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Cultura

Tex a Roma. 70 anni di un mito nella grande mostra al Mattatoio, fino al 14 luglio

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È il 30 settembre 1948 quando nelle edicole italiane debutta il primo albo a striscia di Tex, il personaggio creato da Gianluigi Bonelli e realizzato graficamente da Aurelio Galleppini destinato a diventare il più amato eroe del fumetto italiano e uno dei più longevi del fumetto mondiale.  Settant’anni dopo, Sergio Bonelli Editore con COMICON e ARF! Festival, celebrano il ranger portando a Roma la grande mostra dal titolo TEX. 70 ANNI DI UN MITO aperta dal 24 maggio al 14 luglio 2019 al MATTATOIO.

Curata da Gianni Bono, storico e studioso del fumetto italiano, in collaborazione con la redazione di Sergio Bonelli Editore, COMICON e ARF! Festival, la mostra racconterà – anche attraverso le storiche pagine dei quotidiani RCS – come Tex sia riuscito, dal 1948 a oggi, a entrare a far parte delle abitudini di lettura degli italiani, conquistando generazioni diverse, grazie al suo profondo senso di giustizia e alla sua innata generosità, diventando un vero e proprio fenomeno di costume.

Nei 70 anni della sua storia, Tex, l’avventuriero, il ranger, il saggio capo degli indiani Navajos, ha vissuto storie epiche e memorabili, ha affrontato banditi e malfattori e salvato tribù indiane ingiustamente perseguitate, ha cavalcato sui sentieri polverosi del vecchio West, come nei deserti infuocati del Messico e nelle fredde regioni del Grande Nord. E indimenticabili, naturalmente, sono le sfide con il suo nemico di sempre: Mefisto, l’incarnazione del male. Ora, grazie a disegni, fotografie, materiali rari e talvolta mai visti prima e attraverso installazioni a tema create appositamente per questo evento, la mostra TEX. 70 ANNI DI UN MITO, il più importante omaggio mai dedicato ad Aquila della Notte, ripercorrerà l’epopea di Tex Willer, che è anche quella della Frontiera americana, dalla sua creazione ai giorni nostri, attraversando gli eventi e i personaggi della serie e gli straordinari artisti della matita e del pennello che hanno reso Tex il mito che noi tutti conosciamo.

I visitatori potranno così ammirare, tra gli altri pezzi, la prima vignetta di Tex declinata in varie lingue, il ritratto di Gianluigi Bonelli e famiglia realizzato da Tacconi, fotografie di Aurelio Galleppini e anche la mitica macchina da scrivere di Gianluigi Bonelli: l’Universal 200 con cui sono state scritte le primissime storie di Tex, decorata con disegni a penna dallo stesso Gianluigi e oggi conservata nella sala riunioni della Casa editrice.

Del resto, all’epoca della nascita di Tex, come ricordava Sergio Bonelli nel 1998: «la Casa editrice è formata da mia madre, da una segretaria (Antonia) – a cui Galep si è ispirato per il personaggio di Florencita e la cui nipote, Liliana, è la mia preziosissima assistente da tanto tempo a questa parte – e da me che faccio il fattorino. Gli ambienti di casa sono diventati la redazione, una cantina è il magazzino dove trovano posto le copie invendute. Abitiamo in via Saffi in un vecchio, grande appartamento, con un unico vasto salone adibito a redazione (…). Aurelio vive e lavora in una stanza-studio di fianco a quella in cui dormo io. Quando all’una di notte, dopo aver letto a lungo, spengo la lampada sul comodino, la luce della stanza di Galep filtra ancora attraverso la porta. Non so dire fino a che ora rimane al lavoro. Ma quando mi alzo per andare a scuola, eccolo di nuovo seduto al suo tavolo a mostrami un mucchietto di strisce ricche di immagini dinamiche e affascinanti: è nato Tex Willer».

La gestazione grafica del personaggio creato da Gianluigi Bonelli fu, infatti, assai laboriosa. Galep non era abituato a disegnare negli ambiti ristretti della striscia, quindi ricorreva a una sorta di montaggio preparatorio per rendersi conto degli spazi in cui far recitare i personaggi, diventando in breve tempo anche il punto di riferimento artistico per la Casa editrice, soprattutto per la realizzazione delle copertine (in tutta la sua carriera, ne disegnerà, solo per Tex, quasi duemila).

Un ricco spazio dell’esposizione, sarà dedicato anche ai numerosi disegnatori che, dopo Galleppini, hanno dato volto e corpo alle imprese dell’imbattibile ranger lasciando un segno indelebile dei loro inconfondibili stili. Dal veterano Giovanni Ticci fino all’erede di Galep, Claudio Villa, passando per il maestro Fabio Civitelli e l’indimenticabile Guglielmo Letteri, senza omettere le incursioni speciali di “guest star” del calibro di Jordi Bernet, Joe Kubert, Goran Parlov, Ivo Milazzo, Magnus e Enrique Breccia.

Nel corso dei suoi settant’anni, Tex ha potuto contare su una rosa di sceneggiatori le cui storie verranno ripercorse in mostra. I principali sono quattro, come i pards protagonisti della saga. Giovanni Luigi Bonelli (Milano, 22 dicembre 1908 – Alessandria, 12 gennaio 2001) è il creatore del mito di Tex ed è il primo e, per lunghissimo tempo, l’unico a scriverne le avventure. La sua identificazione nel personaggio è, del resto, assoluta: per lui, Tex è un giustiziere capace di far montare una giusta e giustificata collera nei confronti di atti criminali, spesso motivati soltanto dall’avidità. Seguono nel 1976 le sceneggiature del figlio Sergio Bonelli, che con il nome d’arte di Guido Nolitta ha già alle spalle la creazione di due colossi del fumetto italiano, Zagor e Mister No, e propone quindi un Tex in cui il bene e il male non sono mai totalmente separati. Nel 1983 tocca a Claudio Nizzi, che nelle sue storie mescola al western classico elementi tipici del genere investigativo mentre dal 1994 si apre la fase di Mauro Boselli, attuale curatore della serie con cui Tex ritrova molto delle proprie origini e dell’antica tempra di giustiziere sui generis.

L’esposizione che ripercorre i 70 anni di Tex è quindi destinata agli appassionati di ogni età, ma è pensata anche per chi si volesse avvicinare per la prima volta al mondo grintoso, antirazzista e nemico di ogni ingiustizia di Tex e di suo figlio Kit Willer, del simpaticamente burbero Kit Carson e del fiero navajo Tiger Jack.

Attraverso le prime pagine dei quotidiani, TEX. 70 ANNI DI UN MITO ripercorrerà inoltre 70 anni di storia italiana, per raccontare il parallelo tra le avventure a fumetti del coraggioso ranger e quelle del nostro Paese, e offrirà ai visitatori l’occasione per cavalcare al fianco di Tex attraverso praterie, foreste e deserti, dall’Arizona al Canada, dal Rio Grande all’Oceano Pacifico, fronteggiando con lui fuorilegge e indiani ribelli, ma anche maghi vudù e sette segrete.

In più, rispetto alla mostra inaugurata a Milano il 2 ottobre 2018 e conclusasi con un enorme successo di pubblico il 27 gennaio 2019, la Grande Mostra di Tex che tocca adesso la Capitale, presenta una nuova e ricca sezione di contenuti dedicati alla più recente incarnazione del personaggio simbolo della Sergio Bonelli Editore. Attraverso le splendide tavole realizzate, tanto nel formato graphic novel (una nuova collana di cartonati alla francese), quanto nel classico formato Bonelli, da artisti straordinari come Mario Alberti, Corrado Mastantuono, Stefano Andreucci, Maurizio Dotti, R.M. Guéra e Bruno Brindisi, i visitatori si troveranno al cospetto di un giovane Tex Willer, protagonista di storie raccontate da Mauro Boselli e ambientate all’origine del mito quando, quello che sarebbe diventato il più famoso ranger del west, era ingiustamente accusato di essere un fuorilegge.

Per guidare il visitatore attraverso le sale della mostra e la storia di Tex, Sergio Bonelli Editore pubblica anche il catalogo della mostra con introduzione di Davide Bonelli, testi di Gianni Bono, Graziano Frediani, Luca Boschi e Luca Barbieri, ricco di materiali rari, disegni e approfondimenti legati alla storia del Ranger.

TEX. 70 ANNI DI UN MITO è prodotta da Sergio Bonelli Editore, COMICON e ARF! Festival, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale e Azienda Speciale PalaeExpo, con le partnership di ATAC, PressUp, SKY Arte HD e SPsytema.

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Cultura

Franco Battiato, un anno dopo: analisi dell’ultimo capolavoro del Maestro

Dodici mesi fa l’artista catanese si liberava dalla prigione del corpo, lasciandoci però un ultimo capolavoro, “Torneremo ancora”: che non è solo un “testamento spirituale”, ma una vera e propria via verso l’infinito

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Il Maestro Franco Battiato
Il Maestro Franco Battiato (1945-2021)

Da www.romait.it

Un anno fa ci lasciava il Maestro Franco Battiato. O meglio, lasciava questa vita terrena, rimanendo con noi sotto altre forme – in primis, naturalmente, la sua musica. Come lui stesso ha affermato nell’ultimo capolavoro, Torneremo ancora, che non è soltanto un testamento spirituale, ma una vera e propria via verso l’infinito.

Il Maestro Franco Battiato
Il Maestro Franco Battiato (1945-2021)

Franco Battiato, un anno dopo

18/05/2021 – 18/05/2022. Sono passati 12 mesi da quando si è liberato dalla prigione del corpo Franco Battiato, uno dei pochissimi a meritare davvero il titolo di Maestro. Che non a caso, come aveva rivelato al Fatto Quotidiano, non gli piaceva affatto – com’è prerogativa dei grandissimi.

L’artista siciliano, però, è ancora e sempre con noi. «È andato via fisicamente», ma «è una presenza costante» ha confessato per esempio a MeridioNews il tastierista Angelo Privitera, suo storico collaboratore per oltre trent’anni.

Anche in quest’ultimo anno, in effetti, il cantautore etneo non ha smesso di stupire, come con la scoperta della versione originaria del suo capolavoro La cura. Ma anche il suo ultimo singolo, Torneremo ancora, uscito nel 2019, è una piccola perla donata all’umanità.

Si tratta di una canzone incentrata su quell’anelito alla libertà che caratterizza ogni essere umano, esiliato in questo mondo finché non si scioglieranno i lacci della mortalità. Un concetto espresso da diverse religioni e discipline, dalla filosofia greco-romana al pensiero orientale tanto caro al Maestro Battiato.

Torneremo ancora

«Siamo tutti migranti fin quando non torneremo a casa alla nostra dimora ultima» ha dichiarato a Rolling Stone Juri Camisasca, co-autore del brano. Che inizialmente era stato intitolato, non a caso, I migranti di Ganden. Monaci tibetani costretti a lasciare il proprio monastero durante la Rivoluzione Culturale, e divenuti perciò simbolo dell’anima che vaga in terra fino al ritorno all’abitazione celeste.

«Tutti noi siamo esseri spirituali. Siamo in cammino verso la liberazione» sosteneva proprio il Maestro, come scrisse a suo tempo Sky TG24. E in tal senso appare particolarmente significativa la parte finale del testo di Torneremo ancora.

Molte sono le vie / Ma una sola / Quella che conduce alla verità / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora / Ancora e ancora.

Parole che in effetti possono essere interpretate in due modi leggermente differenti – uno più superficiale e uno più profondo. È possibile che la sola via “che conduce alla verità” sia proprio questo continuo peregrinare «fino a quando l’anima non sarà del tutto libera dalle emozioni perturbatrici dell’ego». Ma è anche possibile che l’immenso Franco Battiato non ci abbia fornito la soluzione al dilemma.

Il compianto artista catanese potrebbe aver “semplicemente” indicato che esiste una sola strada “che conduce alla verità”. E giova ricordare che la verità rende liberi, come si legge nel Vangelo di San Giovanni. Ed essendo questa la più alta aspirazione del nostro spirito, finché non saremo realmente liberi non potremo approdare sul mondo inviolato che ci aspetta da sempre. Non potremo raggiungere i migranti di Ganden / In corpi di luce / Su pianeti invisibili, e la felicità eterna a cui siamo tutti destinati.

Anche per questo la vita non finisce / È come il sogno / La nascita è come il risveglio, perché forse c’è davvero chi “torna ancora”. Mentre è fuori discussione che vi sia chi non se ne è mai andato. Ciao, Maestro!

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Cultura

Elon Musk contro il “suo” Twitter: “Ha forti pregiudizi di sinistra”

In nome della libertà di espressione, il miliardario attacca il social che sta acquistando (e l’intera ideologia liberal prona al politically correct): citando tra l’altro “l’immorale e stupido” ban di Donald Trump, che lui vorrebbe annullare

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Elon Musk
Elon Musk

Da www.romait.it

Il multimiliardario Elon Musk è tornato all’attacco sul tema della libertà di espressione. E ancora una volta ha puntato il dito contro Twitter, il social network di cui sta trattando l’acquisto. Anche se, a ben vedere, il suo j’accuse è molto più esteso, perché di fatto mette sul banco degli imputati l’intera cultura, anzi ideologia liberal.

Elon Musk
Elon Musk

Elon Musk (di nuovo) all’attacco

Ormai è acclarato che, quando Elon Musk parla (o cinguetta), non è mai banale. Soprattutto perché, avendo una predilezione pseudo-volteriana per il diritto di parola, le sue dichiarazioni si discostano spesso da quelle rilasciate in fotocopia dai megafoni del pensiero unico. È stato così anche per le proteste abortiste che, come raccontavamo, stanno mettendo a ferro e fuoco gli Stati Uniti.

Più precisamente, l’uomo più ricco del mondo era stato sollecitato dal commentatore americano Mike Cernovich a esprimersi sul “doppio standard” della piattaforma dei 280 caratteri. Che sembra disposta a tollerare l’incitamento alla violenza, anche da parte di un account verificato, purché si tratti di “violenza politically correct”.

Al che, come riferisce il New York Post, il Ceo di Tesla e SpaceX ha replicato laconico: «Ovviamente Twitter ha un forte pregiudizio di sinistra». Aggiungendo, tanto per essere chiaro sulla questione della censura, che «la mia preferenza è l’allineamento alle leggi dei Paesi in cui Twitter opera. Se i cittadini vogliono che qualcosa sia vietato», che venga approvata una norma apposita, «altrimenti dovrebbe essere permesso».

Tempi duri per il politically correct?

Probabilmente non è un caso che a queste parole abbia fatto eco un’altra, importante presa di posizione: quella sull’anti-democratica proscrizione del Presidente Usa in carica Donald Trump.

«Penso che sia stato un errore, perché ha allontanato una grande parte del Paese» ha affermato Musk secondo quanto riporta Sky News. «Penso che i ban permanenti minino la fiducia in Twitter» ha quindi rincarato la dose l’imprenditore sudafricano. Definendo la decisione «immorale e totalmente stupida», e assicurando che lui la annullerebbe.

Insomma, in nome del free speech sembrano prospettarsi tempi duri per il politicamente corretto. Ed era davvero ora!

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Cultura

Politically correct, quella sinistra lezione americana sulla violenza “buona”

Chiese vandalizzate, molotov contro i pro-life, giudici intimiditi: così gli abortisti stanno devastando gli Usa (in senso letterale) dopo l’indiscrezione sulla possibile cancellazione, da parte della Corte Suprema, della sentenza Roe v. Wade

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Politically correct, Proteste abortiste negli Stati Uniti
Proteste abortiste negli Stati Uniti

Da www.romait.it

In tempi che ricordano molto le distopie di George Orwell, può capitare che le proteste politically correct siano “più uguali” delle altre. O, almeno, che tali vengano considerate da certa stampa (il che è piuttosto inquietante) e anche da certa politica (il che invece è gravissimo). Come dimostra quanto sta accadendo da una settimana Oltreoceano.

Politically correct, Proteste abortiste negli Stati Uniti
Proteste abortiste negli Stati Uniti

Le violenze degli abortisti

Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo scorso 2 maggio, il quotidiano americano Politico ha pubblicato una bozza riguardante la sentenza Roe v. Wade, che nel 1973 legalizzò l’aborto negli Usa. Si tratta delle intenzioni di voto (solo ufficiose) dei nove giudici della Corte Suprema, da cui emerge la volontà di rovesciare la vecchia decisione. In realtà, finché il verdetto non sarà ufficiale i magistrati possono sempre cambiare idea. Ma tanto è bastato perché gli Stati Uniti si ritrovassero devastati da qualcosa di perfino peggiore di un’ideologia già devastante di suo.

Tanto per cominciare, come sottolinea il Daily Mail sono stati diffusi gli indirizzi privati degli ermellini. Almeno tre dei quali (Samuel Alito, Brett Kavanaugh e John Roberts) sono stati intimiditi, scrive la BBC, da attivisti pro-choice.

Ma l’aspetto più sinistro (in tutti i sensi) è che Jen Psaki, portavoce dimissionaria della Casa Bianca, all’inizio non ha voluto stigmatizzare esplicitamente questi atti sovversivi e anti-democratici. Affermando, come riferisce Fox News, che il punto fondamentale è che «le donne in tutto il Paese sono preoccupate per i loro diritti». Solamente dopo qualche giorno ha cinguettato una generica condanna di «violenza, minacce e vandalismo» da parte di Joe Biden, che non ha minimamente soddisfatto i Repubblicani.

I paraocchi del politically correct

In effetti, tale presa di posizione era divenuta pressoché inevitabile dopo l’escalation dell’ultimo fine settimana. Quando, come riporta Catholic News Agency, sono state imbrattate chiese, vandalizzate cliniche di maternità, e in un ufficio pro-life è stata lanciata una molotov.

Il tutto nel silenzio assordante dei media liberal, che del resto erano stati colti da mutismo anche davanti al teppismo targato BLM. D’altronde, uno dei tratti distintivi del politicamente corretto sono i paraocchi a targhe alterne. Per cui, per dire, “le sentenze si rispettano” (come da atavico mantra), ma solo finché sono in accordo col pensiero unico. Ma, tanto per sgombrare il campo da equivoci, nessuna violenza è mai “buona”: neanche se ha il marchio “politically correct”.

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Cultura

Vaticano, ora anche dall’America piovono dubbi sulla “Magna Quaestio”

Per lo scrittore Patrick Coffin l’elezione di Bergoglio è invalida per le violazioni alla costituzione Universi Dominici gregis. Ma le perplessità non colgono nel segno, perché la chiave sta nella sede impedita di Benedetto XVI

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Il Vaticano
Il Vaticano

Da www.romait.it

Di quando in quando, il Vaticano torna a essere scosso dai dubbi sulla cosiddetta Magna Quaestio. Ovvero la “grande questione” su chi sia davvero il Papa, viste le difficoltà a interpretare la celeberrima Declaratio di Benedetto XVI come certificazione di dimissioni. Le riflessioni più recenti arrivano da Oltreoceano: anche se hanno il torto di non cogliere realmente nel segno.

Il Vaticano
Il Vaticano

La Magna Quaestio in Vaticano

“Perché l’elezione di Papa Francesco potrebbe essere invalida in base a un documento di Giovanni Paolo II”. È il titolo (tradotto) di una recente puntata del John-Henry Westen Show, il podcast settimanale dell’eponimo co-fondatore del sito cristiano LifeSiteNews. Durante la quale lo scrittore canadese Patrick Coffin ha discusso la possibilità che Jorge Mario Bergoglio sia un antipapa.

Il j’accuse è duplice. Anzitutto, la designazione bergogliana sarebbe avvenuta in violazione della costituzione apostolica Universi Dominici gregis, promulgata da Papa Wojtyła nel 1996. Inoltre, Francesco «ha deliberatamente attaccato il deposito della fede», per esempio con la nota intronizzazione in Vaticano dell’idolo pagano Pachamama.

Quest’ultima argomentazione però è abbastanza soggettiva, e a un oppositore basterebbe non dirsi d’accordo per disinnescarla. Più interessante è il primo assunto, che fa riferimento all’atto con cui, tra l’altro, Papa Giovanni Paolo II ha disciplinato proprio l’elezione del Romano Pontefice. Coffin ha citato in particolare le sezioni 76, 80, 81 e 82. Le quali, sostanzialmente, vietano accordi tra i Cardinali elettori durante un Conclave, pena la scomunica latae sententiae per i trasgressori e la nullità della nomina.

Ebbene, che delle trame siano state ordite nel 2013 lo sappiamo per certo, perché lo ha rivelato il defunto Cardinale belga Godfried Danneels. Il quale, nella sua (mai smentita) autobiografia del 2015, riconosceva di far parte della Mafia di San Gallo, che mirava proprio a far abdicare Papa Ratzinger. Tuttavia, anche Coffin ammette che sarebbe complicato portare quest’istanza davanti a un tribunale canonico, perché nel giudizio sarebbero coinvolti i porporati che hanno commesso le succitate irregolarità.

La chiave è la sede impedita di Benedetto XVI

In ogni caso, il vizio del ragionamento è a monte, perché il problema vero precede sia l’investitura che il mandato di Bergoglio. E sta nella possibilità concreta che Papa Benedetto XVI non si sia mai dimesso, essendosi piuttosto autoesiliato in sede impedita.

Questa, infatti, è l’unica interpretazione che può “salvare” la Declaratio ratzingeriana, che altrimenti sarebbe giuridicamente invalida. Come hanno dimostrato autorevoli giuristi quali l’avvocatessa Estefanía Acosta e il docente Antonio Sánchez Sáez, usando significativamente le stesse argomentazioni di canonisti “bergogliani” come Monsignor Giuseppe Sciacca.

Va da sé che, se quella di Joseph Ratzinger non era una rinuncia, rimane lui l’unico legittimo Vicario di Cristo. Ecco perché è qui la chiave di tutta l’intricata vicenda. Chiave di San Pietro, ça va sans dire.

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Cultura

Libertà d’espressione, dagli Usa un altro passo verso l’orwelliano “Miniver”

Il Dipartimento della Sicurezza americano si inventa un “Consiglio Direttivo sulla Disinformazione”: e intanto il principale quotidiano italiano insinua che certe categorie di cittadini non abbiano diritto di parola…

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The Big Brother is watching you, Libertà d'espressione
The Big Brother is watching you

Da www.romait.it

Che vi sia un attacco concentrico (e a vari livelli) contro la libertà d’espressione è ormai acclarato. L’ultimo esempio in tal senso proviene dagli Stati Uniti, ma trova un’inquietante corrispondenza nella stampa italiana. A ulteriore conferma di quanto fosse stato profetico lo scrittore britannico George Orwell nel suo capolavoro 1984.

The Big Brother is watching you, Libertà d'espressione
The Big Brother is watching you

L’attacco concentrico alla libertà d’espressione

Qualche giorno fa, il conduttore Giovanni Floris ha rilasciato un’intervista al Corsera. Durante la quale gli è stato chiesto, tra l’altro, se sia «giusto dare voce in tv ieri ai No Vax, oggi ai Pro Putin».

Una domanda, va da sé, estremamente faziosa, proprio come fazioso è il modo in cui le suddette categorie vengono rappresentate dal cosiddetto “quarto potere”. Che, per esempio, ha incluso tra i no vax tutti coloro che esprimono perplessità, non solo irrazionali o paranoiche, sui vaccini anti-Covid. Proprio come adesso annovera tra i sostenitori del Presidente russo anche quanti osano criticare la linea para-interventista del Governo di Mario Draghi sulla guerra in Ucraina.

Bavaglio alla libertà d'espressione
Bavaglio alla libertà d’espressione

L’aspetto più grave, però, è che il principale quotidiano del Belpaese insinui che ad alcune classi di cittadini vada negato, aprioristicamente, il diritto di parola. Il che peraltro non sorprende nemmeno più di tanto, considerando che i media mainstream sembrano avere una concezione piuttosto singolare della libertà d’espressione. Che ritengono possa essere messa in pericolo da Elon Musk ma non, per dire, dall’assurdo e anti-democratico banning del Presidente Usa in carica Donald Trump.

Verso il Miniver orwelliano?

Forse è per questa Weltanschauung che in Italia è passata completamente sotto silenzio la nuova fuga in avanti arrivata, guarda caso, proprio da oltreoceano. Dove il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security), come riporta CBS News, sta creando un “Consiglio Direttivo sulla Disinformazione” (Disinformation Governance Board). Che, aggiunge l’Associated Press, avrà il compito precipuo di contrastare le fake news sulla Russia e sulla situazione (affatto buona) dei migranti al confine messicano.

Per essere chiari, un comitato dipendente da un ufficio equiparabile al Ministero dell’Interno deciderà cos’è vero e cos’è falso su un paio di temi vagamente scottanti. Un progetto che, come ha commentato la senatrice repubblicana Joni Ernst, ci porta un passo più vicini alla costituzione del “Ministero della Verità”, l’orwelliano Miniver.

Su questo che è un pericolo reale, però, “ogne lingua devèn, tremando, muta”. Perché la propaganda del pensiero unico, per definizione, non può che essere “buona”, proprio come, parafrasando sempre Orwell, i bavagli politically correct sono più uguali degli altri. Sic!

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Cultura

Wimbledon, ecco perché il “bando bellico” è solo ipocrisia politically correct

Djokovic e Panatta contro l’esclusione degli atleti russi e bielorussi dal Tempio del Tennis: “La politica non interferisca con lo sport”. Ma Roma vorrebbe accodarsi (anche se tecnicamente incontrerebbe parecchi ostacoli)

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Wimbledon
Wimbledon

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Wimbledon, il Tempio londinese del tennis, ha deciso di escludere gli atleti di Mosca e Minsk dal torneo che inizierà il prossimo 27 giugno. Un provvedimento insensato, che non risponde ad alcuna esigenza reale, ma solo alle il-logiche del politically correct. Tant’è che il Governo italiano, sovente in prima linea quando si tratta di assurdità, sta valutando di accodarsi – anche se incontrerebbe ostacoli decisamente maggiori.

Wimbledon
Wimbledon

Il bando degli atleti russi e bielorussi da Wimbledon

Di fronte a una «aggressione militare ingiustificata e senza precedenti, sarebbe inaccettabile che il regime russo ricavasse benefici dalla partecipazione di giocatori russi e bielorussi ai Championships. È dunque nostra intenzione, con profondo rammarico, negare l’iscrizione a Wimbledon ai giocatori russi e bielorussi».

Così una nota ufficiale dell’All England Club, comitato organizzatore del torneo di tennis più importante in assoluto. Che quindi per l’edizione 2022 applicherà un “bando bellico” ad alcuni dei principali atleti al mondo. Tra cui, in campo maschile, il numero 2 della classifica ATP Daniil Medvedev, Campione degli US Open 2021, e il numero 8 Andrej Rublëv. In campo femminile, la numero 4 della graduatoria WTA Aryna Sabalenka, semifinalista a Wimbledon 2021, e la ex leader mondiale Viktoryja Azarenka.

Secondo La Repubblica, il Premier Mario Draghi starebbe pensando a una disposizione analoga per il Master 1000 di Roma, al via il prossimo 2 maggio. Tuttavia, mentre l’organizzazione del terzo Slam della stagione è demandata a privati, quella degli Internazionali d’Italia dipende dalle associazioni dei giocatori professionisti. Le quali, come scrive la Gazzetta dello Sport, ritengono che la fuga in avanti di Church Road sia «ingiusta» e possa «rappresentare un pericoloso precedente». Per questo, aggiunge il Corsera, stanno già pensando a delle sanzioni – e col Foro Italico potrebbero avere la mano perfino più pesante.

Le polemiche per il “bando bellico”

La scelta ha prevedibilmente scatenato una ridda di polemiche, con Adriano Panatta che, come riporta Sport Mediaset, l’ha definita senza mezzi termini «una str…ata». Ricordando inoltre che «Medvedev e Rublëv tra l’altro mi pare abbiano già dissentito da quanto sta facendo» la Russia.

Di «decisione folle» ha parlato invece, come riferisce Sky TG24, il numero al mondo (e detentore del titolo sull’erba inglese), il serbo Novak Djokovic. Nole, quest’anno ostracizzato a sua volta dall’Australian Open per la diatriba vaccinale, come rileva l’AdnKronos ha precisato che «non sosterrò mai la guerra, essendo io stesso figlio della guerra». Tuttavia, «gli atleti non c’entrano niente con la guerra. Quando la politica interferisce con lo sport, il risultato non è buono».

Oltretutto, questa misura in particolare è anche fortemente ipocrita, perché non si possono mettere nel mirino i conflitti a targhe alterne. Se si penalizzano degli sportivi per la guerra in Ucraina, lo si dovrebbe fare con tutti gli appartenenti a Nazioni che hanno ingaggiato dei combattimenti, cominciando dagli Usa. Altrimenti si tratta solo di un insopportabile doppiopesismo: o, per dirla in termini tennistici, di un clamoroso doppio fallo.

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Cultura

Natale di Roma, buon 2.775simo “compleanno Capitale” all’Urbe!

Secondo la tradizione, la Città Eterna fu fondata da Romolo il 21 aprile del 753 a.C. Quasi tre millenni dopo, forse il migliore augurio resta ancora quello espresso dal poeta Orazio nel “Carmen Saeculare” del 17 a.C.

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Natale di Roma
Natale di Roma

Da www.romait.it

Oggi, 21 aprile, è il giorno del Natale di Roma, che quest’anno spegne ben 2.775 candeline. Un vero e proprio “genetliaco Capitale”, che l’amministrazione capitolina ha deciso di festeggiare con una serie di eventi all’insegna della Cultura. E a cui anche noi, più modestamente, siamo lieti di offrire il nostro contributo.

Natale di Roma
Natale di Roma

Gli eventi del Natale di Roma

Oggi, dunque, è il Natale di Roma. Una ricorrenza speciale, celebrata dal Campidoglio mediante visite guidate, appuntamenti didattici, inaugurazioni, mostre, concerti, spettacoli teatrali e proiezioni cinematografiche.

Tra le tante iniziative, come ricorda RaiNews, l’accesso gratuito per tutti ai Musei di Roma Capitale e l’inaugurazione del Planetario all’interno del Museo della Civiltà Romana. Ma anche la passeggiata a Villa Borghese, la visita guidata al Casino Nobile di Villa Torlonia e l’apertura straordinaria degli Acquedotti Claudio e Felice. Nonché il “Tracciato del solco”, la rievocazione della fondazione dell’Urbe da parte di Romolo. Che, secondo una tradizione risalente a Marco Terenzio Varrone, avvenne il 21 aprile del 753 a.C.

La Storia dell’Urbe

Da quel momento Roma è stata spesso sinonimo di Storia, a partire del periodo dei leggendari Sette Re – di cui il primo fu proprio Romolo. Seguirono la trasformazione in Repubblica nel 509 a.C., la conquista della penisola italica e, tra il III e il II secolo a.C., l’instaurazione dell’egemonia sul Mediterraneo. Con Giulio Cesare prima, e con Ottaviano Augusto poi, vennero gettati i semi dell’Impero Romano. Anche se il primo Imperatore come lo intendiamo oggi fu Vespasiano, l’artefice del Colosseo – che però fu inaugurato, dopo la sua morte, dal figlio Tito. Roma era ormai la Caput Mundi, il centro del mondo, e tale sarebbe rimasta fino alla caduta dell’Impero nel 476 d.C.

Da allora le vicende della città dei Sette Colli si incrociarono sempre più con quelle della Chiesa, che in un certo senso si sostituì alle istituzioni precedenti. Nel 754 d.C., su iniziativa del Re dei Franchi Pipino il Breve, nacque il Patrimonium Sancti Petri, ovvero lo Stato Pontificio.

Era l’inizio del potere temporale dei Papi che, sia pure con qualche breve interruzione, sarebbe durato oltre mille anni. Concludendosi il 20 settembre 1870 quando, in seguito alla Breccia di Porta Pia, Roma fu annessa al Regno d’Italia e proclamata Capitale il 3 febbraio 1871. Status che avrebbe mantenuto anche dopo il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, quando si costituì la Repubblica italiana.

L’augurio per il Natale di Roma

Il resto è storia recente. Dalla “dolce vita” al Trattato che nel 1957 istituì la Comunità Economica Europea – primo nucleo della Ue – alle Olimpiadi del 1960. E molto, molto altro, naturalmente.

Eppure, dopo quasi tre millenni, forse l’augurio più bello che si possa fare per il Natale di Roma è ancora quello espresso dal poeta Orazio. Il quale, nel Carmen Saeculare composto nel 17 a.C., scrisse: «Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius». “Almo Sole, che col carro splendente mostri e nascondi il giorno e diverso e uguale rinasci, che tu non possa mai vedere nulla di più grande della città di Roma”!

Buon compleanno, Città Eterna!

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Cultura

Twitter, l’offerta di acquisto di Elon Musk scatena una “ipocrisia sinistra”

L’uomo più ricco del mondo scatena, suo malgrado, un surreale dibattito: in cui i paladini della censura e i paladini della censura per le idee non allineate al pensiero unico improvvisamente temono per il free speech…

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Elon Musk vuole acquisire Twitter
Elon Musk vuole acquisire Twitter

Da www.romait.it

Era quasi inevitabile che l’interesse manifestato dal supermiliardario Elon Musk per l’acquisizione di Twitter suscitasse le reazioni più disparate. Meno prevedibile era la possibilità che ravvivasse il dibattito sui rischi per la libertà di espressione. Che però, paradossalmente, sono paventati dagli stessi che hanno sempre apprezzato i bavagli per le opinioni dissenzienti rispetto al pensiero unico.

Elon Musk vuole acquisire Twitter
Elon Musk vuole acquisire Twitter

L’offerta di Elon Musk per Twitter

Prendete un personaggio come Elon Musk, visionario Ceo di Tesla e SpaceX con un patrimonio – ci informa La Repubblica – di circa 260 miliardi di dollari. Aggiungete un social network popolarissimo come Twitter, mescolate e avrete la ricetta perfetta per qualcosa di cui (s)parlare.

Nello specifico, il casus belli non è rappresentato tanto dall’Opa da 43 miliardi di dollari sulla piattaforma dei 280 caratteri. Di cui, per inciso, il Nostro è già uno dei maggiori azionisti, avendone comprato a inizio mese una quota pari al 9,2%.

La diatriba, in effetti, si è accesa attorno a un aspetto apparentemente tangenziale – anche se dirimente per ogni società che si dica “democratica”: la libertà d’espressione. È stato lo stesso Musk a dare fuoco alle polveri, intervenendo a Vancouver alla conferenza TED 2022 (l’acronimo sta per Technology, Entertainment and Design).

«Vorrei che Twitter diventasse un’arena inclusiva in cui fosse garantita la libertà di parola» ha affermato il magnate sudafricano. Aggiungendo, per chiarire il concetto, che «se qualcuno che non ti piace può dire qualcosa che non ti piace, allora vuol dire che esiste libertà di parola».

Il dibattito sulla libertà di espressione

Questa posizione pseudo-volteriana (perché Voltaire non ha mai pronunciato la frase più celebre che gli viene attribuita) ha però destato delle perplessità. La Stampa, per esempio, teme che, se l’offerta sarà accettata, (ma stando al Wall Street Journal non sarà così) «sarà Musk l’arbitro mondiale della libertà di espressione».

Un j’accuse che lascia piuttosto perplessi, considerando che il servizio di microblogging sta comprimendo già ora – e già da tempo – il free speech. Come noi stessi raccontavamo solo pochi giorni fa, e come gli stessi utenti di Twitter hanno confermato attraverso un sondaggio online lanciato proprio dall’uomo più ricco del mondo.

Eppure, quanti ora lanciano allarmi sono gli stessi che gongolavano davanti alle vergognose bollinature – e poi alla proscrizione – del Presidente Usa in carica Donald Trump. Storici paladini della censura delle idee non allineate all’imperante politically correct improvvisamente convertitisi sulla via di Elon Musk.

Ipocrisia sinistra in azione, insomma. O magari, per parafrasare George Orwell, tutti gli “standard della community” sono uguali, ma alcuni standard della community sono più uguali di altri.

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Cultura

Pasqua, sapevate dei (numerosissimi) riferimenti nell’Antico Testamento?

Nei Salmi e nei Profeti ci sono numerosissimi riferimenti alla Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo: tutti puntualmente verificatisi, come ricorda in primis il Vangelo secondo Giovanni

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Scala verso il Paradiso, Pasqua
Scala verso il Paradiso

Da www.romait.it

Com’è noto, la Pasqua cristiana celebra la Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, avvenuta nel terzo giorno dopo la Sua Passione e morte in Croce. Eventi narrati primariamente (ma non solo) nei quattro Vangeli. Ma che erano già stati preannunziati secoli prima nell’Antico Testamento.

Scala verso il Paradiso, Pasqua
Scala verso il Paradiso

L’Antico Testamento e i riferimenti alla Pasqua

È quasi sorprendente notare quanti riferimenti contengano le Sacre Scritture a quello che Alessandro Manzoni, ne Il cinque maggio, definì efficacemente “disonor del Golgota”. Ma lo è ancor di più pensare che moltissimi di questi riferimenti siano ante eventum, messi per iscritto centinaia di anni prima che si verificassero.

Particolarmente impressionanti sono i quattro Carmi del Servo del Signore, contenuti nei capitoli 42, 49, 50 e 53 del Libro di Isaia. Uno dei quattro “Profeti maggiori” della Bibbia, vissuto nell’VIII secolo a.C.

Gli ultimi due canti sono forse i più significativi. Nel terzo, in particolare, Isaia descrive proprio la Passione di Gesù. «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50, 6).

Molto forti sono anche le immagini del quarto carme. «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità […]. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca». (Is 53, 2-5, 7).

Le citazioni di San Giovanni

Riferimenti diretti all’Antico Testamento (primariamente ad alcuni Salmi composti dal Re Davide tra l’XI e il X secolo a.C.) si trovano poi nel Vangelo secondo Giovanni. Si prenda, per esempio, la seguente scena sul Calvario: «I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte» (Gv 19, 23-24).

La Scrittura in questione è il Salmo 22: «M’hanno forato le mani e i piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica» (Sal 22, 16-18).

L’incipit dello stesso Salmo, peraltro, è il celeberrimo «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 22, 1). Che venne ripreso dallo stesso Gesù quando «gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”», come riporta San Matteo Evangelista (Mt 27, 46).

Il “discepolo che Egli amava”, inoltre, afferma anche che «Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca» (Gv 19, 28-29). Una citazione del Salmo 69: «Hanno messo fiele nel mio cibo, e mi hanno dato da bere aceto per dissetarmi» (Sal 69, 21).

San Giovanni e la Pasqua

Infine, San Giovanni precisa che, a differenza dei due Ladroni, a Gesù non vennero spezzate le gambe per affrettarne la morte, poiché era già spirato. «Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: “Non gli sarà spezzato alcun osso”» (Gv 19, 36). Il richiamo, stavolta, è al Salmo 34: «Egli preserva tutte le sue ossa; non se ne spezza neanche uno» (Sal 34, 20).

L’Apostolo dichiara di aver riportato questi e altri segni «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel Suo nome» (Gv 20, 31). Con questo auspicio, soprattutto in questi tempi così difficili, auguriamo una buona, Santa Pasqua ai nostri lettori!

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Cultura

Benedetto XVI compie 95 anni (e li festeggerà ancora in sede impedita)

Il giorno del Sabato Santo coincide col genetliaco di Papa Ratzinger: e martedì 19 sarà il diciassettesimo anniversario della sua elezione, mentre crescono ancora i dubbi sulle (non) dimissioni…

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Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Da www.romait.it

Buon compleanno a Papa Benedetto XVI! Oggi, 16 aprile, Joseph Ratzinger compie infatti la bellezza di 95 anni. E, come avvenuto nelle ultime nove occasioni, anche stavolta festeggerà in sede impedita.

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Buon compleanno a Papa Benedetto XVI!

Quest’anno, dunque, il Sabato Santo coincide con il 95simo genetliaco di Benedetto XVI. Il quale, peraltro, oltre alla Pasqua avrà un’ulteriore motivo di celebrazione. Martedì 19 aprile, infatti, ricorrono i 17 anni dalla sua elezione a Sommo Pontefice. Un anniversario che cade in tempi piuttosto complicati, sia su scala globale con la guerra in Ucraina, sia a livello personale.

Non bisogna infatti dimenticare che sono passati solo un paio di mesi dall’ignobile attacco subito dal mite teologo bavarese sulla piaga dei pedofili preti. Un attacco sotto forma di report sugli abusi ecclesiastici nell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga, che muoveva al Vicario di Cristo accuse pretestuose e già confutate.

La tempistica (oltre all’infondatezza) di questa vergognosa macchina del fango messa in moto dalla “sua” Germania era subito apparsa quantomeno sospetta. Alcuni – inclusa RomaIT – si erano infatti chiesti se fosse solo una coincidenza la vicinanza temporale con la scoperta della cosiddetta Magna Quaestio. Ovvero la possibilità concreta che Papa Ratzinger non si sia mai dimesso, essendo piuttosto la celeberrima Declaratio un’attestazione di (Santa) Sede impedita.

La Magna Quaestio

Questo perché, in estrema sintesiil Papa è uno solo (non esistono due Papi, né un Papato “allargato”). Dal 1983 l’ufficio papale si considera composto di due enti: il munus (il titolo divino di Pontefice) e il ministerium (l’esercizio pratico del potere). Secondo il Canone 332 §2 del Codice di Diritto Canonico vaticano, un Successore di San Pietro intenzionato ad abdicare deve rinunciare al munus. Tuttavia, nella Declaratio Papa Benedetto annunciava di lasciare il ministerium.

Come raccontavamo qualche tempo fa, pare proprio che Monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia, semini da anni indizi in questo senso. E recentemente, come riferisce il collaboratore di Libero Andrea Cionci, principale autore dell’inchiesta Vati-gate, su una direzione simile si è mosso anche Monsignor Carlo Maria Viganò.

Insomma, crescono i dubbi sulla “rinuncia” di Benedetto XVI, che sembra sempre più incarnare il katéchon preconizzato da San Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi. Il “trattenitore” del Male che cerca di dilagare nella società e nella Chiesa. Un giorno, chissà, potrebbe anche riuscirci. Intanto, però, tantissimi auguri Santità!

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Cultura

Social network, se Twitter a livello di libertà religiosa sembra la Cina…

Per Pechino la parola “Cristo” viola le regole del regime: stesso pretesto con cui la piattaforma californiana ha censurato un deputato spagnolo per aver scritto “Amen”…

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Censura da parte di Twitter, Social network
Censura da parte di Twitter

Da www.romait.it

I social network stanno diventando sempre più un problema per la democrazia e i diritti fondamentali dei cittadini. Non è certo una novità, considerata l’ancestrale libido per il bavaglio, ma sembra che ora gli assalti in stile pensiero unico si stiano intensificando. Come dimostra il fatto che, in materia di libertà religiosa, l’Occidente civilizzato si sta comportando in modo inquietantemente simile alla Cina.

Censura da parte di Twitter, Social network
Censura da parte di Twitter

I bavagli precedenti

Twitter, abbiamo (di nuovo) un problema di libertà. Battuta che in effetti potrebbe adattarsi un po’ a tutti i social network – e non solo, visto il recente caso di Alessandro Orsini. Però è la Big Tech californiana a fare (e da parecchio) la parte del leone – da tastiera, ça va sans dire.

Basterebbe ricordare  la vicenda più eclatante, la serie di bollinature seguite dal ban del Presidente in carica degli Stati Uniti Donald Trump. Di cui, per dire, vennero cancellati come fake news i cinguettii sull’ottenimento del vaccino anti-Covid entro la fine del 2020, come invece si sarebbe puntualmente verificato. E non è neppure un episodio isolato.

Si pensi allo scoop del New York Post sui traffici “opachi” di Hunter Biden, figlio di Sleepy Joe, di cui noi stessi abbiamo recentemente parlato. L’inchiesta era costata al quotidiano della Grande Mela il blocco dell’account sulla piattaforma dei 280 caratteri. Peccato che ora, dopo un anno e mezzo di dileggio, anche la stampa liberal d’Oltreoceano abbia dovuto ammettere che era tutto vero.

La censura dei social network

Evidentemente però le vecchie abitudini sono dure a morire, e così il servizio di microblogging ci è ricascato – anzi, ha alzato decisamente il tiro. Non tanto perché stavolta, come riporta Il Timone, ha censurato Víctor Manuel Sánchez del Real, deputato spagnolo del partito Vox. Quanto perché i tweet incriminati contenevano la parola “Amen” e l’espressione “Viva Cristo Re” che, a quanto pare, violerebbero le regole sulla pubblicazione di «informazioni private».

Tempismo perfetto, vista la coincidenza con l’inizio della Settimana Santa. Ma anche perché, quasi contemporaneamente, si registrava un’insolita quanto allarmante concordia rerum con Pechino. Dove, come racconta ChinaAid, sotto la tagliola delle “Misure per la Gestione dei Servizi di Informazione Religiosa su Internet” è finito addirittura Nostro Signore Gesù.

Se n’è accorto un gruppo cristiano che, sull’app locale WeChat, voleva consigliare delle letture, tra cui la celeberrima “Imitazione di Cristo”. Tuttavia, al tentativo d’invio della comunicazione è apparso un messaggio che avvisava come la parola “Cristo” infrangesse le normative del regime.

L'app WeChat censura la parola Cristo
L’app WeChat censura la parola “Cristo”

Insomma, l’azienda fondata da Jack Dorsey se la sta battendo con il Paese del Dragone. Chissà come saranno orgogliosi dalle parti di San Francisco.

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Cultura

Astronomia, Hubble fotografa Earendel, la stella “tolkieniana” dei record

L’astro, la cui luce ha viaggiato per 12,9 miliardi di anni, è nato 900 milioni di anni dopo il Big Bang: è stato chiamato Earendel (“stella del mattino” in inglese antico), ed è stato osservato grazie a un fenomeno previsto da Einstein

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Earendel, Astronomia
La stella Earendel, indicata dalla freccia nell'ingrandimento

Da www.romait.it

La NASA ha annunciato una scoperta eccezionale nel campo dell’astronomia. È stata infatti fotografata quella che, attualmente, è la stella singola più lontana (e dunque più antica) mai osservata dalla Terra. Alla quale è stato dato un nome estremamente evocativo, mutuato dal Maestro del fantasy J. R. R. Tolkien.

Earendel, Astronomia
La stella Earendel, indicata dalla freccia nell’ingrandimento

Una scoperta eccezionale nel campo dell’astronomia

Lo straordinario scatto si deve al telescopio spaziale Hubble che, come sottolinea la NASA, ha infranto un record spaziale. Perché l’immagine che ha catturato è quella del corpo celeste più remoto su cui si sia mai posato l’occhio dell’uomo. Una stella la cui luce ha viaggiato per 12,9 miliardi di anni prima di raggiungerci ma che, a causa dell’espansione dell’Universo, dista in realtà 28 miliardi di anni luce. Il che implica che quest’astro si è acceso circa 900 milioni di anni dopo il Big Bang, che su scala siderale è un battito di ciglia.

Quest’oggetto cosmico è stato immortalato grazie a un effetto chiamato “lente gravitazionale”, che sostanzialmente ingrandisce di migliaia di volte l’immagine originaria. Un fenomeno che, come ha spiegato a Repubblica Andrea Ferrara, professore di Cosmologia della Normale di Pisa, venne teorizzato da Albert Einstein. Che però lo considerava solamente «una curiosità matematica» nell’ambito della relatività generale, e non riteneva che «lo avremmo osservato mai dal vero».

Earendel, un omaggio a Tolkien

La stella è stata battezzata Earendel: un omaggio al Mezzelfo Eärendil, un personaggio di Arda, l’immaginario universo tolkieniano. Si tratta di un nome profondamente suggestivo perché, sebbene nella lingua elfica significhi “amante del mare”, in inglese antico vuol dire “stella del mattino”. Tanto che, come ricorda l’INAF, ne Il Signore degli Anelli – Le due torri Frodo esclama: «Ti saluto, o Eärendil, la più luminosa delle stelle!»

Earendel non è probabilmente l’astro più splendente, pur brillando milioni di volte più del Sole – di cui ha una massa 50 volte maggiore. Potrebbe inoltre avere una “compagna”, come precisa l’ANSA, suggerendo la possibilità che si tratti di un sistema binario. Ma soprattutto, visto il tempo necessario affinché la sua luce arrivasse fino a noi, potrebbe essere già morta. Un destino scritto, in tutto e per tutto, nelle stelle.

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