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Cronaca

“Mafia Radicale”, arrestato membro del Comitato nazionale del partito della Bonino

Antonello Nicosia sfruttava i ruoli in politica per fare da tramite tra boss al 41 bis e cosche. Chiamava Messina Denaro “Primo Ministro” e insultava Falcone: “sua morte un incidente sul lavoro”

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito di AgenPress

Definiva la morte di Giovanni Falcone nella Strage di Capaci «un incidente sul lavoro», e chiamava la primula rossa Matteo Messina Denaro «il nostro Primo Ministro». Antonello Nicosia, 48enne assistente parlamentare e membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani, è tra i cinque arrestati nell’ambito dell’operazione “Passepartout”, condotta dai militari della Guardia di Finanza di Palermo e Sciacca, dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Agrigento. Tutti i fermati, tra i quali spicca il presunto capomafia saccense Accursio Dimino, sono accusati di associazione mafiosa e/o favoreggiamento.

In particolare, l’esponente del partito che fu di Marco Pannella avrebbe, secondo i Pm della Dda di Palermo, approfittato di alcune ispezioni nelle carceri siciliane per portare all’esterno messaggi e ordini di boss in cella – alcuni dei quali sottoposti a 41 bis. Visite che gli erano concesse in virtù dei suoi ruoli di assistente parlamentare, conduttore del programma televisivo e via web “Mezz’ora d’aria” e direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti – il che ora suona vagamente ironico, come un anticipo sulla legge del contrappasso o un perverso conflitto d’interessi.

Non solo: per la Procura di Palermo Nicosia sfruttava l’appartenenza politica anche per cercare di far alleggerire il regime di 41 bis e far chiudere determinati istituti penitenziari.

Agghiaccianti le intercettazioni in cui scherniva e insultava il giudice assassinato da Cosa Nostra nel 1992. «All’aeroporto» di Palermo, diceva, «bisogna cambiare il nome. Non va bene Falcone e Borsellino». E su Facebook si lamentava delle troppe scuole intitolate ai due martiri civili, proponendo di dedicare piuttosto alcuni istituti al Mago Zurlì e alla fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, Mariele Ventre.

Dichiarazioni gravissime e vergognose secondo l’attuale deputata di Italia Viva (ex LeU) Pina Occhionero, che lo aveva avuto come collaboratore per quattro mesi, prima di rendersi conto che Nicosia aveva falsificato il proprio curriculum, oltre a millantare studi sui diritti umani dei detenuti.

L’onorevole è completamente estranea alla vicenda, anche se l’house organ ufficioso del M5S ha malignamente costruito il titolo del suo pezzo online in modo da far pensare che vi fosse del non detto. Altrettanto malignamente, forse il partitino della Bonino non è così “pericoloso” né ostile come la formazione di Matteo Renzi. O magari, restando su un piano giornalistico, è solo che si pensa tiri più la cara vecchia “Mafia Capitale” di questa nuova, sconcertante (e meno utile) “Mafia Radicale“.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cronaca

Coronavirus, le polemiche del Premier che chiede di fermare le polemiche

Conte attacca Salvini e la sanità di Codogno, provocando la dura reazione del Governatore lombardo Fontana. Ma di fronte all’emergenza non dovrebbero davvero esserci distinzioni politiche

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte al Dipartimento della Protezione Civile. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni rilasciate dal bi-Premier Giuseppe Conte in relazione all’emergenza sul coronavirus:

a) «Parlerò con tutti i Governatori in videoconferenza, anche quelli delle Regioni che non sono coinvolti. Tutti dobbiamo perseguire un coordinamento. Se non ci riuscissimo saremmo pronti a misure che contraggano le prerogative dei Governatori» (La Repubblica. È un po’ come chiedere i pieni poteri, ma volete mettere con che stile lo fa Giuseppi?).

b) «È chiaro che c’è stato un focolaio e che [il virus] da lì [cioè da Codogno] si è diffuso. Ormai è noto, c’è stata una gestione a livello di una struttura ospedaliera non del tutto propria, secondo i protocolli prudenti che si raccomandano in questi casi, e questo sicuramente ha contribuito alla diffusione» (Corriere della Sera. Gli ha replicato a muso duro Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia: «Peccato che noi abbiamo seguito, purtroppo i protocolli che ci venivano dati dal Governo. Se avessimo fatto quello che noi come Governatori proponevamo, le cose non sarebbero andate così» ha attaccato, aggiungendo che Conte «probabilmente sta cercando di attaccare altri per cercare di sviare l’attenzione». Avrà imparato dal M5S).

c) «Ho cercato il Ministro Salvini […] su vari cellulari che ho e non mi ha risposto, ma lo conosco, ci ho lavorato 15 mesi, non mi stupisce il suo comportamento» (La Repubblica. Tralasciando il fatto che il leader della Lega non è più Ministro da un po’, sembra che per la maggioranza rosso-gialla il Capitano sia diventato ciò che era Silvio Berlusconi e, prima ancora, Giulio Andreotti, e che si esplica perfettamente in una celebre battuta del Divo Giulio: «A parte le Guerre puniche, mi viene attribuito veramente di tutto»).

d) «Non ci si può sottrarre al confronto quando si è leader dell’opposizione: non vorrei essere costretto a rivelare un messaggio che ho mandato e far vedere tutte le telefonate senza risposta ricevuta. Il leader dell’opposizione ha la responsabilità di non dire sciocchezze e non speculare su queste vicende» (Libero. Però l’ex Avvocato del popolo ha evitato di mostrare il fantomatico messaggio, al motto «fidatevi del Presidente del Consiglio». Insomma, più che BisConte, bifronte).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “camicia di forza”, le seguenti, ulteriori due amenità del Capo del Governo:

1) «Di fronte all’emergenza non c’è distinzione tra maggioranza ed opposizione, abbiamo sospeso la riunione del Consiglio dei Ministri ed io ho informato i leader dell’opposizione sui provvedimenti che stavamo adottando. Di fronte alla salute dei cittadini non ci deve essere distinzione di colori politici».

2) «Non è il momento delle polemiche. Dobbiamo lavorare, le polemiche non mi interessano».

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Cronaca

Salute, ecco perché sul coronavirus il Governo ha sbagliato tutto

Siamo il terzo Paese al mondo per numero di contagi, ma la maggioranza sembra più preoccupata di Salvini che dell’emergenza: e le misure che ha preso sono inutili o tardive

Mirko Ciminiello

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

Su una cosa il bi-Premier Giuseppe Conte ha certamente ragione: l’aumento dei casi di coronavirus accertati in Italia è dovuto anche al maggior numero di controlli eseguiti negli ultimi giorni.

Statisticamente non c’è nulla di anomalo, il che rende ancora più inquietante il fatto che Giuseppi abbia ammesso di essere «rimasto sorpreso dall’esplosione del numero di casi»: soprattutto se si pensa che neanche un mese fa sosteneva che «i cittadini italiani devono stare sereni e tranquilli» – a conferma di quanto sia deleteria l’espressione “stai sereno”.

Il vero problema, comunque, – ed è un problema piuttosto serio – è che sulla crisi da COVID-19 il Governo non ha azzeccato una singola mossa. E l’aggravante è che non sembra neppure rendersene conto.

«Siamo il primo Paese in Europa che ha deciso controlli più rigorosi e accurati e sin dall’inizio abbiamo optato per la linea di massima precauzione e rigore» si è vantato in televisione l’ex Avvocato del popolo. Considerato che siamo la terza Nazione al mondo come numero di contagi, dietro alle sole Cina e Corea del Sud, e che in brevissimo tempo la conta dei morti è già salita a sette, viene da chiedersi che sarebbe successo con delle misure appena meno efficaci.

Peraltro, il provvedimento tanto sbandierato dal Presidente del Consiglio è il blocco dei voli da e per la Cina deciso a fine gennaio. Una decisione che, oltre ad aver quasi causato una crisi diplomatica con Pechino, era non solo inutile, ma addirittura dannosa: inutile perché non teneva conto del fatto che esistono gli scali intermedi (e anche altri mezzi di trasporto, come le navi), dannosa perché ha impedito controlli davvero “rigorosi e accurati” sui passeggeri che provenivano effettivamente dalla Cina, e che eventualmente si sarebbero potuti porre in quarantena.

Poi, certo, resta la questione primigenia che quest’ultima parola sembra dare l’orticaria alle forze di maggioranza, a meno che non abbia connotazioni autoctone: come gli undici comuni del Lodigiano isolati in seguito al ricovero dell’ormai famigerato “paziente uno”, che poi è una decisione altrettanto inutile perché si chiude la stalla quando i buoi sono scappati da un pezzo – usufruendo oltretutto dei vantaggi della modernità globalizzata che però, nell’occasione specifica, rappresentano un tragico rovescio della medaglia (nel tanto vituperato Medioevo, per dire, le pandemie erano molto più rare perché le distanze erano più ristrette e venivano percorse in tempi decisamente maggiori).

Quando però si faceva notare, per esempio, che pure i barconi delle ong rappresentano potenzialmente un rischio per la salute pubblica (tralasciando, cioè, le implicazioni sulla sicurezza), ecco che pavlovianamente rispuntavano i deliri: anche istituzionali, se si pensa che il Governatore dem della Toscana Enrico Rossi ha liquidato il virologo Roberto Burioni con un surreale «chi ci attacca o non è informato o è un fascioleghista».

In realtà nemmeno questa è una grande sorpresa, visto che a livello ancora più alto si sono paragonati i cosiddetti populismi ai discorsi che «seminavano paura e odio» negli anni ’30. Il che fa quasi il paio con le amenità dei social che fino a qualche giorno fa farneticavano che il vero virus è la xenofobia, salvo scoprire improvvisamente che il vero virus, ops, è tautologicamente proprio il virus.

Da una parte, infatti, c’è l’ideologia, dall’altra ci sono la scienza e il buonsenso che, udite udite, non hanno colore politico e possono quindi essere rappresentate perfino da Matteo Salvini. Tanto è vero che, per esempio, i sindaci di Ischia hanno vietato l’approdo a chi arriva dalla Lombardia e dal Veneto (ordinanza poi annullata dalla Prefettura): cosa sarebbe, razzismo nei confronti dei lombardo-veneti? Ugualmente, il Governatore della Basilicata Vito Bardi ha imposto la quarantena obbligatoria per chi viene da Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria: sarebbe discriminazione nei confronti dei nordici? O non sarà che la salute è appena appena più importante delle ossessioni antirazziste degli antropologicamente superiori?

Ultimo appunto: qualche giorno fa l’esecutivo rosso-giallo ha emanato un Decreto legge per stanziare l’iperbolica cifra di 20 milioni di euro da destinare all’emergenza. Il che fa capire perfettamente il senso della nomina dell’attuale Ministro della Salute: così almeno al Governo c’è Speranza.

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Cronaca

Coronavirus, la moglie del 38enne in gravi condizioni è contagiata e incinta

Francesco Vergovich

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Coronavirus, ospedale

È arrivata questa mattina la notizia del paziente zero italiano, un lombardo di 38 anni ricoverato ieri sera a Codogno, in gravi condizioni cliniche. Dopo poche ore anche la notizia del contagio di sua moglie, insegnante di educazione fisica in un liceo scientifico, ma lavorava anche in un’erboristeria. Da tempo, per fortuna, non si recava a scuola dai suoi ragazzi. 

La donna è incinta all’ottavo mese di gravidanza,i medici seguono quindi con estrema attenzione le sue condizioni. Si trova ora in isolamento all’ospedale Sacco di Milano, dove è ricoverato in terapia intensiva anche suo marito. 

Il marito avrebbe contratto il virus andanco a cena con un collega di lavoro di ritorno dalla Cina, anche quest’ultimo ricoverato. 

In Cina,il 3 febbraio, era giunta la notizia della nascita di una bambina negtiva alla Sars-coV-2 da madre infetta.

L’ospedale ha diramato questa circolare: non recarsi in ospedale in caso di sintomi influenzati, ma chiamare il 112. Codogno e Castiglione d’Adda in isolamento, si chiede ai ventimila cittadini dei due paesi di non uscire di casa. 

Disposta in Italia la quarantena obbligatoria per ogni cittadino proveniente dalla Cina. 

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Cronaca

Coronavirus Lombardia, due paesi in isolamento. I Comuni:”112 in caso di febbre”

Francesco Vergovich

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Coronavirus,, ospedale, mascherina

È cambiata la situazione in Italia, in sole 24 oreSei i contagiati da Sars-coV-2 in Lombardia: un 38enne in gravi condizionisua moglie incinta e un amico che avrebbe infettato il suo amico e compagno di lavoro. Si valuta il trasferimento dell’uomo in terapia intensiva all’ospedale Sacco di Milano. la causa del contagio, avvenuto circa venti giorni fa, potrebbe essere la cena tra i colleghi di lavoro, infatti l’amico del 38enne sarebbe tornato dalla Cina appena prima del blocco dei voli. La quarantena in Lombardia, delle persone legate alla coopia e all’amico, coinvolge ora 60 persone. 

L’ospedale di Codogno è interdetto al pubblico, si entra solo con le mascherine. I cittadini di Codogno invitati a restare in casa e a non recarsi in ospedale ma chiamare il 112 in caso di sintomi influenzali. La quarantena per chi ora torna dalla Cina è obbligatoria in tutta Italia ha annunciato Conte. Polemiche e dubbi sul fatto che i passeggeri aerei in transito non vengano controllati con i termo scanner.

Dall’ospedale Spallanzani di Roma invece arrivano buone notizie: il 29enne che era stato infettato, risulta ora negativo ai test, dimostrando di aver totalmente sconfitto la malattia. 

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Cronaca

Sardine: siamo già al flop. Unanimità finita e piazze che non si riempiono più

Francesco Vergovich

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sardine

Tre mesi. Appena tre mesi e il Grande Fenomeno Democratico si è già sgonfiato. Le Sardine delle diverse regioni litigano tra di loro (per forza: qualche adunata occasionale non può certo bastare a fare una comunità coesa) e le folle non accorrono più.

Ieri a Pesaro, per esempio, i neo custodi della Repubblica Buona contro i Sovranisti Cattivi erano solo qualche centinaio. E che non sia un episodio isolato, ma la conferma di una tendenza ormai in atto, lo riconosce lo stesso Mattia Santori. Che pur aggiungendoci, accortamente, un filo di possibilismo su eventuali ritorni di fiamma, annota che «la stagione delle piazze così come l’abbiamo conosciuta a novembre forse finirà e forse è già finita…».

Sai che rivelazione.

Sai che sorpresa.

Fin dal primo momento, ossia all’indomani del clamoroso successo del flash mob di Bologna, lo scrivemmo pari pari: “un guizzo occasionale che durerà quello che durerà. Solo un fremito momentaneo come lo furono i Girotondi e altre analoghe trovate. Ognuno, evidentemente, ha gli entusiasmi che si merita”.

L’altra sottolineatura che era presente nell’articolo e che vale la pena di riportare, non certo per vantarsene ma per ricordare che quando le chiavi di lettura sono temprate non ci vuole un granché ad aprire le serrature della cronaca, riguardava la natura e le pratiche dell’attivismo politico: “Ciò che servirebbe è il ritorno a un partito di stampo tradizionale. In cui la militanza non sia l’affare estemporaneo di una giornata diversa dal solito, ma un impegno costante. Che è fatto tanto di studio personale, quanto di presenza attiva sul territorio. E che essendo assiduo costringe le gerarchie locali e quelle nazionali a un confronto incessante”.

Proteste una tantum. Establishment semper

Già: non si tratta di show televisivi o di fiction che si seguono per riaccendere qualche emozione perduta e senza fare nessuna fatica. Il voto non è il televoto. L’appoggio a un partito, o a un suo specifico leader, non si esaurisce in un like scoccato in un batter d’occhio dallo smartphone o scandito in una rimpatriata una tantum con i compagni smarriti e delusi dalle infinite giravolte del Pd-exDs-exPds-exPCI.

La politica con la P maiuscola esige stelle fisse e analisi rigorose. Vigilanza assidua e indirizzata non solo contro i nemici (oops: gli avversari) manifesti ma forse ancora di più contro i falsi amici a caccia di un’affermazione personale. E perciò bene attenti a non entrare in conflitto con l’establishment liberista.

Altro che le fascinazioni puerili per il simpatico Obama, che prima di essere un afroamericano rimane uno statunitense. O per il travolgente Renzi in versione rottamatore, che nonostante l’adesione a un partito “di sinistra” è sempre stato e sempre sarà un democristiano fatto e finito.

Lo slancio, per non restare infantile, deve saldarsi a una piena consapevolezza delle forze in gioco. Delle partite in corso non solo qui in Italia o in Europa. Ma nel mondo. E in prospettiva futura.

I veri centri di potere sono zeppi di professionisti spietati che perseguono la propria mission di dominio planetario e se ne fregano delle conseguenze per il resto della popolazione. Non vacillano affatto davanti a Greta. Non si commuovono neanche per una frazione di secondo di fronte alle vittime delle disuguaglianze o delle guerre, siano esse esplicite o striscianti.

L’unica cosa che li potrebbe preoccupare è che emerga e si diffonda una comprensione profonda e definitiva dei loro metodi e dei loro obiettivi.

Quella che una volta si chiamava ideologia.

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Cronaca

Ostia, 141 indagati all’ospedale Grassi: analisi gratis a parenti e amici

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Ospedale Grassi, Ostia

Lo annuncia con un comunicato la GdF questa mattina, 21 febbraio: sono 141 – tra medici e paramedici – i dipendenti dell’ospedale “G.B. Grassi” di Lido di Ostia denunciati all’Autorità Giudiziaria dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma per aver permesso ad amici e parenti di eseguire accertamenti diagnostici completamente gratuiti senza seguire le ordinarie liste di attesa. L’attività investigativa delle Fiamme Gialle del 6° Nucleo Operativo Metropolitano di Roma, diretta e coordinata dalla Procura della Repubblica capitolina, ha preso le mosse nel novembre 2017 da una denuncia presentata nei confronti di un’infermiera del reparto di chirurgia, estendendosi a “macchia d’olio” in tutto il nosocomio.

I militari hanno proceduto ad un meticoloso esame dei tabulati relativi alle prestazioni erogate e all’assunzione di testimonianze, individuando artefici e beneficiari della truffa che, oltre a danneggiare il Servizio Sanitario Nazionale, ha leso i diritti degli altri utenti i quali, prenotandosi regolarmente al C.U.P., dovevano attendere il proprio turno prima di sottoporsi a un esame diagnostico.

La pratica fraudolenta era piuttosto semplice quanto diffusa: la persona bisognosa di una prestazione si rivolgeva a uno dei sanitari compiacenti che, grazie alla password personale per l’accesso al sistema informativo dell’ospedale, avanzava richiesta all’articolazione competente. Eseguito l’esame diagnostico ovvero l’analisi chimico-clinica, gli stessi sanitari venivano in possesso del referto, che provvedevano a consegnare al beneficiario, evitando così il pagamento del ticket alla Regione Lazio. A usufruire della “corsia preferenziale” 523 tra parenti e amici dei medici ed infermieri, questi ultimi a loro volta beneficiari dell’illecito sistema.

Oltre a dover rispondere all’Autorità Giudiziaria ordinaria del reato di truffa aggravata ai danni del Servizio Sanitario Nazionale, gli indagati dovranno vedersela con la Corte dei Conti per il danno cagionato all’Erario.

Il contrasto alle frodi sanitarie garantisce il corretto impiego delle risorse pubbliche a favore di chi ne ha realmente bisogno.

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Cronaca

Roma, il Raggi-ro: con i guai delle linee esistenti, il sindaco vuole la Metro D

L’annuncio “elettorale” dell’assessore ai Trasporti Calabrese: ma, secondo un sondaggio, per i Romani sarebbe meglio sistemare gli attuali disservizi di Atac

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto da Il Messaggero

Tenetevi forte e trattenete il respiro: Roma avrà la Metro D. L’annuncio, almeno a livello di intenzioni, è arrivato direttamente dall’assessore capitolino ai Trasporti Pietro Calabrese, secondo cui l’apposita delibera «passerà in giunta e poi al vaglio degli uffici».

Sembra uno scherzo o una battuta – e non si può escludere che in qualche misura lo sia per davvero: perché i disservizi attuali di Atac, l’azienda che gestisce i trasporti pubblici della Città Eterna, sono sotto gli occhi di tutti, turisti e residenti che quotidianamente oppongono la tipica ironia romana ai disagi dell’Urbe.

Si è ormai fatta l’abitudine a ritardi cronici, guasti e perfino incendi di mezzi pubblici: nonché agli scioperi senza fine, come quello di 24 ore del prossimo lunedì 24 febbraio, indetto dal sindacato Fast Confsal col rispetto delle consuete fasce di garanzia (dall’inizio del servizio fino alle 8,30 e dalle 17 alle 20).

E queste piccole disfunzioni si vanno ad aggiungere a problematiche inveterate quali, per restare soltanto alla metropolitana, le chiusure delle stazioni, che oltretutto fanno a turno garantendo ogni volta delle sorprese: al momento, per dire, tocca a Cornelia, sulla linea A, sbarrata per la revisione ventennale di scale mobili e ascensori – che speriamo venga effettuata con maggiore efficienza rispetto alla vicina Baldo degli Ubaldi, dove i vari elevatori continuano a bloccarsi più o meno con la stessa frequenza antecedente alla manutenzione.

La vera barzelletta della Città Eterna, però, resta Barberini, sempre sulla linea A: chiusa il 23 marzo 2019 a causa di un cedimento delle scale mobili che per puro caso non ha provocato feriti, è stata riaperta a inizio mese (ma solo in uscita) perché, come acutamente argomentato dal sindaco Virginia Raggi, «un anno di lavori per riaprire una fermata della metropolitana è davvero troppo». Non sia mai che il suo fulgente prestigio ne risulti offuscato.

Del resto, è possibile – se non probabile – che anche il proclama relativo alla Metro D, che dovrebbe andare dall’Eur a Montesacro, sia un tentativo di riguadagnare il consenso da tempo evaporato. Una mossa che però non tiene conto del fatto che i Romani, come da un recente sondaggio, preferirebbero piuttosto che funzionassero le linee attuali. Ma tanto si sa che Virgy andrebbe comunque per la sua strada (e senza prendere mezzi pubblici, lei), come per i risibili progetti della funivia e dei bus elettrici.

D’altronde, un autore come l’americano John Gray lo aveva intuito quasi tre decadi or sono. E a un sindaco marziano come Ignazio Marino non poteva che subentrare una prima cittadina venusiana.

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Cronaca

Roma, dagli automobilisti agli urtisti la Raggi non sa più chi scontentare

L’inutile blocco auto si unisce alla protesta degli ambulanti e al caos all’anagrafe. Ma forse sono tutte armi di distrazione di massa rispetto alla chiusura di Colleferro e all’imminente emergenza rifiuti

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti scene di ordinaria follia da parte del sindaco della Capitale Virginia Raggi (e da cui sono stati esclusi i disservizi di Atac, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa):

a) «Rifiuti, chiude la discarica di Colleferro. Stato d’emergenza più vicino» (Avvenire. Ma come, proprio ora che un’ordinanza del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che la crisi è risolta per decreto presidenziale?).

b) «Smog, Roma rischia il blocco per 6 giorni. Gli esperti: “Inutile”» (Il Messaggero. Ma perché dare retta agli esperti quando c’è Greta?).

c) «Roma, caos anagrafe: “Quattro file per una multa. Coda lunga centro metri fin dal mattino”» (Leggo. Immaginiamo lo stupore del primo cittadino, verosimilmente pronta a suggerire di recarsi in via Petroselli di sera).

d) «Roma, urtisti a Raggi: “Decida entro 48 ore o scenderemo in piazza in 12mila”» (Il Messaggero. Ma chissà quanti abusivi riconoscenti saranno lì a farle scudo…).

Ciò posto, il candidato provi a stabilire se è Virgy che non sa più come destreggiarsi tra i continui tentativi di distogliere l’attenzione dalla propria incapacità, o se piuttosto non sia lei stessa un’arma di distrazione di massa.

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Cronaca

Roma, la Raggi caccia gli ambulanti con licenza mentre tollera gli abusivi

Per il sindaco la rimozione delle bancarelle degli urtisti è questione di decoro. Ma gli storici commercianti ebrei non ci stanno: “La denunciamo, è come con le Leggi razziali”

Mirko Ciminiello

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La protesta degli urtisti. Foto dal sito de La Repubblica Roma

«Un politico guarda alle prossime elezioni» affermava com’è noto James Freeman Clarke, «uno statista guarda alla prossima generazione». Poi c’è anche chi, assurto al potere quasi per caso, non è né l’uno né l’altro, e guarda solo alle proprie bislacche convinzioni.

Tipo il sindaco della Capitale Virginia Raggi che, nell’ansia di liberare la Città Eterna dalle bancarelle, ha pensato bene di prendersela con gli unici (o, comunque, con una delle poche categorie) che godono della piena legittimazione della propria attività: gli urtisti, i venditori ambulanti per lo più di origine ebraica specializzati nel commercio di oggetti devozionali della religione cattolica. Questo singolare nome deriva dal particolare approccio usato per attrarre i pellegrini in piazza San Pietro, che consisteva in un lieve urto assestato con lo schifetto, la caratteristica cassettina in legno contenente gli articoli in vendita.

Forse i commercianti hanno urtato anche il primo cittadino, perché altrimenti non si spiegherebbe un simile accanimento nei loro confronti. «Da venerdì a Roma ci sono 115 disoccupati in più» si sono sfogati via social, aggiungendo con rabbia: «Se la sindaca avesse usato lo stesso piglio coercitivo e dittatoriale per risolvere il problema monnezza, avremmo risolto metà dei problemi di Roma».

«Non ci sarà la perdita di nessun posto di lavoro» ha tagliato corto Virgy, annunciando che per questioni di decoro la stessa misura sarà applicata anche ad altri luoghi simbolo dell’Urbe. «Ci sono delle alternative previste per legge, i commercianti possono scegliere tra le alternative, un indennizzo o la trasformazione in licenza taxi». Insomma, tu chiamale, se vuoi, rimozioni.

Nella storia, come non hanno mancato di sottolineare gli stessi urtisti, c’è un solo precedente, che risale al 1938, al tempo delle Leggi razziali. Anche per questo le associazioni degli ambulanti hanno invocato l’intervento del Prefetto Gerarda Pantalone e del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Ma è l’intera classe politica a condividere questa battaglia. «Invece di liberare la città dalle migliaia di venditori abusivi e clandestini che spacciano merce contraffatta, il sindaco (speriamo per poco) di Roma caccia dalle piazze gli urtisti, una storica categoria di ambulanti della comunità ebraica» ha attaccato per esempio il leader leghista Matteo Salvini.

Ed è questa, in effetti, una delle conseguenze del provvedimento del Campidoglio: l’assurda difformità di trattamento che penalizza chi è in regola, senza neppure sfiorare chi vive di illegalità. Un’eterogenesi dei fini su cui l’Associazione Nazionale Ambulanti non ha alcuna intenzione di soprassedere.

«Sarai denunciata perché stai legalizzando il commercio abusivo, l’evasione fiscale e tutto quello che comporta l’abusivismo» ha avvisato il vicepresidente Angelo Pavoncello, rivolgendosi direttamente al sindaco. «Verificheremo con i nostri legali per denunciarti alla Guardia di Finanza per favoreggiamento all’evasione fiscale visto che gli abusivi non li reprimi e invece chi è autorizzato lo cacci via e non può più pagare le tasse».

Un’ulteriore fronte aperto, insomma, per la giunta grillina, che ormai non sa più chi scontentare. Perché nella Città Eterna tutti, prima o poi, si sono ritrovati in qualche modo raggi-rati.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la Raggi come Penelope, disfa la sera ciò che fa al mattino

Il sindaco imbecca i Municipi per bloccare la sua stessa delibera su Monte Carnevale: e a una settimana dalla chiusura di Colleferro, con la raccolta dei rifiuti già in tilt, si scopre che metà dei camion Ama sono fermi ai box

Mirko Ciminiello

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Rifiuti a Roma anche fuori dalle scuole. Foto dal sito di Avvenire

Racconta l’Odissea che Penelope, la moglie di Ulisse, durante la ventennale assenza del marito subì molte pressioni per convolare a nuove nozze con uno dei pretendenti che gozzovigliavano alla corte di Itaca. Per sottrarsi all’infausto destino, promise di sposarsi solo dopo aver ultimato il lenzuolo funebre del suocero Laerte, disfacendo però di sera la tela che tesseva durante il giorno.

Ecco, il sindaco della Capitale Virginia Raggi sta facendo qualcosa di molto simile in relazione alla vexata quaestio dei rifiuti di Roma. La scelta di fine anno della Valle Galeria, infatti, ha provocato una vera e propria rivolta nel M5S, soprattutto tra gli esponenti del Municipio XII, dove dovrebbe sorgere la nuova discarica. Di qui la sibillina e pilatesca velina del Campidoglio: se «i municipi porteranno elementi che evidenziano la violazione di norme sarà impossibile procedere».

Insomma, è ai distretti che spetterebbe l’onere di individuare dei fattori ostativi che costringano il Comune a fare marcia indietro: il che non dovrebbe essere un’impresa. Tralasciando il fatto che gli stessi uffici capitolini si erano espressi negativamente sulla possibilità di usare la cava di Monte Carnevale «in quanto vi è già un procedimento per il recupero ambientale del sito», il Municipio XII sta stilando un dossier che, secondo quanto riportato dall’agenzia DIRE, dovrebbe vertere su quattro punti: la prossimità con le prime case sparse, la contiguità dell’aeroporto di Fiumicino, il fatto che l’area sia già gravata da vari impianti industriali e a rischio incidente rilevante, e l’opposizione del Ministero della Difesa per l’eccessiva vicinanza del futuro impianto al proprio centro interforze (obiezione che risale addirittura al 2012).

Immaginiamo già la somma disperazione del primo cittadino, che così non si esporrebbe neppure più di tanto, lasciando che siano degli utili idioti a disfare la sua tela. In effetti, forse si tratta uno dei piani più astuti di Virgy – il che è tutto dire.

Decisamente meno furba è stata la pensata di andarsene in vacanza in un momento in cui si stava già avendo un sensibile assaggio dell’emergenza: con gli studenti spesso costretti a fare lo slalom tra i sacchetti dell’immondizia (esondati dai cassonetti strapieni) per poter rientrare a scuola dopo la pausa natalizia. E con Ama (la municipalizzata di Roma Capitale che dovrebbe occuparsi della spazzatura) che ha aggiunto al danno la beffa: prima parlando di situazione «sotto controllo e in miglioramento», poi ammettendo che, su 281 mezzi pesanti, solo il 52% della flotta è effettivamente operativo, per mere ragioni anagrafiche (201 camion hanno oltre dieci anni di età, e di questi 137 hanno tra i tredici e i quindici anni). Tanto che, come affermato dall’amministratore unico Stefano Zaghis, la società sta cercando dei veicoli da noleggiare – e senza particolare fortuna, almeno finora.

E non è che la punta dell’iceberg, considerato che siamo a una settimana dalla chiusura definitiva della discarica di Colleferro, che manderà definitivamente in tilt il sistema di raccolta dei rifiuti. Troppo tardi, probabilmente, anche per il commissariamento tanto minacciato dalla Regione Lazio. A conferma che can che abbaia non morde, come dice il proverbio.

E la moderna Penelope, ancora una volta vittoriosa, se la ride. A differenza dei Romani, sempre più esasperati.

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Cronaca

Caso Dj Fabo, l’assoluzione di Cappato e l’eutanasia della giustizia

Il Radicale prosciolto dall’accusa di aiuto al suicidio perché il fatto non sussiste. Naturale conseguenza della sentenza (ideologizzata) della Consulta sul fine vita, che infatti è il vero problema

Mirko Ciminiello

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Marco Cappato. Foto dal sito dell'ANSA

Il crudo fatto è questo: Marco Cappato, esponente dei Radicali (cui vanno le nostre più sentite condoglianze per la scomparsa della madre), è stato assolto dalla Corte d’Assise di Milano dall’accusa di aiuto al suicidio in relazione al caso Dj Fabo «perché il fatto non sussiste». La sentenza si riferisce all’ormai arcinoto caso di Fabiano Antoniani che, rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale, nel febbraio 2017 venne accompagnato dal tesoriere dell’associazione Luca Coscioni a morire in una clinica svizzera.

Il pronunciamento in sé non desta alcuna sorpresa, perché è la naturale conseguenza di un’altra sentenza, quella con cui nel settembre scorso la Consulta, in attesa di un già auspicato intervento del legislatore, ha dichiarato parzialmente incostituzionale l’articolo 580 del Codice Penale: sancendo così la non punibilità di «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Il problema, in effetti, è a monte, e concerne proprio il verdetto della Corte Costituzionale. Tralasciamo pure l’insignificante dettaglio che, dal momento che in Italia vige ancora una cosuccia chiamata separazione dei poteri, non spetta alla magistratura indicare al Parlamento su cosa può o non può, deve o non deve legiferare – né con quali tempi. Tralasciamo anche l’altro piccolo particolare che le Camere avevano il diritto – anzi il dovere di far valere le proprie prerogative, e invece se ne sono pilatescamente lavate le mani.

L’aspetto più grave è un altro, ed è il fatto che la sentenza 242/2019 ha creato un vulnus che, prima ancora che giuridico, è culturale, bioetico e antropologico. Anzitutto, ha rinnegato il dettato del nostro ordinamento secondo cui la vita è un bene indisponibile, come riconosciuto del resto – e in tempi non sospetti – anche dall’ex presidente della stessa Consulta Gustavo Zagrebelsky: ma, soprattutto, come sancito dal codice civile, da quello penale e, nello spirito, anche dall’art. 2 della Costituzione. Aprendo così una sorta di crepa nella diga che inevitabilmente produrrà quelle derive già verificatesi in Paesi come l’Olanda, il Belgio o il Canada.

In secondo luogo, riferendosi al (presunto) diritto di autodeterminarsi, la Corte ha ignorato totalmente che le decisioni motivate dalla sofferenza non sono mai veramente “libere” né “consapevoli”.

E, oltretutto, en passant ha praticamente affermato l’esistenza di “vite di serie B”, quelle dei più deboli e vulnerabili, di cui viene ricusato il valore di intrinseca dignità che invece, toghe o non toghe, attiene e pertiene a ogni essere umano indipendentemente dalla sua efficienza o funzionalità. Valore che richiederebbe piuttosto investimenti molto più concreti sugli hospice, sulla terapia del dolore, sulle cure palliative – sull’eliminazione cioè della sofferenza – anziché un’acritica genuflessione a quel nadir della “cultura dello scarto” rappresentato dalla “cultura” della morte, di cui il partito che fu di Marco Pannella è il perfetto utile idiota.

Ecco perché l’esultanza di Cappato va ben oltre la possibilità di continuare impunemente a svolgere il suo ruolo di vice-mastro Titta: perché nella sua ansia di sottomissione all’ideologia tanatologica l’esponente dei Radicali è riuscito a ottenere perfino di più. Ha provocato l’eutanasia della giustizia.

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Cronaca

Roma, il Bilancio della Raggi è l’emblema della “giunta Spelacchio”

Il consigliere di maggioranza Angelucci si dimette, altri tre colleghi fanno le barricate: si rischia di non raggiungere neppure il numero legale. E poi c’è l’altro bilancio, quello dei cittadini esasperati

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Fine anno, tempo di Bilanci. Anche quelli con l’iniziale maiuscola, che pertengono alle istituzioni e alle loro propaggini e che, per loro natura, sono soliti creare parecchi grattacapi. Ne sa qualcosa il sindaco della Capitale Virginia Raggi, che finora ha fatto filotto, essendosi vista bocciare dall’Oref (l’Organo di Revisione Economico-Finanziario dell’Assemblea Capitolina) i documenti contabili tre volte su tre. E, se è vero che il quattro vien da sé, quest’anno l’amministrazione grillina si è già portata avanti col lavoro.

Stavolta, infatti, potrebbe essere la stessa Aula Giulio Cesare a rifiutarsi di ratificare quello che il primo cittadino ha pomposamente e protervamente definito “Sblocca Roma 2020”. Un progetto che prevede per i prossimi 12 mesi una spesa corrente di oltre 5 miliardi di euro, laddove per investimenti e opere pubbliche è stato stanziato poco più di un miliardo in tre anni: fondi destinati quasi interamente a mobilità e trasporti, alla manutenzione straordinaria delle strade e alle attività dei municipi.

Ma, com’è noto, la maggioranza pentastellata non è bella se non è litigarella: lo è visto con la vexata quaestio dei rifiuti, tra il j’accuse della consigliera M5S Simona Ficcardi e la spaccatura interna sulla nuova discarica che dovrebbe sorgere a Tragliatella, nel Municipio XIV. Non poteva certo mancare, allora un ulteriore fronte sul maxiemendamento di giunta presentato in aula consiliare.

Ad aprirlo è stato l’ormai ex consigliere del MoVimento Nello Angelucci, che si è dimesso «con profondo dispiacere e amarezza per non essere riuscito a realizzare, come avrei voluto, l’obiettivo di tutelare i più fragili». Tradotto, Angelucci aveva chiesto dei correttivi sui fondi destinati al sociale: non avendoli ottenuti, se n’è andato sbattendo la porta, come un bimbetto stizzito che si porta via il pallone per negare il divertimento anche agli amichetti.

Sfortunatamente per Virgy, questo specifico Gianburrasca non era un caso isolato: e con l’ex capogruppo dei Cinque Stelle Paolo Ferrara che ha minacciato di non prendere parte al voto (causa mancata concessione delle risorse per Ostia che pretendeva) e l’annunciata doppia astensione della stessa Simona Ficcardi e della collega Monica Montella, l’approvazione del Bilancio resta appesa a un filo, dato il rischio concreto che non si raggiunga neppure il numero legale.

Una manna per l’opposizione (esterna), che sta affilando le armi per ogni evenienza: le amministrative, dopotutto, sono comunque dietro l’angolo, e negli opposti schieramenti sono già iniziate le grandi manovre per individuare il candidato che possa nuovamente espugnare il Campidoglio.

D’altronde, con il Bilancio del vicino che come l’erba è sempre più verde, e con il bilancio dei Romani cui il Comune dà la stessa allegria del famoso Spelacchio, chi può dire quanta speranza di vita abbia ancora la giunta Raggi? Meglio dunque preoccuparsi solo di mangiare il panettone: di doman, come affermava Lorenzo de’ Medici, non c’è certezza.

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