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Politica

Natale in rosso, il Governo prepara un’altra (inutile) stretta per le feste

Malgrado l’Rt sotto controllo e il rate positivi/tamponi che aumenta fisiologicamente solo nel weekend, Conte vuole l’Italia zona rossa il 25, 26 dicembre e 1° gennaio. E i negozi chiusi, anche se è l’esecutivo che ha permesso lo shopping

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giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Per le prossime festività, è in arrivo un Natale in rosso. Sembra il titolo di un film, magari uno di quei cinepanettoni tipici del periodo. Invece è l’ultima trovata di un esecutivo che, più che operare per ridurre i numeri della pandemia, sembra sfruttare tali numeri per giustificare il proprio operato. Un operato, peraltro, sconcertante, come ha evidenziato anche Italia Viva: il micro-partito renziano che, da tempo, si comporta stabilmente alla stregua di un’opposizione interna.

Un Natale in rosso

«È importante che vi sia consapevolezza da parte di tutti che la situazione è ancora molto seria». Così il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza ha commentato la linea dura che prospetta un Natale in rosso – o al più arancione. Nel senso del colore che il Governo rosso-giallo vorrebbe imporre all’Italia intera nei giorni del 25, 26 dicembre e 1° gennaio. Con una deroga solo per i piccoli Comuni, quelli sotto i 5.000 abitanti, per cui si valuta la possibilità di spostamenti entro un raggio di 30 chilometri.

Per il resto si adotterà il “modello Merkel”, nel senso della cancelliera tedesca Angela che, vista la «crescita esponenziale» dei contagi, ha optato per il lockdown. A Berlino in realtà stanno messi peggio che a Roma, come dimostra per esempio l’indice Rt – quello che misura la trasmissione del virus. Che nel Belpaese è pari a 0,82, contro l’1,3 registrato in Germania.

Ciononostante, nei giorni festivi e prefestivi si procederà anche da noi a un inasprimento delle restrizioni. Con la chiusura di bar, ristoranti, gelaterie, pasticcerie e di tutti i negozi a eccezione di farmacie, tabaccai ed edicole.

Colpa degli assembramenti verificatisi in varie città nello scorso weekend, nonché dell’aumento del tasso di positività, passato in un giorno dal 10,1% all’11,7%. Il problema è che, in nessuno dei due casi, Palazzo Chigi ce la racconta giusta.

Quello che il Governo non dice

«I siti sono pieni dei centri con insopportabili assembramenti di persone». Così parlò Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Usando curiosamente lo stesso aggettivo che molti associano ai suoi ritardi in relazione alle mascherine e (in misura minore) ai banchi a rotelle.

La palma d’oro dell’ipocrisia spetta comunque a Francesco Boccia, Ministro per gli Affari regionali, secondo cui «le foto degli assembramenti mostrano scene ingiustificabili, irrazionali, irresponsabili». Si era però dimenticato un minuscolo particolare. È stato l’esecutivo di cui fa parte ad autorizzare lo shopping, oltretutto promuovendo un sistema come il cashback che favorisce chi fa acquisti in presenza.

Per non parlare del rapporto contagiati/tamponi, visto che i numeri bisogna saperli leggere. Nei giorni feriali, diverse categorie professionali (dagli sportivi alle forze dell’ordine) fanno il test di default, laddove di domenica lo fa solo chi presenta sintomi. È normale, perciò, che la percentuale cresca nel fine settimana, senza che ciò debba procurare allarmi eccessivi.

Lo si puntualizza perché le informazioni non possono essere parziali. Che poi, più o meno, è la stessa posizione espressa dal Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

«Confrontiamoci con la comunità scientifica e decidiamo misure coerenti e comprensibili» ha esortato la renzianissima. «Scegliamone anche più restrittive di quelle attuali, se necessario, ma comprensibili. Perché solo così i cittadini saranno indotti a rispettarle».

La sensazione, infatti, è che gli Italiani non siano più soltanto disorientati dalle scelte schizofreniche calate dall’alto dalla maggioranza, ma inizino a esserne stufi. Ragion per cui, se il bi-Premier Giuseppe Conte pensa davvero a un Natale in rosso (che non contempli la sua identificazione con Santa Claus), sarebbero d’uopo delle vere spiegazioni. Perché la corda della pazienza è tesa da tempo, e presto o tardi potrebbe anche spezzarsi. Chi ha orecchi per intendere…

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

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