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Economia

Economia, l’ammissione di Gualtieri sul MES scatena la furia della Lega

Per il Ministro dell’Economia “il testo è chiuso”, benché Conte fosse vincolato a riferire al Parlamento. Il Carroccio chiede un incontro a Mattarella e annuncia un esposto contro il Premier

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

C’è un concetto che il direttore de Il Tempo Franco Bechis ha espresso in maniera cruda ma piuttosto icastica: «Il Conte uno si è saldato con il Conte due e ce l’ha Mes in quel posto».

L’ironico riferimento riguardava l’ormai famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il Fondo salva-Stati la cui riforma è stata alla base di una rissa che, da verbale, è degenerata in un vero e proprio scontro fisico: che per giunta ha avuto come desolante sfondo l’Aula della Camera.

Neppure dopo questo spettacolo indecoroso, tuttavia, la tensione ha accennato a diminuire – anzi. Il leader della Lega Matteo Salvini ha rincarato la dose, annunciando di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana». Poi l’affondo più duro: «I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del Governo e di Conte».

Già, era sempre il bi-Premier l’obiettivo privilegiato degli strali del Carroccio, soprattutto dopo le ingenue ammissioni del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Il testo è concordato e se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico ​che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso» ha dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere di fronte alle Commissioni Finanze e Politiche Ue del Senato. Poi ha tentato di metterci una pezza ricordando che la firma sull’accordo non è ancora stata apposta, ma ormai la frittata era fatta.

«Quanto detto da Gualtieri è gravissimo e evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione» ha twittato il leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, aggiungendo che «Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza alcun dibattito in Parlamento».

Politicamente, il casus belli è proprio questo: Giuseppi, che pure era vincolato da una risoluzione dell’allora maggioranza giallo-verde a riferire in Aula su qualunque modifica al testo del Fondo salva-Stati, avrebbe ignorato il mandato delle Camere: «fatto gravissimo» per Claudio Molinari, presidente dei deputati del Carroccio, mentre la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è tornata a evocare l’«alto tradimento del popolo italiano». Sibillino l’ex Ministro dell’Interno: «Se qualcuno ha fatto di nascosto ciò che il Parlamento non gli ha permesso di fare ne risponderà».

«Polemiche spicciole» le ha liquidate il BisConte, incassando il sostegno di Italia Viva, che ha parlato di «un trattato che cerca di aiutare gli Stati europei», e del Partito Democratico, che per bocca del deputato Piero De Luca ha affermato che «non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano». La stilettata era diretta contro il Capitano, anche se l’esponente dem ha finto di dimenticare che l’ex vicepremier, parlando di «pericolo di incursione nel conto corrente di notte», citava Milano Finanza, che di economia un po’ se ne intende.

Oltre al lato politico, infatti, vi è anche la questione finanziaria, che non convince neppure l’azionista di maggioranza relativa dell’esecutivo rosso-giallo, il M5S. Per dire, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, aveva chiesto già lo scorso giugno al Presidente del Consiglio di «fermare la riforma del Mes, che crea inaccettabili disparità di trattamento fra Paesi nell’accesso ad eventuali aiuti finanziari».

In effetti, con la revisione delle regole d’ingaggio potrebbero usufruire di tali aiuti solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60%. Il che, come sottolineato con un’altra efficace metafora dal quotidiano di piazza Colonna, ci trasformerebbe in «donatori di sangue» che però non potrebbero ricevere una trasfusione neppure in pericolo di vita, a tutto e solo vantaggio delle banche tedesche e francesi.

Appuntamento allora al prossimo 2 dicembre, quando il Capo del Governo riferirà alla Camera in un clima che si annuncia rovente. «Si cerchi un avvocato» è stato ad esempio il conciliante avviso recapitato da via Bellerio. La precisazione “uno buono” sarebbe stata troppo umiliante perfino per l’ex Avvocato del popolo.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Economia ed Europa, la beffa degli aiuti con quattro “raccomandazioni”

La Commissione Europea annuncia il “Next Generation Ue”, un piano da 750 miliardi, di cui 500 a fondo perduto, ma sempre con alcune condizioni. Così, mentre Governo e Pd esultano, la ripresa ancora non si vede, il fondo sì

Mirko Ciminiello

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La presidente della Commissione Europea Von der Leyen e il Premier Conte

Economia ed Europa sono un po’ come quei tarli di cui non ci si riesce mai a sbarazzare. Possono restare silenti e quiescenti ma, quando meno te lo aspetti, rispuntano fuori. E sempre in veste di latori di notizie spiacevoli.

Economia ed Europa, il nuovo Recovery Fund

Un atteggiamento tipico di certa politica è quello di cambiare nome a strutture, apparati et similia nell’illusione di riacquistare la verginità perduta. Stavolta lo ha fatto la Commissione Europea che, presentando il “nuovo” Recovery Fund (il mitologico Fondo per la Ripresa), lo ha ribattezzato Next Generation Ue.

Secondo la presidente Ursula von der Leyen, dovrebbe consistere in un pacchetto da 750 miliardi, 500 dei quali a fondo perduto. Le sovvenzioni mirano a sostenere la ripresa, aiutare gli investimenti privati e agevolare la prevenzione di nuove crisi – ad esempio rafforzando i sistemi sanitari. Con una particolare attenzione al digitale e – ça va sans dire – all’ambiente.

Nel valzer delle quote, all’Italia dovrebbero spettare 172,7 miliardi di euro, di cui 81,807 miliardi come sussidi e 90,938 miliardi in forma di prestiti. Non sarà la fantomatica potenza di fuoco tanto evocata, ma è pur sempre più di quanto intendeva mettere in campo il duo delle meraviglie franco-tedesco. Forse anche per questo, as usual, il Pd ha cominciato a esultare ad annuncio ancora in corso.

L’esultanza di Pd e Governo

Il Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni, per esempio, ha twittato giulivo che si tratta di «una svolta europea per fronteggiare una crisi senza precedenti». Certo, un mese fa rodomonteggiava avvisando (sic!) che «la dimensione ragionevole deve essere attorno ai 1.500 miliardi e il tempo deve essere ora». Ma c’è la crisi – e senza precedenti…

L’ex Presidente del Consiglio è comunque in buona compagnia nei festeggiamenti precoci. Tra gli altri, anche il suo immediato e attuale successore, il bi-Premier Giuseppe Conte, ha espresso soddisfazione via social.

«Ottimo segnale da Bruxelles, va proprio nella direzione indicata dall’Italia. Siamo stati descritti come visionari perché ci abbiamo creduto dall’inizio. 500 mld a fondo perduto e 250 di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo su negoziato e liberiamo presto le risorse».

Certo, rigettare l’epiteto di visionario per una dichiarazione improntata al futuro non è esattamente il massimo. D’altronde, anche il nuovo nome scelto per lo strumento richiama molto Star Trek. E, magari, non è un caso.

Economia ed Europa, la solita presa in giro

Tanto per cominciare, i finanziamenti sono solo sulla carta. Come non ha mancato di sottolineare l’Olanda, uno dei “quattro frugali” che da sempre hanno problemi con la comprensione semantica del termine solidarietà.

«Le posizioni sono lontane e questo è un dossier che richiede l’unanimità, quindi i negoziati richiederanno tempo. È difficile pensare che questa proposta potrà essere il risultato finale di quei negoziati». Così fonti diplomatiche de L’Aja, incrinando i facili entusiasmi. Anche perché, come se tutto ciò non bastasse, il progetto dovrà anche passare al vaglio dell’Europarlamento.

Ma la vera presa in giro è un’altra. E sta nel fatto che la Commissione europea aveva rivolto a Roma quattro raccomandazioni specifiche.

Il Belpaese deve intervenire sul sistema sanitario e sul mondo del lavoro, in particolare per garantire un’adeguata protezione dei lavoratori. Deve rafforzare l’insegnamento e le competenze a distanza. Deve applicare le misure che immettono liquidità nell’economia reale, inclusi autonomi e Pmi. Infine, deve migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e della Pubblica Amministrazione.

L’ultimo punto è più che altro una chimera comunitaria. Il problema è che il Governo Conte-bis dovrà tener conto di tutti questi ambiti nell’elaborazione del piano che dovrà essere approvato dalla Ue.

A ennesima conferma che economia ed Europa continuano a essere un’accoppiata nefasta per l’Italia, come dimostra emblematicamente proprio il Recovery Fund. Della ripresa, infatti, non si vede neppure l’ombra. In compenso, al Fondo ci siamo già arrivati da un pezzo.

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Economia

Recovery Fund, tutte le insidie della proposta franco-tedesca

Merkel e Macron d’accordo su un fondo da 500 miliardi. Ma, se per l’Eliseo devono essere finanziamenti a fondo perduto, il Governo di Berlino parla di un “piano di rimborso vincolante”. E in Italia c’è chi ha il coraggio di esultare…

Mirko Ciminiello

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La Cancelliera tedesca Merkel e il Presidente francese Macron nella conferenza stampa sul Recovery Fund

Sul Recovery Fund, il Fondo europeo per la Ripresa dalla crisi da Covid-19, si è improvvisamente riaperta la partita. Non a caso, i media nostrani hanno dato grande risalto all’intervento congiunto gallo-prussiano che l’ha riportato sotto i riflettori. Ma, come sempre quando c’è di mezzo l’Europa, non è tutto oro quel che luccica.

Il nuovo Recovery Fund franco-tedesco

Un fondo da 500 miliardi di euro nel quadro del prossimo bilancio settennale dell’Unione Europea. È quanto hanno proposto la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo omologo francese Emmanuel Macron.

Un compromesso tra i Paesi dell’Europa meridionale – i più colpiti dall’emergenza coronavirus -, che avevano chiesto almeno il triplo delle risorse. E i “rigoristi”del Nord che a quanto pare fanno una fatica enorme a comprendere il significato del termine “solidarietà”.

L’idea di Berlino e Parigi è proprio quella di mediare tra le due diversissime posizioni. Il Recovery Fund avrebbe infatti una potenza di fuoco minore di quanto auspicato, ma finanziata attraverso debito comune Ue e con trasferimenti a fondo perduto.

Un’idea, appunto. O, per dirla con le parole del bi-Premier Giuseppe Conte, «un primo passo importante». Anche se, ha chiarito il Signor Frattanto, occorrerà una proposta più ambiziosa da parte della Commissione Europea.

Chi invece ha accolto favorevolmente il progetto germano-transalpino è quella parte di politica italiana usa a recitare il ruolo di utile idiota di Bruxelles. A cominciare dal Pd, il cui segretario Nicola Zingaretti ha esaltato la «giusta direzione». Aggiungendo inoltre lepidezze su «una nuova UE della crescita, del lavoro e della giustizia sociale».

La proposta di Francia e Germania sul #RecoveryFund è un passo avanti importante, così come la riflessione di Lagarde su…

Pubblicato da Nicola Zingaretti su Martedì 19 maggio 2020

A riportare i sognatori coi piedi per terra ci ha pensato il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Che, dopo aver consultato i Primi Ministri di Danimarca, Olanda e Svezia, ha precisato che «la nostra posizione non cambia. Siamo pronti ad aiutare i Paesi più colpiti», ma solo «con prestiti». Non con sussidi.

E non è nemmeno l’unica trappola che, al solito, la “solidale” Europa sta predisponendo.

Le trappole del Fondo per la Ripresa

«Quando arriveranno questi soldi? Fonti diplomatiche dicono che la data potrebbe essere la fine dell’anno. C’è rischio di implosione: serve che i fondi arrivino al più presto». Così il neo-direttore de La Repubblica Maurizio Molinari, sottolineando in diretta tv il cruciale fattore tempo.

Ha ragione, naturalmente. Infatti Giuseppi, quando ancora fingeva di poter rodomonteggiare con le istituzioni comunitarie, voleva che il Fondo per la Ripresa fosse attivo già entro l’estate. Ma, come sempre, dum herba crescit equus moritur.

C’è comunque dell’altro. Ed è nascosto in una frasetta che fa capolino dal documento ufficiale del Governo teutonico, un’affermazione piccola ma dagli effetti dirompenti. «Il Recovery Fund» sarà «legato a un piano di rimborso vincolante». Che significa bye bye ai finanziamenti a fondo perduto. Una postilla che ha scatenato le ire e le ironie dell’opposizione.

Anche il M5S, comunque, è scettico. «I contorni sono ancora poco chiari, e i testi scritti raccontano scenari meno solidali», ha avvertito per esempio il deputato Pino Cabras. «Segno che ai piani alti in Europa l’accordo non c’è ancora».

Quel che è già certo, invece, è che as usual per l’Italia la strada è in salita. E che, sempre as usual, dell’Europa – soprattutto finché a decidere sarà l’asse franco-tedesco – non ci si può mai fidare. Nemmeno quando, come i Danai cantati da Virgilio, porta doni.

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Economia

Dl Rilancio, ecco ciò che non convince della maxi-Manovra da 55 miliardi

Il Premier Conte assicura che i fondi per imprese, lavoratori e famiglie arriveranno più rapidamente. Ma restano varie perplessità, anche sulle lacrime del Ministro Bellanova che suonano come un inquietante déjà-vu

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte annuncia il Decreto Rilancio

Test per l’esame di giornalismo sul Dl Rilancio. Il candidato consideri i seguenti dati estrapolati dall’usuale comizio serale del bi-Premier Giuseppe Conte, Capo di un «Governo che non lavora col favore delle tenebre»:

a) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha affermato che «milioni di lavoratori hanno beneficiato e stanno beneficiando della cassa integrazione». Quelli a cui è stata concessa dai precedenti esecutivi.

b) Il Ministro renziano delle Politiche agricole Teresa Bellanova si è commossa illustrando la misura sulla regolarizzazione dei migranti. «Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Lo Stato è più forte del caporalato» le parole dell’esponente di Italia Viva. Dice un antico proverbio cinese: Ministlo che piange accanto a Plesidente del Consiglio non polta bene a cittadini.

c) Con il Dl Rilancio, è stato raddoppiato l’importo del bonus babysitter. Tanto 0 x 2 fa sempre 0.

d) Non poteva poi mancare la parte sul Reddito di Emergenza. Altresì detto fase Rem, onde sostituire le soporifere conferenze stampa del Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri.

La parte extra-economica del Dl Rilancio

e) Giuseppi, nel mentre assurto (si fa per dire) a “signor Frattanto”, ha ammesso che per varare il Decreto «abbiamo impiegato un po’ di tempo». Nello stesso modo in cui ci è voluto un po’ di tempo per innalzare le Piramidi o costruire Roma.

f) Ancora il fu Avvocato del popolo ha assicurato che «non ci sono sfuggiti i ritardi». Ora è pronto per sostituire Clint Barton nei panni del supereroe Marvel Occhio di Falco.

g) Sempre il BisConte, nel testo di un provvedimento puramente economico, ha prorogato per altri sei mesi lo stato di emergenza. Così da rendere chiaro a tutti che la vera emergenza è la sopravvivenza del Governo rosso-giallo.

Ciò posto, spieghi il candidato se il Dl Rilancio ha questo nome perché, come argutamente sottolineato dai social, a poker solitamente il rilancio precede il bluff.

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Economia

Decreto Rilancio, via libera del Governo agli aiuti alle imprese… e non solo

Approvata la maxi-Manovra da 55 miliardi per la ripresa delle attività produttive nella fase 2. Il Dl però prolunga anche lo stato di emergenza (e la vita dell’esecutivo) per altri sei mesi…

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Dopo quello che si potrebbe definire un parto politico, il Decreto Rilancio ha finalmente visto la luce. Un nome altisonante per un Dl ambizioso, che mira a tutelare imprese, famiglie, migranti – e costituisce anche una polizza sulla vita del Governo. E che si spera sia scritto meglio dei precedenti Dpcm.

I contenuti del Decreto Rilancio

L’accordo, come è capitato spesso, è stato raggiunto nella notte, che magari non porta consiglio ma porta buone nuove al Presidente del Consiglio. Giusto perché «questo Governo non lavora col favore delle tenebre», come diceva il fu Avvocato del popolo un mesetto fa.

Gli ultimi nodi da sciogliere riguardavano le norme sulla regolarizzazione dei migranti, sulle quali, as usual, ha capitolato il M5S. Decisivo, come avevamo preconizzato, l’intervento del bi-Premier Giuseppe Conte, posizionatosi sulla linea delle altre forze di maggioranza. Ma anche le rassicurazioni sull’esclusione dalla sanatoria dei datori di lavoro condannati per caporalato o per reati quali lo sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina.

Quindi, con l’ulteriore precisazione del Mef che escludeva problemi di coperture, il Decreto Rilancio è stato approvato dal Cdm dopo una gestazione bimestrale. Tipo quella dei cani e dei gatti, per capirci. Non a caso, sembra che i parlamentari pentastellati abbiano soprannominato Giuseppisignor Frattanto”, con riferimento sarcastico all’avverbio che usa per le sue reiterate procrastinazioni.

In ogni caso, il Dl è venuto al mondo con una dote da 55 miliardi pensata per sostenere l’economia nella fase 2. Una somma finanziata in deficit nell’attesa, o meglio nella speranza che prima o poi giunga anche il supporto della Ue. Come il Recovery Fund tanto invocato – per esempio dal Commissario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni. Dum herba crescit equus moritur.

I contenuti del Decreto Rilancio

Tornando al Decreto Rilancio, esso tra l’altro stanzia fondi per far ripartire le attività produttive, cancellare il versamento dell’Irap e posticipare a settembre le scadenze fiscali. Ma anche per rifinanziare il congedo parentale e il bonus babysitter, oltre a fissare l’ormai celeberrimo incentivo per le vacanze in Italia. Inoltre, vengono prorogate la cassa integrazione e il bonus per lavoratori autonomi e partite Iva. Rispetto a cosa resta un mistero, visto che non sono molti coloro che ne hanno realmente e concretamente beneficiato.

Poi, naturalmente, c’è la parte sull’emersione del lavoro nero su cui Teresa Bellanova, Ministro renziano delle Politiche agricole, era arrivata a minacciare le dimissioni. «Viene regolarizzato chi ha un permesso di soggiorno scaduto, quindi milioni di badanti» oltre ai «lavoratori agricoli che hanno lavorato in agricoltura». Così l’esponente di Italia Viva, smentendo la cifra di 600.000 irregolari circolata dei giorni scorsi. Anche se nella direzione opposta rispetto a quella indicata spocchiosamente dalla conduttrice Myrta Merlino nel rimbrottare la leader di FdI Giorgia Meloni.

GIORGIA MELONI A "L'ARIA CHE TIRA" 13-05-2020

Poco fa sono intervenuta a L’Aria che Tira su La7. Per chi se la fosse persa, ecco la mia intervista. Collegatevi!

Pubblicato da Giorgia Meloni su Mercoledì 13 maggio 2020

Il Dl economico e lo stato di emergenza

Un capitolo a parte merita invece un altro piccolo articolo (il numero 16) apparso come d’incanto nelle ultime bozze del Decreto Rilancio. Una postilla che proroga lo stato di emergenza, in scadenza il prossimo 31 luglio, per altri sei mesi.

Un’inezia di cui francamente si fa fatica a comprendere la raison d’être. Salvo che non abbia la superiore finalità di garantire la sopravvivenza del traballante esecutivo rosso-giallo.

Oltretutto, probabilmente andrebbe cassata per estraneità di materia – e non sarebbe neanche il primo caso. Per dire, nell’altro Dl economico, il Decreto Liquidità, è stato inserito un emendamento prontamente ribattezzato salva-Davigo. Il riferimento è al membro del Csm che in ottobre, al compimento dei 70 anni, terminerebbe il proprio mandato come prevede la legge. il condizionale è d’obbligo perché, per l’appunto, un piccolo comma nel suddetto Dl aumenta di due anni l’età del pensionamento dei magistrati. Salvando così la poltrona del capo dell’icona antimafia Nino Di Matteo.

Lungi da noi pensar male della vicenda, benché «spesso ci si» azzecchi, come affermava il Divo Giulio Andreotti. Tuttavia, Piercamillo Davigo resta colui secondo il quale «non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non abbiamo ancora scoperto». Solo per dire che un po’ di prudenza in più, forse, non avrebbe guastato.

Il burocratese e i lauti compensi dei funzionari

Come si è detto, si spera che il Decreto Rilancio sia scritto meglio dei documenti precedenti. A cominciare dal famigerato Dpcm sui congiunti che ha fatto sbellicare mezza Italia e inorridire l’altra metà.

Non è, comunque, solo una questione di stile. Un recente studio sulle retribuzioni nella PA, infatti, ha evidenziato come il piccolo esercito di autori governativi guadagni mediamente circa il doppio degli operatori sanitari.

Più precisamente, il personale non dirigente di Palazzo Chigi ha uno stipendio annuo medio lordo di 56mila euro, contro i 33mila del personale del SSN. A livello dirigenziale, invece, i medici percepiscono un salario medio di 82mila euro lordi l’anno, laddove i funzionari presidenziali incassano 149mila euro.

Sia chiaro, tali emolumenti non sono ascrivibili (solo) all’attuale Governo Conte, ma in periodo di emergenza coronavirus lasciano ugualmente perplessi. Perché da un lato ci sono quanti salvano vite mettendo a rischio (e a volte perdendo) la propria, dall’altro quanti non sanno neppure consultare un vocabolario.

Ecco, pur prescindendo da derive demagogiche, non sarebbe male se stavolta ci venissero risparmiati simili eccessi di burocratese. Non foss’altro, per garantire che il Decreto Rilancio abbia almeno un effetto positivo sicuro: sulla lingua italiana.

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Economia

Economia e fase 2, ultimi nodi da sciogliere per il Premier Conte

Governo verso il Decreto Rilancio, tra l’impazienza delle Regioni, i distinguo di Italia Viva e anche le rassicurazioni sulle vacanze. Ma la questione più delicata resta il Mes

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su economia e fase 2. Il candidato consideri che:

a) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha ostentato in televisione la bozza del nuovo Decreto che al momento consta di 434 pagine. Visto lo spessore sia testuale che finanziario, lo chiameranno Decreto Harry Potter.

b) Sempre il Cancelliere dello Scacchiere Gualtieri ha twittato giulivo che «il Mes potrà offrire finanziamenti per il 2% del Pil a tasso quasi zero». Inoltre «non potranno essere introdotte condizioni aggiuntive». Vale a dire che i solidali euroburocrati si accontenteranno delle condizionalità già esistenti e di interessi che, seppur ridotti, non saranno nulli. Bontà loro.

c) «Comprendo l’esigenza delle Regioni di avere un quadro che consenta loro di avviare le riaperture differenziate e condivido l’esigenza di averlo in tempi brevi». Così il Ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia dopo le veementi proteste di vari Governatori che vogliono poter gestire economia e fase 2. Solo che, se i tempi sono quelli del Decreto aprile divenuto già maggio e poi chissà, le linee guida arriveranno, forse, per la fase 3.

Economia e fase 2, le questioni tangenziali

d) A proposito della (presunta) fase 3, col nuovo Decreto si potrà fare il bagno in mare soltanto nuotando. Che è il corrispettivo post-lockdown dell’avviso del Comune sardo per cui era possibile portare fuori il cane, ma «l’animale deve essere necessariamente in vita».

CORONAVIRUS ULTERIORI CHIARIMENTI CITTADINANZA Le passeggiate Non c’è il divieto di passeggiare, non è previsto il…

Pubblicato da Comune di Mamoiada su Sabato 14 marzo 2020

e) In riferimento ai capricci dei renziani, tra l’altro, sulla regolarizzazione di 600mila migranti (pare), il bi-Premier Giuseppe Conte ha fatto spallucce. «Italia Viva pone delle questioni, a volte, con particolare vivacità. Ma sono convinto che da questo confronto ripartiremo più forti e coesi». Tradotto dal politichese: quel che non ammazza, ingrassa.

f) Sempre Giuseppi ha espresso la sua gioia per il rilascio di Silvia Romano. Rilascio avvenuto grazie «ai nostri servizi di intelligence, al lavoro investigativo dell’autorità giudiziaria e alla costante attenzione» dei Ministri Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini. E a 4 milioni di buoni motivi.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “presa in giro” e analoghi vernacolari, l’ultima (in ordine cronologico) rassicurazione del Capo del Governo. Che ha affermato che non sarà un’estate in quarantena e andremo tutti in vacanza.

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Economia

Mes e Bce, nella “solidale” Europa tornano a volare gli stracci

Doppio attacco del “blocco del nord”: l’Olanda chiede di porre condizioni all’uso del Fondo salva-Stati, e la Corte Costituzionale tedesca mette nel mirino il Quantitative Easing. E per l’Italia, as usual, non sono buone notizie

Mirko Ciminiello

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Il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes)

Mes e Bce, nuovo atto. Poiché anche certe avversioni «fanno dei giri immensi e poi ritornano», anche le due vexate quaestiones si sono riprese prepotentemente la scena. E, ancora una volta, per l’Italia non ci sono buone notizie.

Mes e Bce, altro che solidarietà europea

Com’è ormai arcinoto, sulle misure economiche anti-coronavirus l’Europa è spaccata in due. Da un lato il blocco del Nord, ferreo sostenitore del rigore, dall’altro gli Stati del Sud che da sempre invocano maggiore solidarietà.

L’ultimo Consiglio Ue aprilino aveva trovato un compromesso nella formula del Mes senza condizionalità. Significava – o doveva significare – che i Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia avrebbero avuto la facoltà di attivare una linea di credito straordinaria. Una liquidità pari al 2% del Pil (che per l’Italia equivarrebbe a circa 37 miliardi), riservata esclusivamente alle spese sanitarie necessarie a combattere il Covid-19. E che, proprio per questo motivo, doveva essere libera dai pesantissimi vincoli (per gli amici, troika) che gravano su chi ricorre al Fondo salva-Stati.

Doveva, perché ora è spuntato un documento che il Ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra ha trasmesso al proprio Parlamento in vista dell’imminente Eurogruppo. Il testo esplicita l’intenzione dei tulipani di porre – tu guarda – una serie di condizioni per autorizzare la concessione degli aiuti contro il virus.

Condizioni nel Mes senza condizioni

Anzitutto, L’Aja vuole dagli eventuali Stati beneficiari la firma di un memorandum che li impegni a usare il finanziamento solo per l’esborso medico legato all’epidemia. Inoltre, chiede che la potenza di fuoco sia «disponibile solo per la durata della crisi Covid-19» e che le procedure «siano seguite in modo adeguato». Vale a dire, previa analisi sui rischi per la stabilità finanziaria, sulla sostenibilità del debito e sulle esigenze di finanziamento. Infine, la durata dei prestiti dovrebbe essere «inferiore rispetto ai precedenti programmi» del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Già, perché per l’Olanda si dovrebbe trattare sempre di prestiti, non degli auspicati trasferimenti a fondo perduto. Però, bontà loro, gli Oranje ritengono che i tassi d’interesse possano essere ridotti, purché restino superiori ai costi di finanziamento sostenuti sempre dal Mes.

In sostanza è il concretizzarsi, in tempi perfino più rapidi del previsto, dei timori espressi praticamente dall’intero arco costituzionale italiano. Cioè da tutti, meno i giulivi ingenuotti del Pd – cui poi si è accodato il M5S causa terrore di perdere le poltrone.

Noi stessi, in tempi non sospetti, avevamo definito inspiegabile l’esultanza del Governo rosso-giallo dopo le recenti riunioni comunitarie. Purtroppo o per fortuna, siamo stati buoni profeti.

L’Opa tedesca sulla Bce

Notoriamente, la legge di Murphy afferma che «se qualcosa può andar male, lo farà». Perciò, dato che il voltafaccia dei Paesi Bassi non era abbastanza, a far piovere sul bagnato ci ha pensato la Corte Costituzionale tedesca. La quale, sollecitata sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea a partire dal 2015, ha parzialmente accolto le “ragioni” dei ricorrenti.

Per i giudici di Karlsruhe, il programma di Quantitative Easing avviato dal rimpiantissimo Mario Draghi non si configura come finanziamento dei debiti pubblici statali. Tuttavia, ritengono che abbia deviato dal principio di proporzionalità, per esempio – guarda un po’ – nei confronti dell’Italia. La quale pesa per il 15,6% nel capitale della Bce, benché l’acquisto dei suoi titoli ammonti a oltre il 30% del totale. Ça va sans dire, il fatto che Berlino, a differenza di Roma, possa stampare moneta non è stato minimamente preso in considerazione.

C’è poi il piccolo dettaglio che, nel 2018, la Corte di Giustizia europea, interpellata proprio dalla Consulta teutonica, aveva sancito la legittimità delle azioni dell’istituto francofortese. Ora, però, gli stessi togati tedeschi hanno sprezzantemente rigettato la sentenza dei colleghi comunitari, accusandoli di un approccio metodologico inadeguato.

Diritto e rovescio

La reazione stizzita (eufemismo) di Bruxelles non si è fatta attendere. «Riaffermiamo il primato della legge europea e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le Corti nazionali». Così un portavoce della Commissione europea, ricordando che il diritto continentale è sovranazionale. Altrimenti, la giustizia comunitaria dovrebbe smetterla con le ingerenze – ma in tutti i Paesi membri, visto che la Germania non è più uguale degli altri.

Peraltro, i giudici federali di Karlsruhe hanno anche fatto insinuazioni (del tutto indimostrate) sull’utilità e l’impatto del QE. Che si riverberebbe sulla sopravvivenza di aziende, a loro dire, economicamente insostenibili.

Nient’altro che congetture, ma sufficienti, secondo la Corte teutonica, a dare alla Bce tre mesi di tempo per dimostrare che gli obiettivi di politica monetaria erano proporzionati. Curioso come proprio degli alfieri del diritto ignorino che l’onere della prova non spetta mai a chi si difende. A maggior ragione perché, in mancanza di questo (indebito) chiarimento, gli ermellini tedeschi potrebbero imporre alla Bundesbank di ritirarsi dai programmi della Bce. Una vera e propria Opa ostile sull’istituto di Francoforte.

Mes e Bce, verso un’Unione tedesca?

Una simile imposizione avrebbe effetti anzitutto sul programma principale della Banca Centrale Europea, l’acquisto dei bond sovrani. Ma si ripercuoterebbe anche sul piano di acquisti da 750 miliardi lanciato in risposta all’emergenza Covid-19.

L’Italia, come Francia e Spagna, potrebbe dunque avere molte difficoltà ad accedere a quel “bazooka” che ha salvato l’euro – e di cui c’è bisogno per debellare il coronavirus. E rischierebbe quindi di finire con tutte le scarpe nella brace del Fondo salva-Stati – che del resto penalizzerebbe anche i nostri vicini mediterranei. Questa, almeno, l’accusa rivolta dalla leader di FdI Giorgia Meloni alla cancelliera Angela Merkel.

Mes e Bce, quindi, come grimaldello dei Tedeschi, e a monte ciò che fa più specie è proprio la loro arroganza. Padronissimi, ci mancherebbe, di considerare l’Europa come una propria dépendance. Tuttavia, se l’Unione Europea dovesse esplicitamente trasformarsi in Unione teutonica, non si capisce perché l’Italia dovrebbe continuare a farne parte. E questo, a livello puramente economico, non converrebbe neppure alla Germania.

Lo sapremo presto. E altrettanto presto capiremo se c’è davvero un giudice a Berlino.

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Economia

Consiglio europeo, da Bruxelles l’ennesima beffa per l’Italia

Il Premier Conte ottiene un vago Recovery Fund e accetta il Mes light: la maggioranza incredibilmente festeggia, e i “bellicosi” grillini si preparano a perdere ancora una volta la faccia

Mirko Ciminiello

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Il Consiglio Europeo

Sì al Mes e ai suoi “fratelli”, così come a un genericissimo Recovery Fund: queste, in buona sostanza, le conclusioni di un Consiglio Europeo che si preannunciava epocale. Invece, come sempre, la montagna comunitaria ha partorito un topolino: che però ha fatto esultare – ben oltre il dovuto – la maggioranza rosso-gialla.

Gli esiti del Consiglio Europeo

I capi di Stato e di Governo europei hanno anzitutto dato il via al pacchetto di misure approvate dall’Eurogruppo, che dovrebbero essere operative entro giugno: il programma SURE per finanziare la cassa integrazione, il fondo di garanzia Bei per sostenere le imprese e, naturalmente, il Fondo salva-Stati.

Malgrado le dichiarazioni bellicose delle settimane precedenti, il bi-Premier Giuseppe Conte non ha posto il veto sul Meccanismo Europeo di Stabilità: in versione light, cioè senza condizionalità – ma per ora questa clausola resta al livello di un gentlemen’s agreement. Come infatti «ha ricordato la signora Merkel, per cambiare i trattati ci vogliono dei mesi» ha avvertito il leader leghista Matteo Salvini.

In compenso, l’ex Avvocato del popolo ha vista riconosciuta l’urgenza di varare il fantomatico “fondo per la ripresa”: il cui nome (rigorosamente in inglese) è uno dei pochissimi aspetti su cui si è trovato l’accordo.

Si sa che dovrà essere legato al settennale bilancio Ue, e che la Commissione Europea dovrà presentare una proposta entro il prossimo 6 maggio. Per il resto, rimangono indefinite la dotazione del fondo e le tempistiche, che difficilmente saranno quelle auspicate dal Governo italiano: il quale vorrebbe un meccanismo da almeno 1.500 miliardi attivo prima dell’estate.

Soprattutto, però, permangono le distanze sugli strumenti finanziari anti-crisi tra i Paesi del Sud Europa e il cosiddetto “blocco del Nord”: con quest’ultimo che insiste su un sistema di prestiti, laddove i primi premono per avere trasferimenti a fondo perduto.

«Ci sono sensibilità diverse ma sono ottimista» ha detto il presidente del Consiglio Ue, il belga Charles Michel: mentre la sua omologa della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen, ha assicurato la ricerca di un equilibrio.

Di fatto, come sempre, per ora l’impasse si è risolta non risolvendosi, vale a dire attraverso l’ennesimo comunicato vago e fumoso: che accenna solamente a un fondo di «magnitudo sufficiente» e «mirato ai settori e alle parti dell’Europa più colpite, dedicato a questa crisi senza precedenti».

Il nulla, as usual. Un nulla che però, sempre as usual, ha inspiegabilmente entusiasmato buona parte dei nostri rappresentanti.

Le reazioni della politica

Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha definito il Recovery Fund «un primo importante risultato», un’idea condivisa dal segretario dem Nicola Zingaretti: «I governi Ue hanno compreso l’importanza della proposta del Governo Conte per un fondo europeo a sostegno di famiglie e imprese. Quello che chiedevamo. L’Europa si sta muovendo».

Non sono stati gli unici ad accontentarsi del principio. Tra gli altri, anche il (recidivo) Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha twittato giulivo: «Il Consiglio Europeo riconosce che il Recovery Fund è “necessario e urgente” e deve avere risorse significative. Un successo per l’Italia e i paesi che hanno spinto per questa soluzione».

Non poteva poi mancare l’enfasi nel commento di Giuseppi: «Grandi progressi, impensabili fino a poche settimane fa». Forse però era Giuseppe 2 che si riferiva alle rassicurazioni di inizio aprile di Giuseppe 1: «Io ho una sola parola: la mia posizione e quella del Governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà».

Di fatto, comunque, si è trattato di un autoincensamento in tono minore, come non ha mancato di rimarcare la leader di FdI Giorgia Meloni: secondo cui il fatto che Conte «abbia liquidato in pochi minuti gli esiti di un appuntamento fondamentale» è indice «dell’ennesimo buco nell’acqua a livello europeo. Forse in fondo se ne vergogna anche lui».

Sulla stessa linea critica il Carroccio, con il Capitano che ha attaccato con l’abituale sobrietà quelli che ha bollato come «ladri di Futuro, di Democrazia, di Libertà». Il nodo del contendere è sempre il sì al Mes: che per il segretario della Lega resta «una drammatica ipoteca sul futuro dell’Italia», che già «delinea una dipendenza perenne da Berlino e Bruxelles».

Sul tema, però, Forza Italia ha preso le distanze dagli alleati di centro-destra – pur chiarendo che non darà un appoggio esterno all’esecutivo: per gli Azzurri, infatti, bisogna almeno valutare la possibilità di ricorrere a un Fondo salva-Stati privi di vincoli per le spese sanitarie.

Curiosamente, sono le stesse parole usate da più di un esponente grillino, a partire dal capo politico Vito Crimi: secondo cui «non possiamo non valutare la situazione in cui non ci sono condizionalità, ci mancherebbe».

Poi ha anche precisato di non essere certo «che nessuno dopo due-tre anni venga a commissariare il Paese»: ma è sembrata più un’excusatio non petita a uso della fronda interna di irriducibili (tipo Dibba) che del Fondo salva-Stati non ne vogliono proprio sapere.

Perché, di fatto, il M5S è l’unica forza politica ad aver fatto della lotta al Meccanismo Europeo di Stabilità una bandiera: che però ha già iniziato ad ammainare, votando contro l’Odg di Fratelli d’Italia che impegnava il BisConte a «non utilizzare in alcun caso il Mes». Votazione in cui, però, si sono registrate le prime defezioni.

Se, insomma, il Partito Democratico segue pedissequamente il Presidente del Consiglio, il MoVimento è ancora sballottato tra ideologia e realtà: ed è evidente che una spaccatura nella maggioranza ha (almeno potenzialmente) effetti più dirompenti rispetto a una frattura tra le opposizioni.

Al dunque – cioè, in Parlamento – qualcuno dovrà perdere la faccia. Ed è più probabile che a essere scottato sarà chi ne ha fatto una questione di principio: e che ha dimostrato, con buona pace delle battaglie anti-casta, che per conservare il potere è disposto a ingoiare qualsiasi rospo.

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Economia

Economia, la von der Leyen si scusa: “Ora la Ue cambi atteggiamento”

Mea culpa della presidente della Commissione Europea: “Ci è voluto troppo per capire che dobbiamo proteggerci a vicenda”. Bene, ma adesso l’Italia si attende i fatti

Mirko Ciminiello

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La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen

«È vero che molti erano assenti quando l’Italia ha avuto bisogno di aiuto all’inizio di questa pandemia. Ed è vero, l’Ue ora deve presentare una scusa sentita all’Italia, e lo fa. Ma le scuse valgono solo se si cambia comportamento».

Testo e musica di Ursula von der Leyen, che in un colpo solo ha messo a nudo tutte le inadeguatezze di Bruxelles nella gestione dell’emergenza coronavirus. «C’è voluto molto tempo perché tutti capissero che dobbiamo proteggerci a vicenda» ha ammesso la presidente della Commissione Europea, e «sappiamo che dovrà essere fatto molto di più».

Fatti, appunto, non (più) parole. Perché l’ammenda di uno dei membri più rappresentativi dell’Europa è certamente una buona notizia, ma non può restare lettera morta: né, tantomeno, concretizzarsi in tempi astronomici.

Questo, naturalmente, vale anzitutto per le due misure di cui maggiormente si dibatte al momento, il Mes e i coronabond, ma anche per quelle “ancillari” (escluso, forse, il solo programma SURE per finanziare la cassa integrazione). Si sta dando per scontato, per esempio, l’uso dei 25 miliardi del fondo di garanzia Bei per far respirare le imprese, ma la realtà è che per ora quella della Banca Europea per gli Investimenti è soltanto una proposta, anche se va nella giusta direzione.

Peraltro, le obbligazioni della Bei sono attualmente quanto di più vicino si abbia agli eurobond, considerando che sono sovvenzionate da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e mirano a sostenere le attività comunitarie. In modo simile, quelli che il bi-Premier Giuseppe Conte preferisce chiamare European Recovery Bond e che in Francia hanno ribattezzato Recovery Fund servirebbero a fare debito pubblico comune europeo per il solo esborso legato alla crisi da Covid-19 – e a dimostrare, per eterogenesi dei fini, che l’eurocarrozzone ha anche un volto umano e solidale che finora ha tenuto accuratamente nascosto.

Un cambio di rotta, almeno nelle intenzioni, lo ha annunciato anche la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, tornata attiva dopo la disastrosa conferenza stampa che a inizio marzo aveva mandato a picco le Borse di tutto il mondo e innalzato in modo inversamente proporzionale lo spread. «Il consiglio direttivo della Bce è impegnato a fare qualunque cosa necessaria, nel suo mandato, per aiutare l’Eurozona a uscire da questa crisi» ha assicurato la pupilla di Nicolas Sarkozy. Non sarà il whatever it takes del rimpiantissimo Mario Draghi, ma si spera possa avere effetti quantomeno analoghi.

Dulcis in fundo, c’è il Fondo salva-Stati che tante polemiche e tante divisioni sta creando tra le forze politiche nostrane. Sgomberando il campo da equivoci, chiariamo subito che non è stato attivato, né sarebbe potuto esserlo: l’Eurogruppo da cui è uscito tanto giubilante il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, infatti, non ha potere decisionale, ma solo di indirizzo: infatti in un secondo tempo il nostro Cancelliere dello Scacchiere ha corretto il tiro, vantandosi solo di aver messo sul tavolo i bond europei e tolte le condizionalità del Meccanismo Europeo di Stabilità.

In realtà, cosa avesse da autoincensarsi non si è ancora capito, considerato che il Mes light riguarderebbe solo le spese sanitarie (e non, per esempio, gli interventi a sostegno dell’economia, che resterebbero a rischio Troika); e, soprattutto, che l’eventuale scelta di adottare questo provvedimento spetta al Consiglio Europeo (possibilmente, nella prossima seduta del 23 aprile), che dovrebbe deliberare all’unanimità per poi aspettare la ratifica di tutti i Parlamenti di ogni singolo Stato membro. Dum herba crescit equus moritur.

Se queste sono le tempistiche, infatti, tanto varrebbe utilizzare direttamente il Bilancio settennale dell’Unione, come vorrebbe la von der Leyen che lo immagina come perno di una sorta di “Piano Marshall” comunitario «per investimenti massicci che servono per far ripartire la nostra economia e il mercato interno dopo il coronavirus». Il Mes, infatti, non sarebbe in ogni caso utilizzabile a breve. Però, di questo passo, magari sarà pronto per la prossima epidemia.

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Economia

Economia, ecco come il Mes crea nuove (e insolite) alleanze politiche

Torna l’asse giallo-verde, con M5S e Lega contrari (con FdI) all’uso del Fondo salva-Stati, mentre il Pd è favorevole, come Iv e FI. E il Premier Conte corregge il tiro: “L’ultima parola spetta al Parlamento”

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Proprio come certi amori, anche certi argomenti «non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano». Un caso tipico, se non prototipico è quello del Mes, il Fondo europeo salva-Stati che negli ultimi mesi ha agitato i dibattiti – e i sonni degli addetti ai lavori.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità ha infatti una curiosa proprietà simil-democristiana: ogni volta che sembra sparire – per lo meno dalle pagine dei quotidiani e dai servizi dei telegiornali – trova sempre il modo di riaffacciarsi. E, come uno spiritello dispettoso, riprende a divertirsi scatenando il caos.

Dopo la breve pausa pasquale, l’ultimo casus belli riguarda la possibilità di utilizzarlo per fronteggiare l’emergenza coronavirus, possibilità sostenuta con forza dal Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dopo il via libera dell’Eurogruppo al suo impiego privo di condizionalità – ma rigettata senza appello dal bi-Premier Giuseppe Conte (o almeno da Giuseppe 1, mentre Giuseppe 2 ha leggermente corretto il tiro, ricordandosi che è al Parlamento che «spetterà l’ultima parola»).

Già questa frattura intergovernativa dà l’idea di ciò che questo strumento può provocare. Ma stavolta è andato oltre, frantumando letteralmente tutti gli schieramenti politici.

All’interno dell’esecutivo rosso-giallo, infatti, il M5S è sulle stesse posizioni del fu Avvocato del popolo, tanto che l’ex leader pentastellato Luigi Di Maio ha citato proprio le sue parole, liquidando il Mes come «uno strumento antiquato». A fare da contraltare ci sono invece Pd e Iv, decisamente più inclini a servirsi della linea di credito europea.

«Se esisterà la possibilità, senza condizionalità e rispettando la sovranità italiana, di avere dei miliardi a sostegno della sanità, se ci saranno queste condizioni, io credo che dovremo prendere queste risorse» ha infatti affermato il segretario dem Nicola Zingaretti. Ancora più deciso è stato il leader di Italia Viva Matteo Renzi: «L’Europa sta dando una grande mano all’Italia», e «il Mes senza condizionalità va usato di corsa, piaccia o non piaccia ai populisti di maggioranza e opposizione».

Il velatissimo riferimento era ai grillini, il cui capo politico Vito Crimi, non gradendo, ha ammonito gli alleati a non tirare troppo la corda: «L’Italia non farà mai ricorso al Mes: noi Cinque Stelle non potremo mai accettarlo» perché «il Mes senza condizionalità non esiste». Crimi ha fatto anche capire che il sì al meccanismo salva-Stati potrebbe mettere a rischio la tenuta del Governo, aggiungendo che «serve che il Pd chiarisca al Paese perché ha cambiato posizione».

Il nodo in realtà è sempre lo stesso, quei vincoli che secondo il Partito Democratico (e affini) sono stati rimossi, laddove secondo il MoVimento potrebbero ripresentarsi in un secondo momento, ipotecando il futuro degli Italiani. Curiosamente, questa linea è appoggiata anche dalla Lega (e da FdI) in un’insolita riedizione dell’asse giallo-verde, mentre sul tema specifico Forza Italia è schierata con la sinistra, a conferma dello sbriciolamento di tutte le coalizioni.

«Ci interessa» ha infatti dichiarato il leader di FI Silvio Berlusconi, «che Conte non commetta gli errori che sta facendo: per esempio quello clamoroso di dire all’Europa sul Mes “faremo da soli” e rinunciare così ad utilizzare i circa 36 miliardi che potremmo ottenere, senza condizioni, ovviamente dal Mes per consolidare il nostro sistema sanitario».

Il segretario del Carroccio Matteo Salvini ha replicato facendo spallucce: il Meccanismo Europeo di Stabilità «non è una questione di tifoserie, non è un derby Milan-Inter. Non esiste un Mes senza condizioni: Berlusconi o Prodi possono dire quello che vogliono ma il Mes è stato istituito da un trattato, basta leggerlo. Se uno chiede mille miliardi di euro li deve restituire e il problema sono le condizionalità. Se accedi, questo fondo ti potrà chiedere tagli alle pensioni».

In effetti, anche il padre nobile del Partito Democratico, Romano Prodi, si è detto favorevole all’uso del Mes, suscitando la sferzante replica del deputato leghista Claudio Borghi: «Direi che questo chiude il dibattito».

Almeno finché il Fondo salva-Stati non irromperà nuovamente sulla scena politico-economica. Al prossimo Mes, insomma.

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Economia

Economia, dall’Eurogruppo l’ennesima beffa sulle misure anti-coronavirus

Sì al Mes “senza condizioni”, no ai coronabond: passa la linea di Germania e Olanda, ma il Ministro Gualtieri esulta, facendosi sconfessare anche dal Premier Conte: “Non firmerò niente”

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

In piena notte, dopo due giorni (non consecutivi) di trattative serrate, è arrivato l’annuncio: fumata bianca, l’Eurogruppo ha raggiunto l’accordo sul pacchetto di misure economiche pensate per contrastare l’emergenza Covid-19.

«Senza precedenti» le ha definite il Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni, cui si è accodato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: «Messi sul tavolo i bond europei, tolte dal tavolo le condizionalità del Mes». Dulcis in fundo, ha cantato vittoria anche il Presidente dell’Europarlamento David Sassoli, per cui «abbiamo avuto ragione ad avere fiducia nell’Europa». A ennesima conferma che il Pd o non riesce proprio a capire, o come minimo è insensibile al futuro dell’Italia.

Perché i coronabond saranno anche stati messi sul tavolo, ma nel testo approvato non se ne fa mai menzione – anche se secondo i nostri ingenui rappresentanti potrebbero rientrare di straforo mediante un generico Recovery Plan da foraggiare con non meglio specificati «strumenti finanziari innovativi». Al contrario, fa bella mostra di sé, accanto al fondo di garanzia Bei da 25 miliardi per sostenere la liquidità delle imprese e al programma Sure da 100 miliardi per alimentare la cassa integrazione, il Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero il famigerato fondo salva-Stati.

Dal quale «è stata eliminata ogni condizionalità» ha esultato il nostro Cancelliere dello Scacchiere: «per cui per i Paesi che lo vorranno ci sarà un’altra linea di liquidità pari al 2% del Pil, attivabile senza condizioni», che per l’Italia corrisponderebbe a circa 35 miliardi.

Insomma, dopo un giorno segnato dal (presunto) strappo della Francia, che aveva denunciato che l’intesa era bloccata «dalla sola Olanda», la cui posizione aveva bollato come «controproducente» e «incomprensibile», alla fine a trionfare su tutta la linea è stato il cosiddetto “blocco del Nord”: capitanato, ça va sans dire, dai grandi tessitori della Germania.

«Abbiamo raggiunto un buon risultato all’Eurogruppo. Abbiamo trovato un accordo sensato per i Paesi Bassi e per l’Europa, per far fronte alle conseguenza del coronavirus» ha gongolato, non a caso, il Ministro delle Finanze de L’Aja, Wopke Hoekstra. Già solo questo avrebbe dovuto far capire al titolare del Mef e a tutti i suoi compagni di partito che per il Belpaese non c’era proprio nulla da festeggiare.

Glielo hanno comunque fatto notare tutte le forze politiche che tradizionalmente si oppongono all’uso del fondo salva-Stati: che – attenzione – non si trovano solo tra le opposizioni, da cui sono comunque piovuti commenti durissimi, con la presidente di Fdi Giorgia Meloni che ha parlato di «atto di alto tradimento», laddove il segretario leghista Matteo Salvini ha evocato la disfatta di Caporetto e annunciato una mozione di sfiducia contro Gualtieri.

Sul piede di guerra, però, c’era anche (e, nel caso specifico, soprattutto) il Movimento Cinque Stelle, da sempre strenuo oppositore di uno strumento ritenuto inadeguato ad affrontare la crisi. «Noi non accettiamo il Mes perché in ogni caso le condizioni ci saranno. Il testo dice di no ma il Trattato dice di sì» ha tagliato corto il capo politico pentastellato Vito Crimi, aggiungendo che «non è stato firmato o attivato nessun Mes e non lo faremo».

Uno scenario che rendeva ancora meno comprensibile l’entusiasmo di Gualtieri che, sentendo vacillare il suo castello di carte, ha corretto lievemente il tiro: dichiarando che «è stato un ottimo primo tempo, naturalmente adesso dobbiamo vincere la partita al Consiglio Europeo».

Nel frattempo, però, fonti di via XX Settembre avevano chiarito che «l’Italia non ha deciso di fare ricorso al Mes». Stesso concetto espresso da Crimi, che ha affermato che era «stata solo fatta una proposta» all’Eurogruppo, aggiungendo che «M5S continua a sostenere la linea di sempre, che è anche la linea del Governo più volte rivendicata dal presidente Conte: sì Eurobond, no Mes».

E proprio dal bi-Premier Giuseppe Conte è arrivata l’atomica finale. «Io non firmerò finché non avrò un ventaglio di strumenti adeguato. Sono convinto che con la forza della ragione riusciremo alla fine a convincere tutti di un percorso che consenta a tutta l’Europa di ripartire».

Ironicamente, un ragionamento analogo lo aveva espresso il suo più che sconfessato Ministro dell’Economia, che si era detto fiducioso che «in Europa prevarrà la posizione che l’Italia sta coraggiosamente sostenendo».

L’Eurogruppo, in realtà, era andato nella direzione opposta, malgrado la prospettiva italiana fosse condivisa dalla maggior parte dei Paesi membri della Ue. Capita, quando si ha bisogno dell’unanimità e si è, per così dire, maggiormente inclini al compromesso.

In effetti, la genuflessione di Gualtieri nonostante l’apparente posizione di forza ricorda un episodio di The Big Bang Theory in cui Penny non capiva come mai i quattro protagonisti della sit-com avessero deciso di recarsi a San Francisco in treno anziché in aereo. «Abbiamo votato», le aveva spiegato il co-protagonista Leonard Hofstadter, «tre di noi hanno votato per l’aereo, Sheldon per il treno, quindi… prendiamo il treno».

C’è infatti chi, come l’Olanda e la Germania, mostra di avere grandi affinità con il personaggio di Sheldon Cooper. E, almeno nel caso specifico, non è affatto un complimento.

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Economia

Coronavirus, così l’egoismo ucciderà la “solidale” Ue

I rigoristi nordici continuano a opporsi agli eurobond, e ora perfino la Francia si schiera con l’Italia: “Senza fondo per mutualizzare il debito, non ci sarà nessun accordo”

Mirko Ciminiello

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Il Presidente Mattarella. Foto dal sito del Quirinale

Per la terza volta in neanche un mese, il solitamente compassatissimo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è tornato a bacchettare l’Unione Europea. Per l’occasione ha inserito il rimprovero all’interno della dichiarazione per la settantesima Giornata della Salute, il che non solo non toglie nulla alla forza del suo messaggio, ma dà anche un’ulteriore misura di quanto la pazienza italiana stia per finire.

«La valenza universale del diritto alla salute» ha ricordato il Capo dello Stato, «ci chiama a un impegno, a una corresponsabilità di carattere globale, mettendo da parte egoismi nazionali e privilegi di sorta al fine di dare alla cooperazione mondiale un impulso di grande forza per ciò che riguarda le cure, la ricerca, lo scambio di informazioni, la fornitura di strumenti capaci di salvare vite umane».

Parole sagge, che però si scontrano una volta di più con la pervicacia del “blocco del Nord” guidato dalla Germania: il cui concetto di solidarietà continua a dimostrarsi, come minimo, molto particolare, perfino in una circostanza eccezionale come la pandemia di coronavirus.

Stavolta, però, potrebbe esserci una novità in arrivo direttamente dall’Eliseo: da dove Emmanuel Macron, proprio alla vigilia dell’Eurogruppo, ha di fatto spezzato nuovamente e fragorosamente l’asse franco-tedesco, facendo sapere alla Cancelliera Angela Merkel che, se nel pacchetto iniziale Ue non sarà presente un Fondo europeo temporaneo ed eccezionale per mutualizzare i debiti, «non daremo l’assenso al pacchetto globale» su cui proprio Parigi e Berlino sembravano aver trovato un’intesa.

Si tratta di una misura che Oltralpe chiamano Recovery Fund (Fondo per la ripresa), ma che in sostanza ricalca il modello dei coronabond – o European Recovery Bond – caldeggiati dal bi-Premier Giuseppe Conte in una lettera che era stata firmata anche da Monsieur le Président. Uno strumento concepito per consentire agli Stati più colpiti dall’emergenza Covid-19 di mettere in campo tutte le risorse economiche necessarie a superare la crisi, senza doversi preoccupare dell’aumento del debito pubblico: quello dovuto all’esborso sanitario (e solo quello) verrebbe infatti ripartito tra tutti i Paesi membri della Ue.

Come noto, è su questo aspetto che il tanto sbandierato altruismo comunitario torna ad assumere la consistenza di una piuma al vento, e infatti era stato escluso dalla bozza di accordo gallo-teutonico che Giuseppi aveva liquidato come non «all’altezza del compito che la Storia ci ha assegnato». Si era appena quattro giorni prima dell’ultima (in ordine cronologico) giravolta transalpina, il che non fa certo apparire i nostri “cugini” come i più affidabili degli alleati. Ci si può però fidare, senza ombra di dubbio, del fatto che perseguiranno i propri interessi, che occasionalmente coincidono con quelli italici.

Tutte le proposte, in ogni caso, restano in campo, comprese quelle della novella Entente cordiale (in salsa prussiana anziché britannica), comprendenti il Mes “light”, le garanzie della Bei e il programma “Sure”. Il primo è il famigerato Fondo europeo salva-Stati che però andrebbe utilizzato senza le condizioni (non essere in procedura d’infrazione; vantare un deficit inferiore al 3% da almeno due anni; avere un rapporto debito/PIL sotto il 60%) che condannerebbero l’Italia all’austerità sotto il controllo della famigerata Troika – Commissione Europea, Bce e Fmi – che ha già devastato l’economia della Grecia.

Tuttavia, per modificare un Trattato internazionale come quello che ha istituito il Meccanismo Europeo di Stabilità occorre l’unanimità tra tutti i Capi di Stato e di Governo europei e la successiva ratifica dei Parlamenti nazionali. Senza contare che lo stesso esecutivo rosso-giallo è diviso sull’uso di questo strumento, con il M5S che non ne vuole neppure sentir parlare – esattamente come le opposizioni, che non si fidano della parola di Bruxelles.

Poi c’è la Banca Europea per gli Investimenti, che ha suggerito di istituire un fondo di garanzia da 25 miliardi di euro per supportare le imprese comunitarie, offrendo loro liquidità per effettuare investimenti fino a circa 200 miliardi. Infine c’è “Sure” (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), l’iniziativa della Commissione Ue per sostenere il lavoro attraverso il finanziamento di ammortizzatori sociali come la cassa integrazione.

Senza dimenticare il bazooka da 750 miliardi messo in campo dalla Banca Centrale Europea sotto forma di acquisto dei bond sovrani (i titoli di Stato nazionali): mossa quasi obbligata dopo la tremenda gaffe della presidente Christine Lagarde che, affermando che «non siamo qui per ridurre gli spread», aveva fatto crollare le Borse di tutto il mondo.

Sullo sfondo resta anche l’idea della presidente Ursula von der Leyen di adattare il (settennale) bilancio europeo alla crisi, onde trasformarlo in un “piano Marshall” comunitario. Anche in questo caso, però, la strada di un accordo è fortemente in salita, in quanto il “blocco del Sud” pensa a un meccanismo per emettere debito comune europeo, laddove i rigoristi nordici non intendono garantire per gli altri membri dell’Unione.

Padronissimi, anche di continuare a prendere in giro la culla della civiltà occidentale, la patria del diritto, lo scrigno dell’arte continentale. Purché siano consapevoli che la loro narcisistica albagia non piegherà certo l’Italia (perché gli Italiani si rialzano, sempre): ma di sicuro ucciderà l’Europa.

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Economia

Coronavirus, ora dalla Ue il Premier Conte pretende i fatti

Il Capo del Governo risponde alla lettera della von der Leyen: “Idee non all’altezza dell’Europa, senza solidarietà fallisce il sogno comunitario”

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte. Foto dal sito del Governo

Adesso basta. Basta chiacchiere, basta promesse, basta proclami. È arrivato il momento di passare ai fatti, perché il coronavirus non si può sconfiggere con pur belle parole o con una solidarietà soltanto evocata.

Sembra averlo capito anche il bi-Premier Giuseppe Conte, che dalle pagine di Repubblica ha risposto alla lettera apparsa sullo stesso giornale a firma Ursula von der Leyen. Potius sero quam numquam, considerato che una delle principali critiche rivolte al fu Avvocato del popolo è proprio l’eccessiva arrendevolezza di fronte alle istituzioni comunitarie.

«Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia. Purtroppo non è stato sempre così» aveva riconosciuto la presidente della Commissione europea, le cui scuse comunque campeggiavano soltanto nel titolo del quotidiano romano.

Giuseppi ha in ogni caso apprezzato il tentativo di distensione, ma al tempo stesso non ha rinunciato a qualche stoccata. «Quando si combatte una guerra, è obbligatorio sostenere tutti gli sforzi necessari per vincere e dotarsi di tutti gli strumenti che servono per avviare la ricostruzione» ha ammonito, facendo presente, in riferimento alla prossima seduta del Consiglio europeo, che «alcune anticipazioni dei lavori tecnici che ho potuto visionare non sembrano affatto all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato».

Il nodo è sempre lo stesso, quello dell’esborso economico richiesto per debellare una volta per tutte il Covid-19. Bruxelles ha appena lanciato il piano “SURE” (Support to mitigate unemployment risks in emergency), un fondo da 100 miliardi di euro pensato per aiutare i Governi nazionali a «finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile». Un’iniziativa che va nella giusta direzione, ma certamente insufficiente, se si pensa che di miliardi gli Stati Uniti ne hanno mobilitati 2.000 (di dollari), e la Germania 550.

Già, la Germania. Nonostante i buoni propositi della von der Leyen, Berlino è ancora arroccata sulle sue egoistiche posizioni, al punto che la Cancelliera Angela Merkel avrebbe ribadito che alla fine «faremo uso del Mes», il Fondo europeo salva-Stati che, malgrado il nome, causerebbe la devastazione delle finanze nostrane.

Probabilmente è a questo meccanismo che si riferiva il BisConte quando ha stigmatizzato l’insistenza nel voler ricorrere «a strumenti che appaiono totalmente inadeguati». Il Capo del Governo è piuttosto tornato a sollecitare l’adozione di mezzi innovativi come gli European Recovery Bond, per gli amici coronabond: dei titoli di Stato europei che consentirebbero di dividere tra tutti gli Stati membri dell’Unione il debito pubblico generato dalle sole spese dovute all’emergenza coronavirus.

«Questi titoli non sono in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei nostri Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni Paesi abbiano a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri» ha spiegato ancora una volta il Presidente del Consiglio ai pertinaci e recalcitranti scettici teutonici.

«È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio» ha quindi esortato Conte. Ma, soprattutto, è l’ora della concretezza, da ottenere, se necessario, anche alzando la voce e battendo i pugni sul tavolo della Ue. Perché, come hanno avvertito in tanti in questi giorni, nessuno si salva da solo. E l’alternativa è che l’atavico tafazzismo mitteleuropeo porti a ricordare il 2020 «come l’anno del fallimento del sogno europeo».

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