Contattaci

Cultura

L’ addio di Quentin Tarantino al cinema con “C’era una volta a…Hollywood”

Pubblicato

il

Un pastis di manga giapponese, spaghetti western e revenge movies. La sua opera è come una cheesecake all’avogado: oramai ci siamo abituati alle sue stranezze ma senza dimenticarci di quanto la panna acida e il mascarpone creano un’accoppiata vincente. E il cult del suo repertorio invece, qual è? Credo la capacità di rimanere fedele alle sue passioni. Quentin non scrive o non dirige mai qualcosa che non lo ispiri profondamente. E’ tutt’oggi nel suo lavoro come un bambino al parco giochi: vuole le montagne russe. Lui è il tipo di persona che immagino dica “Sai che c’è? Ora scrivo una sceneggiatura per CSI perché mi piace vederlo prima del baseball!” Detto fatto, senza troppi problemi. E poi come si fa a dire di no a Quentin se appare sulla porta e ti presenta il 23esimo episodio della quinta stagione di un must della tv americana? Tant’è vero che è stata la gallina dalle uova d’oro: record di telespettatori e super approvazione dalla critica. E dire che tutto iniziò con la visione di “Bambi” da ragazzino nella sala semivuota del cinema di Knoxville. Cartoon che di certo riflette tutto ciò che è stato nel margine tra esistenzialismo e fascino gotico di tutti i suoi capolavori, sulla stele di Rosetta della cinematografica indipendente americana. L’uso della violenza per esprimere la realtà nuda e cruda, così come spesso crudele e senza troppo giri di parole è il suo messaggio. (Di fatto torna spesso lo slang nelle sue opere, così come le parolacce. Niente poetica esistenzialista, soltanto l’ardore di portare in scena la vita così com’è. E lo fa a modo suo, nel ricordo di una viva tradizione del colonialismo statunitense oppure dentro lo dove rende epico il ballo tra Mia Wallace, interpretata dalla sua musa, Uma Turman, e Vincent Vega, dando nuova luce all’interpretazione di un John Travolta finalmente libero dalla figura del ragazzo d’America legata a Grease. Adesso lui interpreta un gangster, uno tosto… ma dal cuor gentile. Storie apparentemente sconnesse tra loro quelle che Quentin ci presentò in Pulp Fiction, il secondo film che l’ha consacrato. Anche qui ingredienti che tradizione vuole non c’entrino niente gli uni con gli altri diventano un mix esplosivo nel legame classico spesso sviluppato dagli artisti: la necessità di rapporti veri. Ne è dimostrazione il dialogo iconico tra Mia e Vincent:

Mia: Non odi tutto questo?
Vincent: Odio cosa?
Mia: I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
Vincent: Non lo so… È un’ottima domanda.
Mia: È solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale…quando puoi chiudere quella ca**o di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

Ma ci siamo già dimenticati com’è nato Django Unchained? Con una sceneggiatura da mille e una notte e la coppia Di Caprio-Foxx magistrale ha reinventato con gusto exploitation il personaggio anni ‘ 60 interpretato da Franco Nero.                                                                                                                 C.V.D. per Bastardi senza Gloria. Nato per onorare Quel maledetto treno blindato di Enzo Castellari, humor nero e paradosso sono le colonne portanti di un film che con spietata ironia funesta, sottende le atrocità del libro dell’umanità. E ciò accade senza che il fruitore possa accorgersene, con un enigmatica impostazione del modus operandi della messa in scena di una tragedia greca, un gioco di prolessi e analessi, ossimori e contaminazioni da commedia che rende il film macchinoso ma scorrevole, con un finale che ti porta a volerlo rivedere una  seconda volta, e poi una terza. Almeno questo è ciò che mi accade con tutti i film di Tarantino. Come un bel quadro d’arte contemporanea o di memoria espressionista, ogni sua regia ti regala nella visione successiva un dettaglio nuovo non ancora colto. I film sbocciano piano e crescono insieme all’evolversi della nostra coscienza sensoriale, quasi la accompagnano come dei magi. E lui lo sa. Lo sa dapprima, mentre sta ancora scarabocchiando qualche battuta nerd. Sa cosa sta affidando al suo lavoro. Sta donando al metraggio la composizione di Acheronte in cui si cela quel segreto che conosce solo il suo genitore. E per quanto riguarda noi, altro non possiamo domandare. Forse è questo il principale motivo per cui abbiamo aspettato tanto per The Hateful Eight. Ma insomma, a chi non darebbe fastidio se la propria sceneggiatura fosse dichiarata in anticipo, violando la scelta personale su un proprio prodotto artistico? E poi, dopo questo breve excursus eccoci qui, a C’era una volta a…Hollywood che forse, a detta dello stesso regista, sarà la sua ultima pellicola per il cinema. Viola quindi il patto con il pubblico dell’ormai nota scelta di un ritiro alla nascita del suo decimo film. Il web commenta sarcastico ‘è scaramanzia per gli incassi, lo dichiarava già ai tempi de Le iene (film d’esordio sul grande schermo) ‘. Eppure Di Caprio, veterano nella collaborazione con Tarantino e volto proprio del lavoro che sarà in sala il prossimo 29 luglio negli Stati Uniti (le sale italiane dovranno attendere fino al 19 settembre), ne conferma la serietà delle intenzioni. L’augurio è quello di un feature inossidabile se dobbiamo dire addio al suo genio. Le premesse ci sono tutte. Il trailer originale non delude le aspettative, il cast stellare come sempre c’è e non v’è pericolo nella mancata resa di giustizia della trama. Ci aspettiamo una favolosa Margot Robbie e per completare il triumvirato da red carpet Quentin ha scelto anche Brad Pitt. Qualsiasi sarà l’esito di questo prodotto, la bellezza di un cinema di qualità come questo è la coerenza nel dar sfogo a tutte le contraddizioni impagabili e immortali che ci hanno raccontato i suoi personaggi: la meschina cattiveria nello stesso spettro grandangolare di un pianto rotto che ha il sapore della pace per un animo sofferente e afflitto, la capacità di perdonare i propri errori quando ci vengono serviti sul piatto d’argento dei vizi, la crudele negazione della propria condizione cadenzata dal bisogno di accettarsi per potersi migliorare. Ricordo il primo teaser che mi ha lasciato perplessa, e poi persuasa. E subito dopo una cascata di emozioni, rabbia, orgoglio, avventura, sogno e…qualche caffè per rimanere sveglia quella volta in cui decidi di dedicare un’intera serata alla visione di entrambi i volumi di Kill Bill. Il gioco valse la candela, d’altronde in principio era un unico capolavoro da tre ore, motivo per cui fu presentato in versione originale ma fuori concorso a Cannes. E se all’inizio la curiosità era attenzione, tanto per citare Calvin Candie, quell’attenzione mi è servita negli insegnamenti che ho appreso dalla lettura di questo enorme diario umano: la comune partecipazione che fraintendimenti, nostalgie, paure, dubbi hanno nelle nostre vite non devono mai far sbiadire la collaterale e bizzarra ironia che fa sì che la vita imperfetta e reale anche grazie alla sua buona dose di scivoloni, e di coraggio nel sentirci appartenenti ad essi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere
Advertisement
Clicca per Commentare

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *