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Cronaca

Salute, ora è la Cina che mette in quarantena gli Italiani

Nel Paese del Dragone, positivi sette viaggiatori provenienti da Bergamo. E Pechino prende le contromisure che il nostro Governo non è stato capace di adottare

Mirko Ciminiello

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli (e a volte sottotitoli) di testate online inerenti una bazzecola come il COVID-19, su cui i nostri cugini d’Oltralpe hanno pensato bene di fare quella che solo loro (e forse Vauro e Staino) possono spacciare per satira:

a) «Coronavirus, a Roma sale la psicosi. I turisti passeggiano con le mascherine mentre i negozi sono chiusi» (ANSA. Però potrebbe anche essere solo un effetto del buongoverno della giunta grillina a guida Virginia Raggi).

b) «Coronavirus, psicosi ‘investe’ anche locale cinese di Sonia Zhou: chiuso per 2 mesi. La ristoratrice: “I miei dipendenti hanno paura”» (Adnkronos. Si tratta, per chi non lo sapesse, del più rinomato ristorante cinese della Capitale, il cui personale sta in parte facendo ritorno in patria per timore del contagio: perché oltre a moglie e buoi, è bene che anche i virus siano dei Paesi tuoi).

c) «Coronavirus, in centro a Milano: “Locali vuoti, c’è psicosi”. Il decreto del governo non convince: “Gente poco tranquilla, dobbiamo incoraggiarla”» (ANSA. È inspiegabile come facciano i cittadini a non fidarsi di un esecutivo che si sta dimostrando così all’altezza della situazione…).

d) «Partite rinviate: decisioni basate sull’isteria del momento. Così l’Italia è un paese all’ultimo stadio» (La Stampa. Del resto, se non va nel pallone chi il pallone lo governa…).

e) «Coronavirus, il cinema sfida la psicosi: il film con Elio Germano arriva nelle sale. “Bisogna ripartire dalla cultura”» (Open. Tipo il sindaco di Firenze Dario Nardella che in piena emergenza ha pensato bene di aprire gratis i musei del capoluogo toscano nel prossimo fine settimana, scatenando l’indignazione – quasi universalmente valida – del virologo Roberto Burioni: «Il modo migliore per combattere la diffusione di un virus estremamente contagioso. Tanta gente tutta insieme […]. Il coronavirus ringrazia»).

f) «Psicosi coronavirus, furto di mascherine all’ospedale di Imperia» (Riviera 24. Quando si dice andare a ruba…).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “faccia come il didietro”, il seguente titolo (parziale) de Il Fatto Quotidiano: «Coronavirus, in Cina 7 nuovi contagi: lavoravano insieme a Bergamo. Pechino: “Quarantena per chi arriva dall’Italia”».

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cronaca

San Lorenzo, torna la meraviglia delle stelle cadenti cantate da Pascoli

Lo sciame meteorico raggiungerà il suo picco il 12 agosto, e intanto il cosmo continua a sorprendere: un team giapponese teorizza infatti l’esistenza dei “blanets”, pianeti che si formerebbero attorno ai buchi neri

Mirko Ciminiello

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mappa per vedere le perseidi o lacrime di san lorenzo
Mappa celeste per vedere le Perseidi

San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla.

Si apre così la poesia X agosto, composta da Giovanni Pascoli per ricordare la morte del padre Ruggero, assassinato proprio il 10 agosto del 1867. Il componimento lega il tragico evento a quella che è universalmente nota come la “notte delle stelle cadenti”. Nome romantico che trae origine dallo sciame meteorico che incrocia in questi giorni la traiettoria della Terra, raggiungendo il suo picco il 12 agosto.

Gli astronomi le chiamano ”Perseidi”, denominazione che deriva dallo spicchio di cielo da cui sembrano provenire tutte le scie luminose – la costellazione di Perseo. Prosaicamente, si tratta di particelle rilasciate dalla cometa Swift-Tuttle nel suo ultimo passaggio vicino al Sole, datato 1992.

Nella tradizione, invece, sono note come Lacrime di San Lorenzo. Definizione poetica che rievoca i carboni ardenti su cui l’arcidiacono venne martirizzato nel 258, a 33 anni, durante la persecuzione scatenata dall’Imperatore romano Valeriano.

La pioggia meteoritica non è peraltro l’unico fenomeno astronomico che fa bella mostra di sé in questo periodo. In cui è visibile anche Giove, accompagnato dal gemello Saturno, e in cui dà spettacolo il cosiddetto “triangolo estivo”. Una particolare formazione stellare costituita da Vega, nella costellazione della Lira; Deneb, nella costellazione del Cigno; e Altair, nella costellazione dell’Aquila. Perché lo spazio non smette veramente mai di sorprendere.

Lo spazio non smette mai di sorprendere

A tal proposito, è notizia recentissima che alcuni ricercatori giapponesi hanno teorizzato l’esistenza di una nuova classe di corpi celesti, finora mai osservati. Si tratta di ipotetici pianeti che si formerebbero nei pressi dei buchi neri, restando poi in orbita attorno a questi voracissimi colossi. A debita distanza, beninteso.

Gli studiosi li hanno battezzati blanets, che sta per black hole planets. In italiano, questo termine andrebbe tradotto, letteralmente, come bianeti. Ed è in modo simile ai pianeti veri e propri che questi oggetti prenderebbero vita.

L’idea, infatti, è che si formino a partire dal cosiddetto disco di accrescimento, l’insieme di polveri e gas che vorticano intorno al buco nero. È probabile che questo materiale resti in orbita – ruotando in maniera estremamente rapida – per un lunghissimo arco temporale, forse anche miliardi di anni. È quindi verosimile che i piccoli granuli inizino a interagire e a ingrandirsi, finché la forza di gravità non riesce a prendere il sopravvento.

In questo modo, in pochi milioni di anni si potrebbero formare blanets di grandezza paragonabile a quella della Terra, purché si trovino oltre la cosiddetta snowline (o frost line). Il “limite della neve”, ovvero la distanza oltre la quale la temperatura è talmente bassa da far solidificare anche composti volatili come metano e ammoniaca.

Il team nipponico ritiene comunque che quanto più un blanet è lontano dal buco nero, tanto più dovrebbe crescere. Secondo i calcoli, a circa 13 anni luce di distanza dal black hole questi corpi celesti potrebbero raggiungere dimensioni variabili tra 20 e 3.000 masse terrestri.

Intanto c’è la notte di San Lorenzo

I blanets non sono le uniche possibili bizzarrie provenienti dalle profondità del cosmo. La congerie di questi teorici abitanti comprende anche le moonmoons (lune di lune); e i ploonets (pianeti nati come lune di grandi esopianeti e poi “andati via di casa”).

Si tratta però, come detto, di oggetti che al momento sono puramente immaginari. Meglio allora volgere gli occhi verso il firmamento e godersi uno spettacolo reale come il pianto di stelle cantato da Pascoli. Uno spettacolo che si rinnova ogni anno, sempre antico e sempre nuovo, senza cessare di affascinare quanti aspettano col naso all’insù, e un desiderio nel cuore.

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Cronaca

Zone rosse nella Bergamasca, la toppa di Conte è peggiore del buco

Il Premier, colto in fallo sul verbale del Cts riunito su Alzano e Nembro, corregge il tiro e dice di aver ricevuto gli atti dopo 48 ore. Ma è ancora la sua intervista del 2 aprile a suscitare dubbi, per esempio sulla tempistica

Mirko Ciminiello

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zone rosse nella bergamasca: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

L’affaire della mancata creazione delle zone rosse nella Bergamasca rischia sempre più di diventare una bomba pronta a deflagrare. Soprattutto dopo il tentativo del bi-Premier Giuseppe Conte di spiegare le incongruenze tra la sua deposizione di fronte ai magistrati orobici e una sua precedente intervista. Tentativo che non solo non ha fatto chiarezza, ma ha anche suscitato nuove domande.

Riavvolgendo il nastro, la vexata quaestio nasce lo scorso 3 marzo. Data in cui il Comitato tecnico scientifico aveva discusso le misure da adottare nei Comuni di Alzano e Nembro contro l’impennata dei contagi da Covid-19.

Lo stralcio del verbale relativo a quella riunione ha evidenziato come il Cts avesse effettivamente suggerito di istituire le due zone rosse nella Bergamasca. Su questo punto si è incentrata la polemica politica, con il leader leghista Matteo Salvini che ha sferrato un attacco durissimo contro l’esecutivo rosso-giallo.

«Hanno desecretato il verbale della riunione del Comitato tecnico scientifico che aveva detto di chiudere la Val Seriana e di non chiudere il resto d’Italia. Cos’ha fatto il Governo? Non ha sigillato le zone rosse, ma ha sigillato il resto d’Italia. Se fosse così dovrebbero essere arrestati», ha tuonato il Capitano durante un comizio.

C’è però un aspetto che a noi sembra infinitamente più grave della diatriba sul primato della politica sugli esperti. Che potevano consigliare, non condizionare l’esecutivo, cui solo spetta la responsabilità della decisione – indipendentemente dal giudizio di merito sulla decisione stessa.

Lo scorso 12 giugno, Giuseppi è stato ascoltato dai Pm che indagano proprio sulla mancata creazione delle zone rosse nella Bergamasca. E, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, avrebbe sostenuto di fronte agli inquirenti di non aver mai ricevuto gli atti.

Le incongruenze di Conte riguardo alle zone rosse nella Bergamasca

«Quel documento non mi è mai arrivato», le parole di Giuseppe 1. Smentite però da quanto Giuseppe 2 aveva dichiarato lo scorso 2 aprile. «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro». Così il Signor Frattanto in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.

A questo punto il leguleio volturarese ha cambiato versione, asserendo di essere venuto in possesso degli atti dopo 48 ore. «Per quanto riguarda il verbale del 3 marzo, ne sono venuto a conoscenza il 5. Non riferisco quel che ho detto ai Pm perché ho il vincolo del segreto istruttorio».

Già c’è una certa discrepanza tra “mai” e “dopo 48 ore”, ma questo è il meno. Ben più degno di nota è il fatto che, nella stessa intervista del 2 aprile, il Capo del Governo lasciava intendere ben altro. «Chiedo così agli esperti di formulare un parere più articolato: mi arriva la sera del 5 marzo e conferma l’opportunità di una cintura rossa per Alzano e Nembro».

Questo è il passaggio successivo alla precedente citazione, che il fu Avvocato del popolo ha cercato poi di circostanziare ulteriormente. «Abbiamo chiesto un approfondimento, lo chiede Speranza a Brusaferro che la sera del 5 elabora un parere che manda a notte inoltrata».

3 marzo, 5 marzo, sera, notte. Sembra un po’ un arrampicarsi sugli specchi, anche a livello di tempistica, che continua a destare più di una perplessità. La toppa, cioè, sembra peggiore del buco, e di “buchi” in questa vicenda ce ne sono già anche troppi. Anche se sarebbe paradossale, tanto dal punto di vista giuridico che etimologico, che proprio Conte non ce la conti giusta… Vero, signor Presidente?

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Cronaca

Zona rossa ad Alzano e Nembro, le clamorose contraddizioni di Conte

“Non ho mai ricevuto i verbali del Cts relativi alla riunione sulla Bergamasca”, avrebbe detto il Premier ai magistrati orobici secondo il Corsera. Ma lui stesso ne parlava in un’intervista rilasciata lo scorso aprile al Fatto Quotidiano…

Mirko Ciminiello

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Il Governatore della Lombardia Fontana e il Premier Conte

La mancata creazione della zona rossa ad Alzano e Nembro torna prepotentemente a far parlare di sé. E lo fa con uno sviluppo che, se confermato, avrebbe del clamoroso. Perché, secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera, il bi-Premier Giuseppe Conte avrebbe fatto un’affermazione ben precisa ai Pm di Bergamo che indagano sul caso. Un’affermazione che però contraddirebbe quanto il Capo del Governo aveva dichiarato in un’intervista concessa lo scorso aprile a Il Fatto Quotidiano.

La mancata zona rossa ad Alzano e Nembro

Era il 12 giugno quando Giuseppi veniva ascoltato dalla Procura orobica in relazione alla mancata zona rossa ad Alzano e Nembro. L’audizione mirava a chiarire cosa accadde nella Bergamasca tra il 3 e il 9 marzo, quando il coronavirus prese letteralmente possesso del territorio.

in quel momento, le misure restrittive erano in vigore solamente nei Comuni di Codogno e Vo’. I contagi erano però in forte aumento, tanto che il Pirellone aveva lanciato l’allerta – senza però chiedere l’estensione dell’isolamento.

Il 5 marzo, l’esercito e le forze dell’ordine giunsero nella Provincia per innalzare un cordone sanitario. L’ordine di chiusura, però, non arrivò mai, perché secondo l’esecutivo l’epidemia era già fuori controllo in buona parte della Lombardia. Che, infatti, venne dichiarata interamente zona arancione attraverso il provvedimento firmato l’8 marzo ed entrato in vigore il giorno successivo.

La Procura di Bergamo è scesa in campo per capire se la mancata creazione della zona rossa ad Alzano e Nembro abbia causato l’impennata dei contagi. E, in base a tale ipotesi, per appurare le eventuali responsabilità – anche in virtù dell’increscioso balletto tra Palazzo Chigi e il Governatore lombardo Attilio Fontana.

In questo contesto si è inserita la desecretazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico per effetto della richiesta della Fondazione Einaudi. I documenti, chiamati in causa nei successivi Dpcm, evidenziano tra l’altro la contrarietà del Cts a un lockdown su scala nazionale. Gli esperti raccomandavano infatti misure rigorose solo in Lombardia e in 11 province localizzate tra Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Piemonte.

Conte ha mentito ai Pm?

Tra gli atti diffusi dall’esecutivo mancano però quelli relativi al 3 marzo. Data in cui il Cts si riunì nella sede della Protezione Civile per affrontare la questione relativa alla Bergamasca.

Tuttavia, uno stralcio è stato fornito a Niccolò Carretta, consigliere regionale del Pirellone in quota Azione. Il quale ne aveva fatto richiesta ad aprile e ha reso pubbliche le carte. Da cui si evince, primariamente come gli scienziati avessero proposto di estendere «le opportune misure restrittive» anche ad Alzano e Nembro.

È qui che la vicenda assume, dal lato del Presidente del Consiglio, dei contorni, come minimo, poco limpidi. Stando infatti alle indiscrezioni diffuse da via Solferino, il Signor Frattanto avrebbe detto alle toghe bergamasche che «quel documento non mi è mai arrivato».

Tale circostanza viene però smentita da quanto lo stesso leguleio volturarese ha rivelato al quotidiano fondato da Antonio Padellaro. «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro».

Delle due l’una, ed è un aspetto su cui sarebbe più che opportuno fare luce. Perché qui si andrebbe ben oltre lo scaricabarile istituzionale tra Roma e Milano, e immensamente oltre la polemica sul primato della politica sui tecnici. I quali potevano consigliare il Governo, non condizionarlo – un principio che dovrebbe essere condiviso al di là del giudizio di merito sulle scelte effettive.

Quello però su cui non possono – non devono esserci ombre è la testimonianza dell’ex Avvocato del popolo di fronte ai magistrati, non foss’altro nello spirito di una leale collaborazione istituzionale. E, se vi sono discrepanze che lasciano perplessi, è dovere del Primo Ministro fornire tutte le delucidazioni del caso. Che noi attenderemo vigilanti e con viva trepidazione.

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Cronaca

Vaccino anti-Covid, l’orgoglio italiano e le ragioni della speranza

In Veneto e Lombardia sta per partire la sperimentazione sull’uomo, mentre è già alla fase finale il farmaco sviluppato tra Pomezia e l’Inghilterra. E un altro studio evidenzia la letalità della luce UV

Mirko Ciminiello

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vaccino anti-covid
Vaccino anti-Covid

La ricerca italiana ha fatto un altro importante passo avanti in direzione del vaccino anti-Covid. Due diversi gruppi hanno infatti ottenuto l’autorizzazione ad avviare la sperimentazione dei rispettivi candidati sull’uomo. E intanto un altro studio tutto tricolore ha verificato che anche la luce ultravioletta ha effetti letali sul virus.

Vaccino anti-Covid, l’annuncio della Regione Veneto

Era una conferenza stampa attesissima, soprattutto dopo le anticipazioni di Palazzo Balbi, quella presieduta dal Governatore del Veneto Luca Zaia. Il quale, dopo aver ricordato che «il virus continua ad essere fra noi», ha presentato l’avvio della sperimentazione del vaccino anti-Covid in Regione.

❌❌❌ IN DIRETTA per importanti comunicazioni sulla situazione #coronavirus in Veneto. Con me, il Rettore dell'Università di Verona Pier Francesco Nocini e i ricercatori del Centro Ricerche Cliniche. ❌❌❌

Pubblicato da Luca Zaia su Lunedì 3 agosto 2020

Accanto a lui il Rettore dell’Università di Verona Pier Francesco Nocini e i ricercatori del Centro Ricerche Cliniche (CRC) scaligero. E proprio dalla città di Romeo e Giulietta partirà la prima delle tre fasi tipiche dello sviluppo di un farmaco. Quella relativa ai test sui volontari sani che permetteranno di valutare l’effetto terapeutico e le eventuali reazioni collaterali del vaccino.

Il candidato si chiama GRAd-COV2, e ha ottenuto il placet dell’Istituto Superiore di Sanità e del Comitato etico dell’Istituto Spallanzani di Roma. Lo sta sviluppando l’azienda di biotecnologie ReiThera, che ha sede a Castel Romano, a partire da un virus respiratorio (un adenovirus del gorilla) geneticamente modificato.

Il DNA del patogeno è stato sostituito per accrescere la risposta immunitaria contro una specifica proteina, di nome Spike. Il grimaldello che consente al microrganismo di introdursi nelle cellule dell’organismo contagiato. Praticamente, si fornisce al sistema immunitario una “foto segnaletica” del nemico, onde poterlo distruggere agli albori dell’eventuale infezione.

il protocollo clinico della Fase 1 è stato illustrato dal professor Stefano Milleri, direttore medico-scientifico del CRC. «Si parte con la somministrazione a 90 volontari sani – 70 a Verona e 20 a Roma – di tre dosi diverse del vaccino». Inizialmente, i volontari saranno 45, di età compresa tra i 18 e i 55 anni. Poi, in assenza di controindicazioni, il candidato vaccino verrà somministrato «a soggetti potenzialmente più fragili, e quindi di età anche superiore ai 65 anni». Ed è possibile che il sospirato vaccino anti-Covid sarà disponibile per il Natale 2021.

Gli altri progressi della ricerca italiana

Nel frattempo, anche in Lombardia ci si prepara alla sperimentazione di Fase 1 di un altro candidato vaccino, dalle caratteristiche del tutto differenti. Si chiama COVID-eVax, ed è il frutto di una collaborazione tra Takis, un’altra azienda biotech situata a Castel Romano, e alcune realtà cliniche napoletane. La sperimentazione coinvolgerà 80 volontari sani, e dovrebbe essere avviata a dicembre presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, l’Asst di Monza e l’Università di Milano-Bicocca.

La particolarità di questo vaccino è che non si basa su un virus disattivato, bensì su un frammento di DNA sintetico. Il quale, come ha spiegato il professor Paolo Bonfanti, «una volta iniettato nel muscolo stimola una reazione immunitaria» che previene l’infezione. Inoltre, a differenza delle altre vaccinazioni, questa può essere ripetuta qualora la risposta immunitaria dovesse diminuire col tempo.

Sempre a Milano, poi, alcuni scienziati hanno studiato più a fondo gli effetti letali della luce ultravioletta sul coronavirus Sars-CoV-2. La ricerca è stata condotta dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, dall’Ospedale Luigi Sacco, dall’Istituto Nazionale Tumori e dall’Irccs Fondazione Don Gnocchi.

Il potere germicida dei raggi UV era già noto, ma non se ne conosceva la quantità necessaria a inibire il Covid-19. Ebbene, come ha evidenziato la professoressa Mara Biasin, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche del Sacco, basta «una dose molto piccola». Una dose «equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada UV-C posta a qualche centimetro dal bersaglio» è infatti sufficiente a rendere innocuo il patogeno.

Vaccino anti-Covid, ragioni di Speranza

«Sono 25 i vaccini testati al mondo in questo momento, cinque sono già in Fase 3» ha sottolineato il Rettore veronese Nocini. Uno di questi ultimi è quello messo a punto dall’Università di Oxford in collaborazione con il colosso farmaceutico britannico AstraZeneca e la società IRBM di Pomezia.

I risultati preliminari relativi alle prime fasi, pubblicati sulla prestigiosa rivista The Lancet, sono molto promettenti. Il vaccino, dall’impronunciabile nome ChAdOx1 nCoV-19, ha infatti indotto una forte risposta immunitaria e degli effetti avversi moderati e limitati. Se gli studi clinici saranno positivi, potrebbe essere disponibile «in qualsiasi momento a partire da settembre», ha dichiarato Mene Pangalos, neuroscienziato e dirigente di AstraZeneca.

Insomma, gli scienziati italiani continuano a farsi valere. Come ha cinguettato il titolare della Salute Roberto Speranza, «i nostri ricercatori sono al lavoro senza sosta per vincere la sfida al virus».

Non c’è, naturalmente, grande rivalità in una competizione con un obiettivo così importante, ma una volta di più possiamo essere orgogliosi delle nostre eccellenze. A maggior ragione perché abbiamo anche molte ragioni di ottimismo. O meglio, in omaggio al Ministro nomen omen, abbiamo molte ragioni di Speranza.

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Cronaca

Astronomia, da una foto rivoluzionaria un indizio sulle nostre origini

Catturata la prima immagine di un sistema multi-planetario attorno a una stella simile al Sole: è come un’istantanea del nostro passato, e potrebbe migliorare la comprensione di come i sistemi stellari nascono e si evolvono

Mirko Ciminiello

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astronomia: tyc 8998-760-1 e i suoi due esopianeti giganti
TYC 8998-760-1 e il suo sistema multi-planetario

Una scoperta eccezionale è stata da poco annunciata nel campo dell’astronomia. L’ESO (European Southern Observatory) ha infatti diffuso la prima immagine diretta di due esopianeti orbitanti attorno a una stella simile al Sole. Un sistema posto a 300 anni luce di distanza dalla Terra, nella costellazione della Mosca, che potrebbe aprire nuovi scenari sulla comprensione delle nostre origini.

Astronomia, una scoperta eccezionale

Due pianeti giganti gassosi che ruotano attorno a una stella di nome TYC 8998-760-1. È questa l’eccezionale immagine catturata dal Very Large Telescope dell’ESO, e descritta in uno studio pubblicato dalla rivista Astrophysical Journal Letters.

Non è la prima volta che vengono individuati pianeti extra-solari, ma nella maggior parte dei casi si tratta di rilevazioni indirette. Un metodo che sfrutta la perturbazione nella posizione o il lieve calo di luminosità di un astro dovuti al transito di un corpo celeste. Erano solo due, invece, i sistemi multi-planetari identificati in precedenza, ma orbitavano attorno a stelle molto più grandi o molto più piccole del nostro Sole.

In questo caso, invece, le dimensioni delle due stelle sono molto simili. Anche se questa è una delle poche analogie tra i due sistemi.

Anzitutto, TYC 8998-760-1, avendo “appena” 17 milioni di anni, è molto più giovane del nostro Sole, nato 4,5 miliardi di anni fa. È come «un’istantanea di un ambiente molto simile a quello del sistema solare, ma in una fase molto precoce della sua evoluzione». Queste le parole di Alexander J. Bohn, ricercatore dell’Università olandese di Leiden, primo firmatario dello studio.

Lo scienziato ha anche sottolineato che si tratta di un tempo troppo breve perché si potesse sviluppare la vita. Ipotesi, in ogni caso, esclusa a causa delle caratteristiche dei due esopianeti, due giganti gassosi che ruotano lontanissimi dal loro astro.

Il pianeta più vicino, 14 volte più grande di Giove, orbita a 160 unità astronomiche (la distanza Terra-Sole) da TYC 8998-760-1. Il suo compagno, che ha una massa “solo” sei volte superiore a quella di Giove, è lontano il doppio. Per dare un’idea, Plutone (declassato dall’antico status di pianeta nel 2006) ruota tra 30 e 49 unità astronomiche di distanza dal Sole.

Un passo avanti per l’umanità

La scoperta è un passo in avanti verso una migliore comprensione del modo in cui i sistemi planetari nascono e si evolvono. Al contempo, però, suscita nuove domande a cui l’astronomia dovrà cercare di dare risposte.

Nel caso in esame, gli studiosi vorrebbero capire se i due colossi si siano formati nell’attuale location, oppure vi siano stati “spinti” da un compagno invisibile. Non sarebbe certo la prima volta che l’esistenza di un corpo celeste viene dedotta dalla presenza di anomalie in oggetti già conosciuti. D’altronde, è estremamente complesso individuare la debole luce di un pianeta sullo sfondo di una stella molto più brillante. Come ha magnificamente illustrato Bohn, è come cercare di individuare una lucciola a un metro da un faro, stando a 500 chilometri di distanza.

«Con le attuali tecnologie, possiamo osservare un pianeta un milione di volte più debole del sole» ha spiegato l’astrofisico Bruce Macintosh. «Ma perfino Giove – il pianeta più grande del sistema solare – è un miliardo di volte più debole del Sole».

Ecco perché non si può escludere a priori l’esistenza di un corpo celeste che i nostri telescopi non sono in grado di rilevare. Un corpo celeste che potrebbe anche essere responsabile della migrazione dei due titani spaziali.

Il pianeta 9, Santo Graal dell’astronomia

È quanto potrebbe essere accaduto a Urano e Nettuno, che potrebbero addirittura aver invertito le rispettive posizioni. Causa del fenomeno potrebbe essere stata la danza condotta dai gemelli Giove e Saturno.

Danza che, peraltro, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo per lo sviluppo (futuro) della vita sulla Terra. Agli albori del nostro sistema, infatti, il re dei pianeti si stava avvicinando pericolosamente al Sole, annichilendo il materiale destinato a formare i pianeti rocciosi. La sua corsa, però, venne fermata da un qualche evento che salvò il sistema solare interno.

Secondo una delle teorie – la più probabile -, galeotta fu l’attrazione gravitazionale del signore degli anelli. Un’altra ipotesi, molto più suggestiva, chiama invece in causa quello che viene considerato il Santo Graal dell’astronomia: il pianeta 9.

Si tratta di un ipotetico corpo celeste la cui presenza spiegherebbe una serie di anomalie gravitazionali nel sistema solare esterno. La sua esistenza è stata supposta per spiegare l’insolito allineamento di alcuni piccoli oggetti nella zona oltre l’orbita di Nettuno, la cosiddetta Fascia di Kuiper. Il problema è che, malgrado la comunità scientifica tenda a considerarlo una possibilità concreta, il pianeta 9 non è mai stato individuato.

Si pensa che la sua massa sia 5-10 volte quella della Terra, e che abbia una natura gassosa. Orbiterebbe a una distanza compresa tra 400 e 1500 unità astronomiche dal Sole, e impiegherebbe tra 10 e 20.000 anni per compiere una rivoluzione. Per fare un paragone, Plutone (che comunque ha un’orbita fortemente eccentrica e inclinata) ruota attorno al Sole in circa 250 anni.

Solo speculazioni

Si tratta, però, di mere speculazioni, come quelle che ne spiegherebbero l’eventuale posizionamento. C’è chi crede che vi sia stato attirato da una stella di passaggio, oppure dall’interazione con Giove e Saturno. Altri ipotizzano che ruotasse attorno a un’altra stella prima di essere catturato dal Sole, mentre in pochi ritengono che si sia formato dove sarebbe ora. E c’è anche chi è convinto che sia un “buco nero primordiale”, una classe di oggetti solo congetturati ma mai individuati. Sarebbe cioè un mini-black hole, dalle dimensioni di un pompelmo e una massa 5-10 volte superiore a quella terrestre.

Sia come sia, il sistema multi-planetario attorno a TYC 8998-760-1 ci offre un’occasione importante, perché è come scrutare il nostro passato. Naturalmente, come ha puntualizzato l’astrofisica Rebecca Oppenheimer, «non c’è una sola “architettura” per un sistema planetario». Ma la scienza insegna a mantenere la mente aperta finché non saranno i dati, eventualmente, a confutare l’ipotesi. E, nel caso in cui invece la dovessero confermare, per l’umanità sarebbe davvero un balzo gigantesco verso la soluzione dell’enigma sulle nostre origini.

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Cronaca

Stato di emergenza, Governo allo sprint mentre il Sud è una bomba sociale

Il Senato dà l’ok alla proroga, fino al 15 ottobre, dei poteri speciali dell’esecutivo. Che però ignora la vera emergenza in atto, le tensioni sociali dovute ai clandestini che fuggono dagli hotspot dove dovrebbero stare in quarantena

Mirko Ciminiello

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stato di emergenza e immigrazione: protesta ad amantea
Tensioni sociali nel Sud Italia

Il Governo Conte-bis ha chiesto – e si appresta a ottenere – la proroga dello stato di emergenza varato lo scorso 31 gennaio. In questo modo, avrà gli strumenti per affrontare rapidamente l’eventuale recrudescenza della crisi da Covid-19 fino al 15 ottobre. Molti, però, criticano l’idea di un’estensione dei poteri speciali del bi-Premier Giuseppe Conte sulla base di quella che, allo stato, è una semplice ipotesi. Oltre al fatto che l’esecutivo rosso-giallo sta ignorando che c’è una vera emergenza (sociale) già in atto.

Stato di emergenza, verso la proroga

Il Governo ha chiesto al Parlamento il prolungamento dello stato di emergenza, in scadenza il prossimo 31 luglio. Dopo il Senato, che ha già dato l’ok, è ora la volta della Camera, dove non si attendono sorprese. Questo passaggio, caldeggiato anche da parte della maggioranza, confermerà per altri tre mesi i poteri straordinari di cui già godono Giuseppi e la Protezione Civile. E proprio questi poteri hanno da tempo innescato la polemica politica.

Tra gli stessi azionisti di maggioranza dell’esecutivo, Pd e Italia Viva hanno insistito affinché l’atto fosse accompagnato da un decreto che fissasse alcuni paletti. Per la precisione, cinque punti che limitassero le facoltà del Presidente del Consiglio, su cui comunque si dovranno esprimere le Camere.

Maggiormente prevedibile l’ostilità delle opposizioni che, sia pure con sfumature diverse, accusano i rosso-gialli di voler ampliare indebitamente i poteri del Capo del Governo. «Non c’è un’emergenza sanitaria in corso» ha tuonato il leader leghista Matteo Salvini, «e chi vuole prorogare lo stato di emergenza è un nemico dell’Italia».

Quello della situazione epidemiologica è un altro punto fortemente controverso. Il coronavirus non ha mai abbandonato il Belpaese, ma al momento i contagi sono (relativamente) sotto controllo. Mentre tra le ragioni della richiesta di proroga dello stato di emergenza figura la possibilità che si verifichi nei prossimi mesi la temutissima seconda ondata. «Quindi si vuole estendere lo stato di emergenza sulla base di una ipotesi» ha commentato polemicamente Massimo Clementi, virologo del San Raffaele di Milano.

Le implicazioni di tale eventualità le ha evidenziate Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta. «Lo stato di emergenza lo dichiara il Consiglio dei Ministri in constatazione di una situazione di fatto che ora non esiste» le parole dell’insigne giurista. «Se non c’è uno stato di emergenza non si può dichiarare».

Tensioni sull’immigrazione

In realtà, un’emergenza in corso ci sarebbe anche, solo che non è quella di cui si discute. In effetti, è una vera bomba sociale che sta già deflagrando, soprattutto al Sud e in particolare in Sicilia. Conseguenza (anche) delle politiche migratorie del BisConte che, come sottolineato dal segretario del Carroccio, hanno portato a un forte aumento degli sbarchi di clandestini. Circostanza che, al tempo del Covid-19, assume una valenza totalmente differente.

Gli hotspot sono infatti al collasso. A Lampedusa, dopo gli approdi di martedì mattina, sono ospitate 872 persone, a fronte di una capienza massima di 95. Idem a Caltanissetta e Porto Empedocle, dove vengono trasferiti proprio i migranti che arrivano sull’isola agrigentina – e che dovrebbero osservare un periodo di quarantena.

Solo che, in tutte le strutture sopracitate – e non solo -, si sono registrate delle fughe. Che hanno suscitato un forte allarme in materia di salute pubblica.

Anche per questo il sindaco lampedusano Totò Martello, eletto con una lista di centro-sinistra, ha deciso di dichiarare a sua volta lo stato di emergenza sull’isola. Per poi arrampicarsi sugli specchi nel disperato tentativo di non ammettere che aveva ragione l’ex Ministro dell’Interno. Nel frattempo, alcuni abitanti hanno bloccato il porto in segno di protesta.

Furioso è anche il Governatore della Regione, Nello Musumeci, che già aveva esternato via social tutta la sua rabbia. «Pretendo rispetto per la Sicilia, non può essere trattata come una colonia», il suo sfogo.

Avrete già letto dei 100 migranti scappati a #Caltanissetta. Si aggiungono ai tunisini scappati a #Pantelleria e a…

Pubblicato da Nello Musumeci su Domenica 26 luglio 2020

Il vero stato di emergenza

Il Presidente della Trinacria ha poi rivelato di aver avuto un colloquio con la titolare del Viminale, Luciana Lamorgese. Che ha assicurato l’invio, entro pochi giorni, dell’esercito e di una nuova nave-quarantena in sostituzione della Moby Zazà, che ha da poco terminato il suo incarico.

Musumeci ha scritto di aver denunciato «la insostenibile situazione nell’Isola e la preoccupazione dei sindaci e delle comunità locali la cui esasperazione rischia di creare, specie in alcune zone, tensione e allarme sociale». Aggiungendo come «in Sicilia la questione migranti sia diventata anche una questione di ordine pubblico e di salute che non può più essere sottovalutata».

Entro pochi giorni sarà garantito l'invio nelle acque della #Sicilia di una capiente nave-passeggeri da riservare ai…

Pubblicato da Nello Musumeci su Lunedì 27 luglio 2020

Dello stesso avviso Luigi Di Maio, Ministro pentastellato degli Esteri, secondo cui è una questione di sicurezza, e non di ideologia. «È inconcepibile che oggi qualcuno, incurante delle regole tutt’ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l’obbligo della quarantena», il j’accuse. «I cittadini italiani» ha aggiunto, «devono continuare a rispettare le regole che ci siamo dati e vale lo stesso per i turisti o per chi ha diritto alla protezione internazionale». Avrebbe potuto aggiungere anche i clandestini, ma è già un passo avanti.

Quanto accaduto a Caltanissetta non è una sciocchezza, anzi. In queste ore peraltro si aggiunge un’altra notizia di una…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 27 luglio 2020

Nel frattempo, la Lamorgese è volata a Tunisi, dove ha incontrato il Presidente della Repubblica tunisina Kaïs Saïed. Al quale ha fatto presente i «seri problemi» causati dai «flussi incontrollati», e chiesto un’azione più efficace nel contenimento delle partenze.

L’aspetto paradossale è che sarebbe compito della Farnesina, così come non spetterebbe a Giggino occuparsi della sicurezza interna. È un po’ come se i membri del gabinetto contiano non avessero ben chiaro cosa dovrebbero fare. Ed è questo, a ben pensarci, il vero stato di emergenza.

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Cronaca

Processo Palamara, se lo stato di diritto diventa uno Stato al rovescio…

Il Csm rinvia le udienze a settembre mentre l’ex presidente dell’Anm, poco incline a fare da “tonno espiatorio”, ricusa il giudice Davigo. E c’è già chi pensa che lo slittamento serva alla magistratura per evitare di processare se stessa

Mirko Ciminiello

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Il processo Palamara e lo stato di diritto

Ogni giorno che passa, il processo Palamara regala nuove sorprese e si arricchisce di nuovi dettagli. Gli ultimi riguardano i retroscena sul principale capo d’imputazione a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. E, legato a questi, l’immediato slittamento dell’udienza davanti alla Commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Che già qualcuno legge come un disperato tentativo delle toghe di salvarsi in corner, affibbiando tutta la responsabilità dello scandalo Magistratopoli al principale indiziato.

Il rinvio del processo Palamara

La prima udienza del procedimento disciplinare a carico di Luca Palamara è durata pochi minuti, il tempo di rinviare tutto al 15 settembre. Il difensore dell’ex Pm, Stefano Guizzi, non poteva infatti presentarsi a Palazzo dei Marescialli perché trattenuto in tribunale da un altro processo.

Sarà dunque agli sgoccioli dell’estate che il Csm dovrà deliberare anzitutto sulle istanze di ricusazione presentate da Palamara e da Cosimo Ferri. Parlamentare di Iv e toga in aspettativa, che aveva annunciato la ricusazione dell’intero Csm, anche se alla fine si è accontentato di due sole istanze.

Ferri era presente all’ormai celeberrima cena del 9 maggio 2019 all’hotel Champagne, in cui si discusse della nomina del nuovo Procuratore di Roma. Che gli indagati, inclusi l’onorevole dem Luca Lotti e altri cinque membri del Csm, cercavano di eterodirigere, secondo i magistrati di Perugia titolari del caso. In più, per non farsi mancare niente, Palamara avrebbe anche tentato di screditare l’allora Procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. Alla cui carica aspirava proprio l’ex leader dell’Associazione Nazionale Magistrati.

C’è però anche un altro banchetto sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti. Un pranzo avvenuto «alla fine di febbraio 2019», sempre a Roma, al ristorante Il Baccanale. Al quale parteciparono, oltre al solito Palamara, Stefano Fava, giudice civile di Latina, Sebastiano Ardita, consigliere dell’organo di autogoverno della magistratura, e il Pm Erminio Amelio. Ma, soprattutto, l’idolo dei manettari Piercamillo Davigo, famoso per aver dichiarato che «non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti».

Proprio questa circostanza era alla base della richiesta, da parte dell’ex leader della corrente Unicost, che Davigo, in quanto membro della sezione disciplinare, si astenesse. Nel momento in cui il togato si è rifiutato, sostenendo che quel colloquio non avesse alcuna rilevanza nella contestazione in essere, Palamara lo ha ricusato.

Il pranzo al Baccanale

La motivazione della mossa dell’ex Pm romano sta nell’aver citato lo stesso Davigo come teste, proprio perché presente al tavolo sopracitato. È pur vero che il consigliere del Csm è in buona compagnia, visto che Palamara ha presentato un elenco monstre di 133 testimoni. Che, per inciso, Palazzo dei Marescialli pare voglia ridurre a una decina, possibilmente di secondo piano rispetto ai nomi altisonanti che campeggiano nella lista.

Davigo, però, si troverebbe nella condizione di far parte, contemporaneamente, dell’accusa, del collegio giudicante e dei testi «a discarico dell’incolpato». E il fatto che ritenga di poter gestire questa pletora di ruoli fa pensare che si consideri anche uno e trino.

Nel pranzo “incriminato”, Davigo sarebbe stato per lo più in silenzio, mentre i veri protagonisti sarebbero stati Fava e Ardita. Al centro della conversazione, una diatriba tra lo stesso Fava, allora sostituto Procuratore nella Capitale, e il duo Pignatone-Ielo, sfociata poi in un esposto al Csm.

Secondo Fava, in uno dei casi che lui seguiva come Pm il vertice di piazzale Clodio si sarebbe dovuto astenere per un possibile conflitto d’interessi. Tuttavia, quando il Pm calabrese presentò una richiesta di custodia cautelare, il Procuratore di Roma gli negò il visto. I contrasti si sarebbero quindi ulteriormente inaspriti, fino alla revoca del fascicolo all’ex sostituto Procuratore.

Di queste divergenze si parlò al Baccanale e, stando al racconto di Fava, Ardita e Davigo giudicarono la vicenda «di indubbia rilevanza e che meritava accertamenti approfonditi». Come poi avvenne nel momento in cui Fava presentò effettivamente l’esposto al Consiglio Superiore della Magistratura, il successivo 27 marzo, «per tutelarmi».

Solo che l’ex presidente dell’Anm se ne sarebbe avvalso per denigrare Pignatone. Tanto è vero che l’esposto è diventato oggetto di incolpazione proprio nel processo Palamara.

Il processo Palamara e lo stato di diritto

C’è chi, come il cronista di giudiziaria Frank Cimini, pensa che il rinvio del processo Palamara indichi la volontà «di affossare il processo stesso». La magistratura dovrebbe infatti processare se stessa, ma potrebbe preferire di gran lunga salvaguardare la propria immagine.

«Vogliono trovare il modo per non espellere Palamara in modo che dica meno di quello che vuole dire», è la convinzione del giornalista. Secondo cui le toghe non possono permettersi che esca «altra spazzatura come sarebbe inevitabile».

L’alternativa sarebbe radiare il prima possibile l’ex Pm di Roma, salvando – e probabilmente ricompattando – il sistema delle correnti. Bisognerebbe però fare preventivamente i conti con la scarsa propensione (eufemismo) dell’ex membro del Csm a fare da capro, o meglio da tonno espiatorio.

Chi ne esce sicuramente con le ossa rotte è il diritto. Ma in fondo siamo abituati ad avere, per molti versi, uno “Stato al rovescio”: e di qui a uno “stato di rovescio” è un attimo.

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Cronaca

Stranieri e Covid-19, la realtà inizia a far cambiare idea anche ai buonisti

Folle strategia del Governo che respinge i turisti e accoglie i clandestini, compresi quelli malati che poi spariscono. E, con i nuovi cluster, anche insospettabili come il Governatore della Campania De Luca chiedono più controlli

Mirko Ciminiello

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stranieri e covid-19: vincenzo de luca
Il Governatore della Campania Vincenzo De Luca

Stranieri e Covid-19, una questione oggettivamente complicatissima. In quest’ambito così scivoloso, che si muove principalmente (ma non solo) al confine tra sanità ed economia del terzo settore, il Governo sembra navigare a vista. Con risultati, come minimo, sconcertanti.

I focolai recenti

Negli ultimi giorni sono stati individuati in Italia vari focolai di contagio da coronavirus, di cui il più grave è sicuramente quello di Savona. L’ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che non solo il patogeno non ci ha abbandonati, ma “è vivo e lotta con noi”.

Non appare dunque del tutto ingiustificata una certa prudenza da parte del Governo Conte nella gestione della pandemia. Il problema, infatti, sta paradossalmente nelle soluzioni.

Abbiamo già ricordato come il Belpaese, in accordo con Bruxelles, abbia stabilito di vietare l’ingresso ai viaggiatori provenienti da alcuni Paesi a rischio. Per effetto di tale decisione, ad esempio, a inizio mese un jet con dieci turisti americani è stato respinto all’aeroporto di Cagliari.

Su una normativa simile si potrebbe discutere a lungo, anche perché pone un interrogativo quasi manicheo tra due esigenze contrapposte. Quella di garantire la salute e quella di tutelare chi vive di turismo.

In sé, non ci appare scandaloso che l’esecutivo abbia fatto una scelta di campo. Salvo che per un particolare: la disparità di trattamento verso coloro che arrivano in Italia da clandestini.

Stranieri e Covid-19, confusione nel Governo

Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che i recenti cluster hanno le origini più disparate. E che non sempre gli Italiani stanno dando una grande prova di sé, come dimostra soprattutto il caso dell’Alto Adige. Dove un’intera famiglia è stata denunciata per epidemia colposa dopo aver violato la quarantena imposta dalla positività di uno dei suoi membri. Che potrebbe aver contagiato (per ora) 40 persone.

E tuttavia, proprio perché ci sono già gli irresponsabili autoctoni, non serve che si aggiungano quelli esteri. Tipo i tunisini trasferiti a Gualdo Cattaneo, in Umbria, quasi all’insaputa del sindaco, 23 dei quali si sono dileguati violando a loro volta l’isolamento. O gli oltre venti migranti fuggiti senza lasciare traccia dall’hotspot di Taranto.

«Gli sbarchi incontrollati mettono in evidenza tutte le contraddizioni» dell’esecutivo, aveva attaccato Jole Santelli, Governatrice della Calabria, dove erano approdati 28 clandestini positivi al virus. Un Governo «che, giustamente, blocca tutti gli ingressi da 13 Paesi a rischio, ma poi rimane incomprensibilmente inerte rispetto ai barconi che arrivano dall’Africa».

⭕️ I 28 migranti positivi al #Covid19 arrivati ieri a #RoccellaJonica confermano gli enormi rischi connessi agli sbarchi…

Pubblicato da Jole Santelli su Domenica 12 luglio 2020

Stranieri e Covid-19, cui prodest?

Ragionamento opposto, invece, quello della Regione Lazio, il cui assessore alla sanità, Alessio D’Amato, ha annunciato l’inasprimento delle misure anti-coronavirus. Un’apposita ordinanza, infatti, permetterà di sanzionare coloro che non indossano la mascherina in presenza di altre persone.

D’Amato, del resto, lo aveva già anticipato. «Rivolgo un appello all’utilizzo della mascherina o si dovrà richiudere. Non possiamo tornare indietro e disperdere gli sforzi fatti fin qui».

E, d’altra parte, le ultime linee guida dell’esecutivo rosso-giallo contemplano ancora l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione individuale. E non solo nei luoghi chiusi, ma anche all’aperto, se non è possibile mantenere il distanziamento interpersonale minimo. Come accade, fin troppo spesso, nelle zone della movida.

Eppure, lo stesso assessore aveva precisato, nel corso della stessa comunicazione, che dei 17 nuovi casi registrati quel giorno in Regione dieci erano «di importazione». Verrebbe quindi da chiedersi: cui prodest?

Anche perché, solo poche ore prima, Francesco Boccia, Ministro dem per gli Affari Regionali, aveva rilanciato la necessità dello stato di emergenza. Preventivo, visto che lui stesso ha ammesso che «l’Italia in questo momento è uno dei Paesi più sicuri». Eppure, ha sottolineato al contempo, è necessario mantenere alta la tensione, «perché il 70% dei positivi lo abbiamo ancora in casa».

Una ragione in più per evitare di farne entrare altri. Anche perché qualcuno potrebbe sempre malignare che, non essendoci una crisi reale, qualcuno potrebbe crearla a tavolino per continuare a esercitare i pieni poteri. Ma cosa si va a pensare…

Stranieri e Covid-19, i pentiti dell’ultima ora

«Dobbiamo innanzitutto liberarci da un ricatto morale inaccettabile. Essere contro gli sbarchi, combattere gli scafisti, sostenere la chiusura delle rotte illegali nel Mediterraneo e il controllo dell’immigrazione, non significa essere razzisti».

Sembrano parole del leader leghista Matteo Salvini, invece a vergarle è stato Aldo Cazzullo, una delle firme più importanti del Corriere della Sera. Che ha anche aggiunto che «un Paese ha il diritto e il dovere di difendere le proprie frontiere, di stabilire chi può entrare e chi no. A maggior ragione se sono frontiere europee. A maggior ragione se è un Paese indebolito e impoverito da una pandemia».

Una presa di posizione assai politicamente scorretta, ancora più significativa se si pensa che è apparsa sulle colonne del quotidiano che rappresenta il tempio del conformismo. Eppure, via Solferino non è l’unica sede in cui si possono trovare dei “buonisti pentiti”.

Il buonsenso non ha colore politico

Per informazioni, chiedere a Vincenzo De Luca, Presidente della Regione Campania, da sempre strenuo avversario delle politiche sull’immigrazione portate avanti dal Carroccio. Almeno finché la realtà non ha bussato alla sua porta sotto forma di focolaio dalle radici estere.

«Complessivamente le persone rientrate dalla Serbia in 48 ore sono 30. Questo conferma la necessità che l’Italia abbia un controllo più serio ai confini rispetto ai giorni scorsi» ha argomentato il Governatore. «Quelli di ora non sono rigorosi e non possiamo permetterci di avere una epidemia da importazione. Trenta persone dalla Serbia possono essere un problema».

Parole assennate, ed è certamente una buona notizia che inizino a condividerle anche gli intelliggenti con-due-gi. La sicurezza, infatti, non dovrebbe essere né di destra né di sinistra, e in effetti non dovrebbe avere alcun colore politico. Esattamente come una virtù che al momento, ahinoi, scarseggia: il buonsenso.

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Cronaca

Buchi neri “tascabili”, l’idea italiana per studiare la radiazione di Hawking

Con un foglio di grafene dallo spessore di un atomo si potrebbero simulare le condizioni dell’orizzonte degli eventi (il “confine” di un black hole) in assoluta sicurezza. E intanto lo spazio non smette mai di stupire

Mirko Ciminiello

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Il grande fisico Stephen Hawking

I buchi neri sono certamente tra gli oggetti più misteriosi ed elusivi dell’intero universo. Giganti voraci, insaziabili e di norma lontanissimi, possiedono un’attrazione gravitazionale tanto elevata che niente, neppure la luce, può sfuggire alle loro fauci. Per questo motivo, è estremamente difficile individuarli – e quindi studiarli. Ma alcuni ricercatori italiani hanno avuto un’idea che potrebbe ovviare a tutti questi problemi.

La radiazione di Hawking

Il team in questione appartiene per lo più al Centro Europeo di studi teorici in fisica nucleare ed Aree Collegate (ECT*) di Trento. E i suoi membri pensano di poter produrre in laboratorio l’analogo di un black hole “tascabile” che permetterebbe di osservare fenomeni reali in tutta sicurezza.

In particolare, gli studiosi vorrebbero concentrarsi sulla radiazione di Hawking, un tipo di radiazione termica teorizzata dal grande fisico Stephen Hawking, scomparso nel marzo 2018. Lo scienziato britannico ha infatti dimostrato che, a causa di particolari effetti quantistici, alcune particelle possono sfuggire all’enorme attrazione del colosso oscuro.

Questo fenomeno si verifica nei pressi dell’orizzonte degli eventi, il confine oltre il quale nulla può scampare al pantagruelico appetito del mostro spaziale. Esso porta, in tempi lunghissimi, all’evaporazione dei buchi neri, ed è associato a delle proprietà termiche inversamente proporzionali alla massa del black hole. Vale a dire che più quest’ultimo è grande, minore è la temperatura e viceversa.

In linea teorica, dunque, sarebbe più facile misurare la radiazione di Hawking collegata a un buco nero molto piccolo. Il problema è che, anche questo caso, la temperatura sarebbe troppo bassa – ovvero il black hole sarebbe troppo freddo.

Per rendere l’idea, si consideri anzitutto che l’intero universo è permeato da una sorta di “rumore di fondo”, considerato l’eco del Big Bang. È la cosiddetta radiazione cosmica di fondo, associata a una temperatura di 2,7 K (-270,4 °C), ovvero 2,7 gradi al di sopra dello zero assoluto.

Ebbene, come ha illustrato uno dei ricercatori trentini, Daniele Binosi, i più piccoli buchi neri mai scoperti hanno una temperatura «inosservabile con gli strumenti» attuali. Una temperatura «nove ordini di grandezza» inferiore alla radiazione cosmica di fondo – e si sta parlando di quelli che dovrebbero essere i corpi più caldi.

Buchi neri da laboratorio

Di qui il progetto del gruppo della Fondazione Bruno Kessler, che ha sviluppato un modello centrato su un materiale molto particolare, il grafene. Si tratta di uno strato di atomi di carbonio disposti in forma esagonale, come in un pallone da calcio.

Gli scienziati hanno calcolato che sarebbe possibile produrre un buco nero da laboratorio modificando la struttura di questo materiale. Per la precisione, si dovrebbero inserire alcuni pentagoni e alcuni ettagoni, con il vincolo che questi ultimi superino di sei unità il numero dei pentagoni.

Queste asimmetrie modificherebbero il modo in cui gli elettroni si muovono all’interno del reticolato. Gli effetti sarebbero equivalenti a quelli che avvengono realmente presso l’orizzonte degli eventidi un black hole – ma sarebbero misurabili. Basterebbe infatti un foglio di grafene dello spessore di un atomo per simulare un buco nero con una radiazione di 16 K (-257 °C).

Buchi neri supermassicci

Nel frattempo, la ricerca avanza e, grazie anche ai progressi della tecnologia, lo spazio ci rivela a poco a poco i suoi segreti. Così, un team di astronomi della Johns Hopkins University di Baltimora ha individuato una popolazione di 28 buchi neri supermassicci molto particolari.

Gli scienziati li chiamano heavily obscured black holesbuchi neri fortemente oscurati, perché sono avvolti da una “coperta” di polveri e gas. Proprio per questa ragione sono in grado di “camuffarsi”, tanto che alcuni di essi erano stati scambiati per galassie distanti. E questo nonostante un supermassive black hole abbia di norma una massa compresa tra centinaia di migliaia e miliardi di volte quella del Sole.

Proprio in questi giorni, poi, una ricerca condotta dalla Cardiff University ha rilevato il buco nero supermassiccio con la massa più bassa mai registrata, circa 50.000 volte quella solare. L’oggetto si trova all’interno della galassia nana NGC 404, anche nota con il suggestivo nome di Fantasma di Mirach.

Il motivo di questa denominazione risiede nel fatto che, osservandola dalla Terra, NGC 404 appare molto vicina alla luminosissima Mirach. La seconda stella più brillante della costellazione di Andromeda, che conferisce alla galassia nana un aspetto diafano e spettrale.

Lo spazio non cessa mai di stupire

Attraverso una tecnica innovativa, gli astronomi hanno potuto calcolare in modo molto più accurato le dimensioni del supermassive black hole al centro di NGC 404. Il che è significativo anche perché sulla formazione dei buchi neri supermassicci vi sono solo ipotesi. Ora però «possiamo davvero iniziare ad esplorare sia le proprietà che le origini di questi oggetti misteriosi» ha spiegato Tim Davis, dell’Università di Cardiff.

I black holes, insomma, non cessano mai di stupire. E, aprendoci delle spettacolari finestre sul passato dell’universo, ci permettono di capire qualcosa in più anche su noi stessi, sulle nostre origini e, forse, sul nostro futuro.

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Cronaca

Francia, ancora fiamme in una chiesa: devastata la Cattedrale di Nantes

Oltre un anno dopo la distruzione di Notre-Dame de Paris, un rogo distrugge il grande organo della chiesa gotica di Saint-Pierre-et-Saint-Paul. Rinvenuti tre inneschi, la Procura ha aperto un’inchiesta per incendio doloso

Mirko Ciminiello

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L'incendio alla cattedrale gotica di Nantes

Un nuovo drammatico incendio ha scosso la Francia oltre un anno dopo quello che distrusse Notre-Dame de Paris il 15 aprile 2019. Questa mattina, 18 luglio, il fuoco è divampato nella cattedrale di Nantes, dedicata ai SS. Pietro e Paolo. Una chiesa gotica la cui prima pietra venne posata nel 1434, ma che venne completata solo dopo 457 anni di lavori. Ci sono volute due ore per circoscrivere il rogo, oltre a uno spiegamento di 104 uomini e 45 mezzi.

«Le fiamme sono partite dall’organo posto dietro al rosone» ha spiegato il generale Laurent Ferlay, direttore dipartimentale del servizio antincendio per la Loira Atlantica. E proprio il grande organo, sopravvissuto alla Rivoluzione Francese, ha riportato i danni peggiori. È «completamente distrutto», ha dichiarato il capo dei pompieri, e la piattaforma su cui poggiava è «instabile».

La Procura di Nantes ha aperto un’inchiesta per incendio doloso. Lo ha comunicato il Procuratore Pierre Sennes, annunciando il ritrovamento di tre inneschi, uno accanto al grande organo e gli altri ai lati della navata.

Francia, la storia si ripete

«Che tristezza vedere la storia che si ripete», ha twittato il deputato ed ex Ministro François de Rugy.

Molti in Francia, in effetti, hanno parlato di un senso di déjà-vu – e non solo in riferimento a Notre-Dame. La stessa Cathédrale Saint-Pierre-et-Saint-Paul de Nantes, infatti, era già stata danneggiata da un rogo provocato accidentalmente nel 1972 dalla distrazione di un operaio. In quel caso, ci erano voluti 13 anni per riaprire l’edificio al culto.

Immediato è giunto il cordoglio delle principali cariche dello Stato. Da Bruxelles, dov’è impegnato nel Consiglio Europeo straordinario, è arrivato il messaggio del Presidente Emmanuel Macron. Che ha invitato a sostenere i «vigili del fuoco che si assumono ogni rischio per salvare questo gioiello gotico della città dei Duchi».

Ha invece anticipato l’intenzione di recarsi sul luogo della tragedia Jean Castex, Primo Ministro transalpino. «Voglio sapere cosa è successo, mostrerò prima la mia solidarietà ai cittadini di Nantes», le parole del Capo del Governo della Francia.

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Cronaca

Ponte di Genova, concessione ad Aspi: ed è di nuovo bagarre nel Governo

Il Ministro De Micheli annuncia che Autostrade avrà ancora la gestione (temporanea) del nuovo viadotto sul Polcevera. All’attacco il M5S, che ne ha fatto un vessillo, mentre il centrodestra ironizza: “due anni di latrati per niente”

Mirko Ciminiello

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Autostrade per l'Italia

È la gestione del nuovo ponte di Genova il tema dell’ultima (in ordine cronologico) diatriba tutta interna al Governo rosso-giallo. Una diatriba che ruota attorno a una dichiarazione del Ministro dem dei Trasporti Paola De Micheli, che ha fatto infuriare il M5S. Perché in pochi istanti ha fatto strame di tutti i roboanti vaniloqui esternati dai grillini negli ultimi due anni, dal tragico crollo del ponte Morandi.

Il ponte di Genova ad Autostrade

«Il nuovo ponte Morandi sarà gestito da Autostrade». Poche parole, quelle del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma sufficienti a scatenare l’ennesima bagarre intergovernativa.

La questione l’aveva sollevata il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci. Il quale, da commissario straordinario per la ricostruzione, deve affidare a qualcuno collaudo e gestione del viadotto sul Polcevera, che altrimenti resterebbe inutilizzato.

Il MIT era stato chiaro. «Il nuovo ponte va consegnato nelle mani del concessionario autostradale in essere al momento». Ovvero, come ha confermato il Ministro De Micheli in un’intervista radiofonica, Aspi (cioè i Benetton), anche se «sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca».

Era infatti Autostrade per l’Italia a gestire il vecchio ponte delle Condotte prima del tragico crollo del 14 agosto 2018. Un dramma in cui potrebbero aver giocato un ruolo gli scarsi investimenti nella manutenzione posti in essere dalla società del gruppo Atlantia. Che infatti era stata esclusa dal bando per l’edificazione del nuovo ponte di Genova. Decisione impugnata da Autostrade di fronte alla Corte Costituzionale, che però ha dato ragione al Governo Conte.

La titolare dei Trasporti ha precisato che il rinnovo della concessione è solo pro tempore, e che la scelta ha una valenza «esclusivamente giuridica». Ma tanto è bastato a dare il la a un’altra polemica politica.

L’ennesima polemica nel Governo

«Due anni di latrati, ringhiare, stridore di denti, tintinnare di manette e minacce hanno prodotto quello che si immaginava fin dall’inizio». Vale a dire il fatto che «il ponte di Genova verrà riconsegnato proprio ad Autostrade, come ha ordinato il Governo M5S-PD».

È stato tranchant il Presidente della Liguria Giovanni Toti, ricordando che «intanto per la tragedia del Morandi e per le sue 43 vittime nessuno ancora ha pagato. Mentre a Roma litigavate, noi in Liguria almeno abbiamo ricostruito il ponte».

Leggo la rassegna di questa mattina e penso…Ai grillini che promettevano, sulle macerie del Morandi, che avrebbero…

Pubblicato da Giovanni Toti su Martedì 7 luglio 2020

Nel mirino del Governatore c’era soprattutto il Movimento 5 Stelle, che è da sempre impegnato in una durissima opposizione alla famiglia Benetton. E infatti è sulle barricate, con lo spettro di dover ammainare l’ennesimo vessillo ideologico.

A dare fuoco alle polveri è stato il reggente Vito Crimi. «Il ponte di Genova non deve essere riconsegnato nelle mani dei Benetton. Non possiamo permetterlo» ha scritto via social.

Parole che suonano come un ulteriore, vuoto proclama, a cui si sono subito accodati altri esponenti pentastellati. Come il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha assicurato che «sulla concessione delle autostrade il Governo ha lavorato senza sosta. Dopo aver raggiunto un risultato importantissimo, con il nuovo ponte Morandi costruito in meno di due anni, adesso è arrivato il momento di decidere, possibilmente entro questa settimana». Dum herba crescit equus moritur.

Draconiano anche il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. Il quale si è spinto a scomodare Dante Alighieri nel timore di essere accomunato agli ignavi del terzo canto dell’Inferno.

Attacco frontale, invece, da parte del segretario leghista Matteo Salvini. Secondo cui, dopotutto, «dopo due anni di menzogne e tempo perso» ha prevalso la logica della sopravvivenza. «Cosa non si fa per salvare la poltrona» il sardonico commento del Capitano.

I lavori sul ponte di Genova

In mezzo a tutto questo bailamme, i lavori del nuovo ponte di Genova non si sono comunque fermati. Sono infatti iniziate le operazioni di stesura del primo strato di asfalto, e il primo cittadino Bucci ha confermato che le attività termineranno «entro il 29 luglio».

In questo modo, sarà possibile procedere all’inaugurazione del viadotto «tra l’1 e il 10 agosto». Come da cronoprogramma, ha assicurato il sindaco sotto la Lanterna.

Anche il Governatore Toti ha insistito sul punto. «Noi continuiamo a lavorare per l’interesse dei liguri» ha chiosato. Evidenziando fin troppo impietosamente dove si collocano gli atti concreti e dove le frivolezze. Sottolineando cioè la sostanziale differenza che passa tra un’amministrazione del fare e un esecutivo del faremo.

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Cronaca

Caos magistrati, il j’accuse di Di Pietro: “Vige la dittatura dei peggiori”

L’ex Pm di Mani Pulite attacca i colleghi carrieristi: “è la Tangentopoli della magistratura”. Intanto Palamara è di nuovo nei guai, stavolta per un lido in Sardegna di cui era socio occulto attraverso un prestanome

Mirko Ciminiello

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caos magistrati: antonio di pietro
L'ex Pm Antonio Di Pietro

Periodicamente, e ormai sempre più occasionalmente, il caos magistrati evade dall’oblio in cui i media mainstream stanno cercando di confinarlo. Stavolta, l’irruzione si deve a un’intervista rilasciata da un altro togato, Antonio Di Pietro. Che ha lanciato un pesantissimo j’accuse all’ex Pm Luca Palamara, indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, e ai colleghi coinvolti nelle chat di quest’ultimo.

Caos magistrati, come Tangentopoli

«Mi preoccupano i tanti Palamara non emersi, tutti coloro che non sono stati intercettati ma comunque hanno trasformato la magistratura da servizio in occasione di potere personale». Così Di Pietro, Pm di Mani Pulite, esprimendo un’opinione piuttosto diffusa. Quella che il potere giudiziario non possa cavarsela solo puntando il dito contro un capro, anzi un “tonno espiatorio”. «Il Csm ha creato il cancro che lo sta uccidendo, scegliendo il sistema elettivo e aprendo delle vere e proprie campagne elettorali».

Un ragionamento condiviso anche dall’ex presidente dell’Anm, che già qualche settimana fa si era scagliato contro la riforma dell’Ordinamento giudiziario del 2007. Una riforma pensata per evitare che gli avanzamenti di carriera avvenissero solo per anzianità, escludendo quindi il merito. Il cui spirito è stato però stravolto da quella «modestia etica» di cui ha parlato il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

«Questa riforma trasformò i generali in soldati e i soldati in generali» ha concluso l’ex ras di Unicost. Con il potere decisionale che cadde in via esclusiva in mano alle correnti in seno al Consiglio Superiore della Magistratura.

Di Pietro concorda almeno nel merito, tanto da aver azzardato perfino un paragone con Tangentopoli. «Allora tutti i politici si mettevano d’accordo per spartirsi le mazzette mentre oggi le toghe si accordano per dividersi il potere. E in entrambi i casi c’è stata una degenerazione, un tempo dei partiti, adesso della magistratura», l’argomentazione.

Palamara e il prestanome

Parlando di degenerazioni, bisogna dire che Palamara non si è fatto mancare proprio niente. Per esempio, è notizia di questi giorni che controllasse lo stabilimento di Olbia Kando Istana Beach, di cui era socio occulto tramite un prestanome. Un commercialista romano, di nome Andrea De Giorgio, che aveva anticipato all’ex consigliere del Csm la somma necessaria ad acquisire le quote dell’impianto. E che in cambio «aveva ricevuto incarichi dai tribunali e dalla Procura di Roma», come si legge negli atti dell’inchiesta perugina sull’ex Pm della Capitale.

Queste attenzioni non fanno comunque parte delle contestazioni, né penali né disciplinari, all’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Tuttavia, secondo i giudici del capoluogo umbro svelano «rapporti poco trasparenti o, comunque, commistioni di interessi quantomeno sintomatici» di un uso improprio del ruolo di magistrato.

Soprattutto considerando certe conversazioni tra Palamara e un terzo socio, Federico Aureli, già titolare di una concessionaria di moto. Conversazioni centrate su un procedimento penale aperto dalla Procura di Roma a carico della moglie e della madre dell’imprenditore. «Mai ho chiesto a Luca di aiutarla e di intervenire» si è difeso questi di fronte ai Pm perugini. Ma ragioni di opportunità avrebbero suggerito, perlomeno, maggiore prudenza.

Caos magistrati, come se ne esce?

L’ex leader dell’Italia dei Valori, nel frattempo divenuto avvocato, non ha voluto comunque processare il sistema, bensì i singoli individui «che hanno umiliato la magistratura». All’interno della quale ci sono, ovviamente, anche «molte brave persone».

Il problema è che, come ha ammesso anche Di Pietro, comandano le mele marce. Ovvero, «i magistrati che aprono le inchieste pensando alla propria realizzazione privata anziché alla loro funzione istituzionale» ha insistito l’ex Pm molisano. Che ha messo nel mirino il «reato di abuso di ufficio, in cui il politico di turno deve dimostrare di non essere colpevole. È la resa del diritto: si anticipa la condanna non essendo in grado di provare il reato. Sono inchieste che garantiscono notorietà ma non giustizia».

L’avvocato se l’è presa anche con l’Associazione Nazionale Magistrati, «che per quel che mi riguarda neppure dovrebbe esistere». I sindacati, infatti, «servono per difendere i lavoratori dal potere ma i magistrati, che hanno il potere più grande, da che cosa si dovrebbero mai difendere?»

Di Pietro, poi, ha fornito la sua ricetta per provare a uscire da questo stato di avvilente decadenza e imbarbarimento. «Le nomine dei capi della magistratura non devono essere fatte dalle correnti ma dal Presidente della Repubblica, dalla Corte Costituzionale e, per la restante parte, tirate a sorte».

La dittatura dei peggiori

Non è certo l’unico addetto ai lavori ad auspicare il sorteggio come rimedio contro l’attuale abbrutimento morale della categoria. Quando il Ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede lo capirà, non sarà mai troppo tardi.

Per ora, resta il caos magistrati e quella che è stata definita “dittatura dei peggiori”, per cui chi non è sufficientemente schierato «ne paga le conseguenze». Capitò anche al rimpiantissimo Giovanni Falcone, come ha ricordato l’ex Pm di Tangentopoli. Che ha concluso con una constatazione amarissima e inquietante. «Un magistrato può essere fermato solo facendolo saltare in aria, come capitò a Giovanni [Falcone, N.d.R.], o da un altro magistrato, come capitò a me».

Con tanti saluti a quella che un tempo fu la giustizia. Il Marchese del Grillo fece suonare le campane a morto per molto meno.

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