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Politica

Roma 2021, le manovre di partiti e coalizioni a un anno dalle Comunali

Fari puntati sul sindaco uscente Virginia Raggi, la cui eventuale candidatura è sgradita a Zingaretti e potrebbe mettere a rischio l’eventuale alleanza al ballottaggio. Mentre Pd e centrodestra si affannano alla ricerca di un candidato forte

Mirko Ciminiello

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virginia raggi shock
Il sindaco di Roma Virginia Raggi

A meno di un anno dall’attesissimo appuntamento di Roma 2021, partiti e coalizioni stanno scaldando i motori per individuare il candidato migliore per il Campidoglio. Una partita quantomai incerta, già contrassegnata da colpi di scena che rimescolano continuamente le carte. Nel toto-nomi, così come nelle prospettive dei singoli, possibili protagonisti.

Roma 2021, lo stato dell’arte

Non tutte le competizioni sono uguali, e la sfida Capitale (non ce ne voglia nessuno) ha una valenza maggiore di altre. Non foss’altro perché, normalmente, i suoi risultati si riverberano anche a livello nazionale, con conseguenze spesso imprevedibili.

I fari, com’è naturale, sono puntati soprattutto sulla forza politica che ha espresso l’amministrazione attuale, il Movimento Cinque Stelle. Al cui interno si discute animatamente sull’eventuale ricandidatura del sindaco uscente, Virginia Raggi.

Un recente sondaggio ha evidenziato come due Romani su tre (per la precisione, il 66,8%) siano decisamente contrari a un secondo mandato di Virgy. Che, d’altronde, dovrebbe anche fare i conti con la regola interna al MoVimento sul limite delle due consiliature (l’ultima delle quali è in essere).

Di certo, poi, non aiuta il recente autogol del Garante Beppe Grillo, che ha rilanciato sul suo blog qualcosa di vagamente simile a una poesia. Un componimento apparentemente teso a sponsorizzare il primo cittadino, però attraverso una serie di insulti alla Città Eterna e ai suoi abitanti.

A complicare ulteriormente il quadro ci si è messa Monica Lozzi, presidente del Municipio VII, che ha annunciato la propria uscita dal M5S. Raccontando «l’amarezza e la delusione di aver creduto in un sogno mandato in frantumi da una classe dirigente non all’altezza».

A TESTA ALTA…!!! Ci sono giorni in cui bisogna prendere il coraggio a due mani e fare delle scelte importanti anche…

Pubblicato da Monica Lozzi su Giovedì 23 luglio 2020

L’ormai ex esponente pentastellata ha anticipato la decisione di correre alle prossime elezioni con il nuovo micro-partito dell’altro fuoriuscito Gianluigi Paragone. Appena battezzato con il sobrio nome di No Europa per l’Italia – Italexit con Paragone.

Difficile che la Lozzi possa essere davvero competitiva. Però potrebbe togliere voti al candidato ufficiale della sua formazione passata, voti che potrebbero anche essere decisivi per l’approdo al ballottaggio. Visti i rapporti difficili (per usare un eufemismo) con l’attuale inquilina di Palazzo Senatorio, non è escluso che al minisindaco vada bene così.

Roma 2021, i dubbi del Pd

La scelta dei Cinque Stelle potrebbe avere delle ripercussioni anche sui rapporti con gli alleati di Governo, e in particolare col Pd. Se non nell’immediato, perlomeno nella prospettiva del secondo turno, in cui è verosimile che dem e grillini si risolvano a unire le forze.

Il segretario Nicola Zingaretti ha escluso categoricamente qualsiasi tipo di sostegno alla Raggi. Definendo una sua eventuale riproposizione «una minaccia» per i Romani.

Ancora più tranchant Italia Viva, che in nessun caso vuole sentir parlare di apparentamento con i pentastellati. «Se l’idea è andare con i grillini, correremo da soli» ha avvisato il deputato Luciano Nobili.

I rumours provenienti da via del Nazareno testimoniano però delle difficoltà nell’individuare un big, circostanza che potrebbe precludere la via del ballottaggio. I principali nomi che circolano al momento sono quelli del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e del Presidente dell’Europarlamento David Sassoli. I quali però dovrebbero rinunciare a degli incarichi prestigiosi per affrontare una campagna elettorale dagli esiti tutt’altro che scontati. Anche se il mandato dell’ex giornalista Rai scadrà a dicembre dell’anno prossimo, quindi pochi mesi dopo la tornata elettorale di Roma 2021.

Più che disponibile sarebbe invece la deputata Monica Cirinnà, che però appare meno spendibile. Sarebbe troppo divisiva, e inoltre non possiede la stessa visibilità di cui godono i suoi compagni di partito.

E il centrodestra?

Anche il centrodestra è alle prese con un rebus analogo. Da un lato vi sono autocandidature estemporanee, per non dire folcloristiche, come quella del patron laziale Claudio Lotito, stroncata sul nascere. Non foss’altro perché alienerebbe i consensi della stragrande maggioranza degli elettori, che nell’Urbe sono romanisti.

Dall’altro lato, ci sarebbe come carta privilegiata la presidente di FdI Giorgia Meloni, già in lizza nel 2016 e ancora molto forte nelle rilevazioni. Ma, con Fratelli d’Italia in forte ascesa, la leader intende perseguire ambizioni nazionali, soprattutto nel caso (molto probabile) di trionfo della coalizione alle prossime Politiche.

D’altronde, il segretario del Carroccio Matteo Salvini si era già detto convinto che «Roma ha bisogno di un manager come sindaco, non di un militante». Il Carroccio, forte anche del successo delle Europee 2019, vorrebbe puntare sulle periferie per disinnescare il rischio rappresentato da un’alleanza M5S-Pd al secondo turno. Tuttavia, FdI non sembra incline a lasciare l’ultima parola agli alleati-rivali della Lega, anche se c’è una variabile che potrebbe inaspettatamente spostare gli equilibri.

Secondo alcuni retroscena, infatti, si potrebbe prospettare un rimpasto di Governo, in seguito al quale Zinga otterrebbe un importante dicastero – forse il Viminale. In tal caso, lascerebbe la poltrona di Governatore del Lazio, e la contesa per la Pisana finirebbe per incrociarsi con quella per il Colle Capitolino. Facile, allora, prevedere che le due forze egemoni dell’opposizione si spartirebbero le candidature con l’obiettivo di fare all-in.

La corsa per Roma 2021, insomma, sta sempre più entrando nel vivo. E l’auspicio è lo stesso che riecheggia ormai da decenni sulla Capitale del Mondo. Roma nun fa’ la stupida stasera.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Giochi di Palazzo, dai “responsabili” può arrivare il Governo Conte Mascetti

La maggioranza richiude a Italia Viva e persevera con la caccia ai transfughi, puntando al Conte-ter a cui anche il Presidente Mattarella potrebbe dare il via libera. E il mantra della crisi diventa “Un, due, tre, (Ma)stella”…

Mirko Ciminiello

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giochi di palazzo
Giochi di Palazzo

Test per l’esame di giornalismo sui giochi di Palazzo da cui potrebbe dipendere la risoluzione della crisi di Governo in atto. Il candidato consideri che:

a) Il leader italovivo Matteo Renzi ha precisato che «noi non abbiamo rotto». Questione di punti di vista.

b) Contestualmente, Italia Viva si è detta disponibile al dialogo, ma da Palazzo Chigi e dagli azionisti di maggioranza dell’esecutivo rosso-giallo è arrivata una nuova chiusura. Con tanto di coprifuoco alle 22.

c) Intanto, il segretario dem Nicola Zingaretti ha affermato che al Pd non interessa una «governabilità fine a se stessa solo per la conservazione del potere». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

d) Il senatore Riccardo Merlo, capogruppo di MAIE-Italia 23, ha presentato il gruppo appena sorto a Palazzo Madama a sostegno del bi-Premier Giuseppe Conte. «Non cerchiamo responsabili ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza». Tradotto, potremmo avere presto un Governo Conte Mascetti.

Ugo Tognazzi nei panni del Conte Lello Mascetti in Amici miei

e) Carlo Calenda ha rivelato di aver respinto una profferta «tipo “tu appoggi Conte e il Pd appoggia te a Roma”», pervenutagli dal sindaco di Benevento Clemente Mastella. Cui il leader di Azione ha dato appuntamento alla Calenda greca.

Arbitri e spettatori dei giochi di Palazzo

f) Pare che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia disposto a varare il Conte-ter se le Camere confermeranno la fiducia a Giuseppi, anche senza maggioranza assoluta. Sempre caro mi fu quest’ermo Colle…

g) Il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha ricordato che questo è un «tempo di speranza». Non è dato sapere se lo intendesse come una rassicurazione o una minaccia.

Ciò posto, commenti il candidato la transizione dal gioco dell’estate ai giochi di Palazzo dell’inverno: tra i quali spicca indubitabilmente “Un, due, tre, (Ma)stella”.

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Politica

Diario della crisi, Conte alla conta, mentre Mattarella è sempre più irritato

Il Premier opta per la parlamentarizzazione della crisi, ma solo dopo aver sondato i presunti “responsabili”. Resta comunque l’opzione urne anticipate, e intanto il Capo dello Stato lancia un avviso ai naviganti…

Mirko Ciminiello

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diario della crisi: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Diario della crisi di Governo, giorno 1. Mentre l’eco delle invettive del leader di Iv Matteo Renzi non si è ancora sopito, il mondo politico ragiona sui possibili scenari. Con l’occhio inevitabilmente rivolto alle mosse del bi-Premier Giuseppe Conte, il quale si è ormai deciso per la parlamentarizzazione della crisi stessa. Come d’altronde avevano chiesto in maniera bipartisan esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione.

Diario della crisi, si va verso la parlamentarizzazione

All’ex Avvocato del popolo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva chiesto una cosa sola: «Cercate di uscire velocemente dalla condizione di incertezza». Troppi e troppo grandi sono i rischi connessi alla pandemia da Covid-19.

In risposta, il BisConte dimezzato gli «ha rappresentato la volontà di promuovere in Parlamento l’indispensabile chiarimento politico». Fedele al suo soprannome dilatorio, il Signor Frattanto terrà le proprie comunicazioni lunedì alla Camera e martedì al Senato. In tal modo, Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore avrà qualche giorno per sondare i cosiddetti “responsabili”. Ovvero i cambiacasacca che i media incensano o denigrano a maggioranze alterne, e che nell’intenzione di Giuseppi dovrebbero rimpiazzare i renziani.

Solo che i transfughi non si trovano. Questo almeno hanno lasciato trapelare fonti del Pd che, riunitosi per decidere la linea, ha stabilito (almeno) due punti fermi. Il primo lo ha esplicitato il segretario Nicola Zingaretti, parlando senza mezzi termini di «inaffidabilità politica di Italia Viva». Una velina diretta all’ex Rottamatore che, annunciando il ritiro dei propri rappresentanti, si era detto pronto a un nuovo esecutivo con la stessa maggioranza. Di cui, beninteso, l’altro Matteo sarebbe il dominus più o meno occulto.

Il secondo punto lo ha espresso Graziano Delrio, numero uno dei deputati dem, secondo cui «come gruppo dei democratici vogliamo che la crisi venga parlamentarizzata». Detto, fatto. Sarà stata l’insolita convergenza con gli stessi italovivi, che attraverso un cinguettio del capogruppo in Senato Davide Faraone l’avevano presentata come una sfida al Presidente del Consiglio.

La stessa richiesta, comunque, era arrivata anche dall’opposizione, benché in subordine alle dimissioni del leguleio volturarese. Che però erano, fin dall’inizio, estremamente improbabili.

Gli altri scenari

L’ipotesi più verosimile resta che il Capo del Governo si presenti in Aula dopo aver negoziato, e magari incassato il sostegno dei trasformisti. Anche se quest’opzione resta assai poco gradita al Colle, alfiere delle «maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro».

Sullo sfondo, comunque, resta sempre l’opzione del voto anticipato, che è l’unica che compatta i sostenitori del Conte-bis. Tutti terrorizzati dai sondaggi che, sia pure con proporzioni differenti, sono concordi nell’assegnare la vittoria al centrodestra guidato dal segretario leghista Matteo Salvini. Non è un caso che il Garante pentastellato Beppe Grillo si sia spinto a chiedere un esecutivo di unità nazionale con dentro «tutti i partiti».

La strada, però, è stretta e in salita, perché passa necessariamente per l’individuazione di una nuova maggioranza e un nuovo Governo. Che sia o meno il fantomatico Conte-ter che aleggia sulla stanza dei bottoni.

Il tutto, tenendo ben presente che «Mattarella considera di essere stato anche troppo paziente, fino ad ora». Che suona tanto come la versione quirinalizia del mitologico “stai sereno” di Pittibimbo. Se comunque si stia andando verso il Conte del cigno o meno, lo sapremo nel prossimo appuntamento con il diario della crisi. Stay tuned.

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Politica

Italia Viva ritira i Ministri, si apre la crisi e la palla passa a Mattarella

L’annuncio di Renzi in conferenza stampa, ora il Premier è un BisConte dimezzato. Molti evocano un terzo mandato col sostegno dei “responsabili”, le alternative sono un esecutivo completamente diverso, un Governo-ponte o le urne

Mirko Ciminiello

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italia viva ritira i ministri: sergio mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Italia Viva ritira i Ministri Elena Bonetti e Teresa Bellanova, rispettivamente titolari della Famiglia e dell’Agricoltura, e il sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto. Nessuna sorpresa è dunque arrivata dall’attesissima conferenza stampa del leader del partito Matteo Renzi. Si apre dunque, malgrado gli accorati appelli del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una nuova crisi di Governo. Per la quale si stanno già delineando vari scenari.

Italia Viva ritira i Ministri

Non si può certo dire che sia stata un fulmine a ciel sereno, eppure la mossa di Iv, la micro-formazione renziana, non era neppure così scontata. Colpa, probabilmente, del senso dell’altro Matteo per i penultimatum, che aveva fatto evocare sovente il proverbiale migliore amico dell’uomo che abbaia ma non morde.

Ovviamente, di avvisaglie ce n’erano state anche troppe, e il culmine si era probabilmente avuto la notte del Recovery Plan. Approvato, sì, ma con la delegazione italoviva che si era astenuta, lamentando il mancato inserimento del Mes. Il Fondo salva-Stati di cui il quasi omonimo M5S non vuole neppure sentir parlare e che, come argomentato dal bi-Premier Giuseppe Conte, «non è ricompreso nel Next Generation». Tanto che al resto della maggioranza rosso-gialla era parso solo un pretesto per far saltare il banco. Un rendiconto, anzi un Renzi-Conte.

Detto, fatto. Italia Viva ritira i Ministri, nonostante il Colle avesse lasciato trapelare «sgomento» e «sconcerto» per una crisi in piena emergenza sanitaria. Neppure la moral suasion quirinalizia è riuscita ad andare oltre il via libera in Cdm al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il Capo dello Stato ha quindi chiesto al fu Avvocato del popolo di «uscire rapidamente dall’incertezza», almeno. Facile a dirsi, molto meno a farsi ora che il leguleio volturarese è un BisConte dimezzato.

Le grandi manovre sono già cominciate. Alea iacta est. Il dado è tratto.

Italia Viva ritira i Ministri: dal BisConte dimezzato al Conte-ter?

«Io penso che domani [il 13, N.d.R.] Conte annuncerà di avere altri parlamentari a suo sostegno e quindi nasce il Governo Conte-Mastella». Così aveva parlato Pittibimbo, tra il serio e il faceto, al termine di una giornata convulsa in cui Giuseppi, per la prima volta, era uscito allo scoperto. Informando gelidamente il suo predecessore che, in caso di crisi, «sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia Viva».

Un avviso ai naviganti a cui il senatore fiorentino aveva replicato con sarcasmo. «Il Conte-ter lo ha cancellato Conte. È evidente che a Palazzo Chigi ha prevalso la linea Travaglio-Casalino. Auguri».

In realtà, l’ipotesi di un terzo Governo Conte resta sul tavolo, con il corollario che la pattuglia renziana dovrebbe essere sostituita da un manipolo di transfughi. Che ora vengono chiamati “responsabili”, anche se in altre occasioni li si bollava come voltagabbana. Non è un caso che sia tornato a balzare agli onori della cronaca il nome di Clemente Mastella.

Ci sono però due ostacoli. Il primo è che, a dispetto delle trame, i trasformisti ancora non si trovano. Anche se, come ha dichiarato sibillinamente il dem Goffredo Bettini, «possono palesarsi al momento opportuno». In questo caso, comunque, dovranno anche strutturarsi in un gruppo parlamentare, altrimenti sarà molto difficile ottenere il placet del Quirinale. E l’operazione potrebbe essere più complicata di quanto appaia a prima vista.

La minaccia delle urne

Sullo sfondo resta la minaccia del voto anticipato, che quasi nessuno nella maggioranza vuole. Il Pd, per il terrore che gli elettori premino il centrodestra dello “spauracchio” Matteo Salvini, facendo al contempo saltare tutti i piani per il dopo-Mattarella. E l’ex Rottamatore perché, sondaggi alla mano, sa che con tutta probabilità la vox populi, come minimo, lo condannerebbe all’irrilevanza – al pari dei grillini.

In effetti, è noto che l’ex Presidente del Consiglio vorrebbe trovare in Parlamento i numeri per una diversa maggioranza. Praticamente una «machiavellica operazione di Palazzo» 2.0. Che, tuttavia, nel caso specifico somiglia più a una partita a scacchi, oppure a poker.

Finora gli attori avevano galleggiato sul sottilissimo equilibrio del bluff. Adesso, però, Italia Viva ha finalmente scoperto le carte. Les jeux sont faits, e i fari si spostano decisamente su Mattarella. Che, verosimilmente, farà almeno un tentativo per evitare le urne. Non dovesse riuscirci, salvo che non si decida il varo di un Governo-ponte, l’attuale esecutivo resterebbe comunque in carica per sbrigare gli affari correnti. E paradossalmente, forse per la prima volta, il signor Frattanto potrebbe davvero stare sereno.

conte e renzi
Il Premier Giuseppe Conte e il leader di Italia Viva Matteo Renzi

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Politica

The Italian Job, “così la notte elettorale ho spostato voti da Trump a Biden”

Clamorosa testimonianza giurata di Arturo D’Elia, ex dipendente di Leonardo S.p.A. che sostiene di poter dimostrare la frode di Usa 2020. Le carte in mano alla Procura di Napoli, mentre i media hanno già avviato la macchina del fango

Mirko Ciminiello

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the italian job: trump vs. biden
Donald Trump e Joe Biden

Tra i nomi che fioccano in questi giorni spicca The Italian Job, come il film che racconta la rapina del secolo tra i canali di Venezia. Quella su cui sta indagando la Procura di Napoli, invece, potrebbe essere la truffa del millennio, e potrebbe essere stata orchestrata (anche) in via Veneto. Si tratta della frode elettorale nelle Presidenziali americane, la cui pistola fumante potrebbe essere (o arrivare) nella disponibilità dei magistrati partenopei. Merito dell’esperto informatico nostrano che avrebbe materialmente eseguito la manipolazione dei suffragi a vantaggio del candidato democratico Joe Biden. E contro il quale i media mainstream hanno già avviato l’immancabile macchina del fango.

L’Affidavit della discordia

Lo scorso 6 gennaio, in contemporanea con i vergognosi incidenti di Capitol Hill, l’avvocato Alfio D’Urso diffondeva la deposizione giurata di un suo assistito. Si chiama Arturo D’Elia, ed è un ex dipendente di Leonardo S.p.A., società italiana leader nei settori della difesa e delle tecnologie aerospaziali. E il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia.

D’Elia è agli arresti per cybercrimini commessi a danno della stessa azienda tra il 2015 e il 2017. In quello che in gergo si definisce General Affidavit, ha affermato di aver reso un’importante testimonianza sotto giuramento davanti a un giudice napoletano.

«Dichiara che il 4 novembre 2020, su istruzione e direzione di persone statunitensi che lavorano presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, ha intrapreso l’operazione per trasferire i dati delle elezioni statunitensi del 3 novembre 2020 dal significativo margine di vittoria di Donald Trump a Joe Biden in un certo numero di Stati in cui Joe Biden stava perdendo. L’imputato ha dichiarato che stava lavorando nella struttura di Pescara della Leonardo S.p.A. e ha sfruttato le capacità crittografiche della guerra informatica militare per trasmettere voti scambiati tramite il satellite militare della Torre del Fucino a Francoforte, in Germania. L’imputato giura che i dati in alcuni casi potrebbero rappresentare più del totale degli elettori registrati».

Inoltre, «l’imputato ha dichiarato che intende testimoniare tutti gli individui e le entità coinvolte nel passaggio dei voti da Donald Trump a Joe Biden quando sarà in totale protezione per se stesso e la sua famiglia. L’imputato afferma di aver assicurato in una località segreta il backup dei dati originali e dei dati scambiati».

The Italian Job

Il documento è stato rilanciato da Nations in Action, un’organizzazione nata per indagare sulle eventuali irregolarità di Usa 2020. La cui fondatrice, Maria Zack, ha cercato di ricostruire – e spiegare – i vari passaggi di un’operazione che sarebbe stata concepita addirittura nel 2016. Quando alla Casa Bianca sedeva ancora Barack Obama e a Palazzo Chigi Matteo Renzi – benché anche l’attuale Premier Giuseppe Conte sarebbe «molto impegnato e coinvolto».

Pare che il piano iniziale dovesse essere attuato a Francoforte, la città in cui sono custoditi i server di Dominion, il controverso software utilizzato nelle Presidenziali americane. Tuttavia, il vantaggio del tycoon sarebbe stato tale da rendere inutile lo spostamento dei voti.

L’ambasciata di via Veneto avrebbe quindi sollecitato l’intervento di D’Elia, che avrebbe usato la tecnologia di Leonardo per generare nuovi algoritmi e caricarli su Dominion. Pare sia per questo che, nella notte elettorale, il conteggio dei suffragi s’interruppe all’improvviso in alcuni swing states in cui l’attuale Potus era largamente in vantaggio. E che, alla ripresa dello spoglio, virarono verso Sleepy Joe in modo tanto rapido da destare sospetti.

Sospetti sui quali tutti dovrebbero avere l’interesse a far luce. I Repubblicani, perché si sentono illegalmente defraudati della vittoria. I Democratici, per allontanare qualsiasi ombra dalla presidenza di Biden. Oppure qualcuno ha paura della verità?

I media mainstream e The Italian Job

Va da sé che questo nuovo The Italian Job ha suscitato le reazioni pavloviane dei prosseneti del Nuovo Ordine Mondiale. Il che non sorprende più di tanto, considerando che, come rilevato dalla letteratura sociologica, l’80% dei cronisti ha un orientamento ben preciso. Quello, per intenderci, che in caso di conflitto tra realtà e ideologia sceglierebbe comunque quest’ultima.

Non che, intendiamoci, l’Affidavit di D’Elia non susciti dubbi. È lecito chiedersi, per esempio, come mai una deposizione giurata rilasciata da un italiano sia stata scritta in inglese. Oppure, per quale motivo gli hacker di stanza in Germania non abbiano agito autonomamente, senza dover passare per il Belpaese.

Perplessità legittime, naturalmente. Il punto, però, è che non spetta al cosiddetto “quarto potere” scioglierle, soprattutto ora che preferisce il ruolo di cagnolino da compagnia del potere vero. E vale anche, se non soprattutto, per i social network, che nel loro recente delirio di onnipotenza ritengono addirittura di poter decretare chi ha diritto di parola. Il pogrom virtuale nei confronti di The Donald prima, e di Parler poi, la dice lunga sul concetto di democrazia in voga nella Silicon Valley.

Posto, quindi sono. E per essere cancellati da questa società dell’immagine è sufficiente scostarsi dalla narrazione politically correct.

Tuttavia, come ha rimarcato Guido Scorza, membro dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, «in democrazia chi ha diritto di parola devono deciderlo giudici e autorità». Non delle piattaforme Web.

Ebbene, si dà proprio il caso che ci sia un’inchiesta in corso. Se dunque vi siano delle evidenze relative a questo The Italian Job, come spergiura D’Elia, e quanto siano attendibili, saranno i magistrati a stabilirlo. Sempre che i manutengoli del pensiero unico non abbiano obiezioni, ça va sans dire.

Il General Affidavit di Arturo D’Elia

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Cultura

Priorità politically correct, i deliri da pensiero unico che si fanno tragedia

Se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li manda al potere, come la Pelosi che negli Usa vuole abolire “padre” e “madre”. Alla faccia di bazzecole quali pandemia, Recovery Plan e democrazia agonizzante (e non da ieri)

Mirko Ciminiello

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priorità politically correct
Basta politically correct

Ci sono le priorità – quelle autentiche -, e poi ci sono le priorità politically correct. Che, ça va sans dire, sono un farneticante libro degli incubi che un tempo avrebbe meritato ai suoi autori una camicia di forza. Oggi, però, viviamo in una società al contrario. Una società in cui, come aveva profetizzato lo scrittore inglese G.K. Chesterton, bisogna sguainare le spade “per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.

Le priorità autentiche

Ci sono alcune quisquilie di cui si dibatte, anche animatamente, ai quattro angoli del pianeta. Una, tanto per partire dall’orticello comunitario, è la vexata quaestio del Recovery Plan, di cui si cominciano a svelare gli altarini. Dal nulla, infatti, il principale quotidiano economico nostrano si è lasciato sfuggire l’espressione “riforme strutturali” che, tradotto dal burocratese, significa ennesima euro-fregatura per l’Italia. Anche se poi, forse anche per l’imbarazzo di aver scritto Generetion, la testata di via Monte Rosa ha (lievemente) corretto il tiro.

Su scala globale, spicca invece la pandemia da Covid-19, ormai sotto i riflettori – ahinoi – da oltre un anno. Mentre impazzano le discussioni sul vaccino, l’Oms si era finalmente decisa a indagare sulle origini del virus. Peccato che la Cina abbia negato l’accesso al team dell’agenzia Onu per la salute diretto a Wuhan – laddove tutto è cominciato. Ma guai a insinuare che Pechino abbia qualcosa da nascondere…

Soprattutto, non ditelo agli intelliggenti con-due-gi, quelli che si accorgono dei pericoli per la democrazia a ideologie alterne. Dimenticandosi, per dire, che il problema non nasce con i vergognosi incidenti di Washington D.C., e nemmeno con la frode elettorale del novembre scorso. Le radici profonde si trovano nell’ignobile censura perpetrata da mesi dai giganti della Silicon Valley contro le voci pubbliche che osavano scostarsi dalla narrazione dei suddetti. E culminata nella purga social ai danni del Presidente americano Donald Trump, come se il diritto di parola di chicchessia fosse nella disponibilità di Mark Zuckerberg o Jack Dorsey.

Va da sé che qui i manutengoli del politicamente corretto diventano curiosamente afoni, ma non bisogna disperare. Magari ritroveranno la voce d’incanto, come quando si sono accorti fuori tempo massimo dell’importanza del binomio “legge e ordine”, tanto denigrato nei giorni del teppismo targato BLM.

E poi ci sono le priorità politically correct

E poi ci sono le priorità politically correct. Perché è ovvio che, di fronte a queste “bazzecole”, le questioni vere sono i nomi che uno storico pastificio sceglie per i suoi prodotti. O il fatto che film girati 50 o più anni fa, come Grease, dovrebbero riflettere la sensibilità degli spettatori di oggi. Amenità, quest’ultima, che ha esasperato perfino certi pseudo-intellettuali de noantri, segno che la pazienza sta davvero finendo.

Effetto simile, del resto, lo ha avuto la ridicola trovata del pastore protestante (e deputato democratico) statunitense Emanuel Cleaver. Il quale ha pensato male di concludere la preghiera di apertura dei lavori del Congresso Usa con le parole «Amen and awoman». Che secondo lui dovrebbero indicare neutralità di genere, mentre al massimo ne dimostrano le lacune linguistiche, oltre ad avvicinarlo alla Cei dei recenti, assurdi cambiamenti liturgici.

L’aspetto peggiore è che questo non è nemmeno il nadir d’Oltreoceano, di cui può fregiarsi (si fa per dire) Nancy Pelosi, speaker dem della Camera. La quale si è messa in testa di abolire termini come “padre” e “madre”, o pronomi come “lui” e “lei”, che avrebbero la colpa di non essere abbastanza inclusivi.

Pare quasi di risentire Peppone che sbraita contro don Camillo per via dell’orologio del popolo. «Se è in ritardo sul popolo, tanto peggio per il Sole e tutto il suo sistema!» Peccato che natura e biologia non facciano sconti. E, come recita un aforisma attribuito a Platone, “nessuno è più odiato di chi dice la verità”.

Questione di priorità politically correct. D’altronde, se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li fa prosperare, e addirittura concede loro posizioni di potere. Che poi è la vera, grande tragedia del mondo contemporaneo.

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Politica

Misure anti-Covid, ancora un (vano) appello di Conte alla responsabilità

Il Premier invoca coesione e lungimiranza: legittimo ma molto complicato, essendo alle prese, da un lato, con le inefficienze della sua squadra, e dall’altro con le intemperanze della parte renziana della maggioranza

Mirko Ciminiello

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misure anti-covid: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo sulle misure anti-Covid, vecchie e nuove. Il candidato consideri che:

a) Per giovedì 7 e venerdì 8 gennaio il Governo rosso-giallo ha disposto una zona gialla rafforzata. Perché una arancione kaki avrebbe potuto essere equivocata.

b) In ogni caso è già in cantiere una nuova stretta, che ripristinerà le fasce clinico-cromatiche in base all’indice di contagio. A cui, continuando di questo passo, seguirà presto il medio.

c) Intanto Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, ha inviato agli ospedali lombardi oltre 46mila siringhe troppo grandi per somministrare il vaccino anti-Covid. Tanto per smentire il detto popolare per cui conta l’uso, e non la misura.

Oltre le misure anti-Covid stricto sensu

d) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha affermato che le sfide che l’Italia ha di fronte, in primis il Recovery Plan, richiedono «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di Governo. Se percorreremo questo cammino con senso di responsabilità, avremo la più salda garanzia di andare nella direzione giusta». Tradotto dal volturarappulese, gli servono dei parlamentari “responsabili”.

e) La compagine italoviva ha prontamente replicato che, anche se «il post del presidente Conte va nella direzione delle cose che abbiamo chiesto sul Recovery, attendiamo di leggere le carte». Per guadagnare tempo, è già stato allertato Paolo Fox.

f) Secondo il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, «se le ricerche ci dicono che nella scuola c’è stato solo il 2% dei focolai, forse è anche merito dei nuovi banchi». Non foss’altro perché hanno più rotelle di certi esponenti dell’esecutivo.

g) La titolare dei Trasporti Paola De Micheli avrebbe invece sostenuto che «è impossibile sapere come il virus si diffonde su pullman e bus». E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, commenti il candidato l’amarezza con cui Conte ha dichiarato che «la Dea bendata si è dimenticata di noi». Senza necessariamente considerare che il Conte in questione non è Giuseppi, bensì l’allenatore dell’Inter Antonio.

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Politica

Piano vaccini, Arcuri è un anti-Re Mida: trasforma ciò che tocca in fango

Il Commissario per l’emergenza coronavirus ammette i ritardi sui centri vaccinali, e intanto invia siringhe troppo grandi per i flaconi. Dopo i flop su mascherine, tamponi e banchi a rotelle, è la Waterloo del novello Napoleone

Mirko Ciminiello

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piano vaccini: domenico arcuri
Il Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri

Se era sul piano vaccini che si doveva “parere la sua nobilitate”, Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, non ha tradito le aspettative. Disastro doveva essere, e disastro (per ora) è. A ennesima conferma che il Nostro è sì un esperto, ma solo in ritardi e inefficienze.

Il disastro del piano vaccini

«L’elenco completo dei centri designati per la somministrazione del vaccino contro il coronavirus è ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un’elencazione dei centri vaccinali». Così riconobbe Arcuri, rispondendo a una richiesta di accesso civico generalizzato da parte di ZetaLuiss, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università romana Luiss.

Un’ammissione che, forse perché arrivata una settimana dopo il tanto strombazzato V-day, ha curiosamente suscitato una ridda di ironie. Come quella del leader leghista Matteo Salvini, che ha praticamente dato al manager del “Commissario a sua insaputa”.

In realtà, probabilmente come definizione è troppo tranchant, visto che Der Kommissar ha già inviato sieri e siringhe agli enti locali. Anzi, ha perfino comprato (a un prezzo doppio) dei particolari dispositivi di precisione per ricavare il 20% di antidoto in più da ogni flacone Pfizer. Se poi le siringhe sono troppo grandi per le fiale – e quindi inutilizzabili -, mica può essere colpa di Arcuri, no?

Sarebbe come dargli addosso per i padiglioni dedicati alla somministrazione del vaccino, quelli a forma di fiore. Che saranno anche pacchiani e inutilmente costosi, ma li ha pvogettati l’avchistav Stefano Boeripavdon, Boevi. E poi, quella vaccinale è una campagna: o no?

L’anti-Re Mida

Oltretutto, manco a dire che uno non se lo aspettava. Non sosteneva forse la grandissima Agatha Christie che «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»? Ebbene, da questo punto di vista il supercommissario sovrabbondava anche prima del piano vaccini.

In principio, infatti, erano state le mascherine (ri)acquistate dalla Cina (cui le aveva regalate Giggino il Munifico) eppure bloccate nel Paese del Dragone. Poi era stata la volta dei 5 milioni di tamponi da distribuire alle Regioni, che in realtà erano solo i cotton fioc senza i reagenti. Infine, il capolavoro (condiviso col Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, cui non vorremmo mai sottrarre “meriti”) dei banchi a rotelle giunti a destinazione solo a scuole già richiuse. Anche se qui si potrebbe parlare di eterogenesi dei fini.

Arcuri, insomma, è una specie di anti-Re Mida che trasforma in fango tutto ciò che tocca. Ma poiché, parafrasando il dettato evangelico, non avrebbe alcun potere se non gli fosse stato dato dall’alto, la “colpa più grande” non è la sua. Per informazioni, citofonare Palazzo Chigi, o anche Lungotevere Ripa.

Anche perché, notoriamente, Der Kommissar viene paragonato a Napoleone Bonaparte, nome sovente associato a Waterloo. Serve aggiungere altro?

La risposta del Commissario Arcuri sui centri vaccinali

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Cultura

Grande Fratello di Stato, così si svende la privacy per 150 € e un cellulare

Dopo il cashback, il Governo vara il bonus smartphone col pretesto di digitalizzare il Paese: così potrà tracciare le spese e avrà accesso a dati sensibili come l’Iban, ma senza le (assurde) polemiche che accompagnano l’app Immuni

Mirko Ciminiello

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grande fratello di stato: conte e il cashback
Il Premier Giuseppe Conte e il cashback di Stato

Benvenuti al Grande Fratello di Stato. Gentile omaggio del bi-Premier Giuseppe Conte, assieme agli altri due regali di Natale, il cashback (sempre di Stato) e il cellulare in comodato d’uso. Strumenti che permetteranno un tracciamento che non sarebbe mai stato possibile con Immuni – l’app anti-Covid di contact tracing criticata per le presunte questioni di privacy. A quanto pare, però, tutto ha un prezzo: e quello della libertà è pari a 150 euro.

Il cashback e il bonus smartphone

Gli antichi Romani solevano dire il popolo desidera unicamente panem et circenses, e il motto deve aver dato un’idea al Governo rosso-giallo. Il quale, conscio delle difficoltà economiche (inclusi i ristori che secondo Fipe Confcommercio «risultano inadeguati e insufficienti»), ha optato per le armi di distrazione di massa.

Così, dall’8 dicembre è partito il cosiddetto cashback (che vuol dire “rimborso”, ma perché usare la lingua di Dante quando ci sono gli anglicismi?). Un meccanismo che renderà a quanti effettueranno, entro il 31 dicembre, almeno 10 pagamenti elettronici fino a un massimo di 1.500 euro, il 10% della spesa. Si potranno quindi intascare, al massimo, 150 euro, e le stesse specifiche permarranno anche quando lo strumento sarà a regime, dal 1° gennaio 2021. La sola differenza è che a quel punto avrà cadenza semestrale, e si dovranno concludere almeno 50 operazioni cashless – cioè senza usare il contante.

Una particolarità è che gli acquisti, seppur in formato digitale, devono essere fatti nei negozi fisici. Un incentivo allo shopping in presenza che incredibilmente ha scatenato le reazioni pavloviane di Ministri (come quello degli Affari regionali Francesco Boccia) che lamentavano assembramenti. Anche se era stato lo stesso esecutivo, benché in maniera preterintenzionale, a favorirli.

Schizofrenia governativa a parte, l’iniziativa fa parte del Piano Italia Cashless, che dovrebbe «favorire lo sviluppo di un sistema più digitale, veloce, semplice e trasparente». Lo stesso principio alla base dello smartphone gratis per un anno – però per un singolo componente di nuclei familiari con Isee inferiore ai 20mila euro l’anno.

Lo hanno chiamatokit digitalizzazione”. Di fatto, è un ulteriore passo verso il Grande Fratello di Stato.

Il Grande Fratello di Stato

In entrambi i casi sopracitati, il nodo (nonché il massimo comun divisore) è l’app Io. Lo strumento della Pubblica Amministrazione necessario per usufruire del cashback e che verrà installato di default nei telefoni statali, assieme all’abbonamento a due giornali – immaginiamo quali.

Di quest’ultimo cadeaux potrebbe comunque usufruire l’ex Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Che, risultata positiva al Covid-19, aveva candidamente confessato di non essere riuscita a scaricare Immuni perché «ho avuto un problema con il cellulare», poverina.

Non dev’essere stata l’unica, considerando che in sei mesi i download dell’app creata per contrastare la diffusione del coronavirus sono stati meno di 10 milioni. Cifra che la collega Io ha praticamente eguagliato in pochi giorni – un fatto che ha suscitato l’amara ironia di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

A dispetto delle leggende metropolitane, infatti, Immuni non conserva né comunica dati sulla geolocalizzazione, e associa i telefoni a codici anonimi. Laddove Io richiede dati sensibili come l’Iban, e traccia per definizione qualsiasi spesa. Anche attraverso lo Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale che è obbligatorio fornire al momento dell’iscrizione sul sito dell’applicazione.

In fondo, comunque, l’atteggiamento di Giuseppi non è troppo diverso da quello attribuito alla Regina francese Maria Antonietta. Di cui si favoleggia che, durante una rivolta, avrebbe liquidato il volgo affamato dicendo: «S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche». Oggi, mentre il pane continua a scarseggiare, al posto delle brioches ci sono il cashback e il bonus smartphone.

Tracciati e contenti, dunque, come nemmeno nelle più fosche previsioni di stampo orwelliano. Dopotutto, 1984 è già tra noi. È il Grande Fratello di Stato, bellezza.

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Politica

Italia (ancora) Viva, lo spettro delle urne e il nuovo penultimatum di Renzi

Conte apre a modifiche sulla governance del Recovery Plan, ma è soprattutto per il rischio di sparire che il senatore fiorentino frena sulla nuova “Congiura de’ Pazzi”. E comunque, virgilianamente, va temuto anche quando porta doni

Mirko Ciminiello

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conte e renzi
Il Premier Giuseppe Conte e il leader di Italia Viva Matteo Renzi

Al culmine di giorni di tensione istituzionale, pare proprio che quella di Matteo Renzi sarà un’Italia (ancora) Viva. Proprio mentre si rincorrevano le voci sulle strategie partitiche in caso di crisi di Governo, infatti, è arrivata la mano tesa del senatore di Rignano. Che magari non chiederà più poltrone ma, quando sente traballare la sua, non si fa problemi a trasformare qualsivoglia diktat nell’ennesimo penultimatum.

Italia (ancora) Viva, dopotutto

«Se si aprisse la crisi, tanto varrebbe andare a votare. Conte contro Salvini e ce la giochiamo». Parole e musica di Dario Franceschini, Ministro dei Beni culturali e capodelegazione del Partito Democratico presso l’esecutivo. Nonché il dirigente dem che più di tutti, secondo i rumours, mira a ripagare il fu Rottamatore con la stessa moneta.

Su-Dario è infatti persuaso che il bi-Premier Giuseppe Conte abbia «ancora una certa presa sull’opinione pubblica». Da questa pia illusione scaturirebbe quindi il progetto che dovrebbe mettere i bastoni fra le ruote gigliate. Quello di un patto Pd-M5S giustificabile con l’attuale legge elettorale, il Rosatellum. Che spinge le formazioni a unirsi – perlomeno nelle circoscrizioni con sistema maggioritario – e che, ironicamente, prende il nome dall’attuale presidente di Iv Ettore Rosato.

Certo, nel MoVimento un simile accordo rischierebbe di innescare la scissione dell’ala dibattistiana. Ma i grillini devono anche farsi bene i propri calcoli, perché una corsa in solitaria li porterebbe verosimilmente a perdere in tutti i collegi uninominali.

In tutto questo, in via del Nazareno sono comunque certi che Renzie stia bluffando, e che tema molto l’eventualità di elezioni anticipate. In effetti, i sondaggi continuano a essere impietosi col suo micro-partito, e la nuova «machiavellica operazione di Palazzo» potrebbe anche avere sviluppi imprevisti. Con una metafora tratta dalla sua amata storia fiorentina, potrebbe anche finire come la Congiura de’ Pazzi, la (fallita) cospirazione anti-medicea dell’omonima famiglia Pazzi.

Forse anche per questo Pittibimbo si è prodotto nell’ennesimo colpo di scena – non del tutto inatteso, in realtà. In fondo, pare proprio che prediliga avere un’Italia (ancora) Viva.

La frenata di Renzi

«Finalmente il Presidente del Consiglio ha preso atto che le proposte avanzate da Iv sul metodo di lavoro sono assolutamente positive. Perché è scomparsa tutta la questione della governance, che si voleva portare con un emendamento in Legge di Bilancio, e finalmente si inizia a discutere con i numeri, nel merito, dei vari progetti».

Così il Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova al termine del confronto sul Recovery Plan con Giuseppi e i titolari dell’Economia, Roberto Gualtieri, e degli Affari europei, Enzo Amendola. Tavolo durante il quale il Signor Frattanto sembrerebbe aver fatto una parziale retromarcia sulla task force che tanto aveva irritato i renziani. Aprendo a un coordinamento più collegiale che dovrebbe includere un Ministro per ogni forza politica.

Certo, è presto perché l’esecutivo rosso-giallo possa tirare un sospiro di sollievo. Anche perché non è un segreto che il leader di Italia Viva aspiri a un BisConte dimezzato – un’anatra zoppa indebolita in favore dei leader della maggioranza.

Del resto, il Nostro ci ha tenuto a far sapere urbi et orbi che «la palla adesso è nelle mani del Premier, dipende solo da lui». E la stessa renzianissima ha precisato che «il Governo può stare sereno se risolve i problemi».

Però il dialogo è ripreso, come del resto aveva anticipato Rosato – che solo ventiquattr’ore prima ancora bombardava il fu Avvocato del Popolo. «Qualcosa è cambiato. Il Presidente Conte ha convocato una serie di riunioni che sono cominciate oggi. Mi sembra un fatto positivo».

Possibile, soprattutto considerando il desiderio dell’altro Matteo di conservare la sua Italia (ancora) Viva. Tuttavia, il leguleio volturarese farà bene a ripetersi, parafrasando Virgilio: timeo Renzi et dona ferentem. Che in latino significa, più o meno, stai sereno.

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Politica

Dl Natale, meno male che dovevamo passare feste fuori dal… comune!

Mentre in Gran Bretagna è stato isolato un nuovo ceppo del coronavirus, da noi il Premier limita ancora gli spostamenti: con una sorta di Regio Decreto (o meglio, un Decreto del Conte) che in pratica abolisce le festività

Mirko Ciminiello

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dl natale
Il Decreto Natale

Test per l’esame di giornalismo sul Dl Natale varato appositamente per abolire la più amata delle feste. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha affermato, bontà sua, che «noi non entriamo nelle case degli Italiani», salvo che «ci sia una flagranza di reato». Insomma, questo sarà l’anno dei Cenoni con delitto.

b) Il Dl Natale, perlomeno nei giorni in cui tutta l’Italia sarà zona rossa, impone forti limiti agli spostamenti, compresi quelli all’interno della propria città. Tanto per smentire chi dice che sarà un Natale fuori dal… comune.

c) Oltretutto, il Decreto, protraendosi fino al 6 gennaio, farà saltare anche il ponte dell’Epifania. Con vivo disappunto del Ministro dei Trasporti Paola De Micheli, che intendeva annoverarlo fra le grandi opere.

d) Inizialmente, sul sito della Gazzetta Ufficiale era stato erroneamente riportato che la normativa sarebbe entrata in vigore tra un anno, il 19 dicembre 2021. Ognuno vi legga ciò che più ritiene opportuno.

Dl Natale & Co.

e) Nel frattempo, in Gran Bretagna è stato isolato un nuovo ceppo del Covid-19 che, come riferito dalle autorità sanitarie locali, «può circolare più velocemente». Comunque per il fu Avvocato del popolo non è un problema, purché abbia l’autocertificazione.

f) Peraltro, Walter Ricciardi, consulente del Ministero della Salute, ha attaccato duramente la perfida Albione. «Gli Inglesi sapevano già da settembre che era in circolazione questa variante del coronavirus. Hanno taciuto per mesi, non ci hanno avvertito». E ora si beccheranno pure un’accusa di plagio dalla Cina.

g) Domenico Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus noto soprattutto per i ritardi epocali su mascherine e banchi a rotelle, ha lanciato l’allarme. «Sarebbe davvero complicato iniziare la più grande campagna di vaccinazione di massa di sempre nel corso della terza ondata». Visti i precedenti, probabilmente la chiama “terza ondata” perché la campagna vaccinale partirà per le vacanze estive.

h) In tutto ciò, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha assicurato che «non vedo pericoli per il Governo». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

i) Intanto il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha sgrammaticamente confidato che «quest’anno ho scritto una lunga lettera a Babbo Natale il mio sogno è che la pandemia finisca e io possa tornare a stare con i miei studenti e a visitare le scuole». Finalmente abbiamo scoperto chi è la mamma del bambino di 5 anni che aveva scritto via e-mail al Signor Frattanto!

Ciò posto, commenti il candidato se il cognome di Giuseppi si stia lentamente tramutando in titolo da signorotto medievale. Al punto che già il Dl Natale potrebbe configurarsi come Regio Decreto – o meglio, Decreto del Conte.

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Cronaca

Piano pandemico, quegli scheletri nell’armadio del Ministro Speranza…

I Pm di Bergamo indagano sulle pressioni dell’Oms per correggere il report che denunciava l’inadeguatezza del dossier governativo, mai aggiornato dal 2006. E FdI pretende di vedere il documento di cui l’esecutivo nega ancora l’esistenza

Mirko Ciminiello

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piano pandemico: roberto speranza
Il Ministro della Salute Roberto Speranza

Un piano pandemico non aggiornato da anni e, pertanto, inadeguato ad affrontare l’emergenza sanitaria che poi, all’incirca un anno fa, sarebbe effettivamente scoppiata. È ciò su cui sta lavorando la Procura di Bergamo, nell’ambito dell’inchiesta sulla mancata istituzione delle zone rosse ad Alzano e Nembro. Un’indagine che nei mesi scorsi ha già lambito il Governo rosso-giallo, che però potrebbe essere più coinvolto di quanto inizialmente si credesse.

Un piano pandemico obsoleto

C’è un caso che da giorni sta catalizzando l’interesse di due giganti del panorama giornalistico internazionale quali The Guardian e il Financial Times. Un caso le cui radici affondano in terra italiana, ma di cui nel Belpaese non si parla ancora abbastanza. Anche se a portarlo all’attenzione del pubblico nostrano è stata la trasmissione Report.

È il caso del rapporto dell’Oms sul piano pandemico dell’esecutivo, approntato nel 2006 e mai aggiornato – ma solo riconfermato nel 2017. Come ha ammesso anche il viceministro alla Sanità Pierpaolo Sileri, aggiungendo che «qualche spiegazione da questo punto di vista dovrebbe essere data». Soprattutto perché, secondo una perizia chiesta dei Pm orobici, un dossier meno obsoleto avrebbe evitato 10.000 morti.

Invece, «impreparati a una simile marea di pazienti gravemente ammalati, la reazione iniziale degli ospedali fu improvvisata, caotica e creativa». Lo evidenzia(va) il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, finanziato dal Governo del Kuwait e stilato da undici ricercatori, tra cui l’italiano Francesco Zambon. Report pubblicato sul sito della stessa World Health Organization lo scorso 13 maggio, e provvidenzialmente rimosso il giorno dopo. Ed è qui che la vicenda assume i contorni del giallo.

Una cospirazione tra Oms e Ministero della Salute?

«Uno degli atout di Speranza è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole figlia (sic!) di fico per certe decisioni impopolari e criticate […]. Se anche Oms si mette si mette in veste critica non concordata con la sensibilità politica del Ministro […] non credo che facciamo un buon servizio al Paese».

Così scriveva Ranieri Guerra, ex direttore del Dipartimento prevenzione del Ministero della Sanità, attualmente numero due del WHO per l’Europa e membro del Cts. L’e-mail, mostrata da Report, era diretta proprio a Zambon, cui il Nostro ricordava i «10 milioni di contributo volontario sulla fiducia e come segno di riconoscenza» appena elargiti da viale Lungotevere Ripa.

Guerra avrebbe quindi fatto pressioni affinché il ricercatore nel dossier postdatasse il piano pandemico, così da far risultare che fosse stato ammodernato nel dicembre 2016. Arrivando anche ad ammonire sibillinamente il suo sottoposto.

 «Come sai, sto per iniziare con il ministro il percorso di riconferma parlamentare (e finanziaria) del centro di Venezia e non vorrei dover subire ritardi o contrattacchi». Il “centro di Venezia”, guarda caso, è il luogo di lavoro di Zambon.

Il quale, nel frattempo, era stato convocato come teste dai magistrati bergamaschi, che per prassi avevano dovuto inoltrare la richiesta all’Oms. L’ente dell’Onu, però, per tre volte non ha avvisato il proprio dipendente, pretendendo che si avvalesse dell’immunità diplomatica. Solo negli ultimi giorni Zambon è finalmente riuscito a presentarsi in Procura.

Guerra, nel frattempo, ha seccamente negato ogni addebito. Troppo tardi, però, per evitare che il prestigioso The Guardian alludesse a una cospirazione tra l’Oms e il Ministero della Salute italiano.

L’altro piano pandemico

A complicare ancora di più il quadro c’è un altro piccolo particolare. Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato, due deputati di FdI, hanno fatto ricorso al Tar del Lazio per costringere viale Lungotevere Ripa a pubblicare l’altro piano pandemico. Quello realizzato, pare, tra febbraio e marzo, e tuttora allo stato di leggenda metropolitana.

Il Governo, infatti, ha sempre smentito l’esistenza stessa di questo documento, anche se i verbali del Comitato tecnico scientifico dicono il contrario. Se ne conosce perfino il titolo: Piano operativo di preparazione e risposta a diversi scenari di possibile sviluppo di un’epidemia da 2019-nCov. A svelare gli altarini era stato Andrea Urbani, Dg della Programmazione sanitaria al Ministero, che parlava di un piano pandemico pronto addirittura dal 20 gennaio.

Secondo l’Avvocatura dello Stato, però, si tratterebbe di un equivoco. L’unico dossier sarebbe quello redatto da Stefano Merler, epidemiologo della Fondazione Bruno Kessler di Trento, che aveva realizzato la prima proiezione sull’andamento del coronavirus basandosi sui dati cinesi.

Il ricercatore è stato a sua volta audito dagli inquirenti orobici, che ne hanno secretato la deposizione. Il 22 dicembre toccherà invece al dicastero del Ministro nomen omen Roberto Speranza presentarsi davanti ai giudici amministrativi.

Cos’ha da nascondere Speranza?

Intanto, i legali di viale Lungotevere Ripa hanno inviato una memoria difensiva corredata da un “deposito documentale”, nello sforzo di mostrarsi come “parte diligente”. Il file depositato, però, è di nuovo lo studio di Merler, il che ha mandato su tutte le furie gli onorevoli di Fratelli d’Italia.

«Adesso basta. Il Ministero sta prendendo in giro gli Italiani e fa finta di non capire. E anche l’Avvocatura dello Stato risponderà di quello che ha scritto e prodotto. Perché questa volta portiamo tutto alla Procura Penale» ha tuonato Bignami. «Nei prossimi giorni formalizzeremo le denunce penali perché evidentemente è l’unica soluzione che ci lasciano tutti coloro che stanno nascondendo questi documenti. Perché l’alternativa è che non esista alcun piano di contrasto alla pandemia e che quindi gli alti funzionari del Ministero abbiano mentito agli Italiani. Quindi o c’è incompetenza o c’è malafede».

Magari non serve essere così tranchant, però tanta reticenza induce almeno a farsi qualche domanda. Ha davvero qualche scheletro nell’armadio il Ministro della Salute? E, se sì, cos’ha da nascondere? E perché si impegna così tanto per occultarlo?

Attendiamo fiduciosi, nella Speranza che non si… confondano ulteriormente i piani.

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Politica

Conte-Renzi, Iv detta le sue condizioni, e ora si guarda al 28 dicembre

Nell’imminenza della verifica di maggioranza, il Rottamatore attacca su Mes, task force e Servizi segreti. Spunta la deadline del voto sulla Legge di Bilancio, e l’ipotesi di un Governo di centrodestra e di “responsabili” fa già discutere

Mirko Ciminiello

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Il leader di Italia Viva Matteo Renzi e il Premier Giuseppe Conte

Nell’estenuante partita a scacchi Conte-Renzi, l’ultima mossa l’ha fatta l’ex Rottamatore. Una lettera rivolta proprio al bi-Premier a poche ore dall’atteso faccia a faccia nell’ambito della prevista verifica di maggioranza. La tensione resta altissima, al punto che i commentatori iniziano a dipingere vari scenari riguardo a un’eventuale crisi di Governo. Ma, alla fine, è più probabile che quello del senatore fiorentino si rivelerà l’ennesimo penultimatum fine a se stesso.

La partita a scacchi Conte-Renzi

Conte-Renzi, nuovo atto. Nell’immediata vigilia del vertice tra il fu Avvocato del popolo e la delegazione di Italia Viva, l’ex Presidente del Consiglio ha messo nero su bianco le proprie richieste. Lo ha fatto con una lunga missiva che pare soprattutto una risposta alle più recenti dichiarazioni del suo successore.

«Un Governo non può andare avanti senza la fiducia di tutte le forze politiche di maggioranza» rifletteva infatti il Signor Frattanto. «Con Renzi ci confronteremo e vedremo se ci sono le condizioni per andare avanti».

Ed ecco le condizioni – tre su tutte: la retromarcia sulla governance del Recovery Plan, l’utilizzo dei finanziamenti del Mes e la rinuncia alla delega sui Servizi segreti. E sono soprattutto i primi due punti quelli che potrebbero infiammare lo scontro – il terzo è più un’ulteriore occasione per questionare sui pieni poteri.

«Noi Ti abbiamo detto in Parlamento che quando un Paese può spendere 209 miliardi di € non si organizzano task force cui dare poteri sostitutivi rispetto al Governo. Non si scambia una sessione del Parlamento con una diretta Facebook. Non si chiede al Consiglio dei Ministri di approvare un documento condiviso all’ultimo momento» il j’accuse gigliato.

Palazzo Chigi, però, aveva già chiarito che «abbiamo bisogno di una struttura, ce lo chiede l’Europa», che en passant è il contrappasso perfetto per gli euroinomani. «Detto questo, chi ha delle soluzioni migliori le porti» la sfida.

Quanto al Fondo salva-Stati, il leader di Iv era stato tranchant. «Questi 36 miliardi sono bloccati con un no ideologico dei Cinque stelle e di Conte: a me sembra una follia. Prendiamo i soldi, mettiamoli sulla sanità e smettiamola con le polemiche». Che, naturalmente, è il modo migliore per rinfocolarle.

Gli scenari

Rebus sic stantibus, non si può escludere nulla a priori. E, forse per questo, una delle parole maggiormente tornate in auge a livello giornalistico è “responsabili”. Categoria simile a un Giano bifronte che assume connotazioni antitetiche a seconda di chi la pronuncia, come se il giudizio sui voltagabbana dipendesse dallo schieramento politico.

Così, per alcuni i responsabili sarebbero coloro che potrebbero prendere il posto di Iv nell’attuale esecutivo (dall’Udc a Cambiamo!). Per altri, sarebbero invece gli stessi esponenti italovivi che, secondo indiscrezioni, potrebbero addirittura appoggiare un eventuale esecutivo di centrodestra. Un’idea che però sta facendo discutere la stessa opposizione.

«Non sarebbe assurdo pensarci» ha ammesso Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, «ma è inutile parlarne se il Governo non è sottoposto ad un voto in Parlamento». In ogni caso, «se c’è una crisi ci rimettiamo alla saggezza del Capo dello Stato. Sarà Mattarella a valutare quale strada imboccare».

Possibilista, in qualche modo, anche il segretario del Carroccio Matteo Salvini. Secondo il quale la soluzione sarebbe «un Governo con pochi punti in programma, un Governo di centrodestra» che traghetti «il Paese alle prossime elezioni». In fondo, dal Governo Conte al Governo-ponte sarebbe un attimo.

Il progetto però incontra la netta contrarietà della presidente di FdI Giorgia Meloni, che ha ricordato come a luglio si entrerà nel semestre bianco. L’ultimo periodo del mandato del Presidente della Repubblica, durante il quale il Colle non può sciogliere le Camere. L’eventuale esecutivo, dunque, giocoforza «durerebbe altri anni», e rischierebbe di avere «idee chiare ma non numeri importanti».

In ogni caso, Fratelli d’Italia ha ribadito di non volersi alleare «con Renzi, Pd o M5S». Aggiungendo che, «se c’è un Governo di centrodestra che trova una maggioranza in Parlamento, mi si dica qual è».

Conte-Renzi, la crisi che non ci sarà

Tutte queste congetture, ça va sans dire, dipendono dagli umori del duo di frenemies Conte-Renzi. Anche perché l’altro Matteo è in buona compagnia nel bombardare il Capo del Governo. L’attacco più duro, probabilmente, è arrivato dal presidente del partito Ettore Rosato, secondo cui «Conte ha abusato dell’emergenza e della fiducia che gli abbiamo dato. È il momento di tornare a un maggior senso di responsabilità». Altrimenti, i Ministri renziani dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, e della Famiglia, Elena Bonetti «hanno già detto entrambe che le loro dimissioni sono un’ipotesi concreta».

La stampa inizia anche a sussurrare una data, quella del 28 dicembre, giorno in cui è previsto l’ultimo voto sulla Legge di Bilancio. E in cui tutti i nodi dovranno essere giunti al pettine.

Eppure, nonostante le rodomontate di Pittibimbo, l’apertura di una crisi resta una possibilità remota. «Trovo sempre molto curiosa la tempistica che vede sempre sovrapporsi le crisi di Governo aperte da Renzi con le nomine» dell’esecutivo, ha ironizzato la Meloni. «Qualcosa mi fa pensare che alla fine troveranno una soluzione».

Idea largamente condivisa perché, malgrado Renzie abbia citato il motto amicus Plato, sed magis amica veritas, più amiche ancora sono le poltrone. E i sondaggi notoriamente indicano che, se qualcosa nella nuova «machiavellica operazione di Palazzo» dovesse andare storto, Italia Viva sarà piuttosto moribonda.

Tutto ciò non implica, comunque, che il leguleio volturarese possa stare sereno – se non proprio in senso renziano. In effetti, proprio pochi giorni fa l’ex sindaco di Firenze ha negato di voler far cadere il BisConte. «Non ci penso neppure» ha chiosato durante un’intervista. Se fossimo in Giuseppi, ora sì che cominceremmo seriamente a preoccuparci.

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