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Cronaca

Prof sospesa per il video su Salvini. Zingaretti: deve tornare al suo lavoro

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Diventa un caso politico la sospensione di una docente dell’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III di Palermo. La professoressa Rosa Maria Dell’Aria, su decisione dell’Ufficio scolastico provinciale palermitano, è stata sospesa per 15 giorni con dimezzamento dello stipendio. L’insegnante è ritenuta responsabile di non aver vigilato sulla produzione di un filmato realizzato dai suoi alunni in occasione della Giornata della Memoria. Nel video le leggi razziale promulgate dal regime fascista del 1938 vengono accostate al decreto sicurezza voluto dall’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini.

“Mi sembra strano che in una scuola il decreto sicurezza venga posto agli studenti come una novella legge razziale di mussoliniana memoria, mi sembra una forzatura sciocca, fuori dal tempo”, ha detto il leader della Lega nel corso di una diretta Facebook. “La politica – ha aggiunto Salvini – dovrebbe star fuori dalla scuola, certi accostamenti sono inopportuni. Il fascismo e il comunismo fecero morti, noi vogliamo salvare le vite, difendendo i confini e la sicurezza degli italiani”.

Attraverso un post su Facebook ha detto la sua anche il neo segretario del Pd Nicola Zingaretti: “Fatemi capire. In Italia Casa Pound deve essere libera di dire e fare quello che vuole. Mentre un’insegnante deve essere sospesa per le opinioni di un suo studente che critica Salvini e le leggi varate dal Governo Lega-5Stelle. Ma siamo pazzi? Questa insegnante deve tornare subito al suo lavoro”.

L’ex presidente del Senato Pietro Grasso, ora esponente di Liberi e Uguali, ha pubblicato sul social network il video degli studenti: “Guardatelo e giudicate voi su cosa avrebbe dovuto vigilare l’insegnante? Sulle opinioni degli studenti? Avrebbe dovuto censurare il pensiero degli alunni? In nessuna parte viene detto che Salvini è come Mussolini, come invece leggo ovunque. Vengono accostati provvedimenti e scelte di allora e di oggi, con acume e intelligenza: a chi lo guarda spetta trarre le conclusioni. Allora mi chiedo: perché la Professoressa Rosa Maria Dell’Aria è stata sospesa? Perché è intervenuta la Digos? Mi sembra, al contrario, che gli studenti abbiano ben compreso il significato più profondo della Giornata della memoria: non un rito stanco ma un pungolo per il presente. Forse è proprio l’intelligenza a spaventare Salvini e i suoi!”.

Sul caso è intervenuto anche il deputato grillino Luigi Gallo, presidente della Commissione Cultura alla Camera: “Piacciono solo i cittadini indottrinati? Obbedienti e quindi incapaci di costruire un mondo migliore di quello che ereditano, di spingerci oltre i diritti già conquistati? Noi lavoriamo affinchè gli studenti abbiano un pensiero critico, sviluppino ragionamenti indipendenti e imparino a pensare con la propria testa. E il ministero della Lega cosa fa? Li censura”. “Un atto veramente grave – ha dichiarato Gallo – e per questo il M5S ha depositato un’interrogazione a prima firma Vittoria Casa”.

Andrea Pranovi è giornalista e conduttore radiofonico. Dal lunedì al sabato dalle ore 7 alle 10 è in diretta con "Buongiorno Roma" su Radio Roma Capitale. Dottore di Ricerca in Scienze della Comunicazione, è Cultore della materia in Innovazione e analisi dei modelli di giornalismo presso il Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza. È autore del volume "Informazione capitale. L’agenda setting nei media locali romani" (Aracne, 2016) e di diversi saggi pubblicati in riviste scientifiche.

Cronaca

Priorità vaccinale, se anche i magistrati si atteggiano a furbetti del siero…

L’Anm chiede una corsia preferenziale per l’antidoto, “minacciando” in caso contrario il blocco dell’attività giudiziaria: segno che il Sistema è vivissimo, e non è un caso che il leader della Lega Salvini evochi il “modello Palamara”

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priorità vaccinale
Vaccinazione

Si è consumato sulla priorità vaccinale il primo, grande scontro tra il Governo Draghi e i magistrati. Il cui sindacato ha sommessamente fatto sapere di essere pronto a bloccare i processi in assenza di un accesso privilegiato ai sieri. A ennesima conferma di quella che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ebbe a definire, citando il giurista Vladimiro Zagrebelsky, «modestia etica» della categoria.

Priorità vaccinale, le pretese dell’Anm

«L’esclusione del comparto giustizia dalla programmazione vaccinale, specie in un momento di grave recrudescenza dell’emergenza pandemica, imporrà fin da subito il sensibile rallentamento di tutte le attività giudiziarie». Così l’Anm che, in una nota, ha esortato gli uffici a «rallentare immediatamente tutte le attività», senza escludere «la sospensione dell’attività giudiziaria non urgente».

Nel mirino dell’Associazione Nazionale Magistrati il nuovo Piano vaccini predisposto dal Generale Francesco Paolo Figliuolo, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Che ha stabilito come unico criterio per la somministrazione dell’antidoto quello delle fasce d’età, senza riferimenti a categorie professionali “protette”.

Scelta che, peraltro, il Ministro della Giustizia Marta Cartabia aveva già comunicato alle toghe, che sembravano averla compresa. Questo, almeno, hanno precisato fonti di via Arenula, menzionando un colloquio con il Guardasigilli del 18 marzo scorso.

La richiesta di una corsia preferenziale per l’immunizzazione ha comunque scatenato un’immediata polemica politica. Con il senatore azzurro Maurizio Gasparri che ha parlato di «casta delle caste», e il segretario leghista Matteo Salvini che ha evocato il «modello Palamara».

Il riferimento era al tonno espiatorio Luca, l’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura che, espulso dal “Sistema”, ne ha denunciato le degenerazioni. Anche di fronte allo stesso Csm, in una recente audizione che è stata secretata. Tanto per dire che lo scandalo Magistratopoli non ha insegnato niente, nemmeno in termini di opportunità.

Come i furbetti dei vaccini?

In effetti, si fa fatica a capire in cosa, nel merito, la pretesa di una priorità vaccinale sarebbe diversa dagli intrallazzi dei furbetti dell’antidoto. Per quanto questo arroccamento corporativistico possa anche risultare, in qualche misura, comprensibile.

Passi ancora, infatti, che “saltino la fila” rappresentanti delle istituzioni come il Governatore della Campania Vincenzo De Luca. Che però lo faccia Andrea Scanzi, firma de Il Fatto Quotidiano, obiettivamente metterebbe a dura prova la pazienza di chiunque. A maggior ragione dopo la pubblica reprimenda da parte del dottor Evaristo Giglio, direttore dell’Asl di Arezzo, secondo cui l’iniezione del giornalista poteva anche attendere.

Questo, naturalmente, non significa che la “minaccia” dei togati sia giustificata: però – per usare un’espressione giuridica – si potrebbe forse concedere loro delle attenuanti. Visto (o meglio, udito) il tintinnar di manettaro, ne varrebbe certamente… la pena.

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Cronaca

Farmaci anti Covid-19, oltre il vaccino c’è di più (e parla anche italiano)

Uno studio internazionale a forti tinte tricolori individua un composto in grado di “intrappolare” il virus nelle cellule malate. E in America il colosso farmaceutico Pfizer avvia la sperimentazione su un antivirale da assumere per via orale

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farmaci anti covid-19: laboratorio di analisi
Laboratorio di analisi

Due farmaci anti Covid-19 potrebbero arrivare ad arricchire l’arsenale a nostra disposizione nella battaglia clinica che combattiamo ormai da più di un anno. Il colosso farmaceutico americano Pfizer ha infatti comunicato l’avvio dei test clinici su una nuova pillola antivirale. E una ricerca internazionale a forti tinte tricolori ha individuato un composto naturale in grado di intrappolare il virus, fermandone la diffusione nell’organismo.

Due nuovi farmaci anti Covid-19?

Pfizer ha appena iniziato il trial clinico di Fase 1 per una possibile cura contro il coronavirus da assumere per via orale. È stata la stessa Big Pharma, attraverso una nota ufficiale, a dare l’annuncio, subito rilanciato dal presidente Albert Bourla.

La multinazionale ha aggiunto che il candidato, chiamato PF-07321332, «ha dimostrato una potente attività antivirale in vitro contro SARS-CoV-2, nonché attività contro altri coronavirus». Il trattamento «potrebbe essere prescritto al primo segno di infezione, senza richiedere che i pazienti siano ospedalizzati o in terapia intensiva». I dati preclinici saranno comunque presentati durante un meeting il prossimo 6 aprile.

Questo potenziale agente terapeutico è «un inibitore della proteasi Sars-Cov2-3CL», un tipo di enzima che serve al patogeno per replicarsi, ovvero per creare copie di se stesso. Questi “cloni” vengono poi rilasciati nel corpo dell’ospite, infettandone le cellule e scatenando la malattia.

Gli inibitori delle proteasi interrompono questo meccanismo, impedendo così al parassita di riprodursi e, quindi, di esercitare il suo effetto nocivo. E, generalmente, risultano ben tollerati dall’uomo, non essendo associati a tossicità.

La scoperta italiana

Un altro enzima, di nome E3 ubiquitina ligasi, è stato invece oggetto di uno studio internazionale appena pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease. Si tratta di una proteina che il microrganismo usa per uscire dalle cellule infettate, come una sorta di “ponte” verso l’esterno.

Il team coordinato dai genetisti italiani Giuseppe Novelli e Pier Paolo Pandolfi ha però scoperto che può essere bloccata (in vitro) da una sostanza di nome indolo-3-carbinolo. Un composto naturale presente in broccoli, cavoli e cavolfiori che, reprimendo l’attività enzimatica, “intrappola” il virus nella cellula malata. E che, essendo già utilizzato per altri trattamenti, potrebbe essere approvato rapidamente una volta dimostrata la sua efficacia contro il SARS-CoV-2.

La luce in fondo al tunnel appare quindi sempre più luminosa, anche grazie a questi due farmaci anti Covid-19. Parafrasando una nota canzone, si può tranquillamente affermare che oltre il vaccino c’è di più.

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Cronaca

Furbetti del vaccino, così i “Vip” aggirano le liste delle categorie prioritarie

Dopo il Governatore campano De Luca e l’ormai ex sindaco di Corleone, ora sono nella bufera il giornalista Scanzi e il presidente della Commissione Antimafia Morra: e il paradosso è che questi casi coesistono con le istanze no vax…

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priorità vaccinale
Vaccinazione

Dopo quelli del cartellino e quelli del quartierino, non potevano certo mancare i furbetti del vaccino. Una schiera – per ora non particolarmente folta – di personalità anche istituzionali sospettate di aver piegato regole ed elenchi ai propri desiderata. Gli ultimi a finire nel tritacarne social-mediatico sono stati Nicola Morra, presidente grillino della Commissione Antimafia, e Andrea Scanzi, firma de Il Fatto Quotidiano. I quali sono, comunque, in buonissima compagnia.

Gli antesignani dei furbetti del vaccino

In principio fu Vincenzo De Luca, Governatore della Campania, che si era fatto inoculare il siero anti-Covid in occasione del V-Day del 27 dicembre scorso. Quando le fiale erano riservate agli operatori sanitari, circostanza che aveva spinto Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, a tacciare lo Sceriffo di «abuso di potere».

Un altro primo cittadino, quello di Corleone Nicolò Nicolosi, era invece finito nella bufera in prima persona. “Colpa” della scelta di immunizzarsi assieme agli assessori della sua giunta, pur non rientrando tra le categorie prioritarie stabilite dalla normativa. Scelta rivendicata in base alla considerazione che «il sindaco è l’autorità sanitaria del territorio», ma che alla fine lo ha comunque portato alle dimissioni.

I casi Morra e Scanzi

Più di recente, ha scatenato un vespaio il caso di Andrea Scanzi, su cui la Procura di Arezzo ha anche aperto un fascicolo conoscitivo. Il giornalista ha affermato di aver ricevuto l’antidoto da “riservista”, in quanto caregiver degli anziani e fragili genitori.

Spiegazione che però non ha convinto Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia Viva, da cui è arrivato un durissimo j’accuse. «Ha detto che doveva fare il caregiver dei suoi genitori e vorrei capire quando, visto che è sempre in giro. Peraltro i suoi genitori fortunatamente stanno bene. Ha detto che si è iscritto a una lista “di riserva” e si è scoperto che la lista semplicemente non esisteva. Ha detto di aver rispettato le regole quando invece le ha violate in modo squallido, mentendo a tutti».

Infine, ultimo venne Morra, su cui i riflettori si sono accesi per via di un blitz alla centrale operativa vaccinale di Cosenza. Durante il quale, secondo quanto denunciato da un dirigente dell’Azienda Sanitaria Provinciale, avrebbe lamentato che gli anziani zii della moglie non avessero ancora ricevuto l’antidoto. Versione contestata dal senatore del M5S, che ha parlato di un’ispezione «per verificare l’efficacia della campagna vaccinale» ma senza richieste di favoritismi.

Punti di vista, insomma, diametralmente opposti, che in qualche modo riecheggiano le contraddizioni insite nel Belpaese. Dove, per dire, i furbetti del vaccino (veri o presunti) coesistono in parallelo con scettici e no vax. Un ennesimo paradosso, oseremmo dire, tipicamente italiano.

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Cronaca

AstraZeneca o non AstraZeneca, occorre un antidoto al virus della paura

L’Ema “riabilita” il vaccino anglo-svedese, ma la diffusa diffidenza rischia comunque di far fallire gli obiettivi di immunizzazione: per questo serve abbandonare la propaganda, cominciando col dire che il “rischio zero” è un’utopia

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astrazeneca o non astrazeneca
Il vaccino anti-Covid di AstraZeneca

AstraZeneca o non AstraZeneca, questo è il problema: non attenuato neppure dal nuovo, scontatissimo via libera da parte della European Medicines Agency all’antidoto dell’azienda anglo-svedese. Il vero nemico della campagna vaccinale, infatti, è la sfiducia che, ove presente, è piuttosto generalizzata. E che non si può pensare di superare solo attraverso le pedanti e astratte rassicurazioni tipiche del pandemicamente corretto.

AstraZeneca o non AstraZeneca, questo è il problema

Assolto perché il fatto non sussiste. Questo, in soldoni, il verdetto dell’Ema sul vaccino AstraZeneca, finito sotto accusa dopo il rilevamento di eventi avversi (anche gravissimi) successivi all’inoculazione del siero.

Il preparato era stato sospeso precauzionalmente da vari Stati comunitari, inclusa l’Italia, in attesa di capire se vi fosse un nesso causale con i casi esaminati. Che per l’ente regolatorio tedesco, il Paul Ehrlich Institut, «non poteva essere escluso a priori», benché fosse più probabile una relazione esclusivamente temporale.

Ora, per l’appunto, la sentenza di proscioglimento. Che era tutto fuorché inattesa, dal momento che la stessa agenzia sanitaria del Vecchio Continente aveva anticipato che «i rischi sono inferiori ai benefici». Verrà comunque aggiornato il bugiardino dell’antidoto, che dovrà includere i fattori di rischio che potrebbero aver avuto un ruolo nell’insorgenza dei problemi di coagulazione riscontrati. A cominciare dalla pillola anticoncezionale che, come ricordava Giorgio Palù, virologo e presidente dell’Aifa, «è un farmaco pro-trombotico».

In ogni caso, il pronunciamento dell’Agenzia Europea dei Medicinali può dare nuovo slancio alla campagna di vaccinazione. Che del resto sarebbe dovuta proseguire «con la stessa intensità, con gli stessi obiettivi», come aveva già annunciato il Premier Mario Draghi.

L’ex Governatore della Bce aveva anche avuto un colloquio con il Presidente francese Emmanuel Macron proprio con l’obiettivo di accelerare la somministrazione delle dosi. Che però potrebbe risentire di questa breve interruzione – e in un senso molto più profondo di quello meramente cronologico.

Un serio problema di fiducia

«I vaccini non si scelgono, chi ne rifiuta uno si mette in coda alla fila». Così parlò il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza, che al di là delle polemiche ha semplicemente ricordato l’esistenza di un meccanismo già in vigore. Oltre a dimostrare di aver almeno intuito la vera questione in ballo – la diffidenza verso i sieri tout court, che rischia di far fallire qualunque piano vaccini.

Perché si può autorizzare l’overbooking (cioè la sovra prenotazione) mettendo in conto che alcuni non si presenteranno all’appuntamento. Si possono redistribuire le dosi residue «in favore di soggetti comunque disponibili al momento», come da ordinanza di Francesco Paolo Figliuolo, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Ma, se c’è sfiducia, si mancherà comunque l’obiettivo di immunizzare almeno «l’80% della popolazione entro il mese di settembre», AstraZeneca o non AstraZeneca.

La chiave per vincere questa sfida però esiste, e l’ha indicata la Germania. Dove proprio il Paul Ehrlich Institut ha spiegato le ragioni dello stop all’antidoto in un documento improntato alla massima trasparenza. In cui, tra l’altro, l’istituto non ha evitato di nascondere ciò che ancora non si sa sul siero.

Solo la verità, infatti, può battere la paura – e pazienza se non è politically correct e magari fa anche male. Si dovrebbe cominciare, per esempio, chiarendo una volta per tutte che il “rischio zero”, come abbiamo argomentato, è pura utopia. Evenienza che, en passant, fornirebbe anche gli anticorpi contro un altro virus del nostro tempo: quello della propaganda.

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Cronaca

Covid, un anno dopo: il fulgore delle stelle italiane sa di Nobel per la Pace

Il nostro corpo sanitario candidato al prestigioso Premio per la “commovente abnegazione” con cui ha affrontato la pandemia. E la bergamasca Goggia che trionfa nello sci nel 160° dell’Unità d’Italia sembra un segno del destino

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covid, un anno dopo: premio nobel per la pace
Il Premio Nobel per la Pace

Covid, un anno dopo: a poco più di 365 giorni dal lockdown, il Tricolore torna a garrire più alto che mai. Merito soprattutto dei nostri camici bianchi, eroi della crisi da coronavirus la cui opera e i cui sacrifici hanno rapidamente travalicato ogni confine. E potrebbero essere ora remunerati con uno dei riconoscimenti più ambiti e prestigiosi in assoluto.

Covid, un anno dopo

Medici e infermieri italiani sono in lizza per il Premio Nobel per la Pace 2021, l’unico che si assegna a Oslo anziché a Stoccolma. Proprio la capitale norvegese ha dato il beneplacito alla candidatura, promossa dalla Fondazione Gorbachev e finalizzata, per l’esattezza, all’attribuzione dell’onorificenza al “corpo sanitario italiano”. «Il primo nel mondo occidentale a dover affrontare una gravissima emergenza sanitaria», combattendo in prima linea «per salvare vite e spesso perdendo la» propria.

La proposta, come da protocollo, è stata sottoscritta da un precedente vincitore, l’americana “di Toscana” Lisa Clark. Che, elogiando la «commovente» abnegazione del personale medico nostrano l’ha definita «qualcosa di simile a un libro delle favole».

L’annuncio, peraltro, è pressoché coinciso con il 160° anniversario dell’Unità d’Italia, celebrato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella anche in riferimento alla pandemia. «L’Italia, colpita duramente dall’emergenza sanitaria, ha dimostrato ancora una volta spirito di democrazia, di unità e di coesione», ha affermato il Capo dello Stato. Aggiungendo che nel distanziamento «ci siamo ritrovati più vicini e consapevoli di appartenere a una comunità capace di risollevarsi dalle avversità».

Virtù personificate in pieno dalla sciatrice Sofia Goggia. Costretta a un lungo stop dopo una frattura al ginocchio destro, ha fatto di tutto per poter partecipare alle finali di Lenzerheide, in Svizzera. E, grazie anche all’annullamento per maltempo dell’ultima gara stagionale, ha conquistato per la seconda volta in carriera la Coppa del Mondo di discesa libera.

Le eccellenze nazionali, insomma, tornano a brillare, e si potrebbe perfino leggere nei natali bergamaschi della campionessa un segno del destino. Covid, un anno dopo non ci hai sconfitti. E, nonostante le difficoltà, possiamo ancora gridare a pieni polmoni – e con molta più cognizione di causa – che ce la faremo!

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Cronaca

Vaccino AstraZeneca, il giusto stop e l’equidistanza dagli opposti eccessi

C’è chi idolatra l’antidoto e chi lo demonizza, ma la sospensione decisa dall’Aifa (malgrado le contraddizioni) è un’occasione per sgombrare il campo da equivoci: soprattutto in relazione agli eventuali effetti avversi

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vaccino astrazeneca
Il vaccino AstraZeneca

Alla fine, com’è ormai noto, anche l’Italia ha optato per lo stop cautelativo al vaccino AstraZeneca. Decisione doverosa in seguito al verificarsi di eventi avversi, che potrebbero comprendere anche alcune morti sospette. Che con tutta probabilità non hanno nessun legame con il siero, ma su cui è dignum et iustum indagare a fondo. Possibilmente con un rigore scientifico equidistante dagli opposti estremismi di chi idolatra l’antidoto a prescindere e di chi invece, sempre a prescindere, lo aborrisce.

La sospensione del vaccino AstraZeneca

L’annuncio era arrivato attraverso uno scarno e laconico cinguettio pomeridiano dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco). Che aveva comunicato la sospensione del vaccino AstraZeneca «in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’Ema». La European Medicines Agency, che si riunirà d’urgenza giovedì 18 per esprimere un nuovo parere sul siero britannico.

La scelta è stata presa «in linea con analoghi provvedimenti adottati da altri Paesi europei», tra cui Germania, Olanda e Francia. Avevano comunque fatto da apripista Danimarca, Islanda e Norvegia, i primi Stati a rilevare problemi di coagulazione successivi alla somministrazione del preparato dell’azienda anglo-svedese.

L’Agenzia Danese per i Medicinali ha addirittura comunicato a quanti avevano ricevuto il vaccino AstraZeneca i sintomi per i quali potrebbe essere necessario contattare un medico. Che includono «forte mal di testa, forte mal di stomaco, il raffreddamento di una gamba, dolore improvviso e inaspettato in parti del corpo, difficoltà respiratorie, paralisi di un lato del corpo». Nonché il sanguinamento della pelle o delle mucose e la comparsa di lividi (eccezion fatta per il punto dell’iniezione) o di piccole macchie rosse sulla pelle.

In realtà, come ha precisato Giorgio Palù, virologo e presidente dell’Aifa, al momento tra i casi in esame e l’inoculazione della dose c’è una relazione esclusivamente temporale. «È improbabile un nesso causale diretto tra vaccinazione e decessi. Al massimo potrebbe esserci una concausa nel senso che i problemi potrebbero riguardare solo persone predisposte a sviluppare queste patologie», le sue parole.

La scienza però necessita di certezze – soprattutto quando ci sono in ballo delle vite -, quindi ben venga il supplemento di indagine. Che dovrà servire a sgombrare il campo da equivoci, accantonando dicotomie apocalittiche e facendo parlare solamente i numeri.

Gli opposti eccessi

Il primo eccesso, in effetti, non ha risparmiato neppure l’Aifa, benché sopra vi sia a caratteri cubitali la firma dei manutengoli del pandemicamente corretto. Eppure, perfino il leader italovivo Matteo Renzi ha stigmatizzato «la posizione contraddittoria» di via del Tritone. Che, neanche ventiquattr’ore prima del blocco, blaterava di «ingiustificato allarme» sul vaccino AstraZeneca.

Senza volerne scandagliare le motivazioni, è pacifico che un atteggiamento così ondivago porti acqua al mulino del fanatismo alternativo – quello complottista. Che en passant è il fratello gemello del primo, con cui condivide la discendenza dalla pretesa di un “pericolo zero” che in realtà è pura utopia. Tanto è vero che si parla di un rapporto rischi/benefici che, come ha notato Palù, anche sul vaccino AstraZeneca è tuttora ampiamente favorevole.

Di fatto, pure questa isteria uguale e contraria è (almeno al momento) del tutto ingiustificata. Come ha dimostrato il caso che aveva inquietato l’Italia – quello del professore venuto a mancare a diciassette ore dall’assunzione dell’antidoto -, sgonfiato ora dall’autopsia. Che, secondo le prime informazioni, ha rilevato come causa della dipartita «un problema cardiaco improvviso», senza però «nessun segno che permetta di collegare la morte alla vaccinazione».

Forse, quindi, è il caso di fare tutti un bel respiro e aspettare i dati, senza cadere né nel culto del vaccino né nella sua demonizzazione. Con un argomento così delicato e divisivo, infatti, se intanto si ottenesse l’immunizzazione dall’emotività ne guadagneremmo certamente tutti – in primis proprio in salute.

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Cronaca

“I Dpcm sono illegittimi”: giudice reggiano demolisce un anno di restrizioni

Il Gip De Luca assolve una coppia che aveva violato il lockdown esibendo un’autocertificazione falsa, perché solo l’autorità giudiziaria può limitare la libertà personale. La sentenza è definitiva, e può scatenare un terremoto giuridico…

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“i dpcm sono illegittimi”: dario de luca
Il giudice del Tribunale di Reggio Emilia Dario De Luca

I Dpcm sono illegittimi”, perlomeno nel momento in cui prevedono il divieto di muoversi in città. Si può riassumere così la clamorosa sentenza di Dario De Luca, magistrato del Tribunale di Reggio Emilia, che peraltro fa seguito ad altri pronunciamenti analoghi. Tutti destinati, naturalmente, a far discutere, anche per il terremoto che potrebbero suscitare a livello giuridico.

“I Dpcm sono illegittimi”

Tutti i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri emessi a partire dall’8 marzo 2020 sono «illegittimi per violazione della legge Costituzionale». Così sancì, il 27 gennaio scorso, il Gip Dario De Luca, assolvendo una coppia che aveva violato la zona rossa ed esibito un’autocertificazione falsa.

Il caso risale al primo lockdown, quando gli imputati, fermati nel Reggiano, avevano dichiarato che lo spostamento era motivato da comprovate ragioni di salute. Ma le forze dell’ordine non avevano tardato ad appurare che stavano mentendo.

Erano quindi scattate la denuncia per falso ideologico in atto pubblico e la richiesta, da parte del Sostituto Procuratore emiliano, di un decreto penale di condanna. Il giudice, però, ha dichiarato «il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato». Verdetto che discende dalla «violazione dell’Articolo 13 della Costituzione che dice che la libertà personale è inviolabile».

Per la toga, infatti, il Dpcm, «stabilendo un divieto generale e assoluto di spostamento al di fuori della propria abitazione, con limitate e specifiche eccezioni, configura un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare». E non una semplice limitazione della libertà di circolazione, prevista dall’Articolo 16 della Carta «per motivi di sanità o di sicurezza».

Tuttavia, nel nostro ordinamento «l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal giudice penale». Non può cioè essere un’autorità amministrativa – neppure il Presidente del Consiglio – a imporre gli “arresti domiciliari”.

Dunque, «un Dpcm non può disporre alcuna limitazione della libertà personale», non trattandosi «di un atto normativo avente forza di legge». Ma neppure un Decreto legge, secondo De Luca, potrebbe rinchiudere in casa «una pluralità indeterminata di cittadini». La misura, infatti, può essere applicata solo individualmente e solo previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

Le conseguenze della sentenza

Per De Luca, insomma, tutti i Dpcm sono illegittimi, inclusi «quelli successivamente emanati dal Capo del Governo» Giuseppe Conte. Il giudice ha quindi prosciolto i due accusati perché «costretti a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto del nostro Paese e dunque illegittima». La loro condotta, infatti, si configurava come un «falso inutile» e non era perciò punibile.

Tra l’altro, che i Dpcm presentassero profili di incostituzionalità lo avevano affermato anche precedenti ordinanze, come quella del Tribunale di Roma del 16 dicembre 2020. In tutti questi casi, gli atti di Palazzo Chigi erano stati disapplicati in relazione alla singola controversia in oggetto. Circostanza che vale anche per il verdetto emiliano, che comunque viene a costituire un ulteriore – e importante – precedente in vista dei (numerosi) ricorsi. Anche perché la Procura di Reggio Emilia ha rinunciato a impugnare la sentenza, che è dunque diventata definitiva e irrevocabile. E probabilmente è più “in nome del popolo italiano” di qualsiasi provvedimento anti-Covid varato nell’ultimo anno.

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Cronaca

Mascherine cinesi, quella rivelazione che getta ombre su Arcuri e Conte…

L’imprenditore Benotti, al centro dello scandalo, rivela che Palazzo Chigi avvertì il supercommissario dell’indagine degli 007: la cui delega l’ex Premier Conte tenne sempre stretta, mentre Draghi l’ha affidata al Capo della Polizia Gabrielli…

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mascherine cinesi
Mascherine cinesi

Cos’hanno in comune 800 milioni di mascherine cinesi, i sottosegretari appena nominati dal neo-Premier Mario Draghi e il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri? Sembra una barzelletta, eppure c’è una sottile linea rossa (e il colore non è casuale) che lega questi improbabili protagonisti. E arriva a lambire con le sue (non nitidissime) trame anche l’ultimo tratto del precedente Governo guidato da Giuseppe Conte.

L’affaire mascherine cinesi

La Cina, si sa, è vicina, ma nel caso del supercommissario Arcuri l’aggettivo assume i connotati di un eufemismo. Questo, almeno, racconta l’inchiesta della Procura di Roma sull’affaire dei dispositivi di protezione individuale acquistati dal Nostro in piena crisi da Covid-19.

Una commessa costata complessivamente 1,25 miliardi di euro, per cui la struttura commissariale ha usufruito dell’intermediazione di alcune imprese italiane. Le quali, per questo servizio, hanno percepito commissioni per decine di milioni di euro da parte dei consorzi orientali affidatari delle forniture. Questa almeno la ricostruzione dei Pm di Piazzale Clodio, che hanno disposto una serie di misure cautelari per cinque accusati, tra cui spicca Mario Benotti. L’imprenditore – e giornalista Rai in aspettativa – attorno a cui ruota l’intero scandalo delle mascherine cinesi.

Va subito precisato che le indagini non riguardano Der Kommissar, la cui posizione è già stata archiviata. I magistrati hanno infatti appurato che «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione».

Però i verdetti politici non coincidono con quelli giuridici, e c’è un particolare (palesato dallo stesso Benotti e tangenziale alla vicenda delle mascherine cinesi) che imbarazza Arcuri. Un particolare che ha a che fare con uno dei fiori all’occhiello dell’Italia – che non sono le ridicole primule del supercommissario, bensì i Servizi segreti.

Ombre rosse

«Arcuri mi incontrò e mi disse che c’era una difficoltà: da Palazzo Chigi lo avevano informato che c’era un’indagine, un approfondimento in corso su tutta questa situazione, forse dei Servizi».

L’uomo delle mascherine ha sganciato la bomba in diretta televisiva mentre spiegava perché dallo scorso 7 maggio Der Kommissar avesse tagliato i ponti con lui. «Mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui e io l’ho fatto».

Troppo tardi, però. Anche perché questa rivelazione permette una lettura retroattiva anche di uno dei fatti più controversi della fase finale dell’esecutivo Conte-bis. Ovvero l’ostinazione con cui Giuseppi ha conservato la delega ai Servizi segreti fin (quasi) all’ultimo. Cedendola poi al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi solo dopo che il leader italovivo Matteo Renzi aveva già innescato la crisi di Governo.

«Quando dicevamo che sulla gestione dei servizi segreti di Conte c’era qualcosa di poco chiaro, ci prendevano per matti! Invece, a quanto pare…». Così, secondo indiscrezioni, si sarebbe sfogato il leghista Giancarlo Giorgetti, neo-Ministro dello Sviluppo economico e braccio destro del segretario Matteo Salvini. Il quale continua a invocare decisamente le dimissioni – o il licenziamento – di Arcuri, che recentemente ha bollato come «monarca assoluto».

Per il momento, il Premier ha fortemente ridimensionato il ruolo del supercommissario, per esempio escludendolo dalla riunione in cui si discuteva del nuovo Dpcm anti-Covid. Dev’essere il nome Mario che non porta bene a Der Kommissar.

Intanto l’ex Governatore della Bce ha affidato la delega della discordia sugli 007 al Capo della Polizia Franco Gabrielli, che certamente cercherà di dissipare tutte queste ombre. Ombre rosse, ça va sans dire.

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Cronaca

Immunizzazione, dall’Italia agli Usa solo buone notizie dalla lotta al Covid

Negli Stati Uniti crollano i contagi, al punto che l’immunità di gregge in aprile non è più un miraggio. Intanto da noi è un successo la ricerca sugli anticorpi monoclonali, e il Governo si muove per una produzione autonoma dei vaccini

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Vaccino anti-Covid

Mentre il nuovo Governo Draghi prolunga di un mese le restrizioni anti-Covid già in vigore, arrivano buone notizie dal fronte dell’immunizzazione. Fronte molto ampio, in effetti, se si pensa che si estende fino agli Stati Uniti, che potrebbero sconfiggere il virus nei prossimi due mesi. Ma anche il Belpaese si appresta ad accelerare, sia a livello del neonato esecutivo che di uno dei nostri fiori all’occhiello – la ricerca scientifica.

Buone notizie sul fronte immunizzazione

«Le imprese che detengono i diritti sui vaccini li rendano disponibili a chiunque sia in grado di produrli con efficacia». Così si è espresso Stefano Bonaccini, Governatore dell’Emilia-Romagna, sollecitando «un deciso cambio di passo» sulla vexata quaestio dei rifornimenti dei sieri contro il coronavirus.

Bastava chiedere, evidentemente. Il leader leghista Matteo Salvini ha infatti rivelato che il compagno di partito Giancarlo Giorgetti, Ministro dello Sviluppo Economico, si era già mosso in tal senso. Convocando i rappresentanti delle aziende farmaceutiche al fine di «ipotizzare una sovranità vaccinale italiana». Incontro confermato da Massimo Scaccabarozzi, numero uno di Farmindustria, che ha comunque precisato che l’iter di produzione dell’antidoto richiede 4-6 mesi.

Un’altra svolta, invece, potrebbe essere ben più imminente. Almeno stando alle anticipazioni del microbiologo Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences.

«Ci sono degli anticorpi che riescono a neutralizzare tutte le varianti» ha spiegato. «I nostri per fortuna appartengono a questo tipo di anticorpi monoclonali di seconda generazione che riescono a neutralizzare anche le varianti inglese, sudafricana e brasiliana».

Si tratta di una classe di molecole che a livello di immunizzazione costituiscono una difesa naturale dell’organismo, prelevate da pazienti che hanno già sconfitto la malattia. Sono efficaci sia a livello di prevenzione che di cura, e quelli sviluppati a Siena sono anche particolarmente potenti. Tanto che ne occorre una quantità minore, «sono meno costosi e possono essere dati con un’iniezione da fare ovunque senza andare in ospedale».

Gli anticorpi tricolori stanno per entrare in fase clinica, e lo scienziato ha aggiunto che «ci aspettiamo che siano pronti per l’estate», forse già a giugno. Anche se molto dipenderà dai tempi e dal giudizio delle autorità sanitarie.

Gli Usa verso l’immunità di gregge

Se l’Italia ride, l’America non piange, dal momento che Oltreoceano, nelle ultime sei settimane, i contagi sono crollati del 77%. Al punto che il dottor Marty Makary, professore della Johns Hopkins School of Medicine, ha azzardato che gli Usa potrebbero arrivare all’immunità di gregge entro aprile.

Il dato si spiega anzitutto con l’evidenza che l’immunizzazione naturale da un’infezione è molto più comune di quanto si possa misurare mediante test. In effetti, secondo una proiezione circa il 55% dei cittadini statunitensi sarebbe già protetto contro il microrganismo. Percentuale a cui si somma il 15% che ha già ricevuto la vaccinazione.

Sono numeri incoraggianti anche oltre i confini dell’orticello contingente, visto che al momento il tasso di positività yankee si attesta attorno al 6%. Non troppo diverso, cioè, dall’odierno 5,6% italico – per quanto, come già argomentato, il rapporto contagiati/tamponi cresce fisiologicamente nei fine settimana. Se dunque la prospettiva degli Stati Uniti è il ritorno alla normalità entro l’estate, forse potremmo ambire a un simile traguardo temporale anche noi. Soprattutto dopo il ridimensionamento del Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri.

D’altronde, come ha sottolineato Bonaccini, «le persone sono esauste», e di certo non aiuta il primo Decreto dell’era di Mario Draghi. Che ha prorogato fino al 27 marzo limitazioni quali il divieto di spostamento tra Regioni, il coprifuoco e l’obbligo di asporto per i ristoranti dopo le 18.

Ben venga, quindi, qualsiasi parola di speranza. Senza alcun riferimento al Ministro nomen omen della Salute Roberto, s’intende.

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Cronaca

Vaccino anti coronavirus, se la Santa Sede “ricatta” i suoi dipendenti…

Un documento del Vaticano anticipa il licenziamento di chi rifiuta l’antidoto senza validi motivi di salute: sacrificando sull’altare del “bene comune” i dubbi etici su alcuni sieri

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Vaccino anti-Covid

Cosa c’entra il Vaticano con il vaccino anti coronavirus? La risposta più ovvia sarebbe “niente”, eppure Oltretevere si stanno impegnando a fondo per smentire il Rasoio di Occam. Producendosi in una serie di prese di posizione e poi di deliberazioni che risultano piuttosto sconcertanti per almeno parte del popolo cattolico.

Il Vaticano e il vaccino anti coronavirus

Evidentemente i dibattiti nel mondo politico – e nella variegata maggioranza che sostiene il Governo Draghi – non erano sufficienti. E così, per buona misura, le polemiche sul vaccino anti coronavirus hanno raggiunto e sono deflagrate anche presso Santa Romana Chiesa.

Merito – si fa per dire – di un discutibile decreto firmato l’8 febbraio dal Cardinale Giuseppe Bertello, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Decreto che affronta proprio la vexata quaestio del siero anti-Covid – però soltanto in modo parziale e senza considerare minimamente i risvolti etici. Che, per i credenti, non sono esattamente un dettaglio.

L’atto sottolinea che la Santa Sede «adotta tutte le misure necessarie volte a ridurre il rischio» legato alla pandemia, inclusa la vaccinazione. E fin qui, naturalmente, tutto bene. Tuttavia, per chi dovesse rifiutare l’antidoto «senza comprovate ragioni di salute» scatterebbero «conseguenze di diverso grado, che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro».

Il che può anche essere lecito, se non fosse che il provvedimento premette che il vaccino anti coronavirus non è obbligatorio. Come del resto ha ribadito un’arzigogolata nota della stessa Commissione, parlando di «uno strumento che in nessun caso ha natura sanzionatoria o punitiva» per i lavoratori.

Una precisazione che suona come un tentativo di nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso. Un’imposizione mascherata, infatti, resta comunque un’imposizione che, per quanto legittima e magari condivisibile, non può non destare perplessità. Soprattutto se arriva dalla Curia romana.

L’idolatria del siero anti-Covid

Eppure, l’aspetto dirimente è ancora a monte, e riguarda una sorta di idolatria del vaccino anti coronavirus che si era già manifestata sul finire del 2020. Quando la Congregazione per la Dottrina della Fede (cioè l’ex Sant’Uffizio) si era espressa sulla moralità di alcuni sieri allora in preparazione. Che erano stati sviluppati utilizzando (nella produzione o anche solo nella sperimentazione) linee cellulari provenienti da feti abortiti.

Il documento definiva «moralmente accettabile» utilizzare questi antidoti (in caso non ve ne fossero di «eticamente ineccepibili»), al fine del «perseguimento del bene comune». Tuttavia, con un’ulteriore arrampicata sugli specchi aggiungeva anche che «l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini» non legittima in alcun modo la pratica dell’aborto.

Come (e se) questi due aspetti si possano conciliare, resta un mistero. Della fede, ça va sans dire.

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Cronaca

Palamaragate, “il sistema è tornato, anzi non se ne è mai andato”

Il “tonno espiatorio” punta il dito contro i “cecchini” ancora in azione a danno dei magistrati meritevoli. E dal sindaco di Napoli De Magistris attacco durissimo all’ex Presidente Napolitano, accusato di aver “tradito la Costituzione”

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L'ex presidente dell'Anm Luca Palamara

Bastano un libro e qualche intervista e il Palamaragate torna su. Così, parafrasando Mary Poppins, si potrebbe sintetizzare la recrudescenza di attenzione mediatica nei confronti di Luca Palamara. L’ex togato radiato a ottobre dalla magistratura per il caso delle designazioni pilotate di alcuni Procuratori, dopo essere già stato espulso dall’Anm (da lui presieduta). Il quale aveva subito fatto capire che non aveva alcuna intenzione di fungere da “tonno espiatorio” per lo scandalo Magistratopoli.

«Ero parte di un sistema» ha sempre affermato l’ex membro del Csm, che proprio “Il Sistema” ha intitolato il suo libro-intervista rapidamente divenuto un best-seller. Il sistema delle correnti, che faceva e disfaceva le tele delle carriere in ambito giuridico anteponendo l’appartenenza ideologica al merito. E il sistema dell’alleanza tra (una parte dei) poteri giudiziario e politico, denunciato dal Nostro anche nel salotto televisivo di Non è l’Arena, su La7.

Una commistione che, secondo Luigi De Magistris, attuale sindaco di Napoli, avrebbe portato al  boicottaggio dell’inchiesta Why Not, di cui era titolare nel 2007. All’epoca, da sostituto Procuratore di Catanzaro, De Magistris stava investigando sull’allora Premier Romano Prodi e sul Guardasigilli Clemente Mastella. Secondo l’ex Pm, però, l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano intervenne per ostacolare le indagini.

«In un Paese normale questa vicenda dovrebbe portare il Presidente della Repubblica sotto accusa per aver tradito la Costituzione» il pesantissimo j’accuse. Talmente grave che è impensabile possa rimanere semplicemente lettera morta.

Il Palamaragate non è ancora finito

Allo stesso modo, difficilmente si potranno ignorare le parole dell’ex numero uno dell’Associazione Nazionale Magistrati. «Sono tornati i cecchini, anzi non se ne sono mai andati», la bordata.

Il riferimento è a una delicata inchiesta disciplinare nei confronti del Procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, per una vicenda nota al Consiglio Superiore della Magistratura dall’aprile 2020. Ma che, curiosamente, è esplosa appena prima che il Tar del Lazio si pronunciasse sul ricorso dello stesso Creazzo sulla nomina di Michele Prestipino a Procuratore di Roma. La poltrona al centro dell’ormai celeberrima cena all’Hotel Champagne dell’Urbe, l’8 maggio 2019, che ha dato il via al Palamaragate.

«Dobbiamo capire se il sistema delle correnti è ancora attuato e se ha escluso i magistrati meritevoli» ha chiosato l’ex Pm capitolino. Facendo tra l’altro il nome dell’icona antimafia Nino Di Matteo, penalizzato «perché non era allineato al sistema», come il giudice del Tribunale di Napoli Alfonso Sabella.

È comunque difficile credere che Palamara si sia improvvisamente convertito sulla via di Damasco – dunque sulla purezza delle sue intenzioni si può legittimamente questionare. Però non è detto che le sue rivelazioni non mostrino uno spaccato autentico, e sulla giustizia, soprattutto adesso, non possono esserci dubbi.

La verità fa male, ma dissipa qualsiasi ombra. E, mai come in questo caso, è sotto ogni aspetto un diritto.

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Cronaca

Patentino vaccinale, abbiamo una proposta per le autorità competenti

Si discute da tempo sull’ipotesi di dare una certificazione a coloro cui viene somministrato l’antidoto anti-Covid. E se si creasse un database collegato alla tessera sanitaria, che assicuri controlli rapidi, efficaci e poco invasivi?

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Vaccino anti-coronavirus

Sta facendo discutere da tempo l’ipotesi di un patentino vaccinale, una sorta di certificato pensato per allentare le restrizioni a chi assume il siero anti-Covid. L’idea ha subito scatenato una ridda di polemiche, e del resto le stesse autorità competenti sono tutto fuorché concordi sull’eventuale disposizione da adottare. Per questo motivo vorremmo permetterci, sommessamente, di avanzare a nostra volta, nel nostro piccolo, una proposta.

Le ipotesi in campo

In principio era stato Domenico Arcuri. «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di gestire la verifica della somministrazione per sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Così, lo scorso novembre, il Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus aveva aperto le danze. Aggiungendo comunque che sarebbe spettato al Ministero della Salute stabilire i dettagli di questo «certificato di vaccinazione».

Nel dibattito che era immediatamente scaturito avevano poi fatto capolino colpi di genio come quello del dem Stefano Pedica. Che a fine dicembre suggeriva al Governo rosso-giallo di «regalare un braccialetto verde a chi si è vaccinato». Una trovata non particolarmente originale, che a molti ne ha ricordata una simile di un tizio tedesco coi baffetti di cui ci sfugge il nome.

Pochi giorni fa, poi, è stata la volta del Governatore campano Vincenzo De Luca, che ha annunciato «una card di avvenuta certificazione» dopo il richiamo. E di Massimo Antonelli, medico del Gemelli di Roma e membro del Cts. Che ha ammesso che si sta pensando a un patentino «perché un vaccinato, rispettando tutte le regole di prudenza, potrebbe avere maggiore libertà di movimento». Con particolare riferimento alle attività ritenute non essenziali, quali palestre, piscine, cinema, teatri, ma anche all’accesso a voli aerei e alberghi.

Un’alternativa al patentino vaccinale?

Il patentino vaccinale è stato criticato perché costituirebbe una sorta di obbligo mascherato, e “marchierebbe” coloro a cui è stato somministrato l’antidoto. Tuttavia, prescindendo dall’opportunità e dall’utilità della misura, in questa sede vorremmo soffermarci sulla misura stessa.

E, dal momento che Arcuri accennava a un database, ci chiediamo: non lo si potrebbe collegare alla tessera sanitaria? Dopotutto, si tratta di un documento obbligatorio, che si può tranquillamente portare con sé.

Inoltre, essendo di facile lettura, semplificherebbe un eventuale controllo, assicurandone però l’efficacia. Sarebbe sufficiente dotare forze dell’ordine, esercenti e chiunque possa essere interessato dal provvedimento con i dispositivi già in uso nelle farmacie. Basterebbe cioè un clic per completare la verifica in modo rapido e non invasivo.

Onorevole Ministro, signor Commissario, questo è ciò a cui abbiamo umilmente pensato. E, se il nostro piccolo contributo dovesse giovare alla nostra bella Italia, non potremmo ricavarne maggiore soddisfazione.

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