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Calcio, Barça-Real e la catarsi di un incontro senza tempo

"El Clásico", pur terminando a reti inviolate, offre uno spettacolo emozionante in grado di riconciliare col mondo del pallone. Per questo è infinitamente più di una semplice partita

Nel calcio, com’è noto, ci sono varie partite importanti – e per ciò stesso molto sentite. Tra tutte, quelle che spiccano di più sono i derby, le sfide tra due team nati sotto lo stesso campanile: tanto che, sovente, match tra squadre la cui rivalità si può paragonare a quella interurbana vengono ribattezzati proprio in riferimento alle stracittadine – si pensi al Derby d’Italia, Juventus-Inter, o al Derby del Sole, Roma-Napoli.

E poi c’è “la” Partita, quella con la P maiuscola, quella per antonomasia, quella che oscura tutte le altre. L’incontro più bello del mondo, quello in cui confluiscono emozione e spettacolo, antagonismo e polemiche, sport e politica, quello che in 90’ sublima la bellezza di un’esperienza quasi mistica, che chi non è addentro alle segrete cose non potrebbe mai comprendere. Barcellona-Real Madrid. El Clásico.

Disputato a metà dicembre, anziché a fine ottobre, a causa dei disordini provocati dagli indipendentisti catalani (che comunque non hanno rinunciato a inscenare proteste e scontri), l’incontro per eccellenza si è disputato al Camp Nou con le due squadre appaiate in vetta alla Liga. Come sarebbero rimaste anche al termine del match – il numero 276, considerate tutte le competizioni e le amichevoli -, terminato a reti inviolate dopo ben 17 anni.

Ma il fascino eterno e immutabile del Clásico sta anche in questo: nel fatto che suggestione, eccitazione, trepidazione possono scaturire anche da uno 0-0 mai scialbo, mai banale. Perché c’è il centrale blaugrana Gerard Piqué che salva sulla linea l’incornata del capitano dei Blancos Sergio Ramos (da ieri primatista assoluto di presenze nella Grande Sfida, con 43 gettoni), che poi strozza allo stesso modo l’urlo di gioia del più forte giocatore al mondo, la Pulce Lionel Messi. C’è il terzino sinistro catalano Jordi Alba che non riesce a capitalizzare un pallone d’oro del Pallone d’Oro, e c’è il madridista Gareth Bale che si vede annullare la rete del possibile vantaggio per un fuorigioco millimetrico dell’assistman Ferland Mendy.

C’è il tempo di assaggiare il futuro quando, negli ultimi dieci minuti, entrano in campo due sicuri protagonisti della prossima decade (almeno), il diciottenne brasiliano del Real Rodrygo e il diciassettenne guineano del Barça Ansu Fati.

Ci sono le immancabili polemiche, nonostante il Var – anzi, proprio a causa del Var: che secondo gli ospiti avrebbe dovuto giudicare da rigore due interventi dubbi in area catalana sul difensore Raphaël Varane.

Ci sono i record, come quelli degli allenatori: Zinedine Zidane, uscito imbattuto dal fortino azulgrana per la quinta volta consecutiva, come non era mai capitato a nessun tecnico delle merengues; ed Ernesto Valverde, al settimo Clásico di fila senza sconfitta, impresa riuscita solamente a un mito vivente come Pep Guardiola.

E c’è, soprattutto, più di tutto, l’incanto struggente di una sfida senza tempo, della Partita che è sopra e oltre ogni partita, l’unica sempre in grado di riconciliare con il calcio: e il dispiacere sincero per quanti, da profani, non potranno mai godere dell’incomparabile catarsi suscitata dalla visione – anzi dalla contemplazione di un Clásico.