Alessia Pifferi, la Corte d’Appello riduce la pena a 24 anni: riconosciute le attenuanti per i disturbi mentali

La Corte d’Appello di Milano riduce da ergastolo a 24 anni la pena per Alessia Pifferi: riconosciute attenuanti generiche per disturbi mentali
Di Luigi Sette
Alessia Pifferi
Alessia Pifferi

La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ridotto da ergastolo a 24 anni la condanna di Alessia Pifferi, la madre della piccola Diana, morta di stenti a 18 mesi dopo essere stata lasciata sola per sei giorni nell’appartamento di Milano nell’estate del 2022. I giudici hanno riconosciuto alla donna le attenuanti generiche, valutando la presenza di disturbi mentali emersi dalla seconda perizia d’ufficio, pur escludendo che fosse totalmente incapace di intendere e di volere. Una decisione che ha riaperto un acceso dibattito sul confine tra responsabilità, fragilità psichica e funzione rieducativa della pena.

Dall’ergastolo ai 24 anni: la decisione della Corte d’Appello di Milano

La sentenza di secondo grado segna una svolta significativa nel caso Pifferi. La Corte d’Appello ha confermato la capacità di intendere e di volere dell’imputata, ma ha riconosciuto la presenza di fragilità cognitive e affettive tali da giustificare l’applicazione delle attenuanti generiche. Questo ha comportato la riduzione della pena a 24 anni, cioè il massimo previsto per l’omicidio semplice, senza aggravanti.

Nel primo grado di giudizio, la 38enne era stata condannata all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dal rapporto di filiazione. I giudici di allora avevano escluso qualsiasi forma di vizio di mente e avevano interpretato la condotta come dolo diretto, ovvero la consapevole accettazione del rischio di morte della figlia.

Questa volta, invece, la Corte ha dato maggior peso alle valutazioni peritali, che hanno descritto un quadro psicologico più complesso, restituendo una lettura meno rigida della responsabilità penale.

Le attenuanti generiche e il peso della perizia psichiatrica

Il nodo centrale della sentenza è rappresentato proprio dalle attenuanti generiche. Non una dichiarazione di incapacità, ma il riconoscimento di disturbi cognitivi e affettivi che, pur non eliminando la consapevolezza del gesto, ne riducono la piena imputabilità.

La perizia d’ufficio, affidata a Giacomo Francesco Filippini (psichiatra), Stefano Benzoni (neuropsichiatra infantile) e Nadia Bolognini (neuropsicologa), ha evidenziato una “fragilità cognitiva settoriale” in Alessia Pifferi, accompagnata da immaturità affettiva e da residui di disturbi del neurosviluppo risalenti all’infanzia. Pur migliorata in età adulta, questa condizione avrebbe inciso sul suo modo di percepire la realtà e sulla capacità di elaborare le conseguenze delle proprie azioni.

I periti hanno tuttavia precisato che il deficit non “invalida significativamente il funzionamento psico-sociale” della donna, escludendo quindi una vera e propria infermità mentale. Un equilibrio sottile, che la Corte ha interpretato come sufficiente per bilanciare le aggravanti, ma non per eliminare la colpevolezza.

Il dramma di Diana e la ricostruzione dei sei giorni di solitudine

Il caso Pifferi resta uno dei più dolorosi e incomprensibili della cronaca recente. Tra il 14 e il 20 luglio 2022, la madre lasciò sola la figlia Diana, di appena 18 mesi, nell’abitazione di Milano, con due biberon di latte, due bottigliette d’acqua e una di tè. Mentre la bambina moriva di fame e di sete nel caldo estivo, la donna trascorreva sei giorni fuori città, ospite di un uomo conosciuto da poco.

La ricostruzione dei fatti, supportata dalle indagini e dalle testimonianze, ha mostrato una consapevolezza disarmante da parte dell’imputata: Pifferi aveva mentito sulle condizioni della figlia, dicendo al compagno che era affidata alla sorella, e aveva mostrato assenza di empatia e pianificazione distorta.

Le parole dell’accusa: “Un gesto disumano, ma consapevole”

Durante l’udienza d’appello, la rappresentante della pubblica accusa, Lucilla Tontodonati, aveva chiesto la conferma dell’ergastolo, definendo la condotta “particolarmente raccapricciante” e difficilmente accettabile proprio perché omissiva: «Non è una madre che uccide attivamente, ma che lascia la figlia morire di stenti».

L’accusa ha insistito sulla piena lucidità della donna nel decidere di allontanarsi, consapevole delle conseguenze. «È un errore culturale pensare che chi commette un atto del genere debba essere necessariamente folle – ha spiegato Tontodonati –. Due perizie e le consulenze di parte confermano che Pifferi era capace di intendere e di volere».

La difesa: “Una donna fragile, non un mostro”

Sul fronte opposto, la difesa rappresentata dall’avvocata Alessia Pontenani ha chiesto di distinguere la responsabilità penale dalla condizione mentale della sua assistita, sottolineando la profonda fragilità intellettiva e relazionale della donna.

«Forse Alessia Pifferi è un mostro, ma siamo sicuri che abbia voluto uccidere Diana volontariamente?», ha detto la legale in aula. «Ha fatto una cosa orribile, ma non è una persona normale, non ragiona come noi. I test mostrano un grave deficit cognitivo e una incapacità di elaborare alternative o prevedere le conseguenze».

Secondo la difesa, la Pifferi è rimasta vittima della sua stessa apparente normalità: un linguaggio fluente e una presenza sociale che mascheravano una profonda vuotezza cognitiva e affettiva, incapace di sostenere scelte complesse.

Un caso che divide: giustizia, compassione e responsabilità

La decisione della Corte d’Appello ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato chi ritiene che il riconoscimento delle attenuanti sia un atto di giustizia, che considera la complessità dell’essere umano oltre la colpa. Dall’altro, chi teme che la riduzione della pena rappresenti un messaggio di indulgenza verso un delitto che ha scosso la coscienza collettiva.

Il caso Pifferi mette a nudo il limite del sistema giudiziario nel bilanciare la razionalità del diritto con la fragilità delle persone. E solleva una domanda più profonda: quanto il disagio mentale può – o deve – influenzare la responsabilità di fronte a un crimine?

 
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Cronaca

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