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Politica

Decreto Semplificazioni, un provvedimento salvo intese (come il Governo)

Il Premier Conte illustra un provvedimento di cui non esiste ancora il testo. È la solita politica degli annunci, mentre persistono le polemiche interne all’esecutivo

Mirko Ciminiello

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conte firma il decreto semplificazioni
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo a proposito del Decreto Semplificazioni illustrato con l’usuale sobrietà dal bi-Premier Giuseppe Conte. Il candidato consideri che:

a) Il fu Avvocato del popolo ha presentato «un Decreto che semplifica, velocizza, digitalizza, sblocca una volta per tutte i cantieri e gli appalti». In appena 96 pagine.

b) Giuseppi, che aveva più volte definito il Dl «la madre di tutte le riforme», ha parlato di una gestazione «sofferta» e di «un risultato clamoroso». Quindi, forse in realtà il provvedimento è il figlio di tutte le riforme.

c) Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Decreto Semplificazioni “salvo intese”. La sintesi perfetta dell’azione del Signor Frattanto.

d) Il Dl è stato approvato all’alba. Visto che «questo Governo non lavora col favore delle tenebre» – ma evidentemente prende i Ministri per stanchezza.

L’ombra del M5S sul Decreto Semplificazioni

e) Sulla scia delle polemiche sul nuovo ponte di Genova, il BisConte ha azzardato un paragone tra il Decreto Semplificazioni e «una strada a scorrimento veloce». Aggiungendo che «l’Italia deve correrema alziamo anche gli autovelox: non vogliamo offrire spazio ad appetiti criminali». Ci sono già quelli dei partiti.

f) Il Presidente del Consiglio ha annunciato l’intenzione di «fermare la paura della firma» da parte dei funzionari pubblici che temono il reato di abuso d’ufficio. Al contempo, ha spiegato che tale reato non sarà abolito, bensì circoscritto – per favorire i sindaci grillini Virginia Raggi e Chiara Appendino, ha malignato Italia Viva. E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, illustri il candidato se il Decreto Semplificazioni esprima nel modo migliore lo spirito di quello che è di fatto un Governo “salvo intese”.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Verbali del Cts, Conte: “Li pubblichiamo, nulla da nascondere”

Il Premier spavaldo, anche se non entra nel merito delle contestazioni. Nella “sua” Puglia tocca comunque varie tematiche, dall’immigrazione al ponte sullo stretto di Messina, dal taglio dei parlamentari al Recovery Fund

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo sugli ormai famigerati verbali del Cts… e oltre. Il candidato consideri che, durante un evento occorso nella sua Puglia, un bi-Premier Giuseppe Conte insolitamente loquace ha dichiarato che:

a) Proprio sui verbali del Cts, «io sto ai fatti. A noi il 5 (marzo, ndr) sembrava già che la curva del contagio stesse scappando di mano. Il ministro Speranza in quel momento chiese ragioni di una misura solo per quei due Comuni (Alzano e Nembro, ndr). Ne nasce un parere del 5 sera, tardi». Prima che la situazione precipitasse e suggerisse l’opportunità di un lockdown su scala nazionale. E andrebbe anche bene. Se non fosse che il verbale incriminato è quello del 3 marzo, più ancora di quello del 5. E se i Conte iniziano a non tornare dal mattino…

b) Sempre sugli atti del Comitato tecnico scientifico, «vi annuncio che sono il primo che consentirà la pubblicazione di tutto». Sta solo aspettando che il bianchetto finisca di asciugarsi.

c) «È una sonora sciocchezza che ho detto il falso ai pubblici ministeri che mi hanno sentito come persona informata sui fatti». Allora è al Fatto Quotidiano che aveva mentito – pardon, riportato ricordi imprecisi.

Oltre i verbali del Cts

d) Sul tema immigrazione, «dire che il Ministro Di Maio sia “salviniano” significa fargli torto». Al leader leghista Matteo Salvini.

e) Sul ponte sullo stretto di Messina, «dovrà essere una struttura ecosostenibile, leggera, assolutamente compatibile con il territorio, che tuteli l’ambiente». E, ha aggiunto Giuseppi, «nel caso, perché no, essere anche una struttura sottomarina». Praticamente chiederà a un esercito di bambini di scavarlo sotto la sabbia.

f) Sul referendum sul taglio dei parlamentari, «voterò a favore della riduzione di senatori e deputati», ha anticipato, dopo aver precisato che «non vorrei influenzare». Soprattutto in tempo di pandemia da Covid-19.

g) Su Taranto, è «una di quelle comunità che sarà oggetto di grandissima e primaria attenzione nel piano di Recovery che andremo a finanziare a livello europeo». A occuparsene, dovendo appunto vigilare sulla gestione delle risorse del Recovery Fund, sarà Sergio Battelli, presidente grillino della Commissione Politiche Ue della Camera. Che come titolo di studio vanta (si fa per dire) la licenza media, e ha all’attivo esperienze da commesso e chitarrista in una rock band. E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, il candidato consideri anche il seguente, ulteriore passaggio della filippica del leguleio volturarese. «Chiariamo bene le cose: voi immaginate cosa significava per gli scienziati elaborare proposte, analizzare dati e avere i riflettori della tv. Non avrebbero avuto tranquillità. Quando c’è un processo decisionale così delicato io rivendico che quei verbali restino riservati».

E illustri il candidato se non sarebbe stato di gran lunga meglio per tutti se a essere secretati (soprattutto dalle telecamere) fossero stati gli esperti.

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Cronaca

Zone rosse nella Bergamasca, la toppa di Conte è peggiore del buco

Il Premier, colto in fallo sul verbale del Cts riunito su Alzano e Nembro, corregge il tiro e dice di aver ricevuto gli atti dopo 48 ore. Ma è ancora la sua intervista del 2 aprile a suscitare dubbi, per esempio sulla tempistica

Mirko Ciminiello

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zone rosse nella bergamasca: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

L’affaire della mancata creazione delle zone rosse nella Bergamasca rischia sempre più di diventare una bomba pronta a deflagrare. Soprattutto dopo il tentativo del bi-Premier Giuseppe Conte di spiegare le incongruenze tra la sua deposizione di fronte ai magistrati orobici e una sua precedente intervista. Tentativo che non solo non ha fatto chiarezza, ma ha anche suscitato nuove domande.

Riavvolgendo il nastro, la vexata quaestio nasce lo scorso 3 marzo. Data in cui il Comitato tecnico scientifico aveva discusso le misure da adottare nei Comuni di Alzano e Nembro contro l’impennata dei contagi da Covid-19.

Lo stralcio del verbale relativo a quella riunione ha evidenziato come il Cts avesse effettivamente suggerito di istituire le due zone rosse nella Bergamasca. Su questo punto si è incentrata la polemica politica, con il leader leghista Matteo Salvini che ha sferrato un attacco durissimo contro l’esecutivo rosso-giallo.

«Hanno desecretato il verbale della riunione del Comitato tecnico scientifico che aveva detto di chiudere la Val Seriana e di non chiudere il resto d’Italia. Cos’ha fatto il Governo? Non ha sigillato le zone rosse, ma ha sigillato il resto d’Italia. Se fosse così dovrebbero essere arrestati», ha tuonato il Capitano durante un comizio.

C’è però un aspetto che a noi sembra infinitamente più grave della diatriba sul primato della politica sugli esperti. Che potevano consigliare, non condizionare l’esecutivo, cui solo spetta la responsabilità della decisione – indipendentemente dal giudizio di merito sulla decisione stessa.

Lo scorso 12 giugno, Giuseppi è stato ascoltato dai Pm che indagano proprio sulla mancata creazione delle zone rosse nella Bergamasca. E, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, avrebbe sostenuto di fronte agli inquirenti di non aver mai ricevuto gli atti.

Le incongruenze di Conte riguardo alle zone rosse nella Bergamasca

«Quel documento non mi è mai arrivato», le parole di Giuseppe 1. Smentite però da quanto Giuseppe 2 aveva dichiarato lo scorso 2 aprile. «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro». Così il Signor Frattanto in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.

A questo punto il leguleio volturarese ha cambiato versione, asserendo di essere venuto in possesso degli atti dopo 48 ore. «Per quanto riguarda il verbale del 3 marzo, ne sono venuto a conoscenza il 5. Non riferisco quel che ho detto ai Pm perché ho il vincolo del segreto istruttorio».

Già c’è una certa discrepanza tra “mai” e “dopo 48 ore”, ma questo è il meno. Ben più degno di nota è il fatto che, nella stessa intervista del 2 aprile, il Capo del Governo lasciava intendere ben altro. «Chiedo così agli esperti di formulare un parere più articolato: mi arriva la sera del 5 marzo e conferma l’opportunità di una cintura rossa per Alzano e Nembro».

Questo è il passaggio successivo alla precedente citazione, che il fu Avvocato del popolo ha cercato poi di circostanziare ulteriormente. «Abbiamo chiesto un approfondimento, lo chiede Speranza a Brusaferro che la sera del 5 elabora un parere che manda a notte inoltrata».

3 marzo, 5 marzo, sera, notte. Sembra un po’ un arrampicarsi sugli specchi, anche a livello di tempistica, che continua a destare più di una perplessità. La toppa, cioè, sembra peggiore del buco, e di “buchi” in questa vicenda ce ne sono già anche troppi. Anche se sarebbe paradossale, tanto dal punto di vista giuridico che etimologico, che proprio Conte non ce la conti giusta… Vero, signor Presidente?

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Cronaca

Zona rossa ad Alzano e Nembro, le clamorose contraddizioni di Conte

“Non ho mai ricevuto i verbali del Cts relativi alla riunione sulla Bergamasca”, avrebbe detto il Premier ai magistrati orobici secondo il Corsera. Ma lui stesso ne parlava in un’intervista rilasciata lo scorso aprile al Fatto Quotidiano…

Mirko Ciminiello

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Il Governatore della Lombardia Fontana e il Premier Conte

La mancata creazione della zona rossa ad Alzano e Nembro torna prepotentemente a far parlare di sé. E lo fa con uno sviluppo che, se confermato, avrebbe del clamoroso. Perché, secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera, il bi-Premier Giuseppe Conte avrebbe fatto un’affermazione ben precisa ai Pm di Bergamo che indagano sul caso. Un’affermazione che però contraddirebbe quanto il Capo del Governo aveva dichiarato in un’intervista concessa lo scorso aprile a Il Fatto Quotidiano.

La mancata zona rossa ad Alzano e Nembro

Era il 12 giugno quando Giuseppi veniva ascoltato dalla Procura orobica in relazione alla mancata zona rossa ad Alzano e Nembro. L’audizione mirava a chiarire cosa accadde nella Bergamasca tra il 3 e il 9 marzo, quando il coronavirus prese letteralmente possesso del territorio.

in quel momento, le misure restrittive erano in vigore solamente nei Comuni di Codogno e Vo’. I contagi erano però in forte aumento, tanto che il Pirellone aveva lanciato l’allerta – senza però chiedere l’estensione dell’isolamento.

Il 5 marzo, l’esercito e le forze dell’ordine giunsero nella Provincia per innalzare un cordone sanitario. L’ordine di chiusura, però, non arrivò mai, perché secondo l’esecutivo l’epidemia era già fuori controllo in buona parte della Lombardia. Che, infatti, venne dichiarata interamente zona arancione attraverso il provvedimento firmato l’8 marzo ed entrato in vigore il giorno successivo.

La Procura di Bergamo è scesa in campo per capire se la mancata creazione della zona rossa ad Alzano e Nembro abbia causato l’impennata dei contagi. E, in base a tale ipotesi, per appurare le eventuali responsabilità – anche in virtù dell’increscioso balletto tra Palazzo Chigi e il Governatore lombardo Attilio Fontana.

In questo contesto si è inserita la desecretazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico per effetto della richiesta della Fondazione Einaudi. I documenti, chiamati in causa nei successivi Dpcm, evidenziano tra l’altro la contrarietà del Cts a un lockdown su scala nazionale. Gli esperti raccomandavano infatti misure rigorose solo in Lombardia e in 11 province localizzate tra Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Piemonte.

Conte ha mentito ai Pm?

Tra gli atti diffusi dall’esecutivo mancano però quelli relativi al 3 marzo. Data in cui il Cts si riunì nella sede della Protezione Civile per affrontare la questione relativa alla Bergamasca.

Tuttavia, uno stralcio è stato fornito a Niccolò Carretta, consigliere regionale del Pirellone in quota Azione. Il quale ne aveva fatto richiesta ad aprile e ha reso pubbliche le carte. Da cui si evince, primariamente come gli scienziati avessero proposto di estendere «le opportune misure restrittive» anche ad Alzano e Nembro.

È qui che la vicenda assume, dal lato del Presidente del Consiglio, dei contorni, come minimo, poco limpidi. Stando infatti alle indiscrezioni diffuse da via Solferino, il Signor Frattanto avrebbe detto alle toghe bergamasche che «quel documento non mi è mai arrivato».

Tale circostanza viene però smentita da quanto lo stesso leguleio volturarese ha rivelato al quotidiano fondato da Antonio Padellaro. «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro».

Delle due l’una, ed è un aspetto su cui sarebbe più che opportuno fare luce. Perché qui si andrebbe ben oltre lo scaricabarile istituzionale tra Roma e Milano, e immensamente oltre la polemica sul primato della politica sui tecnici. I quali potevano consigliare il Governo, non condizionarlo – un principio che dovrebbe essere condiviso al di là del giudizio di merito sulle scelte effettive.

Quello però su cui non possono – non devono esserci ombre è la testimonianza dell’ex Avvocato del popolo di fronte ai magistrati, non foss’altro nello spirito di una leale collaborazione istituzionale. E, se vi sono discrepanze che lasciano perplessi, è dovere del Primo Ministro fornire tutte le delucidazioni del caso. Che noi attenderemo vigilanti e con viva trepidazione.

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Politica

M5S allo sbando, per San Lorenzo piovono (Cinque) Stelle cadenti

Deflagra il caso rimborsi, che coinvolge anche big come Di Maio, Crimi e Fico. E mentre il MoVimento continua a inanellare gaffe (l’ultima sul Libano), le mezze dimissioni di Spadafora mettono a rischio la tenuta del Governo

Mirko Ciminiello

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m5s allo sbando
(Cinque) Stelle cadenti

Test per l’esame di giornalismo su un M5S allo sbando. Il candidato consideri che:

a) Il Ministro Vincenzo Spadafora ha rimesso le deleghe allo sport in seguito al fuoco amico contro la sua riforma del Coni. Il passo successivo sarà cambiare nome in Spadadentro.

b) In ogni caso, il bi-Premier Giuseppe Conte ha congelato le (mezze) dimissioni del Ministro nomen omen. Strano, chi se lo sarebbe mai aspettato da un Capo del Governo tanto decisionista e così poco incline a procrastinare?

c) Però Giuseppi, visti i problemi del mondo dell’istruzione (a partire dall’avere Lucia Azzolina come Ministro), si è anche preso un impegno: «Sulla scuola garantisco io». Sarebbe la versione 2.0 del «vi chiedo di fidarvi di me» con cui il Garante Beppe Grillo aveva epurato nel 2017 la candidata sindaco di Genova. Ma la titolare di viale Trastevere può stare serena: se non altro, il bacio della morte non è venuto dal leader di Iv Matteo Renzi.

M5S allo sbando anche oltre Conte

d) Intanto è scoppiata anche la grana dei rimborsi, con un parlamentare su quattro che da tempo non restituisce i 2.300 euro mensili. L’elenco comprende anche big come il reggente Vito Crimi, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il Presidente della Camera Roberto Fico. Ma probabilmente gli alti papaveri volevano solo ribadire di aver «abolito la povertà». Se non altro, la loro.

e) Dopo le tragiche esplosioni di Beirut, il sottosegretario agli Affari esteri Manlio Di Stefano è incappato in un epic fail, scambiando i libanesi con i libici. Gaffe oltretutto peggiorata dal maldestro tentativo di correggerla, come se non esistessero gli screenshot. E meno male che non erano coinvolti Niger e Nigeria.

f) Il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha firmato l’ordinanza per la «ripartizione delle risorse per l’organico aggiuntivo». E ha assicurato che poi penserà anche al secco, alla plastica e alla carta.

Ciò posto, illustri il candidato se il M5S allo sbando possa trasformare un San Lorenzo ormai imminente nella notte delle (Cinque) Stelle cadenti.

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Politica

Immigrazione, Conte annuncia la linea dura, dando così ragione a Salvini

Il Premier si dice preoccupato dall’emergenza sanitaria a cui contribuiscono le fughe dei clandestini in quarantena. Il Pd irritato rilancia lo ius culturae, ma per il M5S “è una proposta inopportuna e intempestiva”

Mirko Ciminiello

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matteo salvini
Il leader della Lega Matteo Salvini e la questione immigrazione

Un anno e un esecutivo dopo, la questione immigrazione torna a infiammare il dibattito pubblico. Casus belli, per l’occasione, le parole del bi-Premier Giuseppe Conte che sono parse prefigurare un cambio di rotta nelle politiche sui migranti. Una sterzata legata alla recrudescenza dell’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus, che però ha già creato malumori nella compagine governativa.

Immigrazione, cambio di rotta?

Pare che, finalmente, ci sia arrivato perfino il fu Avvocato del popolo. «Non possiamo tollerare che si entri in Italia in modo irregolare» ha infatti dichiarato. «Non possiamo tollerare che» i sacrifici della comunità nazionale «siano vanificati addirittura da migranti che tentano di sfuggire alla sorveglianza sanitaria. Non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo essere duri e inflessibili».

A preoccupare il Presidente del Consiglio, da quanto è dato sapere, sono soprattutto due fenomeni che stanno contribuendo a esasperare delle tensioni sociali già palpabili. Le ripetute fughe di clandestini dalle strutture dove dovrebbero trascorrere un periodo di quarantena, e l’ondata di arrivi dalla Tunisia.

«Ho scritto una lettera al Presidente tunisino» ha affermato il BisConte, «e sono contento che abbia fatto visita ai porti per rafforzare la sorveglianza costiera. Dobbiamo contrastare i traffici, dobbiamo contrastare l’incremento degli utili da parte dei gruppi criminali che alimenta questi traffici illeciti. Dobbiamo continuare in questa direzione, dobbiamo intensificare i rimpatri».

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, anche se ci è voluto il timore del Covid-19 per far rinsavire il Capo del Governo. In ogni caso, resta sempre da capire se alle parole seguiranno i fatti. Due concetti proverbialmente separati da un mare che, se il buongiorno si vede dal mattino, nel caso specifico raggiunge l’estensione di un oceano.

Erano infatti passate solo poche ore dalla rodomontata presidenziale quando Gallipoli, in Puglia, è stata teatro di uno sbarco in veliero. Un episodio che ha suscitato l’ironia del segretario del Carroccio Matteo Salvini.

L’ex Ministro dell’Interno ha anche ricordato che, di irregolari, «ne sono arrivati più a luglio di quest’anno che in tutto l’anno scorso». Una frecciata volta ad acuire le già notevoli frizioni interne alla maggioranza rosso-gialla. Ed è diretta in special modo verso quel Pd ideologicamente e pregiudizialmente restio ad ammettere che il leader della Lega possa anche, magari occasionalmente, avere ragione.

Le tensioni all’interno del Governo

«Siamo arrivati a questo punto perché per l’ennesima volta Conte ha deciso di rinviare. La non gestione di questo tema ha ridato fiato a Salvini e ora lo stiamo rincorrendo». Così, secondo un’indiscrezione (smentita da via del Nazareno ma confermata dalla cronista che l’ha lanciata), sarebbe sbottato il segretario dem Nicola Zingaretti. Aggiungendo che «qui non si vuole capire che la politica sull’immigrazione non può essere solo una questione di repressione e sicurezza».

A prescindere dall’autenticità dello sfogo, è indubbio che la querelle sui migranti tocca uno dei nervi scoperti che maggiormente esaltano i dissidi intergovernativi. E non solo per la tendenza dilatoria così radicata in Giuseppi da avergli meritato (si fa per dire) il nomignolo di Signor Frattanto.

L’intemerata del leguleio volturarese era infatti giunta appena dopo un’altra filippica, vergata da Graziano Delrio, il presidente dei deputati del Partito Democratico. Che, con un tempismo eccezionale, ha fatto sapere che «sullo ius culturae non mollo».

Si riferiva alla legge sulla cittadinanza “facile” agli stranieri che è un vecchio pallino – per non dire un’ossessione – di un partito perennemente in cerca di elettori. E che Vito Crimi, reggente del M5S, ha liquidato senza mezzi termini. «Non commento neanche la proposta del Partito Democratico: mi sembra inopportuna e intempestiva».

Non foss’altro perché, nella precedente legislatura, l’argomento faceva perdere ai dem due punti percentuali al mese ogniqualvolta un suo esponente ne parlava. A ennesima conferma che la Storia sarà anche maestra di vita, ma ha dei pessimi allievi.

L’immigrazione e il processo a Salvini

Un capitolo a parte lo merita la questione, tangenziale, del processo a carico del Capitano per via del caso Open Arms. Perché sono passati cinque giorni – mica un secolo – da quando il Senato ha votato per mandare alla sbarra l’ex titolare del Viminale. E la vicenda riguardava sempre la facoltà di impedire gli approdi per ragioni di ordine pubblico.

Si dirà: allora, però, non c’era la pandemia da Covid-19. Vero. Tuttavia c’era (e c’è tuttora) una norma che consentiva di vietare «l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale» per motivi di sicurezza. Una norma – il Decreto Sicurezza bis – che la magistratura è chiamata ad applicare, non a contestare. Così come non spetta alle toghe il compito di sentenziare sulla linea politica di un qualsivoglia Governo. O, perlomeno, così era prima che Palazzo Madama pensasse male di rinunciare all’indipendenza della politica nella speranza di sbarazzarsi del leader dell’opposizione.

Già solo queste considerazioni avrebbero dovute qualificare la richiesta del Tribunale di Palermo per quello che è – una farsa. Ma ad esse si aggiunge anche il paradosso che verrà processato un solo (ex) Ministro quando «le scelte le prendevamo tutti insieme», come ha ribadito Salvini.

E c’è chi ha legato questa circostanza alle tempistiche anomale (eufemismo) con cui Palazzo Chigi ha inoltrato i documenti chiesti dai legali del Capitano sul caso Gregoretti. Carte giunte dopo due mesi perché erano state spedite a un indirizzo e-mail errato. Carte che si sospetta potrebbero confermare il ruolo attivo di tutto il Governo Conte semel nel gestire la questione immigrazione.

È vero che, come affermava il Divo Giulio Andreotti, a pensar male si fa peccato, anche se poi ci si azzecca. Ma l’alternativa sarebbe un’incompetenza sconcertante. Ed è difficile decidere quale tra i due corni del dilemma sarebbe il meno imbarazzante.

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Politica

Processo a Salvini, così il Senato vota una giustizia “alla Palamara”

Palazzo Madama manda in tribunale l’ex Ministro dell’Interno per il caso Open Arms. Una decisione che fa a pezzi lo stato di diritto e la separazione dei poteri, rendendo la politica definitivamente succube della magistratura

Mirko Ciminiello

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processo a salvini: luca palamara e matteo salvini
L'ex Pm Luca Palamara e il segretario leghista Matteo Salvini

Senza alcun coup de théâtre, il Senato si è espresso per il processo a Salvini. Il leader della Lega andrà dunque alla sbarra per il caso della nave Open Arms, trattenuta in mare con 164 migranti a bordo nell’agosto 2019. Una votazione, quella di Palazzo Madama, che ha messo a nudo tutte le imbarazzanti contraddizioni insite nel Governo rosso-giallo. E che, per buona misura, ha fatto strame di uno dei princìpi fondamentali del diritto e della democrazia liberale – la separazione dei poteri.

Via libera al processo a Salvini

Con 149 voti favorevoli, la Camera Alta ha concesso al Tribunale di Palermo l’autorizzazione a procedere contro il segretario del Carroccio Matteo Salvini. La suspense, se mai c’era stata, è evaporata nel momento in cui il leader di Iv Matteo Renzi ha rotto gli indugi. Annunciando l’intenzione di bocciare la relazione della Giunta per le Immunità che aveva rifiutato l’autorizzazione stessa.

«Per me l’interesse costituzionale, e quello pubblico, non c’è in questa vicenda», le parole del fu Rottamatore. Che ha smentito anche il suo capogruppo, Davide Faraone, il quale poco prima aveva dichiarato che «c’è una responsabilità oggettiva, secondo noi, dell’intero Governo».

Non è, peraltro, l’unico passaggio in cui l’ex Presidente del Consiglio ha dovuto arrampicarsi sugli specchi stile Uomo Ragno. Per esempio perché in molti hanno ricordato come, in Giunta, Italia Viva si fosse astenuta, negando così il placet ai togati siciliani.

«A Renzi non credono più nemmeno i suoi genitori» ha commentato sarcastico il Capitano. Aggiungendo che «per salvare la sua poltrona Renzi potrebbe arrivare a sostenere che oggi è domenica. La credibilità di Renzi e del suo gruppo, non per Salvini ma per gli Italiani, è pari allo zero».

Ancor più caustica l’azzurra Licia Ronzulli. «Il suo garantismo è a senso unico alternato», ha rinfacciato al senatore fiorentino.

Il centrodestra è certo che il processo a Salvini sia un atto politico, la riedizione cioè della cosiddetta “giustizia a orologeria”. Concetto espresso, tra gli altri, dalla presidente di FdI Giorgia Meloni: «La sinistra impari a battere i suoi avversari nelle urne, se ne è capace».

Processare Matteo Salvini per aver difeso i confini italiani dall'immigrazione ILLEGALE è semplicemente scandaloso….

Pubblicato da Giorgia Meloni su Giovedì 30 luglio 2020

D’accordo l’ex vicepremier dell’esecutivo Conte-semel, secondo cui «una parte minoritaria della giustizia fa politica». Era puramente voluto ogni riferimento alle vicende riguardanti i Governatori del Lazio, il dem Nicola Zingaretti, e della Lombardia, il leghista Attilio Fontana.

Il caso Open Arms

Il segretario leghista è accusato di «sequestro di persona» e altre amenità in relazione all’arcinota vicenda della Open Arms. Il natante dell’omonima ong spagnola che, l’agosto scorso, aveva scarrozzato – pardon, salvato – 164 clandestini, chiedendo poi un porto sicuro. Che l’allora Ministro dell’Interno negò ritenendo che l’obbligo gravasse sulla Spagna, Paese di cui il taxi del mare batteva bandiera, o su Malta, l’approdo più vicino. Nonché in forza del Decreto Sicurezza bis, che consentiva di vietare «l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale» per ragioni di ordine pubblico.

I migranti, compresi alcuni minori non accompagnati, dovettero quindi «rimanere a bordo per sei giorni, dal 14 agosto» fino al 20 agosto. Data in cui il Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio sequestrò l’imbarcazione, permettendo lo sbarco di quanti vi si trovavano.

«Sono assolutamente tranquillo perché ritengo di aver difeso i confini, la sicurezza, l’onore e la dignità del mio Paese». Così ha fatto spallucce l’ex titolare del Viminale, assicurando che a processo andrà «a testa alta».

Al contempo, Salvini ha messo a nudo tutta l’ipocrisia della maggioranza rosso-gialla. La quale, in virtù dell’auto-dichiarato stato di emergenza, ha sequestrato per mesi (giusto o sbagliato che fosse) 60 milioni di Italiani in casa propria. Però spalanca le frontiere a persone che poi risultano affette da coronavirus, senza minimamente considerare l’interesse nazionale. E, dulcis in fundo, spaccia per abuso di potere il divieto d’ingresso alla Open Arms in un’epoca in cui la pandemia da Covid-19 non c’era. Il discrimine, cioè, parrebbe essere la presenza del Capitano al Governo. Ma non è possibile che si facciano due pesi e due misure, giusto?

Il processo a Salvini e la genuflessione alla magistratura

Il processo a Salvini ha poi un’ulteriore implicazione, forse meno immediata ma potenzialmente ancora più nefasta. Perché il verdetto sui reati contestati al leader leghista sarà anche una sentenza sull’intera linea politica del Governo giallo-verde in materia di immigrazione.

È una sorta di eterogenesi dei fini del giustizialismo più becero e miope. Che, nell’ancestrale angoscia dell’anemia di consensi cui sopperire anche con metodi, diciamo, eterodossi, ha portato alla totale genuflessione del potere politico al potere giudiziario.

Neppure lo scandalo Magistratopoli, a quanto pare, ha potuto nulla contro questa sconcertante brevimiranza. Patronaggio, infatti, compare nelle chat intercettate dell’ex Pm Luca Palamara (sotto inchiesta a Perugia), che nel periodo caldo lo invitava a non arretrare. «Carissimo Luigi ti sono vicino, sii forte e resisti siamo tutti con te, un abbraccio».

A questa circostanza si è riferito lo stesso segretario del Carroccio parlando di «processo politico “alla Palamara”». E ricordando come l’ex presidente dell’Anm avesse ammesso che Salvini aveva ragione, ma andava comunque attaccato.

L’aspetto paradossale è che anche l’altro Matteo ha condannato questa degenerazione. «Non è accettabile che ci siano delle chat in cui si dice che un mio avversario debba essere attaccato. È uno scandalo» ha tuonato l’ex Premier.

Che però, scordandosi ancora una volta dove sia di casa la coerenza, ha approvato il processo a Salvini e il grave vulnus che ne deriva. Montesquieu si rivolterebbe nella tomba, il che se non altro lo mette al riparo dal bacio della morte “alla ribollita”. In effetti, è uno dei pochi a poter stare davvero sereno, anche nell’ormai mitologico senso di Spider-Mat. E perfino tra le “braccia aperte” capaci di rovesciare lo stato di diritto.

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Economia

Scostamento di Bilancio, via libera dal Senato, ma non tutti i Conte tornano

Nessuna sorpresa da Palazzo Madama, che vota senza patemi l’extra deficit da 25 miliardi per lavoro, scuola e fisco. Un indebitamento che però rende molto più probabile il ricorso allo “spauracchio” Mes

Mirko Ciminiello

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zone rosse nella bergamasca: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Via libera del Senato allo scostamento di Bilancio da 25 miliardi chiesto dal Governo Conte-bis, il cosiddetto Dl Agosto. Un voto non scontato (visti i numeri risicatissimi di Palazzo Madama), ma allo stesso tempo prevedibile (dato l’istinto di sopravvivenza dei parlamentari). Un voto che si potrebbe ripercuotere sulla politica economica italiana: e non soltanto nel senso (di immediatezza) inteso e sbandierato dall’esecutivo rosso-giallo.

Il sì allo scostamento di Bilancio

Molti consideravano la votazione sullo scostamento di Bilancio (il terzo) lo scoglio più duro tra i tre – consecutivi – in programma questa settimana. Tra il prolungamento dello stato di emergenza (incassato) e il risiko legato alla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si dipingeva una maggioranza alle prese col pallottoliere nell’ansia di far quadrare numeri ballerini. Più che un Governo Conte, cioè, un Governo conta.

La Costituzione, infatti, impone che un extra deficit venga autorizzato dalla maggioranza assoluta di entrambi i rami del Parlamento. Nella Camera Alta, significa che devono esprimersi favorevolmente 160 senatori, laddove i rappresentanti di M5S, Pd, Italia Viva e LeU sono in tutto 153.

I due precedenti non erano stati problematici perché l’opposizione, per senso del dovere, aveva appoggiato il Cura Italia e il Dl Rilancio. Mentre, nell’ultima occasione, aveva condizionato l’eventuale sostegno a una serie di paletti in tema di fisco, lavoro e giustizia sociale. A conferma che agosto non porta proprio bene al bi-Premier Giuseppe Conte.

«Non consentiremo che le risorse degli italiani, il denaro dei nostri figli, venga sperperato in operazioni assistenziali o addirittura clientelari mentre il Paese soffre». Così i tre leader di Lega, FI (Silvio Berlusconi) e FdI (Giorgia Meloni) si erano espressi in una lettera indirizzata a Giuseppi. Sostanzialmente, il centrodestra esigeva rassicurazioni sui piani di spesa dei 25 miliardi chiesti dall’esecutivo. «Se pensa di pagarci consulenze e bonus monopattino il nostro voto se lo scorda» aveva sibilato la presidente di Fratelli d’Italia.

I rumours volevano quindi i rosso-gialli in pressing sui senatori dei gruppi Misto e Per le Autonomie con lo spauracchio dell’asticella. Che, ça va sans dire, è stata superata di slancio (170 sì alla fine). Evidentemente, l’ancestrale terrore di passare dagli scranni del Parlamento al Reddito di Cittadinanza funziona sempre.

Le destinazioni dell’extra deficit

I 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio dovrebbero permettere di contrastare gli effetti della pandemia da Covid-19 in settori cruciali dell’economia. Che in parte collimano con quelli su cui anche le opposizioni hanno invocato riforme rapide ed efficaci.

Al centro del Dl Agosto c’è il mondo del lavoro, e in particolare l’incentivazione delle assunzioni e del rientro in attività. Da realizzare mediante uno sgravio semestrale al 100% dei contributi per i neoassunti, e una decontribuzione quadrimestrale piena per le imprese che rinunceranno alla cassa integrazione.

La Cig verrà comunque estesa per altre 18 settimane, e per le aziende che la utilizzano verrà prorogato per tutto l’anno il blocco dei licenziamenti. Sarà infine protratto lo smart working nel settore privato, come già avviene per il 50% della P.A. in virtù del Dl Rilancio.

Altro fronte caldo è quello delle tasse, su cui il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva già fornito importanti anticipazioni. Le principali riguardano la rimodulazione delle scadenze fiscali (attualmente fissate per metà settembre) e la possibilità di rateizzare i versamenti tributari e contributivi. Previsto inoltre anche lo sblocco degli investimenti per gli enti locali, mentre altre risorse saranno destinate al settore automobilistico, al turismo e alla scuola.

In particolare, come aveva annunciato sempre il Cancelliere dello Scacchiere, nell’ambito dell’istruzione i fondi serviranno ad acquistare nuove strutture, compresi i banchi. Ma anche ad assumere docenti a tempo determinato, onde ridurre il numero degli studenti nelle singole classi.

Lo scostamento di Bilancio e il Mes

Secondo un retroscena diffuso nei giorni scorsi, il titolare di via XX Settembre avrebbe lanciato un avviso ai naviganti. Con i 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio, per evitare tensioni sui conti pubblici sarebbe stata necessaria l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità.

L’indiscrezione era stata smentita – un po’ in ritardo, in realtà – dal Mef, ma ci può essere un fondo (è il caso di dirlo) di verità. Per esempio, perché i tempi per l’istituzione – e quindi l’erogazione dei contributi – del Recovery Fund non saranno rapidi. Inoltre, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato in tempi sospetti che la sanità richiede «almeno 20 miliardi di finanziamento». E il suo dicastero avrebbe preparato un piano che si basa anche sugli aiuti del Fondo salva-Stati. Solo che lo strumento continua a far venire l’orticaria al M5S, che lo considera (e non a torto) una potenziale trappola di Bruxelles.

Qui, comunque, torniamo al discorso di cui sopra, con la liaison tra poltrone e stampelle. Perché prima o poi i nodi dovranno venire al pettine – perfino in un gabinetto guidato da un temporeggiatore come il Signor Frattanto. E allora sapremo se, parafrasando il Re di Francia Enrico IV di Borbone, Roma val bene una Mes.

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Cronaca

Stato di emergenza, Governo allo sprint mentre il Sud è una bomba sociale

Il Senato dà l’ok alla proroga, fino al 15 ottobre, dei poteri speciali dell’esecutivo. Che però ignora la vera emergenza in atto, le tensioni sociali dovute ai clandestini che fuggono dagli hotspot dove dovrebbero stare in quarantena

Mirko Ciminiello

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stato di emergenza e immigrazione: protesta ad amantea
Tensioni sociali nel Sud Italia

Il Governo Conte-bis ha chiesto – e si appresta a ottenere – la proroga dello stato di emergenza varato lo scorso 31 gennaio. In questo modo, avrà gli strumenti per affrontare rapidamente l’eventuale recrudescenza della crisi da Covid-19 fino al 15 ottobre. Molti, però, criticano l’idea di un’estensione dei poteri speciali del bi-Premier Giuseppe Conte sulla base di quella che, allo stato, è una semplice ipotesi. Oltre al fatto che l’esecutivo rosso-giallo sta ignorando che c’è una vera emergenza (sociale) già in atto.

Stato di emergenza, verso la proroga

Il Governo ha chiesto al Parlamento il prolungamento dello stato di emergenza, in scadenza il prossimo 31 luglio. Dopo il Senato, che ha già dato l’ok, è ora la volta della Camera, dove non si attendono sorprese. Questo passaggio, caldeggiato anche da parte della maggioranza, confermerà per altri tre mesi i poteri straordinari di cui già godono Giuseppi e la Protezione Civile. E proprio questi poteri hanno da tempo innescato la polemica politica.

Tra gli stessi azionisti di maggioranza dell’esecutivo, Pd e Italia Viva hanno insistito affinché l’atto fosse accompagnato da un decreto che fissasse alcuni paletti. Per la precisione, cinque punti che limitassero le facoltà del Presidente del Consiglio, su cui comunque si dovranno esprimere le Camere.

Maggiormente prevedibile l’ostilità delle opposizioni che, sia pure con sfumature diverse, accusano i rosso-gialli di voler ampliare indebitamente i poteri del Capo del Governo. «Non c’è un’emergenza sanitaria in corso» ha tuonato il leader leghista Matteo Salvini, «e chi vuole prorogare lo stato di emergenza è un nemico dell’Italia».

Quello della situazione epidemiologica è un altro punto fortemente controverso. Il coronavirus non ha mai abbandonato il Belpaese, ma al momento i contagi sono (relativamente) sotto controllo. Mentre tra le ragioni della richiesta di proroga dello stato di emergenza figura la possibilità che si verifichi nei prossimi mesi la temutissima seconda ondata. «Quindi si vuole estendere lo stato di emergenza sulla base di una ipotesi» ha commentato polemicamente Massimo Clementi, virologo del San Raffaele di Milano.

Le implicazioni di tale eventualità le ha evidenziate Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta. «Lo stato di emergenza lo dichiara il Consiglio dei Ministri in constatazione di una situazione di fatto che ora non esiste» le parole dell’insigne giurista. «Se non c’è uno stato di emergenza non si può dichiarare».

Tensioni sull’immigrazione

In realtà, un’emergenza in corso ci sarebbe anche, solo che non è quella di cui si discute. In effetti, è una vera bomba sociale che sta già deflagrando, soprattutto al Sud e in particolare in Sicilia. Conseguenza (anche) delle politiche migratorie del BisConte che, come sottolineato dal segretario del Carroccio, hanno portato a un forte aumento degli sbarchi di clandestini. Circostanza che, al tempo del Covid-19, assume una valenza totalmente differente.

Gli hotspot sono infatti al collasso. A Lampedusa, dopo gli approdi di martedì mattina, sono ospitate 872 persone, a fronte di una capienza massima di 95. Idem a Caltanissetta e Porto Empedocle, dove vengono trasferiti proprio i migranti che arrivano sull’isola agrigentina – e che dovrebbero osservare un periodo di quarantena.

Solo che, in tutte le strutture sopracitate – e non solo -, si sono registrate delle fughe. Che hanno suscitato un forte allarme in materia di salute pubblica.

Anche per questo il sindaco lampedusano Totò Martello, eletto con una lista di centro-sinistra, ha deciso di dichiarare a sua volta lo stato di emergenza sull’isola. Per poi arrampicarsi sugli specchi nel disperato tentativo di non ammettere che aveva ragione l’ex Ministro dell’Interno. Nel frattempo, alcuni abitanti hanno bloccato il porto in segno di protesta.

Furioso è anche il Governatore della Regione, Nello Musumeci, che già aveva esternato via social tutta la sua rabbia. «Pretendo rispetto per la Sicilia, non può essere trattata come una colonia», il suo sfogo.

Avrete già letto dei 100 migranti scappati a #Caltanissetta. Si aggiungono ai tunisini scappati a #Pantelleria e a…

Pubblicato da Nello Musumeci su Domenica 26 luglio 2020

Il vero stato di emergenza

Il Presidente della Trinacria ha poi rivelato di aver avuto un colloquio con la titolare del Viminale, Luciana Lamorgese. Che ha assicurato l’invio, entro pochi giorni, dell’esercito e di una nuova nave-quarantena in sostituzione della Moby Zazà, che ha da poco terminato il suo incarico.

Musumeci ha scritto di aver denunciato «la insostenibile situazione nell’Isola e la preoccupazione dei sindaci e delle comunità locali la cui esasperazione rischia di creare, specie in alcune zone, tensione e allarme sociale». Aggiungendo come «in Sicilia la questione migranti sia diventata anche una questione di ordine pubblico e di salute che non può più essere sottovalutata».

Entro pochi giorni sarà garantito l'invio nelle acque della #Sicilia di una capiente nave-passeggeri da riservare ai…

Pubblicato da Nello Musumeci su Lunedì 27 luglio 2020

Dello stesso avviso Luigi Di Maio, Ministro pentastellato degli Esteri, secondo cui è una questione di sicurezza, e non di ideologia. «È inconcepibile che oggi qualcuno, incurante delle regole tutt’ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l’obbligo della quarantena», il j’accuse. «I cittadini italiani» ha aggiunto, «devono continuare a rispettare le regole che ci siamo dati e vale lo stesso per i turisti o per chi ha diritto alla protezione internazionale». Avrebbe potuto aggiungere anche i clandestini, ma è già un passo avanti.

Quanto accaduto a Caltanissetta non è una sciocchezza, anzi. In queste ore peraltro si aggiunge un’altra notizia di una…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 27 luglio 2020

Nel frattempo, la Lamorgese è volata a Tunisi, dove ha incontrato il Presidente della Repubblica tunisina Kaïs Saïed. Al quale ha fatto presente i «seri problemi» causati dai «flussi incontrollati», e chiesto un’azione più efficace nel contenimento delle partenze.

L’aspetto paradossale è che sarebbe compito della Farnesina, così come non spetterebbe a Giggino occuparsi della sicurezza interna. È un po’ come se i membri del gabinetto contiano non avessero ben chiaro cosa dovrebbero fare. Ed è questo, a ben pensarci, il vero stato di emergenza.

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Economia

Mes o non Mes, all’Europarlamento le alleanze tornano a frantumarsi

Dopo l’esultanza per gli esiti del Consiglio Ue, un emendamento sul Fondo salva-Stati fa riesplodere le tensioni. Il Pd (come FI) torna in pressing per usare la linea di credito “sanitaria”, ma il M5S (con Lega e FdI) alza ancora le barricate

Mirko Ciminiello

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mes o non mes: conte e gualtieri
Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri

Mes o non Mes, questo è il problema. O meglio, il dilemma amletico che da mesi tiene in scacco la politica italiana, soprattutto a causa delle divisioni in seno alla maggioranza rosso-gialla. Con il Consiglio Europeo straordinario le polemiche erano state tacitate, come in una sorta di classica tregua olimpica. Ma ora, passata la sbornia da Recovery Fund, tutte le tensioni quiescenti – ma mai davvero sopite – sono riesplose con tutta la loro veemenza.

Mes o non Mes?

Mercoledì scorso, i capidelegazione della maggioranza si sono riuniti prima del Cdm che ha autorizzato la richiesta del nuovo scostamento di Bilancio da25 miliardi. E, com’era ampiamente prevedibile, la questione Mes o non Mes è tornata prepotentemente a riaffacciarsi.

«Oggi stiamo ancora festeggiando il Recovery Fund», avrebbe lamentato, secondo alcune ricostruzioni, il Ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede, chiedendo di rimandare la discussione. Istanza accolta, per la cronaca. La cifra perfetta di un Governo il cui leader, il bi-Premier Giuseppe Conte, è talmente avvezzo a procrastinare da essere soprannominato Signor Frattanto.

Prima o poi, però, i nodi dovranno venire al pettine, e in tal senso sono molto significative le frecciate del leader di Iv Matteo Renzi. Che ha impietosamente rovinato la passerella autocelebrativa del fu Avvocato del popolo invitandolo, tra l’altro, a riflettere bene sull’eventuale utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Insomma, Giuseppi non può stare sereno, se non nell’ormai proverbiale accezione dell’ex Rottamatore. Lo dimostra anche quanto è accaduto durante l’ultima seduta dell’Europarlamento, in cui si doveva votare la risoluzione sulle conclusioni del Consiglio Ue. A sparigliare le carte è stato il gruppo Identità e democrazia, di cui fa parte la Lega. Che ha presentato un emendamento volto proprio a respingere l’uso del Fondo salva-Stati.

La modifica è stata bocciata, ma ha ottenuto di mandare nuovamente in frantumi le alleanze nazionali. Il M5S ha infatti votato a favore dell’emendamento assieme al Carroccio e a FdI, mentre contro si sono espressi il Pd, FI e Iv. Se lo strumento comunitario deve favorire una stabilità, non è di certo quella politica.

La spinta del Pd

I finanziamenti del Next Generation Eu «inizieranno nella seconda parte del 2021 ad eccezione di un 10% che verrà anticipato con l’approvazione del Piano». Così Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari economici, è entrato in tackle nella diatriba sui fondi Ue. Ricordando che le erogazioni esigono dapprima l’istituzione del Fondo per la Ripresa attraverso la ratifica preventiva dell’intesa da parte di tutti i Parlamenti. E poi l’approvazione dei Piani nazionali di riforme dei singoli Paesi membri dell’Unione. E, oltretutto, arriveranno a rate.

Tempi lunghi, as usual. Per questo l’ex Premier ha sottolineato che, all’interno del pacchetto che comprende anche il programma SURE, «uno strumento è già disponibile, ovvero il Mes».

Sulla stessa lunghezza d’onda il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che, secondo indiscrezioni, avrebbe mandato un avviso ai naviganti. Del tipo, se lo scostamento di Bilancio produrrà 25 miliardi di deficit aggiuntivo, senza i 36-37 miliardi del salva-Stati si creerebbero tensioni sui conti pubblici.

Tempismo perfetto, quello del Cancelliere dello Scacchiere, visto che l’asta di giugno per i Btp decennali ha stabilito un nuovo record per i rendimenti italiani. Sono infatti arrivate domande per oltre 108 miliardi di euro, a ennesima conferma di quanto i famigerati mercati si fidino dei nostri titoli di Stato.

E infatti il Mef, sia pure con colpevole ritardo, ha seccamente smentito il retroscena. «Il Ministro Gualtieri non ha mai pronunciato le parole attribuitegli» hanno precisato fonti di via XX Settembre. Aggiungendo che «per il Bilancio dello Stato non esiste alcun problema di cassa». Meglio così.

In ogni caso, che si sia trattato di una gaffe o meno, resta l’insopprimibile spinta dei dem verso il Meccanismo Europeo di Stabilità. Ovvero, secondo gli euroscettici, verso il baratro.

Mes o non Mes, il perché della diatriba

Il nodo del contendere è sempre il Mes light o Mes sanitario o Mes pandemico. Vale a dire quella versione del Fondo salva-Stati finalizzata a stimolare l’economia in seguito alla crisi da Covid-19. Si tratterebbe, ça va sans dire, di un prestito, ma con un tasso abbastanza agevolato. Lo 0,07% in sette anni, che salirebbe allo 0,08% in caso di restituzione in un decennio.

«Abbiamo eliminato dalle sue linee di credito le vecchie condizionalità macroeconomiche» ha argomentato, non caso, Gentiloni, riferendosi ai vincoli del Meccanismo Europeo di Stabilità originario. Ovvero, non essere in procedura di infrazione, avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e avere un debito pubblico inferiore al 60%. L’unico obbligo, nella nuova formulazione, sarebbe quello di utilizzare gli aiuti per le spese legate all’emergenza sanitaria.

Il nocciolo della questione, e dunque della diatriba, sta tutto nei condizionali. È ovvio, infatti, che nessuno rinuncerebbe a cuor leggero a un qualsivoglia finanziamento. Il problema è che, per cambiare un Trattato come quello alla base del Mes, occorrono gli stessi presupposti della sua istituzione. Vale a dire l’unanimità del Consiglio Ue e poi la conferma dei singoli Parlamenti nazionali. Senza questi passaggi, l’accordo non è che un gentlemen’s agreement.

Il punto quindi diventa: ci si può fidare dell’Europa? Per i grillini, così come per i sovranisti, la risposta è negativa. Senza nero su bianco, sarebbe troppo forte il rischio che le famigerate condizionalità, espulse dalla porta, vengano fatte rientrare dalla finestra. E, con esse, lo spettro del commissariamento della trojka (Bce, Fmi e Commissione Europea), come avvenne per la derelitta Grecia.

Di qui gli ultimi affondi di quanti si oppongono tenacemente allo strumento comunitario. Per i fondi, invece se ne riparlerà. Speriamo non dopo che l’Italia sarà già andata a fondo.

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Politica

Roma 2021, le manovre di partiti e coalizioni a un anno dalle Comunali

Fari puntati sul sindaco uscente Virginia Raggi, la cui eventuale candidatura è sgradita a Zingaretti e potrebbe mettere a rischio l’eventuale alleanza al ballottaggio. Mentre Pd e centrodestra si affannano alla ricerca di un candidato forte

Mirko Ciminiello

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roma 2021: virginia raggi
Il sindaco di Roma Virginia Raggi

A meno di un anno dall’attesissimo appuntamento di Roma 2021, partiti e coalizioni stanno scaldando i motori per individuare il candidato migliore per il Campidoglio. Una partita quantomai incerta, già contrassegnata da colpi di scena che rimescolano continuamente le carte. Nel toto-nomi, così come nelle prospettive dei singoli, possibili protagonisti.

Roma 2021, lo stato dell’arte

Non tutte le competizioni sono uguali, e la sfida Capitale (non ce ne voglia nessuno) ha una valenza maggiore di altre. Non foss’altro perché, normalmente, i suoi risultati si riverberano anche a livello nazionale, con conseguenze spesso imprevedibili.

I fari, com’è naturale, sono puntati soprattutto sulla forza politica che ha espresso l’amministrazione attuale, il Movimento Cinque Stelle. Al cui interno si discute animatamente sull’eventuale ricandidatura del sindaco uscente, Virginia Raggi.

Un recente sondaggio ha evidenziato come due Romani su tre (per la precisione, il 66,8%) siano decisamente contrari a un secondo mandato di Virgy. Che, d’altronde, dovrebbe anche fare i conti con la regola interna al MoVimento sul limite delle due consiliature (l’ultima delle quali è in essere).

Di certo, poi, non aiuta il recente autogol del Garante Beppe Grillo, che ha rilanciato sul suo blog qualcosa di vagamente simile a una poesia. Un componimento apparentemente teso a sponsorizzare il primo cittadino, però attraverso una serie di insulti alla Città Eterna e ai suoi abitanti.

A complicare ulteriormente il quadro ci si è messa Monica Lozzi, presidente del Municipio VII, che ha annunciato la propria uscita dal M5S. Raccontando «l’amarezza e la delusione di aver creduto in un sogno mandato in frantumi da una classe dirigente non all’altezza».

A TESTA ALTA…!!! Ci sono giorni in cui bisogna prendere il coraggio a due mani e fare delle scelte importanti anche…

Pubblicato da Monica Lozzi su Giovedì 23 luglio 2020

L’ormai ex esponente pentastellata ha anticipato la decisione di correre alle prossime elezioni con il nuovo micro-partito dell’altro fuoriuscito Gianluigi Paragone. Appena battezzato con il sobrio nome di No Europa per l’Italia – Italexit con Paragone.

Difficile che la Lozzi possa essere davvero competitiva. Però potrebbe togliere voti al candidato ufficiale della sua formazione passata, voti che potrebbero anche essere decisivi per l’approdo al ballottaggio. Visti i rapporti difficili (per usare un eufemismo) con l’attuale inquilina di Palazzo Senatorio, non è escluso che al minisindaco vada bene così.

Roma 2021, i dubbi del Pd

La scelta dei Cinque Stelle potrebbe avere delle ripercussioni anche sui rapporti con gli alleati di Governo, e in particolare col Pd. Se non nell’immediato, perlomeno nella prospettiva del secondo turno, in cui è verosimile che dem e grillini si risolvano a unire le forze.

Il segretario Nicola Zingaretti ha escluso categoricamente qualsiasi tipo di sostegno alla Raggi. Definendo una sua eventuale riproposizione «una minaccia» per i Romani.

Ancora più tranchant Italia Viva, che in nessun caso vuole sentir parlare di apparentamento con i pentastellati. «Se l’idea è andare con i grillini, correremo da soli» ha avvisato il deputato Luciano Nobili.

I rumours provenienti da via del Nazareno testimoniano però delle difficoltà nell’individuare un big, circostanza che potrebbe precludere la via del ballottaggio. I principali nomi che circolano al momento sono quelli del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e del Presidente dell’Europarlamento David Sassoli. I quali però dovrebbero rinunciare a degli incarichi prestigiosi per affrontare una campagna elettorale dagli esiti tutt’altro che scontati. Anche se il mandato dell’ex giornalista Rai scadrà a dicembre dell’anno prossimo, quindi pochi mesi dopo la tornata elettorale di Roma 2021.

Più che disponibile sarebbe invece la deputata Monica Cirinnà, che però appare meno spendibile. Sarebbe troppo divisiva, e inoltre non possiede la stessa visibilità di cui godono i suoi compagni di partito.

E il centrodestra?

Anche il centrodestra è alle prese con un rebus analogo. Da un lato vi sono autocandidature estemporanee, per non dire folcloristiche, come quella del patron laziale Claudio Lotito, stroncata sul nascere. Non foss’altro perché alienerebbe i consensi della stragrande maggioranza degli elettori, che nell’Urbe sono romanisti.

Dall’altro lato, ci sarebbe come carta privilegiata la presidente di FdI Giorgia Meloni, già in lizza nel 2016 e ancora molto forte nelle rilevazioni. Ma, con Fratelli d’Italia in forte ascesa, la leader intende perseguire ambizioni nazionali, soprattutto nel caso (molto probabile) di trionfo della coalizione alle prossime Politiche.

D’altronde, il segretario del Carroccio Matteo Salvini si era già detto convinto che «Roma ha bisogno di un manager come sindaco, non di un militante». Il Carroccio, forte anche del successo delle Europee 2019, vorrebbe puntare sulle periferie per disinnescare il rischio rappresentato da un’alleanza M5S-Pd al secondo turno. Tuttavia, FdI non sembra incline a lasciare l’ultima parola agli alleati-rivali della Lega, anche se c’è una variabile che potrebbe inaspettatamente spostare gli equilibri.

Secondo alcuni retroscena, infatti, si potrebbe prospettare un rimpasto di Governo, in seguito al quale Zinga otterrebbe un importante dicastero – forse il Viminale. In tal caso, lascerebbe la poltrona di Governatore del Lazio, e la contesa per la Pisana finirebbe per incrociarsi con quella per il Colle Capitolino. Facile, allora, prevedere che le due forze egemoni dell’opposizione si spartirebbero le candidature con l’obiettivo di fare all-in.

La corsa per Roma 2021, insomma, sta sempre più entrando nel vivo. E l’auspicio è lo stesso che riecheggia ormai da decenni sulla Capitale del Mondo. Roma nun fa’ la stupida stasera.

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Economia

Fondi Ue, Conte si autoincensa e irrita la sua stessa maggioranza

Informativa del Premier in Parlamento sugli esiti del Consiglio Europeo straordinario e in vista del varo dell’ennesima task force. Ma il suo eccesso di protagonismo indispettisce gli alleati, e partono già i primi distinguo

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Incassati, almeno sulla carta, i 209 miliardi di fondi Ue, per il bi-Premier Giuseppe Conte è scattata un’ulteriore sfida, verosimilmente inaspettata ancorché non altrettanto capitale. Scenario privilegiato sono stati i due rami del Parlamento, in cui il Capo del Governo ha illustrato gli esiti del Consiglio Europeo straordinario. Sui quali ha incassato un plauso trasversale, ma anche i primi distinguo. Che, inopinatamente, sono piovuti anche dalla sua stessa maggioranza.

Fondi Ue, l’informativa di Conte

È probabile che, per il suo ritorno da Bruxelles, il Presidente del Consiglio avesse in mente una sorta di autocelebrazione. Dopotutto, veniva da quattro giorni di negoziati durissimi, che hanno portato a un accordo tutto sommato abbastanza soddisfacente.

«Il risultato positivo però non appartiene a chi vi parla, e nemmeno alle forze di Governo. Appartiene all’Italia intera» ha dichiarato l’ex Avvocato del popolo durante la prima parte della sua informativa, in Senato.

Un discorso in cui il Primo Ministro ha toccato vari punti, a partire proprio dai termini dell’intesa raggiunta dai Ventisette. «L’Italia riceverà 209 miliardi di euro, di cui 82 miliardi di grants. Si tratta del 28% degli aiuti complessivi del pacchetto Next Generation Ue. L’emissione di titoli europei si fermerà nel 2026 e comincerà la restituzione».

Giuseppi ha inoltre insistito sul rispetto della linea rossa tracciata da Roma. «Il meccanismo di governance preserva le prerogative della Commissione Ue. I piani saranno approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata ma singoli esborsi saranno decisi dalla Commissione Ue. Anche il freno di emergenza avrà una durata massima di tre mesi e non potrà prevedere un diritto di veto».

Su quest’ultima questione, molto cara al suo frugale omologo olandese Mark Rutte, il Signor Frattanto ha forse mostrato un eccesso di ottimismo. Il meccanismo, infatti, è abbastanza complicato e potrebbe causare dei rallentamenti nell’erogazione dei fondi. Tuttavia, sarebbe anche potuto essere ben peggiore, perciò il compromesso alla fine è accettabile.

Un altro aspetto affrontato dal BisConte è stato poi il Piano per la ripresa, o Recovery Plan. Che «sarà un lavoro collettivo, ci confronteremo con il Parlamento», ha assicurato. Proprio questo punto, però, si è di fatto trasformato in una vera prova del fuoco. Un fuoco, paradossalmente, anche amico.

Il fuoco amico

«Invece di una task force ci regali un dibattito parlamentare, qui in aula ad agosto, per confrontarci su come spendere questi soldi». Così il leader di Iv Matteo Renzi ha bacchettato a Palazzo Madama l’inquilino di Palazzo Chigi. Casus belli, l’intenzione, già preannunciata, di creare un pool di esperti a cui spetterà la gestione dei fondi Ue. Una cabina di regia che dovrebbe essere presieduta dallo stesso Conte.

Di qui l’irritazione di almeno parte degli azionisti di maggioranza dell’esecutivo rosso-giallo. Non solo Italia Viva, ma anche i grillini, con il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che vorrebbe un gruppo di lavoro che coinvolga tutti i dicasteri. Non è però un mistero che il Premier si senta molto rafforzato dopo il Consiglio Ue, e difficilmente rinuncerà ad avere l’ultima parola. E proprio tale protagonismo, stando ai rumours, ha ulteriormente indispettito gli alleati.

«Ormai si sente Napoleone» pare abbiano affermato sottobanco alcuni esponenti sia del Pd che del M5S. «Già era ambizioso e pieno di sé prima, figuriamoci ora che lo raccontano come un eroe…»

Piuttosto ingeneroso, almeno nel caso specifico, non foss’altro perché non solo di autonarrazione si tratta, come dimostrano le standing ovation tributate da entrambe le Camere. Non sufficienti, però, a stare sereni, se non nell’ormai mitologico senso del fu Rottamatore. Che infatti non ha risparmiato al Signor Frattanto altre frecciate, soprattutto sullo spauracchio Mes.

«Rifletta bene, Presidente» l’affondo del senatore fiorentino, «sono prestiti più favorevoli e con meno condizionalità del Recovery Fund».

Nulla, infatti, è gratis, e d’altronde la saggezza popolare insegna che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. Anche se, come ha puntualizzato Giuseppi citando l’ex presidente della Commissione Europea Jacques Delors, c’è almeno il fiore della speranza nel giardino dell’Ue.

Fondi Ue, le critiche dell’opposizione

Decisamente più scontate erano le critiche dell’opposizione, e infatti il segretario leghista Matteo Salvini ha seguito pedissequamente il copione. «È strano un prestito che ti viene concesso dicendoti cosa puoi o non puoi fare con quei soldi» ha attaccato. Aggiungendo che, se nell’accordo «c’è qualcosa di buono per l’Italia siamo tutti contenti, ma se c’è lo valuteremo nei prossimi mesi». E chiudendo con una provocazione: l’invito – in realtà impraticabile – a usare i finanziamenti del Recovery Fund per tagliare le tasse.

Non stupiscono più di tanto neppure i rilievi del battitore libero Carlo Calenda, leader di Azione. Il quale ha impietosamente fatto notare che l’Italia dovrà contribuire al Bilancio pluriennale dell’Unione Europea per un ammontare da lui stimato in circa 55 miliardi. Il che significa che, all’interno dei fondi Ue, l’entità reale dei sussidi non sarà pari a 81,4 miliardi, ma scenderà a circa 26.

L’eurodeputato ha naturalmente ragione sul piano matematico ma, a maggior ragione, andrebbe elogiata l’insistenza del Premier. Grazie alla quale è rimasto quasi inalterato il volume delle sovvenzioni rispetto alla proposta originaria della presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen.

Senza contare che, da questo punto di vista, i Quattro Frugali ci hanno involontariamente fatto un favore. L’esborso infatti si misura sulla totalità dei finanziamenti a fondo perduto e sul peso delle singole economie (la nostra vale il 13,5% della Ue). Perciò, nel momento in cui i rigoristi nordici hanno ottenuto il ridimensionamento dei trasferimenti diretti, hanno anche automaticamente abbassato la quota italiana.

Storia e destino

«La Ue ha mutato prospettiva, è una svolta storica» ha sottolineato l’ex Avvocato del popolo in apertura del suo intervento al Senato. Probabilmente ha esagerato con l’enfasi, ma è pur vero che è lo stile a cui il Nostro ci ha ormai abituati. Così come è vero che, da settimane, il Presidente del Consiglio scomodava la Storia per accentuare l’importanza – in ogni caso indiscutibile – del summit belga.

Curiosamente, comunque, si potrebbe dire che le stelle si sono in qualche modo allineate per l’occasione, coinvolgendo come co-protagonista d’eccezione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale, la sera stessa dell’accordo, lo stesso giorno in cui ha espresso a Giuseppi «apprezzamento e soddisfazione», si è recato all’Auditorium Parco della Musica. Qui ha assistito all’esecuzione della Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven, il cui racconto musicale ha come tema centrale il destino. Tanto è vero che le prime, inconfondibili quattro note rappresentano, secondo le parole dello stesso genio teutonico, “il destino che bussa alla porta”.

Come in questi giorni di trattative cruciali per il futuro dell’Europa. Se non è un segno del destino questo!

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Cronaca

Stranieri e Covid-19, la realtà inizia a far cambiare idea anche ai buonisti

Folle strategia del Governo che respinge i turisti e accoglie i clandestini, compresi quelli malati che poi spariscono. E, con i nuovi cluster, anche insospettabili come il Governatore della Campania De Luca chiedono più controlli

Mirko Ciminiello

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stranieri e covid-19: vincenzo de luca
Il Governatore della Campania Vincenzo De Luca

Stranieri e Covid-19, una questione oggettivamente complicatissima. In quest’ambito così scivoloso, che si muove principalmente (ma non solo) al confine tra sanità ed economia del terzo settore, il Governo sembra navigare a vista. Con risultati, come minimo, sconcertanti.

I focolai recenti

Negli ultimi giorni sono stati individuati in Italia vari focolai di contagio da coronavirus, di cui il più grave è sicuramente quello di Savona. L’ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che non solo il patogeno non ci ha abbandonati, ma “è vivo e lotta con noi”.

Non appare dunque del tutto ingiustificata una certa prudenza da parte del Governo Conte nella gestione della pandemia. Il problema, infatti, sta paradossalmente nelle soluzioni.

Abbiamo già ricordato come il Belpaese, in accordo con Bruxelles, abbia stabilito di vietare l’ingresso ai viaggiatori provenienti da alcuni Paesi a rischio. Per effetto di tale decisione, ad esempio, a inizio mese un jet con dieci turisti americani è stato respinto all’aeroporto di Cagliari.

Su una normativa simile si potrebbe discutere a lungo, anche perché pone un interrogativo quasi manicheo tra due esigenze contrapposte. Quella di garantire la salute e quella di tutelare chi vive di turismo.

In sé, non ci appare scandaloso che l’esecutivo abbia fatto una scelta di campo. Salvo che per un particolare: la disparità di trattamento verso coloro che arrivano in Italia da clandestini.

Stranieri e Covid-19, confusione nel Governo

Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che i recenti cluster hanno le origini più disparate. E che non sempre gli Italiani stanno dando una grande prova di sé, come dimostra soprattutto il caso dell’Alto Adige. Dove un’intera famiglia è stata denunciata per epidemia colposa dopo aver violato la quarantena imposta dalla positività di uno dei suoi membri. Che potrebbe aver contagiato (per ora) 40 persone.

E tuttavia, proprio perché ci sono già gli irresponsabili autoctoni, non serve che si aggiungano quelli esteri. Tipo i tunisini trasferiti a Gualdo Cattaneo, in Umbria, quasi all’insaputa del sindaco, 23 dei quali si sono dileguati violando a loro volta l’isolamento. O gli oltre venti migranti fuggiti senza lasciare traccia dall’hotspot di Taranto.

«Gli sbarchi incontrollati mettono in evidenza tutte le contraddizioni» dell’esecutivo, aveva attaccato Jole Santelli, Governatrice della Calabria, dove erano approdati 28 clandestini positivi al virus. Un Governo «che, giustamente, blocca tutti gli ingressi da 13 Paesi a rischio, ma poi rimane incomprensibilmente inerte rispetto ai barconi che arrivano dall’Africa».

⭕️ I 28 migranti positivi al #Covid19 arrivati ieri a #RoccellaJonica confermano gli enormi rischi connessi agli sbarchi…

Pubblicato da Jole Santelli su Domenica 12 luglio 2020

Stranieri e Covid-19, cui prodest?

Ragionamento opposto, invece, quello della Regione Lazio, il cui assessore alla sanità, Alessio D’Amato, ha annunciato l’inasprimento delle misure anti-coronavirus. Un’apposita ordinanza, infatti, permetterà di sanzionare coloro che non indossano la mascherina in presenza di altre persone.

D’Amato, del resto, lo aveva già anticipato. «Rivolgo un appello all’utilizzo della mascherina o si dovrà richiudere. Non possiamo tornare indietro e disperdere gli sforzi fatti fin qui».

E, d’altra parte, le ultime linee guida dell’esecutivo rosso-giallo contemplano ancora l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione individuale. E non solo nei luoghi chiusi, ma anche all’aperto, se non è possibile mantenere il distanziamento interpersonale minimo. Come accade, fin troppo spesso, nelle zone della movida.

Eppure, lo stesso assessore aveva precisato, nel corso della stessa comunicazione, che dei 17 nuovi casi registrati quel giorno in Regione dieci erano «di importazione». Verrebbe quindi da chiedersi: cui prodest?

Anche perché, solo poche ore prima, Francesco Boccia, Ministro dem per gli Affari Regionali, aveva rilanciato la necessità dello stato di emergenza. Preventivo, visto che lui stesso ha ammesso che «l’Italia in questo momento è uno dei Paesi più sicuri». Eppure, ha sottolineato al contempo, è necessario mantenere alta la tensione, «perché il 70% dei positivi lo abbiamo ancora in casa».

Una ragione in più per evitare di farne entrare altri. Anche perché qualcuno potrebbe sempre malignare che, non essendoci una crisi reale, qualcuno potrebbe crearla a tavolino per continuare a esercitare i pieni poteri. Ma cosa si va a pensare…

Stranieri e Covid-19, i pentiti dell’ultima ora

«Dobbiamo innanzitutto liberarci da un ricatto morale inaccettabile. Essere contro gli sbarchi, combattere gli scafisti, sostenere la chiusura delle rotte illegali nel Mediterraneo e il controllo dell’immigrazione, non significa essere razzisti».

Sembrano parole del leader leghista Matteo Salvini, invece a vergarle è stato Aldo Cazzullo, una delle firme più importanti del Corriere della Sera. Che ha anche aggiunto che «un Paese ha il diritto e il dovere di difendere le proprie frontiere, di stabilire chi può entrare e chi no. A maggior ragione se sono frontiere europee. A maggior ragione se è un Paese indebolito e impoverito da una pandemia».

Una presa di posizione assai politicamente scorretta, ancora più significativa se si pensa che è apparsa sulle colonne del quotidiano che rappresenta il tempio del conformismo. Eppure, via Solferino non è l’unica sede in cui si possono trovare dei “buonisti pentiti”.

Il buonsenso non ha colore politico

Per informazioni, chiedere a Vincenzo De Luca, Presidente della Regione Campania, da sempre strenuo avversario delle politiche sull’immigrazione portate avanti dal Carroccio. Almeno finché la realtà non ha bussato alla sua porta sotto forma di focolaio dalle radici estere.

«Complessivamente le persone rientrate dalla Serbia in 48 ore sono 30. Questo conferma la necessità che l’Italia abbia un controllo più serio ai confini rispetto ai giorni scorsi» ha argomentato il Governatore. «Quelli di ora non sono rigorosi e non possiamo permetterci di avere una epidemia da importazione. Trenta persone dalla Serbia possono essere un problema».

Parole assennate, ed è certamente una buona notizia che inizino a condividerle anche gli intelliggenti con-due-gi. La sicurezza, infatti, non dovrebbe essere né di destra né di sinistra, e in effetti non dovrebbe avere alcun colore politico. Esattamente come una virtù che al momento, ahinoi, scarseggia: il buonsenso.

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