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Cronaca

Papa Francesco ai giovani: Siate liberi dalla dipendenza del telefonino

“Questa del telefonino è una dipendenza molto sottile, quando diventerai schiavo del telefonino perderai la tua libertà”

Francesco Vergovich

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Il Papa Francesco, incontrando gli studenti del Liceo Classico Ennio Quirino Visconti di Roma, ricevuti in udienza nella Sala Nervi, in occasione dell’anno Giubilare Aloisiano, si è rivolto ai giovani dicendo: “Non abbiate paura del silenzio, di stare da soli, di scrivere un vostro diario. Non abbiate paura dei disagi e delle aridità che il silenzio può comportare. Il silenzio può annoiare, ma andando avanti non annoia più. Liberatevi dalla dipendenza dal telefonino, per favore!”.

“Voi sicuramente avete sentito parlare del dramma delle dipendenze – ha continuato il Santo Padre – delle droghe, dipendenze dl chiasso, se non c’è chiasso non mi sento bene, e tante altre dipendenze, ma questa del telefonino è una dipendenza molto sottile, il telefonino è un grande aiuto, grande progresso, va usato, è bello che tutti sappiano usarlo.

Ma quando tu diventerai schiavo del telefonino perderai la tua libertà. Il telefonino è per comunicare, per la comunicazione, è tanto bello comunicare tra noi. Ma state attenti, che quando è droga, il telefonino è droga, riduce la comuncazione a semplici contatti: la vita non è per contattarsi, è per comunicare”, ha sottolineato il Papa.

“Ricordiamoci quelo che scriveva Sant’ Agostino: ‘In interiore homine habitat veritas’, vale per tutti, per chi crede e per chi non crede. Solo nel silenzio interiore si può cogliere la voce della coscienza e distinguerla dalle voci dell’egoismo e dell’edonismo”, ha concluso il pontefice.

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    Jawn Staff

    7 Luglio 2017 a 14:50

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Cronaca

Cancro al seno, da una ricerca Usa arriva una nuova speranza

Scoperto il meccanismo con cui un enzima “aiuta” la diffusione delle metastasi: lo studio apre la strada a nuovi farmaci che ne inibiscano l’azione

Mirko Ciminiello

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Cancro al seno. Photo credit: Università della California di San Francisco

Ogni tanto fa piacere essere latori di una buona notizia, soprattutto se riguarda una scoperta scientifica che potrebbe avere un impatto importante sulla cura di una delle peggiori malattie esistenti. Un team di ricercatori dell’Università di San Francisco ha infatti ricostruito, assieme ad alcuni colleghi israeliani, il meccanismo con cui si diffondono le metastasi del cancro al seno, aprendo così la strada allo sviluppo di nuove terapie anti-tumorali.

Il “colpevole” è un enzima chiamato MMP9 (sigla che sta per “Metalloproteinasi della matrice 9”), di cui era già noto il coinvolgimento nel processo di disseminazione neoplastica. In particolare, si sospettava che creasse all’interno dei singoli organi delle “nicchie metastatiche” in cui le cellule malate potessero nascondersi agli occhi del sistema immunitario: un po’ come un infiltrato che offra una base d’appoggio sicura a un kamikaze pronto a colpire – o, per gli appassionati di Star Trek, come un dispositivo di occultamento.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Life Science Alliance”, ha quindi preso in esame questo traditore biologico, il cui modus operandi è stato analizzato nei topi di laboratorio affetti da un sottotipo di carcinoma – il luminal B – caratterizzato da un’alta proliferazione. È stato così creato un particolare anticorpo (SDS3) destinato a riconoscere e attaccare solo la forma attiva dell’enzima – una sorta di marine addestrato a rintracciare e rendere innocuo unicamente il complice del tumore.

Si è così potuto appurare che l’inibizione di MMP9 blocca la crescita metastatica nei polmoni (gli organi su cui si erano concentrati gli sperimentatori), e favorisce la risposta immunitaria reclutando e attivando delle specifiche citotossine: che, in pratica, significa che SDS3 non solo lascia le metastasi prive di qualsiasi protezione, ma ingaggia anche i cecchini che andranno a distruggerle prima che possano colonizzare – e danneggiare – altri organi.

Questi dati potrebbero portare alla progettazione di moderne strategie anti-cancro volte a colpire specificamente l’enzima MMP9: in più, il fatto che l’anticorpo “si allei” col sistema immunitario suggerisce una curiosa eterogenesi dei fini, per cui un nuovo farmaco potrebbe permettere anche di superare la resistenza all’immunoterapia. Donando così una rinnovata speranza a milioni di malati in tutto il mondo. Cui auguriamo di tutto cuore, come avrebbe fatto il signor Spock, «lunga vita e prosperità»!

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Cronaca

Roma: vanno al lavoro e timbrando il cartellino scoprono il licenziamento

Mirko Ciminiello

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Andare al lavoro come ogni mattina, strisciare il proprio badge e scoprire solo così, in quel momento, di aver praticamente perso la propria occupazione. Succede anche questo al giorno d’oggi – e non succede nella Repubblica delle Banane, bensì nella Capitale d’Italia.

Protagonisti, loro malgrado, circa cinquanta dipendenti della Juwelo, società del gruppo Elumeo che opera nel settore delle televendite di gioielli. Pare che l’azienda sia recidiva, avendo già agito allo stesso modo nelle sedi estere del Regno Unito e della Thailandia.

Cancelli chiusi, tesserini disattivati, turni del personale cancellati dal sistema informatico. E poi l’improvviso invito a una riunione d’urgenza in un ristorante vicino, dove il Presidente della società Wolfgang Boye e l’Ad Tiziano Ricci hanno comunicato ai lavoratori l’imminente chiusura della sede romana, poiché non vi è più la disponibilità economica per il pagamento degli stipendi. Eventualità che i dipendenti sperano di riuscire a scongiurare attraverso un presidio.

Una storia di ordinaria assurdità in una Nazione che sta affrontando (senza riuscire a risolverle) crisi gravissime come quelle dell’ex Ilva, Alitalia e Whirlpool. Ma forse sono ancora più serie le condizioni di tante imprese medio-piccole – e per ciò stesso meno “appariscenti” -, che pure sono una colonna portante dell’economia. Realtà che non irromperanno mai nei titoli di giornali e televisioni, ma la cui agonia è lo specchio di quella che è forse la più profonda e la più preoccupante delle crisi.

A inizio anno, Unioncamere ha certificato che, su cinque nuove aziende medio-piccole, due sono costrette a chiudere entro il primo quinquennio di attività. Ma un Paese che non riesce a sostenere i suoi imprenditori, un Paese che non sa appoggiare chi può e vuole creare ricchezza – è un Paese che non ha futuro. Anche se nella sua Costituzione c’è scritto che è un Paese fondato sul lavoro. Requiem per un sogno.

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Cronaca

“Mafia Radicale”, arrestato membro del Comitato nazionale del partito della Bonino

Antonello Nicosia sfruttava i ruoli in politica per fare da tramite tra boss al 41 bis e cosche. Chiamava Messina Denaro “Primo Ministro” e insultava Falcone: “sua morte un incidente sul lavoro”

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito di AgenPress

Definiva la morte di Giovanni Falcone nella Strage di Capaci «un incidente sul lavoro», e chiamava la primula rossa Matteo Messina Denaro «il nostro Primo Ministro». Antonello Nicosia, 48enne assistente parlamentare e membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani, è tra i cinque arrestati nell’ambito dell’operazione “Passepartout”, condotta dai militari della Guardia di Finanza di Palermo e Sciacca, dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Agrigento. Tutti i fermati, tra i quali spicca il presunto capomafia saccense Accursio Dimino, sono accusati di associazione mafiosa e/o favoreggiamento.

In particolare, l’esponente del partito che fu di Marco Pannella avrebbe, secondo i Pm della Dda di Palermo, approfittato di alcune ispezioni nelle carceri siciliane per portare all’esterno messaggi e ordini di boss in cella – alcuni dei quali sottoposti a 41 bis. Visite che gli erano concesse in virtù dei suoi ruoli di assistente parlamentare, conduttore del programma televisivo e via web “Mezz’ora d’aria” e direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti – il che ora suona vagamente ironico, come un anticipo sulla legge del contrappasso o un perverso conflitto d’interessi.

Non solo: per la Procura di Palermo Nicosia sfruttava l’appartenenza politica anche per cercare di far alleggerire il regime di 41 bis e far chiudere determinati istituti penitenziari.

Agghiaccianti le intercettazioni in cui scherniva e insultava il giudice assassinato da Cosa Nostra nel 1992. «All’aeroporto» di Palermo, diceva, «bisogna cambiare il nome. Non va bene Falcone e Borsellino». E su Facebook si lamentava delle troppe scuole intitolate ai due martiri civili, proponendo di dedicare piuttosto alcuni istituti al Mago Zurlì e alla fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, Mariele Ventre.

Dichiarazioni gravissime e vergognose secondo l’attuale deputata di Italia Viva (ex LeU) Pina Occhionero, che lo aveva avuto come collaboratore per quattro mesi, prima di rendersi conto che Nicosia aveva falsificato il proprio curriculum, oltre a millantare studi sui diritti umani dei detenuti.

L’onorevole è completamente estranea alla vicenda, anche se l’house organ ufficioso del M5S ha malignamente costruito il titolo del suo pezzo online in modo da far pensare che vi fosse del non detto. Altrettanto malignamente, forse il partitino della Bonino non è così “pericoloso” né ostile come la formazione di Matteo Renzi. O magari, restando su un piano giornalistico, è solo che si pensa tiri più la cara vecchia “Mafia Capitale” di questa nuova, sconcertante (e meno utile) “Mafia Radicale“.

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Cronaca

Roma, la notte più nera. Due aggressioni, muore personal trainer 24enne

Luca Sacchi ha reagito a una rapina per difendere la sua ragazza, gli hanno sparato in testa in zona Caffarella. E a Termini un cinese è stato accoltellato alla gola, è gravissimo

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_ottobre_24/morto-luca-sacchi-chi-era-il-ragazzone-buono-appassionato-moto-palestra-59394aae-f651-11e9-852d-8d5c113e41ca.shtml

Nella sua notte più nera, la Città Eterna si è riscoperta una Roma violenta. Come se non fossero bastati casi che hanno avuto anche un’importante risonanza mediatica, come se gli agguati al nuotatore Manuel Bortuzzo o al musicista Alberto Bonanni fossero stati anche inutili, oltre che assurdi. E così il sangue è tornato a scorrere per le strade della Capitale, che ora piange uno dei suoi figli, vittima di un’oscurità che non lascia alcuna buona azione impunita.

Aveva solo 24 anni, Luca Sacchi, e faceva il personal trainer. Stava passeggiando assieme alla sua fidanzata in via Teodoro Mommsen, nei pressi del Parco della Caffarella, quando due malviventi hanno aggredito la ragazza, colpendola violentemente alla testa e alle spalle per strapparle lo zainetto. Il giovane ha provato a reagire, più per difenderla che per opporsi alla rapina, ma uno degli aggressori gli ha sparato alla testa prima di dileguarsi con il suo complice.

Trasportato d’urgenza al San Giovanni, Sacchi è stato immediatamente sottoposto a intervento chirurgico: ma le sue condizioni erano apparse subito disperate, e il giovane se n’è andato dopo ore di agonia.

Gravissimo è anche un trentenne cinese accoltellato alla gola in via Giolitti, di fronte alla stazione Termini. Anche in questo frangente i due responsabili hanno fatto perdere le proprie tracce, mentre è ancora ignoto il movente dell’aggressione.

I due episodi – soprattutto il primo – hanno riportato in primo piano il tema della sicurezza nell’Urbe, e scatenato nuovamente la polemica politica. Nel pieno rispetto delle scelte dei vari leader, forse poteva essere più opportuno limitarsi a esprimere il proprio dolore.

Cantava il bolognese Luca Carboni che la sua era una «città senza pietà». Dopo quasi trent’anni, i nostri centri abitati corrono forse un rischio addirittura peggiore – quello dell’assuefazione alla violenza, una violenza così radicata da non sembrare più neppure senza senso. Non si può ignorare che anche l’indifferenza uccide – forse in maniera perfino più efferata. Speriamo che Roma abbia la forza di ribellarsi prima di arrivare a scoprirlo.

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Cronaca

Assenteismo, 48 indagati nel Catanese, facevano timbrare il badge anche a dei ragazzini

Le irregolarità anche in presenza della polizia, tanto che la Procura ha parlato di “elevata percezione di impunità”

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.ilmessaggero.it/italia/catania_assenteismo_badge_bambini_comune_genitori_ultime_notizie-4803432.html

C’è una mentalità fin troppo diffusa che porta alcuni a credere di essere i più furbi dei furbi: anzi, dei furbetti, considerato che l’argomento è l’assenteismo.

Il caso contingente proviene da un paesino del Catanese di nome Piedimonte Etneo, in cui 48 dipendenti comunali hanno ricevuto un avviso di conclusione indagini che ipotizza il reato di truffa aggravata in concorso. Questi (ennesimi) furbetti del cartellino si assentavano sistematicamente «dal posto di lavoro per dedicarsi alle attività più disparate», timbravano il badge per colleghi che a volte neppure si presentavano in Comune, e alcuni utilizzavano l’auto comunale a fini privati ritenendo di non «ricevere un salario adeguato per l’attività lavorativa, peraltro “mai svolta”», come evidenziato dalla Procura di Catania.

Ma l’aspetto più ignobile della vicenda è il fatto che alcuni degli indagati non esitavano a servirsi anche di ragazzini, che vidimavano il cartellino dei propri familiari. In un’occasione, l’irregolarità è stata commessa addirittura alla presenza di un’ispettrice della polizia municipale.

In effetti, come ha sottolineato la Procura, i dipendenti erano «vincolati, in molti casi, da rapporti di parentela e, quindi, reciprocamente animati da una eccessiva “comprensione” anche di fronte a plateali violazioni di legge»: da cui quella che stata definita «elevata percezione d’impunità».

Fin qui la cronaca, che fa quasi pensare che in fondo l’house organ ufficioso del M5S potrebbe non avere tutti i torti: poi ci sono i risvolti socio-antropologici. Stendiamo un velo pietoso sullo sfruttamento di minori con scopi illeciti – anche se la recente intercettazione del mafioso che esortava il figlio di 10 anni a essere orgoglioso di far parte della ‘ndrangheta fa supporre che questo malcostume sia tragicamente esteso.

Tralasciando questo aspetto, il dato più sconcertante è che, nonostante le decine di casi analoghi già sventati in tutta Italia, c’è ancora qualcuno che incredibilmente pensa di farla franca: dimenticando che il diavolo fa sì le pentole, ma non ha mai fatto i coperchi.

Alla prossima puntata, quindi, poiché non c’è dubbio che qualcuno in questo momento gongoli tra sé e sé pensando soddisfatto di essere più intelligente, più astuto, più furbo dei furbetti che si sono fatti scoprire. A conferma che la Storia sarà pure maestra di vita, ma continua ad avere dei pessimi allievi.

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Cronaca

Trasporti, i miracoli di un mercoledì nero

Autobus contro un albero a Roma, scontro tra un’auto e un bus a Milano, mentre nel Canavese un treno travolge una vettura. Per fortuna nessuna vittima, ma occorre riflettere di più su ciò che c’è in ballo

Mirko Ciminiello

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«Stavo parlando con un’amica quando all’improvviso abbiamo sentito un botto fortissimo e ci sono piovuti vetri sulla testa». È il drammatico racconto di una passeggera dell’autobus che si è schiantato contro un albero a Roma, sulla via Cassia. Un incidente che ha causato circa 40 feriti, di cui una decina trasportati in codice rosso in vari ospedali capitolini – nessuno, fortunatamente, in pericolo di vita.

Tra questi anche l’autista del mezzo, che è stato sottoposto ai test di alcool e droga che hanno dato esito negativo. Alcuni testimoni avrebbero riferito che era distratto dal cellulare – almeno secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione: questa versione non ha ancora trovato conferme, ma gli inquirenti hanno sequestrato il telefonino del conducente per le verifiche del caso sui tabulati. Non si esclude comunque l’ipotesi di un malore.

Nel frattempo, i pm della Capitale hanno disposto una perizia volta ad accertare lo stato del veicolo e le condizioni in cui si trovava prima dell’incidente: pare infatti che fosse vecchio di 12 anni – o almeno così ha denunciato +Europa, tornando a chiedere le dimissioni di Virginia Raggi. Il sindaco, dal canto suo, ha parlato di «una situazione terribile, che ha lasciato tutti sotto shock», ma ha anche precisato di voler attendere gli esiti delle due inchieste, quella della Procura e quella interna prontamente avviata da Atac, la municipalizzata del Campidoglio per i trasporti.

Nel mercoledì nero stradale, poi, si sono registrati altri due gravi incidenti: il primo a Milano, dove un’auto si è scontrata con un autobus dell’ATM (l’Azienda Trasporti Milanesi) privo di passeggeri. L’autista del mezzo è rimasto ferito, così come i cinque occupanti della vettura: la più grave è una 42enne trasportata in prognosi riservata al Policlinico con delle lesioni alla testa.

Infine, una tragedia è stata sfiorata anche in Piemonte, nel Canavese, dove un treno ha travolto una macchina che si trovava sui binari in corrispondenza di un passaggio a livello. Incredibilmente salvo il guidatore della vettura, dopo essere rimasto incastrato all’interno della propria automobile.

Con tre incidenti di questa portata, è quasi un miracolo che non ci siano state vittime. E forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo, pur nella nostra società caotica che ci impone ritmi costantemente sfrenati. Perché è meglio perdere qualche secondo, piuttosto che qualcosa di incommensurabilmente più importante.

Sui miracoli non si può sempre contare. E di vita ce n’è una sola.

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Cronaca

Ue, “il no all’ergastolo ostativo è un regalo alla mafia”

I fratelli dei giudici Falcone e Borsellino durissimi contro la CEDU. E l’Europarlamento deve decidere sulla “guerra delle vongole” che rischia di rovinare migliaia di pescatori dell’Adriatico

Mirko Ciminiello

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Photo credit: http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/76057-ergastolo-ostativo-la-cedu-rigetta-il-ricorso-dell-italia.html

Secondo una rilevazione dell’Eurobarometro risalente a un paio di mesi fa, il 46% dei cittadini europei non si fida della Ue: percentuale che sale al 55% nel caso degli Italiani. Un dato più o meno costante, che quindi dovrebbe far riflettere gli euroburocrati, anche perché non tiene conto, per banali ragioni cronologiche, dei più recenti motivi di ostilità verso le istituzioni comunitarie: che, limitandosi alla più stretta attualità, si possono ridurre alla sentenza sull’ergastolo ostativo e alla “guerra delle vongole” italo-spagnola.

Il primo caso, quello più nazionalpopolare, riguarda l’ormai nota bocciatura, da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, di quella norma dell’ordinamento giuridico nostrano che, autorizzando il carcere duro contro, tra l’altro, gli esponenti della criminalità organizzata, subordina la concessione dei benefici alla rescissione dei legami con i clan e a una fattiva collaborazione con gli inquirenti. Norma che violerebbe i diritti umani, almeno secondo i giudici di Strasburgo, il cui verdetto ha scatenato reazioni indignate – e per di più è giunto nello stesso giorno in cui il Capitano Ultimo, il leggendario autore della cattura di Totò Riina impersonato da Raoul Bova in una fortunata miniserie tv, ha denunciato l’avvio della procedura per la revoca della sua scorta.

«Ma stiamo scherzando?» ha tuonato il capo politico del M5S Luigi Di Maio. «Qui in Italia piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici? I diritti di chi ha sciolto i bambini nell’acido? Non esiste». Stessa linea dura del leader della Lega Matteo Salvini, che ha parlato di «ennesima follia ai danni dell’Italia».

Ma lo sdegno ha travalicato ben presto i confini del mondo della politica. Bruxelles «legifera su cose che non conosce, su cui non ha abbastanza esperienza» si è sfogato Salvatore Borsellino, così come ha fatto anche Maria Falcone: i fratelli dei due giudici assassinati nelle stragi di Capaci e via D’Amelio hanno infatti fortemente criticato quello che rischia di essere un regalo alla mafia.

Ironia della sorte, coloro che più si stanno stracciando le vesti per il pronunciamento dei togati della Grande Chambre sono i giustizialisti indigeni – che poi in larga parte coincidono con quelli del “ce lo chiede l’Europa”. Ed è quantomeno curioso il cortocircuito di quanti, pur restando anni luce lontani dal bistrattato sovranismo, lamentano ora le ingerenze dell’Unione Europea.

Tipo quella che rischia di mandare in rovina centinaia di imprese e migliaia di lavoratori italiani, attraverso una normativa comunitaria del 2015 che stabilisce che non si possano pescare vongole più piccole di 25 millimetri: con un’unica eccezione per il mar Adriatico, in cui questi molluschi hanno per natura dimensioni inferiori, e possono perciò essere pescati fino a una grandezza di 22 millimetri. I pescatori andalusi, nostri principali concorrenti, hanno però spinto i propri eurodeputati a fare ricorso contro questa deroga, su cui dunque pende la spada di Damocle del giudizio del Parlamento Europeo che dovrà pronunciarsi entro il prossimo 28 ottobre.

Torna allora in mente il tweet con cui il futuro Primo Ministro e attuale Commissario europeo agli Affari economici (in pectore) Paolo Gentiloni affermava che «dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica». Senza farne una questione filosofica (del tipo: poiché da articolo 1 della Costituzione la sovranità appartiene al popolo, è solo dal popolo che può essere alienata), verrebbe da chiedersi se l’ex Premier e compagnia cantante siano ancora così convinti di una simile necessità, alla luce dei fatti di questi giorni: che dimostrano senza ombra di dubbio che fare gli europeisti è facile solo con gli interessi campanilistici degli altri.

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Cronaca

I dazi amari anti-Ue degli Usa…

A rischio parmigiano e prosciutto dopo che il WTO ha autorizzato gli Stati Uniti a tassare prodotti europei per 7,5 miliardi di dollari

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni, tutti antecedenti il licet del WTO (World Trade Organization, l’Organizzazione Mondiale del Commercio) ai dazi americani per 7,5 miliardi di dollari su vari prodotti dell’Unione Europea:

a) «Non è facile intervenire a far pesare specifiche considerazioni, ma ce la metterò tutta» (Giuseppe Conte, 28/09).

b) Conte chiede uno sconto sui dazi. Pompeo: «Siete un alleato chiave» (it, 01/10).

c) Pompeo a Roma, Conte offre garanzie sul 5G ma chiede meno dazi (Il Sole 24 Ore, 01/10).

d) Conte vede Pompeo, Italia teme i dazi (ANSA, 01/10). L’articolo corrispondente recita: «L’Italia vuole schivare, o quantomeno ridurre al minimo, l’impatto della nuova ondata di dazi americani verso l’Ue: è questo il principale dossier che fa da sfondo alla visita a Roma del segretario di Stato americano Mike Pompeo».

e) «Difenderemo le nostre imprese, il made in Italy, le nostre eccellenze. Non faremo sconti» (Luigi Di Maio, 02/10).

Ciò posto, il candidato discuta il ruolo che potrebbe aver avuto, nella decisione degli Usa di stangare anche l’agroalimentare italiano (soprattutto, pare, formaggi, prosciutto e liquori), la gaffe – l’ennesima – di Giggino che, incontrando Mike Pompeo, lo ha testualmente chiamato «segretario Ross».

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Cronaca

Roma, sui rifiuti è allarme rosso. Raggi verso il commissariamento?

L’allarme dei medici: “Si rischia l’emergenza sanitaria”. E i presidi sono pronti a chiedere alle Asl il permesso di chiudere le scuole

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.tpi.it/cronaca/cronaca-roma-ultime-notizie/rifiuti-roma-emergenza-15-giorni-dimissioni-ama-20191002462292/

Bisogna dire che Virginia Raggi non è nemmeno fortunata. È vero che la questione dei rifiuti di Roma è talmente ancestrale da essere diventata una sorta di barzelletta – così com’è vero che la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente all’attuale sindaco della Capitale.

Non si possono quindi considerare una vera sorpresa gli allarmi lanciati in proposito dall’Ordine dei Medici di Roma e Provincia e dall’Associazione Presidi del Lazio: semmai, ciò che stupisce sono i toni di insolita urgenza espressi soprattutto nella nota del presidente e del vicepresidente dei medici romani Antonio Magi e Pierluigi Bartoletti, secondo cui «si rischia l’emergenza sanitaria».

In ogni caso, la sfortuna del primo cittadino ha riguardato più che altro la tempistica di questi moniti, giunti a neanche ventiquattr’ore dal pesantissimo j’accuse con cui i vertici di Ama (la società del Comune che dovrebbe occuparsi della raccolta dell’immondizia) si erano dimessi ad appena tre mesi dall’insediamento: denunciando per di più la mancanza di collaborazione da parte dell’amministrazione pentastellata e il venir meno della fiducia nella giunta Raggi, che li avrebbe nominati solo perché fungessero da capri espiatori.

Il sindaco aveva reagito nominando amministratore unico dell’azienda Stefano Zaghis, un attivista del M5S definito privo di alcuna esperienza in materia. Il settimo amministratore di Ama in tre anni: se non è un record, poco ci manca. E non è nemmeno servito a calmare le acque.

In effetti, l’Ordine dei Medici di Roma e Provincia si è detto preoccupato proprio dell’instabilità e del caos in cui versa la partecipata del Campidoglio. «La raccolta dei rifiuti nella Capitale d’Italia» è stata la denuncia, «si regge, e male, su un fragilissimo equilibrio basato principalmente sulla buona volontà delle Regioni vicine ad accogliere, seppur a caro prezzo, i nostri residui. Non c’è spazio dunque per improvvisi blackout del ciclo di raccolta e smaltimento».

Magi e Bartoletti hanno invocato a gran voce una rapida soluzione, dicendosi pronti a fare la propria parte onde «evitare che in breve tempo si creino nella Capitale d’Italia cumuli di immondizia in ogni strada, nei pressi di scuole, ospedali, luoghi pubblici e che un simile degrado diventi attrattivo per gli animali. Non c’è tempo da perdere».

E su questo punto ha rincarato la dose Mario Rusconi, presidente dei presidi capitolini: «L’emergenza rifiuti a Roma è al limite ormai, si sta aggravando giorno per giorno, ed è tanto più grave davanti alle scuole, dove i nostri bambini e ragazzi si trovano cumuli di spazzatura che sono potenziale veicolo di infezioni. Siamo pronti a chiamare le Asl per verificare le condizioni igieniche delle scuole, anche per arrivare alla chiusura degli istituti».

La criticità, del resto, è sotto gli occhi, o meglio sotto il naso di tutti. E con il rischio concreto di avere la spazzatura sui marciapiedi tra quindici giorni e di un Natale da passare con la monnezza, anche l’ipotesi di un (nuovo) commissariamento della Città Eterna si fa molto più tangibile. E, forse, molto più auspicabile.

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Cronaca

Genova, Conte vara il nuovo viadotto: “Simbolo di rinascita per il Paese intero”

Issato il primo impalcato del ponte che sostituirà il Morandi dopo la tragedia. Il Premier annuncia il procedimento per togliere le concessioni ai Benetton

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

Facciamo tornare Genova superba. È il messaggio, inciso in dialetto (“Femmo torna Zena superba”), che campeggiava sulla cravatta – delle grandi occasioni – di Marco Bucci, sindaco del capoluogo ligure e commissario straordinario alla ricostruzione appena riconfermato dal bi-Premier Giuseppe Conte.

C’era anche lui, il Capo del Governo, al varo del primo impalcato del nuovo viadotto che sostituirà il ponte Morandi, crollato nella tragedia del 14 agosto 2018. E c’erano, idealmente, le 43 vittime di quel dramma assurdo, cui è stato reso onore da tutti gli astanti nel giorno di una rinnovata speranza.

«L’ultima volta che sono stato qui era il 14 agosto» ha ricordato il Presidente del Consiglio. «Da qui dissi che Genova era il simbolo di rinascita. E ora la stiamo vedendo».

Lo stesso misto di commozione e orgoglio espresso dalle altre autorità presenti, dal Governatore della Liguria Giovanni Toti al Ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli, dall’Ad di Fincantieri Giuseppe Bono all’Ad di Salini Impregilo Pietro Salini – entrambi in rappresentanza del consorzio PerGenova, che si occupa della ricostruzione del ponte sulla base del progetto donato dall’architetto e senatore a vita Renzo Piano: il quale ha dichiarato di aver concepito l’opera come una nave che attraversa la vallata.

«Un ponte che riguarda il dna dei Genovesi» lo ha definito, non a caso, Bucci, «che ha un impalcato forte come l’acciaio e che somiglia a una nave e per i Genovesi andare per mare significa dare ricchezza alla nostra città. Poi ci sono le pile che vanno su una dopo l’altra “cianin cianin”, come diciamo a Genova».

A margine è riaffiorata anche la questione della sicurezza, che kantianamente l’Avvocato del popolo ha detto di considerare «un imperativo morale categorico», aggiungendo che è in corso il procedimento per togliere le concessioni ai Benetton.

Ma è stata soprattutto la giornata dell’orgoglio, come affermato dallo stesso Conte. «In tempi record consegneremo l’opera alla storia. Genova offre una grande lezione. Abbiamo ridato luce e speranza al Paese intero».

Secondo Bucci, l’obiettivo è «avere il ponte finito ad aprile 2020». Per ora è stata posata la prima delle 19 campate che costituiranno la struttura. 50 metri d’acciaio, issati al suono di una sirena da due gru per essere poi deposti sui sostegni in cima alle pile 5 e 6 – a quasi 50 metri d’altezza.

Una cerimonia carica di simbolismo. Con l’innalzamento del primo tratto del nuovo ponte sul Polcevera, è stato come se la città, ancora ferita, rialzasse la testa, dimostrando di non essere piegata, di non essere mai doma. E con Genova, l’Italia tutta, stretta in un abbraccio che sa di dolore, ma anche di forza straordinaria, di ammirevole solidarietà, di un esemplare riscatto.

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Cronaca

Roma, il conto al ristorante da 400 euro e la voglia di essere Capitale inospitale

Mirko Ciminiello

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Ci sono piatti che restano sullo stomaco per motivi che pertengono esclusivamente all’arte culinaria. E poi ci sono pietanze che risultano indigeste – molto più indigeste – per ragioni completamente diverse. Tipo i due piatti di pasta al pesce, con tanto di bottiglia d’acqua, costati a due ignare turiste giapponesi in visita a Roma la bellezza di 429,80 euro – comprensivi di 80 euro di mancia.

Il locale incriminato è l’Antico Caffè di Marte, situato in pieno centro storico, il cui ristoratore, Giacomo Jin, ha provato a difendersi dicendo che il menù era chiaro («massimo 16 euro per uno spaghetto allo scoglio»), che il pesce è fresco e viene scelto direttamente dai clienti, e che la mancia non è obbligatoria.

Ora, si potrebbe facilmente replicare che, se la portata in questione costa al massimo 16 euro, a maggior ragione non si capisce da dove possa uscire quella cifra follemente astronomica; che il pesce potrà essere fresco quanto si vuole ma, a meno che non sia fatto di diamante e/o gli spaghetti non siano in realtà fili d’oro, torniamo alle conclusioni di cui sopra; e che, se la mancia è facoltativa, non c’è nessuna ragione di includerla nello scontrino fiscale.

Ma il punto vero è un altro, ed è quel malcostume che porta alcuni negozianti a lucrare sulla poca dimestichezza di determinati clienti con la lingua o gli usi e i costumi del Paese in cui si trovano a soggiornare: infischiandosene del danno d’immagine che provocano non solo al loro esercizio (chi fosse causa del suo mal piangerebbe se stesso), ma alla città e addirittura al Paese intero.

E si badi che queste pessime abitudini si sono viste a tutte le latitudini italiche, da Venezia a Ischia, da Torino a Capri. Il che non è certo un buon motivo per emularle, anzi semmai dovrebbe essere uno sprone a sradicarle. Non solo sanzionando pesantemente i furbastri come quello del ristorante capitolino, ma anche sospendendo o perfino ritirando loro la licenza, come invocato rispettivamente da Conferesercenti e dal Codacons.

Perché quando le due turiste nipponiche, come tutti gli altri vacanzieri truffati, saranno tornate sul suolo natio, come potranno consigliare ai loro familiari, agli amici di andare a vedere la città più bella del mondo, dopo aver subito un simile salasso? Come potranno, quando i mezzi pubblici della Capitale sono un disastro, e l’alternativa sono ore di traffico lungo strade costellate di buche?

La Città Eterna ha già abbastanza difficoltà. Non le serve il venenum in cauda, soprattutto se servito al posto del proverbiale dulcis in fundo.

Naturalmente attendiamo di sapere esattamente come siano andate le cose, soprattutto per non coinvolgere in questa vicenda un’intera categoria e chi in passato era stato con clamore giudicato ingiustamente colpevole di truffa.

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Cronaca

Suicidio assistito, la sentenza “radicale” della Consulta

Per gli ermellini non sono punibili casi (estremi) come Dj Fabo, ma a fare eccezioni sul fondamentale diritto alla vita ci rimetteremo tutti

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/corte-costituzionale-decisione-suicidio-assistito

C’è una sottile distinzione tra eutanasia attiva (la somministrazione di un farmaco atto a dare la morte), eutanasia passiva (sostanzialmente la sospensione delle cure, se non fosse che ultimamente si considerano tali anche nutrizione e idratazione) e suicidio assistito (con cui si forniscono a chi vuole lasciare questo mondo i mezzi per poterlo fare).

Agevolare quest’ultimo, fino a ieri, era punito dall’articolo 580 del codice penale, che prevede(va) per il reato di istigazione al suicidio la reclusione da cinque a dodici anni. Fino a ieri, appunto, quando la Corte Costituzionale ha stabilito che non è punibile, «a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Una sentenza radicale, sia nel senso che è una decisione estrema, sia perché strizza l’occhio alle posizioni del partito che fu di Marco Pannella e ora è (almeno informalmente) di un altro Marco, Cappato. Proprio lui, che aveva sollevato la questione autodenunciandosi per il caso di Dj Fabo, ha esultato dicendo che ora siamo tutti più liberi.

La libertà, in effetti, è un tratto dirimente del pronunciamento della Consulta, ma il modo in cui viene declinata desta delle perplessità: per esempio, può essere considerata davvero libera una volontà espressa nelle condizioni di una grave patologia?

Può sembrare un sofismo ma, in molti casi, le cause del dolore sono in buona parte psicologiche, e potrebbero forse essere rimosse (o almeno attenuate) dal supporto, dalla vicinanza, dal calore umano – non certo assecondando dei pensieri che magari derivano da momenti di particolare sconforto. La Cei, per esempio, ha sottolineato il rischio che soggetti fragili possano arrivare a «ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità».

Tralasciando il fatto che quelle dei Vescovi sono lacrime di coccodrillo (non si ricordano, infatti, loro nette prese di posizione quando i Governi “amici” facevano strame dei valori non negoziabili), la china che si prospetta è esattamente quella da loro paventata. Lo dimostrano i casi di altri Paesi che hanno legalizzato forme di eutanasia e/o suicidio assistito, quali Belgio, Olanda, Regno Unito, Canada. I paletti fissati dagli ermellini si potranno facilmente aggirare in nome del principio di uguaglianza e non discriminazione. Finché non si arriverà al punto in cui lo Stato stesso potrà decidere, almeno in certi frangenti, di sopprimere alcune vite anche contro la volontà loro o dei loro familiari. È il principio del piano inclinato, illustrato tra l’altro (in un senso completamente diverso) da Aldo, Giovanni e Giacomo nel film Chiedimi se sono felice.

I togati hanno comunque lanciato la palla al Parlamento (ricordandosi almeno di Montesquieu e della separazione dei poteri), auspicandone un intervento sul fine vita. La maggioranza rosso-gialla è già all’opera – vedremo in che direzione. Ma non si può dimenticare che, se si iniziano a fare delle eccezioni sul diritto alla vita, il primo di tutti i diritti, quello fondamentale da cui discendono tutti gli altri – tutti finiremo per rimetterci, e in particolare i soggetti più deboli che più facilmente possono essere plagiati.

Una legge ideale dovrebbe piuttosto agevolare la ricerca scientifica, investire nelle terapie (anche del dolore), nelle cure palliative, in modo da poter accompagnare i pazienti nell’ultimo tratto delle loro esistenze preservandone intatta l’inviolabile dignità. Perché è la sofferenza che andrebbe abolita: non il sofferente.

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Primo Piano