Nel 2025 il Lazio emerge come uno dei casi economici più interessanti del panorama italiano. La regione registra una crescita dell’export del 9,6 per cento rispetto all’anno precedente e si colloca nel gruppo delle cinque regioni più dinamiche del Paese, in un contesto nel quale l’export nazionale cresce del 3,3 per cento e il Centro Italia si conferma l’area territoriale più brillante con un aumento del 13,2 per cento.
Il dato non va letto come un semplice exploit locale: segnala piuttosto una redistribuzione dei motori della crescita italiana, con alcune regioni del Centro che riescono a compensare la frenata di altre aree e a mantenere competitivo il profilo internazionale del sistema produttivo nazionale.
Il Lazio nell’equilibrio dell’export italiano
L’Istat evidenzia che nel quarto trimestre 2025 la dinamica congiunturale delle esportazioni è negativa in tutte le ripartizioni territoriali, a eccezione del Centro, che registra un +0,7 per cento. Questo elemento aiuta a comprendere la portata del risultato laziale: non siamo davanti a una crescita uniforme del Paese, ma a una performance molto selettiva, dentro la quale il Lazio assume un ruolo di sostegno effettivo.
Nel complesso dell’anno, soltanto Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Calabria e Liguria fanno meglio della regione guidata da Francesco Rocca. È un segnale che riguarda la struttura industriale, ma anche la capacità delle imprese di presidiare mercati e filiere di valore.
Il farmaceutico come asse strategico nazionale
Il cuore del risultato è il comparto farmaceutico, chimico-medicinale e botanico. Secondo l’Istat, l’aumento delle esportazioni di questo settore da Toscana, Lazio, Lombardia, Abruzzo e Campania spiega da solo 2,6 punti percentuali della crescita dell’export nazionale nel 2025.
È un passaggio che merita di essere sottolineato, perché mostra come una parte importante della tenuta italiana sui mercati esteri dipenda da filiere ad alto contenuto tecnologico e con forte intensità di ricerca.
In questa mappa, il Lazio occupa una posizione di primo piano e Frosinone viene indicata dalla vicepresidente Roberta Angelilli come una delle aree più rilevanti nel settore. Non è soltanto una notizia regionale: è la conferma che il baricentro di alcune produzioni strategiche si sta consolidando in territori capaci di combinare industria, competenze e relazioni globali.
Il mercato americano e la dipendenza dai grandi sbocchi extra Ue
Un altro dato da leggere con attenzione è quello relativo agli Stati Uniti. L’Istat segnala che le vendite del Lazio verso il mercato statunitense sono cresciute del 54,2 per cento nell’intero 2025, figurando fra i contributi positivi più ampi all’export nazionale. La stessa Angelilli ha evidenziato che le esportazioni regionali hanno segnato un +21,1 per cento verso i Paesi extra Ue, contro un +1,7 per cento verso i Paesi Ue.
Questa differenza suggerisce due considerazioni. La prima: il Lazio ha saputo intercettare domanda internazionale in mercati lontani e ad alto assorbimento. La seconda: la sua crescita è oggi legata in misura consistente alla capacità di mantenere posizionamenti forti fuori dall’Unione europea, con tutti i rischi e le opportunità che questo comporta in una fase di volatilità geopolitica e commerciale.
La politica industriale regionale e il nodo delle PMI
Sul fronte delle politiche pubbliche, la Regione rivendica una linea espansiva sull’internazionalizzazione. Angelilli ha annunciato il raddoppio dei voucher dedicati, portati a 10 milioni di euro, e ha indicato come priorità il sostegno alla competitività delle imprese, all’accesso ai mercati esteri, al commercio digitale e alla presenza nei grandi eventi internazionali.
È una scelta rilevante soprattutto per le piccole e medie imprese, che spesso possiedono know-how e qualità di prodotto ma non hanno massa critica sufficiente per affrontare in autonomia la complessità dell’export. Il punto vero, però, sarà capire quanto queste misure riusciranno ad allargare la base delle imprese esportatrici e non soltanto a rafforzare quelle già inserite nei flussi globali.
Il Piano Internazionalizzazione 2026 e il disegno di sistema
Il 27 marzo la Regione Lazio presenterà il Piano Internazionalizzazione 2026. Il programma prevede fiere estere, missioni di sistema, finanziamenti e strumenti per l’attrazione degli investimenti, con focus su Aerospazio, Biotech & Pharma, Cleantech e Digitale. Il fatto che il piano sia stato definito in collaborazione con il MAECI e con sinergie operative con ICE, SACE, SIMEST e CDP mostra il tentativo di costruire una filiera istituzionale coordinata.
In un Paese che spesso soffre la frammentazione delle politiche industriali, questo approccio ha un valore che supera il livello regionale: suggerisce un metodo nel quale territorio, diplomazia economica e finanza per l’internazionalizzazione provano a muoversi nella stessa direzione.
Un indicatore da non sopravvalutare, ma da prendere sul serio
Il +9,6 per cento del Lazio non basta da solo a raccontare la salute complessiva dell’economia regionale, né garantisce che la crescita sia già distribuita in modo equilibrato su tutti i territori e i comparti. Tuttavia il dato merita di essere preso molto sul serio, perché mette in luce una capacità competitiva concreta in settori avanzati e in mercati decisivi.
Per l’Italia, che nel 2025 ha visto l’export crescere in modo moderato e con forti differenze geografiche, il caso Lazio indica che il rilancio passa sempre più da specializzazione, innovazione e qualità delle reti istituzionali che accompagnano l’impresa. In questo senso, il risultato regionale non è un episodio periferico ma uno dei tasselli più interessanti del nuovo assetto produttivo italiano.
