Deepfake, social e trading fasullo: la truffa dei volti noti diventa un caso nazionale

La frode usa nomi famosi, annunci sponsorizzati e piattaforme che cambiano volto ogni giorno. Non colpisce solo i risparmi, ma anche i dati personali
Di Simone Fabi
Milena Gabanelli, Enrico Mentana, La7
Milena Gabanelli, Enrico Mentana

Non è più la classica truffa online riconoscibile al primo sguardo. Oggi il raggiro si presenta con la faccia di personaggi pubblici, con articoli che imitano perfettamente il linguaggio dell’informazione e con una filiera tecnica capace di cambiare nome, dominio e piattaforma nel giro di poche ore. Per questo il caso raccontato da Milena Gabanelli e Simona Ravizza e pubblicato dal Corriere della Sera, non riguarda solo una serie di episodi isolati: fotografa un modello industriale della frode che in Italia colpisce risparmiatori, reputazioni e fiducia pubblica.

Il meccanismo della frode finanziaria costruita con l’identità altrui

Secondo l’inchiesta pubblicata il 20 aprile 2026, la sequenza è ormai collaudata. Tutto parte da un’inserzione sponsorizzata su Facebook o Instagram. Il post usa il nome di una figura conosciuta, spesso associata a ruoli istituzionali, economici o giornalistici, e spinge l’utente a cliccare. Si apre così una pagina che riproduce la veste grafica di una testata autorevole e racconta una vicenda mai accaduta: un’intervista televisiva inventata, una rivelazione sensazionale, la promessa di rendimenti fuori scala grazie a una piattaforma d’investimento.

Il risultato è una miscela molto efficace. Da una parte c’è la credibilità dell’immagine rubata. Dall’altra c’è la grammatica dell’informazione piegata a fini fraudolenti. In mezzo c’è l’utente, che non percepisce di trovarsi già dentro un funnel commerciale illegale.

Dalla registrazione ai 250 euro: la soglia che apre il varco

Una volta atterrato sulla piattaforma, l’utente compila un modulo con dati anagrafici e recapiti. Poco dopo riceve una telefonata da un call center che presenta l’operazione come un investimento semplice, liquido e ad alta resa. Il primo versamento richiesto è in genere di 250 euro. Una cifra non casuale: abbastanza bassa da sembrare sostenibile, abbastanza alta da rendere profittevole il modello quando viene replicato su larga scala.

Secondo quanto ricostruito, i nomi delle piattaforme mutano con continuità e vengono generati in modo da apparire credibili. È una tattica che risponde a un’esigenza precisa: frammentare il tracciamento, evitare sedimentazione, spostare l’attenzione ogni volta su un nuovo marchio. Nel frattempo, all’utente viene mostrata una piattaforma di trading fittizia in cui il capitale appare in crescita giorno dopo giorno. L’aumento dei numeri a schermo serve a indurre nuovi versamenti e a creare un rapporto di dipendenza psicologica dal presunto investimento.

Il secondo furto: identità, documenti, profili riutilizzabili

L’aspetto economico è solo una parte del danno. Secondo l’inchiesta, dopo il primo bonifico vengono richiesti la ricevuta e un documento di identità firmato. Questa acquisizione di materiale personale apre un fronte ancora più delicato. I dati possono essere riusati, combinati, archiviati dentro reti di frode più ampie. In altre parole, chi cade nell’inganno rischia di perdere denaro oggi e di restare esposto domani a ulteriori operazioni illecite.

L’impiego dell’intelligenza artificiale rende tutto ancora più rapido. Non solo consente di generare testi verosimili e foto di referenti inesistenti, ma permette di produrre in serie volti sintetici, pagine credibili, varianti di annunci, piattaforme con nomi sempre nuovi. È la scalabilità il tratto che distingue questa stagione della truffa digitale da quella precedente. L’industria dell’inganno non ha più bisogno di raffazzonare contenuti. Può industrializzare la persuasione.

La questione Meta e il perimetro della responsabilità

Nel caso italiano, gli annunci sponsorizzati passano soprattutto da Facebook e Instagram. Questo sposta il discorso dal solo profilo penale al terreno della responsabilità delle piattaforme pubblicitarie. Meta dispone di policy dedicate ai servizi finanziari e, in determinati mercati o contesti, richiede autorizzazione e verifica degli inserzionisti. Tuttavia la persistenza di campagne ingannevoli che sfruttano marchi registrati e identità di personalità pubbliche mostra un’evidente distanza fra regole dichiarate e risultato concreto.

Il problema non riguarda soltanto l’Italia. Il 6 aprile 2026 il procuratore generale della Pennsylvania ha invitato apertamente i cittadini a diffidare delle truffe d’investimento diffuse su Facebook, Instagram e WhatsApp, sottolineando l’uso di deepfake e di video manipolati. Anche altre inchieste internazionali hanno segnalato le difficoltà di Meta nel bloccare annunci finanziari illegali o fraudolenti, nonostante gli impegni assunti in passato.

Questo elemento cambia il quadro: non siamo davanti a singoli contenuti che sfuggono per caso ai controlli, ma a un ecosistema in cui la pubblicità fraudolenta riesce a trovare spazio, distribuzione e monetizzazione.

Perché la vicenda riguarda politica, economia e informazione

L’uso illecito dei volti noti produce almeno tre effetti pubblici. Il primo è economico: colpisce cittadini che vengono attirati da false opportunità in un tempo segnato da incertezza, inflazione percepita e ricerca di rendimenti rapidi. Il secondo è istituzionale: coinvolge nomi che appartengono alla sfera della politica, della diplomazia, del giornalismo e della cultura, trasformandoli in veicoli involontari di una frode. Il terzo è informativo: imitando testate e linguaggi del giornalismo, la truffa mina il riconoscimento del vero e sporca lo spazio della notizia.

È qui che il caso assume un rilievo nazionale. Non riguarda solo chi cade nel raggiro, ma il modo in cui si costruisce oggi l’autorevolezza online. Se un falso articolo può somigliare in tutto e per tutto a un contenuto reale, se un volto può essere riciclato come testimonial di un investimento inesistente, allora la linea che separa informazione, pubblicità e manipolazione si fa molto più sottile.

Come difendersi dalle truffe online

La regola pratica resta elementare: diffidare sempre di chi promette guadagni elevati facendo leva su un nome famoso o su una presunta intervista sensazionale. Ma a livello sistemico serve di più. Servono controlli preventivi realmente efficaci sugli annunci finanziari, rimozioni più rapide, tracciabilità degli inserzionisti, protezioni maggiori per chi subisce furti di immagine e strumenti immediati per chi segnala.

La truffa contemporanea non si limita a sottrarre denaro. Compra attenzione, sfrutta reputazioni, cattura dati e poi si rimette in moto con un altro nome, un altro annuncio, un’altra faccia credibile. È questa la sua forza. Ed è proprio per questo che non può più essere trattata come una semplice insidia della rete, ma come un problema strutturale del nostro spazio pubblico digitale.

 
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