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Ambiente

Dagli anni ’80 l’aria in Italia è più pulita

Le giornate con atmosfera limpida sono più frequenti in tutte le aree del territorio prese in considerazione.

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Secondo uno studio dell’Università Statale di Milano e del Consiglio Nazionale delle ricerche (Cnr) dagli anni 80 l’atmosfera in Italia è diventata più limpida e l’aria può essere considerata più pulita. Lo studio è avvenuto attraverso l’analisi della visibilità orizzontale dell’atmosfera e si è scoperto che nelle zone più inquinate del Paese la frequenza dei giorni con visibilità sopra i 10 o 20 chilometri e’ più che raddoppiata. 

Le norme anti inquinamento stanno quindi dando i loro frutti.  I risultati sono pubblicati sulla rivista Atmospheric Environment. I dati analizzati dalla Statale e dall’Istituto per le Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Cnr sono quelli raccolti tra il 1951 e il 2017. 

Le giornate con atmosfera limpida sono più frequenti in tutte le aree del territorio prese in considerazione. Lo studio ha inoltre messo in evidenza per la prima volta, che il particolato atmosferico respinge verso lo spazio le radiazioni solari, causando il raffreddamento della superficie terrestre che per anni è andato a sovrapporsi quindi a mitigare l’effetto dei gas serra. Dagli anni ’80 la progressiva riduzione degli aerosol ha determinato un aumento della radiazione solare che giunge a terra portando a un aumento della temperatura pari a quasi mezzo grado ogni decennio.

In Italia, come in altri Paesi sviluppati,le emissioni inquinanti sono cambiate a causa dello sviluppo economico avvenuto intorno agli anni 60-70, ma una rapida decrescita è avvenuta grazie alle norme per ridurre lo smog. 

 

 

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Ambiente

Clima, l’allarme sull’Antartide e il solito boomerang degli “affermazionisti”

Uno studio, comunque basato su simulazioni, sostiene che lo scioglimento dei ghiacci antartici possa essere inesorabile e irreversibile. Peccato che l’Agenzia Europea per l’Ambiente abbia rilevato un crollo record delle emissioni di gas serra

Mirko Ciminiello

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clima
Clima

Proprio come in politica, anche quando si parla di clima tocca sempre fare i conti con uno iato tra ideologia e realtà. Il tempo, però, è galantuomo, e presto o tardi finisce sempre per portare alla luce i fatti. Che comunque devono sempre fare i conti col sistema mediatico-culturale dominante che cerca di condannare all’oblio quelle verità che ne smentiscono le tesi preconcette. Cosa che, per inciso, accade sempre più spesso.

L’allarmismo sull’Antartide

Secondo un recente studio appena pubblicato sulla rivista Nature, lo scioglimento dei ghiacci antartici sarebbe inesorabile e addirittura irreversibile. Questo, almeno, è quanto emerge dalle simulazioni dei ricercatori, che per buona misura sono tornati a lanciare l’allarme sull’innalzamento del livello dei mari. O, per meglio dire, l’allarmismo.

Il paper, infatti, indica che un aumento di 2°C della temperatura mondiale comporterebbe una crescita di 2 metri e mezzo del livello globale dei mari. Se le temperature salissero di 4°C, il livello dei mari crescerebbe di 6 metri e mezzo, che diventerebbero quasi 12 con un incremento di 6°C.

Ne deriverebbe uno scenario apocalittico in cui sarebbero a rischio città come New York, Londra, Tokyo e Shanghai. Salvo che non si torni ai livelli pre-industriali, ipotesi che Ricarda Winkelmann, prima autrice dell’articolo, considera «altamente improbabile». Senza contare che le proiezioni «mostrano che una volta sciolto, il ghiaccio non ritornerebbe al suo stato iniziale, anche se le temperature dovessero abbassarsi di nuovo».

Clima, i modelli e le congetture indimostrate

Tuttavia – e questo è il primo punto – la previsione si basa su un modello. Uno, cioè, di quei programmi computerizzati che non sono mai riusciti a riprodurre la variabilità naturale osservata del clima. Come puntualizzavano, poco più di un anno fa, gli scienziati italiani autori dell’importante documento “Clima, una petizione controcorrente”.

Ma immaginiamo pure che, una volta tanto, la proiezione sia affidabile. Ebbene, potremmo ancora dormire sonni tranquilli, perché il riscaldamento della superficie terrestre non si avvicina neppure lontanamente alla “soglia critica” paventata dagli allarmisti. Dal 1850, infatti, la temperatura media globale è aumentata di circa 1°C, e comunque l’idea che tale fenomeno abbia un’origine antropica è e resta una congettura indimostrata.

800.000 anni fa, per dire, Homo sapiens era ben di là da venire. Eppure, proprio i ghiacci antartici hanno evidenziato che la concentrazione di CO2 era molto più alta rispetto al presente.

LE EMISSIONI CALANO, GRETA PURE La seguente notizia – lunedì – non ci risulta sia stata riportata da nessun sito web…

Pubblicato da Filippo Facci su Martedì 22 settembre 2020

Risale invece a circa 8.000 anni fa il picco termico di ogni tempo, l’optimum climatico dell’Olocene. Periodo in cui la temperatura media globale era di 1,6 ± 0,8°C maggiore di quella attuale, con punte di 9°C a livello locale. E anche in epoca romana, come ha illustrato il Premio Nobel per la Fisica e senatore a vita Carlo Rubbia, le temperature erano più alte di adesso nonostante la minor concentrazione di CO2.

Oltretutto, poi, il tempismo degli studiosi coordinati dalla Winkelmann è stato, come spesso accade, eccezionale. Perché, nel silenzio pressoché generale degli organi di informazione mainstream, è stato appena diffuso un dato che sbugiarda per l’ennesima volta le fake news eco-catastrofiste.

Clima, il calo record delle emissioni di CO2

Nel 2019 le emissioni di gas serra nell’Europa a 27 sono diminuite del 4% rispetto al 2018, e del 24% sul 1990 (26% includendo il Regno Unito). Lo ha rivelato una nota dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, sottolineando che «risulterebbe già abbondantemente superato l’obiettivo Ue di riduzione delle emissioni del 20% entro il 2020».

Clima: Agenzia Ue, emissioni scese del 4% sul 2018#ANSA

Pubblicato da ANSA.it su Lunedì 21 settembre 2020

Secondo l’ente, questa tendenza riflette il maggior utilizzo delle energie rinnovabili e l’abbandono del carbone nel Vecchio Continente. Fenomeni verificatisi, peraltro, in un contesto di crescita economica, non di crisi e di riduzione della produzione e dei consumi. Fatto quantomeno curioso, se si considera che la sospensione planetaria dell’inquinamento dovuta al lockdown non ha avuto effetti né a breve né a medio termine.

LE EMISSIONI CALANO, GRETA PURE La seguente notizia – lunedì – non ci risulta sia stata riportata da nessun sito web…

Pubblicato da Filippo Facci su Martedì 22 settembre 2020

La realtà e i teoremi

In effetti, la spiegazione più plausibile è un’altra, solo che gli affermazionisti si ostinano a negarla perché farebbe loro saltare il giocattolo, con annesso business miliardario.

Lasciamo però la parola a un luminare come il professor Antonino Zichichi e a una sua magistrale riflessione risalente al 2017. «L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del 10%. Al 90%, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future». Vale a dire le variazioni dell’attività solare, i cosiddetti cicli di Milanković (i cambiamenti periodici dell’eccentricità dell’orbita della Terra, dell’inclinazione e della precessione dell’asse terrestre) e, in misura minore, il vulcanismo.

Questi i fatti, che però, paradossalmente, si devono scontrare in continuazione con le eco-balle – incluse quelle propinate da qualche improvvisata cassandra scandinava. D’altra parte, come commentava il grande fisico e matematico Freeman Dyson, «l’ambientalismo ha sostituito il socialismo come la principale religione laica». E, nel più puro stile marxista – e prima ancora hegeliano -, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».

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Ambiente

L’ultima follia dell’Oms, per cui la pandemia è un monito sul clima

Il leader Ghebreyesus torna a farneticare sui cambiamenti climatici, che oltre a essere una minaccia inventata non sono nemmeno di sua competenza. Viene il dubbio che, sulla sconcertante gestione del Covid, anziché colpa vi sia dolo

Mirko Ciminiello

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ricerca scientifica: il coronavirus e l'oms
Il coronavirus e l'Oms

L’ultima follia dell’Oms dimostra che la “tregua pandemica” sugli sproloqui è definitivamente saltata. Questo almeno raccontano le parole del Direttore Generale della World Health Organization, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Secondo il quale «la pandemia ha dato un nuovo impulso alla necessità di accelerare gli sforzi per rispondere ai cambiamenti climatici».

Non è nemmeno la prima volta che il leader dell’Organizzazione Mondiale della Sanità esce fuori dal seminato con qualche eco-balla al sapor di Covid-19. I prodromi risalgono allo scorso maggio, quando la WHO pubblicò il “Manifesto per una ripresa sana e verde” – qualunque cosa significhi l’espressione “ripresa verde”.

Lo ha ricordato, forse scambiandolo per qualcosa di cui vantarsi, lo stesso Ghebreyesus, che nell’occasione tenne il discorso di apertura della 73sima Assemblea mondiale sulla Salute. Casualmente, lo stesso giorno in cui 350 organizzazioni di 90 Paesi diffusero un appello ai leader del G20 affinché investissero, appunto, in una Healthy Recovery. Tanto per smentire i legami tra eco-catastrofismo e business.

Legame peraltro confermato, appena un mese fa, dall’attivista americano Michael Shellenberger, fondatore dell’organizzazione Environmental Progress, inserito dal Time tra gli Eroi dell’Ambiente nel 2008. Il quale, a nome degli ambientalisti, ha chiesto «formalmente perdono per il panico che abbiamo creato negli ultimi 30 anni sul clima».

Aggiungendo di essere rimasto in silenzio, fino a quel momento, perché era imbarazzato, ma anche perché temeva «di perdere amici e finanziamenti. Le poche volte che ho trovato il coraggio di difendere la climatologia da coloro che la distorcono, ho subito dure conseguenze. Quindi per lo più sono rimasto inerte e non ho fatto quasi nulla mentre i colleghi ambientalisti terrorizzavano il pubblico».

L’ultima follia dell’Oms

Va da sé che Ghebreyesus ha bellamente ignorato il mea culpa di uno dei principali protagonisti dell’ultimo trentennio di eco-terrorismo. A conferma che, come sosteneva il grande fisico e matematico Freeman Dyson, «l’ambientalismo ha sostituito il socialismo come la principale religione laica».

A monte, comunque, ci si potrebbe chiedere cosa c’entri l’Organizzazione Mondiale della Sanità con i cambiamenti climatici – reali o presunti che siano. O anche come possa un ente sanitario non essere diretto da un medico – Ghebreyesus è un biologo, benché specializzato in Immunologia delle Malattie Infettive.

Ma questi sono peccati veniali. Ben più grave è il fatto che il numero uno di un’agenzia delle Nazioni Unite anteponga alla scienza uno pseudo-dogmatismo stile Lady Melisandre scandinava. Tanto da affermare che il coronavirus «ci dà un’opportunità» quasi unica «per modellare il mondo che i nostri figli erediteranno».

Una frase che può essere letta in vari modi, alcuni dei quali piuttosto inquietanti. Come se l’obiettivo non fosse la salute pubblica, bensì un riordino della società – in senso anti-umanista, ça va sans dire.

Non è un caso che, a inizio mese, Bill Gates lamentasse che l’epidemia porterà “solo” a un calo dell’8% delle emissioni di CO2. E neppure che la World Health Organization finanzi programmi di controllo delle nascite attraverso un eccidio di massa quale l’aborto, come da agenda di George Soros.

Eppure, «ci sono prove schiaccianti che la nostra civiltà ad alta energia è meglio per le persone e la natura della civiltà a bassa energia a cui gli allarmisti vorrebbero farci tornare». Parole, ancora, di Shellenberger, basate sui «migliori studi scientifici disponibili». Che spiegano perfettamente perché la bizzarra (per usare un eufemismo) tesi di Ghebreyesus è davvero l’ultima follia dell’Oms.

Colpa o dolo?

Peraltro, non è che nel proprio settore di competenza – quello clinico – la WHO abbia «brillato per tempestività ed esattezza». Come aveva evidenziato il virologo Andrea Crisanti, lo scienziato che ha salvato il Veneto facendo tamponi a tutti fin dallo scoppio del focolaio di Vo’. Vale a dire quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ancora raccomandava di somministrare tamponi «solo ai casi sospetti», salvo poi cambiare idea a metà marzo. Con l’Italia in pieno lockdown, così per dire.

D’altronde, l’ente dell’Onu ci ha messo un po’ anche a capire l’importanza delle mascherine, che ancora a inizio aprile Ghebreyesus considerava, come minimo, superflue. Tempo due giorni, e sarebbero divenute di colpo utili. Al contrario, i guanti, che nel periodo dell’isolamento erano imprescindibili, a giugno si sono scoperti essere addirittura pericolosi.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, per questa gestione sconcertante e dilettantesca dell’emergenza coronavirus. Per la quale si è evocata più volte l’inadeguatezza dell’Oms e dei suoi vertici.

Eppure, i recenti sviluppi, con l’insistenza su un pericolo inesistente come il climate change, fanno venire il dubbio che vi sia più dolo che colpa. Perché, come già ammonivano gli antichi, errare humanum est, perseverare autem diabolicum. E il clima qui continua a non essere dei migliori. In tutti i sensi.

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Ambiente

Eco-catastrofismo, il clamoroso mea culpa dell’attivista Shellenberger

Il ricercatore americano chiede scusa a nome degli ambientalisti per l’allarmismo sui cambiamenti climatici: “Non sono la fine del mondo”. E gli alfieri di quella che è una “religione laica” fanno già partire i primi bavagli

Mirko Ciminiello

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clima
Clima ed eco-catastrofismo

Che l’eco-catastrofismo sia un business non lo scopriamo certo oggi. C’è chi, per dire, ci si sta costruendo un’immagine anche a spese dell’istruzione scolastica. E c’è chi ci ha rivitalizzato una carriera (politica) in fortissimo declino giungendo a vincere premi Oscar e Nobel. Eppure, come affermavano gli antichi, veritatem laborare nimis saepe aiunt, extingui numquam. Si dice che la verità soffra spesso, ma non muoia mai. E oggi ha il nome e il volto di Michael Shellenberger.

Eco-catastrofismo, il mea culpa di Shellenberger

«A nome degli ambientalisti di ogni dove, desidero chiedere formalmente perdono per il panico che abbiamo creato negli ultimi 30 anni sul clima. I cambiamenti climatici sono reali, solo che non sono la fine del mondo. Non sono nemmeno il più grave tra i problemi ambientali».

Si apre così la confessione di Michael Shellenberger, «un attivista del clima da 20 anni e un ambientalista da 30», come lui stesso si descrive. Nonché fondatore di Environmental Progress (un’organizzazione di ricerca e politica che si batte per l’energia pulita), inserito dal Time tra gli Eroi dell’Ambiente nel 2008.

Queste premesse spiegano perché il mea culpa del ricercatore americano, pubblicato anche dalla sua organizzazione, stia facendo così tanto rumore. «Sento l’obbligo di scusarmi per quanto gravemente noi ambientalisti abbiamo fuorviato il pubblico» ha ammesso, elencando «alcuni fatti che poche persone sanno». Fatti che provengono «dai migliori studi scientifici disponibili», compresi alcuni condotti o accettati da enti come Fao o Ipcc. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (Pannello intergovernativo sui cambiamenti climatici) che fa capo all’Onu ed è corresponsabile del documentario da Nobel (sic!) Una scomoda verità.

Una scomoda verità

Ed ecco la scomoda verità di Shellenberger.

– Gli uomini non stanno provocando una “sesta estinzione di massa”.

– L’Amazzonia non è “il polmone del mondo”.

– I cambiamenti climatici non stanno aggravando i disastri naturali.

– Dal 2003 gli incendi sono diminuiti in tutto il mondo del 25%.

– La quantità di terra che utilizziamo per la carne (l’utilizzo più esteso di terra fatto dall’umanità) è diminuita di un’area grande quasi come l’Alaska.

– L’incremento di combustibili legnosi e di case vicine alle foreste, non i cambiamenti climatici, spiega perché in Australia e in California ci sono più incendi, e più pericolosi.

– Le emissioni di anidride carbonica calano nella maggior parte delle nazioni ricche e in Gran Bretagna, Germania e Francia diminuiscono dalla metà degli anni Settanta.

– I Paesi Bassi si sono arricchiti, non impoveriti, adattandosi alla vita sotto il livello del mare.

Produciamo il 25% di cibo in più rispetto al nostro fabbisogno e le eccedenze alimentari continueranno ad aumentare mentre il mondo si riscalda.

La perdita dell’habitat e l’uccisione diretta di animali selvatici rappresentano per le specie minacce peggiori dei cambiamenti climatici.

– I combustibili legnosi sono di gran lunga peggiori dei combustibili fossili per le persone e la fauna selvatica.

Prevenire future pandemie richiede più agricoltura “industriale”, non meno.

Apocalypse Never

C’è chi ritiene che quella di Shellenberger sia solo un’operazione di marketing tesa a favorire le vendite del suo nuovo libro Apocalypse Never (Mai l’Apocalisse). Se anche fosse, non significa che le sue dichiarazioni non siano autentiche – tanto più che sono suffragate dalla scienza.

La tesi fondante del volume è che «ci sono prove schiaccianti che la nostra civiltà ad alta energia è meglio per le persone e la natura della civiltà a bassa energia a cui gli allarmisti vorrebbero farci tornare». Tra i punti salienti, il fatto che il 100% delle energie rinnovabili richiederebbe l’aumento della terra utilizzata per l’energia dall’odierno 0,5% al 50%. Che l’allevamento di bovini ruspanti richiederebbe 20 volte più terra e produrrebbe il 300% di emissioni in più. Che l’approccio colonialista alla conservazione dei gorilla nel Congo ha prodotto un contraccolpo che potrebbe aver determinato l’uccisione di 250 elefanti. E che la cosa più importante per ridurre l’inquinamento dell’aria e le emissioni di carbonio è passare dal legno al carbone al gas naturale all’uranio.

Shellenberger ha scritto di aver voluto pubblicare Apocalypse Never dopo che l’eco-catastrofismo è uscito «fuori controllo». Come esempi, ha citato la deputata del Congresso Alexandria Ocasio-Cortez, secondo cui «il mondo finirà in 12 anni se non affrontiamo i cambiamenti climatici». Extinction Rebellion, il più importante gruppo ambientalista britannico, secondo cui «i cambiamenti climatici uccidono i bambini». E Bill McKibben, il più influente giornalista verde del mondo, secondo cui i cambiamenti climatici sono «la più grande sfida che l’uomo abbia mai affrontato» e «distruggeranno le civiltà».

Il climatologo Tom Wigley ha sostenuto che Apocalypse Never «può ben essere il libro più importante mai scritto sull’ambiente». E, tuttavia, ha aggiunto che forse Shellenberger si è «spinto un po’ troppo in là e dovrà difendere questo articolo per molti anni».

Eco-catastrofismo e clima di terrore

Shellenberger ha affermato di non aver voluto parlare a lungo dell’eco-catastrofismo principalmente per due ragioni. La prima è che era imbarazzato, avendo contribuito a diffondere le farneticazioni sul climate change. La seconda è che aveva paura.

«Sono rimasto in silenzio sulla campagna di disinformazione sul clima perché temevo di perdere amici e finanziamenti. Le poche volte che ho trovato il coraggio di difendere la climatologia da coloro che la distorcono, ho subito dure conseguenze. Quindi per lo più sono rimasto inerte e non ho fatto quasi nulla mentre i colleghi ambientalisti terrorizzavano il pubblico».

Quest’ultima motivazione è particolarmente interessante, perché conferma che le eco-balle rappresentano sia un business che una sorta di dogma. Che affonda le sue radici nel Malthusianesimo, la dottrina economica che lega la povertà e la fame nel mondo al rapporto tra popolazione e risorse. Un’ideologia, “figlia” dell’economista Robert Thomas Malthus, che «è stata ripetutamente sfatata per 200 anni ma è ancora più potente che mai».

«L’ambientalismo ha sostituito il socialismo come la principale religione laica» commentava non a caso il grande fisico e matematico Freeman Dyson. E, in effetti, la rivista Forbes – la prima a pubblicare l’articolo di Shellenberger – lo ha rimosso con quello che suona come un pretesto. La violazione delle «linee guida sull’autopromozione», perché nello scritto si parlava di Apocalypse Never. Anche dando al magazine il beneficio del dubbio, le tempistiche appaiono quantomeno singolari.

La sensazione, cioè, è che i paladini dell’eco-catastrofismo tengano meno alla verità che alle loro tesi precostituite. E che ci sia un solo clima che sarebbero disposti a difendere a ogni costo. Quello di terrore da loro stessi instaurato.

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Ambiente

Giornata dell’Ambiente, la solita passerella per gli eco-fanatici

Nella ricorrenza istituita dall’Onu spiccano come sempre vuota retorica e pretestuosi attacchi all’umanità. Ma, come magistralmente evidenziava Papa Benedetto XVI, l’unica vera ecologia possibile è un’ecologia umana

Mirko Ciminiello

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La Terra e la Giornata dell'Ambiente

Lo scorso venerdì 5 giugno è stata celebrata la Giornata dell’Ambiente, istituita dalle Nazioni Unite nel 1972 per sensibilizzare sull’uso sostenibile delle risorse naturali. Una delle innumerevoli ricorrenze ideologizzate che servono a ricordare al mondo l’esistenza degli eco-fanatici. E, come sempre, anche in questa occasione oltre la stucchevole retorica c’è il nulla.

La Giornata dell’Ambiente 2020

È il momento per la natura, lo slogan scelto per l’edizione 2020 della Giornata dell’Ambiente. Soprassedendo (sia pure con uno sforzo notevole) sull’italiano zoppicante, prendiamo atto che il motto dovrebbe in qualche modo misterioso far riferimento alla biodiversità. Ovvero alla coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali in reciproca relazione.

Un equilibrio che – apprendiamo – sarebbe oggi a rischio, naturalmente per colpa degli esseri umani. Le cui attività minaccerebbero di estinzione circa un milione di specie differenti – che lo scrivente si augura vivamente includano mosche e zanzare. Tutto ciò nonostante «i Sapiens, su questo pianeta, da soli non sono niente, hanno bisogno di tutti gli altri viventi…».

Parole e musica del divulgatore scientifico Mario Tozzi, all’interno di una riflessione sulla celebrazione di cui questo passo è l’unico che si potrebbe salvare. Non che sia tutta colpa sua, beninteso, visto che l’anniversario è anodino fin dalla denominazione.

La differenza tra Creato e ambiente

Un conto, infatti, sarebbe inneggiare al Creato, che rimanda al Creatore e alla responsabilità dell’uomo come vertice, centro e custode della Creazione. Tutt’altro conto è esaltare l’ambiente, che al massimo rimanda alla moderna Pippi Calzelunghe o a quell’idolatria neo-pagana che considera il genere Homo alla stregua di un parassita.

Quella che (giustamente) si indigna per l’elefantessa incinta morta nel distretto indiano di Palakkad dopo aver ingerito un ananas pieno di esplosivo. Ma che (ottusamente) si scaglia – soprattutto in quella sentina virtuale costituita dai social – contro «la crudeltà dell’uomo».

Ignorando che il povero pachiderma non era l’obiettivo del frutto al tritolo, che in quella zona viene (deplorevolmente) usato per scongiurare incursioni di animali selvatici. Ma, soprattutto, girandosi dall’altra parte rispetto ai 40-50 milioni di bambini uccisi ogni anno nel grembo materno attraverso l’aborto volontario. Anzi, peggio, spacciando tale delitto per un diritto per cui non si versano lacrime né fiumi di vacua oratoria.

E – si badi – le questioni sono più correlate di quanto possa sembrare, perché non ci può essere una vera ecologia se non è ecologia umana. Come infatti puntualizzava un gigante come Papa Benedetto XVI, «l’uso sconsiderato della creazione inizia laddove Dio è emarginato o addirittura se ne nega l’esistenza». Che poi è la stessa sconsiderata Weltanschauung che porta a crearsi idoli alternativi, tra cui la stessa natura. Pardon, l’ambiente.

Le criticità evidenziate nella Giornata dell’Ambiente

A tal proposito, la prima delle tante querimonie della Giornata dell’Ambiente riguarda un dato diffuso dal Copernicus Climate Change Service. Secondo cui nel maggio appena trascorso le temperature sono state di 0,63°C più alte della media dello stesso mese tra il 1981 e il 2010. Nonché il più caldo di sempre all’interno di questo periodo.

Un intervallo cronologico piuttosto singolare, che porta a chiedersi perché sia stata esclusa dal computo la decade più recente. Tanto più che in una pagina diversa dello stesso imparzialissimo sito il dato viene riferito all’ultimo quarantennio – erroneamente, perché altrimenti non tornerebbero i conti.

È però un fatto che, estendendo l’arco temporale, lo scostamento climatico si riduce – per l’esattezza, a 0,55°C. Non sarà tantissimo, ma basta a far sorgere qualche dubbio sulla metodologia.

Tanto più che, com’è ampiamente noto, il picco termico di ogni tempo si è avuto all’incirca 8.000 anni fa, nel cosiddetto optimum climatico dell’Olocene. Quando la temperatura media del pianeta era di 1,6 ± 0,8°C maggiore di quella attuale, con punte di 9°C a livello locale. Malgrado l’assenza delle moderne attività umane.

A monte, infatti, va anzitutto messo in discussione il fatto che si dà per scontato che il fenomeno rilevato sia (almeno prevalentemente) di origine antropica. Tanto che lo si accompagna all’altro dato per cui, sempre a maggio, si è registrato il record assoluto della concentrazione globale di anidride carbonica. Il precedente primato apparteneva all’aprile 2020.

Due mesi in cui il mondo stava affrontando o iniziava faticosamente a uscire dal pesante lockdown dovuto alla pandemia di Covid-19. E in cui, pertanto, le attività umane erano fortemente ridotte.

I paraocchi ideologici dell’ambientalismo

Non è difficile fare due più due, eppure esperti come lo stesso Tozzi preferiscono indulgere nei soliti, vetusti cahiers de doléances. In cui, ça va sans dire, trova spazio anche l’usuale intemerata contro la cattivissima plastica.

Ora, essendo Tozzi un geologo, gli si può perdonare che ignori che questo vituperato materiale ci ha salvati durante l’emergenza coronavirus – presente le mascherine? Dovrebbe invece sapere bene quale ruolo ha il vulcanismo nelle emissioni di CO2. Ruolo che, peraltro, nonostante sia importante è di gran lunga inferiore rispetto a quello di altri fenomeni naturali. I quali, come magistralmente sottolineato da Antonino Zichichi, incidono complessivamente sul clima per il 90%. Tra tali fenomeni spiccano le variazioni dell’attività solare e i cosiddetti cicli di Milanković (cambiamenti periodici dell’eccentricità dell’orbita della Terra, dell’inclinazione e della precessione dell’asse terrestre).

Questa è parola della scienza, eppure gli intelliggenti con-due-g – compresi quelli dell’Onu – le preferiscono una vuota e ampollosa magniloquenza. Tipo l’avvertimento (sic!) che attraverso il virus la natura «ci sta inviando un messaggio».

Ammesso che sia così, il messaggio sarebbe verosimilmente cave Cinam, però dirlo sarebbe politicamente scorretto. E, comunque, per poterlo fare occorrerebbe prima togliersi i paraocchi dell’ideologia. Campa cavallo.

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Ambiente

Healthy Recovery, le “amenità” medico-climatiche di associazioni e Oms

Appello di 350 organizzazioni di operatori sanitari al G20: “Serve un mondo più verde per una vera guarigione dal Covid-19”. Peccato che, come sempre, la scienza smonti i teoremi ambientalisti

Mirko Ciminiello

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clima
Terra e clima

L’ultima frontiera del vaneggiamento collettivo si chiama Healthy Recovery. Locuzione inglese che letteralmente sta per “sano recupero”, cosa che ha perfettamente senso nel momento in cui dà il titolo a un appello sull’emergenza Covid-19. Ma che perde qualsiasi valore nell’attimo in cui lega la «vera guarigione» (sic!) a una facezia come la lotta ai cambiamenti climatici.

L’appello per la Healthy Recovery

Il 26 maggio è stato diffuso un appello indirizzato ai leader del G20 affinché, mediante i pacchetti di stimolo economico, investano saggiamente nella salute pubblica. La lettera è stata firmata da oltre 350 organizzazioni che rappresentano più di 40 milioni di professionisti del settore sanitario provenienti da 90 differenti Stati. Che è comunque diverso dal dire, come hanno artatamente fatto vari media nostrani, che metà dei medici del mondo ha scritto ai venti Grandi.

La dichiarazione si apre con un vago riferimento a un «approccio pragmatico e basato sulla scienza per gestire la pandemia di Covid-19». E prosegue con la testimonianza degli effetti nefasti del virus, dovuti anche al «sottofinanziamento dei servizi sanitari nazionali». E fin qui tutto bene.

Poi, però, iniziano gli sproloqui correlati alla «vera guarigione». La quale «non permetterà chel’inquinamento atmosferico continui a contaminare l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo. Non farà avanzare inesorabilmente cambiamento climatico e deforestazione, scatenando potenzialmente nuove minacce alla salute di popolazioni vulnerabili».

Prese singolarmente, sarebbero anche frasi di buon senso: il problema è che non c’entrano niente con l’epidemia in corso. Il che non stupisce neppure più di tanto, considerando che dai seguaci di Ippocrate non ci si aspetta che siano anche esperti ecologisti.

Magari, però, dopo il successo mediatico dell’evidentemente autodidatta illetterata scandinava chiunque si sente legittimato a esprimere un parere sul tema. E, ça va sans dire, proprio come la “Pippi Calzelunghe de noantri” anche gli operatori sanitari si lanciano in consigli economici. Obiettivo primario, manco a dirlo, i combustibili fossili.

Da medici a economisti

I Governi, sostiene infatti la missiva, dovrebbero spostare la maggior parte degli attuali sussidi «verso la produzione di energia rinnovabile pulita». In tal modo, «la nostra aria sarebbe più sana e le emissioni climatiche si ridurrebbero drasticamente». E addirittura, concludono gli archiatri, il Pil mondiale guadagnerebbe «quasi 100.000 miliardi di dollari da qui al 2050».

Quest’ultima rodomontata deriva da un rapporto previsionale – pardon, un outlook – di un ente assolutamente neutrale quale l’IRENA. Acronimo che sta per International Renewable Energy Agency, ovvero Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile. E che nessuno osi azzardare che potrebbero esserci conflitti d’interesse.

Il report stima anche (benché questo insignificante dettaglio sia curiosamente passato sotto silenzio) che la decarbonizzazione richieda investimenti «fino a 130.000 miliardi di dollari». Naturalmente sull’unghia, a differenza dei fantomatici guadagni.

In compenso, i posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili si quadruplicherebbero, arrivando (globalmente) «fino a 42 milioni». Cioè poco meno degli abitanti della sola Spagna e quasi 20 milioni in meno rispetto alla popolazione italiana. Ma, di nuovo, guai a chi dovesse insinuare la possibilità di un deficit di imparzialità.

Il riflesso della Healthy Recovery

La missiva appena pubblicata riflette il discorso di apertura della 73sima Assemblea mondiale sulla Salute dell’Oms tenuto dal Direttore Generale Tedros Adhanom Ghebreyesus. Anche il leader dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva infatti parlato di una Healthy Recovery, con l’aggiunta dell’aggettivo green per esplicitarne ancor di più l’ideologizzazione.

Non a caso, i due messaggi concordano nel sollecitare interventi in «settori chiave quali sanità, trasporti, energia e agricoltura». Interventi, naturalmente, costosissimi e del tutto demagogici, in quanto al servizio di una fantasia collettiva. Che infatti l’uomo abbia un impatto rilevante su un sistema complessissimo come il clima è e resta una congettura del tutto indimostrata.

Problemi a monte e a valle

Peraltro, la World Health Organization sembra avere qualche problemino anche con le sue stesse premesse. Per dire, il manifesto afferma che Paesi come l’Italia «hanno messo, accanto alla salute, lo sviluppo verde al cuore delle strategie di ripresa dal Covid-19». Beh, qualunque cosa voglia dire l’espressione green development, di certo non ve n’è (stata) traccia nei Dpcm del bi-Premier Giuseppe Conte. A meno che non fosse un’allusione ai portafogli degli Italiani, nel qual caso il Signor Frattanto sarebbe già ben oltre metà dell’opera.

Anche per quanto riguarda la necessità di spostarsi maggiormente a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, è certamente un nobile auspicio. Che tuttavia si scontra con la realtà, cosa di cui anche Ghebreyesus non faticherebbe ad accorgersi se facesse, per esempio, una gita a Roma.

Quanto poi all’obiettivo «di contenere il riscaldamento (globale) al di sotto di 2°C», l’Oms può dormire sonni tranquilli. Non siamo infatti neppure lontanamente vicini all’optimum climatico dell’Olocene verificatosi circa 8.000 anni fa. E, qualora la situazione dovesse cambiare, sarebbe a causa dell’attività solare, di cambiamenti dell’orbita e dell’asse terrestre e, in misura minore, dei vulcani. Nulla che la WHO o qualsivoglia eco-fanatico sia in grado di influenzare, almeno fino a prova contraria.

Inquinamento e lockdown

Torniamo infine alla questione principale, l’inquinamento. Detto che non ha alcuna correlazione, neanche minima, con il virus, è comunque lecito chiedersi quale impatto abbia avuto il lockdown sul fenomeno. Dopotutto, dopo quasi tre mesi di quarantena su scala pressoché planetaria, i dati sono abbastanza cristallizzati, e ci si aspetterebbe un miglioramento generale.

Ebbene, la scienza ci dice che non solo non è così, ma addirittura i livelli di alcuni inquinanti sono aumentati. Già in aprile, per esempio, un’analisi condotta su dieci metropoli mostrava come, a Roma, le polveri sottili fossero cresciute del 30% in un mese.

Ora, poi, sono usciti i risultati di uno studio che si è concentrato sullo spauracchio CO2. Evidenziando che la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera non è cambiata. Anzi, secondo i ricercatori non ce n’è così tanta da 800.000 anni. Cioè da circa mezzo milione di anni prima che Homo sapiens facesse la sua comparsa.

Gli scienziati hanno quindi cercato di salvare in corner il teorema asserendo che il calo delle emissioni dovrebbe essere più lungo per produrre effetti significativi. Ma la realtà è che, come magistralmente spiegato da un luminare come Antonio Zichichi, «l’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future».

La vera Healthy Recovery

Il che, sia chiaro, non significa affatto che l’uomo non debba aver cura del pianeta Terra. Ma deve farlo perché è il custode del Creato e un giorno dovrà renderne conto al Creatore. Perché è chiamato «ad esercitare un governo responsabile per custodirlo», come puntualizzava Papa Benedetto XVI, «trovando le risorse necessarie per una esistenza dignitosa di tutti».

Vale a dire che, se si vuole realmente una Healthy Recovery, bisognerebbe anzitutto bandire quell’idolatria biocentrica che considera l’essere umano alla stregua di un parassita. Perché una vera guarigione potrà essere davvero possibile solo quando cesserà finalmente la dittatura di decenni di eco-balle.

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Ambiente

Clima e coronavirus, dopo la tregua da lockdown ripartono le ecoballe

Con la fine dell’emergenza e l’inizio della fase 2, riprendono fiato anche i vaneggiamenti degli ambientalisti. A cui, sfortunatamente, danno corda anche ambienti governativi, e perfino il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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La Terra e il clima

Test per l’esame di giornalismo su clima e coronavirus. Il candidato consideri che:

a) Greta Thunberg è stata inserita dalla CNN nel proprio team di esperti sul Covid-19 comprendente medici e scienziati. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

b) Il periodo di lockdown ha fatto diminuire l’inquinamento da polveri sottili in varie metropoli mondiali. Non però a Roma, dove al contrario si era registrato un aumento del 30%. Certo che il sindaco Virginia Raggi non ne combina una giusta!

c) A proposito di inquinamento, in tutta Italia si registrano fortissimi disagi e code chilometriche per accedere ai mezzi pubblici. Merito (si fa per dire) delle norme sul distanziamento sociale che hanno imposto, come minimo, il dimezzamento dei posti. È ciò che il Governo ha chiamato autobonus.

Clima e coronavirus, ripartono i vaneggiamenti

d) Frattanto, sedicenti esperti farneticano di emergenza climatica perché a maggio fa caldo «e le temperature sono destinate a salire nei mesi di luglio e agosto». Chissà quando si accorgeranno che a novembre fa freddo e il termometro cala a dicembre e gennaio.

e) Alcune associazioni ambientaliste radicali hanno lanciato la campagna europea Stop Global Warming per contrastare un fenomeno inesistente come i cambiamenti climatici di origine antropica. È proprio vero che bisogna porre un freno alle ecoballe.

Ciò posto, spieghi il candidato se, quando il bi-Premier Giuseppe Conte ha detto di volere «un’Italia più verde», abbia fatto sfoggio della sua tipica modestia. Evitando di vantarsi del fatto che, negli ultimi due mesi, ha già ottenuto il risultato di portare l’Italia al verde.

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Ambiente

Earth Day, ecco perché l’ecologia è anzitutto “ecologia umana”

Il pianeta va salvato anzitutto dagli ambientalisti, che considerano l’uomo una specie di virus: quando invece è l’apice della Creazione, chiamato a esercitare un Governo responsabile sul Creato, come sostenuto da Benedetto XVI

Mirko Ciminiello

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clima

Il luogo più straordinario dell’universo. Così l’attore americano Will Smith definisce il nostro pianeta nella serie One strange rock, di cui è stato voce narrante: uno dei documentari riproposti in televisione in occasione del 50esimo Earth Day, convenzionalmente fissato dalle Nazioni Unite al 22 aprile.

La celebrazione, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto di quella che è la nostra casa, per il 2020 si è concentrata sui cambiamenti climatici: un’espressione che, come detto in altre occasioni, è talmente vaga da oltrepassare il ridicolo – rappresentato dagli eco-catastrofisti che considerano tali fenomeni di origine antropica, insultando peraltro l’intelligenza di autentici luminari.

«L’azione dell’uomo» puntualizzò ad esempio un’autorità del calibro di Antonino Zichichi in un’intervista del 2017, «incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future».

Già questo dà la misura di quanto la ricorrenza, di per sé nobilissima, andrebbe separata (per non dire salvata) dai corifei che la sviliscono, per esempio, plaudendo alla pandemia che permette alla natura di riappropriarsi degli spazi che l’umanità le avrebbe tolto. Atteggiamento tipico di quei diversamente intelligenti che considerano l’uomo alla stregua di un parassita di cui la Terra farebbe bene a liberarsi.

D’altronde, dal vizio di colpevolizzare la propria specie non sono immuni neppure gli esperti. «Il pianeta ha 4 miliardi e mezzo di anni e fino a diecimila anni fa dei sapiens neanche l’ombra, da quel momento è cambiato» ha dichiarato per esempio un noto divulgatore che evidentemente, malgrado il titolo della trasmissione che conduce, ignora che Homo Sapiens ha fatto la sua comparsa tra 200 e 300.000 anni or sono (dieci millenni fa, per dire, esisteva già una grande città come Gerico).

Svarioni ed estremismi a parte, comunque, il messaggio della Giornata della Terra è assolutamente condivisibile. Nessuno, infatti, è esente dalla responsabilità di difendere il Creato – non l’ambiente, il Creato: perché la terminologia è importante e, mentre il Creato rimanda al Creatore, l’ambiente rimanda al massimo a qualche cassandra scandinava o a qualche politico americano che, fallita la scalata al potere, ha scoperto un business che gli è valso due Premi Oscar e un Nobel per la Pace (che del resto non si nega a nessuno).

«Non è forse vero» sottolineava nel 2009 un gigante come Benedetto XVI, «che l’uso sconsiderato della creazione inizia laddove Dio è emarginato o addirittura se ne nega l’esistenza? Se viene meno il rapporto della creatura umana con il Creatore, la materia è ridotta a possesso egoistico, l’uomo ne diventa “l’ultima istanza” e lo scopo dell’esistenza si riduce ad essere un’affannata corsa a possedere il più possibile».

Il Creato è invece affidato «alla responsabilità dell’uomo, il quale è in grado di interpretarlo e di rimodellarlo attivamente, senza considerarsene padrone assoluto. L’uomo è chiamato piuttosto ad esercitare un governo responsabile per custodirlo, metterlo a profitto e coltivarlo, trovando le risorse necessarie per una esistenza dignitosa di tutti».

Concetti che Papa Ratzinger aveva già espresso nella superba enciclica Caritas in veritate in cui, tra l’altro, evidenziava come la protezione del pianeta non possa essere scissa da un’autentica ecologia umana: che, rigettando il biocentrismo idolatrico e neopagano, e restituendo all’uomo al posto che gli spetta (centro e vertice della Creazione), lo rende «veramente in grado di assolvere al grave dovere di consegnare alle nuove generazioni una Terra che anch’esse, a loro volta, potranno abitare degnamente e coltivare ulteriormente. Perché ciò si realizzi, è indispensabile lo sviluppo di “quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio”».

Questo è il senso più profondo dell’Earth Day. Perché la salvaguardia del pianeta è una cosa troppo importante per lasciarla in mano agli ambientalisti.

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Ambiente

Clima, così gli eco-catastrofisti smentiscono (ancora una volta) se stessi

Per gli esperti statunitensi il 2020 sarà l’anno più caldo mai registrato: ma il crollo dell’inquinamento dovuto al lockdown globale fa nuovamente a pezzi la narrazione mainstream sulle responsabilità dell’uomo

Mirko Ciminiello

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«Il 2020 ha quasi il 75% di probabilità di essere l’anno più caldo mai registrato sul pianeta Terra». Così, con questa dichiarazione roboante, gli scienziati del NOAA (National Oceanic and Atmospher Administration, un’agenzia americana che si occupa di oceanografia, meteorologia e climatologia) hanno riportato sotto i riflettori un tema, quello del presunto riscaldamento globale, che l’emergenza coronavirus aveva prepotentemente fatto uscire di scena.

Unico vagito, in queste settimane, era stato un messaggio in cui la lady Melisandre scandinava aveva comunicato che era «estremamente probabile» che anche lei avesse avuto il Covid-19. Tanto per ricordare al mondo la propria esistenza.

Naturalmente, quando gli eco-catastrofisti farneticano di global warming o di cambiamenti climatici intendono qualcosa di fortemente specifico – che contrasta in modo quasi comico con l’estrema vaghezza delle loro definizioni: il fatto che questi fenomeni sarebbero di origine antropica. Poiché però, prima o poi, i nodi vengono sempre al pettine, sono gli stessi dati a smentire – e non è certo la prima volta – i profeti di sventura.

Infatti, proprio per via del coronavirus e del conseguente lockdown su scala planetaria, la Nasa e l’ESA hanno potuto rilevare il crollo dell’inquinamento atmosferico a livello globale. Il che riguarda sostanze come il biossido di azoto (NO2, che è un indicatore della qualità dell’aria), ma anche lo spauracchio per eccellenza, quell’anidride carbonica spacciata per origine di tutti i mali. Come mai, allora, la temperatura non ne segue le oscillazioni, se tra i due fenomeni c’è un rapporto di proporzionalità diretta?

La realtà è che, con buona pace delle cassandre dell’ambientalismo, l’idea che l’uomo abbia sul clima un’influenza così dirompente è una congettura arrogante e assolutamente indimostrata, come puntualizzato la scorsa estate dagli scienziati italiani autori del documento “Clima, una petizione controcorrente”: che, tra le altre cose, evidenziava come l’affermazionismo si basi su modelli matematici del tutto inadeguati a riprodurre la variabilità naturale osservata del clima – che è semplicemente il sistema più complesso presente sul nostro pianeta.

Per esempio, i cosiddetti General Circulation Models non sono in grado di dar conto delle «note oscillazioni climatiche di circa 60 anni» consistenti, fin dal 1850, in un trentennio di riscaldamento seguito da un identico ciclo di raffreddamento; e falliscono completamente nel ricostruire i periodi caldi degli ultimi 10.000 anni, tra cui l’epoca romana nella quale – come magistralmente illustrato dal Premio Nobel per la Fisica e senatore a vita Carlo Rubbia in un’audizione al Senato del 2014 – le temperature erano più alte di adesso nonostante la minor concentrazione di CO2.

Del resto, è noto nella letteratura scientifica che il picco termico di ogni tempo si è avuto circa 8.000 anni fa, in quello che è conosciuto come optimum climatico dell’Olocene, quando la temperatura media era di 1,6 ± 0,8°C maggiore di quella attuale, con punte di 9°C a livello locale – in Siberia, per esempio.

Ancora, lo scrittore e scienziato Michael Crichton, nel suo capolavoro Stato di paura, ha reso perfettamente il senso dell’irrilevanza umana sul climate change attraverso un’efficacissima analogia tra l’atmosfera terrestre e un campo da football americano: sui cento metri dello stadio, la quantità di CO2 presente nella nostra atmosfera corrisponde a due centimetri e mezzo. E, in cinquant’anni, «è aumentata di tre ottavi di centimetro – meno dello spessore di una matita». E queste immissioni non sono neppure attribuibili in toto alle attività umane – si pensi, ad esempio, agli ingentissimi volumi di anidride carbonica prodotti dalle eruzioni vulcaniche.

«L’azione dell’uomo» ha infatti concluso un luminare del calibro di Antonino Zichichi in un’intervista del 2017, «incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future».

Questi fenomeni includono, stavolta sì con una probabilità talmente alta da rasentare la certezza, le variazioni dell’attività solare, i cosiddetti cicli di Milanković (i cambiamenti periodici dell’eccentricità dell’orbita della Terra, dell’inclinazione e della precessione dell’asse terrestre) e, in misura minore, il vulcanismo.

Certo, gli esperti statunitensi possono sempre appellarsi all’artificio retorico della rilevazione delle temperature, che si verifica “solo” dal 1850. Ma, come avrebbe detto Tito Livio, veritatem laborare nimis saepe aiunt, exstingui nunquam. «Si dice che la verità soffra spesso ma non muoia mai». Anche quando è più mainstream l’ideologia.

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Ambiente

Daniele Muscariello: la passione diventa cinema!

Domenico Di Catania

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Nella mia professione di economista e di responsabile nazionale di una confederazione datoriale, che mette insieme professionisti e aziende, spesso mi trovo a scoprire dei veri e propri talenti nel campo imprenditoriale. Ultimamente, per passione e grande curiosità che mi ha sempre suscitato il mondo del cinema e della comunicazione visiva in genere, ho avuto la fortuna di imbattermi nel vulcanico produttore cinematografico Daniele Muscariello.

Conosciamo Daniele Muscariello, produttore di cinema indipendente italiano ed internazionale

Il rampante ed eclettico imprenditore romano Daniele Muscariello dopo un lungo periodo nel mondo del calcio, con importanti cariche dirigenziali nell’AS Roma e nel Latina e la creazione della Synergo rete (società di consulenza aziendale e creazione di reti di impresa) torna al suo primo amore. Muscariello subito si contraddistingue negli ultimi anni come uno tra i più rilevanti produttori di cinema indipendente nel panorama italiano ed internazionale, infatti la passione per il cinema lo spinge a fondare tre case cinematografiche, ognuna con delle caratteristiche ben precise; la Henea Productions, dedicata a suo figlio Hermes, la Union Film e la  Waves Entertainment a Toronto

Con la sua Henea Productions, che si compone di almeno quattro divisioni Cinema\Tv-Libri-Musica-Management, realizza prodotti d’intrattenimento in ogni sua forma.

Mentre grazie alla Union Film, appendice della stessa HENEA Productions, Muscariello può vantare un importante collaborazione con Magnitudo per Sky Arte.

Ultima nata la Waves Entertainment a Toronto un progetto ambizioso dedicato al mercato canadese e americano che sta sviluppando progetti internazionali partendo da registi e attori emergenti italiani che vogliono farsi strada oltreoceano “capitanati” dal rivoluzionario Daniele.

Attraverso questa intervista ripercorreremo le fasi del suo percorso formativo e professionale.

Ciao Daniele, quando è nata la tua passione per il cinema e quale percorso formativo hai seguito? Riconosci in certi autori alcuni tuoi punti di riferimento?

La passione per il cinema ha sempre fatto parte della mia vita fin da giovanissimo. Da adolescente non avevo ancora idea che potesse diventare una professione e di conseguenza nemmeno di quale ruolo avrei potuto svolgere all’interno di questo mondo.

Sicuramente ero molto affascinato dal ruolo del regista e dall’arte di creare e raccontare storie, mi piaceva anche recitare ma ancor di più far recitare.

Dopo gli studi a Roma, che mi hanno permesso di formarmi come persona, aiutandomi profondamente nella vita e nella cura dei rapporti umani, ho avuto la fortuna di trovarmi in una città come Roma dove mi sono approcciato con grande curiosità al mondo del cinema e della televisione già durante il periodo in cui ero dirigente della Roma e del Latina

Poi grazie allo studio personale di grandi autori come Fellini, Bergman, Rosi e Scola ho sempre pensato al cinema italiano come ad un’ispirazione e ad un punto di arrivo inoltre, il nostro cinema viveva un momento di transizione sia per quanto riguarda i processi produttivi e distributivi sia riguardo la ricerca di nuove idee e stimoli. Era il periodo in cui iniziavano ad affermarsi nuovi registi come Garrone e Sorrentino.

 

Dopo una serie di esperienze estere di approfondimento personale, sono tornato in Italia, ho iniziato a lavorare con registi come Mauro Russo uno dei più noti registi di videoclip italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Max Pezzali ed Elisa,  e i registi e autori come  Andrea Muzzi Renato Giordano, Pierpaolo Gentili e Ugo Chiti ed ho fondato la mia casa di produzione

Chi è il “produttore”?

Come interpreti la professione del produttore?

Il produttore è il più grande responsabile dell’opera, assieme al regista. Purtroppo rimane una figura molto fraintesa nel mondo del cinema.

Personalmente, mi sono sempre considerato un risolutore di problemi organizzativi, burocratici e creativi. Oltre a dedicarmi all’analisi del valore creativo del film mi occupo di studiare con grande attenzioni i ricavi futuri stimati di ogni mia produzione.

Uno dei più grossi problemi dell’industria cinematografica italiana è rappresentato dalla grossa differenza tra il costo di produzione del film ed il suo valore di mercato sui mercati nazionali ed internazionali.

Il mio lavoro inizia con la ricerca e sviluppo di un soggetto e con il suo studio di fattibilità. Nel caso in cui il progetto venisse considerato valido, da un punto di vista artistico e commerciale, a seconda del valore del regista e della sceneggiatura, inizierei a dedicarmi alla composizione del cast ed alla ricerca dei fondi di finanziamento.

In Italia i fondi principali sono quelli del Mibact e delle Film Commission. Nel caso invece di coproduzioni con case europee i miei riferimenti sono rappresentati dal Progetto Media-Eurimages, dal CnC francese, dal Governo della Catalunya in Spagna, il Bac Svizzero e la Lottery in Inghilterra.

Solitamente per comporre il budget definitivo rimangono fondamentali gli apporti delle banche. La partecipazione di investitori privati e le preacquisizioni da parte dei media che veicoleranno la trasmissione dell’opera filmica.

 

Qual è il tuo modo di confrontarti con le professionalità artistiche?

Quando partecipo ad un film è molto importante riuscire a costruire un rapporto di fiducia e trasparenza con il mio gruppo di lavoro, che dovrà essere il più coeso e compatto possibile.

L’attenzione e la responsabilità verso i propri colleghi è fondamentale quanto la tutela delle figure artistiche presenti nel progetto. Sento di esser ogni volta responsabile nel permettergli di realizzare la sua personale visione creativa.

 

I progetti maggiori

Qual è la linea editoriale della tua società?

Non ho mai voluto inserire delle limitazioni verso determinati generi e tematiche.

Sicuramente, è centrale la mia attenzione verso i progetti indipendenti di giovani o riconosciuti autori. Allo stesso tempo ho sempre posto grande interesse alle storie di genere.

Infatti con la divisione libri della HENEA PRODUCTION ho pubblicato e distribuisco il romanzo “L’Amore rende belli” di Pierpaolo Gentili e Fabiola Cimminella di cui è già in fase di sviluppo un film-tv in due puntate. Con la divisione musica produco, tra gli altri, il singolo “Spendo” della cantante EllyNora concorrente del talent televisivo Amici edizione 2019.

Un importante collaborazione con Magnitudo per Sky Arte, a cui fornisco tecnici e maestranze per progetti di grande successo, tra cui spiccano “Il talento barocco di Gian Lorenzo Bernini”, “Caravaggio – L’anima e il sangue”, “Visita alla seconda quadreria della Galleria Borghese di Roma” e “Michelangelo – Infinito”.

In collaborazione con Giallo Limone Movie nasce il film “Il Cobra non è” che vede l’esordio alla regia di Mauro Russo, uno dei più noti registi di videoclip italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Max Pezzali ed Elisa.

Il film, realizzato con il supporto di Rai Cinema, Mica e Film Commission Puglia che presto debutterà nelle sale cinematografiche, racconta la storia di un rapper (Cobra) ed un manager (Sonny) che cresciuti nel degrado della periferia sono riusciti a trovare negli anni il loro riscatto attraverso la musica.

Per quali motivi si dovrebbe investire nel cinema d’autore oggi?

Ritengo che la commerciabilità di un prodotto artistico dipenda molto dalla ricerca del suo corretto posizionamento sul mercato. La forza delle opere d’autore è rappresentata dalla garanzia di un diritto di sfruttamento commerciale dell’opera in grado di poter durare nel tempo. I film d’ autore sono come pietre miliari universali e senza tempo che rimarranno per sempre nella storia.

 

Quello che può la determinazione

Quali sono i tuoi progetti futuri? E quali consigli daresti ai giovani cineasti?

Tra i numerosi progetti cinematografici e televisivi della Henea Productions spiccano anche il cortometraggio “Quel coniglio è un predatore” di Pierpaolo Gentili, in concorso al Giffoni Film Festival, il film in preparazione “Vi voglio cattivi” di Andrea Muzzi, opera scritta da Ugo Chiti e supportata dal Mibac e Film Commission Toscana e “Qui staremo benissimo” film scritto e diretto da Renato Giordano che si girerà a Benevento, città del vino 2020.

Nel frattempo stiamo preparando uno short movie horror “NAIK” con la regia di Mauro Russo e con Stefano Tramacere direttore della fotografia e gli attori Teo Giambanco, Fabiola Cimminella e Haroun Fall

Sempre con l’Henea Production stiamo sviluppando importanti video clip per cantanti di livello nazionale ed internazionali.

Chiaramente con la nuova casa di produzione a Toronto la Waves Entertainment voglio portare l’italianità creativa espressa attraverso l’arte del cinema mediante i suoi nuovi protagonisti nel Canada e in America. Progetto ambizioso… ma nella vita per emergere bisogna mettere ambizione e talento!

Ai giovani consiglio di avere tantissima dedizione e umiltà nel lavoro. Di essere decisi nel difendere ed esprimere le proprie idee. La determinazione, ancora più del talento, può fare la differenza.

Con queste bellissime parole congedo Daniele Muscariello il quale talento, sono certo, ci offrirà importanti opere che segneranno la storia del cinematografia e della creazione artistica. 

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Ambiente

Ambiente, tutti i danni della sbornia da gretinismo

Il disimpegno di ArcelorMittal è solo l’ultima goccia. Il Governo certifica che la Plastic Tax serve solo a fare cassa, e Macron vuole sprecare 100 miliardi l’anno per una teoria senza basi scientifiche

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito dell'Huffington Post

Cento miliardi di dollari l’anno entro il 2025 per combattere i cambiamenti climatici. È la richiesta che il Presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno rivolto da Pechino ai Paesi sviluppati: i quali dovrebbero ringraziare che l’atavica grandeur di Monsieur le Président non lo abbia spinto, farneticazione per farneticazione, a chiedere una cifra ancora più alta – tanto è facile spendere i soldi degli altri.

Sul perché si tratti una lotta contro i mulini a vento abbiamo già argomentato a sufficienza, quindi non ci ripeteremo: se non per sottolineare che il clima non è mai statico e immutabile, e che da un punto di vista semantico bisognerebbe almeno parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica” – dizione che però manderebbe all’aria il castello di carta, visto che l’uomo ha sul clima un impatto minimo.

Dev’essere comunque l’aria dell’Estremo Oriente. In fondo, erano passati solo due giorni da quando il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, parlando a Shangai della Plastic Tax, aveva commentato che «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni». Consideriamo pure un peccato veniale il fatto che la citazione (di James Freeman Clarke) fosse in realtà leggermente diversa, e stendiamo un velo pietoso sulla sua patetica rodomontata.

Ciò che invece appare interessante è la consapevolezza del Giggino versione cinese che l’imposta verde farà perdere (altri) voti agli azionisti di maggioranza del BisConte. Il che, intendiamoci, vale praticamente per ogni balzello, ma nel caso specifico è sintomatico di una forma mentis per cui i sacrifici verdi vanno bene, purché siano altri a farli. Se poi questo indichi un certo atteggiamento machiavellico o una riluttanza di fondo a far propri i vaneggiamenti pseudo-ambientalisti a reti unificate lo scopriremo solo vivendo.

Intanto però si può già affermare che il leader M5S non è nemmeno troppo fortunato: è stato infatti lo stesso Governo di cui fa parte, attraverso una relazione tecnica depositata al Senato e allegata al testo della Manovra, a certificare l’inutilità di una misura che serve praticamente solo a fare cassa, ma avrà effetti essenzialmente nulli sulla tutela dell’ambiente (cosa che, detto per inciso, vale anche per la Sugar Tax). Tanto è vero che l’esecutivo rosso-giallo sta pensando anche a un incentivo che spinga gli industriali della plastica a riconvertire i propri impianti in fabbriche di prodotti biodegradabili e compostabili.

Il problema di fondo resta comunque la sbornia (globale e globalizzata) di una teoria senza nessuna base scientifica – perché di questo si tratta: tanto più nefasta e deleteria in quanto non si fa scrupolo di gettare al vento risorse che potrebbero invece essere utilizzate per favorire lo sviluppo di popoli e Nazioni.

Se poi la genuflessione al gretinismo imperante si accompagna alla brevimiranza della politica e alla visione puramente ideologica di certa magistratura, abbiamo il non plus ultra: tipo il caso, gravissimo, dell’ex Ilva di Taranto, dove la somma di queste tre calamità artificiali ha portato all’annunciato disimpegno di ArcelorMittal, che era pronta a un investimento da 4,2 miliardi.

Il recesso del contratto, secondo la multinazionale dell’acciaio, è giustificato dalla rimozione dello scudo penale sul piano ambientale, dal rischio che i giudici pugliesi impongano lo spegnimento dell’altoforno 2 (e a seguire anche degli altiforni 1 e 4, cui sarebbero precauzionalmente applicabili le stesse prescrizioni), e dal clima di ostilità dovuto «alle molteplici iniziative e dichiarazioni da parte di istituzioni e amministrazioni nazionali e locali contrarie alla realizzazione del piano industriale e del piano ambientale».

Tipo, per dirne una, la grillina Barbara Lezzi, ex Ministro per il Sud e prima firmataria dell’emendamento anti-immunità: provvedimento che, secondo alcuni, ha fornito ai proprietari indiani un pretesto per un ritiro pianificato da tempo.

Il Governo «deve togliere ogni alibi ad ArcelorMittal» ha dichiarato per esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini, aggiungendo però che «non si può imputare ad ArcelorMittal cose che possono riguardare chi ha gestito l’azienda prima di lei» (e per esserci arrivato perfino Landini…).

Il più duro però è stato Carlo Calenda, che ha rimarcato come l’Italia rischi di perdere la più grande acciaieria europea, il più grande impianto del Mezzogiorno, il più grande investitore da 40 anni a questa parte. «Questi sono un branco di dilettanti allo sbaraglio» ha tuonato l’ex Ministro dello Sviluppo economico. E il problema è che ha perfettamente ragione.

In psicologia esiste una tesi paradossale, chiamata “Principio di Peter” dal nome del suo enunciatore, che in sostanza postula che, in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Tuttavia, parecchi esponenti del Conte-bis e praticamente tutti i Cinque Stelle stanno a dimostrare che Laurence J. Peter si sbagliava: superare questo limite è possibile. Ma con le conseguenze che tutti abbiamo oggi di fronte. E con tanti saluti alla capacità, alla logica e al buonsenso, improvvisamente divenuti – questi sì – biodegradabili.

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Ambiente

Sciopero per il clima, la generazione (bruciata) dei gretini

L’ONU si accoda agli eco-catastrofisti e farnetica di emergenza: ma i veri scienziati smentiscono quella che è la fake news del millennio

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://grist.org/article/across-the-globe-students-go-on-strike-to-demand-climate-action/

C’è qualcosa di incredibilmente desolante nella marea di giovani che hanno invaso le strade di tutto il mondo in occasione dello sciopero globale per il clima. È sconfortante, infatti, vedere una cosa così nobile come la mobilitazione dei ragazzi per un ideale svilita dall’inutilità dell’obiettivo specifico – la lotta ai cambiamenti climatici, che non è altro che la bufala (pardon, la fake news) del millennio.

Peraltro, la manifestazione mondiale della generazione dei gretini la dice lunga pure sul potere che hanno i media di influenzare e condizionare – anche negativamente – l’opinione pubblica. Perché, se si viene continuamente bombardati da un unico tipo di messaggio (ancorché menzognero), nascondendo sistematicamente tutti quei dati che smentiscono la tesi preconcetta, è inevitabile che si finisca per confondere la falsità ideologica con la realtà scientifica.

Falsità evidente, peraltro, fin dal nome – cambiamenti climatici. Ma quando mai il clima è rimasto inalterato? Il Premio Nobel per la Fisica e senatore a vita Carlo Rubbia lo illustrò magistralmente in un’audizione a Palazzo Madama di cinque anni fa, in cui ricordò le ere glaciali susseguitesi nei millenni, ma anche le più recenti variazioni della temperatura: dall’innalzamento in epoca romana (quando faceva più caldo di adesso nonostante la minor concentrazione di CO2) alle mini-glaciazioni avvenute nel Medioevo. Senza dimenticare che, negli anni ‘70, l’allarmismo ecologista riguardava l’imminente ritorno di un’era glaciale (sic!).

A livello semantico, i talebani dell’ambientalismo dovrebbero quindi, più correttamente, parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica”: ma non possono perché qui cascherebbe l’asino, rispetto a una formulazione talmente vaga da non avere praticamente alcun significato.

Com’è noto, infatti, lo spauracchio agitato ai quattro venti è l’anidride carbonica. La quale è sì aumentata dai tempi della Rivoluzione Industriale – ma di circa 100 particelle su un milione. Nel suo capolavoro Stato di paura, il compianto Michael Crichton (che oltre a essere il più grande scrittore contemporaneo era anche uno scienziato) ha magistralmente racchiuso il senso di questi numeri in un’efficacissima analogia.

«Immaginate la composizione dell’atmosfera terrestre come un campo da football americano. La maggior parte dell’atmosfera è costituita dall’azoto. Perciò, partendo dalla linea di porta, l’azoto arriva fino alla linea dei settantotto metri. Quasi tutto il resto è ossigeno. L’ossigeno arriva fino alla linea dei novantanove metri. Rimane un solo metro. Ma la quasi totalità di quello che rimane è argo, un gas inerte. L’argo arriva fino a sette centimetri e mezzo dalla linea di porta. Proprio quant’è spessa la striscia di gesso, più o meno. E quanto di quei sette centimetri e mezzo è anidride carbonica? Due e mezzo. Questa è la quantità di CO2 che è presente nella nostra atmosfera. Due centimetri e mezzo di un campo da football americano da cento metri […]. Vi è stato detto che negli ultimi cinquant’anni l’anidride carbonica è aumentata. Sapete di quanto è aumentata, nel nostro campo di calcio? È aumentata di tre ottavi di centimetro – meno dello spessore di una matita».

Anche se queste immissioni atmosferiche fossero interamente attribuibili all’uomo (e non è così), il loro effetto sul clima sarebbe quindi quasi irrisorio. Come ha puntualizzato il professor Antonino Zichichi in un’intervista del 2017, «l’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future».

Questo perché il catastrofismo ecologista si basa su modelli matematici inadeguati a riprodurre la variabilità naturale osservata del clima. Modelli fondati su parametri arbitrari, i cui calcoli, come ha sottolineato sempre Zichichi nella stessa intervista, vengono spesso addirittura manipolati «per fare in modo che i risultati» collimino con la teoria.

Per dire, i cosiddetti General Circulation Models prevedevano un aumento di circa 0,2°C per decennio a partire dal 2000: ma negli ultimi vent’anni, con buona pace degli affermazionisti prezzolati delle Nazioni Unite e delle ragazzine con diagnosi di autismo pur non avendo nessuno dei deficit tipici della Sindrome dello Spettro Autistico, si è avuta una sostanziale stabilità climatica. A metterlo nero su bianco sono stati, un paio di mesi fa, circa cento scienziati nostrani, autori di un documento intitolato “Clima, una petizione controcorrente”, che faceva ordine nel mare magnum di bufale propagandate da politici, organi di informazione e sedicenti intellettuali. Tra gli illustri e autorevoli firmatari dell’appello figuravano, oltre allo stesso Zichichi, Uberto Crescenti, già Magnifico Rettore dell’Università di Chieti-Pescara e Presidente della Società Geologica Italiana; Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera all’Università di Ferrara (e fratello dell’ex Premier Romano); e Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica all’Università di Modena.

Ciononostante, il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha ribadito l’urgenza di misure politiche ed economiche volte a combattere l’emergenza climatica. Tipo la follia del Green New Deal annunciato tra squilli di tromba dal bi-Premier Giuseppe Conte in ossequio alle peggiori (e più inutili) ossessioni dei suoi azionisti di maggioranza.

A conferma che se, come affermato ancora dal professor Zichichi, «l’inquinamento esiste» ed è assai deleterio, danni di gran lunga peggiori vengono prodotti dall’inquinamento culturale di un pensiero unico che vorrebbe tutti omologati: anche alle farneticazioni.

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Ambiente

175 mln di hamburger da cellule di una sola mucca, anzichè 440 mila macellate

Questa modalità di produrre carne eviterebbe il macello di tantissimi animali, ma ci sono tanti interrogativi ancora da risolvere.

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Mosa Meat, una start-up dell’Università di Maastricht in Olanda, nel 2013 ha presentato il primo hamburger creato in laboratorio da coltura cellulare. Con questo metodo e’ ora possibile produrre 175 milioni di hamburger dalle cellule di una sola mucca a fronte delle 440 mila che verrebbero macellate. Il professore Mark Post e’ a capo del progetto che ha raccolto 7,5 milioni di euro di investimenti e tenterà di far arrivare i propri prodotti sul mercato per il 2021.

Questa modalità di produrre carne eviterebbe il macello di tantissimi animali, ma ci sono tanti interrogativi ancora da risolvere. In primis non si e’ ancora certi della quantità di energia impiegata. Nella produzione viene fatto uso di siero di feto bovino, cio e’ eticamente accettato se si rimane nell’ambito della ricerca, ma potrebbe non esserlo più per scopi commerciali. I costi di produzione sono molto alti: il primo hamburger ha avuto bisogno di 300mila euro, ora si parlerebbe di 20 euro al chilo. Inoltre l’Ue dovrà prendere in esame questi nuovi alimenti (“novel food”) e la decisione finale spetterebbe comunque al pubblico senza la cui accettazione il prodotto non avrebbe ragione di esistere.

Una delle ragione per cui si investe molto in questo campo e’ quella di eliminare l’impatto negativo che la produzione di carne ha sul clima. Secondo un rapporto Fao dal titolo “L’ombra lunga dell’allevamento” che quantifica le emissioni di gas serra del settore al 18% del totale, a dare un contributo al cambiamento climatico “superiore a quello dei trasporti” e’ il metano prodotto dalla fermentazione enterica dei ruminanti (flatulenze di mucche, pecore e capre). 

Non dimentichiamoci che in tutto ciò la domanda di carne a livello globale è sempre più forte.“Con la carne coltivata possiamo produrre più carne, in modo che tutti possano avervi accesso e non diventi un prodotto scarso riservato solo ai ricchi”, dice Sarah Lucas, direttrice operativa di Mosa Meat. “Con un ridotto impatto ambientale e più attenzione al benessere animale”.

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