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Politica

Razzismo, il caso Bernardo Silva è l’emblema dei rischi della Commissione Segre

Il calciatore del Manchester City sanzionato per un tweet scherzoso sul compagno e amico Mendy, che i più realisti del re hanno giudicato razzista. In barba a tutte le libertà fondamentali

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Il tweet incriminato, dal sito di FP-News

Il binomio calcio-razzismo è sempre stato un filone molto florido per i media, soprattutto per quelli che hanno bisogno di creare – o enfatizzare – dei casi che possano distrarre l’opinione pubblica dalle difficoltà (eufemismo) governative. Involontariamente aiutati, in questo disegno, da quel pugno di ignoranti artatamente moltiplicati per giustificare allarmismi che non hanno in realtà alcuna ragion d’essere se non quella – appunto – di essere funzionali a certe strategie sinistre: come quella che ha partorito la “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”, per gli amici Commissione Segre.

Questa lunga premessa serve a inquadrare un caso che a un primo sguardo può sembrare completamente alieno da questo discorso (e nei fatti lo è) ma che, in realtà, è figlio della stessa mentalità distorta: che a sua volta affonda le proprie radici ideologiche nell’unione tra libido censoria e politicamente corretto d’assalto.

Il caso in questione arriva dall’Inghilterra, e ha per protagonista Bernardo Silva, talentuoso centrocampista del Manchester City, che per i profani è fondamentalmente la squadra più importante del calcio britannico contemporaneo. Un paio di mesi fa, il giocatore portoghese aveva pubblicato un tweet scherzoso che accostava alla mascotte di un noto snack iberico (consistente in arachidi ricoperte di cioccolata) una foto da bambino dell’amico e compagno di squadra Benjamin Mendy, francese di origini senegalesi.

Il cinguettio aveva subito scatenato polemiche, tanto che il calciatore lo aveva rimosso dopo neanche un’ora, lamentando che al giorno d’oggi non si può più nemmeno scherzare con un amico. Il buonsenso avrebbe voluto che la questione si chiudesse qui, ma non aveva fatto i conti con i più realisti del re che avevano già segnalato la goliardata alla Football Association (la Federcalcio inglese). La quale ha ora deciso di comminare a Bernardo Silva un turno di squalifica (e ne rischiava sei), una multa da 50.000 sterline e l’obbligo di svolgere alcune ore di lavori socialmente utili. Il tutto malgrado il nazionale lusitano fosse stato scagionato dallo stesso Mendy attraverso una lettera assolutoria indirizzata alla FA.

Niente da fare: la Commissione disciplinare della Federazione, che anche il tecnico dei Citizens Pep Guardiola aveva esortato a occuparsi di problemi più seri, ha sentenziato che, non trattandosi di una conversazione privata, il post avrebbe potuto offendere qualcuno. E sulla base di questa pura e semplice congettura sono scattati gogna, sanzione e rieducazione.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra in tutto ciò la Commissione Segre: c’entra, perché segue la stessa (il)logica che sta dietro a questo esempio di follia albionica. Per cui una commissione autoproclamatasi depositaria della verità può imporre bavagli che, essendo dettati da mera appartenenza ideologica, scatteranno puntualmente e indubitabilmente in maniera unidirezionale: facendo oltretutto strame delle fondamentali libertà di pensiero, parola ed espressione ancora tutelate (almeno per il momento) dall’articolo 21 della nostra Costituzione.

Di fatto, i fenomeni che la Commissione Segre intende combattere sono già perseguibili penalmente nel malaugurato caso che si traducano in atti concreti: il che rende questo istituto, come minimo, superfluo, a meno che non lo si consideri alla luce della tattica sopracitata e dello scopo non dichiarato di silenziare le opinioni non allineate.

Perché, altrimenti, escludere dal testo di una mozione sull’antisemitismo la parola “Israele”, si è ad esempio chiesta la leader di FdI Giorgia Meloni? Perché cassare qualsiasi riferimento all’integralismo islamico, che è il vero e principale veicolo dell’odio anti-ebraico anche nella vecchia Europa?

E perché fondare la necessità di una simile commissione sui 200 messaggi d’odio vomitati ogni giorno via social contro Liliana Segre, salvo poi scoprire che la senatrice non ha alcun account social, e che i messaggi (197 in tutto, per la precisione) erano stati rilevati dall’Osservatorio antisemitismo nell’intero anno 2018 (non nell’arco di 24 ore) ed erano riferiti solo in minima parte all’ex bambina sopravvissuta agli orrori di Auschwitz? Ancora, perché questi ultimi dati non hanno meritato gli stessi titoli a nove colonne che erano stati riservati alle fake news che andavano a smentire?

La risposta a tutte queste domande l’ha data, senza nemmeno rendersene conto, Giovanni Floris, affermando in diretta tv, di fronte al leader della Lega Matteo Salvini, che c’è differenza tra le minacce ricevute dal Capitano e quelle rivolte alla stessa senatrice Segre. Farneticazione che fa capire benissimo il rischio che correrebbe il libero pensiero nel caso fosse sottoposto al vaglio e alla censura di un nuovo Minculpop rosso-giallo. Anche se istituito in buona fede.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Ucraina, se l’Occidente, più che la pace, pare voler provocare la Russia…

L’Ue, da BoJo al blocco di Kaliningrad allo status di candidato concesso a Kiev, non sembra proprio voler allentare le tensioni con Mosca: che, dal canto suo, risponde rafforzando l’alleanza con Cina e Africa

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Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

Da www.romait.it

Qual è esattamente la strategia dell’Occidente per arrivare alla pace in Ucraina? Viene da chiederselo anche alla luce degli ultimi avvenimenti, che sembrano volti a inasprire, più che a stemperare le tensioni con la Russia. Spingendo, forse, il Presidente Vladimir Putin verso un pericoloso esaurimento nervoso, e sicuramente a tentare di ridisegnare l’intero quadro geopolitico internazionale vigente.

Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

Qual è la strategia dell’Occidente riguardo alla guerra in Ucraina?

«Putin deve fallire» riguardo alla guerra in Ucraina. Questa è una delle diplomatiche dichiarazioni rilasciate, nel corso di un’intervista al Corsera, dal Premier britannico Boris Johnson. In linea, peraltro, con il blocco imposto, come ricorda l’Adnkronos, all’enclave russa di Kaliningrad da parte della Lituania. E, in misura minore, con lo status di candidato all’ingresso nella Ue accordato, come riporta RaiNews, a Kiev (e anche alla Moldavia) dal Consiglio Europeo.

Quest’ultima presa di posizione, scrive l’ANSA, è stata liquidata dal Cremlino come «un affare interno dell’Europa». Le altre suonano invece come delle provocazioni di cui non si sentiva minimamente la necessità (e non è certo la prima volta).

L’aspetto paradossale è che i leader comunitari sono realmente convinti che queste manovre possano ripristinare le «condizioni di pace» (vedasi alla voce Sergio Mattarella). Dimostrando così una volta di più, semmai ce ne fosse stato bisogno, la loro atavica, innata brevimiranza.

La Russia non resta a guardare

Lo Zar non è tipo da incassare senza reagire, e infatti ha reagito – secondo due direttrici. La prima delle quali, riferisce la Reuters, lo ha portato a incontrare il Presidente del Senegal Macky Sall. Il quale è anche Presidente di turno dell’Unione Africana, dunque il più alto rappresentante del Continente che, come raccontavamo, soffre maggiormente la crisi del grano.

Putin attribuisce questa emergenza alle sanzioni euro-americane e, come ha twittato il numero uno di Dakar, si è detto disponibile «a facilitare l’esportazione dei cereali ucraini». E poco importa, in questo caso, se sia verità o propaganda: a livello di realpolitik, conta di più che il leader senegalese creda all’omologo russo.

L’altra strada porta – e non a caso – verso la Cina che, come rileva QuiFinanza, da un lato acquista il petrolio e il gas di Mosca. E dall’altro collabora col Cremlino e con gli altri “BRICS” (Brasile, India e Sudafrica) per creare una nuova moneta finalizzata a rovesciare l’egemonia del dollaro.

D’altronde, non ci voleva molto a immaginare che la Russia non sarebbe rimasta a guardare. Bastava non essere… NATO coi paraocchi.

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Politica

Bamba della settimana, l’anti-premio di Feltri tra cadute vere e di stile

La nuova puntata della surreale competizione conferma che davvero “un bel tacer non fu mai scritto”: con particolare riferimento alla politica, ma non solo

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Bamba della settimana
Bamba della settimana

Da www.romait.it

Nuova edizione del “Bamba della settimana”, l’anti-premio ideato dall’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri come ironico omaggio al meglio del peggio del recente passato. Per l’occasione sono stati selezionati tre casi all’insegna delle cadute – vere e di stile: con particolare riferimento al mondo della politica, ma non solo.

Bamba della settimana
Bamba della settimana

Cadute vere e di stile

Riparte dunque il “Bamba della settimana” che, come accade sovente, si apre con una vicenda considerata hors catégorie per non falsare la surreale “competizione”. È il tonfo (letteralmente) di Sleepy Joe Biden, scivolato dalla bicicletta perché, scrive il Corsera, ha avuto «problemi a sganciare le scarpe dai pedali». Curioso, per uno che di solito non ha difficoltà a “sganciare” (in tutti i sensi).

Ci riporta in Italia l’epic fail in cui è incappato il rapper Federico Lucia, in arte Fedez, ospite del podcast “Muschio Selvaggio” di Gerry Scotti. Quest’ultimo, come riporta Il Fatto Quotidiano, a un certo punto ha nominato il grandissimo regista teatrale e direttore artistico Giorgio Strehler. Al che il signor Ferragni ha chiesto: «Chi c***o è Strehler?» Quando la domanda giusta sarebbe: “Chi diavolo è Fedez?”

Una figura altrettanto barbina (mutatis mutandis) l’ha fatta Enrico “stai sereno” Letta in risposta a Giorgia Meloni, che via social aveva parlato di «abisso della morte». Il segretario del Pd, come riferisce Libero, aveva twittato una locandina del fumetto Dylan Dog, corredata dal commento: «È vero, è il mio mito. Lo confesso. Tutto torna». Ed è stato asfaltato dalla leader di FdI, che gli ha fatto presente che «il fumetto di Dylan Dog si chiama “Abisso del Male”. Per fortuna che era il tuo mito…». D’altronde, dall’investigatore dell’incubo all’incubo dell’investigatore è un attimo.

Il “Bamba della settimana”

Niente però può competere con il seguente post Facebook, citato da Il Giornale. «Se vieni eletto con il Movimento 5 Stelle e scopri di non essere più d’accordo con la sua linea, hai tutto il diritto di cambiare forza politica. Ma ti dimetti, torni a casa e ti fai rieleggere, combattendo le tue battaglie. Chi cambia casacca, tenendosi la poltrona, dimostra di tenere a cuore solo il proprio status, il proprio stipendio e la propria carica». Parola del Ministro degli Esteri (ex grillino) Luigi Di Maio, o almeno del Di Maio del 2017.

Cinque anni dopo, la filippica, anzi la gigginica è la dimostrazione più evidente che davvero “un bel tacer non fu mai scritto”. E si merita per distacco il “Bamba della settimana”.

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Politica

Francia e Israele, l’Europa “a lezione di ingovernabilità” dall’Italia

Macron è in difficoltà, a Tel Aviv cade (di nuovo) il Governo, mentre da noi la frammentazione del quadro politico è praticamente la norma: di cui vale la pena cercare di scoprire le cause profonde

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Ingovernabilità (della Francia)
Ingovernabilità

Da www.romait.it

Dalla Francia a Israele, pare proprio che le democrazie europee (e più in generale occidentali) siano attraversate dall’equivalente politico di uno sciame sismico. Generato dalla sempre più spinta frammentazione dei quadri elettorali, a sua volta espressione di un disagio sempre più profondo da parte dei cittadini. Che ora magari spaventa il Vecchio Continente, ma per il Belpaese rappresenta una (avvilente) normalità.

Ingovernabilità (della Francia)
Ingovernabilità

Dalla Francia “ingovernabile” alla caduta del Governo di Israele

Forse, dopotutto, un “modello Italia” esiste veramente. Anche se ha poco o nulla a che vedere con la propaganda pandemica dell’ultimo biennio, e molto con l’atavica consuetudine di avere composizioni parlamentari estremamente eterogenee.

Un contesto che rappresenta invece una sconvolgente novità Oltralpe dove, in seguito alle Legislative, il Presidente Emmanuel Macron ha clamorosamente perso la maggioranza nell’Assemblea Nazionale. Tant’è che da giorni i principali commentatori internazionali si interrogano esplicitamente, come ha fatto ad esempio France24, sul rischio di «una Francia ingovernabile». Ipotizzando anche che Monsieur le Président, qualora fallissero i colloqui attualmente in corso con le altre forze politiche, possa decidere di sciogliere immediatamente la Camera bassa.

Eppure, l’esperienza di altri Paesi insegna che ben difficilmente gli elettori voterebbero in maniera sensibilmente diversa a così breve distanza dalla tornata precedente. Paradigmatico è il caso di Israele che, con la caduta dell’esecutivo di Naftali Bennett, tornerà alle urne per la quinta volta in circa tre anni. Ma anche la Spagna ha vissuto quattro elezioni in quattro anni, tra il 2015 e il 2019, prima dell’accordo tra il PSOE del Premier Pedro Sánchez e Podemos.

Le cause della frammentazione

In effetti si tratta di un andazzo ormai piuttosto diffuso nel Vecchio Continente. E per quanto ogni Stato abbia – naturalmente – le proprie peculiarità, si possono ravvisare delle caratteristiche comuni. Cominciando dalla crisi dei partiti tradizionali come Les Républicains e il Parti Socialiste in Francia – o dei leader come l’israeliano Benjamin Netanyahu.

Questa crisi, inevitabilmente, genera nell’elettorato smarrimento e, a volte, rabbia, che vengono estrinsecati essenzialmente in due modi. Con l’astensionismo, che per esempio in Francia è ormai “il primo partito”; e con la crescita esponenziale delle forze che si presentano come anti-sistema.

A Parigi sono stati il Rassemblement National di Marine Le Pen e, soprattutto, la Nupes, la coalizione di estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Ma il trend è analogo a Madrid, dove Vox potrebbe diventare il terzo partito, e anche a Roma, dove i sondaggi continuano a premiare FdI.

Da noi, poi, ci sono anche questioni ulteriori alla base del sensibile calo della fiducia. Tipo il fatto che dal 2011, dal “golpe bianco” ai danni dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non c’è più stato un Premier designato dagli Italiani. E che da allora, in 10 degli ultimi 11 anni è (stato) al potere un partito – il Pd – che non vince un’elezione (nazionale) dal 2006.

Gli Italiani, insomma, potrebbero chiedersi se continuare a votare abbia davvero senso. Oltre a quello, ça va sans dire, di conservare “l’ambito” ruolo di prototipo dei cahiers de doléances per il resto d’Europa.

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Politica

Ucraina, il Premier Draghi in bilico sull’invio di nuove armi a Kiev?

Oggi le comunicazioni in Senato del Governo, la cui tenuta non dovrebbe comunque essere a rischio: anche se il M5S è lacerato dalla faida tra Conte e Di Maio, e pure Pd e Lega sono attraversati dalle tensioni

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Mario Draghi con la mano sul viso, Ucraina
Il Premier Mario Draghi

Da www.romait.it

Il Premier Mario Draghi renderà oggi a Palazzo Madama delle comunicazioni inerenti la guerra in Ucraina, incluso l’invio di nuovi rifornimenti bellici a Kiev. Un passaggio che vari commentatori considerano come un’ennesima prova di sopravvivenza, soprattutto alla luce delle tensioni inter- e intra-partitiche. Tuttavia, è improbabile che vi siano rischi concreti per la tenuta del Governo.

Mario Draghi con la mano sul viso, Ucraina
Mario Draghi

Le comunicazioni del Premier Draghi in Senato

«Il 21 giugno non prendete impegni. È il giorno in cui i grillini tenteranno l’assalto contro Draghi in Senato». Così, come riporta Askanews, profetizzava il leader italovivo Matteo Renzi nella sua Enews dello scorso 30 maggio (quindi in tempi non – così – sospetti). Tre settimane e un turno di Amministrative dopo, si prospetta un inizio estate davvero infuocato, e non solo a livello meteorologico.

In parte la causa è da ricercare nell’onda lunga delle Comunali che, tra l’altro, hanno certificato ulteriormente lo stato comatoso del Movimento 5 Stelle. Spingendo parte del Pd, come riferisce Il Giornale, a mugugnare contro il «campo largo» imposto dal segretario Enrico “stai sereno” Letta a spese dell’alleanza coi centristi.

L’invio di nuove armi all’Ucraina

Il vero nodo del contendere, però, è sempre la vexata quaestio dell’invio di nuove armi in Ucraina, osteggiato sia dalla Lega che, soprattutto, dal M5S. Dalle parti di via Bellerio il segretario Matteo Salvini è in difficoltà, scrive Il Riformista, per «i tanti errori» degli ultimi tre anni. Dal ritiro del sostegno al primo esecutivo di Giuseppe Conte allo scacco nella partita per il Quirinale, fino al recentissimo flop dei referendum sulla giustizia.

I grillini invece sono lacerati dalla faida tra lo stesso ex Avvocato del Popolo e il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il quale, commentando una bozza di risoluzione approntata da alcuni senatori pentastellati (e definita “superata”), aveva dichiarato che «ci disallinea dall’alleanza della Nato e dell’Ue». E per questo è stato “processato” dal Consiglio Nazionale del MoVimento, che lo ha accusato di «gettare grave discredito sull’intera comunità politica del M5S, senza fondamento».

I vertici dei Cinque Stelle hanno aggiunto che «la linea euroatlantica non è mai stata messa in discussione». E benché, come ricorda Il Fatto Quotidiano, la paventata espulsione del titolare della Farnesina sia stata congelata, più che di pace si tratta di una tregua armata.

In ogni caso, l’ipotesi di un agguato parlamentare all’inquilino di Palazzo Chigi appare piuttosto remota. Sia perché Giuseppi continua ad assicurare che non c’è alcuna intenzione di provocare una crisi, sia – soprattutto – perché all’onorevole pensione mancano ancora tre mesi. E c’è da scommettere, parafrasando Fabrizio De André (che a sua volta citava Dante Alighieri), che più dell’onor potrà ancora il digiuno.

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Politica

Mascherine, vince ancora la linea allarmista e anti-scientifica di Speranza

Come volevasi dimostrare, i dispositivi di protezione individuale restano obbligatori fino al 30 settembre, anche in assenza di emergenze: lasciate ogni Speranza voi che entrate… in metro, autobus, treni, ospedali e Rsa

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Mascherine al chiuso
Mascherine al chiuso

Da www.romait.it

Il Consiglio dei Ministri ha deciso che bisognerà continuare a indossare le mascherine su treni e mezzi di trasporto fino al prossimo 30 settembre. Senza grosse sorprese, dunque, ancora una volta ha prevalso la linea del Dicastero della Salute. Una linea puramente allarmista, perché non è suffragata dai dati scientifici.

Mascherine al chiuso
Mascherine al chiuso

Mascherine obbligatorie fino al 30 settembre

Insomma, come volevasi dimostrare ci aspetta un’altra estate da imbavagliati, perlomeno in quelli che il sottosegretario alla Sanità Andrea Costa aveva definito «luoghi più affollati». Come infatti ha anticipato l’ANSA, dal CdM è nuovamente uscito vincitore (sia pure virtualmente causa positività al Covid-19) il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. E quindi ecco la proroga fino a fine settembre dell’obbligo di indossare le odiatissime mascherine su metro, autobus, treni, negli ospedali e nelle Rsa.

E pazienza se il titolare di Lungotevere Ripa non ha idea di cosa significhi utilizzare il trasporto pubblico con queste temperature, soprattutto in determinate città. Pazienza se la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, per gli amici Fiaso, ha ribadito la diminuzione dei ricoveri per SARS-CoV-2 (ancorché in lieve rallentamento). E pazienza se perfino la microbiologa Maria Rita Gismondo ha precisato all’Adnkronos che «contagio non vuol dire [necessariamente, N.d.R.] malattia».

L’unica concessione al buonsenso, come da indiscrezioni della vigilia, riguarda la scuola, dove le mascherine saranno solo raccomandate già dai prossimi esami di Stato, maturità inclusa. Per il resto, ancora una volta la realtà è stata piegata alle esigenze ideologiche del Ministro libero e uguale.

Avevamo avuto gioco facile, pochi giorni fa, nel mettere in guardia contro l’improvviso rigurgito del covidstrofismo politico-mediatico, che sembrava preparare la strada alla nuova mazzata. Parafrasando Dante Alighieri, “lasciate ogne Speranza, voi ch’intrate”… nei mezzi pubblici.

Roberto Speranza preoccupato
Roberto Speranza

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Politica

Mascherine al chiuso via dal 15 giugno? Forse, ma chi di Speranza vive…

Le attuali misure restrittive dovrebbero decadere ovunque, tranne (forse) sui mezzi pubblici: ma il ritorno dell’allarmismo mediatico non fa dormire sonni tranquilli

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Obbligo di mascherine al chiuso
Mascherine al chiuso

Da www.romait.it

A partire da metà mese dovrebbe esserci un’ulteriore allentamento delle restrizioni anti-Covid, soprattutto a livello dell’obbligo di mascherine al chiuso. Dovrebbe, appunto, perché gli “accertamenti” del Ministero della Salute sono ancora in corso. E il ritorno in auge dell’allarmismo mediatico non fa certo dormire sonni tranquilli.

Obbligo di mascherine al chiuso
Mascherine al chiuso

Via l’obbligo di mascherine al chiuso?

Diceva il Divo Giulio Andreotti che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Sarà per questo che il tempismo con cui è stata rispolverato il tradizionale catastrofismo sul SARS-CoV-2 appare vagamente sospetto. Siamo infatti a pochi giorni dal 15 giugno, data in cui è prevista la decadenza di quasi tutti gli attuali vincoli legati alla pandemia. La maggior parte dei quali riguarda i dispositivi di protezione individuale.

Come rileva Sky TG24, Andrea Costa, sottosegretario alla Sanità, ha confermato che non serviranno più nei cinema, nei teatri e alle manifestazioni sportive al chiuso. Come però sintetizza La Repubblica, rimangono ancora due importanti nodi da sciogliere.

Il primo è l’esame di maturità, che a oggi i 500mila candidati dovrebbero affrontare indossando le Ffp2. Anche se perfino ai seggi per le Amministrative e i referendum sulla giustizia di domenica 12 le mascherine sono passate a essere solo fortemente raccomandate.

Poi ci sono i mezzi pubblici, su cui l’esponente di Noi Con l’Italia ha dichiarato di ritenere che «ci siano le condizioni per» superare la coercizione. Tuttavia, il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza ha precisato che in merito «la valutazione è in corso». E non è l’unico segnale che di positivo ha ben poco.

Il ritorno dell’allarmismo mediatico

«Non dobbiamo considerare che la partita» contro il Covid-19 «sia chiusa» ha aggiunto, come riporta TGCom24, il titolare di Lungotevere Ripa. «In tanti Paesi, da qualche giorno, c’è una curva che ricomincia a crescere».

La colpa è della sottovariante di Omicron BA.5, che a dirla tutta, sembrerebbe essere piuttosto contagiosa ma non particolarmente grave. Prova ne è, secondo alcuni virologi consultati dall’Adnkronos, il fatto che all’aumento dei casi non corrisponde alcun incremento dei ricoveri e dei decessi. Che, en passant, nel Belpaese continuano a calare, come ha certificato l’ultimo monitoraggio settimanale della Fondazione GIMBE.

Comunque anche agli esperti capita di prendere delle cantonate, come è successo alla virologa Ilaria Capua. La quale, per portare acqua al mulino delle mascherine, ha cinguettato che «se la positività è al 12%, ogni cento persone che vedi in giro 12 sono infette».

Peccato che il tasso di positività, come spiega il sito del giornalista Nicola Porro, non si calcoli sull’intera popolazione, bensì sul numero di tamponi effettuati. Quindi un tasso al 12% significa che ci sono 12 test positivi su 100, non che 7 milioni di cittadini su 60 hanno contratto la patologia.

In ogni caso, il cambio di registro comunicativo è già piuttosto significativo, soprattutto perché non è certo la prima volta che l’Italia resta ostaggio del Ministro libero e uguale. Cautela, quindi, anche con l’ottimismo: perché, come recita il proverbio, chi di Speranza vive…

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Politica

Ucraina, i potenti fanno e disfano, ma per il Pd il problema è Salvini…

Da Draghi a Biden all’Europa, sulla guerra si susseguono dichiarazioni uguali e contrarie: però Letta lancia l’allarme sul viaggio a Mosca (per ora congelato) del leader leghista “per arrivare a un cessate il fuoco”

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Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

Da www.romait.it

Test per l’esame di giornalismo sul conflitto in Ucraina. Il candidato consideri che:

Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

a) Il Premier Mario Draghi, come rileva l’Adnkronos, durante l’ultimo Consiglio europeo straordinario ha esortato i Ventisette a «mantenere unità sulle sanzioni» anti-russe.

b) L’ex Presidente della Bce, come riporta Il Giornale, ha inoltre affermato che «è essenziale che Putin non vinca questa guerra».

c) Sempre secondo SuperMario «il rischio di una catastrofe alimentare è reale: e se non ci sarà una soluzione, dovrà essere chiaro che la colpa è di Putin».

d) Ancora l’inquilino di Palazzo Chigi si è detto «scettico dell’utilità [sic!]» delle sue conversazioni con lo Zar. Le quali «dimostrano che è Putin a non volere la pace».

e) Infine, di nuovo l’economista romano ha assicurato che «il confronto con Putin è necessario».

L’Ucraina e la schizofrenia bellica dei potenti

f) Joe Biden aveva garantito, scrive l’ANSA, che gli Stati Uniti non avrebbero inviato a Kiev sistemi missilistici a medio raggio, capaci di raggiungere il territorio russo.

g) Neanche ventiquattr’ore dopo, lo stesso Sleepy Joe ha scritto al New Tork Times che l’Ucraina avrebbe ricevuto dagli Usa «sistemi missilistici e munizioni più avanzate».

h) Nel frattempo, come riferisce Rai News, la Ue ha approvato il sesto pacchetto di misure punitive contro la Russia.

i) Contemporaneamente, Bruxelles chiedeva al leader del Cremlino di far ripartire i carichi di grano bloccati nei porti dell’Ucraina, come gesto di «buona volontà».

Ora, il candidato consideri il viaggio a Mosca annunciato (ma al momento congelato) dal leader leghista Matteo Salvini «per arrivare ad un cessate il fuoco». Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “schizofrenia”, il fatto che per il segretario dem Enrico “stai sereno” Letta l’eventuale visita sarebbe «un danno per la causa della pace».

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Politica

Festa della Repubblica, se occorre ripassare l’art. 1 della Costituzione…

Per la celebrazione del 2 giugno, giova ricordare che la sovranità appartiene al popolo: un principio messo sempre più a rischio da insopportabili ingerenze delle élites (anche e soprattutto) internazionali

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Parata del 2 giugno per la Festa della Repubblica
Parata del 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica

Da www.romait.it

C’è un ancestrale fil rouge che unisce (e non a caso) la Festa della Repubblica alla Costituzione italiana. E forse ricordare questo indissolubile legame non è mai stato così importante come quest’anno. Visto che, mancando ormai meno di 12 mesi alle Politiche 2023, sono ripartite le intromissioni delle élites (anche e soprattutto) internazionali.

Parata del 2 giugno per la Festa della Repubblica
Parata del 2 giugno per la Festa della Repubblica

La Festa della Repubblica

Il 2 giugno si celebra la Festa della Repubblica italiana, nata in questo stesso giorno del 1946 all’indomani del referendum istituzionale che la opponeva alla Monarchia. Una consultazione i cui esiti continuano a far discutere la storiografia, benché siano ormai universalmente riconosciuti. Al genetliaco del Belpaese avrebbe quindi fatto seguito il battesimo rappresentato dall’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio 1948. Eventi che giova rievocare in questo particolare periodo temporale in cui i princìpi fondanti della nostra Carta fondante appaiono (nuovamente) a rischio.

L’ultimo attacco (in ordine cronologico) è arrivato, sulla scia del segretario dem Enrico “stai sereno” Letta, dall’istituto americano Goldman Sachs. Secondo cui, come riferisce Il Tempo, «le elezioni politiche del 2023 sono un rischio per l’Italia. Se vincesse la destra i mercati punirebbero il Paese».

Un “avvertimento” che ha mandato su tutte le furie Giorgia Meloni, presidente di FdI. La quale ha replicato che «prima o poi arriverà il giudizio del popolo italiano, piaccia o meno» alla banca d’affari newyorchese.

La sovranità appartiene al popolo?

In effetti, è piuttosto facile preconizzare che un’eventuale vittoria melonian-salviniana verrebbe osteggiata in ogni modo dai cosiddetti “poteri forti”. Cominciando dal Quirinale, che potrebbe mettersi di traverso alla formazione dell’esecutivo come accaduto nel 2018, col veto alla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia. Passando per l’Europa, che prevedibilmente tornerà inflessibile sulle Manovre come quattro anni fa, dopo aver chiuso entrambi gli occhi su quelle dei Governi Conte-bis e Draghi. E culminando proprio coi burattinai della finanza che, oltre all’ipoteca sui conti pubblici costituita dal PNRR, potrebbero sempre rispolverare l’odiatissimo spread.

A monte, comunque, c’è che normalmente i destini di una Nazione li decidono i cittadini, benché ormai il Belpaese sembri essersi assuefatto all’attuale stato di democrazia sospesa. Basti ricordare che dal 2011, dal “golpe bianco” ai danni dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non c’è più stato un Premier designato dagli Italiani. E che da allora, in 10 degli ultimi 11 anni è (stato) al potere un partito – il Pd – che non vince un’elezione (nazionale) dal 2006. E che, en passant, ha contribuito come nessun altro all’impennata del debito italiano, come ha spiegato Il Giornale ai banchieri della Grande Mela.

Alle urne, però, si vince con le idee, non per tramite di ingerenze che concettualmente non appaiono dissimili da quelle dei fantomatici hacker russi negli Usa. E che in ogni caso non sono meno insopportabili se sono politically correct.

Per questo, l’augurio migliore per questo 2 giugno è quello di ripassare l’articolo 1 della nostra Costituzione. Che recita tra l’altro che “la sovranità appartiene al popolo”. Buona Festa della Repubblica a tutti!

Frecce Tricolori al Vittoriano durante la Festa della Repubblica
Frecce Tricolori al Vittoriano durante la Festa della Repubblica

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Politica

Ucraina, se il Governo parla di pace mentre contribuisce alla guerra…

Il Premier Draghi riferisce sugli sviluppi del conflitto e sull’azione del Governo: che però sembra orientata a rinfocolare le tensioni con la Russia, piuttosto che a spegnerle

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Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

Da www.romait.it

Test per l’esame di giornalismo sulla guerra in Ucraina e i relativi sforzi dell’esecutivo del Premier Mario Draghi. Il candidato consideri che:

Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

a) Luigi Di Maio, Ministro grillino degli Esteri, come rileva TGCom24 aveva anticipato che «l’Italia sostiene con forza l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO».

b) Come riporta Il Fatto Quotidiano, Giorgio Mulè, sottosegretario azzurro alla Difesa, altrettanto preventivamente si era espresso sulla vexata quaestio del sostegno militare a Kiev. Affermando esplicitamente che «l’azione del Governo» comporta anche «un intervento per assicurare aiuti umanitari e armi all’Ucraina».

L’informativa di Draghi sulla guerra in Ucraina

c) Come scrive l’ANSA, nel corso della sua informativa in Parlamento l’inquilino di Palazzo Chigi ha comunicato che «l’Italia è favorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea».

d) In riferimento alla domanda di adesione alla NATO di Stoccolma e Helsinki, ha confermato che «l’Italia appoggia con convinzione questa richiesta».

e) Ha precisato che Roma contribuisce già con 2.500 soldati alle operazioni dell’Alleanza Atlantica lungo il fianco orientale dell’Europa. E ha assicurato che «siamo pronti a rafforzare» il contingente «in Ungheria e Bulgaria, rispettivamente con 250 e 750 unità».

f) Ha ribadito che «dobbiamo continuare a mantenere alta la pressione sulla Russia attraverso le sanzioni». Ricordando contestualmente che Bruxelles è al lavoro su un sesto pacchetto di misure punitive, «che l’Italia sostiene con convinzione».

g) Ha definito «un atto ostile» l’allontanamento di 24 delegati italiani da parte di Mosca. Aggiungendo però che la decisione del Cremlino «risponde a espulsioni di diplomatici russi da parte dell’Italia e di altri Stati membri dell’Unione Europea».

Ciò posto, il candidato ha venti secondi per commentare, prescindendo da termini quali “118” o allusioni a Lev Tolstoj, quest’altra dichiarazione di SuperMario. Secondo cui il Belpaese è «in prima linea, con credibilità e senza ambiguità, nella ricerca della pace».

Mario Draghi con la mano sul viso
Mario Draghi

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Politica

Bamba della settimana, ancora non si fermano le gaffe “belliche” dall’Italia

Oltre alla guerra, non si fermano neppure gli svarioni nella nuova puntata dell’anti-premio ideato da Vittorio Feltri: i cui veri protagonisti sono il Governo e i media nostrani

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Bamba della settimana
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Con l’approssimarsi del weekend, è di nuovo il tempo del “Bamba della settimana”. L’anti-premio con cui l’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri era uso omaggiare ironicamente il meglio del peggio del periodo. Che, una volta di più, affonda le proprie radici nella guerra in Ucraina – anche se poi si ramifica soprattutto qui in Italia.

Bamba della settimana
Bamba della settimana

Torna il “Bamba della settimana”

C’è dunque un fil rouge che si dipana da Kiev a Roma in questa nuova puntata del “Bamba della settimana”. Per la quale sono stati selezionati tre casi “bellici” i cui veri protagonisti, in realtà, sono la politica e i media del Belpaese.

Cominciando da La Stampa, che racconta di una giovanissima profuga ucraina svegliatasi a inizio maggio «da un coma durato oltre tre mesi» ascoltando i Måneskin. Una bellissima notizia, che il quotidiano torinese non esita a definire un «miracolo». Anche se il vero miracolo è che questa ragazza era profuga da oltre tre mesi quando il conflitto era scoppiato da poco più di due.

Più serio è l’ultimatum di Carlo Fuortes, AD della RAI, alla conduttrice di Cartabianca Bianca Berlinguer, accusata di dare (troppo) spazio a personaggi considerati filo-Putin. Un ultimatum che La Repubblica ha riassunto nel titolo «Bianca Berlinguer cambi format o è fuori». Tanto per marcare la differenza con la Russia dello Zar.

Ha fatto però peggio, secondo quanto riporta l’ANSA, il Premier Mario Draghi, che da Washington si è voluto lanciare in un paragone biblico. Affermando, con riferimento al Cremlino, che «non c’è più un Golia» e che Mosca non è «invincibile». Peccato che, come insegna l’Antico Testamento, il gigante filisteo non fosse affatto invincibile, essendo stato abbattuto e ucciso dal futuro Re Davide. E se Vladimir Putin non è Golia…

Uno svarione che forse potrebbe essere perdonato a un bambino al primo anno di catechismo, non certo al Capo del Governo “dei migliori”. E che si merita a spada tratta (è il caso di dirlo) il “Bamba della settimana”.

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Politica

Bamba della settimana, il Governo si fa sfuggire frammenti di verità sepolte

Per l’edizione odierna dell’anti-premio ideato da Vittorio Feltri sono state scelte tre gaffe “battiatesche” del Governo: che, almeno in questa occasione, si è dimostrato fin troppo “Franco”

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Nuova edizione del “Bamba della settimana”, l’anti-premio con cui l’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri usava omaggiare ironicamente il meglio del peggio del periodo. Per l’occasione sono stati selezionati tre casi governativi. Che, per citare il Maestro Franco Battiato, sanno molto di “frammenti di verità sepolte”.

Bamba della settimana
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Il “Bamba della settimana”

Torna ancora, dunque, il “Bamba della settimana”, che come spesso accade si apre con un caso contrassegnato come hors catégorie per non falsare la surreale competizione. Per chi infatti ne avesse avuto nostalgia, Joe Biden si è prodotto, come racconta il New York Post, in un altro (doppio) epic fail. Prima affermando di essersi «assicurato che la Russia [sic!] avesse i Javelin [missili anticarro, N.d.R.] e altre armi difensive», e poi lodando la resistenza “ungherese”. E meno male che Sleepy Joe non ha dovuto nominare il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Le gaffe governative

La guerra tra Mosca e Kiev, comunque, ha ripercussioni anche in Italia, come dimostra per esempio il Dl Aiuti varato a inizio settimana dal CdM. Nella conferenza stampa di presentazione del provvedimento, come riporta Il Tempo, il Premier Mario Draghi ha fatto mea culpa perché «siamo solo maschi». Tralasciando il fatto che avrebbe cose molto più serie di cui scusarsi, la questione è che Maria Cristina Messa, Ministro dell’Università, era stata avvertita in ritardo. Insomma, era stata un po’ “Messa” da parte.

Un’altra vexata quaestio è la riforma del catasto, che Palazzo Chigi ha sempre negato fosse finalizzata ad aumentare le tasse sugli immobili. Come però ha scoperto Verità&Affari, Daniele Franco, Ministro dell’Economia, in un allegato del Def parla di ridurre «le agevolazioni fiscali» e aggiornare «i valori catastali». Insomma, stavolta il titolare di via XX Settembre è stato fin troppo “Franco”.

In modo analogo, in un’ammissione sotto forma di gaffe è incorso anche il suo omologo della Difesa Lorenzo Guerini. Il quale, come riferisce Il Giornale, ha annoverato tra le forniture inviate all’Ucraina anche «dispositivi in grado di neutralizzare le postazioni» russe.

Una topica che ha immediatamente innescato una ridda di polemiche, “costringendo” il Dicastero a una frettolosa retromarcia (su Roma). E che, vista anche l’importanza dell’argomento, merita senza indugi il “Bamba della settimana”.

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Politica

Bamba della settimana, il senso delle priorità sfocia in quello del ridicolo

Nemmeno la guerra in Ucraina riesce a fermare le “amenità” ideologiche: come dimostrano i casi scelti per l’edizione odierna dell’anti-premio ideato dal direttore editoriale di “Libero” Vittorio Feltri

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Bamba della settimana
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Nuovo appuntamento con il “Bamba della settimana”, l’anti-premio ideato dall’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri come ironico omaggio al meglio del peggio del periodo. A differenza delle ultime edizioni, quella odierna non esula dalla guerra in Ucraina. Perché, a quanto pare, nemmeno il conflitto riesce a fermare le topiche dettate dall’ideologia.

Bamba della settimana
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La nuova edizione del “Bamba della settimana”

Torna quindi il “Bamba della settimana” e, come da tradizione, esordiamo con una vicenda contrassegnata come hors catégorie per non falsare la surreale competizione. Ci riferiamo all’epic fail di Sleepy Joe Biden che, come riporta il New York Post, a conclusione di un discorso ha cercato di stringere la mano… all’aria. O, più probabilmente, a qualcuno dei suoi atavici votanti fantasma.

Ci riporta in Italia la gaffe grammaticale del senatore grillino Gianluca Ferrara, intervenuto, come riferiscono da via Solferino, sui possibili sviluppi della guerra russo-ucraina. «Fra qualche mese» ha dichiarato il Nostro, «dovremo prendere una scelta, cioè se permettere che l’Ucraina perdi due Regioni o andare incontro alla Terza Guerra Mondiale». Ribadendo ulteriormente, se mai ce ne fosse stato bisogno, che vi è un’epidemia di “congiuntivite” in atto nel M5S.

Un “democratico” senso delle priorità

Del conflitto ha cinguettato anche il deputato dem Andrea Casu, vantandosi di un ordine del giorno che «impegna il Governo a sensibilizzare l’autoriduzione dei consumi energetici». Il tutto, ça va sans dire, nell’illusione di arrivare «all’azzeramento di import del gas naturale proveniente dalla Russia». Chissà che sorpresa quando scoprirà che – per esempio – grattando l’osannata Algeria si trova sempre Gazprom.

Il Pd comunque fa la parte, anzi il partito del leone (si fa per dire). Come dimostra la magra della senatrice Monica Cirinnà che, come scrive Il Tempo, ha affermato che «chi mangia l’agnello» a Pasqua «è cannibale». Termine che, da dizionario, indica «un animale che mangia carne di individui che appartengono alla sua stessa specie», il che farebbe della diretta interessata una pecora. E meno male che non stava difendendo i vitelli.

Non è “da più” l’ex Presidente della Camera Laura Boldrini che, in un’intervista al Corsera, ha affrontato tra l’altro il tema della malattia che ha fortunatamente sconfitto. Aggiungendo di aver redarguito il suo medico curante perché «entrava nel reparto dicendo “buongiorno a tutti”» anziché “a tutte e a tutti”.

Un’amenità che conferma per l’ennesima volta come dal “democratico” senso delle priorità al senso del ridicolo sia un attimo. E vale tutto il “Bamba della settimana”.

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