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Politica

Processo Salvini, via libera del Senato: che consegna ai giudici le chiavi della democrazia

Sul caso Gregoretti la maggioranza vota per mandare alla sbarra il leader dell’opposizione: una scelta miope che distrugge la separazione dei poteri e rende la magistratura padrona della politica

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de La Repubblica

«Siamo al crepuscolo della democrazia». Così, citando Montesquieu, Giulia Bongiorno, senatrice leghista e legale del segretario del Carroccio Matteo Salvini, ha arringato i colleghi di Palazzo Madama durante il dibattito sul caso Gregoretti. Una discussione che, era il ragionamento, va ben oltre la circostanza contingente della richiesta, da parte del Tribunale dei Ministri di Catania, di processare l’ex titolare del Viminale per sequestro di persona in relazione ai 131 migranti che, lo scorso luglio, furono trattenuti sulla nave della Marina Militare italiana per tre giorni.

«Qui da una parte abbiamo un Ministro, dall’altra il potere giudiziario che lo vuole processare. La legge però dice che i giudici siamo noi senatori, se non lo capiamo non capiamo nulla» ha tuonato la Bongiorno, aggiungendo che «da un po’ di tempo il Parlamento sta scappando da alcune sue responsabilità, quasi che ci vergognassimo delle nostre funzioni. Stiamo svuotando di valore le nostre funzioni».

L’appello, com’era prevedibile, è caduto nel vuoto. Troppo forte, per la maggioranza rosso-gialla, la tentazione di provare ancora una volta a «eliminare il suo avversario per via giudiziaria», come da stoccata del Capitano: e del resto, Oscar Wilde sosteneva che «l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi».

Via dunque l’ipocrita maschera da garantisti un tanto al chilo che, per esempio, il segretario dem Nicola Zingaretti aveva indossato un mese fa affermando che «gli avversari politici si sconfiggono con la politica e non con le manette». O quella del leader di Italia Viva Matteo Renzi, che sulla riforma della prescrizione continua ad accusare il Pd di piegarsi al giustizialismo grillino, salvo poi votare a sua volta per mandare in tribunale l’ex Ministro dell’Interno «anche se fatico a vedere un reato» ha precisato.

Sta tutta qui la differenza antropologica e culturale tra i protagonisti. «Gli avversari si battono, in democrazia, alle urne e non nelle aule dei tribunali. Questo insegna la nostra storia e la storia della democrazia» ha ricordato Salvini. «Io mai nella vita chiederò che siano i giudici a giudicare Conte, Zingaretti o Di Maio. Il giudizio che conta è quello del popolo».

È vero, lo stesso leader leghista aveva chiesto di essere processato. Lo ha ribadito in Senato, dopo aver precisato di aver agito per difendere la Patria: sono stufo «di impegnare quest’Aula con il caso Diciotti, Gregoretti, Open Arms e chissà quanti altri ne arriveranno su una questione per me talmente ovvia. Chiariamo una volta per tutti davanti ai giudici se ho fatto il mio dovere o sono un sequestratore».

La Lega, in ossequio a questa linea, non ha partecipato alla votazione, a cui non ha presenziato neppure il Governo. Non era tenuto a farlo, ma non ha certo dimostrato un coraggio leonino.

Quello che servirà – e per davvero – se, in un futuro attualmente inimmaginabile, la miopia della scelta di oggi dovesse ritorcersi contro chi l’ha voluta compiere a ogni costo. Perché «la ruota gira» ha ammonito Pierferdinando Casini. «Quello che capita a Salvini può capitare a Zingaretti domani o a qualcun altro».

Ed è proprio questo il punto focale della questione: una volta che, per meri e meschini calcoli elettorali (che oltretutto potrebbero rivelarsi un boomerang di per sé), la politica abdica in favore della magistratura, rendendo le toghe i veri e assoluti padroni della democrazia – non c’è marcia indietro.

In gioco, cioè, non c’era solamente il destino del Capitano, bensì l’autonomia della politica, la separazione e l’indipendenza dei poteri costituzionali. Ciò a cui gli azionisti di maggioranza del BisConte hanno pavidamente rinunciato per l’avita incapacità di coagulare consensi, rischiando di aver creato un mostro infinitamente peggiore.

Ed è così, come notava già il personaggio di Padmé Amidala in Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith, «che muore la libertà: sotto scroscianti applausi». Complimenti vivissimi.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Europa ed economia, da Charles Michel l’ennesima beffa per l’Italia

Il Presidente del Consiglio Europeo propone la sua versione del Recovery Fund che, malgrado l’apparenza di un compromesso, accontenta più i Quattro Frugali. Però il Premier Conte pensa a prorogare lo stato di emergenza

Mirko Ciminiello

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Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel

Certe volte, soprattutto in tema di Europa ed economia, il bi-Premier Giuseppe Conte assomiglia vagamente a uno studente poco preparato. Uno di quelli che, durante un’interrogazione, farfugliano l’essenziale per strappare la sufficienza, senza però aver chiaro il quadro d’insieme. Così, nel giorno in cui ha candidamente ammesso di star valutando il prolungamento dello stato di emergenza per il coronavirus, ha trascurato il vero problema. Che, come spesso accade, è di stanza a Bruxelles.

Europa ed economia, la proposta di Michel

Il binomio Europa ed economia è sempre stato abbastanza infausto per l’Italia, e la crisi da Covid-19 sta confermando la regola. Merito, si fa per dire, dei cosiddetti Quattro Frugali (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia) nelle cui lingue il termine “solidarietà” deve avere un’accezione diversa dall’italiano.

Non si capirebbe altrimenti il senso della nuova proposta sul Fondo per la Ripresa formulata da Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo. Che, rispetto al piano originario della Commissione Ue, fa un altro piccolo passo in direzione del blocco nord- e mittel-europeo.

L’ex Premier belga vorrebbe confermare l’entità del Recovery Fund, pari a 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 come prestiti. E fin qui tutto bene. Poi, però, arrivano le note dolenti.

La noti dolenti dell’ipotesi del Consiglio europeo

Anzitutto, il Bilancio pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea dovrebbe ammontare a 1.074 miliardi di euro. Dimagrendo dunque di 26 miliardi rispetto all’originaria proposta da 1.100 miliardi della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Così si avrebbe un bilancio all’1,07% del Pil, che sarebbe una via di mezzo tra l’1,09% avanzato a febbraio e l’1,05% chiesto dai soliti noti.

Inoltre, per i Quattro Frugali (e anche per la Germania) verrebbe confermato per il prossimo settennio il meccanismo di correzione dei contributi. In sostanza, uno sconto sui fondi che i Paesi membri versano annualmente all’Ue – e su cui, curiosamente, nessuno ha nulla da ridire.

Ancora, il progetto di Michel prevede una condizionalità rafforzata sui piani di riforme da presentare a Bruxelles. I quali dovrebbero essere valutati – ed eventualmente approvati a maggioranza qualificata – dal Consiglio Ue, e non più dalla Commissione. Conferendo in tal modo un maggior peso decisionale ai componenti del Consiglio stesso – ovvero agli Stati membri.

Peraltro, anche la scelta sugli esborsi, formalmente affidata alla Commissione europea, sarebbe condizionata dai singoli esecutivi attraverso il Comitato economico e finanziario. Un organismo in cui sono rappresentati i Governi nazionali, della cui opinione la Commissione dovrebbe forzatamente tenere conto.

Questo strumento, infine, dovrebbe venire finanziatoça va sans dire – attraverso nuovi balzelli. Come una plastic tax, un’imposta sulle “importazioni di CO2” pomposamente definita carbon border adjustment mechanism, e una tassa digitale dal 2023.

Economia ed Europa, un accordo a ogni costo?

In definitiva, l’ipotesi del Consiglio europeo manterrebbe intatte le risorse del Recovery Fund, ma alzerebbe i paletti per poterne usufruire. Risultando quindi fortemente sbilanciata verso il blocco nordico – cui ha ripreso a dare manforte anche la Finlandia. La cui Premier, Sanna Marin, ha twittato a proposito della necessità di diminuire i finanziamenti e migliorare il rapporto tra sovvenzioni e prestiti.

La sensazione, insomma, è che si stia cercando di raggiungere un accordo a ogni costo, al costo di qualsiasi compromesso. Come se dimostrare che l’Europa può raggiungere un’intesa fosse più importante dei contenuti dell’intesa stessa. Si vedrà, in ogni caso, al vertice del 17 e 18 luglio prossimi.

Frattanto – per usare un avverbio caro all’ex Avvocato del popolo -, sarebbe anche arrivata l’ora di fare i conti, anzi i Conte con Bruxelles. Peccato che Giuseppi fosse distratto dallo stato di emergenza. Fosse almeno stato quello vero!

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Politica

Decreto Semplificazioni, un provvedimento salvo intese (come il Governo)

Il Premier Conte illustra un provvedimento di cui non esiste ancora il testo. È la solita politica degli annunci, mentre persistono le polemiche interne all’esecutivo

Mirko Ciminiello

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conte firma il decreto semplificazioni
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo a proposito del Decreto Semplificazioni illustrato con l’usuale sobrietà dal bi-Premier Giuseppe Conte. Il candidato consideri che:

a) Il fu Avvocato del popolo ha presentato «un Decreto che semplifica, velocizza, digitalizza, sblocca una volta per tutte i cantieri e gli appalti». In appena 96 pagine.

b) Giuseppi, che aveva più volte definito il Dl «la madre di tutte le riforme», ha parlato di una gestazione «sofferta» e di «un risultato clamoroso». Quindi, forse in realtà il provvedimento è il figlio di tutte le riforme.

c) Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Decreto Semplificazioni “salvo intese”. La sintesi perfetta dell’azione del Signor Frattanto.

d) Il Dl è stato approvato all’alba. Visto che «questo Governo non lavora col favore delle tenebre» – ma evidentemente prende i Ministri per stanchezza.

L’ombra del M5S sul Decreto Semplificazioni

e) Sulla scia delle polemiche sul nuovo ponte di Genova, il BisConte ha azzardato un paragone tra il Decreto Semplificazioni e «una strada a scorrimento veloce». Aggiungendo che «l’Italia deve correrema alziamo anche gli autovelox: non vogliamo offrire spazio ad appetiti criminali». Ci sono già quelli dei partiti.

f) Il Presidente del Consiglio ha annunciato l’intenzione di «fermare la paura della firma» da parte dei funzionari pubblici che temono il reato di abuso d’ufficio. Al contempo, ha spiegato che tale reato non sarà abolito, bensì circoscritto – per favorire i sindaci grillini Virginia Raggi e Chiara Appendino, ha malignato Italia Viva. E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, illustri il candidato se il Decreto Semplificazioni esprima nel modo migliore lo spirito di quello che è di fatto un Governo “salvo intese”.

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Cronaca

Ponte di Genova, concessione ad Aspi: ed è di nuovo bagarre nel Governo

Il Ministro De Micheli annuncia che Autostrade avrà ancora la gestione (temporanea) del nuovo viadotto sul Polcevera. All’attacco il M5S, che ne ha fatto un vessillo, mentre il centrodestra ironizza: “due anni di latrati per niente”

Mirko Ciminiello

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Autostrade per l'Italia

È la gestione del nuovo ponte di Genova il tema dell’ultima (in ordine cronologico) diatriba tutta interna al Governo rosso-giallo. Una diatriba che ruota attorno a una dichiarazione del Ministro dem dei Trasporti Paola De Micheli, che ha fatto infuriare il M5S. Perché in pochi istanti ha fatto strame di tutti i roboanti vaniloqui esternati dai grillini negli ultimi due anni, dal tragico crollo del ponte Morandi.

Il ponte di Genova ad Autostrade

«Il nuovo ponte Morandi sarà gestito da Autostrade». Poche parole, quelle del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma sufficienti a scatenare l’ennesima bagarre intergovernativa.

La questione l’aveva sollevata il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci. Il quale, da commissario straordinario per la ricostruzione, deve affidare a qualcuno collaudo e gestione del viadotto sul Polcevera, che altrimenti resterebbe inutilizzato.

Il MIT era stato chiaro. «Il nuovo ponte va consegnato nelle mani del concessionario autostradale in essere al momento». Ovvero, come ha confermato il Ministro De Micheli in un’intervista radiofonica, Aspi (cioè i Benetton), anche se «sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca».

Era infatti Autostrade per l’Italia a gestire il vecchio ponte delle Condotte prima del tragico crollo del 14 agosto 2018. Un dramma in cui potrebbero aver giocato un ruolo gli scarsi investimenti nella manutenzione posti in essere dalla società del gruppo Atlantia. Che infatti era stata esclusa dal bando per l’edificazione del nuovo ponte di Genova. Decisione impugnata da Autostrade di fronte alla Corte Costituzionale, che però ha dato ragione al Governo Conte.

La titolare dei Trasporti ha precisato che il rinnovo della concessione è solo pro tempore, e che la scelta ha una valenza «esclusivamente giuridica». Ma tanto è bastato a dare il la a un’altra polemica politica.

L’ennesima polemica nel Governo

«Due anni di latrati, ringhiare, stridore di denti, tintinnare di manette e minacce hanno prodotto quello che si immaginava fin dall’inizio». Vale a dire il fatto che «il ponte di Genova verrà riconsegnato proprio ad Autostrade, come ha ordinato il Governo M5S-PD».

È stato tranchant il Presidente della Liguria Giovanni Toti, ricordando che «intanto per la tragedia del Morandi e per le sue 43 vittime nessuno ancora ha pagato. Mentre a Roma litigavate, noi in Liguria almeno abbiamo ricostruito il ponte».

Leggo la rassegna di questa mattina e penso…Ai grillini che promettevano, sulle macerie del Morandi, che avrebbero…

Pubblicato da Giovanni Toti su Martedì 7 luglio 2020

Nel mirino del Governatore c’era soprattutto il Movimento 5 Stelle, che è da sempre impegnato in una durissima opposizione alla famiglia Benetton. E infatti è sulle barricate, con lo spettro di dover ammainare l’ennesimo vessillo ideologico.

A dare fuoco alle polveri è stato il reggente Vito Crimi. «Il ponte di Genova non deve essere riconsegnato nelle mani dei Benetton. Non possiamo permetterlo» ha scritto via social.

Parole che suonano come un ulteriore, vuoto proclama, a cui si sono subito accodati altri esponenti pentastellati. Come il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha assicurato che «sulla concessione delle autostrade il Governo ha lavorato senza sosta. Dopo aver raggiunto un risultato importantissimo, con il nuovo ponte Morandi costruito in meno di due anni, adesso è arrivato il momento di decidere, possibilmente entro questa settimana». Dum herba crescit equus moritur.

Draconiano anche il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. Il quale si è spinto a scomodare Dante Alighieri nel timore di essere accomunato agli ignavi del terzo canto dell’Inferno.

Attacco frontale, invece, da parte del segretario leghista Matteo Salvini. Secondo cui, dopotutto, «dopo due anni di menzogne e tempo perso» ha prevalso la logica della sopravvivenza. «Cosa non si fa per salvare la poltrona» il sardonico commento del Capitano.

I lavori sul ponte di Genova

In mezzo a tutto questo bailamme, i lavori del nuovo ponte di Genova non si sono comunque fermati. Sono infatti iniziate le operazioni di stesura del primo strato di asfalto, e il primo cittadino Bucci ha confermato che le attività termineranno «entro il 29 luglio».

In questo modo, sarà possibile procedere all’inaugurazione del viadotto «tra l’1 e il 10 agosto». Come da cronoprogramma, ha assicurato il sindaco sotto la Lanterna.

Anche il Governatore Toti ha insistito sul punto. «Noi continuiamo a lavorare per l’interesse dei liguri» ha chiosato. Evidenziando fin troppo impietosamente dove si collocano gli atti concreti e dove le frivolezze. Sottolineando cioè la sostanziale differenza che passa tra un’amministrazione del fare e un esecutivo del faremo.

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Politica

Governo del faremo, la cifra di Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore

Il Premier sotto attacco per la politica di soli annunci, l’ultimo dei quali riguarda le linee guida del Programma Nazionale di Riforma. E anche il neo-Presidente dei giovani di Confindustria avverte: la pazienza sta finendo

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Dopo il “Governo del fare” di berlusconiana memoria, ecco il Governo del “faremo”. Una decina d’anni, in un’ottica squisitamente politica, possono corrispondere a un’era geologica. Quella che stiamo vivendo ora è caratterizzata dalla procrastinazione. E a guidarla non poteva che essere un Presidente del Consiglio soprannominato, proprio per questa tendenza, Signor Frattanto.

Il Governo del faremo

Il bi-Premier Giuseppe Conte guida un esecutivo del futuro – nel senso del tempo verbale. Un Governo del faremo la cui azione si ferma alle parole, probabilmente a causa del proverbiale mare che si frappone tra l’una e le altre. Il che suona vagamente ironico, se si pensa che il termine “Governo” deriva da un vocabolo latino che significa “timone”.

Il timoniere dell’Italia, però, pare decisamente più abile a tracciare la rotta sulla carta che a seguirla effettivamente tra le insidie dei flutti. Richiamando fin troppo spesso l’analogia dantesca con la “nave sanza nocchiere in gran tempesta”.

L’ex Avvocato del popolo ne ha dato un’ennesima prova con il Programma Nazionale di Riforma, le linee guida in ambito economico da presentare a Bruxelles. Trattandosi di un programma, è astratto per definizione, e in più quella che è stata diffusa è solo una bozza. Che però delinea dei principî ben definiti, estesi anche al Recovery Plan. Il “Piano per la Ripresa” che Roma dovrà sottoporre al giudizio dell’Europa onde ottenere i fondi del Next Generation Eu.

Tanto per restare in tema, anche quest’ultimo è uno strumento virtuale, visto che a ora non vi è ancora accordo tra gli Stati membri dell’Ue. E considerato che per istituirlo ufficialmente serve anzitutto l’unanimità del Consiglio Europeo, probabilmente lo vedrà la prossima generazione comunitaria. Nomen omen.

Il Programma Nazionale di Riforma

L’Italia, comunque, si è “portata avanti” (sic!), e ha illustrato nel PNR i pilastri su cui erigerà il piano delle riforme. «Modernizzazione; transizione ecologica; inclusione sociale e territoriale, parità di genere».

In dettaglio, questo progetto dovrebbe realizzarsi attraverso una serie di interventi in vari settori. Sul piano finanziario, l’obiettivo è «una riforma complessiva della tassazione diretta e indiretta» che porti a un «alleggerimento della pressione fiscale». Inoltre, i rosso-gialli puntano anche alla «graduale introduzione di un salario minimo», rilanciano l’atavica ossessione della lotta all’evasione ed escludono nuovi condoni.

Vi è poi il capitolo sulla scuola, che si concentra soprattutto sul proposito della digitalizzazione. Tra l’altro, si prevede quindi il rafforzamento della didattica a distanza e l’introduzione della fibra ottica in tutti gli istituti statali.

Per realizzare queste aspirazioni, il Governo ha dichiarato di confidare nelle «opzioni di finanziamento» dell’Unione Europea – incluso, dunque, lo spauracchio Mes. Opzioni che verranno valutate «alla luce di considerazioni di merito e di impatto finanziario». Lo ha confermato anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, avvisando che «è assolutamente necessario evitare che la crisi pandemica sia seguita da una depressione economica. Non vi è tempo da perdere, e le notevoli risorse che l’Unione europea ha messo in campo devono essere utilizzate al meglio».

Un discorso assolutamente condivisibile ma, come sempre, molto fumoso. Il tipico discorso del nostro Governo del faremo.

Le critiche al Governo del faremo

Che l’opposizione critichi l’esecutivo è piuttosto scontato, e la situazione contingente non fa eccezione. «Basta annunci, basta promesse, basta chiacchiere. Sono quattro mesi che fanno solo annunci» ha attaccato il segretario leghista Matteo Salvini, aggiungendo che «Conte è recordman mondiale di annunci».

D’altronde, non è certo la prima volta che il Capitano accusa Giuseppi di dispensare solo promesse. «Mi sembra che viviate su Marte» aveva tuonato in pieno lockdown dall’Aula del Senato. «Faremo, faremo, faremo. La prossima volta, Presidente, venga a dire: abbiamo fatto, abbiamo fatto, abbiamo fatto. È questa la differenza».

Come detto, però, una simile invettiva non è certo una sorpresa, anzi. Ben più inattesa era invece la filippica rivolta al Capo del Governo del faremo dai Giovani Imprenditori di Confindustria.

«Non si può pensare di governare con annunci e poi dilatare all’infinito il tempo che passa tra le parole e gli effetti di quelle misure». Così il nuovo Presidente nazionale, Riccardo Di Stefano, contestando «misure costose e inefficaci» come il Reddito di Cittadinanza. Un provvedimento costato quasi 4 miliardi di euro, grazie al quale «solo il 2% ha trovato un lavoro tramite i centri per l’impiego». Inoltre, il leader dei giovani confindustriali ha sollecitato una rapida approvazione del Decreto Semplificazioni e il celere utilizzo di tutte le risorse europee.

Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore

Qui, però, torniamo alla questione delle dilazioni, dovute alle frizioni tra le forze che compongono la maggioranza rosso-gialla. Una problematica valida anche per il Fondo salva-Stati, nonché per la tanto sbandierata ipotesi del taglio dell’Iva, durata appena «diciotto ore».

Il guaio è che il Paese ha bisogno di tornare a correre quanto prima, laddove il Governo del faremo continua a rimandare i nodi per evitare che possano giungere al pettine. La cifra politica di un Premier che, se fosse nato ai tempi degli antichi Romani, sarebbe diventato Conte Fabio Massimo. ll Temporeggiatore.

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Politica

Riforma elettorale, l’accelerazione del Pd e le implicazioni per il Governo

I dem invocano la nuova legge che disciplinerà le Politiche, nella paradossale speranza di blindare l’esecutivo e ritardare l’annunciato trionfo del centrodestra. Permangono però le fibrillazioni che fanno tremare il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Tradizionalmente, la riforma elettorale è l’ultimo provvedimento a cui un esecutivo uscente mette mano. E non a caso, trattandosi della norma che disciplina il voto per le Politiche e la successiva composizione del nuovo Parlamento. Per questo motivo, si tende a considerare il momento in cui si apre la discussione su tale legge l’inizio della fine di una legislatura. E si dà il caso che sia proprio ciò che sta accadendo.

L’accelerazione sulla riforma elettorale

È notizia recentissima che la Conferenza dei Capigruppo di Montecitorio ha deciso di calendarizzare la riforma elettorale per il prossimo 27 luglio. Accogliendo così la richiesta di accelerazione proveniente dal Pd, che ha ricordato come la legge elettorale facesse parte dell’accordo da cui è nato il Conte-bis. «Pacta sunt servanda» ripetono da giorni, e non a caso, vari esponenti dem.

Il riferimento è all’intesa raggiunta a fine 2019, quando i rosso-gialli convennero di legare la misura alla riforma del taglio dei parlamentari. In quell’occasione, si stabilì di tornare alle urne con un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5%. Che in pratica significa che i seggi dovrebbero essere ripartiti in proporzione alla percentuale di voti, escludendo quei partiti che non dovessero raggiungere la succitata asticella.

La nuova norma dovrebbe sostituire il vigente Rosatellum, sempre proporzionale ma con un correttivo maggioritario. Prevede cioè un premio, in termini di seggi, che dovrebbe garantire la governabilità – il condizionale, vista l’attuale legislatura, è una forma di cortesia.

La fretta del Partito Democratico ha una duplice spiegazione. Da un lato c’è il referendum settembrino sul taglio dei parlamentari stesso, dall’altro i sondaggi che si ostinano a premiare il centrodestra.

L’esito della consultazione referendaria è scontato, e porterà a designare, nella prossima tornata elettorale, due Camere dimezzate. Se tale tornata fosse regolata dal Rosatellum, è stato calcolato che il nuovo Governo potrebbe contare sul 60% degli onorevoli. Se a ciò si aggiunge il fatto che il vincitore dovrebbe essere il leader leghista Matteo Salvini, l’incubo di via del Nazareno sarebbe completo.

Le fibrillazioni all’interno del Governo

Lo scenario appena descritto, però, si potrebbe concretizzare solo in caso di caduta del BisConte ed elezioni anticipate. Di qui l’urgenza della riforma elettorale che, paradossalmente, potrebbe servire a guadagnare tempo. Difficile, infatti, tornare alle urne con una normativa approvata da una (e una sola) Camera.

Eppure, nonostante l’impegno dei democratici per evitare che il popolo sovrano possa finalmente scegliere da chi essere guidato, la cornice governativa resta contrassegnata da fortissime fibrillazioni. Per esempio sul Mes, il Fondo salva-Stati su cui persiste ancora il niet del M5S.

L’ultimo casus belli, invece, riguarda il Decreto Semplificazioni, che il bi-Premier Giuseppe Conte considera «la madre di tutte le riforme». Tanto da non aver gradito affatto i veti incrociati e, soprattutto, i distinguo e le resistenze del Pd.

In effetti, questo è stato uno dei temi trattati nel recente incontro tra il fu Avvocato del popolo e il segretario dem Nicola Zingaretti. Conclusosi con l’appello del Signor Frattanto affinché, alle prossime Regionali, i grillini si presentino uniti con i democratici. Segno che Giuseppi sente sempre più traballante la propria poltrona, che cerca di puntellare rinsaldando l’asse tra i due principali partiti che lo sostengono. Ricevendo però – almeno per il momento – il secco rifiuto dei pentastellati.

Gli scogli della riforma elettorale

A complicare ulteriormente un quadro già fin troppo confuso potrebbe poi esserci anche Italia Viva. Il partito di Matteo Renzi aveva dato il proprio assenso alla riforma elettorale in un periodo, diciamo, di forte ottimismo. Costantemente smentito però dalle impietose rilevazioni che danno puntualmente Iv inchiodata attorno al 3%.

Non si esclude quindi che la soglia di sbarramento possa essere rivista al ribasso, anche perché sembra già assodata la presenza di voti segreti in Aula. Per non parlare del timore che l’ex Rottamatore, in un impeto sansoniano, possa scegliere di “morire con tutti i Filistei”.

Si possono leggere in questa chiave gli avvisi ai naviganti dei suoi parlamentari. Che hanno precisato che «la priorità è la crisi economica, non la legge elettorale», oltre a spingere per delle importanti correzioni al Dl Semplificazioni.

Forse il Presidente del Consiglio pensava anche a questi scogli quando si è lasciato sfuggire che «è il momento del coraggio, io ho fretta, frettissima». Il tempo, infatti, è notoriamente tiranno. E queste accelerazioni estive hanno tanto il retrogusto di un Governo all’ultima spiaggia.

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Politica

Senato bollente, ora il Premier Conte rischia di perdere la maggioranza

Ennesima defezione tra i Cinque Stelle, i numeri iniziano a non tornare malgrado la sicumera del Ministro D’Incà. I grillini al bivio tra ideologia e sopravvivenza, e forse qualcuno pensa già alla “resa dei Conte”

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

E sul finire di giugno, quasi con vista sulla pausa estiva, la maggioranza rosso-gialla si è accorta di avere per le mani un Senato bollente. Colpa dell’emorragia di parlamentari pentastellati che, goccia dopo goccia, addio dopo addio sta scavando la roccia del Governo Conte-bis. Che improvvisamente ha aperto gli occhi, rendendosi conto di essere sul filo del rasoio.

L’emorragia nel M5S e il Senato bollente

Diciamoci la verità: se il crudo fatto fosse l’ennesimo abbandono dai gruppi parlamentari del M5S, non sarebbe nemmeno una notizia. Non si tratterebbe infatti che dell’ennesima ripetizione di un copione che, limitandoci a Palazzo Madama, è già andato in scena 13 volte dall’inizio della legislatura. Quattro delle quali nel solo 2020.

La novità, però, è che con le ultime defezioni gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo si sono trovati di colpo con un Senato bollente. Nella Camera Alta, infatti, le cifre, da sempre ballerine, si sono fatte risicatissime, il che implica che l’incidente è sempre dietro l’angolo. Magari remoto, magari non imminente, ma sempre incombente come la spada di Damocle.

L’ultima a sbattere la porta è stata Alessandra Riccardi, passata alla Lega dopo quella che lei stessa ha definito una «scelta sofferta ma convinta». Maturata dopo che «gli ultimi mesi hanno visto irrimediabilmente acuirsi le distanze tra le mie idee e quelle del Movimento 5 Stelle». Col mancato coinvolgimento dell’opposizione nell’iter delle riforme, e i contrasti sul voto in giunta contro il leader leghista Matteo Salvini per il caso Open Arms.

Care amiche e amici,dopo un'attenta riflessione, vi comunico il mio passaggio al gruppo della Lega.Gli ultimi mesi…

Pubblicato da Alessandra Riccardi su Martedì 23 giugno 2020

La maggioranza dà i numeri

I grillo-comunisti, comunque, hanno ostentato sicurezza. «Al Senato siamo ben superiori alla maggioranza di 160 che leggo sui quotidiani» ha rodomonteggiato Federico D’Incà, Ministro grillino per i Rapporti con il Parlamento. Aggiungendo che «siamo a 170 senatori della maggioranza stabili. Non abbiamo un problema di numeri». Di sciorinarli, forse: di darli, sicuramente.

A dispetto della sicumera, infatti, la matematica non è particolarmente indulgente. Attualmente, stando alla composizione dei gruppi parlamentari di Palazzo Madama, il Governo può contare su un novero di voti oscillante attorno alla maggioranza assoluta di 161.

Il computo tiene conto degli attuali 95 senatori dei Cinque Stelle, dei 35 del Pd, i 17 di Iv e i 5 di LeU. A questi vanno sommati alcuni rappresentanti del Gruppo Misto e di quello Per le Autonomie, ma già qui i calcoli divergono a seconda della fonte. E bisognerebbe aggiungere anche gli ondivaghi esponenti della Svp, alcuni transfughi del MoVimento ancora disposti a puntellare l’esecutivo, nonché i senatori a vita. Tra i quali soltanto Mario Monti e, in misura minore, Elena Cattaneo gradiscono il ruolo di ciambella di salvataggio. Che starebbe bene anche a Giorgio Napolitano e Liliana Segre, i quali però partecipano raramente alle sedute. Praticamente non pervenuti, invece, Carlo Rubbia e Renzo Piano.

Ottimisticamente, è possibile prendere per buono il conteggio di D’Incà, mentre al minimo il bi-Premier Giuseppe Conte dovrebbe poter fare affidamento su 160 senatori. Uno in meno della maggioranza assoluta, che però negli scrutinî viene richiesta assai di rado.

Ça va sans dire, tutti gli occhi sono puntati sulla “mina vagante” rappresentata da Matteo Renzi. Con la sua atavica e tafazzesca libido da “resa dei Conte” che finora ha sempre ceduto il passo all’anemia dei sondaggi. Ma, quando c’è di mezzo l’ex Rottamatore, non è mai facile riuscire a dormire sonni tranquilli.

Il Senato bollente e le rendicontazioni grilline

La Riccardi potrebbe poi essere seguita molto presto da altri membri del gruppo del Movimento Cinque Stelle a Palazzo Madama. Secondo i rumours, Mattia Crucioli si appresterebbe infatti a ingrossare le fila del Gruppo Misto. E avrebbero già le valigie pronte, ma in direzione Carroccio, anche Marinella Pacifico e Tiziana Drago.

Quest’ultima non ha confermato – ma neppure smentito – le indiscrezioni. Ha però commentato sibillina: «Forse è il Movimento che mi vorrebbe fuori. Occorrerebbe chiedere a qualcuno dei vertici…».

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la questione delle rendicontazioni, con la prima deadline che è scaduta a metà mese. Nelle prossime settimane i probiviri (sic!) dovrebbero pronunciarsi sui parlamentari in ritardo con la restituzione degli emolumenti. Pare che siano una decina le situazioni in esame, di cui sei particolarmente critiche. A rigore ci si aspetterebbe il pugno duro ma, per via del Senato bollente, già si vocifera che si ipotizzino sanzioni, più che espulsioni.

Ancora una volta, quindi, i “figli” del cosiddetto comico saranno chiamati a scegliere tra uno dei propri vessilli ideologici e la sopravvivenza politica. Visti i precedenti e le premesse, l’esito dell’aut aut pare piuttosto scontato.

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Politica

Politica e fase 3, se il Governo assomiglia al circo Barnum…

Il Premier Conte soddisfatto della passerella degli Stati Generali. Ma permangono polemiche e confusione attorno a settori fondamentali, dall’economia alla scuola, dalla giustizia all’emergenza sanitaria

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su politica e fase 3. Il candidato consideri che:

a) La Corte dei Conti ha evidenziato che, tra quanti hanno percepito il Reddito di Cittadinanza, ha trovato lavoro il 2%. Deluso il M5S, che si aspettava percentuali decisamente più basse.

b) Nella cornice di Villa Pamphilj, il bi-Premier Giuseppe Conte ha annunciato: «Stiamo discutendo in questi giorni un po’ sull’Iva. Potrebbe essere ritoccata». Poi ha specificato che si riferiva alla chirurgia estetica della Zanicchi.

c) Il Ministro pentastellato dell’Istruzione Lucia Azzolina è intervenuta nella diatriba sulle (non) linee guida per la riapertura delle scuole a settembre. «Leggo tante interpretazioni, molte sbagliate» la querimonia. «Questo aiuta solo ad alimentare la confusione». Del Governo.

Politica e fase 3, oltre il Governo Conte

d) Ventotto dei clandestini scarrozzati (illegalmente) a Porto Empedocle dalla Sea Watch 3 – che il viceministro alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri ha scambiato per una nave da crocierasono risultati positivi al Covid-19. Ma sicuramente quest’inezia non tratterrà Richard Gere e Chef Rubio dal salire nuovamente a bordo del taxi del mare teutonico.

Giancarlo Cancelleri, vice ministro grillino alle infrastrutture, si vanta dei risultati del governo in ambito turistico, scambiando una nave adibita per la quarantena dei migranti in mare per una nave da crociera. Così, tanto per capire in che mani siamo ?

Pubblicato da Giorgia Meloni su Martedì 23 giugno 2020

e) Il sindaco dem di Bergamo Giorgio Gori ha criticato aspramente il leader Nicola Zingaretti. Affermando di volere un Pd «molto più determinato e incisivo» e auspicando che la nuova classe dirigente provenga dagli amministratori locali. Immediata la replica del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che lo ha informato «che il segretario con queste caratteristiche l’abbiamo già». E, del resto, chi meglio di un odontotecnico come Zinga per avere un partito “incisivo”?

f) Continuano le polemiche per la scelta (esclusivamente politically correct) di far cantare l’Inno di Mameli, prima della finale di Coppa Italia all’Olimpico, a Sergio Sylvestre. Non solo perché il carneade afro-americano ha dimenticato il testo – mentre della pagliacciata in omaggio alla setta yankee di vandali ignoranti si è ricordato benissimo. Ma anche perché, se c’è qualcuno che parecchi Italiani vorrebbero sentir “cantare”, è l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara.

Ciò posto, spieghi il candidato se anche gli Stati Generali erano funzionali al progetto di un ibrido neo-casaliniano tra politica e show da avanspettacolo.

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Politica

Movimento 5 Stelle, e se fosse arrivata l’ora del Big Bang?

Tensione altissima nel M5S, con l’ex deputato Di Battista che chiede un congresso e fa infuriare Grillo. E spunta un (controverso) finanziamento in nero da parte del Governo del Venezuela nel 2010

Mirko Ciminiello

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Il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo

Test per l’esame di giornalismo sul Big Bang che sta lacerando il Movimento 5 Stelle. Il candidato consideri che:

a) L’ex parlamentare Alessandro Di Battista ha chiesto «il prima possibile un congresso» del M5S, scatenando l’ira funesta del fondatore Beppe Grillo.

L’ex deputato inizialmente ha usato il fioretto, invitando il cosiddetto comico a spiegare chiaramente il motivo del suo dissenso: poi è passato alla sciabola. «Ieri ho parlato di congresso e delle mie idee e Beppe mi ha mandato a quel paese. Io ho delle idee e, se non siamo d’accordo, francamente, amen». Il prossimo passo sarà imbrattare la statua dell’Elevato.

b) Peraltro, il vero nodo del contendere era la possibilità che il bi-premier Giuseppe Conte assumesse la guida dei pentastellati. «Ho fiducia» nel fu Avvocato del Popolo, la rassicurazione in pieno stile renziano di Dibba, «non deve temere picconature». A differenza della lingua italiana.

c) Il Giornale ha sintetizzato lo scontro freudiano (sotto)titolando: «Di Battista rompe con Grillo». Ma il complemento probabilmente era superfluo.

d) Visto che il suo “figliastro politico” gli aveva chiesto di argomentare la propria posizione, il garante ha ribattuto con il consueto garbo. «Basta o decido tutto io». Quando si dice un ampio Dibba-ttito interno.

Il Movimento 5 Stelle e il Venezuela

e) Intanto è scoppiato il caso del presunto finanziamento da 3,5 milioni di euro che Caracas avrebbe elargito in nero ai grillini nel 2010. E che Vito Crimi, reggente dei Cinque Stelle, ha liquidato come «fake news semplicemente ridicola e fantasiosa», aggiungendo che «sulla questione non c’è altro da dire». Che sarebbe la versione 2.0 del mitologico e giuridicamente inappuntabile «vi chiedo di fidarvi di me».

f) Rabbiosa la replica di Davide Casaleggio, figlio del cofondatore Gianroberto, che ha fatto presente che «il Governo attuale venezuelano ha smentito la fake news». Scordandosi però di precisare che l’odierno Presidente del Paese sudamericano è Nicolás Maduro. Cioè colui che all’epoca, da Ministro degli Esteri di Hugo Chávez, avrebbe spedito la valigetta incriminata al consolato di Milano. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

g) Sul tema, il leader di Italia Viva (e, almeno sulla carta, alleato di Governo) Matteo Renzi ha invocato l’apertura di un’inchiesta. «È giusto che si indaghi come si è indagato su Salvini» ha dichiarato, riferendosi a quella pagliacciata del Russiagate alla cassoeula. Curioso come non abbia chiesto altrettanta sollecitudine per i suoi genitori o gli esponenti (passati e presenti) del Giglio magico. Ma siamo certi che si sia trattato solo di una svista: in Bonafede o, tutt’al più, preterintenzionale.

Ciò posto, illustri il candidato la lenta ma inesorabile trasformazione del Movimento 5 Stelle da hotel di lusso a B&B.

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Economia

Stati Generali, così la politica si divide anche sul nulla (o quasi)

I contenuti ancora non ci sono, ma i partiti litigano comunque sull’evento voluto dal Premier Conte. Che si spera non si trasformerà nella solita, futile, autoreferenziale passerella

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Non sono ancora partiti, eppure sono giorni che gli Stati Generali dell’Economia agitano il dibattito. È bastato infatti l’annuncio del bi-Premier Giuseppe Conte perché scattassero i distinguo, le minimizzazioni, i malumori di chi pare si sia sentito scavalcato. Discussioni serrate, perfino aspre a volte. Discussioni che però – e sarebbe l’aspetto comico se non fossimo immersi in una crisi tragica – hanno per oggetto il nulla, o quasi.

La vigilia degli Stati Generali

Alla vigilia degli Stati Generali, l’evento che Giuseppi ha concepito come prodromo della fase 3, la grande novità è che dureranno più del previsto. Anziché limitarsi al fine settimana, infatti, andranno avanti fino al prossimo 21 giugno. E il fatto che questa sia la breaking news dà già la misura della futilità della tenzone pubblica.

I battibecchi infatti non vertono sulle misure necessarie per far ripartire l’economia dopo la lunga emergenza coronavirus – e come potrebbero, ante litteram? Con la sfera di cristallo?

Così ci si accontenta – soprattutto il Partito Democratico – di fare gli offesi per non essere stati preventivamente consultati. Salvo poi affrettarsi a collaborare «in nome della collegialità», che tradotto dal politichese significa non voler lasciare l’esclusiva dell’iniziativa al Presidente del Consiglio. Tutto questo mentre si stigmatizza il metodo ricordando «che è il Parlamento il luogo dove si discutono ed approvano le leggi». Come ha fatto il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci.

Fin troppo ovvio, naturalmente. Però non appare molto saggio criticare un progetto governativo quando non è neppure allo stato embrionale. Perfino se lo facesse l’opposizione sarebbe probabilmente poco elegante, figuriamoci quando lo fa la maggioranza.

Il piano Colao e l’insofferenza bipartisan

Ha più senso, per dire, l’insofferenza (bipartisan) mostrata nei confronti del cosiddetto piano Colao. Il documento stilato dalla task force che doveva occuparsi di fase 3 e ripresa economica, di cui Pd e M5S contestano «l’impostazione liberista». Anche perché suggerisce di fare a pezzi un provvedimento bandiera dei pentastellati come il Decreto Dignità.

Viceversa, al centrodestra non vanno giù la proposta di una “tassa sul contante” e il capitolo dedicato «all’emersione del risparmio privato nelle cassette di sicurezza». Che, tradotto dal burocratese, sarebbe il prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini.

Invece di pensare ad abbattere la burocrazia e a togliere tutti gli odiosi obblighi che rallentano la nostra economia, i…

Pubblicato da Giorgia Meloni su Martedì 9 giugno 2020

Come farneticazione, non è nemmeno originale, visto che l’aveva già attuata nel 1992 l’allora Capo del Governo Giuliano Amato. E dubitiamo s’intendesse questo quando si auspicava che il Premier fosse più Amato.

La storia degli Stati Generali

Gli Stati Generali erano un’assemblea del Regno di Francia pre-rivoluzionario, che si riuniva in caso di minaccia incombente e poteva limitare le prerogative monarchiche. Vi erano rappresentati i tre ceti sociali allora esistenti, Clero, Aristocrazia e Terzo Stato (la popolazione urbana e rurale).

Questo spiega l’analogia con il progetto del Signor Frattanto, che ha convocato nella sala degli Stucchi di Villa Pamphilj i delegati di varie categorie. Venerdì prossimo, nella giornata di apertura, sarebbe dovuta intervenire l’opposizione, che però ha declinato l’invito.

Poi sarà la volta dei vertici internazionali, rigorosamente in videoconferenza. Tra gli altri, dovrebbero partecipare Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, e Kristalina Georgieva, presidente del Fmi.

Da lunedì sarà invece il turno di imprenditori, parti sociali e delle mitologiche «menti brillanti», che pare includeranno le archistar Renzo Piano, Massimiliano Fuksas e Stefano Boeri. Incontri che dovrebbero protrarsi per più giornate.

Storicamente, l’ultimo Sovrano d’Oltralpe a convocare gli Stati Generali fu Luigi XVI nel 1789, e tutti sappiamo com’è andata a finire. Perciò, non foss’altro per scaramanzia, se non per ragioni di opportunità, l’ex Avvocato del Popolo avrebbe anche potuto evitare il parallelismo.

Ma la denominazione estemporanea e pomposa è certamente un peccato veniale. Ben più grave sarebbe trasformare l’appuntamento nella solita, vuota passerella.

«Non possiamo sbagliare» ha infatti ammonito nei giorni scorsi il segretario dem Nicola Zingaretti. Se c’è infatti qualcosa che nessuno può permettersi è un esecutivo che perda la testa. In senso figurato, ça va sans dire.

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Politica

Verso la fase 3, il Premier Conte tra nodi economici e ambizioni politiche

Il Capo del Governo riceve il rapporto degli “esperti” che, per far ripartire l’economia, suggeriscono di mettere le mani nelle tasche degli Italiani. E intanto lavora al suo partito e ai mitologici Stati Generali

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo verso la fase 3. Il candidato consideri che il bi-premier Giuseppe Conte:

a) Ha ricevuto il rapporto della task force guidata da Vittorio Colao che, tra l’altro, pare punti «all’emersione del risparmio privato nelle cassette di sicurezze». Tradotto dal burocratese, significa che i sedicenti esperti auspicano il prelievo forzoso del denaro che gli Italiani hanno messo da parte, magari nell’eventualità di tempi (perfino) peggiori. In fondo, dall’estratto conto al conto estratto è un attimo.

b) Come anticipato da Studio Aperto, in vista dei mitologici Stati Generali dell’Economia ha riunito «i capidelegazione e i Ministri competenti». Non sarà stato un vertice molto affollato.

c) A tal proposito, rispetto alle indiscrezioni su un malcontento da parte del Ministro dell’Economia, ha precisato che «Gualtieri ha sempre condiviso tutto con me». Immaginiamo la gioia della compagna del Signor Frattanto, Olivia Paladino.

Conte verso la fase 3 e oltre

d) Ha spavaldamente affermato che non teme di cadere. Anche perché la Storia insegna che in questi casi appare sempre, quasi per magia, una stampella a cui appoggiarsi.

e) Ha spiegato che si sente tranquillo perché «questa maggioranza è composta da partiti responsabili». Dizione volturarappulese per “poltronari”.

f) Nel frattempo però ha incassato il penultimatum del segretario dem Nicola Zingaretti che ha evidenziato «la necessità per tutti di un salto di qualità». Come a dire che, se morto un Papa se ne fa un altro, figuriamoci un Conte.

g) Nel tempo libero sta anche lavorando al suo ipotetico, omonimo e sciaradesco partito che un recente sondaggio ha accreditato del 14,3% dei consensi. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

h) Ha sostenuto che «il clima è migliore di quello che sembra». A qualcuno in Scandinavia saranno fischiate le orecchie.

Ciò posto, il candidato consideri che, secondo il leader del Pd, con un Governo guidato dal segretario leghista Matteo Salvini «probabilmente nulla sarebbe stato ottenuto dall’Europa». E illustri, con il divieto tassativo di consegnare il foglio in bianco, i mirabolanti risultati ottenuti a Bruxelles da Giuseppi e dall’esecutivo rosso-giallo.

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Economia

Fase 3, eppur non si muove niente, con la sola eccezione della Bce

Dall’Europa al Governo si moltiplicano piani e progetti, che però finora non hanno portato a risultati concreti. Intanto da noi si riesce a polemizzare sul nulla (l’immagine dell’app Immuni), ma anche sui morti da coronavirus

Mirko Ciminiello

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La presidente della Bce Christine Lagarde

Test per l’esame di giornalismo sul pallido accenno di ripresa auspicato nella presunta fase 3. Il candidato consideri che:

a) Christine Lagarde, presidente della Bce, comunicando il potenziamento del “Programma pandemico di acquisti in emergenza” per ulteriori 600 miliardi, si è soffermata sul Recovery Fund. Ovvero il piano della Commissione Europea che al momento, come sottolineato dalla numero uno della Banca Centrale Europea, è allo stadio di proposta. L’istituzione del nuovo strumento non avverrà infatti a breve, così come non saranno rapidi i tempi di distribuzione delle sovvenzioni. Perfino i prestiti per finanziare il fondo saranno restituiti solamente tra il 2028 e il 2058. Che probabilmente è il motivo per cui hanno ribattezzato il progetto Next Generation Eu, nel senso che il conquibus lo vedrà (forse) la prossima generazione comunitaria.

b) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha affermato che «il Governo è già al lavoro per un ambizioso Recovery Plan». Avrebbe potuto chiamarlo “piano per la ripresa”, ma in fondo perché mai il Presidente del Consiglio italiano dovrebbe usare la lingua di Dante?

c) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha criticato le lungaggini bancarie nell’erogazione dei prestiti previsti dal Dl Liquidità. «Potrei cavarmela dicendo cambiate banca, andate da quella più rapida. Suggerirei di andare in quella che fa tutto in 48 ore». Fosse vissuto nel Settecento, avrebbe potuto soffiare il premio per la battuta dell’anno alla Regina Maria Antonietta. Di cui si dice che abbia suggerito al popolo francese in rivolta per la mancanza di pane di mangiare brioche.

d) Proseguendo con i parallelismi in salsa transalpina, il Signor Frattanto ha annunciato gli Stati Generali dell’Economia che dovrebbero riunire «le migliori forze del Paese». L’idea di Giuseppi è convocare «parti sociali, associazioni di categoria e singole menti brillanti» per riuscire «a raccogliere le idee più efficaci». Visti i precedenti, sarà già tanto se saranno Stati caporali.

Fase 3, la ripresa oltre l’economia

e) Nel frattempo, pare che Giuseppi, per non farsi mancare niente, voglia fondare un suo partito che, con una callidità che farebbe invidia all’eroe Ulisse-dal-multiforme-ingegno, dovrebbe chiamarsi Con-te. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

f) Il virologo Andrea Crisanti ha affermato che «dovremmo avere un’estate relativamente tranquilla» perché il virus «è sensibile alla temperatura». Un dato che, combinato con la raccomandazione (sic!) della Ue a promuovere gli investimenti green, fa curiosamente pensare alla Scandinavia… Ma sarà sicuramente colpa della corona svedese.

Il tempo delle polemiche

g) Intanto in Italia è montata una ridicola polemica sulla bellissima e tenerissima immagine dell’app Immuni che gli intelliggenti con-due-g hanno bollato come stereotipata. Tra coloro che l’hanno cavalcata spicca l’ex Premier Enrico Letta, che ha descritto la figura chiosando: «Non credo ci sia da aggiungere nessun commento». Come se il suo intero tweet non fosse già sufficiente a riempire tutte le caselle dell’ultroneità.

h) In un secondo momento, poi, il nipote-di ha lamentato che in molti – troppi – commentavano difendendo l’immagine. In effetti, i social si sono chiesti ironicamente se la prostata fosse un’opinione come un’altra o magari un concetto antropologico. E pure questa fa già abbastanza ridere di suo.

i) Un’altra diatriba l’ha innescata Pierluigi Bersani, già segretario del Pd, dicendo del centrodestra: «viene il dubbio che se avessero governato loro non sarebbero bastati i cimiteri». Immediate e durissime le reazioni, con il segretario leghista Matteo Salvini che ha stigmatizzato le dichiarazioni come «disgustose, squallide, vomitevoli» e «da cretini». Gargamella però ha rincarato la dose, sostenendo che era stato il Capitano a esporsi a un simile giudizio e precisando di aver usato un’iperbole. Che è la dizione radical chic per “farneticazione”.

Ciò posto, illustri il candidato la fase 3 tenendo presente la curiosa assonanza tra il termine inglese recovery e quello italico ricovero.

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Cronaca

Scandalo giustizia, alla fine del diritto restano solo i rovesci

La querelle tra Salvini e Palamara (che ha provato goffamente a fare mea culpa) è solo la punta dell’iceberg di Magistratopoli. E il problema vero è che sarà Bonafede a fare la necessaria riforma del Csm

Mirko Ciminiello

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L'ex presidente dell'Anm Palamara e il leader della Lega Salvini

Test per l’esame di giornalismo sullo scandalo giustizia ormai noto mediaticamente come caso Palamara o Magistratopoli. Il candidato consideri che:

a) L’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ha concesso un’intervista televisiva per cercare di difendersi dallo scandalo che lo ha travolto – e ha screditato la magistratura tutta. Tra l’altro, è tornato sull’irripetibile epiteto rivolto al leader leghista Matteo Salvini, affermando di aver «usato un’espressione impropria, non volevo offenderlo. Ma quella frase non rispecchia fedelmente il pensiero: è decontestualizzata». Saremmo curiosi di sapere in quale contesto dare della «m***a» a chicchessia non rappresenterebbe un insulto.

b) Nella stessa intervista, illustrando il funzionamento del sistema delle correnti che metastatizza l’intero potere giudiziario, l’ex consigliere del Csm ha fatto una significativa ammissione. «Oggi le bugie non le posso più dire». Ma va’?! Quindi anche gli onesti mentono?!

c) Ancora l’ex Pm, provando a scherzare sul trojan usato dalla Procura di Perugia per intercettarne le conversazioni, si è lasciato sfuggire una battuta piuttosto infelice. «Ho anticipato il Covid: chi ha attuato il distanziamento sociale con me si è salvato». E ora che ha perso la corona, è rimasto solo il virus.

d) Sempre l’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura ha risposto a proposito delle sue cene “inappropriate” con il deputato ed ex Ministro del Pd Luca Lotti. «Ho sottovalutato che fosse indagato» nell’ambito dell’inchiesta Consip, le sue parole. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

Bonafede e lo scandalo giustizia

e) Il pentastellato Alfonso Bonafede ha illustrato la riforma del Csm che sta predisponendo sulla scia dello scandalo giustizia. Visti i precedenti, è probabile che avremo presto Palamara al vertice di Palazzo dei Marescialli.

f) Tra l’altro, il Ministro della Giustizia ha annunciato che si sta muovendo «per alzare un muro tra politica e magistratura». Si attendono le vibranti proteste di Vaticano e ong.

g) Per alcuni (ex) togati di spicco come Carlo Nordio e Luigi De Magistris l’organo di autogoverno della magistratura dovrebbe essere eletto per sorteggio. Di parere diverso è il presidente dimissionario dell’Anm Luca Poniz, secondo cui anche «Bonafede lo ritiene totalmente incostituzionale». D’altronde, il titolare di via Arenula credeva anche che gli innocenti non vadano in galera e che nessun boss mafioso fosse stato scarcerato. Ma sempre tenendo fede al suo cognome.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “casa di cura”, la seguente amenità del Guardasigilli sulla situazione corrente (è il caso di dirlo). Che per lui va addebitata al segretario della Lega perché se «Salvini non avesse fatto cadere il Governo una riforma del Csm ce l’avremmo già».

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Primo Piano