sembra presentare l’immagine di una Magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all’attribuzione di incarichi». Mentre «l’unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato alla quale attenersi è quella alla Costituzione».

Nessuno sconto, quindi. Anzi, il Quirinale è tornato ad attaccare la «degenerazione del sistema delle correnti» e le «gravi e vaste distorsioni» svelate dalle intercettazioni della Procura umbra. Le quali hanno portato alla luce un sistema traviato «in amaro contrasto con l’alto livello morale delle figure che oggi ricordiamo».

Tale sistema era contraddistinto da quella che il giurista Vladimiro Zagrebelsky ha eufemisticamente definito «modestia etica», nel senso di carenza morale. Una caratteristica «oggetto di ampio dibattito nella pubblica opinione», come ha sottolineato l’inquilino del Colle. O che, perlomeno, lo sarebbe se i mezzi di comunicazione si degnassero di farne cenno.

I limiti costituzionali del Capo dello Stato

Mattarella ha precisato «di avere il dovere di non pretendere di ampliare» le funzioni e i poteri attribuiti dalla Carta al Presidente della Repubblica. Per questo motivo non scioglierà il Consiglio Superiore della Magistratura – lui che ne è costituzionalmente il numero uno.

«Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l’alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione» ha spiegato. «Qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitrî, per cattive ragioni», come in una reazione a catena.

Questo però non significa che si debba mantenere lo status quo. Anzi, il Capo dello Stato ha nuovamente sollecitato una riforma dell’organo di autogoverno della magistratura. Sottolineando però che l’onere e l’onore spettano al Parlamento.

Il caos Procure e la reazione del Csm

«L’abbrutimento etico dell’ordine giudiziario ha nell’attuale Csm l’avversario più tenace e inflessibile» ha pomposamente dichiarato il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura David Ermini. Il quale ha anche stigmatizzato l’atteggiamento di quanti tradiscono «la funzione, i colleghi, l’istituzione», inseguendo il potere e la carriera attraverso «pratiche da faccendiere».

Parole del tutto condivisibili, che però rischiano di non andare oltre la vuota magniloquenza. Due casi, in particolare, meritano particolare attenzione – quelli relativi alle nomine, recentissime, dei nuovi Procuratori di Bergamo e Perugia. Nomine operate dalla V commissione del Csm, che ha la competenza per il conferimento degli incarichi direttivi.

Gli uffici orobici si stanno tuttora occupando dell’inchiesta sulla mancata istituzione della zona rossa nei Comuni di Alzano e Nembro, ad opera del Governo rosso-giallo. Inchiesta nell’ambito della quale la Procuratrice facente funzioni Maria Cristina Rota ha ascoltato anche il bi-Premier Giuseppe Conte.

Ora, però, la Pm dovrà lasciare l’incarico in favore del nuovo Procuratore Angelo Antonio Chiappani, designato lo scorso maggio. Un magistrato che non solo compare nelle chat di Luca Palamara ma, allo scoppio dello scandalo, espresse all’ex presidente dell’Anm la propria solidarietà. Laddove – e non è un particolare da poco – la Rota non godeva affatto del gradimento del grande tessitore giudiziario. Il quale si diede molto da fare perché le fosse preferito un esponente della propria corrente, Unicost – per una volta, senza successo. Fino ad ora, almeno.

Al capoluogo umbro, invece, è stato destinato pochi giorni fa l’ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone. Una nomina sofferta, che ha praticamente spaccato l’organo di autogoverno dei giudici e suscitato le pesanti critiche dell’icona antimafia Nino di Matteo.

Di Matteo vs. Palamara

L’ex Pm palermitano ha sottolineato che la Procura di Perugia è titolare dei procedimenti a carico dei magistrati capitolini – tipo quello che riguarda Palamara. E insieme a lui, tra gli altri, i deputati Cosimo Ferri, di Iv, e Luca Lotti, del Pd – ma molto legato a Matteo Renzi. Cioè colui che, da Presidente del Consiglio, aveva indicato alla guida dell’Anac lo stesso Cantone. Il quale ora si troverà a dover gestire procedimenti che vedono coinvolti «esponenti politici della stessa area» che lo aveva nominato.

«Io non dubito dell’autonomia e imparzialità di Cantone, ma noi dobbiamo salvaguardare anche le apparenze», ha argomentato Di Matteo. Il quale, nello scrutinio incriminato, ha votato per l’attuale aggiunto di Salerno Luca Masini, come tutta la corrente Autonomia e Indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo. Cioè il suo capo.

Qui la vicenda si fa ancora più intricata, dal momento che non corre buon sangue tra Di Matteo e Palamara. Quest’ultimo, per esempio, «fu molto soddisfatto» dell’estromissione del collega dal pool che indagava sulla stagione stragista dei primi anni Novanta. E non è finita qui.

Il caos Procure e Il Gattopardo

Intercettato dal trojan installato nel suo cellulare, l’ex leader dell’Anm esprimeva la sua contrarietà alla proposta di innalzare l’età pensionabile dei magistrati a 72 anni. «Se fosse vero saltano Procure Roma e Perugia», scriveva allarmato a Ferri.

Ora, si dà il caso che questo progetto interessi molto – e molto da vicino – un consigliere del Csm che a ottobre compirà settant’anni. E pertanto dovrà lasciare l’incarico, perdendo così la poltrona, l’emolumento e il potere che ne derivano. Non a caso, a livello giornalistico c’è chi parla di norma salva-Davigo. Sì, quel Davigo, il capo di Di Matteo, avversario di quel Palamara che si oppone(va) alla modifica anagrafica.

Se dunque non è il caos Procure vero e proprio, si tratta comunque di interessi personali di bassa lega. Quelli per cui, secondo Ermini, bisogna solo «vergognarsi e chiedere scusa».

Di nuovo, ha ragione. Il problema è che si ha l’impressione che si voglia gattopardescamente cambiare tutto affinché tutto rimanga com’è. Ci auguriamo vivamente di sbagliarci.

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Cronaca

Vaccino anti-Covid, Italia in prima linea nella ricerca e nella produzione

Un’azienda di Pomezia ha contribuito al farmaco prodotto dall’Università di Oxford, altri ricercatori hanno individuato un nuovo target. Il Ministro Speranza forse esagera con l’entusiasmo, ma la strada appare davvero meno ripida

Mirko Ciminiello

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Coronavirus

Meglio conosciamo il coronavirus, più l’obiettivo del vaccino anti-Covid si fa concreto. Probabilmente non ancora così imminente come le trionfali parole del Ministro della Salute Roberto Speranza lasciavano presagire. Ma forse, parafrasando l’astronauta Neil Armstrong, mai come in questo caso un passo avanti della scienza è un balzo gigantesco per l’umanità.

Speranza e speranze

La comunicazione l’aveva data tra squilli di trombe il titolare della Sanità. «Ho sottoscritto un contratto», l’annuncio, «per l’approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Un accordo firmato anche dagli omologhi di Germania, Francia e Olanda, con cui il Ministro-nomen-omen aveva lanciato la Inclusive Vaccine Alliance.

Una notizia molto bella e importanteInsieme ai Ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato…

Pubblicato da Roberto Speranza su Sabato 13 giugno 2020

La terapia è stata sviluppata dal Jenner Institute dell’Università di Oxford, con un contributo significativo da parte della Irbm di Pomezia. È bene però precisare subito che, al momento, il vaccino non esiste ancora.

Tuttavia, l’azienda biofarmaceutica che se ne è assicurata l’esclusiva, l’anglo-svedese AstraZeneca, ha il prodotto in fase di sperimentazione più avanzata. «Rispetto agli altri gruppi che lavorano sullo stesso obiettivo hanno almeno sei mesi di vantaggio» ha affermato il medico Walter Ricciardi, consulente del dicastero. «Anche se in questo momento nessuno può dire al 100% che arriveranno in fondo, se lo faranno potremo avere le prime dosi alla fine di quest’anno». Precisamente, tra novembre e dicembre, anche se verosimilmente le prime somministrazioni avverranno all’alba del 2021.

Verso il vaccino anti-Covid

Inizialmente, però, queste dosi non basteranno per tutti. Perciò, come ha precisato lo stesso Ricciardi, «i primi a ricevere il vaccino saranno i lavoratori della sanità. E poi le persone a rischio, per età o perché colpite da certe patologie, e le forze dell’ordine». Lo ha confermato anche Speranza, aggiungendo che «il vaccino lo paga lo Stato e verrà distribuito gratis».

Di norma, la procedura per lo sviluppo di un farmaco dura almeno 2-3 anni. Tuttavia, nel caso specifico le agenzie mondiali hanno autorizzato un iter più rapido, senza comunque derogare minimamente alle esigenze di sicurezza.

Così, tra marzo e maggio si sono svolti gli studi clinici di fase 1, volti a capire se il potenziale vaccino abbia effetti tossici. È stato coinvolto un migliaio di volontari, mentre altri 10.000 parteciperanno alle fasi 2 e 3, che permetteranno di valutare l’effettivo potere antivirale della terapia.

Gli studi sul vaccino anti-Covid

Per arrivare al vaccino anti-Covid, i ricercatori hanno utilizzato la versione depotenziata di un virus simile a quello che si intende debellare. Il microrganismo è stato dotato del materiale genetico in grado di generare una specifica proteina, nota come Spike. Una molecola indispensabile per il Covid-19, poiché gli consente di legarsi all’enzima Angiotensin Converting Enzyme 2 (ACE2), che è come un cavallo di Troia fisiologico. Un “traditore” che fornisce al nemico una porta d’ingresso nelle cellule umane.

L’alterazione genetica stimola la risposta immunitaria, inducendo la produzione di anticorpi destinati a distruggere il patogeno. E, dal momento che il sistema immunitario possiede una sorta di memoria, se il vero coronavirus dovesse infettare l’organismo questi anticorpi potranno prevenire la malattia.

In pratica, è come se si disegnasse un bersaglio sulla schiena del virus e si addestrasse uno speciale reparto militare a riconoscerlo. In caso di attacco, la reazione dei difensori sarebbe immediata e la potenza di fuoco contro gli aggressori devastante.

Le altre ricerche in atto

Di recente, poi, alcuni scienziati dell’Università Federico II di Napoli e dell’Ateneo di Perugia hanno individuato un secondo possibile obiettivo, di nome neuropilina-1 (NRP1). Si tratta di un recettore proteico che a sua volta si può legare alla proteina Spike, agevolando in modo analogo ad ACE2 il compito dell’invasore.

Lo studio non è stato ancora sottoposto a revisione paritaria, il che significa che è ancora suscettibile di modifiche. Tuttavia, i suoi risultati si accordano con quelli di un’altra ricerca – anch’essa ancora in attesa di peer review. La quale ha evidenziato come, bloccando il legame tra il virus e il recettore NRP1, era possibile bloccare l’infezione in laboratorio.

Va detto che, secondo gli studiosi italiani, difficilmente questa scoperta porterà a un approccio terapeutico, almeno per pazienti gravi. «Gli anticorpi del siero iperimmune ottenuto da pazienti guariti da Covid-19 sono molto più efficaci nell’inibire il legame tra Spike con Ace2», la loro ammissione.

Eppure, un innegabile vantaggio c’è. Le sostanze investigate sono infatti «molecole endogene o farmaci già ampiamente utilizzati da molti anni, con un consolidato profilo di sicurezza». Questo significa che si potrebbero ridurre drasticamente i tempi dei trial clinici, così da poter utilizzare immediatamente questi medicinalinei pazienti affetti da coronavirus.

Inoltre, queste pubblicazioni sono il segno che il progresso e le scoperte scientifiche non si fermano. Ed è un’innegabile soddisfazione quando alcune di loro – e in un campo così importante – portano (anche) la firma delle eccellenze italiane.

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Cronaca

Zona rossa a Bergamo, il Premier dai Pm e la libido del capro espiatorio

La Procura orobica sentirà Conte e i Ministri Lamorgese e Speranza, mentre continua lo scontro istituzionale con la Lombardia. Che potrebbe anche farci capire qualcosa in più su noi stessi

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Ha assunto ormai contorni nazionali il caso della creazione della zona rossa a Bergamo in piena emergenza coronavirus. Un po’ perché c’è chi lo sta cavalcando a livello mediatico, molto per la decisione della Procura orobica di portarlo fino a Palazzo Chigi. E non solo: questa vicenda può anche insegnare qualcosa sulla Weltanschauung degli Italiani.

Zona rossa a Bergamo, Conte in Procura

Probabilmente il bi-Premier Giuseppe Conte sperava in un fine settimana diverso. Invece, incassato il diniego dell’opposizione di centrodestra riguardo alla partecipazione alla giornata inaugurale degli Stati Generali, è arrivata un’altra convocazione. Di cui il fu Avvocato del popolo, stavolta, era il destinatario.

I mittenti erano i Pm di Bergamo che indagano sulla mancata istituzione della zona rossa a Bergamo, o meglio nelle città di Alzano e Nembro. Il Signor Frattanto sarà sentito come persona informata sui fatti, al pari del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e del titolare della Salute Roberto Speranza. I magistrati, poi, hanno già ascoltato Attilio Fontana, Governatore della Lombardia, Giulio Gallera, assessore lombardo alla Sanità, e Silvio Brusaferro, presidente dell’ISS e del CTS.

La mancata creazione della zona rossa a Bergamo

La vicenda ha avuto inizio a fine febbraio, quando nei due Comuni bergamaschi iniziò a moltiplicarsi il numero dei contagiati da Covid-19. Il Pirellone lanciò l’allerta, seguito dal Comitato Tecnico-Scientifico, il cui numero uno Brusaferro, il 5 marzo scorso, sollecitava l’istituzione della zona rossa nelle due cittadine. L’esecutivo, però, prese tempo, nel dubbio che la misura andasse estesa all’intera Regione, come sarebbe poi stato decretato l’8 marzo.

Com’è noto, il ritardo è stato fatale per una provincia le cui condizioni erano già drammatiche – e da qui è nato lo scontro istituzionale. Con Giuseppi che ha sempre affermato che la Lombardia potesse creare zone rosse in piena autonomia, e Fontana a replicare che l’onere spettasse a Roma. Idea che sembra condivisa dalla Procuratrice facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, secondo cui «da quel che ci risulta è una decisione del Governo».

Il Presidente del Consiglio si è comunque detto sereno, benché vari organi di informazione ne abbiano sottolineato la preoccupazione per un possibile avviso di garanzia. Ha anche difeso quelle che sono state «decisioni difficili», per le quali «non avevamo il manuale». Quanto a questo, ci sentiamo di concordare – perlomeno nel merito.

La libido del capro espiatorio

È indubbio che le istituzioni si siano trovate a fronteggiare una situazione emergenziale e fuori dall’ordinario, che avrebbe creato difficoltà anche a dei veri esperti. Per questo il rimpallo delle responsabilità ha un che di stucchevole, anche se umanamente può essere comprensibile. Così com’è comprensibile che i parenti delle vittime auspichino che si faccia luce sulle circostanze che hanno portato al decesso dei propri cari. E, se qualcuno ha sbagliato, è ovviamente giusto che paghi.

In qualche modo, comunque, questo atteggiamento è emblematico di una forma mentis tipica dell’italiano medio,che si potrebbe definire “libido del capro espiatorio”. Sarebbe la tendenza a voler trovare a ogni costo un colpevole per gli eventi negativi – anche eventi molto meno tragici di quelli qui esaminati. Verosimilmente, una diretta conseguenza del fatto che siamo 60 milioni di giudici e allenatori sportivi – oltre che della pervasività dei mezzi di comunicazione di massa.

Di nuovo, è un atteggiamento umanamente comprensibile, che però può scontrarsi con la realtà, perché non sempre quanto ci accade è colpa di qualcun altro. A parte per i manettari dattilografi, usi a crearsi preventivamente un teorema giudiziario che poi perseguono oltre i confini del ridicolo.

Eppure, sostenevano gli antichi: “Veritatem laborare nimis saepe aiunt, extingui numquam”. Si dice che la verità soffra spesso, ma non muoia mai. Malgrado il Travaglio.

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