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Politica

Mentre i leader accendono i cuori dei sostenitori si cerca di capire se votare o no

Mirko Ciminiello

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È quasi emblematico che i giorni più torridi dell’anno siano anche i più caldi dell’estate politica. La mossa del vicepremier Matteo Salvini ha sparigliato completamente le carte, mandando nel pallone (ex) alleati e avversari. Le cui dichiarazioni sembrano a volte dettate da veri colpi di calore, ma in realtà assomigliano più che altro ai leggendari discorsi prima di una battaglia – nel senso che servono solo a infiammare gli spiriti dei propri seguaci.

Ecco perché, per esempio, l’altro vicepremier Luigi Di Maio ha iniziato a vaneggiare di come il leader della Lega abbia “Tradito il Paese”, facendo saltare Reddito di cittadinanza e Quota 100, rischiando di causare l’aumento dell’Iva e, per buona misura, tornando tra le braccia di Silvio Berlusconi. Tutte iniziative, guarda caso, premiate dai sondaggi, che danno il Carroccio in volo verso il 40% e il M5S sempre più in caduta libera: e senza neanche un Gerry Scotti che dia dei suggerimenti su cosa dire.

Giggino continua a fingere di ignorare che nessuno voleva più il Governo gialloverde, esclusi i trinariciuti a Cinque Stelle: e non riesce proprio a capire che ogni volta che scarica su Salvini la responsabilità della crisi dell’esecutivo lo carica anche di voti.

Ma è quando parla di economia che le sue farneticazioni raggiungono lo zenit – o meglio il nadir. Il pericolo che scattino le clausole di salvaguardia, infatti, è stato causato esclusivamente dalla follia assistenzialista dei grillini: al punto che, se davvero il Reddito cessasse, sarebbe “merito”, non “colpa” del Capitano.

Quanto a Quota 100, il capo politico del MoVimento dimentica un piccolo dettaglio: se si tornerà alle urne e se, come appare probabile, gli elettori premieranno il centro-destra di nuovo unito, la Lega potrà riproporre il provvedimento, assieme alla Flat Tax e a tutte quelle misure su cui i pentastellati si sono sempre messi di traverso. Il che dovrebbe far pensare ai leghisti che sia meglio un giorno con Berlusconi che cento con Grillo.

Tra l’altro, quando il Ministro dell’Interno ha evocato il patto con il Cav e con Giorgia Meloni, «l’Italia del sì contro l’Italia del no», non ha escluso di potersi rivolgere anche ai grillini positivi che ha conosciuto, affermando di chiudere soltanto a «chi è disponibile ad andare anche con Renzi».

Già, l’altro Matteo (sic transit gloria mundi) ce la sta mettendo tutta per spaccare in due il Partito Democratico. Pare abbia anche già deciso di chiamare il suo nuovo gruppo parlamentare “Azione civile” – il che però potrebbe creargli qualche problema con Antonio Ingroia, il cui movimento ha lo stesso nome.

Del resto, secondo un big della Ditta come Carlo Calenda la scissione è già in atto. «Renzi ha fatto un’intervista, non solo facendo zompare per aria il Pd ma anche facendolo diventare argomento di conversazione al posto della crisi di Governo» si è sfogato l’ex Ministro dello Sviluppo Economico. «Il tutto senza fare una telefonata a nessuno. E questo aveva detto che avrebbe fatto il senatore semplice e che non avrebbe parlato per due anni… pensa se parlava».

In un Pd che ha dunque più anime degli Horcrux di lord Voldemort, a fare da pontiere ci ha provato Goffredo Bettini, che ha lanciato l’idea di un Governo di legislatura che duri almeno fino al 2022, quando si dovrà votare il nuovo Presidente della Repubblica. L’idea sarebbe quella di imporre ai grillini un programma che prescinda dai «temi più demagogici ed eversivi», che imponga la damnatio memoriae su tutte le leggi proposte dal Carroccio e, soprattutto, impedisca l’elezione di un Capo dello Stato di centro-destra (o, peggio ancora, leghista). Per allettare i pentastellati – che altrimenti non si capisce perché dovrebbero sostenere un esecutivo in cui farebbero gli “utili idioti” del Pd -, si ipotizza che tale ircocervo potrebbe essere guidato da Raffaele Cantone, che in effetti ne avrebbe tutte le carte in regola: magistrato, idolo dell’house organ ufficioso del M5S, con già all’attivo danni incalcolabili quando era alla guida dell’Anac. Praticamente il prototipo del grillino, se non fosse laureato.

Secondo indiscrezioni, una tale prospettiva non sarebbe sgradita neppure a Sergio Mattarella, che nel frattempo assiste dalla Sardegna, dove si trova in vacanza, agli sviluppi della crisi. Il primo passo lo ha fatto la presidente di Palazzo Madama Elisabetta Alberti Casellati che, constatata l’assenza di unanimità nella Conferenza dei capigruppo, ha convocato il Senato per martedì 13 in modo da votare il calendario dei lavori – decisione che è perfettamente nelle sue prerogative, malgrado i piagnistei dei dem che avevano preventivamente blaterato a proposito di «un’assurda forzatura».

Il presidente dei senatori democratici, il renziano Andrea Marcucci, si è anche lasciato sfuggire che l’obiettivo corrente è arrivare a un nuovo Governo, facendosi subito smentire dalla maggioranza del partito che ha derubricato la sua dichiarazione a «posizione personale».

Non è un mistero, infatti, che il segretario Nicola Zingaretti incarni la linea favorevole alle elezioni anticipate, convinto che «l’accordicchio» col M5S – che anche Calenda ha liquidato come folle e ridicolo – sarebbe un favore (l’ennesimo) a Salvini.

Anche perché è oggettivamente difficile che i competenti possano contare sulle dimenticanze degli elettori, i quali già ora stanno perfidamente rilanciando sui social l’intervista di neanche due settimane fa in cui Renzi spergiurava che avrebbe lasciato il Pd piuttosto che allearsi con un movimento i cui valori sono «la lotta ai vaccini, il rifiuto della scienza, la mancanza di democrazia interna, il giustizialismo, la lotta contro la competenza, l’elogio di chi non studia, l’assistenzialismo».

Ora, invece, sembra pronto a lasciare il Pd proprio per abbracciare il MoVimento e salvarsi la poltrona. Contrordine compagni, avrebbe ironizzato il grande Giovannino Guareschi.

*Foto Presidente Casellati dal sito del Senato

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Roma, la Raggi mette a rischio migliaia di famiglie

Di punto in bianco il Campidoglio equipara le diesel Euro 6 alle vetture inquinanti: crollano le vendite, in ginocchio il settore auto, posti di lavoro in pericolo

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto da Il Messaggero

La fantasia al potere non è sempre un bene. La fantasia ideologizzata, invece, è sicuramente deleteria. Lo sanno bene i cittadini della Capitale, ormai da anni alle prese con amministratori, diciamo, estemporanei, che a colpi di fanatiche assurdità continuano a fare strame della Città Eterna come forse solo i barbari dei tempi antichi. Se, per esempio, Ignazio Marino si era guadagnato l’epiteto di “sindaco marziano”, l’attuale primo cittadino Virginia Raggi ben meriterebbe, mantenendo l’analogia alla John Gray, l’etichetta di venusiana.

Dopo l’ignobile balletto con la Regione Lazio sulla crisi dei rifiuti, su cui sono stati già versati fiumi d’inchiostro, dal Campidoglio è infatti arrivata l’ultima, lungimirante decisione: considerare di punto in bianco le nuovissime diesel Euro 6 come vetture inquinanti – e questo malgrado la comunità scientifica sia abbastanza concorde nel ritenere che le auto a gasolio siano le migliori dal punto di vista dell’impatto ambientale.

Un provvedimento folle, che va a colpire anzitutto i guidatori romani, considerato che l’investimento per una macchina è spesso il più importante dopo quello per l’abitazione. E che, oltretutto, sta già ottenendo di mettere in ginocchio quello che è uno dei settori più importanti dell’economia di Roma, con decine di aziende che fatturano centinaia di milioni l’una e danno lavoro a migliaia di famiglie capitoline: le une e le altre, ora, a fortissimo rischio sopravvivenza.

Gli indici di vendita, infatti, sono immediatamente crollati – a differenza di quelli delle sostanze inquinanti nell’aria che sono addirittura aumentate nei giorni del blocco del traffico. E, non a caso, concessionari, venditori e petrolieri sono sul piede di guerra.

Peraltro, questa vicenda ricalca, mutatis mutandis, quella dello Stadio della Roma, per cui c’era una delibera già approvata dalla giunta precedente che Virgy ha smantellato da un giorno all’altro: che è un po’ come aver ottenuto l’autorizzazione a fare dei lavori in casa propria, e vedersela ritirata di colpo da un nuovo burocrate con idee del tutto diverse da quelle del predecessore che aveva dato il placet.

Solo per dire che non c’è più nemmeno da sorprendersi, visto il tasso di recidiva di Palazzo Senatorio. È l’incompetenza, bellezza.

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Politica

Regionali, l’Emilia-Romagna al dem Bonaccini, la Calabria a Santelli (FI)

Sospiro di sollievo per il Pd che tiene la Regione rossa: ma resta la profonda crisi della cultura che rappresenta

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Ministero dell'Interno

Alla fine, come spesso accade, hanno vinto tutti. Non tanto in Calabria, dove il trionfo dell’azzurra Jole Santelli sul democratico Pippo Callipo era annunciato – e, per una volta, il pronostico è stato rispettato: quanto in Emilia-Romagna, dove la battaglia all’ultimo voto ha infine visto prevalere il Governatore uscente Stefano Bonaccini con il 51,4%, circa otto punti percentuali in più della sfidante leghista Lucia Borgonzoni.

L’unica forza politica che certamente esce con le ossa rotte dalla duplice competizione è il M5S, relegato a percentuali anemiche in entrambe le Regioni: eppure, il candidato Presidente in Emilia-Romagna Simone Benini, che ha ricevuto il 3,5% dei consensi, ha avuto la faccia tosta di dichiarare che il risultato è “in linea con le aspettative”. D’altronde, il MoVimento si era già praticamente dissolto prima delle elezioni e, stando alle sue prime dichiarazioni d’intenti, verosimilmente il neo-capo politico Vito Crimi completerà l’opera già efficacemente avviata dal predecessore Luigi Di Maio.

Per il resto, tutti i partiti hanno di che esultare. Quelli di centro-destra perché, oltre alla vittoria calabrese, per la prima volta in cinquant’anni c’è stata partita in quella che è la Regione rossa per antonomasia: tanto che il leader del Carroccio Matteo Salvini ha già affermato di voler lavorare il doppio per riuscire a espugnare la roccaforte “progressista”.

Gongola, com’è naturale, anche il Pd, benché il successo sotto la Garisenda e gli Asinelli sappia più che altro di sospiro di sollievo per un grave pericolo scampato. Lo si evince anche dalle prime dichiarazioni degli esponenti del Nazareno, a partire dal segretario Nicola Zingaretti per cui, sprezzantemente, il Capitano “ha perso le elezioni”.

Benché questo atteggiamento sia, in qualche modo, comprensibile, indica che i vertici dem, as usual, hanno capito ben poco dei messaggi che gli Italiani inviano ripetutamente da circa un biennio. Che poi è la stessa forma mentis alla base del cambio di nome al partito annunciato preventivamente da Zinga: come se bastasse un lifting per far sparire di colpo tutti i problemi. Che invece restano, e paradossalmente vengono addirittura evidenziati dall’affermazione di Bonaccini.

Il quale ha rinnegato il simbolo del suo stesso partito, ha rifiutato l’appoggio dei big romani e, quando non ha potuto evitare l’ingombrante presenza del segretario durante la campagna elettorale, l’ha accuratamente nascosta in mezzo agli interventi di altri sostenitori. E lo stesso Pd, vergognandosi di se stesso, per riuscire a richiamare i suoi in piazza si è camuffato sotto improvvide parvenze ittiche.

La crisi, quindi, non è affatto risolta, anche perché è figlia di una “cultura” che, benché rappresentata principalmente dal Pd, va ben oltre i dem. È la “cultura” che si occupa solo e di tutte le minoranze finendo per discriminare la maggioranza. È la “cultura” insopportabilmente proterva di quanti denunciano l’odio altrui ma al contempo pretendono di avocare a sé il diritto di professare impunemente un’idiosincrasia uguale e contraria (come nel caso di Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che sta lottando contro la leucemia, insultato via social senza alcun riguardo per la sua malattia per aver auspicato la vittoria della Borgonzoni). È la “cultura” buonista, pauperista e immigrazionista che tollera tutto e tutti purché in rigorosa antinomia con i valori tradizionali e tradizionalmente espressi dalla Cultura con la c maiuscola, quella che riflette la civiltà occidentale sviluppatasi sulle radici giudaico-cristiane.

Un aspetto che, en passant, dovrebbe far riflettere ben più di un esponente della Chiesa cattolica, che si vorrebbe sempre più trasformare da Corpo Mistico di Cristo a squallida imitazione di una ong. Un’operazione sciagurata che, al momento, ha già prodotto lo svuotamento delle chiese e il record negativo dell’8×1000.

Insomma, il Pd, con tutta la Weltanschauung di cui è portavoce, deve decidere cosa fare da grande, smettendo di nascondere la polvere sotto al tappeto: procrastinare l’inevitabile, infatti, non lo rende meno inevitabile. E questo è il termine più adatto a descrivere una situazione di agonia. Chi ha orecchi per intendere…

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Politica

Elezioni, le Regionali e il referendum sul taglio dei parlamentari fanno tremare il Governo

La Cassazione dà il placet alla consultazione, da tenersi tra marzo e giugno. Fibrillazioni nella maggioranza, il Premier Conte ostenta sicurezza ma…

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Ministero dell'Interno

E proprio alla vigilia delle Regionali, l’attesissimo verdetto della Cassazione è finalmente arrivato: via libera, il referendum sul taglio dei parlamentari s’ha da fare, il quesito è conforme al dettato costituzionale e, pertanto, legittimo. Ora spetterà al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella stabilire la data della consultazione – che sarà priva di quorum -, con un suo decreto «su deliberazione del Consiglio dei Ministri».

Il Governo dovrà riunirsi in tal senso entro 60 giorni dal placet degli ermellini, e avrà poi un periodo compreso tra 50 e 70 giorni per decidere il giorno delle urne: il quale dovrà quindi necessariamente cadere tra la fine di marzo e il giugno prossimo.

Tale percorso potrebbe incrociarsi proprio con le imminenti elezioni – soprattutto quelle in Emilia-Romagna – e potrebbe risultare decisivo per le sorti del Conte-bis (a dispetto delle rodomontate del Presidente del Consiglio). I cittadini saranno infatti chiamati a esprimersi sulla riforma-bandiera del M5S, che riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 – e la conferma appare scontata.

Questo implica che per molti partiti – ma anche per parecchi parlamentari singoli – sia già scattata la corsa alla sopravvivenza (della poltrona). E probabilmente non è un caso che la richiesta di appello al popolo sia stata firmata da rappresentanti di tutte le forze politiche presenti a Palazzo Madama (compreso un esponente pentastellato), con la sola eccezione di FdI.

A questo punto, salgono in cattedra le strategie. Quella dell’opposizione di centro-destra è, per forza di cose, la più chiara e lineare, soprattutto nel caso – che gli addetti ai lavori ritengono molto probabile – di una vittoria nel fortino dell’Emilia-Romagna: richiesta di dimissioni immediate dell’esecutivo rosso-giallo e di elezioni politiche anticipate.

Molto più variegate sono le posizioni in seno alla maggioranza che sostiene il BisConte, anche per via dei rispettivi, recenti sviluppi. Il Pd, dato dal segretario Nicola Zingaretti in predicato di scioglimento, è attraversato da due forze, una centripeta e una centrifuga. La prima si riferisce allo spauracchio, più volte evocato dai dem, di consegnare il Paese alla Lega e al suo leader Matteo Salvini in caso di scioglimento precoce delle Camere: a conferma che la vocazione democratica del partito omonimo è tale solo se il popolo si esprime in accordo con i propri desiderata.

La spinta uguale e contraria potrebbe invece venire proprio dall’Emilia-Romagna: se infatti, dopo cinquant’anni di Governatori di sinistra, la Regione rossa per eccellenza dovesse voltare le spalle all’uscente Stefano Bonaccini per virare su Lucia Borgonzoni, difficilmente l’alleanza con i grillini potrebbe reggere – e, verosimilmente, verrebbe messa in discussione la stessa segreteria di Zingaretti.

Sulle Regionali, in ogni caso, da via del Nazareno hanno sempre ostentato sicurezza, anche perché la sfida tra piazze pare (perché non ci sono stime ufficiali) abbia visto prevalere quelle rosse. Il che comunque non sorprenderebbe, considerati i metodi, diciamo, eterodossi da sempre usati dal Pd (in qualsiasi denominazione, quindi anche ora che, vergognandosi di se stesso, si nasconde dietro una parvenza ittica) per moltiplicare il proprio pubblico: il problema atavico, per i dem, resta infatti quello delle urne vuote.

In evoluzione è anche la posizione di Italia Viva, che non ha mai fatto mistero di aver bisogno di tempo per consolidarsi: troppo forte è il rischio di vedere la propria pattuglia parlamentare decimata da un consenso che i sondaggi danno attualmente intorno alla soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale in lavorazione.

Si sa che Matteo Renzi, da sempre insofferente verso il bi-Premier Giuseppe Conte, auspica la sostituzione dell’ex Avvocato del popolo con una figura a lui più gradita, che gli garantisca una tranquilla prosecuzione della legislatura fino alla scadenza naturale: poiché però Giuseppi non sembra incline a ottemperare al suo progetto, l’ex Rottamatore potrebbe infine optare per l’eutanasia del Governo onde rimandare la sforbiciata degli eletti alla successiva legislatura – soprattutto se i tempi referendari dovessero dilatarsi.

In tal senso, potrebbe essere interesse di Palazzo Chigi indire la consultazione popolare il prima possibile, per chiudere in fretta la possibile finestra tentatoria. Anche se, per contro, l’allungamento della tempistica oltre l’estate porterebbe all’avvio della sessione di Bilancio, che potrebbe (il condizionale è d’obbligo, soprattutto dopo gli eventi della scorsa estate) blindare l’esecutivo almeno fino a fine anno.

In tutto ciò, occhio anche ai Cinque Stelle neo-orfani del capo politico Luigi Di Maio. Il suo successore Vito Crimi ha già annunciato continuità col lavoro di Giggino – che visti i grandi successi di quest’ultimo pare decisamente la scelta più saggia.

A ogni modo, il MoVimento non potrà mai agire né parlare contro la sua stessa ossessione anti-casta, ma paradossalmente è la forza politica che, stante il crollo paventato da tutti i sondaggi, ci rimetterebbe di più: perderebbe infatti (più o meno) la metà degli eletti se si designassero gli attuali mille parlamentari, cifra che crollerebbe drammaticamente se entrasse in vigore la famigerata riforma. Un nodo che prima o poi dovrà venire al pettine: e, nel segreto dell’urna, Dio ti vede, l’Elevato no.

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Politica

Governo, il Premier Conte come Alì il Comico mentre la sua maggioranza si dissolve

Alla vigilia delle temutissime Regionali, Di Maio lascia la guida del M5S, e Zingaretti aveva già annunciato lo scioglimento del Pd. Ma Giuseppi fa finta di niente: “Dall’Emilia-Romagna nessuna fibrillazione”

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte. Foto dal sito di Italia Oggi

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni inerenti le ripercussioni che le imminenti Regionali – soprattutto in Emilia-Romagna – potrebbero avere sull’esecutivo rosso-giallo:

a) «Zingaretti: “Dopo le Regionali sciolgo il Pd e lancio un partito nuovo”» (Tgcom24, 11 gennaio. Che diventerebbe l’equivalente politico di Amanda Lear).

b) «Di Maio: “Mi dimetto da capo politico”. Terremoto nel M5S alla vigilia delle regionali» (Tg La7, 22 gennaio. Almeno stavolta non c’è il rischio di far saltare festività a Rocco Casalino).

c) «Delrio: vinciamo noi in Emilia-Romagna. Ma se si perde ci saranno problemi» (Corriere della Sera, 20 gennaio. Tipo il dover giustificare su un piano logico due premesse mutuamente escludentesi).

d) «Di Maio abbandona la guida dei 5 Stelle al tracollo, Zingaretti annuncia lo scioglimento del Pd, Renzi litiga con tutti. Il Governo è finito» (il leader della Lega Matteo Salvini. Ci sarebbe anche Speranza, ma forse sarebbe stato troppo crudele sottolinearlo).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Alì il Comico”, la seguente affermazione del bi-Premier Giuseppe Conte: «Dire che le elezioni regionali siano un voto sul Governo è sbagliato. Non credo ne potranno derivare fibrillazioni sul Governo. Ma aspettiamo di valutare, confidiamo che il voto possa dare più energia alle forze che sostengono il Governo».

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Politica

M5S, cambio al vertice: ma con Crimi si va Di Maio in peggio

Giggino sbatte la porta appena prima delle Regionali che potrebbero sancire la disfatta dei grillini, e accusa: “pugnalato alle spalle”. Lo sostituisce Vito Crimi, che non promette nulla di buono

Mirko Ciminiello

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Luigi Di Maio e Vito Crimi. Foto dal sito de Il Post

Diciamo che non è stato esattamente un fulmine a ciel sereno. L’outing sulle dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico del Movimento 5 Stelle era stato effettuato dalla stampa già qualche settimana fa, senza che dal diretto interessato fossero arrivate conferme né smentite. Ora, però, è arrivato anche il coming out di Giggino, anticipato ai Ministri pentastellati e poi reso pubblico durante la presentazione romana dei nuovi “facilitatori” regionali: «ho portato a termine il mio compito».

Con così tanti indizi, forse l’unica vera sorpresa è stata la tempistica: l’annuncio è infatti piovuto a soli quattro giorni dalle Regionali della Calabria e (soprattutto) dell’Emilia-Romagna – e in molti hanno visto un rapporto causale tra i due eventi.

I sondaggi, infatti, sono impietosi, con i grillini crollati al 10% – e, secondo alcune rilevazioni, perfino più in basso. Non a caso il Ministro degli Esteri, anche in considerazione dei pessimi risultati ottenuti in tutte le consultazioni successive alle Politiche 2018, avrebbe preferito evitare del tutto la corsa elettorale: salvo essere smentito dal “tradimento” della piattaforma Rousseau – e probabilmente condannato all’ennesima figuraccia.

In effetti, il titolare della Farnesina non ha fatto mistero di essere stanco di fare da parafulmine e capro espiatorio a uso e consumo della fronda interna che da tempo, sotto l’impulso dell’ambizione, cercava di destabilizzarlo: o, per usare la sua espressione, di pugnalarlo alle spalle. «È stato tirato per la giacchetta» ha commentato per esempio il bi-Premier Giuseppe Conte, ribadendo poi per l’ennesima volta che le Regionali non sono un voto sul Governo rosso-giallo, verosimilmente nella speranza di autoconvincersi.

D’altra parte, Di Maio è stato spesso accusato di autoritarismo nella gestione del M5S, e chi si atteggia a condottiero dovrebbe accettare sia i pro che i contro della sua sovraesposizione. Come le critiche dovute all’eccesso di parlamentari migrati ad altri gruppi, per abbandono o per epurazione (al momento, nella legislatura corrente, siamo a 31 eletti grillini).

Ma è soprattutto il tempismo che non gli fa onore, perché sa di (ennesima) fuga dalle proprie responsabilità: come un capitano che guarda la propria nave affondare ma, anziché restare a bordo, salta sulla prima scialuppa accusando l’equipaggio di non averlo supportato a dovere.

Dopo di me il diluvio, insomma – e il rischio è proprio quello. Perché, come annunciato dallo stesso leader dimissionario, il suo successore, almeno fino agli Stati Generali di marzo, è l’attuale viceministro dell’Interno Vito Crimi: uno che, per intenderci, ha speso 45mila euro di soldi pubblici per tre sondaggi sul gradimento suo e del Governo, ed era convinto che si potesse governare senza un esecutivo in carica e che il partito che arriva primo alle Politiche abbia automaticamente la maggioranza «alla Camera e molto probabilmente (sic!) anche al Senato».

Di Maio in peggio, quindi, tanto per dire che è altamente probabile che si finirà per rimpiangere il leaderino avellinese: musiliano uomo senza qualità che proprio per questo ha incarnato alla perfezione lo spirito del MoVimento in quanto «incompetenza elevata a elemento di orgoglio», come ebbe a ironizzare il fondatore di Italia Viva Matteo Renzi. Dal coccodrillo giornalistico (e fin troppo precoce), dunque, si potrebbe presto passare alle lacrime di coccodrillo.

Eppure, malgrado tutto, c’è anche l’impronta dell’ex vicepremier sull’era che (parole sue) si è ormai chiusa. Un paio di mesi fa, Giggino si era autoelogiato citando (in realtà in maniera leggermente inesatta) un celebre aforisma di James Freeman Clarke: «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni».

Forse, con il suo passo indietro, per la prima volta ha fatto davvero qualcosa di utile per il futuro e il benessere dell’Italia. Sipario.

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Politica

Processo Salvini, dal Pd dopo il danno anche la beffa

I dem disertano il voto in Giunta per le immunità, terrorizzati dai contraccolpi sulle Regionali in Emilia-Romagna. Ma per Zingaretti è il Capitano che “fa uso politico della giustizia”

Mirko Ciminiello

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La nave Gregoretti. Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti e le seguenti dichiarazioni inerenti la sconcertante pantomima inscenata nella Giunta per le immunità di Palazzo Madama, che sul caso Gregoretti ha avallato il processo contro il leader leghista Matteo Salvini con i soli voti favorevoli dei senatori del Carroccio – e l’assenza dei membri della maggioranza rosso-gialla:

a) «È arrivata la richiesta della maggioranza: rinviare la data del voto. Non più il 20 gennaio. L’obiettivo è far scattare la decisione della giunta solo dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria» (Repubblica, 9 gennaio).

b) «La maggioranza non vuole quel voto il 20 gennaio, a sei giorni dalle elezioni regionali […] Il leader leghista sognava di immolarsi e costruirci il rush finale della campagna: da vittima della giustizia sacrificato sull’altare della difesa dei confini» (Repubblica, 9 gennaio).

c) «Se non è un processo politico, perché la maggioranza vuole rinviare il voto a dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna? Cosa c’entrano? Lo sanno benissimo che il popolo sta con lui e potrebbe indispettirsi per un voto contro Salvini» (il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, 16 gennaio).

d) Il Capitano «vuole soltanto apparire e gioca a fare l’eroe: o l’eroe mandato a processo dalla sinistra o addirittura dai suoi colleghi della Lega» (il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, 20 gennaio).

e) «Ho scoperto che quelli del Pd aspettavano di darmi del delinquente dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Troppo comodi» (Matteo Salvini, 20 gennaio).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Trattamento Sanitario Obbligatorio”, la seguente amenità del segretario dem Nicola Zingaretti: «Salvini ancora una volta fa uso politico della giustizia».

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Politica

Roma, lo strano senso delle priorità del sindaco Raggi

All’atavica inefficienza di Ama e Atac si sono aggiunti lo smog e i guai giudiziari. Ma il primo cittadino pensa a pedonalizzare lo stradone di San Giovanni

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti il buongoverno di Roma operato dalla giunta grillina guidata da Virginia Raggi:

a) «Roma Lido: treni ogni 40 minuti, corse saltate e vagoni pieni. Venerdì da incubo» (Roma Today. A conferma che ATAC significa “arrivi tardi a casa”).

b) «Roma, stretta anti-smog, la frenata di Raggi: regole da rivedere» (Il Messaggero. La prossima volta toccherà alle flatulenze bovine).

c) «I rifiuti di Roma verso la discarica di Roccasecca: il sindaco minaccia il blocco dei tir» (Roma Today. O almeno il cambio del nome in Roccaindifferenziata).

d) «Stadio Roma, De Vito incastra la Raggi: sindaco parte civile e teste a difesa» (affaritaliani.it. Come se Virgy non fosse a suo agio con l’antinomia tra le proprie azioni).

Ciò posto, il candidato commenti quest’ultimo titolo, tratto da Roma Today, che fa capire alla perfezione quanto il Campidoglio abbia chiare le priorità dell’Urbe: «Gay street pedonale, il Comune di Roma ci riprova».

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Politica

Processo Salvini, il voto il 20 gennaio manda in tilt Pd e M5S

Dal caso Gregoretti al caos, la Casellati vota con l’opposizione e la maggioranza insorge: dimenticando che la stessa cosa era accaduta, a parti invertite, con la riforma della prescrizione

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti relativi al voto della Giunta per il Regolamento che, con l’apporto decisivo della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sancito che la Giunta per le Immunità di Palazzo Madama dovrà esprimersi sulla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Gregoretti il prossimo 20 gennaio – contrariamente a quanto auspicato dalla maggioranza M5S-Pd, che aveva chiesto il rinvio del voto a dopo le Regionali del 26 gennaio:

a) La Casellati «con il suo voto insieme alle opposizioni smette di essere arbitro e indossa la maglia di una delle squadre in campo» (la vicepresidente dei senatori M5S Alessandra Maiorino. Curioso: non ci sembra che la maggioranza rosso-gialla avesse espresso la stessa indignazione quando, appena due giorni prima, la presidente – anch’essa grillina – della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, aveva salvato in modo analogo la riforma della prescrizione del Guardasigilli – sempre pentastellato – Alfonso Bonafede…).

b) «Il suo voto a favore della Lega determina la convocazione della Giunta in modo tecnicamente illegale» (il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci. A conferma che il Pd ha una concezione della legalità quantomeno singolare).

c) «Siamo molto preoccupati per la democrazia» (Sempre Marcucci. Preoccupazione comune, quando c’è un Governo – l’ennesimo – non votato da nessuno e inviso, stando agli ultimi sondaggi, praticamente a due terzi dell’elettorato).

d) «Non si può essere terzi solo quando si soddisfano le ragioni della maggioranza» (la presidente del Senato Casellati. In quel caso si sarebbe primi).

e) «Se lunedì, come pare, perché i numeri ce li hanno a favore, Pd, Renzi e Cinque Stelle decideranno che devo esser processato, andrò in quel tribunale a testa alta sicuro di rappresentare la maggioranza del popolo italiano» (il leader della Lega Ora che ha informato i magistrati del suo consenso, l’unico modo che ha per non essere cancellato è travestirsi da piratessa tedesca).

Ciò posto, il candidato commenti questa frase sul Capitano tratta un articolo de Il Fatto Quotidiano, a cui potrebbe essere sfuggita una velata ombra di verità: «Si teme di regalargli voti o che passi l’idea di una “scorciatoia giudiziaria” alla necessaria lotta politica».

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Politica

Politica, l’offensiva di Renzi: così Italia Viva può ammazzare il Governo

L’ex Rottamatore attacca su Regionali e riforma della prescrizione, polemiche e accuse incrociate con Pd e M5S. E il Premier Conte non sta sereno

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi. Foto dal sito dell'ANSA

Un tempo andava di moda, presso una certa area politico-ideologica, il mantra “Non moriremo democristiani”. Ora, a distanza di quasi quarant’anni dallo storico titolo de il Manifesto, c’è una costola ribelle dei nipotini rossi che rinfaccia alla madrepatria un atteggiamento quasi opposto. Non «abbiamo fatto un Governo» ha infatti tuonato via social Matteo Renzi, «per diventare grillini».

L’ex Rottamatore scriveva dopo il clamoroso strappo del suo partito che, in Commissione giustizia alla Camera, ha votato contro l’annullamento della prescrizione previsto dalla riforma del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede, preferendo piuttosto appoggiare la proposta dell’azzurro Enrico Costa: proposta volta a evitare il “fine processo mai” che manderebbe in sollucchero i manettari dell’house organ ufficioso del M5S – e in tribunale a vita, almeno potenzialmente, chiunque.

L’emendamento Costa alla fine è stato bocciato per un solo voto (23 a 22), ma è significativo che la maggioranza sia stata salvata dalla presidente di Commissione, la Cinque Stelle Francesca Businarolo, che per prassi non esprime preferenze: non che non sia perfettamente legittimata a farlo (la stessa cosa, a parti invertite, era accaduta con il presidente forzista della Giunta per le Immunità Maurizio Gasparri in relazione al caso Gregoretti), ma politicamente è un segnale significativo. Un segnale di fragilità che ha inevitabilmente dato il la a un valzer di accuse reciproche.

«Non abbiamo rotto la maggioranza, abbiamo solo difeso lo stato di diritto» ha ribaltato la prospettiva l’ex Presidente del Consiglio, curiosamente usando la stessa espressione dell’avversaria Giorgia Meloni. «Continueremo a farlo, anche senza il permesso dei populisti».

Per parte sua, il Ministro della Giustizia non si è scomposto più di tanto. «Prendo atto che Italia Viva si è isolata dalla maggioranza votando insieme a Forza Italia e alle opposizioni» ha fatto spallucce via radio. «La proposta che voleva abolire la prescrizione non è passata, abbiamo bloccato FI e il centro-destra».

Detto che al massimo si voleva abolire la riforma della prescrizione (come il suo primo firmatario dovrebbe sapere a menadito), in realtà è l’intero ragionamento di Bonafede a mostrare delle lacune. Innanzitutto, perché la pdl Costa arriverà comunque all’esame di Montecitorio, dato che la stroncatura ha il solo effetto di affibbiarle il parere negativo della Commissione. E in Parlamento la vera partita sarà sui numeri.

«Se siamo isolati lo vedremo in Aula» ha infatti dichiarato sibillino il deputato renziano Gennaro Migliore. In realtà, alla Camera la maggioranza rosso-gialla non dovrebbe avere problemi: ben altra storia, però, sarà il Senato, tanto che dal Pd c’è chi ha parlato apertamente di rischio per la tenuta del Governo.

Anche perché a rendere infuocato un fronte già caldissimo ci si è messa pure la questione delle Regionali: con Iv che ha annunciato la propria indisponibilità a sostenere i candidati dem in Calabria (dove il partito di Renzi correrà da solo) e in Puglia (dove sarà affiancato da Azione di Carlo Calenda). Furiosa, prevedibilmente, la reazione di via del Nazareno, che ha accusato gli alleati-rivali di fare «un regalo a Salvini e al sovranismo».

L’ex Premier, in realtà, ha chiarito che il suo obiettivo non sono le elezioni anticipate. «Italia Viva ha bisogno di tempo» ha ammesso. Tempo per potersi consolidare, soprattutto se si dovesse andare alle urne con la legge elettorale presentata dalla maggioranza, che prevede una soglia di sbarramento del 5%. Tempo che potrebbe arrivare anche grazie al referendum sul taglio dei parlamentari, che garantirebbe agli onorevoli a rischio rielezione qualche altro mese di stipendio & poltrone.

Attenzione, però, a un piccolo particolare: Renzi non ha mai nominato l’attuale Capo del Governo Giuseppe Conte. E, considerate le dinamiche costituzionali della nomina del Presidente del Consiglio, non è un dettaglio da poco.

Anzi, la sensazione è che più Viva è l’Italia dell’altro Matteo, più moribondo appare l’esecutivo demo-grillino. Fossimo nei panni di Giuseppi, non staremmo sereni.

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Cronaca

Roma, dagli automobilisti agli urtisti la Raggi non sa più chi scontentare

L’inutile blocco auto si unisce alla protesta degli ambulanti e al caos all’anagrafe. Ma forse sono tutte armi di distrazione di massa rispetto alla chiusura di Colleferro e all’imminente emergenza rifiuti

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti scene di ordinaria follia da parte del sindaco della Capitale Virginia Raggi (e da cui sono stati esclusi i disservizi di Atac, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa):

a) «Rifiuti, chiude la discarica di Colleferro. Stato d’emergenza più vicino» (Avvenire. Ma come, proprio ora che un’ordinanza del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che la crisi è risolta per decreto presidenziale?).

b) «Smog, Roma rischia il blocco per 6 giorni. Gli esperti: “Inutile”» (Il Messaggero. Ma perché dare retta agli esperti quando c’è Greta?).

c) «Roma, caos anagrafe: “Quattro file per una multa. Coda lunga centro metri fin dal mattino”» (Leggo. Immaginiamo lo stupore del primo cittadino, verosimilmente pronta a suggerire di recarsi in via Petroselli di sera).

d) «Roma, urtisti a Raggi: “Decida entro 48 ore o scenderemo in piazza in 12mila”» (Il Messaggero. Ma chissà quanti abusivi riconoscenti saranno lì a farle scudo…).

Ciò posto, il candidato provi a stabilire se è Virgy che non sa più come destreggiarsi tra i continui tentativi di distogliere l’attenzione dalla propria incapacità, o se piuttosto non sia lei stessa un’arma di distrazione di massa.

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Cronaca

Roma, la Raggi caccia gli ambulanti con licenza mentre tollera gli abusivi

Per il sindaco la rimozione delle bancarelle degli urtisti è questione di decoro. Ma gli storici commercianti ebrei non ci stanno: “La denunciamo, è come con le Leggi razziali”

Mirko Ciminiello

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La protesta degli urtisti. Foto dal sito de La Repubblica Roma

«Un politico guarda alle prossime elezioni» affermava com’è noto James Freeman Clarke, «uno statista guarda alla prossima generazione». Poi c’è anche chi, assurto al potere quasi per caso, non è né l’uno né l’altro, e guarda solo alle proprie bislacche convinzioni.

Tipo il sindaco della Capitale Virginia Raggi che, nell’ansia di liberare la Città Eterna dalle bancarelle, ha pensato bene di prendersela con gli unici (o, comunque, con una delle poche categorie) che godono della piena legittimazione della propria attività: gli urtisti, i venditori ambulanti per lo più di origine ebraica specializzati nel commercio di oggetti devozionali della religione cattolica. Questo singolare nome deriva dal particolare approccio usato per attrarre i pellegrini in piazza San Pietro, che consisteva in un lieve urto assestato con lo schifetto, la caratteristica cassettina in legno contenente gli articoli in vendita.

Forse i commercianti hanno urtato anche il primo cittadino, perché altrimenti non si spiegherebbe un simile accanimento nei loro confronti. «Da venerdì a Roma ci sono 115 disoccupati in più» si sono sfogati via social, aggiungendo con rabbia: «Se la sindaca avesse usato lo stesso piglio coercitivo e dittatoriale per risolvere il problema monnezza, avremmo risolto metà dei problemi di Roma».

«Non ci sarà la perdita di nessun posto di lavoro» ha tagliato corto Virgy, annunciando che per questioni di decoro la stessa misura sarà applicata anche ad altri luoghi simbolo dell’Urbe. «Ci sono delle alternative previste per legge, i commercianti possono scegliere tra le alternative, un indennizzo o la trasformazione in licenza taxi». Insomma, tu chiamale, se vuoi, rimozioni.

Nella storia, come non hanno mancato di sottolineare gli stessi urtisti, c’è un solo precedente, che risale al 1938, al tempo delle Leggi razziali. Anche per questo le associazioni degli ambulanti hanno invocato l’intervento del Prefetto Gerarda Pantalone e del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Ma è l’intera classe politica a condividere questa battaglia. «Invece di liberare la città dalle migliaia di venditori abusivi e clandestini che spacciano merce contraffatta, il sindaco (speriamo per poco) di Roma caccia dalle piazze gli urtisti, una storica categoria di ambulanti della comunità ebraica» ha attaccato per esempio il leader leghista Matteo Salvini.

Ed è questa, in effetti, una delle conseguenze del provvedimento del Campidoglio: l’assurda difformità di trattamento che penalizza chi è in regola, senza neppure sfiorare chi vive di illegalità. Un’eterogenesi dei fini su cui l’Associazione Nazionale Ambulanti non ha alcuna intenzione di soprassedere.

«Sarai denunciata perché stai legalizzando il commercio abusivo, l’evasione fiscale e tutto quello che comporta l’abusivismo» ha avvisato il vicepresidente Angelo Pavoncello, rivolgendosi direttamente al sindaco. «Verificheremo con i nostri legali per denunciarti alla Guardia di Finanza per favoreggiamento all’evasione fiscale visto che gli abusivi non li reprimi e invece chi è autorizzato lo cacci via e non può più pagare le tasse».

Un’ulteriore fronte aperto, insomma, per la giunta grillina, che ormai non sa più chi scontentare. Perché nella Città Eterna tutti, prima o poi, si sono ritrovati in qualche modo raggi-rati.

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Politica

Politica, l’illusione di Zingaretti: “Sciolgo e cambio il Pd”

Il segretario annuncia che dopo la vittoria in Emilia-Romagna (che non è così scontata) aprirà a sardine, sindaci e ambientalisti. Ma la svolta rischia di essere solo un’operazione di facciata

Mirko Ciminiello

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Nicola Zingaretti. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni del segretario dem Nicola Zingaretti, per lo più rilasciate nel corso di un’intervista a Rep:

a) Il Governo rosso-giallo «in sei mesi ha salvato il Paese dalla catastrofe» (tralasciando l’opinabilità dell’affermazione, il BisConte è in carica da circa quattro mesi, anche se in effetti sembrano molti di più).

b) «Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito» (occhio ché, se tanto ci dà tanto, il Partito Democratico potrebbe sopravvivere ancora a lungo).

c) «Non voglio lanciare un’Opa sulle sardine» (come potrebbe, considerato che i pinnati sono come Stefano Bonaccini – organici del Pd che però si vergognano di ammetterlo?)

d) «Voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha» (o meglio una scatoletta, visto che si trattava ancora di un riferimento ittico).

e) «Non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza» (però sarebbe il modo più sicuro per arrivare alla fine della legislatura – e forse la lista non sarebbe completa neanche a quel punto).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo per quanto possibile da facili ironie, la supercazzola finale di Zinga: «Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo».

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