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Cronaca

Caltanissetta, Antonello Montante condannato a 14 anni di reclusione

Per l’ex numero uno di Sicindustria il pm aveva chiesto 10 anni e 6 mesi

Andrea Pranovi

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L’ex presidente di Sicindustria Antonello Montante è stato condannato con il rito abbreviato a 14 anni di reclusione. Montante era accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico. L’ex numero uno di Confindustria Sicilia sarebbe stato al centro di una rete spionistica utilizzata per salvaguardare se stesso e colpire gli avversari. Il pm aveva chiesto 10 anni e 6 mesi.

“Il dispositivo della sentenza – ha detto Bertone, procuratore di Caltanissetta – mi pare che dia largamente conto della fondatezza dell’accusa e dello straordinario lavoro della Procura di Caltanissetta e fa in qualche modo anche giustizia di alcune affermazioni che ho avuto modo di sentire durante il processo”.

Andrea Pranovi è giornalista e conduttore radiofonico. Dal lunedì al sabato dalle ore 7 alle 10 è in diretta con "Buongiorno Roma" su Radio Roma Capitale. Dottore di Ricerca in Scienze della Comunicazione, è Cultore della materia in Innovazione e analisi dei modelli di giornalismo presso il Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza. È autore del volume "Informazione capitale. L’agenda setting nei media locali romani" (Aracne, 2016) e di diversi saggi pubblicati in riviste scientifiche.

Cronaca

Mascherine cinesi, quella rivelazione che getta ombre su Arcuri e Conte…

L’imprenditore Benotti, al centro dello scandalo, rivela che Palazzo Chigi avvertì il supercommissario dell’indagine degli 007: la cui delega l’ex Premier Conte tenne sempre stretta, mentre Draghi l’ha affidata al Capo della Polizia Gabrielli…

Mirko Ciminiello

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mascherine cinesi
Mascherine cinesi

Cos’hanno in comune 800 milioni di mascherine cinesi, i sottosegretari appena nominati dal neo-Premier Mario Draghi e il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri? Sembra una barzelletta, eppure c’è una sottile linea rossa (e il colore non è casuale) che lega questi improbabili protagonisti. E arriva a lambire con le sue (non nitidissime) trame anche l’ultimo tratto del precedente Governo guidato da Giuseppe Conte.

L’affaire mascherine cinesi

La Cina, si sa, è vicina, ma nel caso del supercommissario Arcuri l’aggettivo assume i connotati di un eufemismo. Questo, almeno, racconta l’inchiesta della Procura di Roma sull’affaire dei dispositivi di protezione individuale acquistati dal Nostro in piena crisi da Covid-19.

Una commessa costata complessivamente 1,25 miliardi di euro, per cui la struttura commissariale ha usufruito dell’intermediazione di alcune imprese italiane. Le quali, per questo servizio, hanno percepito commissioni per decine di milioni di euro da parte dei consorzi orientali affidatari delle forniture. Questa almeno la ricostruzione dei Pm di Piazzale Clodio, che hanno disposto una serie di misure cautelari per cinque accusati, tra cui spicca Mario Benotti. L’imprenditore – e giornalista Rai in aspettativa – attorno a cui ruota l’intero scandalo delle mascherine cinesi.

Va subito precisato che le indagini non riguardano Der Kommissar, la cui posizione è già stata archiviata. I magistrati hanno infatti appurato che «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione».

Però i verdetti politici non coincidono con quelli giuridici, e c’è un particolare (palesato dallo stesso Benotti e tangenziale alla vicenda delle mascherine cinesi) che imbarazza Arcuri. Un particolare che ha a che fare con uno dei fiori all’occhiello dell’Italia – che non sono le ridicole primule del supercommissario, bensì i Servizi segreti.

Ombre rosse

«Arcuri mi incontrò e mi disse che c’era una difficoltà: da Palazzo Chigi lo avevano informato che c’era un’indagine, un approfondimento in corso su tutta questa situazione, forse dei Servizi».

L’uomo delle mascherine ha sganciato la bomba in diretta televisiva mentre spiegava perché dallo scorso 7 maggio Der Kommissar avesse tagliato i ponti con lui. «Mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui e io l’ho fatto».

Troppo tardi, però. Anche perché questa rivelazione permette una lettura retroattiva anche di uno dei fatti più controversi della fase finale dell’esecutivo Conte-bis. Ovvero l’ostinazione con cui Giuseppi ha conservato la delega ai Servizi segreti fin (quasi) all’ultimo. Cedendola poi al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi solo dopo che il leader italovivo Matteo Renzi aveva già innescato la crisi di Governo.

«Quando dicevamo che sulla gestione dei servizi segreti di Conte c’era qualcosa di poco chiaro, ci prendevano per matti! Invece, a quanto pare…». Così, secondo indiscrezioni, si sarebbe sfogato il leghista Giancarlo Giorgetti, neo-Ministro dello Sviluppo economico e braccio destro del segretario Matteo Salvini. Il quale continua a invocare decisamente le dimissioni – o il licenziamento – di Arcuri, che recentemente ha bollato come «monarca assoluto».

Per il momento, il Premier ha fortemente ridimensionato il ruolo del supercommissario, per esempio escludendolo dalla riunione in cui si discuteva del nuovo Dpcm anti-Covid. Dev’essere il nome Mario che non porta bene a Der Kommissar.

Intanto l’ex Governatore della Bce ha affidato la delega della discordia sugli 007 al Capo della Polizia Franco Gabrielli, che certamente cercherà di dissipare tutte queste ombre. Ombre rosse, ça va sans dire.

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Cronaca

Immunizzazione, dall’Italia agli Usa solo buone notizie dalla lotta al Covid

Negli Stati Uniti crollano i contagi, al punto che l’immunità di gregge in aprile non è più un miraggio. Intanto da noi è un successo la ricerca sugli anticorpi monoclonali, e il Governo si muove per una produzione autonoma dei vaccini

Mirko Ciminiello

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immunizzazione: vaccino anti-covid
Vaccino anti-Covid

Mentre il nuovo Governo Draghi prolunga di un mese le restrizioni anti-Covid già in vigore, arrivano buone notizie dal fronte dell’immunizzazione. Fronte molto ampio, in effetti, se si pensa che si estende fino agli Stati Uniti, che potrebbero sconfiggere il virus nei prossimi due mesi. Ma anche il Belpaese si appresta ad accelerare, sia a livello del neonato esecutivo che di uno dei nostri fiori all’occhiello – la ricerca scientifica.

Buone notizie sul fronte immunizzazione

«Le imprese che detengono i diritti sui vaccini li rendano disponibili a chiunque sia in grado di produrli con efficacia». Così si è espresso Stefano Bonaccini, Governatore dell’Emilia-Romagna, sollecitando «un deciso cambio di passo» sulla vexata quaestio dei rifornimenti dei sieri contro il coronavirus.

Bastava chiedere, evidentemente. Il leader leghista Matteo Salvini ha infatti rivelato che il compagno di partito Giancarlo Giorgetti, Ministro dello Sviluppo Economico, si era già mosso in tal senso. Convocando i rappresentanti delle aziende farmaceutiche al fine di «ipotizzare una sovranità vaccinale italiana». Incontro confermato da Massimo Scaccabarozzi, numero uno di Farmindustria, che ha comunque precisato che l’iter di produzione dell’antidoto richiede 4-6 mesi.

Un’altra svolta, invece, potrebbe essere ben più imminente. Almeno stando alle anticipazioni del microbiologo Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences.

«Ci sono degli anticorpi che riescono a neutralizzare tutte le varianti» ha spiegato. «I nostri per fortuna appartengono a questo tipo di anticorpi monoclonali di seconda generazione che riescono a neutralizzare anche le varianti inglese, sudafricana e brasiliana».

Si tratta di una classe di molecole che a livello di immunizzazione costituiscono una difesa naturale dell’organismo, prelevate da pazienti che hanno già sconfitto la malattia. Sono efficaci sia a livello di prevenzione che di cura, e quelli sviluppati a Siena sono anche particolarmente potenti. Tanto che ne occorre una quantità minore, «sono meno costosi e possono essere dati con un’iniezione da fare ovunque senza andare in ospedale».

Gli anticorpi tricolori stanno per entrare in fase clinica, e lo scienziato ha aggiunto che «ci aspettiamo che siano pronti per l’estate», forse già a giugno. Anche se molto dipenderà dai tempi e dal giudizio delle autorità sanitarie.

Gli Usa verso l’immunità di gregge

Se l’Italia ride, l’America non piange, dal momento che Oltreoceano, nelle ultime sei settimane, i contagi sono crollati del 77%. Al punto che il dottor Marty Makary, professore della Johns Hopkins School of Medicine, ha azzardato che gli Usa potrebbero arrivare all’immunità di gregge entro aprile.

Il dato si spiega anzitutto con l’evidenza che l’immunizzazione naturale da un’infezione è molto più comune di quanto si possa misurare mediante test. In effetti, secondo una proiezione circa il 55% dei cittadini statunitensi sarebbe già protetto contro il microrganismo. Percentuale a cui si somma il 15% che ha già ricevuto la vaccinazione.

Sono numeri incoraggianti anche oltre i confini dell’orticello contingente, visto che al momento il tasso di positività yankee si attesta attorno al 6%. Non troppo diverso, cioè, dall’odierno 5,6% italico – per quanto, come già argomentato, il rapporto contagiati/tamponi cresce fisiologicamente nei fine settimana. Se dunque la prospettiva degli Stati Uniti è il ritorno alla normalità entro l’estate, forse potremmo ambire a un simile traguardo temporale anche noi. Soprattutto dopo il ridimensionamento del Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri.

D’altronde, come ha sottolineato Bonaccini, «le persone sono esauste», e di certo non aiuta il primo Decreto dell’era di Mario Draghi. Che ha prorogato fino al 27 marzo limitazioni quali il divieto di spostamento tra Regioni, il coprifuoco e l’obbligo di asporto per i ristoranti dopo le 18.

Ben venga, quindi, qualsiasi parola di speranza. Senza alcun riferimento al Ministro nomen omen della Salute Roberto, s’intende.

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Cronaca

Vaccino anti coronavirus, se la Santa Sede “ricatta” i suoi dipendenti…

Un documento del Vaticano anticipa il licenziamento di chi rifiuta l’antidoto senza validi motivi di salute: sacrificando sull’altare del “bene comune” i dubbi etici su alcuni sieri

Mirko Ciminiello

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vaccino anti coronavirus
Vaccino anti-Covid

Cosa c’entra il Vaticano con il vaccino anti coronavirus? La risposta più ovvia sarebbe “niente”, eppure Oltretevere si stanno impegnando a fondo per smentire il Rasoio di Occam. Producendosi in una serie di prese di posizione e poi di deliberazioni che risultano piuttosto sconcertanti per almeno parte del popolo cattolico.

Il Vaticano e il vaccino anti coronavirus

Evidentemente i dibattiti nel mondo politico – e nella variegata maggioranza che sostiene il Governo Draghi – non erano sufficienti. E così, per buona misura, le polemiche sul vaccino anti coronavirus hanno raggiunto e sono deflagrate anche presso Santa Romana Chiesa.

Merito – si fa per dire – di un discutibile decreto firmato l’8 febbraio dal Cardinale Giuseppe Bertello, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Decreto che affronta proprio la vexata quaestio del siero anti-Covid – però soltanto in modo parziale e senza considerare minimamente i risvolti etici. Che, per i credenti, non sono esattamente un dettaglio.

L’atto sottolinea che la Santa Sede «adotta tutte le misure necessarie volte a ridurre il rischio» legato alla pandemia, inclusa la vaccinazione. E fin qui, naturalmente, tutto bene. Tuttavia, per chi dovesse rifiutare l’antidoto «senza comprovate ragioni di salute» scatterebbero «conseguenze di diverso grado, che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro».

Il che può anche essere lecito, se non fosse che il provvedimento premette che il vaccino anti coronavirus non è obbligatorio. Come del resto ha ribadito un’arzigogolata nota della stessa Commissione, parlando di «uno strumento che in nessun caso ha natura sanzionatoria o punitiva» per i lavoratori.

Una precisazione che suona come un tentativo di nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso. Un’imposizione mascherata, infatti, resta comunque un’imposizione che, per quanto legittima e magari condivisibile, non può non destare perplessità. Soprattutto se arriva dalla Curia romana.

L’idolatria del siero anti-Covid

Eppure, l’aspetto dirimente è ancora a monte, e riguarda una sorta di idolatria del vaccino anti coronavirus che si era già manifestata sul finire del 2020. Quando la Congregazione per la Dottrina della Fede (cioè l’ex Sant’Uffizio) si era espressa sulla moralità di alcuni sieri allora in preparazione. Che erano stati sviluppati utilizzando (nella produzione o anche solo nella sperimentazione) linee cellulari provenienti da feti abortiti.

Il documento definiva «moralmente accettabile» utilizzare questi antidoti (in caso non ve ne fossero di «eticamente ineccepibili»), al fine del «perseguimento del bene comune». Tuttavia, con un’ulteriore arrampicata sugli specchi aggiungeva anche che «l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini» non legittima in alcun modo la pratica dell’aborto.

Come (e se) questi due aspetti si possano conciliare, resta un mistero. Della fede, ça va sans dire.

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Cronaca

Palamaragate, “il sistema è tornato, anzi non se ne è mai andato”

Il “tonno espiatorio” punta il dito contro i “cecchini” ancora in azione a danno dei magistrati meritevoli. E dal sindaco di Napoli De Magistris attacco durissimo all’ex Presidente Napolitano, accusato di aver “tradito la Costituzione”

Mirko Ciminiello

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palamaragate: luca palamara
L'ex presidente dell'Anm Luca Palamara

Bastano un libro e qualche intervista e il Palamaragate torna su. Così, parafrasando Mary Poppins, si potrebbe sintetizzare la recrudescenza di attenzione mediatica nei confronti di Luca Palamara. L’ex togato radiato a ottobre dalla magistratura per il caso delle designazioni pilotate di alcuni Procuratori, dopo essere già stato espulso dall’Anm (da lui presieduta). Il quale aveva subito fatto capire che non aveva alcuna intenzione di fungere da “tonno espiatorio” per lo scandalo Magistratopoli.

«Ero parte di un sistema» ha sempre affermato l’ex membro del Csm, che proprio “Il Sistema” ha intitolato il suo libro-intervista rapidamente divenuto un best-seller. Il sistema delle correnti, che faceva e disfaceva le tele delle carriere in ambito giuridico anteponendo l’appartenenza ideologica al merito. E il sistema dell’alleanza tra (una parte dei) poteri giudiziario e politico, denunciato dal Nostro anche nel salotto televisivo di Non è l’Arena, su La7.

Una commistione che, secondo Luigi De Magistris, attuale sindaco di Napoli, avrebbe portato al  boicottaggio dell’inchiesta Why Not, di cui era titolare nel 2007. All’epoca, da sostituto Procuratore di Catanzaro, De Magistris stava investigando sull’allora Premier Romano Prodi e sul Guardasigilli Clemente Mastella. Secondo l’ex Pm, però, l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano intervenne per ostacolare le indagini.

«In un Paese normale questa vicenda dovrebbe portare il Presidente della Repubblica sotto accusa per aver tradito la Costituzione» il pesantissimo j’accuse. Talmente grave che è impensabile possa rimanere semplicemente lettera morta.

Il Palamaragate non è ancora finito

Allo stesso modo, difficilmente si potranno ignorare le parole dell’ex numero uno dell’Associazione Nazionale Magistrati. «Sono tornati i cecchini, anzi non se ne sono mai andati», la bordata.

Il riferimento è a una delicata inchiesta disciplinare nei confronti del Procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, per una vicenda nota al Consiglio Superiore della Magistratura dall’aprile 2020. Ma che, curiosamente, è esplosa appena prima che il Tar del Lazio si pronunciasse sul ricorso dello stesso Creazzo sulla nomina di Michele Prestipino a Procuratore di Roma. La poltrona al centro dell’ormai celeberrima cena all’Hotel Champagne dell’Urbe, l’8 maggio 2019, che ha dato il via al Palamaragate.

«Dobbiamo capire se il sistema delle correnti è ancora attuato e se ha escluso i magistrati meritevoli» ha chiosato l’ex Pm capitolino. Facendo tra l’altro il nome dell’icona antimafia Nino Di Matteo, penalizzato «perché non era allineato al sistema», come il giudice del Tribunale di Napoli Alfonso Sabella.

È comunque difficile credere che Palamara si sia improvvisamente convertito sulla via di Damasco – dunque sulla purezza delle sue intenzioni si può legittimamente questionare. Però non è detto che le sue rivelazioni non mostrino uno spaccato autentico, e sulla giustizia, soprattutto adesso, non possono esserci dubbi.

La verità fa male, ma dissipa qualsiasi ombra. E, mai come in questo caso, è sotto ogni aspetto un diritto.

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Cronaca

Patentino vaccinale, abbiamo una proposta per le autorità competenti

Si discute da tempo sull’ipotesi di dare una certificazione a coloro cui viene somministrato l’antidoto anti-Covid. E se si creasse un database collegato alla tessera sanitaria, che assicuri controlli rapidi, efficaci e poco invasivi?

Mirko Ciminiello

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vaccino anti coronavirus
Vaccino anti-coronavirus

Sta facendo discutere da tempo l’ipotesi di un patentino vaccinale, una sorta di certificato pensato per allentare le restrizioni a chi assume il siero anti-Covid. L’idea ha subito scatenato una ridda di polemiche, e del resto le stesse autorità competenti sono tutto fuorché concordi sull’eventuale disposizione da adottare. Per questo motivo vorremmo permetterci, sommessamente, di avanzare a nostra volta, nel nostro piccolo, una proposta.

Le ipotesi in campo

In principio era stato Domenico Arcuri. «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di gestire la verifica della somministrazione per sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Così, lo scorso novembre, il Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus aveva aperto le danze. Aggiungendo comunque che sarebbe spettato al Ministero della Salute stabilire i dettagli di questo «certificato di vaccinazione».

Nel dibattito che era immediatamente scaturito avevano poi fatto capolino colpi di genio come quello del dem Stefano Pedica. Che a fine dicembre suggeriva al Governo rosso-giallo di «regalare un braccialetto verde a chi si è vaccinato». Una trovata non particolarmente originale, che a molti ne ha ricordata una simile di un tizio tedesco coi baffetti di cui ci sfugge il nome.

Pochi giorni fa, poi, è stata la volta del Governatore campano Vincenzo De Luca, che ha annunciato «una card di avvenuta certificazione» dopo il richiamo. E di Massimo Antonelli, medico del Gemelli di Roma e membro del Cts. Che ha ammesso che si sta pensando a un patentino «perché un vaccinato, rispettando tutte le regole di prudenza, potrebbe avere maggiore libertà di movimento». Con particolare riferimento alle attività ritenute non essenziali, quali palestre, piscine, cinema, teatri, ma anche all’accesso a voli aerei e alberghi.

Un’alternativa al patentino vaccinale?

Il patentino vaccinale è stato criticato perché costituirebbe una sorta di obbligo mascherato, e “marchierebbe” coloro a cui è stato somministrato l’antidoto. Tuttavia, prescindendo dall’opportunità e dall’utilità della misura, in questa sede vorremmo soffermarci sulla misura stessa.

E, dal momento che Arcuri accennava a un database, ci chiediamo: non lo si potrebbe collegare alla tessera sanitaria? Dopotutto, si tratta di un documento obbligatorio, che si può tranquillamente portare con sé.

Inoltre, essendo di facile lettura, semplificherebbe un eventuale controllo, assicurandone però l’efficacia. Sarebbe sufficiente dotare forze dell’ordine, esercenti e chiunque possa essere interessato dal provvedimento con i dispositivi già in uso nelle farmacie. Basterebbe cioè un clic per completare la verifica in modo rapido e non invasivo.

Onorevole Ministro, signor Commissario, questo è ciò a cui abbiamo umilmente pensato. E, se il nostro piccolo contributo dovesse giovare alla nostra bella Italia, non potremmo ricavarne maggiore soddisfazione.

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Cronaca

Piano pandemico, quegli scheletri nell’armadio del Ministro Speranza…

I Pm di Bergamo indagano sulle pressioni dell’Oms per correggere il report che denunciava l’inadeguatezza del dossier governativo, mai aggiornato dal 2006. E FdI pretende di vedere il documento di cui l’esecutivo nega ancora l’esistenza

Mirko Ciminiello

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roberto speranza
Il Ministro della Salute Roberto Speranza

Un piano pandemico non aggiornato da anni e, pertanto, inadeguato ad affrontare l’emergenza sanitaria che poi, all’incirca un anno fa, sarebbe effettivamente scoppiata. È ciò su cui sta lavorando la Procura di Bergamo, nell’ambito dell’inchiesta sulla mancata istituzione delle zone rosse ad Alzano e Nembro. Un’indagine che nei mesi scorsi ha già lambito il Governo rosso-giallo, che però potrebbe essere più coinvolto di quanto inizialmente si credesse.

Un piano pandemico obsoleto

C’è un caso che da giorni sta catalizzando l’interesse di due giganti del panorama giornalistico internazionale quali The Guardian e il Financial Times. Un caso le cui radici affondano in terra italiana, ma di cui nel Belpaese non si parla ancora abbastanza. Anche se a portarlo all’attenzione del pubblico nostrano è stata la trasmissione Report.

È il caso del rapporto dell’Oms sul piano pandemico dell’esecutivo, approntato nel 2006 e mai aggiornato – ma solo riconfermato nel 2017. Come ha ammesso anche il viceministro alla Sanità Pierpaolo Sileri, aggiungendo che «qualche spiegazione da questo punto di vista dovrebbe essere data». Soprattutto perché, secondo una perizia chiesta dei Pm orobici, un dossier meno obsoleto avrebbe evitato 10.000 morti.

Invece, «impreparati a una simile marea di pazienti gravemente ammalati, la reazione iniziale degli ospedali fu improvvisata, caotica e creativa». Lo evidenzia(va) il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, finanziato dal Governo del Kuwait e stilato da undici ricercatori, tra cui l’italiano Francesco Zambon. Report pubblicato sul sito della stessa World Health Organization lo scorso 13 maggio, e provvidenzialmente rimosso il giorno dopo. Ed è qui che la vicenda assume i contorni del giallo.

Una cospirazione tra Oms e Ministero della Salute?

«Uno degli atout di Speranza è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole figlia (sic!) di fico per certe decisioni impopolari e criticate […]. Se anche Oms si mette si mette in veste critica non concordata con la sensibilità politica del Ministro […] non credo che facciamo un buon servizio al Paese».

Così scriveva Ranieri Guerra, ex direttore del Dipartimento prevenzione del Ministero della Sanità, attualmente numero due del WHO per l’Europa e membro del Cts. L’e-mail, mostrata da Report, era diretta proprio a Zambon, cui il Nostro ricordava i «10 milioni di contributo volontario sulla fiducia e come segno di riconoscenza» appena elargiti da viale Lungotevere Ripa.

Guerra avrebbe quindi fatto pressioni affinché il ricercatore nel dossier postdatasse il piano pandemico, così da far risultare che fosse stato ammodernato nel dicembre 2016. Arrivando anche ad ammonire sibillinamente il suo sottoposto.

 «Come sai, sto per iniziare con il ministro il percorso di riconferma parlamentare (e finanziaria) del centro di Venezia e non vorrei dover subire ritardi o contrattacchi». Il “centro di Venezia”, guarda caso, è il luogo di lavoro di Zambon.

Il quale, nel frattempo, era stato convocato come teste dai magistrati bergamaschi, che per prassi avevano dovuto inoltrare la richiesta all’Oms. L’ente dell’Onu, però, per tre volte non ha avvisato il proprio dipendente, pretendendo che si avvalesse dell’immunità diplomatica. Solo negli ultimi giorni Zambon è finalmente riuscito a presentarsi in Procura.

Guerra, nel frattempo, ha seccamente negato ogni addebito. Troppo tardi, però, per evitare che il prestigioso The Guardian alludesse a una cospirazione tra l’Oms e il Ministero della Salute italiano.

L’altro piano pandemico

A complicare ancora di più il quadro c’è un altro piccolo particolare. Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato, due deputati di FdI, hanno fatto ricorso al Tar del Lazio per costringere viale Lungotevere Ripa a pubblicare l’altro piano pandemico. Quello realizzato, pare, tra febbraio e marzo, e tuttora allo stato di leggenda metropolitana.

Il Governo, infatti, ha sempre smentito l’esistenza stessa di questo documento, anche se i verbali del Comitato tecnico scientifico dicono il contrario. Se ne conosce perfino il titolo: Piano operativo di preparazione e risposta a diversi scenari di possibile sviluppo di un’epidemia da 2019-nCov. A svelare gli altarini era stato Andrea Urbani, Dg della Programmazione sanitaria al Ministero, che parlava di un piano pandemico pronto addirittura dal 20 gennaio.

Secondo l’Avvocatura dello Stato, però, si tratterebbe di un equivoco. L’unico dossier sarebbe quello redatto da Stefano Merler, epidemiologo della Fondazione Bruno Kessler di Trento, che aveva realizzato la prima proiezione sull’andamento del coronavirus basandosi sui dati cinesi.

Il ricercatore è stato a sua volta audito dagli inquirenti orobici, che ne hanno secretato la deposizione. Il 22 dicembre toccherà invece al dicastero del Ministro nomen omen Roberto Speranza presentarsi davanti ai giudici amministrativi.

Cos’ha da nascondere Speranza?

Intanto, i legali di viale Lungotevere Ripa hanno inviato una memoria difensiva corredata da un “deposito documentale”, nello sforzo di mostrarsi come “parte diligente”. Il file depositato, però, è di nuovo lo studio di Merler, il che ha mandato su tutte le furie gli onorevoli di Fratelli d’Italia.

«Adesso basta. Il Ministero sta prendendo in giro gli Italiani e fa finta di non capire. E anche l’Avvocatura dello Stato risponderà di quello che ha scritto e prodotto. Perché questa volta portiamo tutto alla Procura Penale» ha tuonato Bignami. «Nei prossimi giorni formalizzeremo le denunce penali perché evidentemente è l’unica soluzione che ci lasciano tutti coloro che stanno nascondendo questi documenti. Perché l’alternativa è che non esista alcun piano di contrasto alla pandemia e che quindi gli alti funzionari del Ministero abbiano mentito agli Italiani. Quindi o c’è incompetenza o c’è malafede».

Magari non serve essere così tranchant, però tanta reticenza induce almeno a farsi qualche domanda. Ha davvero qualche scheletro nell’armadio il Ministro della Salute? E, se sì, cos’ha da nascondere? E perché si impegna così tanto per occultarlo?

Attendiamo fiduciosi, nella Speranza che non si… confondano ulteriormente i piani.

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Cronaca

Solstizio, lo spettacolo di Giove e Saturno per salutare la nascita di Gesù

Come forse avvenne in occasione del vero Natale e come non accadeva da 800 anni, i due giganti gassosi appariranno un unico, brillantissimo corpo celeste. E una nuova scoperta riaccende l’entusiasmo attorno al misterioso pianeta 9

Mirko Ciminiello

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solstizio d'inverno
Solstizio d'inverno

Il solstizio d’inverno 2020 promette di essere pirotecnico. Merito dei giganti gassosi Giove e Saturno, che il 21 dicembre si troveranno a occupare la stessa porzione di cielo, apparendo come un unico, brillantissimo corpo celeste.

È un fenomeno noto come Grande Congiunzione, che in queste proporzioni si era verificato per l’ultima volta nel 1226, ovvero quasi 800 anni fa. Il re del sistema solare e il signore degli anelli si troveranno infatti alla loro minima distanza, producendo un allineamento impressionante – ancorché solo apparente. Nella realtà, infatti, saranno separati da circa 730 milioni di chilometri, cioè circa 5 unità astronomiche (la distanza tra la Terra e il Sole).

La Grande Congiunzione tra Giove e Saturno

Curiosamente, a dispetto della lontananza, è possibile che proprio alla danza cosmica tra i due “gemelli diversi” dobbiamo la nostra esistenza. In base a una simulazione, infatti, agli albori del sistema solare Giove si spostò verso la nostra stella. Nel suo cammino, iniziò ad annichilire il materiale destinato a formare i pianeti rocciosi – come la Terra. A un certo punto, però, la sua migrazione si interruppe, e l’ipotesi più accreditata è che galeotta fu l’attrazione gravitazionale di Saturno.

Un’altra e più suggestiva teoria chiama invece in causa quello che è considerato il Santo Graal dell’astronomia – il pianeta 9. Sulla cui esistenza il telescopio spaziale Hubble ha appena riacceso riflettori e speranze.

Una scoperta eccezionale

L’Hubble Space Telescope, il “cacciatore di pianeti”, ha colpito ancora. Questa volta in un sistema binario di nome HD 106906, lontano 336 anni luce e dall’età di “appena” 15 milioni di anni.

Qui il raffinatissimo strumento ha captato un esopianeta decisamente peculiare, come illustra un recente articolo pubblicato sulla rivista The Astronomical Journal. Chiamato HD 106906 b, ha una massa circa 11 volte quella di Giove, e orbita a circa 730 unità astronomiche di distanza dalle stelle doppie. Inoltre, l’orbita stessa è fortemente eccentrica e disallineata.

L’orbita di HD 106906 b attorno al suo sistema stellare binario

Il “gemello” del pianeta 9

La peculiarità è che queste sono le stesse caratteristiche immaginate per il misterioso pianeta 9, un corpo celeste finora solo ipotizzato ma mai osservato nel sistema solare. La sua presenza spiegherebbe alcune anomalie gravitazionali, come il fatto che le orbite dei pianeti sono inclinate di sei gradi rispetto al piano di rotazione del Sole. O l’insolito e armonico allineamento delle traiettorie di alcuni oggetti transnettuniani, che sembrano quasi guidati da un invisibile ed enorme pifferaio magico.

In effetti, si ritiene che il pianeta 9 abbia una massa 5-10 volte maggiore della Terra, e che orbiti oltre il sistema solare esterno. Si troverebbe a una distanza compresa tra 400 e 1500 unità astronomiche dal Sole, nella cosiddetta fascia di Kuiper, proprio come il suo “doppione” HD 106906 b. La cui esistenza dimostra, quantomeno, che le speculazioni degli astronomi sono verosimili.

Il pianeta 9 si sarebbe in realtà formato nel sistema solare interno, per poi venire scagliato molto oltre la posizione di Plutone. Un evento che potrebbe essersi verificato all’alba del sistema solare, come suggerisce la “giovane età” del sistema binario HD 106906. E il cui responsabile potrebbe essere Giove, forse “in combutta” con Saturno.

Un pas de deux, dunque, tanto dirompente quanto spettacolare. E, quest’anno, anche fortemente simbolico.

Il solstizio d’inverno e il Natale

Il solstizio d’inverno è il giorno in cui il dì è più breve. Dopo questa data le giornate tornano ad allungarsi, un evento celebrato fin dall’antichità. Una delle festività era quella del Sol Invictus, che cadeva nella seconda metà di dicembre e, secondo alcuni, sarebbe stata soppiantata dal Natale cristiano.

In effetti, il giorno di nascita di Gesù è oggetto di dibattito, così come l’anno. La tradizionale datazione, che colloca la Natività 753 anni dopo la fondazione di Roma, deriva da Dionigi il Piccolo. Un monaco del VI secolo che, tuttavia, si ritiene abbia commesso un errore di calcolo.

Oggi, infatti, la data comunemente accettata per la morte di Erode il Grande, sotto il cui regno nacque Gesù, è il 4 a.C. San Matteo Evangelista indica questo sovrano come il mandante della strage degli innocenti, in cui vennero uccisi tutti i bambini sotto i due anni. Per questo motivo, oggi l’ipotesi più condivisa è che Gesù sia nato tra il 7 e il 6 a.C.

Ipotesi avvalorata anche da altri dettagli, uno dei quali è la stella di cui parla San Matteo, quella che guidò i Magi fino a Betlemme. Occorre precisare che il Vangelo parla di un ἀστὴρ, un termine piuttosto generico che può riferirsi a vari tipi di astri. In effetti, l’ormai tradizionale identificazione con una cometa si deve a Giotto che, colpito dal passaggio della Cometa di Halley, la raffigurò nell’Adorazione dei Magi.

Giotto – Adorazione dei Magi (Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-05)

Il simbolismo del solstizio d’inverno 2020

Ebbene, nel 7 a.C. si verificò una conjunctio magna. Di più, una congiunzione multipla, poiché a Giove e Saturno si affiancò anche Marte.

Ora, al termine di un annus horribilis, la Grande Congiunzione si ripeterà al solstizio, nei pressi del Santo Natale. E l’auspicio è che, mai come stavolta, possa rappresentare un segno di speranza e di rinascita.

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Cronaca

Clima e corruzione, lo scoop del FT sull’agenzia Onu accusata di frode

“Anomalie finanziarie” da milioni di dollari nei progetti del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite finanziati dalla Global Environment Facility. Ancora una volta l’ambiente si conferma un business, nel silenzio dei media mainstream

Mirko Ciminiello

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clima e corruzione
Clima e corruzione

«Clima e corruzione… la gente li vede come due mondi diversi, ma si sovrappongono parecchio». Parola di Brice Böhmer, l’esponente della Transparency International (l’organizzazione mondiale anti-corruzione) alla testa del team che sta investigando sull’integrità della governance sul clima stesso.

In particolare, l’inchiesta si concentra sul Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (United Nations Development Programme, UNDP). Un’agenzia Onu che sta affrontando varie accuse di frode legate alla Global Environment Facility (GEF). Un fondo nato nel 1991 nell’ambito della World Bank per sostenere le sfide ambientali (come la lotta alla deforestazione e all’inquinamento) e successivamente divenuto un’organizzazione autonoma.

Il Financial Times è venuto in possesso di un documento datato novembre 2020 e approntato dall’Office of Audit and Investigations dell’UNDP – una sorta di Affari Interni. Si tratta della bozza di un report che denuncia «anomalie finanziarie» da milioni di dollari nel portfolio di progetti UNDP finanziati dalla GEF in tutto il mondo.

Nel mirino, in particolare, due Stati che non vengono menzionati. In uno vi sarebbero segni di «attività fraudolenta» riconducibile a due uffici, nell’altro «sospetti di collusione fra i vari project manager» di un altro ufficio.

Peraltro, alcune criticità erano state rilevate anche da Paesi donatori come Stati Uniti, Francia, Australia e Giappone. I quali, in una lettera indirizzata al direttore dell’UNDP Achim Steiner, parlavano di «negligenze e appropriazione indebita di fondi».

Clima e corruzione

L’indagine farà il suo corso, ma intanto l’UNDP ha cercato di minimizzare, affermando che le accuse riguardano appena «l’1,4%» del portfolio finanziato dalla GEF. I cui progetti, ha aggiunto l’ente Onu, figurano tra quelli «monitorati più attentamente» dall’agenzia. Che, in ogni caso, «prenderà molto sul serio tutti i casi di cattiva gestione finanziaria e le altre irregolarità» segnalate. No comment invece dalla Global Environment Facility.

Così come, curiosamente, neppure due parole sulla notizia hanno speso i media mainstream italiani, di solito molto solleciti quando si parla di clima e corruzione. Purché i due fenomeni non si manifestino contemporaneamente, ça va sans dire.

Viceversa, infatti, andrebbe in frantumi la narrazione politically correct degli “ambientalisti buoni” interessati esclusivamente alla salvaguardia del pianeta. E si svelerebbero gli altarini di quello che è primariamente, se non esclusivamente, un business ipocrita – per conferma, citofonare Svezia.

E così, per una volta, il quarto potere si rammenta che “un bel tacer non fu mai scritto”. Dopotutto, a “una scomoda verità” si addicono soprattutto i palcoscenici di Hollywood e Oslo. Non era questa la vera lezione del guru Al Gore?

Al Gore – Una scomoda verità

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Cronaca

Scienza, quell’assurdo scetticismo da webeti verso il vaccino anti-Covid…

Secondo vari sondaggi, all’incirca un italiano su due diffida dell’antidoto, ascoltando le sirene dei social che trattano gli incompetenti alla pari degli esperti. Fortunatamente, la ricerca continua a fare progressi

Mirko Ciminiello

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vaccino anti coronavirus
Vaccino anti-Covid

È ufficiale, la scienza ha ceduto il passo agli “stregoni della Rete”. Diversamente non si spiegherebbero i risultati di alcuni sondaggi che hanno mostrato come un Italiano su due (all’incirca) diffidi del vaccino anti-coronavirus. Per fortuna, però, la ricerca non si ferma, anzi continua a fare enormi passi avanti. Tanto che Anthony Fauci, immunologo della Casa Bianca, ha azzardato che «potremmo essere abbastanza vicini a una qualche sorta di normalità» entro il prossimo autunno.

La scienza e gli “stregoni della Rete”

«Sono esterrefatta» si è sfogata sui suoi profili social la presentatrice Myrta Merlino. «Pensavo avessimo tutti una gran voglia di avere quanto prima il vaccino anti-Covid! E invece con l’approfondimento di Gerardo Greco scopriamo che abbiamo un piccolo incredibile problema: una persona su tre non si vaccinerebbe!»

La conduttrice de L’Aria di Domenica si riferiva all’esito di una rilevazione diffusa nel corso della sua trasmissione. Dalla quale emergeva che solo il 42% del campione intende sottoporsi alla vaccinazione, a fronte di un 34% di contrari e un 24% di indecisi.

Statistiche che, peraltro, ricalcano abbastanza fedelmente quelle di altre indagini demoscopiche condotte nel recente passato. Una, diffusa da poco dalla stessa emittente, ha evidenziato come il 16% degli intervistati rifiuterebbe l’antidoto se sarà disponibile nel 2021. Più un altro 42% che «aspetterà per capirne l’efficacia».

A ottobre, invece, un’altra ricerca aveva appurato che oltre il 48% degli Italiani esitava di fronte alla possibilità di assumere in futuro il siero protettivo. E aveva indagato anche sull’eziologia di questo scetticismo, svelando in realtà uno scenario che, come la “lettera rubata” di Poe, era sotto gli occhi di tutti.

L’eziologia dello scetticismo verso la scienza

Per un Italiano su tre, i vaccini sarebbero «una manovra di arricchimento delle case farmaceutiche», come se invece tale percentuale lavorasse gratis per il bene dell’umanità. «Mentre il 23% pensa che siano una mossa politica e il 35% teme che vaccinarsi possa avere effetti collaterali gravi».

Quest’ultima spiegazione è l’unica che ha almeno una parvenza di razionalità, anche se poi bisognerebbe indagarne le motivazioni profonde. Perché in tanti – troppi – danno credito a quella pseudo-cultura che dà agli incompetenti, come denunciò Umberto Eco, «lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel». Succede anche con l’ambientalismo – altra disciplina a cui i moderni Torquemada di Twitter e Facebook dovrebbero dedicare più tempo e bollini, anziché censurare il libero pensiero.

In questo, comunque, ha forti responsabilità anche la politica – o perlomeno una parte di essa. Quella che corre dietro agli sproloqui di chi, per esempio, farnetica che i vaccini provochino l’autismo – che in realtà è una sindrome genetica.

Un aspetto paradossale, poi, è che gli stessi webeti ignorano dei dettagli che – almeno per certuni – dovrebbero essere assai più significativi. Tipo che alcuni candidati vaccini contro il Covid-19 – tra cui quelli di AstraZeneca e della Johnson&Johnsonsono stati sviluppati a partire da cellule di bambini abortiti. Il che li rende ipso facto eticamente inaccettabili, con buona pace dei contorsionismi del quotidiano della Cei.

Houston, abbiamo un problema, quindi. E pensare che l’ex Presidente della Repubblica Luigi Einaudi ebbe a bollare la radio come «strumento perfetto di imbecillimento dell’umanità»! Pensate se avesse conosciuto i social network

I progressi della ricerca

Fortunatamente, la ricerca scientifica non si ferma, anzi prosegue imperterrita sulla strada del progresso. È di pochi giorni fa, per esempio, l’annuncio che l’antidoto sviluppato dalla società statunitense Moderna ha il 94,5% di efficacia.

Adesso il duo Pfizer-BioNTech ha comunicato i dati definitivi dei test di fase 3 sul proprio siero, che sono perfino migliori di quelli intermedi già anticipati. Il candidato vaccino è infatti risultato efficace al 95% nel prevenire la comparsa dei sintomi, oltre a non aver provocato effetti collaterali gravi durante la sperimentazione.

Non a caso la Commissione europea, che sta creando un portafoglio di antidoti che include già quello della partnership tedesco-americana, ha avviato delle contrattazioni anche con Moderna. Lo ha dichiarato Stefan De Keersmaecker, uno dei portavoce di Bruxelles. Anche se la biotech d’Oltreoceano ha fatto sapere che la priorità l’avranno i Paesi con cui è già stato firmato un contratto. In primis, gli Stati Uniti.

Intanto, però, per Fauci siamo «oltre le aspettative», anche se ora occorre «convincere le persone a vaccinarsi». La prospettiva di una vita in mascherina e distanziamento sociale dovrebbe essere sufficiente, in realtà. Ma aspettiamo pure fiduciosi l’illuminazione degli specialisti di scienza da tastiera.

In fondo, in un modo o nell’altro, l’immunità di gregge potrebbe essere dietro l’angolo. E non dite che Checco Zalone non ci aveva avvisati…

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Cronaca

“La pandemia progetto satanico”. Radio Maria e il lockdown del pensiero

Padre Livio Fanzaga osa riferire il virus all’azione diabolica, che per un sacerdote è un’ovvietà ma gli è valsa un’ignobile censura. Dagli stessi che ignorano un’inchiesta del NYT sugli insabbiamenti cinesi e la condiscendenza dell’Oms

Mirko Ciminiello

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la pandemia e padre livio fanzaga
Il direttore di Radio Maria, padre Livio Fanzaga

La pandemia da Covid-19 e la Cina tornano a far discutere, anche se non nel modo in cui dovrebbero. Una recente inchiesta ha infatti evidenziato una serie di torbidi legami tra il Paese del Dragone e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma il Giornale Unico preferisce concentrare le proprie attenzioni su alcune dichiarazioni – controverse ma legittime – di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria.

La pandemia e il j’accuse di padre Livio

«Vi dico come la penso. Ho allargato le mie conoscenze e allargato i miei orizzonti: questa epidemia è un progetto, ben preciso, per colpire l’Occidente. Io l’ho sempre attribuito al demonio, che agisce attraverso gli uomini e quindi delle menti criminali, che l’hanno realizzato con uno scopo ben preciso: creare un passaggio repentino per attuare una specie di colpo di Stato sanitario».

Questo il durissimo j’accuse lanciato nell’etere da padre Livio Fanzaga – per tutti semplicemente padre Livio. Il quale, dai microfoni dell’emittente da lui guidata, non le ha mandate a dire. «Un progetto volto a fiaccare l’umanità, metterla in ginocchio, per poi instaurare una dittatura sanitaria, cybernetica. Creare un mondo nuovo. È un progetto criminale portato avanti dalle élites mondiali per costruire un mondo nuovo senza Dio».

Il presbitero ha anche avanzato dubbi sull’origine “cinese” del virus. «Questa epidemia è un progetto non casuale, che non viene dai pipistrelli o dal mercato di Wuhan. Si è sviluppata come un progetto ben preciso per colpire l’Occidente, forse non solo dalla Cina. Partiva dal Brasile, causando 60 milioni di morti, con una simulazione della Fondazione Gates. E poi infatti è arrivata esattamente così». Con l’obiettivo finale di «eliminare tutti quelli che non stanno a questo gioco, per realizzare questo mondo nuovo che è il mondo di Satana, dove noi saremo tutti degli zombie».

Affermazioni chiaramente inaccettabili per i megafoni del pandemicamente corretto, da cui è immediatamente partito l’immancabile fuoco di fila contro il sacerdote. Come se non fosse ovvio, e perfino banale che un uomo di Chiesa scorga l’azione di Dio (o del diavolo) nella Storia. E, soprattutto, come se nelle sue parole non vi fosse un oggettivo fondo di verità.

La pandemia e l’inchiesta del NYT

Partiamo dall’inizio, da quel Paese ai confini del mondo che da sempre, a livello economico, pare un misto tra un rapace e un saprofago. E a cui la pandemia non solo non ha causato troppi danni, ma ha portato addirittura benefici. Perlomeno nella misura in cui, devastando le economie occidentali, ha fatto crollare il valore degli asset rendendoli terreno di caccia per un regime predatorio.

Guarda caso, il microrganismo è partito proprio da questa Nazione e, con buona pace di qualunque bollino social, sulla sua eventuale origine naturale non ci sono prove. Lo si dà più o meno per scontato, ma nessuna autorità sanitaria indipendente può dimostrarlo perché Pechino sta ostacolando qualsiasi indagine.

Come ha sottolineato un’inchiesta del New York Times, volta a ricostruire gli avvenimenti dalla fine di dicembre 2019. Quando il mercato di Wuhan venne sanificato in fretta e furia per impedire, si disse, lo scoppio di un’epidemia. Distruggendo così i campioni che avrebbero potuto svelare la verità sulla genesi del virus.

Di lì a poco, sul posto si recarono anche gli esperti del Centro cinese per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, il China CDC. Il cui responsabile, George F. Gao, tre settimane dopo dichiarò che il suo team non aveva fatto in tempo a condurre una ricerca approfondita del veicolo animale del contagio.

Questa è tuttora la versione ufficiale di Pechino. Tuttavia, un resoconto ufficiale di quei giorni affermò che gli esperti del China CDC avevano prelevato campioni sia ambientali che dai prodotti in vendita. E lo stesso Gao, nel marzo 2020, si lasciò sfuggire in televisione che i saggi animali provenienti dal mercato di Wuhan non contenevano tracce del virus. Che significherebbe che questi campioni esistono, come le relative analisi. A cui però, a oggi, nessuno ha mai avuto accesso.

L’ennesima genuflessione dell’Oms alla Cina

Nel frattempo – udite, udite! – è stato annunciato l’avvio di un’inchiesta congiunta tra Cina e World Health Organization, concernente proprio la pandemia. Con due piccoli e insignificanti dettagli. Il primo è che i lavori, al momento, procederanno solo per via telematica, visto che la pandemia rende impossibile – ovviamente – una ricerca sul campo. E chissà se e quando mai la permetterà.

Il secondo particolare emerge da alcuni documenti riservati che il NYT ha potuto visionare. E che mostrano come l’Oms abbia di fatto già ceduto a Pechino il totale controllo dell’indagine. Per esempio, accettando che gli studi sui primi pazienti ricoverati e sugli animali vivi venduti al mercato di Wuhan vengano condotti esclusivamente da scienziati cinesi.

Non che sia una grande sorpresa, considerando l’atteggiamento remissivo (eufemismo) tenuto in questi mesi dalla WHO. Il cui Direttore generale, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, a fine gennaio incontrò il numero uno cinese Xi Jinping. E riuscì nell’impresa di congratularsi per «la serietà con cui la Cina sta affrontando questo focolaio e la trasparenza che ha dimostrato». Che è come lodare il bi-Premier Giuseppe Conte per la brevità e la semplicità delle sue conferenze stampa a reti unificate.

Proprio queste continue genuflessioni al Dragone da parte dell’agenzia sanitaria dell’Onu avevano mandato su tutte le furie il Presidente Usa Donald Trump. Che prima aveva sospeso i fondi all’organizzazione, bollata come «burattino della Cina», e poi aveva annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’ente.

Curiosamente, il candidato democratico alle Presidenziali Joe Biden aveva immediatamente anticipato che, da Presidente, avrebbe annullato tale decisione. E, sempre curiosamente, la Cina ha plaudito alla (presunta) elezione dell’ex vicepresidente di Barack Obama alla Casa Bianca. Elezione in realtà solo mediatica, ma anche questo è meglio non dirlo ai manutengoli del politicamente corretto.

Il lockdown del pensiero

Strano quindi che, con tutta questa carne al fuoco, i giornaloni preferiscano irridere le idee di un religioso, alla faccia della democrazia e della libertà di espressione. Come se il libero arbitrio fosse una patologia da estirpare a sua volta mediante il pensiero unico.

Le prime avvisaglie, del resto, si erano già avute con la Commissione Segre e la pdl Zan. Che, col pretesto di aggiungere tutele a minoranze fortunatamente già protette, si propongono in realtà di censurare le opinioni sgradite.

Tipo, appunto, quella di padre Livio, sbeffeggiato gratuitamente – dunque vigliaccamente e ignobilmente – dall’odierno Minculpop. Intollerante a qualsiasi parere che diverga rispetto a quello della “cultura” dominante.

È il lockdown del pensiero, l’ultima deriva di un politically correct che concepisce il Diritto e i diritti solo a rovescio. Benvenuti in 1984 di George Orwell.

Il simbolo dell’Oms con il nome dell’ente in cinese

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Cronaca

Vaccino anti-coronavirus, lo scatto di Pfizer: “Oltre il 90% di efficacia”

L’annuncio dell’azienda farmaceutica americana, che col partner tedesco BioNTech chiederà alla FDA l’autorizzazione a produrre l’antidoto. 50 milioni di dosi dovrebbero essere pronte entro l’anno, all’inizio per le categorie a rischio

Mirko Ciminiello

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vaccino anti coronavirus
Vaccino anti-coronavirus

La buona notizia di oggi viene direttamente dal fronte del vaccino anti-coronavirus, e più precisamente dall’azienda farmaceutica statunitense Pfizer. Il cui Presidente e Amministratore Delegato, Albert Bourla, ha dato l’annuncio che tutto il mondo attendeva. Il farmaco sviluppato assieme alla tedesca BioNTech si è rivelato efficace nel prevenire oltre il 90% delle infezioni da SARS-CoV-2 durante la fase 3 della sperimentazione.

Si tratta di un livello di protezione paragonabile a quello degli antidoti contro malattie come il morbillo. Tanto che l’immunologo della Casa Bianca Anthony Fauci ha parlato di efficacia «straordinaria». E non va dimenticato che l’americana Food and Drug Administration e l’Organizzazione Mondiale della Sanità richiedevano una percentuale minima di efficacia del 50%.

I trials clinici andranno comunque avanti, e nuovi dati dovrebbero essere disponibili entro la terza settimana di novembre. Quelli preliminari evidenziano intanto l’assenza di seri effetti collaterali, limitati a qualche linea di febbre in alcuni dei volontari. Non a caso, le due società hanno già anticipato l’intenzione di chiedere alla FDA l’autorizzazione alla produzione.

Dichiarazioni che hanno fatto esultare il Presidente Usa Donald Trump, in un cinguettio stranamente risparmiato dalla censura dei Torquemada contemporanei di Twitter. «La Borsa è in forte rialzo, il vaccino arriverà presto. Report sull’efficacia al 90%. Grandi notizie!»

All’inizio il vaccino anti-coronavirus non basterà per tutti

In realtà, per una commercializzazione su vasta scala del vaccino anti-coronavirus bisognerà ancora attendere. Pfizer e BioNTech prevedono infatti di consegnare 50 milioni di dosi nel mondo entro quest’anno, e 1,3 miliardi nel 2021. La Commissione europea se ne è già assicurata preventivamente 200 milioni, che il Presidente Ursula von der Leyen vorrebbe aumentare a 300. Da ripartire però fra tutti gli Stati membri della Ue in base alla popolazione.

Va da sé che le prime dosi non basteranno per tutti, perciò verranno inoculate prioritariamente alle categorie a rischio: anziani, operatori sanitari e forze dell’ordine.

Anche così, comunque, resta comprensibile l’ottimismo del Ministro della Salute teutonico Jens Spahn. Secondo cui «allo stato attuale è probabile che si possa arrivare velocemente come mai prima nella storia dell’umanità a un vaccino contro un nuovo virus». Anche se «alla domanda su quali quantità di dosi e da quando saranno a disposizione non possiamo ancora rispondere».

Come funziona il vaccino anti-coronavirus

Il vaccino anti-coronavirus messo a punto dalla partnership tedesco-americana si basa sull’Rna messaggero. Si tratta di una tecnica innovativa, che evita di dover ricorrere a una versione depotenziata dell’agente patogeno, come nei preparati “classici”.

In pratica, nell’organismo viene introdotta una sequenza artificiale di mRNA, che è l’interprete biologico tra DNA e ribosomi – le particelle che sintetizzano le proteine. Un po’ come se una fabbrica ricevesse via e-mail l’ordine di avviare la produzione in una lingua straniera. Non è un caso che il processo di sintesi delle proteine prenda il nome di “traduzione”.

Nello specifico, le cellule vengono indotte a creare una proteina specifica della corona del Covid-19 – non l’intero virus. È come una foto segnaletica in grado di suscitare la risposta del sistema immunitario – i soldati che difendono il corpo umano. In questo modo, in caso di attacco da parte del vero microrganismo i nostri cecchini biologici saranno già preallertati, e potranno intervenire prontamente per debellare la minaccia.

La principale incognita è la durata dell’immunizzazione, che dovrebbe essere di 6-12 mesi. Allo stato attuale, però, non vi è alcuna certezza in merito.

La ricerca non si ferma

La ricerca comunque non si ferma. Per la fine del mese, o al massimo a dicembre, dovrebbero arrivare le analisi relative a due altri preparati. Quello dell’americana Moderna, che sfrutta la stessa metodologia basata sull’mRNA. E quello del colosso farmaceutico anglo-svedese AstraZeneca, messo a punto a Oxford e le cui dosi sono prodotte a Pomezia dalla società IRBM. Inoltre, entro il termine dell’anno dovrebbe terminare anche la sperimentazione dell’antidoto dell’altra azienda statunitense Johnson&Johnson.

Insomma, la vittoria nella guerra contro il coronavirus potrebbe davvero essere vicina. E anche per l’attesissimo ritorno alla normalità possiamo forse, cautamente, avviare finalmente il sospirato conto alla rovescia.

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Cronaca

Caso Suarez, ora i Pm di Perugia vogliono verificare il ruolo della Juventus

La Procura umbra, come quella della Figc, valuta l’eventuale coinvolgimento della società, che comunque non dovrebbe rischiare molto. Ascoltati i legali bianconeri, poi Cantone ferma l’inchiesta, indignato per la fuga di notizie

Mirko Ciminiello

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caso suarez: logo juventus
Il logo della Juventus

Man mano che i giorni passano, il cosiddetto “caso Suarez” diventa sempre più intricato. Ormai è arrivato a lambire, in maniera più o meno concreta, anche la Juventus, la società a cui era stato accostato l’attaccante uruguagio Luis Suarez. Con tutto ciò, resta comunque poco probabile che la vicenda possa avere delle ripercussioni dirette sui Campioni d’Italia. Intanto si è già registrato uno sviluppo eclatante, con la Procura di Perugia che ha bloccato l’inchiesta dopo l’ennesima anticipazione mediatica delle attività d’indagine.

La ricostruzione del caso Suarez

Com’è ormai arcinoto, il caso Suarez riguarda il test di italiano sostenuto dal calciatore lo scorso 17 settembre presso l’Università per Stranieri di Perugia. Test che è finito sotto la lente di ingrandimento della Procura guidata dall’ex presidente dell’ANAC Raffaele Cantone in seguito alle intercettazioni a carico dei vertici dell’ateneo. Che hanno portato alla luce una serie di violazioni e irregolarità tali da spingere gli inquirenti a parlare senza mezzi termini di «esame farsa».

Le ricostruzioni, in primis quella del Corriere della Sera, hanno in effetti evidenziato che il Pistolero, come minimo, ha potuto godere di un trattamento privilegiato. Attraverso la piattaforma di messaggistica Teams, infatti, la professoressa Stefania Spina, incaricata di prepararlo per la prova, gli ha fornito in anticipo domande e risposte. La pistola fumante è un pdf recuperato dai finanzieri, che la docente aveva inviato anche al futuro esaminatore Lorenzo Rocca. Un file i cui contenuti corrispondono esattamente al copione inscenato la settimana scorsa, e a cui il giocatore si è attenuto pedissequamente. Non a caso, entrambi i docenti sono sotto inchiesta.

La farsa, peraltro, è ulteriormente ingigantita dai quesiti, imbarazzanti, rivolti al giocatore allora blaugrana – e nel frattempo passato all’Atletico Madrid. Per il quale il livello B1 era necessario per l’ottenimento della cittadinanza italiana, a sua volta essenziale per l’eventuale trasferimento alla Vecchia Signora. La quale non può tesserare extracomunitari, avendo già esaurito i due slot a propria disposizione.

L’esame di Suarez

Questa la prima domanda del test: “Come ti chiami?” Risposta: “Mi chiamo Luis Alberto Suarez Diaz e sono uruguaiano”. Strano che non gli abbiano dato una nota di merito, avendo perfino aggiunto un’informazione non richiesta…

A seguire, al centravanti della Celeste sono state mostrate le immagini di un cocomero e di un supermercato, che lui ha denominato correttamente. Non esattamente un’impresa, visto che erano presenti nel pdf che aveva già ricevuto.

Poi gli è stato chiesto di immaginare una città italiana, al che Suarez ha indicato Torino. Infine, alle domande sulla sua famiglia e la sua professione ha risposto: “Faccio il calciatore e sono da sei anni a Barcellona”.

Tempo totale, dodici minuti. Non stupisce quindi che, visti i trascorsi, i social abbiano ironizzato sull’esame mordi e fuggi.

Il caso Suarez e la Juventus

La Procura di Perugia sta ora cercando di capire se la società torinese possa aver avuto un ruolo attivo nell’organizzazione della sceneggiata – pardon, prova. In particolare, i Pm stanno approfondendo la posizione di alcune figure: nessuna delle quali, va precisato, è attualmente iscritta nel registro degli indagati.

Questi i fatti. A inizio settembre, Federico Cherubini, Ds della Juventus e vice del Chief Football Officer Fabio Paratici, contatta Maurizio Oliviero, rettore dell’Università Statale del capoluogo umbro. Questi lo rimanda all’omologa dell’Università per Stranieri, Giuliana Grego Bolli, e al quasi omonimo Simone Olivieri, direttore generale di Palazzo Gallenga – entrambi accusati di corruzione.

Olivieri ha già il telefono sotto controllo per un buco nel bilancio di circa 3 milioni di euro, anche se naturalmente non ne è consapevole. Gli investigatori captano almeno tre sue telefonate con l’avvocatessa Maria Turco, che lavora nello studio dell’avvocato Luigi Chiappero, storico legale della Juventus. Lo stesso Chiappero ha certamente assistito ad almeno uno dei colloqui. La leguleia si sarebbe poi impegnata con Olivieri: in caso di esito positivo della vicenda, «vi porteremo altri stranieri».

Potrebbe comunque essere una rodomontata, come quella dello stesso Olivieri che si vantava con Rocca: «Mi ha chiamato Paratici, è più importante di Mattarella». Di questo contatto però non c’è traccia.

Il direttore dell’area tecnica è stato comunque citato anche dal rettore Oliviero. «Qualche giorno dopo l’esame sostenuto da Suarez sono stato contatto da Paratici che voleva dirmi che l’entourage del giocatore era rimasto molto soddisfatto dell’accoglienza ricevuta e voleva ringraziarmi. Una telefonata di cortesia».

Nulla di strano, ma occhio alla tempistica. Perché è il 20 settembre quando il dirigente bianconero esclude l’arrivo di Suarez per le difficoltà burocratiche.

Quali rischi per la Juventus?

«Abbiamo ribadito la trasparenza del nostro operato professionale e contribuito in maniera positiva alla ricostruzione dei fatti in un incontro positivo e costruttivo». Così Chiappero dopo essere stato ascoltato come testimone, assieme alla Turco, dai Pm perugini: aggiungendo inoltre che la Juventus è estranea al caso Suarez.

È la prima delle audizioni programmate per accertare eventuali responsabilità penali, fermo restando che anche la Procura Federale della Figc ha aperto un’inchiesta indipendente. La giustizia sportiva, infatti, riceverà gli atti della magistratura ordinaria per la valutazione di possibili illeciti.

Le Zebre sono tranquille, soprattutto per l’evidenza di non aver ingaggiato l’attaccante uruguaiano, avendo infine virato sull’ex Alvaro Morata. La situazione potrebbe complicarsi se si accertasse il coinvolgimento dei quadri societari, ma anche in questa eventualità i rischi per i detentori dello scudetto sarebbero minimi.

Certo, non si possono escludere a priori sanzioni gravi come una penalizzazione in termini di punti, la retrocessione all’ultimo posto o addirittura l’esclusione dal campionato. Ma si tratta di ipotesi molto remote, mentre quella più verosimile sarebbe un’ammenda.

A complicare poi ulteriormente il quadro è arrivata anche la clamorosa decisione di Cantone, che ha annunciato l’interruzione delle attività investigative sullo sconcertante episodio. «Sono indignato per quanto successo finora» ha tuonato il Procuratore di Perugia, puntando il dito contro le ripetute violazioni del segreto istruttorio.

Eppure, nihil sub sole novum, verrebbe da commentare, considerando che le fughe di notizie sono una sorta di incresciosa costante nella vicenda. Tanto da rappresentare il vero filo rosso, o per meglio dire bianconero, dell’intero caso Suarez.

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