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Economia

Salva-Stati, M5S e Pd hanno MES Conte all’angolo

I dem vogliono l’approvazione integrale del trattato, Di Maio irritato col Premier sbotta: “Decide il M5S se e come dovrà passare”. Soffiano venti di crisi?

Mirko Ciminiello

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Conte, Di Maio e Gualtieri durante l'informativa del Premier sul MES. Foto dal sito del Governo

Il senso dell’accerchiamento l’aveva reso benissimo una frase del bi-Premier Giuseppe Conte. «Ma cosa c’entra Luigi Di Maio?» aveva ringhiato ai giornalisti che gli chiedevano se le riserve di Giggino e dei grillini sul Fondo salva-Stati potessero mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo rosso-giallo.

Il Presidente del Consiglio era appena uscito dal Senato dopo il secondo atto della sua informativa sul MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), tramutata in un attacco ai leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Presumibilmente stanco e visibilmente nervoso, è possibile che non si fosse accorto di ciò che era già balzato agli occhi di tutti: l’assenza del Ministro degli Esteri, che aveva preferito disertare l’appuntamento di Palazzo Madama per trincerarsi alla Farnesina con alcuni dei suoi fedelissimi. Un gran rifiuto che, oltretutto, seguiva immediatamente il gelo di Montecitorio, teatro della prima parte dello show del BisConte che aveva visto l’ex vicepremier ostentatamente e ostinatamente immobile anche quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano provato ad accennare qualche timido applauso.

A scatenare l’ira funesta del leader pentastellato era stata, pare, una velenosissima frecciata scagliata ex abrupto da Giuseppi che, nella foga di difendere il proprio operato, aveva in pratica rimarcato che tutti i Ministri sapevano dei negoziati: «tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’esecutivo». Stoccata diretta a nuora (Salvini) perché suocera (Di Maio, appunto) intendesse. E la suocera ha inteso. Fin troppo bene.

E, una volta placatesi le onorevoli escandescenze, ha affidato a Facebook la sua reazione, indirizzata in primo luogo proprio all’ex Avvocato del popolo: «Giuseppe Conte ha detto ieri, nel suo discorso alle Camere, che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Certamente sapevamo che il Mes era arrivato ad un punto della sua riforma, ma sapevamo anche che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi.

Cosa significa? Che le banche di tutti i Paesi, Italia compresa, devono essere aiutate in caso di difficoltà e che chi ha un conto corrente deve essere tutelato. Per questo, per il MoVimento 5 Stelle, queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta, sennò qui il rischio è che vada a finire che ci fregano». Ed ecco perché il capo politico del M5S ha esortato le altre forze della maggioranza a prendersi «del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo».

Intento più che lodevole, se non fosse che evocava una delle principali questioni che Conte aveva lasciato irrisolte e che, non a caso, il Capitano aveva provveduto a sottolineare con una punta di ironia: «O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio».

Il segretario della Lega si riferiva alle ormai arcinote dichiarazioni del Ministro dell’Economia, secondo cui «il testo del trattato è chiuso» e non è pertanto possibile «riaprire il negoziato» con l’Europa. Il Capo del Governo non ha smentito il suo Cancelliere dello Scacchiere, limitandosi a precisare di non aver firmato alcun accordo: il che formalmente salverebbe le prerogative del Parlamento ma, sostanzialmente, porrebbe le Camere di fronte a un testo inemendabile da ratificare a scatola chiusa.

Ed è da questo orecchio che Giggino non ci vuol sentire: «Il MoVimento 5 Stelle continua ad essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».

Ed è quel “come e se” la chiave di volta per capire quanto la situazione sia tesa. Da un lato, infatti, c’è il Partito Democratico che, fedele all’usato ruolo di utile idiota della Ue, spinge per l’approvazione del testo così com’è – e non a caso Di Maio avrebbe tuonato ai suoi che «il Premier è spalmato sulle tesi del Pd». Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che, soprattutto al Senato, minacciano sfracelli, spalleggiati anche da Alessandro Di Battista che ha rotto il proprio silenzio commentando laconico il post del suo gemello diverso: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

Tanto basta a capire che Giuseppi è stato MES all’angolo – e par già che s’odano le parole “stai sereno”. Dopotutto, dalla crisi di nervi alla crisi di Governo è un attimo.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Mes pandemico, nuove tensioni nel Governo, che però può stare sereno

Conte e il Ministro Gualtieri mettono in guardia contro il Fondo salva-Stati, mandando su tutte le furie Pd e Iv. Poi arriva il chiarimento, e non è nemmeno l’unico motivo per cui il Premier può dormire sonni tranquilli

Mirko Ciminiello

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mes pandemico: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Il cosiddetto Mes pandemico o sanitario è tornato a mandare in fibrillazione una maggioranza che sul tema è sempre stata bellicosa – per usare un eufemismo. “Colpa” del bi-Premier Giuseppe Conte che, all’interno della conferenza stampa di presentazione dell’ultimo (in senso cronologico) Dpcm, ha espresso sullo strumento un giudizio tranchant. Salvo poi fare la parziale retromarcia tipica dei politici quando si accorgono che il sasso che avevano lanciato ha intorbidato le acque.

Tensioni sul Mes pandemico

«Il Mes non è la panacea come viene rappresentato». L’ex Avvocato del popolo ha emesso la sua sentenza, e già questa è una notizia, non tanto per la “bizzarria giuridica” quanto per l’inusuale volitività del Nostro, notoriamente incline all’attendismo. «I soldi del Mes sono dei prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive, si possono coprire spese già fatte e vanno a incrementare il debito pubblico. Se li prendiamo dovrò intervenire con tasse e tagli perché devo mantenere il debito sotto controllo».

Apriti cielo, con il segretario dem Nicola Zingaretti che ha dato per primo fuoco alle polveri. «Un tema così importante come il Mes va affrontato in Parlamento e tra Governo e maggioranza, non in una battuta in conferenza stampa» ha tuonato.

Durissimo anche l’attacco del leader di Iv Matteo Renzi, con tanto di riferimento agli omologhi del Carroccio, Matteo Salvini, e di FdI, Giorgia Meloni. Segno che certamente il senatore fiorentino sa quali spauracchi agitare, e forse inizia a capire che ormai difficilmente può brillare, se non di luce riflessa.

Dicendo NO al Mes il Premier Conte fa felici Meloni e Salvini ma delude centinaia di sindaci e larga parte della sua…

Pubblicato da Matteo Renzi su Lunedì 19 ottobre 2020

L’aspetto paradossale è che anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, esponente del Pd, seppure favorevole al Mes pandemico ha scelto la via della prudenza. Spiegando che il Meccanismo Europeo di Stabilità «non è un fondo perduto» e «fa risparmiare circa 300 milioni di interessi in 10 anni». È una linea di credito da circa 36 miliardi a tasso quasi zero, immaginata per chi è in deficit di liquidità – che non è il caso dell’Italia.

La prudenza del Ministro Gualtieri

Il Cancelliere dello Scacchiere ha insistito sull’assenza di vincoli oltre quello di «usare queste risorse in ambito sanitario», il che rappresenta un tasto dolente. Perché l’esclusione dal Fondo salva-Stati delle condizionalità macroeconomiche – quelle, per intenderci, che hanno “regalato” la trojka alla Grecia – è solamente un gentlemen’s agreement. Di qui i timori che possano rispuntare in un secondo tempo – con annesso commissariamento – che è il motivo dell’ostilità verso il Mes. Che a sua volta non è un’esclusiva di Lega e Fratelli d’Italia, essendo condivisa pure dal M5S.

Ma il titolare di via XX Settembre è andato anche oltre, lanciando sugli euro-finanziamenti un avviso ai naviganti. «Non sono 37 miliardi in più per la sanità», e possono avere un costo in termini di stabilità, spread e “stigma” dei mercati.

Lo ha evidenziato anche Giuseppi, che comunque alla fine ha ricomposto la frattura affermando che del Mes pandemico si discuterà nelle «sedi opportune». E, soprattutto, concedendo a Zinga il sospirato vertice per un «patto di legislatura» che dovrebbe dare «nuova linfa all’azione del Governo». Un passaggio che si dovrebbe concretizzare dopo gli Stati Generali dei grillini, e che è stato accolto favorevolmente dal Governatore del Lazio.

Nell’ordine, quindi, si dovrebbero tenere prima il tavolo intergovernativo (l’ennesimo) e poi la conta in Aula invocata a gran voce da via del Nazareno. Ulteriore conferma di quanto sia azzeccato, per il Presidente del Consiglio, il soprannome di Signor Frattanto.

Mes pandemico, pochi rischi per il Governo

Il rammendo ai semi-scontri con mezza coalizione non è l’unico motivo per cui Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore può stare sereno – e non in senso renziano. In effetti, pur con tutte le tensioni del caso, è poco probabile che all’orizzonte spuntino minacce reali per l’esecutivo rosso-giallo. Neppure dal futuro redde rationem in Parlamento.

Lo dimostra il fatto che, poco più di una settimana fa, a Montecitorio si è già tenuta una votazione sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Si trattava di una risoluzione presentata da Forza Italia e Noi con l’Italia favorevole all’uso dello strumento, che la Camera ha bocciato senza appello. Peraltro con il voto contrario anche dei democratici, circostanza che ha suscitato il sarcasmo del deputato leghista Claudio Borghi.

Certo, le prospettive delle mozioni cambiano in base all’area politica che le presenta, ma intanto la possibile spallata è stata ancora una volta rimandata. Per la gioia degli onorevoli di maggioranza, che hanno procrastinato ancora il Reddito di cittadinanza. E, forse, anche con un certo sollievo dell’opposizione che, al netto delle schermaglie mediatiche, non sembra ansiosa di assumere un fardello come la gestione della crisi da Covid-19.

Oltretutto, sul Mes pandemico (e anche su quello “classico”) la discussione è piuttosto sterile. Se le posizioni degli ex alleati giallo-verdi (e dei meloniani) resteranno immutate, semplicemente non ci sarà modo di dare il disco verde al Salva-Stati. Mundum numeri regunt.

I dubbi sulla Manovra

Sarebbe invece decisamente più interessante focalizzare il dibattito su un altro giallo finanziario, relativo alla Manovra 2021. Nella quale il Mef ha inserito 15 miliardi del Recovery Fund che, com’è universalmente noto, allo stato equivalgono praticamente ai soldi del monopoli.

Ecco, su questo insignificante dettaglio – come anche sull’approvazione “salvo intese” della legge più importante dello Stato – forse qualcuno dovrebbe avere da ridire. Qualcuno, s’intende, situato molto più in alto dell’intero arco costituzionale.

Brute, dormis?, verrebbe quasi da chiedersi, se il paragone non fosse irriverente. Sonni tranquilli li dorme, senza ombra di dubbio, il leguleio volturarese. Che magari non prenderà pesci, però nemmeno rischi. Di questi tempi, scusate se è poco.

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Economia

Nuovo Dpcm di ottobre, stretta su locali e feste private, nulla sui trasporti

Ulteriori restrizioni sulle attività di ristorazione, ignorato l’allarme degli esperti sui mezzi pubblici. E in piena notte il Governo che “non lavora col favore delle tenebre” approva una Manovra che include già i fantomatici fondi Ue…

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm di ottobre
Il nuovo Dpcm

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Dpcm di ottobre che rende già obsoleto quello varato appena cinque giorni prima. Il candidato consideri che:

a) Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri consente l’apertura delle attività di ristorazione tra le 5 e le 24, con il consumo ai tavoli. Diversamente, la somministrazione avverrà fino alle 18. Misura necessaria dopo che un barista catanzarese aveva beffato il precedente Dpcm, che contemplava solo la chiusura dei locali a mezzanotte, riaprendo alle 00:15. Il che fa già abbastanza ridere di suo.

b) Il Governo inoltre impone ai ristoranti un massimo di sei persone per tavolo, e “raccomanda fortemente” di evitare le feste anche a casa. Chissà come faranno nel prossimo Consiglio dei Ministri

c) In compenso, il nuovo Dpcm di ottobre ignora completamente la vexata quaestio dei mezzi pubblici. Che vari scienziati considerano un fattore di rischio contagio, e che ha già scatenato la fulminante ironia social. Eppure, magari basterebbe spiegare al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli che “metro di distanza” non ha nulla a che vedere con la metropolitana

d) Preventivamente, invece, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva affermato che sui provvedimenti anti-Covid serve «serietà». Quindi dopo, coerentemente, avrà lasciato il Cdm…

Serietà per favore, da parte di tutti. Il governo deciderà nel più breve tempo possibile le misure più stringenti anti…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Domenica 18 ottobre 2020

Oltre il nuovo Dpcm di ottobre: la Manovra 2021

e) Frattanto, l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato a notte inoltrata (anche) la Manovra 2021, “salvo intese”. Formula che, tradotta dal volturarappulese, significa “io speriamo che me la cavo”.

f) La Finanziaria, come ha illustrato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ammonta a quasi 40 miliardi. «Circa 24 stanziati direttamente in bilancio a cui si aggiungono oltre 15 miliardi dal programma Next Generation EU». Che, come abbiamo argomentato fino alla nausea, verosimilmente porta questo nome perché, viste le euro-liti, dei fondi comunitari beneficerà (forse) la prossima generazione di Europei. E anche questa, soprattutto alla luce dell’atavico affetto di Bruxelles verso l’Italia, fa già abbastanza ridere di suo.

Ciò posto, anche in virtù del fatto che il bi-Premier Giuseppe Conte ha parlato in orario digestivo, descriva il candidato la recente cena delle beffe.

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Economia

Dpcm di ottobre, il Premier Conte a Bruxelles tra i nodi italo-europei

Il problema trasporti pubblici si aggiunge ad altri capitoli di spesa, come quello relativo all’occupazione femminile. Il Governo confida nei finanziamenti comunitari e, col Recovery Fund a un bivio, spera che la notte porti Consiglio (Ue)

Mirko Ciminiello

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dpcm di ottobre: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Varato il Dpcm di ottobre, il bi-Premier Giuseppe Conte è ora alle prese con critiche e criticità. Molte delle quali, seppur saldamente radicate nel Belpaese, spingono i loro rami fin nel cuore della vecchia Europa. Dove l’ex Avvocato del popolo si accinge a partecipare a un summit per il quale ha ricevuto dal Parlamento un mandato ben preciso.

I nodi del Dpcm di ottobre

«Quello del trasporto pubblico urbano è un tema vero» ha ammesso il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Anzi, probabilmente è, al momento, il tema dei temi. Nonché l’attuale casus belli tra Regioni e Comitato tecnico scientifico, invischiati nel paradossale dualismo tra salute ed efficienza del servizio.

Attualmente, la capienza massima nei mezzi pubblici è pari all’80%. O meglio, dovrebbe, perché in molti casi si supera abbondantemente il 100%. Lo hanno sottolineato gli esperti, ma emerge anche da un’inchiesta del Corsera tra i pendolari romani, vittime di corse insufficienti, treni affollati, scale mobili guaste. E nessun controllo ai varchi d’accesso.

Il Cts ha chiesto di tornare alla metà del riempimento, ma una simile percentuale finirebbe per penalizzare gli utenti. «Ipotizzando una riduzione al 50% della capienza massima, si impedirebbe a circa 275mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto». Così l’ASSTRA, l’Associazione Trasporti che riunisce le società di trasporto pubblico locale.

Per ovviare al problema, gli enti locali hanno comunque suggerito una soluzione – nemmeno particolarmente originale. Hanno infatti chiesto sussidi per un totale di 300 milioni di euro. A conferma che è tutto (o quasi) questione di vile danaro.

Vale anche per il nodo dell’occupazione femminile, che Giuseppi ha promesso di rafforzare accogliendo «l’impegno contenuto nella risoluzione di maggioranza approvata» dalle Aule.

In concreto, l’esecutivo rosso-giallo prevede «agevolazioni per le donne e madri lavoratrici» e l’istituzione dell’assegno unico universale per ogni figlio a carico. Provvedimento, quest’ultimo, che come ha anticipato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrebbe partire dal 2021, per poi entrare pienamente a regime con la riforma fiscale dell’anno successivo. Anche per non smentire la tendenza dilatoria del Signor Frattanto.

L’incognita Recovery Fund

Il leguleio volturarese si era presentato in entrambe le Camere per le comunicazioni in vista dell’imminente Consiglio europeo, che riveste un’importanza capitale. Soprattutto dopo la lite tra i Governi e l’Europarlamento che ha bloccato la trattativa sul Bilancio pluriennale della Ue. Che è una conditio sine qua non per l’erogazione dei finanziamenti del mitologico Recovery Fund.

Non a caso, il Presidente del Consiglio era tornato a sollecitare «l’attuazione normativa del piano Next Generation Eu», sul cui nome abbiamo esaurito le battute. «Continuiamo a sostenere lo sforzo dei vertici delle istituzioni comunitarie volti ad evitare i rinvii dell’operatività. Non ci possiamo permettere ritardi».

L’asse Roma-Bruxelles è stato confermato anche dal voto parlamentare sulla risoluzione di maggioranza, che impegna il Governo ad agire sul Consiglio Ue. Affinché giunga nel più «breve tempo possibile ad un accordo con i partner europei al fine di usare le risorse della Next Generation Eu».

Facile a dirsi, molto meno a farsi – e non è un dettaglio irrilevante. Come infatti spiegavamo qualche giorno fa, la Manovra approntata dal Cancelliere dello Scacchiere si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Fondo per la Ripresa.

Curiosamente, anche la Nadef, proprio come il Dpcm di ottobre, ha ricevuto ben oltre il crepuscolo il via libera dell’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre». A questo punto, ci auguriamo che la notte porti Consiglio. Ue, ça va sans dire.

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Economia

Nadef, nella Manovra riforma fiscale, sgravi per il Sud e assegno per i figli

Il Ministro Gualtieri illustra la Nota di Aggiornamento al Def, che prevede la riduzione delle tasse e l’aumento del deficit. Permangono le incognite Bruxelles, Recovery Fund, e anche gli onorevoli in isolamento fiduciario

Mirko Ciminiello

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nadef
La Nadef

Con la metà di ottobre ormai incipiente, si avvicina a larghi passi la scadenza “europea” della Nadef – contestuale a quella del Recovery Plan. Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è dunque presentato in audizione davanti alle Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato. Dando delle anticipazioni importanti sulla roadmap che il Governo rosso-giallo intende seguire. Una volta superata la prova dell’Aula, ça va sans dire.

La Nadef e la prova dell’Aula

Mercoledì 14 ottobre, giorno del giudizio. Per la Nota di Aggiornamento al Def, si intende. È infatti la data in cui il Parlamento inizierà la discussione del provvedimento che anticipa la Manovra. Il voto, previsto per giovedì, soprattutto a Palazzo Madama potrebbe riservare sorprese – per quanto l’eventualità sia poco probabile.

La maggioranza rosso-gialla deve infatti fare i conti con le assenze degli onorevoli positivi al Covid-19 o in isolamento fiduciario. Un problema che si era già presentato la settimana scorsa, quando a Montecitorio era mancato per due volte il numero legale. In quel caso si erano equiparati i deputati in quarantena a quelli in missione per abbassare il quorum. Per la Nadef, però, occorre la maggioranza assoluta in entrambe le Aule: vale a dire 316 sì alla Camera e 161 al Senato.

A Montecitorio, attualmente, sono una quindicina le defezioni che si registrano nella maggioranza, che però è sufficientemente salda da non temere scossoni. Discorso diverso per la Camera Alta, dove i numeri sono più risicati e anche i cinque senatori che al momento marcherebbero visita potrebbero risultare decisivi.

Non a caso, tutti gli esponenti governativi che sono anche parlamentari sono stati “precettati” in modo da garantire la propria presenza in Aula. E, secondo indiscrezioni, i probiviri del M5S avrebbero congelato auto-processi ed eventuali espulsioni per questo stesso motivo.

In ogni caso, il bi-Premier Giuseppe Conte ha ostentato sicurezza. «I numeri ci sono, la maggioranza è coesa» ha assicurato. Anche perché un aiuto potrebbe arrivare dal Gruppo Misto, così come dai centristi. L’azzurra Paola Binetti, per esempio, ha affermato che, pur essendo orientata a votare no, se fosse in gioco la caduta dell’esecutivo si turerebbe montanellianamente il naso.

Un tempo li si chiamava voltagabbana, ora sono diventati “responsabili”. Governo che vai, usanza che trovi.

I contenuti della Nadef

Nel frattempo, il Cancelliere dello Scacchiere ha illustrato la cornice della Nadef, che prevede un calo del 9% del Pil per il 2020. Una stima, che in caso di «aumento molto forte dei contagi con restrizioni in Europa molto marcate», potrebbe peggiorare – ma non oltre il -10,5%.

L’Italia dovrebbe tornare quindi a crescere gradualmente, del 6% nel 2021, 3,8% nel 2022 e 2,5% nel 2023. «Andamento che consentirà di ritornare a livelli pre-Covid nel terzo trimestre 2022» ha spiegato il titolare di via XX Settembre.

In ogni caso, «la maggiore espansione di bilancio non significa aumento delle tasse», che nel 2021 addirittura «si ridurranno». Questo grazie soprattutto all’estensione «annuale della riduzione del cuneo fiscale, che quest’anno è partita a luglio», e alla fiscalità agevolata per il Sud. Inoltre, si sta «valutando un ulteriore prolungamento della moratoria sui crediti» per le imprese «che scade attualmente il 31 gennaio».

Nella stessa direzione va anche la riforma dell’Irpef, da realizzare nel prossimo triennio, ma col modulo principale che dovrebbe essere «operativo dal 1° gennaio 2022». Obiettivo 2021 invece per l’assegno unico per i figli, un contributo mensile alle famiglie a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al ventunesimo anno di età.

Al momento, si parla di un versamento fino a 200 euro al mese per figlio, che può raddoppiare in caso di disabilità. L’importo verrà comunque calibrato in base a tre fasce di reddito, e sarà accresciuto dal terzo figlio in poi. Dimagrirà invece al compimento dei 18 anni, quando il sussidio potrà essere intascato direttamente dal figlio ormai maggiorenne.

L’ombra del Recovery Fund

Su tutte queste misure grava l’ombra del Recovery Fund, il mitologico Fondo per la Ripresa su cui il Governo Conte ha basato circa metà della Nadef. E che, tuttavia, è ben lungi dall’essere una prospettiva concreta, come raccontavamo qualche giorno fa.

Eppure, il titolare del Mef ha garantito che lo scostamento di Bilancio si avrà in virtù di un incremento del deficit. Viene da chiedersi se lo sappiano anche a Bruxelles.

In caso affermativo, dobbiamo riconoscere che i provvedimenti sembrano andare nella direzione giusta, almeno in linea di principio. Qualunque sostegno alle famiglie e ai lavoratori, qualunque riduzione delle imposte non può che portare giovamento ai cittadini, e quindi all’economia.

Resta, per ora, il nodo delle coperture – ed è un nodo non da poco. Tuttavia, ci auguriamo vivamente che Gualtieri dissipi qualsiasi dubbio e concretizzi il piano finanziario che ha esposto. E noi, da cui spesso sono partite critiche al suo indirizzo, saremo i primi a dirgli, di tutto cuore: bravo, Ministro!

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Economia

Ue e GIMBE, il doppio colpo agli adepti del nuovo ordine sanitario

Le liti tra Europarlamento e Consiglio europeo fanno slittare ancora il Recovery Fund, mentre la Fondazione scientifica fa a pezzi la vulgata emergenziale sul Covid, anche se i media fingono di non accorgersene. Benvenuti nel mondo reale

Mirko Ciminiello

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ue e gimbe: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

E fu così che, a inizio ottobre, Ue e GIMBE riportarono i moderni don Chisciotte del politicamente corretto con i piedi per terra. Da un lato, infatti, Bruxelles ha confermato una volta di più di essere tutto, fuorché il Nirvana di cui vaneggiano i nostri “euroinomani”. Dall’altro, i dati dell’associazione Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze hanno smentito seccamente la vulgata sul coronavirus che motiverebbe lo stato di eccezione. Nel silenzio complice dei megafoni del pensiero unico, ça va sans dire.

La lezione di Ue e GIMBE

Ue e GIMBE hanno assestato un doppio, durissimo colpo agli adepti della branca clinica del politically correct – ovvero il pandemicamente corretto. Cronologicamente, il primo è arrivato dalla Fondazione che punta a promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario.

Mercoledì scorso, l’ente ha diffuso un comunicato relativo al monitoraggio dell’epidemia di SARS-CoV-2 in Italia. La nota è stata ripresa anche dai media mainstream, che però ne hanno fornito un resoconto parziale volto soprattutto a confermarne la narrazione catastrofista.

Così c’è chi ha sottolineato il «picco dei nuovi casi», cresciuti del 42,4% in una settimana, e chi ha puntato sull’impennata della curva dei contagi. Numeri che secondo alcuni sfaterebbero delle «false sicurezze», e secondo altri suonano «la sveglia».

Queste cifre, intendiamoci, sono realmente presenti nel rapporto, che dà conto anche della crescita della percentuale positivi/casi testati, giunta al 4%. Solo che ce ne sono anche altre, che però curiosamente i manutengoli del sistema si sono scordati di menzionare.

«La composizione percentuale dei casi attualmente positivi si mantiene costante dai primi di luglio» ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. «Mediamente il 93-94% dei positivi sono in isolamento domiciliare perché asintomatici/oligosintomatici; il 5-6% ricoverati con sintomi e lo 0,5% in terapia intensiva».

Statisticamente significa che, per esempio, sui 5.372 nuovi casi registrati venerdì 9 ottobre, quelli davvero gravi non arrivano nemmeno a trenta. Mentre oltre 5.000 hanno pochi o nessun sintomo. E, considerando anche il significativo aumento della quantità di tamponi giornalieri, significa che siamo “semplicemente” diventati più bravi a tracciare i contatti dei contagiati.

Cosa che, en passant, l’Istituto Superiore di Sanità aveva già evidenziato un paio di mesi fa. E che non giustifica minimamente alcun allarmismo, a meno che non sia funzionale a extra-disegni. Il che non è possibile, giusto?

Il Recovery not-F(o)und

Poi c’è il discorso sull’Europa e sul mitologico Recovery Fund, che da mesi gli intelliggenti con-due-gi spacciano per la panacea di tutti i mali. Magari sarà anche vero, ma non se i finanziamenti arriveranno alle calende greche.

In effetti, il nome Next Generation Eu avrebbe dovuto far subodorare qualcosina. E, per non smentirsi, gli euroburocrati hanno pensato male di far scoppiare uno scontro istituzionale tutto interno all’Unione Europea. Che ha già avuto l’effetto di paralizzare l’iter relativo al Bilancio pluriennale della Ue, da cui dipende il Fondo per la Ripresa.

Casus belli è stata la proposta del Consiglio europeo – cioè degli Stati membri – che doveva servire come base di discussione sul budget 2021-27 dell’Unione. La presidenza di turno tedesca, stretta tra i vari diktat incrociati, ha stilato un piano fondato sul taglio delle risorse destinate ad alcuni programmi. A cominciare dall’Erasmus e dalle politiche di vicinato e per l’asilo, che lasciano indifferenti (eufemismo) i cittadini comunitari, ma sono imprescindibili per il Parlamento Ue. Tanto per smentire l’idea, così stranamente radicata, che Bruxelles sia solo un carrozzone “con le regine, i suoi fanti e i suoi re”. Sensibilissimo alle istanze delle élites, e lontanissimo dai bisogni della gente.

«È deplorevole che l’Europarlamento abbia perso l’occasione di portare avanti i negoziati», ha dato fuoco alle polveri Sebastian Fischer, portavoce della rappresentanza teutonica.

A stretto giro di posta è arrivato il cinguettio di replica dell’araldo dell’Eurocamera, lo spagnolo Jaume Duch Guillot, che ha confermato l’interruzione dei colloqui. «Senza una valida proposta da parte della presidenza tedesca dell’Ue per aumentare i massimali, è impossibile andare avanti. I margini e la flessibilità sono per esigenze impreviste, non per trucchi di bilancio».

D’altronde, dal Recovery Fund al Recovery not-F(o)und è un attimo.

Da Ue e GIMBE un benvenuto nel mondo reale

Fin qui la cronaca, poi ci sono le implicazioni, soprattutto politiche. Proprio pochi giorni fa, infatti, raccontavamo delle indiscrezioni riguardo alle perplessità del Quirinale e dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulla Nadef. In cui il Governo rosso-giallo aveva già ottimisticamente inserito i fondi europei, e poco mancava che se li fosse anche già spesi.

I dubbi, a quanto pare, attanagliavano anche il Pd, che però se li era fatti passare una volta ottenuto lo smantellamento dei salviniani Decreti sicurezza. Barattando così la solidità dei conti con la solidità di Conte, ulteriormente garantita dalla proroga dei pieni poteri correlati allo stato di emergenza.

Peccato che poi Ue e GIMBE abbiano svelato che queste trame avevano la consistenza di un gigante dai piedi d’argilla. Dando così ai fanatici del nuovo ordine sanitario un ennesimo, salutare benvenuto nel mondo reale.

Benvenuti nel mondo reale

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Economia

Bilancio e bilance, gli equilibrismi di Conte tra Pd, Ue e cittadini esasperati

Il Premier smonta i Dl Sicurezza di Salvini per avere dai dem il via libera alla Nadef malgrado le perplessità di Europa e Quirinale. E, forse per non tirare troppo la corda, nel nuovo Dpcm si limiterà all’obbligo di mascherine anche all’aperto

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Il bi-Premier Giuseppe Conte, ormai è ufficiale, si destreggia tra Bilancio e bilance, inteso proprio come lo strumento che ne misura gli equilibrismi. O meglio, “si sinistreggia”, visto lo spostamento costante e progressivo verso i progressisti, su tutta una serie di istanze. Ognuna particolarmente importante, visto che vanno dall’economia alla sicurezza, fino alle misure anti-Covid destinate ad avere un nuovo, pesante impatto sulla vita dei cittadini.

(Legge di) Bilancio e bilance

Nei giorni scorsi erano trapelate indiscrezioni riguardo a (presunte) perplessità del Quirinale e dell’Ufficio parlamentare di bilancio a proposito della Nota di aggiornamento al Def. La “mamma” della Finanziaria in cui, as usual, il Governo rosso-giallo aveva – pare – già inserito i fondi europei. Malgrado questi abbiano la stessa consistenza ectoplasmatica del M5S alla prova delle urne.

Stavolta, però, l’organismo che vigila sulla finanza pubblica sembrava restio a validare un quadro macroeconomico euro-falsato, trovando sponda nel Colle, ma anche nel Pd. Di cui si sussurrava l’indisponibilità ad avallare cifre irrealistiche tese principalmente all’autocelebrazione del fu Avvocato del popolo. Perlomeno, non prima di aver ottenuto in cambio lo smantellamento dei Dl Sicurezza del nemico – e segretario del Carroccio – Matteo Salvini.

Illazioni oppure no, sta di fatto che a notte fonda l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato i due provvedimenti in sequenza. Dapprima il nuovo Decreto in materia di “immigrazione, protezione internazionale e complementare”, e subito dopo la Nadef.

Però il renzianissimo Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha affermato che la «pagina buia» è quella a cui il Cdm aveva messo fine. In modo simile al segretario dem Nicola Zingaretti che cinguettava giulivo: «i decreti propaganda/Salvini non ci sono più».

È una fortuna che, oltre a genuflettersi ai taxi del mare, la maggioranza rosso-gialla stesse abbandonando la demagogia. Così non avrà certo difficoltà a far rispettare la nuova tipologia di Daspo urbano appena istituita, che vieta l’accesso ai luoghi d’intrattenimento a violenti e spacciatori. Verosimilmente, senza esporne le foto nei locali con tanto di taglia.

Il (vero) stato di emergenza

Poche ore, e il primo do ut des ha subito portato all’approvazione della Legge di Bilancio 2021, o almeno della sua cornice. Una Manovra prevista in deficit per 22 miliardi, con un obiettivo di indebitamento netto al 7% del Pil, rispetto a un tendenziale del 5,7%. E sarà interessante conoscere il giudizio di Bruxelles, che in altri tempi (e con un altro Governo) sbraitava per uno scostamento dall’1,6% al 2,4%.

Già, l’Europa. Che procrastinando il Recovery Fund ha giocato uno scherzo non da poco a Giuseppi, benché qualche guitto potrebbe forse ravvisarvi una sorta di “giustizia poetica”. Considerato che il Nostro ha una tendenza alla dilazione così radicata da essersi meritato (si fa per dire) il soprannome di Signor Frattanto.

Curiosamente, proprio in contemporanea col rinvio comunitario, il Presidente del Consiglio ha anticipato l’intenzione di protrarre lo stato di emergenza fino al prossimo 31 gennaio. Un tempismo eccezionale, che avrebbe anche potuto far pensare che si trattasse di una mossa atta a distogliere l’attenzione del pubblico dall’ennesimo euro-flop. Una specie di arma di distrazione di massa, insomma, visto che fortunatamente non c’è nessuna emergenza in atto.

Non la pensa però così Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale. Secondo cui la proroga «è una dichiarazione di impotenza o peggio ancora incapacità» da parte delle autorità (in)competenti. «Dichiarare uno stato di emergenza non serve a nulla ed è eccessivo. Serve solo perché nello Stato c’è impotenza ad affrontare rapidamente i problemi ordinari», il j’accuse del magistrato. Che ha aggiunto che «se ci sono degli intoppi nel percorso ordinario basterebbe toglierli». Soprattutto considerando che «tutti sapevano che ci sarebbe stata una recrudescenza dei contagi, perché la vita è ricominciata e il virus circola».

Le perplessità di Sabino Cassese sulla proroga dello stato di emergenza.

Pubblicato da Omnibus su Lunedì 5 ottobre 2020

Bilancio e bilance, il piatto del popolo

Bilancio e bilance, si è però detto. E, occasionalmente, sull’altro piatto si palesa anche il popolo (teoricamente) sovrano. Quel popolo che, nell’ultimo biennio elettorale, ha gridato in ogni modo possibile cosa pensi della questione immigrazione. E che inizia a non poterne più nemmeno del regime sanitario da troppi mesi in vigore.

Sarà forse anche per questo, per il timore di star tirando troppo la corda, che il Decreto Ottobre conterrà delle disposizioni “soft”. Lo ha confermato in Parlamento il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza, annunciando che l’unica vera stretta sarà (nuovamente) sull’obbligo di mascherine anche all’aperto. Regola che, en passant, anche il virologo Andrea Crisanti ritiene non risolutiva e «difficilmente comprensibile» se, per esempio, «attraversi la strada da solo e intorno a te non c’è nessuno».

Per il resto, niente “coprifuoco” né orari ridotti per i locali pubblici, anche se le Regioni potranno emanare misure più restrittive. Che potranno far rispettare anche col supporto dell’esercito. In una curiosa inversione di tendenza che porterà i manutengoli del pandemicamente corretto a non morire democristiani, certo, ma militari sì.

Il mondo social, d’altronde, li aveva già fulminati con la consueta ironia. Normale, quando bisogna fare i salti mortali tra Bilancio e bilance.

Se non fosse per la constatazione che a schierare l'esercito per le strade per controllare che i passi di ognuno di noi…

Pubblicato da Gennaro Rossi su Lunedì 5 ottobre 2020

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Economia

Emergenza coronavirus, la proroga di Conte e la “vera emergenza”

Il Premier anticipa che proporrà al Parlamento di confermargli i poteri speciali fino al 31 gennaio. Curiosamente, subito dopo che la Ue ha ammesso che per il Recovery Fund ci vorrà molto più tempo del previsto…

Mirko Ciminiello

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emergenza coronavirus: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

L’emergenza coronavirus, l’emergenza dei conti e l’emergenza d(e)i Conte. Incroci pericolosi su un’asse Roma-Bruxelles divenuto improvvisamente rovente. Ognuno gioca la sua partita, e tutte, a ben vedere, ruotano attorno a dei prolungamenti temporali. Mettendo a rischio la credibilità del Governo rosso-giallo – e forse anche i suoi destini.

Emergenza coronavirus, Conte chiederà la proroga

«Andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza», ragionevolmente fino al 31 gennaio. Questa l’anticipazione del bi-Premier Giuseppe Conte, che ha così confermato le indiscrezioni degli ultimi giorni.

L’attuale stato eccezionale scadrà il prossimo 15 ottobre, ma il Comitato tecnico scientifico ha esortato l’esecutivo a protrarlo fino al primo anniversario della sua proclamazione. L’emergenza coronavirus, infatti, è lungi dall’essere terminata, e la situazione nel Vecchio Continente – soprattutto fra i nostri vicini – suggerisce prudenza.

Di per sé, l’attribuzione dei poteri speciali è un atto finalizzato a rendere più rapidi gli interventi di risposta a una crisi. Per esempio, attraverso l’uso dei controversi e contestati Dpcm, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. È in forza dello stato eccezionale che Palazzo Chigi può creare zone rosse, nonché bloccare o comunque limitare gli ingressi da Paesi ritenuti a rischio.

L’aspetto che desta maggiori perplessità, in ogni caso, è la tempistica dell’annuncio. Giunta a breve distanza da un’altra velina, stavolta comunitaria, che rischia di mettere in seria difficoltà il Governo. E che ha suscitato maligne insinuazioni sulla possibilità che la “vera emergenza” da cui discende lo stato di eccezione sia politica più che pandemica.

Il flop del Recovery Fund

Tra il dire e il fare, ci sono di mezzo i Paesi Frugali. Si può sintetizzare in questo modo l’ennesimo scontro tutto interno all’Unione Europea sul Recovery Fund. L’ormai mitologico Fondo per la ripresa istituito – per ora solo a parole – lo scorso luglio.

Gli schieramenti sono gli stessi, e i nodi del contendere, più o meno, pure. Per quel che concerne l’Italia, l’attuale casus belli è la procedura di monitoraggio delle spese previste col Recovery Plan, un passaggio necessario per l’erogazione dei finanziamenti. La valutazione spetta sia alla Commissione europea che al Comitato economico e finanziario, un organo del Consiglio Ue che riunisce gli sherpa dei Ministri delle Finanze dell’Eurozona.

Per snellire la procedura, Roma ha chiesto che le due verifiche procedano in contemporanea. L’ipotesi, però, ha subito incontrato le resistenze dei rigoristi nordici, che vogliono che l’ultima parola spetti ai tecnici. Cioè, in ultima analisi, agli esecutivi, visto che il Consiglio europeo è formato dai Capi di Stato e di Governo.

Inoltre, il Belpaese vorrebbe escludere dai regolamenti qualsiasi riferimento alle procedure d’infrazione per i cosiddetti squilibri macroeconomici. Prospettiva, ça va sans dire, osteggiata dall’Olanda e dagli altri settentrionali ossessionati dal Patto di Stabilità.

Considerato che vi sono in ballo anche altre istanze che non ci riguardano direttamente, l’idea di avere i fondi europei nel 2021 diventa un miraggio. Soprattutto perché occorre l’unanimità degli Stati membri per far partire l’iter che porterà realmente al Next Generation Eu. Che ha decisamente ricevuto questo nome perché (forse) ne beneficerà la prossima generazione.

Lo stesso ambasciatore tedesco presso l’Ue ha ammesso che sarà pressoché «inevitabile» un rinvio. Che da noi non potrà non avere ripercussioni, anche considerando quanto si è spesa parte della maggioranza per propagandare la balla dell’Europa solidale. Prima che alla sua porta bussasse la realtà.

Emergenza coronavirus, qual è la “vera emergenza”?

Per il Governo rosso-giallo, però, in gioco c’è molto più del “semplice” prestigio. Come infatti ha ammesso il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, la Manovra 2021 si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Recovery Fund.

Diventa quindi una questione di sopravvivenza, economica ma anche politica. Visto che, recentemente, proprio Giuseppi aveva dichiarato a un gruppo di studenti che, se «perderemo questa sfida, voi avete il diritto di mandarci a casa».

Ecco perché, potenzialmente, quella comunitaria è una vera atomica. Ed è curioso che, proprio contestualmente alla sua deflagrazione, sia scoppiata l’altra bomba, quella dell’allungamento dello stato di emergenza coronavirus.

Proprio per questo c’è chi ha iniziato a chiedersi se non si tratti piuttosto di un’arma di distrazione di massa. Ma cosa si va a pensare, giusto?

conte e la vera emergenza coronavirus

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Economia

Governo ed economia, ancora tensioni a livello di Conte dei Conti

Il Ministro Gualtieri annuncia l’accordo sulla Nadef, col crollo del Pil che dovrebbe essere inferiore alle attese. Per il Premier restano però i nodi relativi a Recovery Fund, Inps, Reddito di cittadinanza e Quota 100

Mirko Ciminiello

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vaccino anti covid-19: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su Governo ed economia. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha sollecitato il presidente dell’Inps Pasquale Tridico a lavorare «anche di notte» per pagare la cassa integrazione a chi l’aspetta da mesi. Quindi, dopotutto, è solo l’esecutivo rosso-giallo che «non lavora col favore delle tenebre».

b) Ancora il fu Avvocato del popolo ha comunque precisato che lo stipendio del padre del Reddito di cittadinanza «è adeguato». Ai canoni grillini.

c) A proposito del provvedimento-bandiera del M5S, il Presidente del Consiglio ha aperto a delle modifiche. «Il progetto di inserimento nel mondo del lavoro collegato al Reddito di cittadinanza ci vede ancora indietro» ha lamentato. Non vorrà mica dire che regalare soldi disincentiva a trovare un impiego?!

d) Di nuovo il BisConte ha avvisato che «sul Recovery Fund non possiamo fallire: ne va della credibilità di questo Governo». Che in volturarappulese è un modo elegante per dire che l’Italia non ha molto da perdere.

e) Sempre il Signor Frattanto, riferendosi alle pensioni, ha dichiarato che non intende rinnovare Quota 100, che secondo i rumours potrebbe essere sostituita con Quota 102. Così da strizzare l’occhio ai senatori a vita.

Governo ed economia, i conti oltre Conte

f) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, commentando l’accordo intergovernativo sulla Nota di Aggiornamento al Def, ha comunicato che «oggi abbiamo deciso i saldi». Ognuno la legga come crede.

g) A tal proposito, il Cancelliere dello Scacchiere ha affermato che nella Nadef è previsto un calo del Pil al -9%, «considerato fino a poco tempo fa troppo ottimistico». E poi ci si sorprende se Italia Viva considera straordinaria una tornata elettorale chiusa con percentuali da prefisso telefonico…

Ciò posto, illustri il candidato se Giuseppi, a imitazione dell’organo costituzionale che garantisce il funzionamento della finanza pubblica, si sia fatto Conte dei Conti.

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Economia

Ue della sanità, von der Leyen e il discorso sul (pessimo) stato dell’Unione

La presidentessa della Commissione europea illustra le sue priorità, che per lo più sono il solito elenco di farneticazioni. Ma il Premier Conte, gratificato dalla sua “benedizione”, si affretta a obbedire ai suoi diktat

Mirko Ciminiello

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ue della sanità: ursula von der leyen
La presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen

Una Ue della sanità, una Ue antirazzista, una Ue verde e chi più ne ha più ne metta. È il festoso libro dei sogni (per lo più degli incubi, in realtà) sbandierato dalla presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen. La quale, di fronte all’Europarlamento, ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, toccando vari temi e delineando le sue priorità. Salute, clima e digitale su tutto.

La Ue della sanità

«Dobbiamo costruire un’Unione della Sanità» ha pomposamente affermato la politica tedesca. Tradotto dall’euroburocratese, significherebbe accentrare su Bruxelles una prerogativa esclusiva degli Stati membri come le politiche sulla salute. Una statalizzazione di memoria marxista, mutatis mutandis.

Questo, peraltro, è stato uno dei passaggi più intelligenti dell’arringa, oltre a quello sulla digitalizzazione. A cui, ha assicurato la von der Leyen, dovrà essere destinato almeno il 20% del Recovery Fund. E proprio sui fondi europei per la ripresa la pupilla della cancelliera teutonica Angela Merkel ha iniziato a uscire dal seminato.

«Il 37% del Next Generation Eu sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal» ha dichiarato. Aggiungendo di voler «portare l’obiettivo per il 2030 di riduzione delle emissioni ad almeno il 55%», allo scopo di rendere l’Europa «il primo continente climaticamente neutro». Proposito risibile, visto che, come abbiamo già argomentato più volte, le attività dell’uomo hanno un impatto minimo sul clima. E verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che l’economia dovrebbe essere posta al servizio di una gigantesca illusione collettiva.

Le pagliacciate, comunque, erano solo all’inizio. Quelle successive si possono riassumere tutte nello slogan, altrettanto ridicolo, «l’odio è odio». E unidirezionale, naturalmente, come da narrazione del pensiero unico mainstream.

E quindi via alle intemerate contro i cosiddetti hate crimes (e il loro incitamento) «di matrice razziale, di genere o di orientamento sessuale». Che stanno (quasi) solo nella sua testa, per fortuna, e per cui le attuali legislazioni nazionali bastano e avanzano.

Ma si sa che i paladini del politically correct si rifanno, almeno inconsciamente, alla scuola hegeliana. Per cui, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».

L’asse von der Leyen-Conte

Parte della filippica della von der Leyen è stata poi interpretata come una “benedizione” al bi-Premier Giuseppe Conte. A conferma che l’appeal elettorale del leader leghista Matteo Salvini non terrorizza solo il Governo rosso-giallo – e anche che Bruxelles continua ad avere problemi col voto popolare.

«Nel 2021 organizzeremo un vertice globale sulla sanità in Italia, per dimostrare che l’Europa c’è per proteggere i cittadini». Questo il primo annuncio, cui ha subito fatto eco il fu Avvocato del popolo. «Felice di ospitare il Global Health Summit con Ursula von der Leyen».

Poi il vero assist, sull’immigrazione. «Verrà abolito il regolamento di Dublino e sarà sostituito da un nuovo sistema» con una struttura comune per asili e rimpatri e un forte «meccanismo di solidarietà».

Quello irlandese è lo sciagurato trattato che ci riempie di clandestini che non possiamo redistribuire, eppure il suo eventuale superamento non sta sconvolgendo i buonisti. Che vi vedono un modo per «spuntare le unghie» al Capitano, il quale dal canto suo, al netto della cautela, ha espresso soddisfazione. «Sono anni che lo chiediamo».

Stessa reazione – incredibile dictu – di Giuseppi, che ha aggiunto che, «da parte nostra, siamo già predisposti a lavorare alla modifica dei Decreti Sicurezza». E sarebbe solo la prima cambiale da pagare alla numero uno della Commissione Ue. Le altre, il Signor Frattanto le ha sciorinate anticipando le linee guida sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – cioè il Recovery Plan.

Il documento tratteggia sei missioni, che poi sarebbero i paletti scritti sotto dettatura dell’Europa. Tra cui campeggiano, ça va sans dire, la «rivoluzione verde» e «l’equità sociale, di genere e territoriale». Che prevede tra l’altro il salario minimo, presente anche nel discorso sullo stato dell’Unione. Un pessimo stato, alla fine della fiera.

Oltre la Ue della sanità

Il problema vero – non finiremo mai di sottolinearlo – è a monte rispetto alla congerie di farneticazioni politicamente corrette raccomandateci dall’Unione Europea. La questione riguarda la sovranità e, di riflesso, la tutela comunitaria sugli Stati membri – il nostro, in primis.

Perché, parliamoci chiaro, circa 2/3 dei finanziamenti europei sono prestiti – 127,4 miliardi di euro su un totale di poco meno di 209. Quindi andranno restituiti, benché a tassi agevolati e con tempi piuttosto lunghi – aspetto che spiega benissimo perché il piano si chiami Next Generation Eu.

Ma, anche se fossero tutte sovvenzioni, resterebbe il fatto che l’Italia, fino a prova contraria, non è un Paese commissariato. E quindi è offensivo che Bruxelles si permetta anche solo di pensare di imporci i suoi diktat.

Peraltro, non è neppure detto che l’esecutivo non sceglierebbe di destinare comunque un terzo dei fondi alle eco-balle. O di accettare il «mutuo riconoscimento» tra Stati della genitorialità lgbt, che è un ossimoro ma anche una delle raccomandazioni “genderiste” dell’alta papavera.

Un conto, però, sarebbe deciderlo in totale autonomia. Tutt’altro è che un qualsiasi ente conceda un prestito condizionandone però la destinazione.

Piacerebbe a tutti avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma è una presa in giro, ancor più gargantuesca della fantomatica Ue della sanità e delle altre amenità. E, infatti, probabilmente non è un caso che quello della von der Leyen sia un Recovery Fund letteralmente da ricovero.

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Economia

Finanziamenti europei, il Premier Conte si piega ai diktat di Bruxelles

Il Commissario Gentiloni aveva avvertito il Governo di non usare i soldi del Recovery Fund per abbassare le tasse, e i rosso-gialli eseguono. Ormai la sovranità non appartiene più al popolo, ma all’Europa

Mirko Ciminiello

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vaccino anti covid-19: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Sui finanziamenti europei, a quanto pare, non c’è partita. Nel senso che, se mai se n’era aperta una con la Ue, l’ha chiusa subito il bi-Premier Giuseppe Conte – e non nel senso auspicato. Perché le parole che il Presidente del Consiglio ha pronunciato al Forum Ambrosetti di Cernobbio hanno solamente confermato che, ahinoi, siamo stati facili profeti.

I diktat sui finanziamenti europei

«Non chiediamo soldi europei per abbassare le tasse», bensì per realizzare «un progetto di ripresa e rilancio del Paese» ha affermato il Signor Frattanto. Aggiungendo che «oltre il 35% delle risorse disponibili sarà allocato per supportare progetti green».

Traducendo la sua usuale prosopopea da leguleio, significa che, come sempre, Bruxelles chiama, e il Governo risponde. Bruxelles ordina, e il Governo obbedisce. Sono infatti passati solamente pochi giorni dal monito di Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari economici, sulla “corretta” gestione del Recovery Fund.

«Guai a pensare che usiamo i 200 miliardi per ridurre le tasse, sarebbe davvero un messaggio sbagliato» aveva avvisato l’ex Capo del Governo. Ricordando anche, come poi avrebbe fatto anche il frugale Cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che ci sono «delle chiare indicazioni su come spenderli. Che saranno sorvegliate dalla Commissione» europea.

Insomma, se l’Italia non è sotto tutela, poco ci manca. E quindi sì alla fantomatica resilienza e sostenibilità sociale, sì all’immancabile transizione ambientale, ma no al calo delle imposte. Che sarebbe l’unico provvedimento davvero in grado di rilanciare concretamente l’economia, visto che immetterebbe nelle tasche delle famiglie liquidità immediatamente disponibile. Ma, in fondo, cosa può saperne un economista di queste quisquilie?

In ogni caso, basterebbe essere chiari, evitare tanti sotterfugi e giri di parole. Basterebbe farci sapere che è il caso di modificare l’articolo 1 della Costituzione, quello secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Così ne gioverà l’autostima del giornalista Gianni Riotta, e poi volete mettere quei cattivoni dei sovranisti a leggere che la sovranità appartiene all’Europa?

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Economia

Finanziamenti Ue, il Commissario Gentiloni getta la maschera di Bruxelles

Per l’ex Premier il Recovery Fund non va usato per ridurre le tasse, e il Ministro dell’Economia Gualtieri gli dà ragione. A conferma che, come profetizzato da Montanelli, siamo i soli a essere entrati in Europa da Europei anziché da Italiani

Mirko Ciminiello

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finanziamenti ue: paolo gentiloni
Il Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni

Puntuale come un orologio rotto a cui solo casualmente capita di segnare l’ora esatta, Bruxelles è tornata a farci la lezioncina sui finanziamenti Ue. Stavolta lo ha fatto per bocca del Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, intervenuto presso le commissioni riunite Bilancio e Politiche Ue delle due Camere. Per ribadire che le istituzioni comunitarie, a quanto pare, considerano ancora l’Italia alla stregua di una colonia.

Economia e finanziamenti Ue

«Vogliamo avere già a ottobre le linee di fondo del Recovery Plan, in modo da interloquire subito con la Commissione Ue. I primi soldi concretamente arriveranno nei primi mesi del 2021, un primo 10%». Così il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha illustrato la tabella di marcia verso i finanziamenti Ue, pur facendola più semplice di quanto in realtà non sia.

È comunque lo stile del Cancelliere dello Scacchiere, che tende sempre – perlomeno nelle dichiarazioni pubbliche – a vedere il bicchiere mezzo pieno. Per esempio, ha ammesso che il calo del Pil sarà peggiore dell’8% stimato dal Governo rosso-giallo «quando non si sapeva quanto sarebbe durato il lockdown». Tuttavia, si è anche detto fiducioso che nel terzo trimestre dell’anno vi sarà «un forte rimbalzo», come suggeriscono gli indicatori sulla produzione industriale e l’occupazione. Al punto che la nuova stima non sarà tanto peggiore della precedente.

«Tutti i previsori che indicavano -11, -12, -13% dicono che l’Italia fa meglio di quanto loro prevedevano» ha gongolato il titolare del Tesoro. Che ha aggiunto che le risorse del Recovery Fund «possono far aumentare il Pil» e permettere di avviare le auspicate riforme.

La mia intervista di oggi alla trasmissione televisiva di Rai3 Agorà. Diversi i temi affrontati: dai numerosi…

Pubblicato da Roberto Gualtieri su Mercoledì 2 settembre 2020

En passant, sulla gestione di tali risorse dovrà vigilare proprio la Commissione Politiche Ue, che a Montecitorio è presieduta dal grillino Sergio Battelli. Uno che ha la licenza media e, come unica esperienza lavorativa, un decennio da commesso in un negozio di animali. Ogni commento è superfluo.

I finanziamenti Ue e il Recovery Fund

I finanziamenti Ue ammontano, come stabilito a luglio, a circa 209 miliardi di euro, di cui 81,4 a fondo perduto e 127,4 come prestiti. La loro erogazione dipende innanzitutto dai Piani di rilancio, da presentare al massimo entro aprile. Questi, come ha spiegato in audizione Gentiloni, dovranno essere approvati prima dalla Commissione Europea e poi dal Consiglio Europeo, a maggioranza qualificata. Quindi, «presumibilmente entro il primo semestre 2021», verrà erogato il primo 10% dei finanziamenti Ue. I successivi versamenti avranno invece cadenza semestrale, previa valutazione del rispetto degli obiettivi e delle tempistiche proposti dagli Stati membri.

È qui che entra in gioco il Piano nazionale per la ripresa, che non è e non deve essere «una raccolta di esigenze e di emergenze». Così parlò l’esponente del Pd, mandando un chiaro messaggio ai naviganti che hanno scambiato il Recovery Plan per una diligenza da assaltare.

L’Unione Europea ha infatti vincolato l’accesso ai finanziamenti Ue a dei paletti ben precisi. Per quanto riguarda l’Italia, alcune sono raccomandazioni “storiche”, come gli investimenti sulla scuola, sull’occupazione e sulla digitalizzazione. Tra le priorità, però, vi sono anche la resilienza e sostenibilità sociale (qualunque cosa significhi) e l’immancabile sostenibilità ambientale. Con la postilla che a quest’ultima amenità andrà destinato «oltre il 35% dei fondi».

È proprio qui che le istituzioni comunitarie hanno finalmente gettato la maschera, rivelando l’implicita (e immotivata) pretesa di continuare a dettare legge. A dimostrarlo c’è anche un altro passaggio dell’audizione di Gentiloni, cui era stato chiesto un parere sull’uso dei finanziamenti Ue a fini fiscali.

«Io direi in maniera molto molto mirata e limitata» ha risposto l’ex Premier. «Ma guai a pensare che usiamo questi 200 miliardiper ridurre le tasse, sarebbe davvero un messaggio sbagliato».

L’Italia non è una colonia di Bruxelles

Ora, il problema non è nemmeno tanto nel contenuto, che parzialmente può essere perfino condivisibile. Tanto è vero che Gualtieri ha dato ragione al proprio compagno di partito alla luce del fatto che la riforma tributaria ha un costo strutturale. E, pertanto, «non può essere finanziata con delle risorse che sono invece temporanee».

La questione vera è a monte, e riguarda quell’insopportabile atteggiamento da maestrina che pare connaturato all’Europa. La quale dimentica fin troppo spesso di avere a che fare con degli Stati sovrani, che prima di tutto devono rispondere ai rispettivi popoli.

L’Italia non è una Nazione assoggettata né commissariata, anche se al commissario Gentiloni probabilmente farebbe piacere che lo fosse. Dopotutto è lui che, a corollario della sciagurata era Mario Monti, cinguettò che occorreva «cedere sovranità a un’Europa unita e democratica».

Fa specie che a farneticare così sia stato uno che, qualche anno dopo, si sarebbe insediato nientemeno che a Palazzo Chigi. Ma in fondo questo è il secondo corno del dilemma, che è tutto nostrano, come già aveva sarcasticamente profetizzato un mito come Indro Montanelli.

«Quando si farà l’Europa unita, i Francesi ci entreranno da Francesi, i Tedeschi da Tedeschi e gli Italiani da Europei». Gioco, partita, incontro. Con tanti saluti all’articolo 1 della Costituzione più bella del mondo.

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Economia

Scostamento di Bilancio, via libera dal Senato, ma non tutti i Conte tornano

Nessuna sorpresa da Palazzo Madama, che vota senza patemi l’extra deficit da 25 miliardi per lavoro, scuola e fisco. Un indebitamento che però rende molto più probabile il ricorso allo “spauracchio” Mes

Mirko Ciminiello

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vaccino anti covid-19: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Via libera del Senato allo scostamento di Bilancio da 25 miliardi chiesto dal Governo Conte-bis, il cosiddetto Dl Agosto. Un voto non scontato (visti i numeri risicatissimi di Palazzo Madama), ma allo stesso tempo prevedibile (dato l’istinto di sopravvivenza dei parlamentari). Un voto che si potrebbe ripercuotere sulla politica economica italiana: e non soltanto nel senso (di immediatezza) inteso e sbandierato dall’esecutivo rosso-giallo.

Il sì allo scostamento di Bilancio

Molti consideravano la votazione sullo scostamento di Bilancio (il terzo) lo scoglio più duro tra i tre – consecutivi – in programma questa settimana. Tra il prolungamento dello stato di emergenza (incassato) e il risiko legato alla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si dipingeva una maggioranza alle prese col pallottoliere nell’ansia di far quadrare numeri ballerini. Più che un Governo Conte, cioè, un Governo conta.

La Costituzione, infatti, impone che un extra deficit venga autorizzato dalla maggioranza assoluta di entrambi i rami del Parlamento. Nella Camera Alta, significa che devono esprimersi favorevolmente 160 senatori, laddove i rappresentanti di M5S, Pd, Italia Viva e LeU sono in tutto 153.

I due precedenti non erano stati problematici perché l’opposizione, per senso del dovere, aveva appoggiato il Cura Italia e il Dl Rilancio. Mentre, nell’ultima occasione, aveva condizionato l’eventuale sostegno a una serie di paletti in tema di fisco, lavoro e giustizia sociale. A conferma che agosto non porta proprio bene al bi-Premier Giuseppe Conte.

«Non consentiremo che le risorse degli italiani, il denaro dei nostri figli, venga sperperato in operazioni assistenziali o addirittura clientelari mentre il Paese soffre». Così i tre leader di Lega, FI (Silvio Berlusconi) e FdI (Giorgia Meloni) si erano espressi in una lettera indirizzata a Giuseppi. Sostanzialmente, il centrodestra esigeva rassicurazioni sui piani di spesa dei 25 miliardi chiesti dall’esecutivo. «Se pensa di pagarci consulenze e bonus monopattino il nostro voto se lo scorda» aveva sibilato la presidente di Fratelli d’Italia.

I rumours volevano quindi i rosso-gialli in pressing sui senatori dei gruppi Misto e Per le Autonomie con lo spauracchio dell’asticella. Che, ça va sans dire, è stata superata di slancio (170 sì alla fine). Evidentemente, l’ancestrale terrore di passare dagli scranni del Parlamento al Reddito di Cittadinanza funziona sempre.

Le destinazioni dell’extra deficit

I 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio dovrebbero permettere di contrastare gli effetti della pandemia da Covid-19 in settori cruciali dell’economia. Che in parte collimano con quelli su cui anche le opposizioni hanno invocato riforme rapide ed efficaci.

Al centro del Dl Agosto c’è il mondo del lavoro, e in particolare l’incentivazione delle assunzioni e del rientro in attività. Da realizzare mediante uno sgravio semestrale al 100% dei contributi per i neoassunti, e una decontribuzione quadrimestrale piena per le imprese che rinunceranno alla cassa integrazione.

La Cig verrà comunque estesa per altre 18 settimane, e per le aziende che la utilizzano verrà prorogato per tutto l’anno il blocco dei licenziamenti. Sarà infine protratto lo smart working nel settore privato, come già avviene per il 50% della P.A. in virtù del Dl Rilancio.

Altro fronte caldo è quello delle tasse, su cui il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva già fornito importanti anticipazioni. Le principali riguardano la rimodulazione delle scadenze fiscali (attualmente fissate per metà settembre) e la possibilità di rateizzare i versamenti tributari e contributivi. Previsto inoltre anche lo sblocco degli investimenti per gli enti locali, mentre altre risorse saranno destinate al settore automobilistico, al turismo e alla scuola.

In particolare, come aveva annunciato sempre il Cancelliere dello Scacchiere, nell’ambito dell’istruzione i fondi serviranno ad acquistare nuove strutture, compresi i banchi. Ma anche ad assumere docenti a tempo determinato, onde ridurre il numero degli studenti nelle singole classi.

Lo scostamento di Bilancio e il Mes

Secondo un retroscena diffuso nei giorni scorsi, il titolare di via XX Settembre avrebbe lanciato un avviso ai naviganti. Con i 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio, per evitare tensioni sui conti pubblici sarebbe stata necessaria l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità.

L’indiscrezione era stata smentita – un po’ in ritardo, in realtà – dal Mef, ma ci può essere un fondo (è il caso di dirlo) di verità. Per esempio, perché i tempi per l’istituzione – e quindi l’erogazione dei contributi – del Recovery Fund non saranno rapidi. Inoltre, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato in tempi sospetti che la sanità richiede «almeno 20 miliardi di finanziamento». E il suo dicastero avrebbe preparato un piano che si basa anche sugli aiuti del Fondo salva-Stati. Solo che lo strumento continua a far venire l’orticaria al M5S, che lo considera (e non a torto) una potenziale trappola di Bruxelles.

Qui, comunque, torniamo al discorso di cui sopra, con la liaison tra poltrone e stampelle. Perché prima o poi i nodi dovranno venire al pettine – perfino in un gabinetto guidato da un temporeggiatore come il Signor Frattanto. E allora sapremo se, parafrasando il Re di Francia Enrico IV di Borbone, Roma val bene una Mes.

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