L’auto sollevata in aria, il boato udito fino a due chilometri di distanza, il terrore che si diffonde in un quartiere residenziale del litorale romano. L’attentato contro Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta e conduttore di Report, ha riportato l’Italia davanti a un problema mai risolto: quello della sicurezza dei cronisti che, per il loro lavoro, diventano bersaglio della criminalità organizzata e di chi teme la verità delle loro inchieste.
L’attentato a Campo Ascolano: un segnale diretto a Ranucci
La sera del 16 ottobre, poco dopo le 22, una bomba carta di alto potenziale ha devastato l’auto di Ranucci parcheggiata davanti alla casa di famiglia a Campo Ascolano, vicino a Pratica di Mare. L’ordigno artigianale, composto da circa un chilo di polvere pirica e innescato con miccia a mano, era in grado di uccidere. Eppure, secondo gli inquirenti, l’obiettivo non era quello di togliere la vita, bensì di mandare un messaggio chiaro: intimidire.
Gli attentatori avevano seguito Ranucci da Roma fino al litorale, appostandosi tra gli alberi nei pressi della chiesa di Sant’Agostino. Hanno atteso che la scorta si allontanasse e hanno agito nell’oscurità. Alcuni testimoni parlano di un uomo incappucciato in fuga. La Direzione Distrettuale Antimafia indaga per danneggiamento aggravato dal metodo mafioso.
Giornalisti sotto scorta: non solo Ranucci
L’attacco a Ranucci non è un caso isolato. In Italia decine di giornalisti vivono sotto scorta per le minacce ricevute a causa del loro lavoro. Tra i nomi più noti c’è Roberto Saviano, da anni costretto a muoversi con protezione armata dopo le denunce pubbliche contro la camorra nel libro Gomorra.
Accanto a lui, la cronista Rosaria Capacchione, che con le sue inchieste sul clan dei Casalesi ha svelato legami tra criminalità organizzata e politica. Anche lei vive sotto tutela continua, simbolo di una condizione che in Italia riguarda decine di professionisti.
Secondo i dati del Viminale, oltre 20 giornalisti italiani sono oggi sotto protezione: un numero che fa riflettere sul prezzo altissimo che la libertà di informazione paga nel nostro Paese.
Minacce e intimidazioni: un copione che si ripete
L’attentato con bomba carta rientra in un copione già visto, soprattutto sul litorale romano, tra Ostia, Acilia e Aprilia. Qui ordigni simili sono stati utilizzati per colpire commercianti, intimidire rivali e affermare il controllo del territorio. Portare questa modalità contro un giornalista come Ranucci segna un salto di livello inquietante: dalla criminalità di strada alla pressione diretta contro la stampa nazionale.
Le minacce a cronisti e scrittori hanno spesso la stessa matrice: un potere criminale che vuole silenziare chi indaga. Nel caso di Ranucci, il tempismo appare eloquente: a pochi giorni dal ritorno in tv di Report, il programma simbolo del giornalismo investigativo italiano.
Le reazioni: solidarietà e richieste di protezione
Dopo l’attentato, il mondo istituzionale e giornalistico ha espresso vicinanza a Ranucci. La Rai ha dichiarato “sostegno totale” al conduttore, mentre sindacati e Ordine dei Giornalisti hanno parlato di “attacco gravissimo alla libertà di stampa”.
Il ministro dell’Interno ha garantito “impegno massimo delle forze dell’ordine”, lasciando intendere un rafforzamento delle misure di sicurezza. Ma il problema resta: in Italia fare giornalismo investigativo significa spesso vivere sotto minaccia costante, tra scorte, denunce, querele temerarie e tentativi di delegittimazione.
Un Paese che deve proteggere chi racconta la verità
Il caso Ranucci si aggiunge a una lunga lista che racconta una verità amara: l’Italia, pur essendo un Paese democratico, è uno dei più difficili in Europa per chi fa informazione scomoda. Ogni ordigno, ogni minaccia, ogni pedinamento non colpisce solo un singolo giornalista, ma mette in discussione il diritto di tutti a essere informati.
La bomba di Campo Ascolano è un attacco simbolico, che accomuna il destino di Ranucci a quello di Saviano, di Capacchione e di tanti altri colleghi che vivono con la scorta. Un segnale che la libertà di stampa resta un bene fragile, che va difeso con decisione, prima che il silenzio prenda il posto delle inchieste.
