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Cronaca

COVID-19, testato a Napoli un farmaco che blocca gli effetti del virus

Il tocilizumab, un anti-artrite, era già risultato efficace in Cina. E gli ospedali partenopei chiedono un protocollo urgente per estenderne l’uso

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Secolo XIX

In tempo di coronavirus, epoca di profondo cambiamento delle abitudini, capita che perfino gli aforismi vadano aggiornati – fortunatamente, in meglio. Se infatti Goethe affermava che «vedi Napoli e poi muori», oggi è proprio dal capoluogo partenopeo che arriva una ventata di ottimismo contro il microscopico esserino che sta mettendo sotto scacco il mondo intero. Per la precisione, dall’ospedale “Domenico Cotugno” dove, grazie anche alla partnership con l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale”, due pazienti gravi, sottoposti a una terapia sperimentale, hanno mostrato sensibili miglioramenti in un giorno appena.

Il farmaco della speranza si chiama tocilizumab, e normalmente viene impiegato per curare l’artrite reumatoide: tuttavia, si era dimostrato efficace contro la polmonite causata dal COVID-19 già in Cina dove, in 24-48 ore, aveva dato esiti incoraggianti su 20 dei 21 pazienti a cui era stato somministrato. Si tratta del cosiddetto uso “off label”, ovvero al di fuori delle indicazioni per cui un medicinale è stato registrato.

Ora, però, «è molto importante che il suo utilizzo venga esteso quanto prima, così potremo salvare più vite», come ha evidenziato il professor Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma e Direttore dell’Unità di Oncologia Medica Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del “Pascale”. Per questo «serve subito un protocollo nazionale», e anche uno studio clinico multicentrico che consenta di validare i risultati preliminari.

Il dottor Ascierto ha comunque precisato che il tocilizumab non è un farmaco specifico per il coronavirus: ne combatte però gli effetti, producendo un miglioramento delle capacità respiratorie che consente di avviare il percorso di guarigione e di conseguente uscita dalla terapia intensiva.

L’intuizione degli specialisti è stata quella di concentrarsi sull’infiammazione polmonare associata alla patologia, in cui sembra giocare un ruolo importante una proteina chiamata interleuchina 6. Si tratta di una molecola prodotta da determinate cellule per stimolare la risposta immunitaria – un po’ come un sistema d’allarme biologico. A volte, però, questo guardiano naturale “impazzisce”, e, anziché dirigere l’artiglieria pesante contro il nemico, fa sì che il sistema immunitario attacchi l’organismo stesso, causando quelle che vengono definite “malattie autoimmuni” – come, appunto, l’artrite reumatoide.

Per capire la dinamica, è come se il nostro corpo avesse a disposizione una squadra di cecchini in attesa che degli informatori indichino loro gli obiettivi: solo che gli informatori, di punto in bianco, iniziano a piazzare i bersagli davanti alle postazioni alleate, scatenando il più letale dei fuochi amici. Il tocilizumab riesce a neutralizzare proprio gli informatori – cioè l’interleuchina 6 -, impedendo le false segnalazioni alla base del masochistico bombardamento. E oltretutto, rispetto ad altri medicinali usati – sempre in via sperimentale – per trattare il contagio da COVID-19, ha il pregio di essere somministrato in un’unica soluzione e di non interferire con il protocollo terapeutico a base di antivirali.

Naturalmente è ancora troppo presto per esultare, ma forse si può guardare all’immediato futuro con maggiore fiducia. E, in un momento in cui l’Italia è sotto i riflettori dell’intero orbe terracqueo esclusivamente per le drammatiche notizie relative all’epidemia, questo successo, benché ancora parziale, ha un gusto tutto particolare: probabilmente perché, proprio come il celeberrimo «napalm al mattino» di Apocalypse now, profuma di vittoria.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cronaca

Oms, troppi errori sulla pandemia: e Trump minaccia di tagliare i fondi

Dalle mascherine ai tamponi, fino alla recente gaffe sulla Svezia, presa a modello nonostante la più alta mortalità da coronavirus al mondo. Su tutto, però, pesa l’accusa dei ritardi dovuti alle pressioni cinesi

Mirko Ciminiello

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Il Direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus

Test per l’esame di giornalismo sull’Oms, per gli amici Organizzazione Mondiale della Sanità. A proposito dell’agenzia delle Nazioni Unite specializzata in questioni sanitarie, il candidato consideri che:

a) Il Presidente americano Donald Trump ha minacciato la sospensione definitiva dei fondi (attualmente congelati) che gli U.S.A. versano all’istituto, bollato come «burattino della Cina». Solo perché il menù prevede sempre ravioli al vapore, riso alla cantonese e involtini primavera?

b) Concluso il 73simo meeting annuale della World Health Organization, il Direttore generale, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha parlato di «un’assemblea mondiale molto produttiva, che ha visto una solidarietà senza precedenti». Poi la Germania ha precisato che si tratta solo di prestiti da rimborsare.

c) Secondo il Segretario generale dell’Onu, il portoghese António Guterres, sull’emergenza Covid-19 «l’Africa ha agito in tempo, dando una lezione ai Paesi più avanzati». Questo perché i dati dell’Oms parlano di poco meno di tlemila decessi e cilca 95.000 pelsone contagiate.

Errare è umano, perseverare è da Oms

d) D’altronde, a fine aprile la Svezia veniva definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità«un esempio da seguire» per il ritorno alla normalità nella fase 2. Poi, appena tre settimane dopo, diventava ufficialmente «il Paese con il più alto tasso di mortalità pro capite per coronavirus nel mondo». Potrebbe essere la miglior barzelletta scandinava dopo quella della ragazzina che si faceva passare per esperta di clima… com’è che si chiamava?

e) A febbraio, invece, l’Oms – ancora restia a dichiarare una pandemia già evidente a tutti – prescriveva di somministrare tamponi «solo ai casi sospetti». Salvo ripensarci a metà marzo, quando improvvisamente l’indicazione diventava «testare, testare, testare». Guarda caso, era proprio ciò che il virologo Andrea Crisanti faceva dallo scoppio del focolaio di Vo’. Ma in fondo che ne poteva sapere uno che ha solo salvato il Veneto?

f) Per non parlare della pantomima sulle mascherine, che ancora a inizio aprile Ghebreyesus considerava uno strumento, come minimo, superfluo. E che dopo soli due giorni divenivano improvvisamente utili. A celare la faccia di bronzo dei protagonisti.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini (pure inerenti) quali “ospedalizzazione”, le seguenti dichiarazioni di una non meglio precisata portavoce della Commissione Europea sugli avvertimenti di Trump. «È il momento della solidarietà e non quello di puntare il dito» e «l’Ue sostiene le iniziative dell’Oms per lottare contro la pandemia».

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Cronaca

Fase 2 e movida, gli enti locali minacciano nuove chiusure

Folla e follia dal Veneto alla Sicilia, locali pieni e assembramenti come se fosse scattato il “liberi tutti”. Rabbia di Governatori e sindaci, che avvisano: “Bisogna farla finita”

Mirko Ciminiello

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La furia del Governatore del Veneto Zaia di fronte alle immagini della movida a Padova

Il rapporto tra fase 2 e movida era certamente uno dei timori principali espressi alla vigilia della riapertura. Non a caso, da più parti erano stati lanciati appelli alla responsabilità in vista della fine di un lockdown durissimo sotto svariati punti di vista. Appelli che, però, qualcuno ha pensato male di lasciar cadere nel vuoto.

Fase 2 e movida, le immagini shock

In Italia «i dati epidemiologici sono incoraggianti: confermano che i nostri sforzi e i sacrifici collettivi hanno dato i loro frutti». Così il bi-Premier Giuseppe Conte, intervenendo alla sessione di chiusura della 73sima assemblea annuale dell’Oms. Ora, ha aggiunto l’ex Avvocato del popolo, «stiamo entrando nella fase 2 con cauto ottimismo e senso di responsabilità».

Parole che, tuttavia, stridono fortemente con le immagini shock arrivate da diverse città italiane. Che hanno dimostrato come il mix tra fase 2 e movida fosse davvero un rischio concreto.

In principio era stata la sfuriata del sindaco di Milano Beppe Sala che, allibito per la folla riversatasi sui Navigli, aveva minacciato di richiuderli. «Non permetterò che quattro scalmanati senza mascherina mettano in discussione tutto» aveva tuonato, ancora in “fase 1 e mezzo”, l’esponente del centrosinistra.

Un altro primo cittadino della stessa area politica, il palermitano Leoluca Orlando, ha analogamente alzato la voce per gli assembramenti allo storico mercato della Vucciria.

«Mi auguro di non essere costretto a chiudere alcune zone della città, dipende dal comportamento di tutti. Bisogna finirla di fare passeggiate inutili», l’avvertimento del Sinnacollanno – come viene soprannominato nel capoluogo siciliano.

Fase 2 e movida, folla e follia

L’indignazione, però, è bipartisan, perché i locali sono gremiti anche in aree amministrate dal centro-destra.

«Noi abbiamo dato la possibilità di riaprire bar e ristoranti, a condizione che si rispettino certe regole» ha puntualizzato il Governatore lombardo Attilio Fontana. Tuttavia, le concessioni sono risultate in «troppi apericena, troppi bar sommersi di persone e questo non va assolutamente bene. È chiaro che, se la cosa dovesse continuare, saremo costretti a chiudere quelle attività».

Lo stesso è avvenuto in Veneto, dove fin troppi hanno scambiato l’allentamento delle restrizioni per l’auspicato e insieme paventato “liberi tutti”.

«Ci sono arrivate un sacco di foto e di filmati dei centri città con movide a cielo aperto. Se qualcuno pensa che è finito tutto, è sulla strada sbagliata» ha attaccato il Presidente Luca Zaia, invocando rispetto per i 1.820 morti della Regione. «Se tra dieci giorni ci sarà una recrudescenza e un aumento delle infezioni, si tornerà a chiudere bar, ristoranti, spiagge, e industrie».

Al bastone, comunque, l’esponente della Lega ha affiancato la carota. «Faccio appello ai giovani: nessuno vi vieta lo spritz, ma evitate gli assembramenti e usate la mascherina». E ancora: «Da qui al 2 giugno non dico di non andare al bar, ma di farlo con attenzione».

D’altronde, da “folla” a “follia” il passo è davvero breve.

Libertà condizionata

«La mia libertà finisce dove comincia la vostra» affermava Martin Luther King. In tal senso, essa non è mai assoluta, ma sempre condizionata.

Per questo è ancora più scriteriato il comportamento di quanti, violando le regole sanitarie, mettono a rischio non solo se stessi, ma anche gli altri. Nel caso peggiore, perché chiunque potrebbe fungere da veicolo di contagio – e nessuno è immune dal Covid-19. Nell’eventualità meno grave, perché se la curva dei positivi si dovesse nuovamente impennare ripartirebbe l’isolamento. Per tutti. E così, qualche breve attimo di incoscienza di pochi vanificherebbe i sacrifici di tanti.

Per carità, è comprensibilissimo che, dopo due mesi di clausura, la gente abbia voglia e desiderio di tornare a vivere. Ma sempre con le dovute precauzioni, perché il coronavirus può sempre rialzare la testa. A maggior ragione se si moltiplicano atteggiamenti che, nei giorni scorsi, il Governatore campano Vincenzo De Luca ha ripetutamente definito da «imbecilli».

D’altra parte, un genio come Albert Einstein sosteneva che «solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana». E aggiungeva, peraltro a ragione: «sull’universo però non sono del tutto sicuro».

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Cronaca

San Giovanni Paolo II, a cent’anni dalla nascita il ricordo di Benedetto XVI

Mirko Ciminiello

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Papa Giovanni Paolo II

Il 18 maggio 1920 veniva al mondo a Wadowice Karol Wojtyła, il futuro Papa San Giovanni Paolo II. In occasione del centenario della sua nascita, il suo successore sul Soglio pontificio, Benedetto XVI, ha voluto ricordare quello che era anzitutto un caro amico. E lo ha fatto con una commovente lettera indirizzata al Cardinale Stanisław Dziwisz, già segretario particolare di Papa Wojtyła.

San Giovanni Paolo II nel ricordo di Papa Benedetto

La missiva con cui Papa Ratzinger ha voluto commemorare i cent’anni dalla nascita di San Giovanni Paolo II è datata 4 maggio 2020. La Conferenza Episcopale Polacca ha poi diffuso il messaggio in lingua inglese lo scorso 15 maggio.

Nel testo, che si apre con un excursus sulla storia della Polonia e la giovinezza del futuro Pontefice, ci sono alcuni passaggi che meritano particolare attenzione. Come ha fatto saggiamente notare il giornalista Antonio Socci.

UN IMPORTANTE MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI SU GIOVANNI PAOLO IISottolineo alcune delle cose (importanti) che Benedetto…

Pubblicato da Antonio Socci pagina ufficiale su Domenica 17 maggio 2020

Anzitutto, la difficilissima situazione in cui si trovava la Chiesa post-conciliare al momento dell’elezione del Pontefice polacco.

«Le deliberazioni del Concilio erano state presentate al pubblico come una disputa sulla stessa Fede» ha notato Papa Benedetto. In un clima avvelenato da quella caricatura del cattolicesimo rappresentata dal catto-progressismo, Giovanni Paolo II riuscì a riportare la Barca di Pietro sulla giusta rotta. Anche grazie al fatto che la Polonia aveva accolto il Vaticano II con un atteggiamento «di gioioso rinnovamento», anziché «di dubbio e incertezza».

San Giovanni Paolo II e la misericordia

La seconda riflessione riguarda il fatto che Papa Wojtyła mise la misericordia al centro del proprio Pontificato. In primis perché «profondamente toccato dal messaggio di Faustina Kowalska, una suora di Cracovia, che enfatizzava la Divina Misericordia come un centro essenziale della fede cristiana».

Ma non solo. San Giovanni Paolo II viveva questa virtù in prima persona, tanto da aver rinunciato con umiltà anche a proposte a cui teneva molto. Come quando desiderava istituire la festa della Divina Misericordia nella seconda domenica di Pasqua. Chiese un parere sulla data che aveva scelto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, il cui Prefetto era l’allora Cardinale Joseph Ratzinger. L’opinione dell’ex Sant’Uffizio fu negativa, e «non è stato certamente facile per il Santo Padre accettare la nostra risposta».

Tuttavia, per rispetto verso la Chiesa il Vicario di Cristo si piegò al suggerimento dei porporati. Trovando poi, in un secondo tempo, una formulazione che risolveva le perplessità degli organi ecclesiastici e gli permise di istituire la festività. Nei cui primi momenti vespertini, il 2 aprile 2005, sarebbe tornato alla casa del Padre.

«Ci sono stati spesso casi simili in cui sono stato colpito dall’umiltà di questo grande Papa, che ha abbandonato le idee che amava perché non riusciva a trovare l’approvazione degli organi ufficiali che dovevano essere richiesti secondo le norme stabilite». Così Benedetto XVI, smentendo anche l’idea (forte più che altro presso certi media) che dipingeva il Pontefice polacco come un rigorista morale.

«Con la centralità della divina misericordia, ci dà l’opportunità di accettare il requisito morale per l’uomo, anche se non potremo mai soddisfarlo pienamente. Inoltre, i nostri sforzi morali sono fatti alla luce della divina misericordia, che si rivela in una forza che guarisce la nostra debolezza».

Giovanni Paolo Magno

L’ultimo aspetto trattato da Papa Ratzinger concerne la possibilità che a San Giovanni Paolo II possa essere riconosciuto l’appellativo Magno. Titolo adottato solamente per due Pontefici.

Il primo fu Leone I (440-461) che, attraverso il dialogo, «riuscì a convincere Attila, il Principe degli Unni, a risparmiare Roma». Il secondo e ultimo fu Gregorio I (590-604), che «fu più volte in grado di proteggere Roma dai Longobardi». Anche se oggi è noto soprattutto per aver promosso la modalità di canto liturgico che da lui prese il nome di “gregoriano”.

Benedetto XVI ha evidenziato come vi sia un’inconfondibile somiglianza tra le loro figure e quella di Papa Wojtyła. Il quale, con la forza della fede «scardinò il sistema di potere sovietico nel 1989».

È un tesoro prezioso quello donatoci dalla memoria del 93enne Joseph Ratzinger, di sicuro l’unico che avrebbe potuto raccogliere l’eredità del Pontefice polacco. Per la profonda amicizia che li legava, certamente. Ma soprattutto perché Papa Benedetto è «il più grande intellettuale dei nostri tempi e un Dottore della Chiesa dell’età moderna come non ce ne saranno più». Così il suo biografo Peter Seewald, secondo cui «la sua opera sarebbe stata indimenticabile anche se non fosse salito al Soglio di Pietro».

Sottoscriviamo in toto. E ancora restiamo attoniti di fronte all’incredibile vicinanza, spirituale ma anche cronologica, di due così straordinari giganti della fede.

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Cronaca

Salute, nuove speranze per sviluppare farmaci anti-Covid

Tra i medicinali promettenti, l’anti-artrite tocilizumab e l’anti-acido famotidina. Il medico della Casa Bianca Fauci entusiasta dell’anti-Ebola remdesivir, senza scordare la sieroterapia

Mirko Ciminiello

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Coronavirus

I farmaci anti-Covid sono attualmente e indubbiamente l’obiettivo primario e l’impegno più gravoso per la ricerca scientifica. Abbiamo già parlato della possibilità di usare gli anticorpi delle persone guarite, introducendoli nei pazienti attraverso il plasma.

Una metodologia nota come sieroterapia, già applicata con successo negli ospedali di Mantova, Pavia e Salerno e in fase di studio negli Stati Uniti. Anche l’attore Tom Hanks e sua moglie, guariti dal coronavirus, hanno donato il proprio plasma nella speranza di aiutare gli scienziati a sviluppare un vaccino.

Non è comunque l’unico approccio a cui gli esperti stanno guardando con attenzione. La novità, però, è che alcuni appaiono, finalmente, molto promettenti.

Viaggio tra i farmaci anti-Covid

Pochi giorni fa, l’immunologo italo-americano Anthony Fauci ha rivelato che è stata provata l’efficacia di uno dei medicinali testati contro il Covid-19. Si tratta del remdesivir, un anti-Ebola che nei trials clinici ha mostrato «un significativo effetto positivo nella riduzione dei tempi di guarigione» dal patogeno.

Nella fattispecie, questi tempi si riducono del 31% rispetto ai pazienti del “gruppo di controllo” a cui era stato somministrato un placebo. Questo, almeno è ciò che dicono i risultati preliminari della prima grande ricerca effettuata sul remdesivir, che ha coinvolto oltre mille soggetti sperimentali.

I dati spiegano perfettamente l’entusiasmo del medico della Casa Bianca, solitamente molto misurato. Al punto che i media statunitensi hanno dato forte risalto anche al suo atteggiamento euforico, oltre che alla notizia in sé.

Questi risultati, però, non sono ancora apparsi sulle riviste specializzate, il che ha fatto storcere il naso ad alcuni esperti. Anche perché, nel frattempo, un’altra ricerca ha ottenuto dati contrastanti, secondo cui il remdesivir non migliora il tasso di mortalità, né i tempi di recupero dal Covid-19. l campione dello studio, però, era troppo ristretto, e gli scienziati hanno bloccato la ricerca a uno stadio troppo precoce. Difetti che rendono i risultati difficili da valutare in assenza di ulteriori ricerche.

Farmaci anti-Covid a sorpresa

Come il remdesivir, anche altri trattamenti si sono rivelati inaspettatamente efficaci contro il virus. D’altronde, la sperimentazione è un modus operandi obbligato, soprattutto considerando che almeno all’inizio non si sapeva nulla sul microrganismo e sul suo meccanismo d’azione.

Già a marzo, per esempio, alcuni ospedali di Napoli avevano testato un anti-artrite che in Cina aveva dato esiti incoraggianti. Si tratta del tocilizumab, grazie al quale alcuni pazienti gravi avevano mostrato sensibili miglioramenti in un giorno appena.

Ma un candidato ancora più improbabile è un anti-acido di nome famotidina. I medici cinesi si erano accorti che gli anziani a cui somministravano questa medicina per i bruciori di stomaco superavano anche l’infezione da SARS-CoV-2.

Lo specialista Kevin Tracey ha quindi iniziato a studiarne le proprietà nei laboratori newyorchesi di Northwell. I risultati dei trials clinici saranno disponibili «in poche settimane», ma questa terapia sperimentale ha già salvato delle vite.

Per esempio, quella della sorella di David Tuveson, direttore del Centro oncologico del Cold Spring Harbor Laboratory: positiva al coronavirus, aveva sviluppato febbre e ipossia. Il mattino dopo aver preso una megadose di famotidina, i sintomi erano scomparsi. Lo stesso straordinario miglioramento lo hanno mostrato tre suoi colleghi con diagnosi accertata di Covid-19.

Tutti questi farmaci vengono naturalmente usati off label, ovvero al di fuori delle indicazioni per cui un medicinale è stato registrato. Un segno dello straordinario ingegno degli esseri umani, che si è fatto valere assai di frequente durante questa pandemia: e contro la quale non c’è virus che tenga.

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Cronaca

Covid-19, il virologo Tarro: “La cura è la sieroterapia”

Per lo scienziato napoletano si possono introdurre nei pazienti gli anticorpi delle persone guarite, tramite il plasma: “Lo fanno già in alcuni ospedali italiani, e il virus viene ucciso in 48 ore”

Mirko Ciminiello

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Coronavirus

La cura per il coronavirus esiste già, ed è in grado di distruggere il patogeno in 48 ore. Questa la tesi del virologo napoletano Giulio Tarro, che ne ha parlato in un’intervista al sito affaritaliani.it: in cui ha precisato che la terapia viene già utilizzata con successo in alcuni ospedali italiani.

La cura è la sieroterapia

Secondo Tarro, il segreto per sconfiggere il Covid-19 è nascosto in bella vista, come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, negli anticorpi delle persone guarite: che andrebbero introdotti nei pazienti, «anche quelli attaccati al respiratore», tramite il plasma.

Questo approccio è noto come sieroterapia e, stando a quanto dichiarato da Tarro, è in grado di salvare malati anche gravi in appena due giorni: e senza problemi di incompatibilità.

È un po’ il principio su cui si basa un vaccino, che mira a «far produrre al vaccinato gli anticorpi che lo debbono proteggere dall’eventuale virus». In questo modo, infatti, al sistema immunitario verrebbero fornite – in modo passivo – le armi necessarie a fronteggiare un eventuale attacco virale.

«La sieroterapia viene attualmente usata con successo negli ospedali di Mantova, Pavia e Salerno» ha affermato Tarro: secondo cui questa metodologia è anche alla base del limitato numero di morti da coronavirus registrati in Germania.

Eppure, tali risultati sembrano scontrarsi, tra l’altro, con una recente presa di posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: secondo cui «attualmente non c’è alcuna prova che le persone che sono guarite dal Covid-19 e hanno gli anticorpi siano protette da una seconda infezione».

Questo perché non tutti gli anticorpi sono, come si dice in gergo tecnico, neutralizzanti – ovvero bloccano l’ingresso del virus nelle cellule. Alcuni, poi, danno un’immunità solo temporanea, che dura qualche mese per poi sparire.

In fin dei conti, «di questa patologia non conosciamo nulla», come aveva avvisato a inizio mese l’altro virologo Andrea Crisanti: «e dunque la prudenza è d’obbligo», e ulteriori studi saranno necessari per capire quando e come sarà possibile debellare la malattia una volta per tutte.

La querelle tra virologi

Il nome di Tarro era tornato in auge poco più di una settimana fa, in seguito a una querelle con il collega Roberto Burioni: che ricorda un po’ le contemporanee battaglie tra rapper o le meno moderne disfide poetiche. Tipo quella tra Monti (“gran traduttor dei traduttor d’Omero”) e Foscolo (“sì falso che falsò fino se stesso / quando in Ugo cangiò ser Nicoletto”).

La polemica in realtà era nata per via di un tweet di Gianfranco Rotondi volto a elogiare lo scienziato partenopeo: che, tra l’altro, nel 2018 è stato nominato Virologo dell’anno dalla International Association of Top Professionals.

«Il virologo Giulio Tarro, primario emerito del Cotugno (isolò il vibrione del colera), due volte candidato al Nobel, oggi scommette la sua reputazione dicendo che tra un mese il coronavirus ci abbandonerà come tutti i corona influenzali».

Il cinguettio aveva provocato la sferzante e laconica risposta di Burioni: «Tarro è stato candidato al Nobel quanto io a Miss Italia».

E dallo stesso social era arrivata la contro-replica del medico campano al collega del San Raffaele di Milano: «Burioni scrive su Twitter: Se Tarro è virologo da Nobel, io sono Miss Italia. Su una cosa ha ragione: lui deve fare solo le passerelle come Miss Italia, ma senza aprire bocca».

Segno, come minimo, di quanta tensione la pandemia stia creando: perfino negli esperti.

Si può essere ottimisti?

Tarro ha rivelato di aver parlato della sieroterapia in un colloquio con quello che un tempo era il quotidiano più autorevole d’Italia: «Ma da quello che è uscito sul giornale, francamente, mi sono sentito preso in giro».

Probabilmente si è trattato di prudenza, che il professore napoletano ha giudicato eccessiva. È pur vero, però, che al momento non vi sono studi scientifici sul tema pubblicati su riviste di qualità: quelle che utilizzano la tecnica di peer review, o revisione paritaria.

Recentemente, però, uno dei più importanti giornali di medicina generale, l’inglese The Lancet, si è mostrato possibilista sull’approccio: approfondendo la ricerca condotta a New York da Liise-Anne Pirofski, Division Chief e docente di Malattie Infettive all’Albert Einstein College of Medicine.

La professoressa ha spiegato che i trials sono ancora in corso e i risultati, pur promettenti, non sono ancora definitivi: come ci hanno confermato anche Dario Manfellotto, presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti; e Alfio Cristaldi, ex Primario di Malattie infettive pediatriche al Policlinico Umberto I e del Dipartimento di Pediatria al Pertini di Roma.

Una cautela necessaria, perché non è detto che una metodologia utile contro una patologia si riveli efficace contro altre malattie (anche simili). Quel che è certo è che la scienza continua a compiere passi importanti verso la sconfitta del microrganismo che da mesi sta stravolgendo le nostre vite. Che è l’unica cosa che conta, indipendentemente da chi avrà avuto ragione.

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Cronaca

Coronavirus, da uno studio italiano un nuovo criterio per diagnosi più veloci

In Lombardia, alcuni ricercatori combinano raggi X e Intelligenza Artificiale: una metodologia a basso costo che permette di distinguere la polmonite da Covid-19 da patologie con sintomi simili

Mirko Ciminiello

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Coronavirus

Dallo scoppio della pandemia di coronavirus, gli studiosi italiani continuano a distinguersi positivamente. Un vanto che è ancora maggiore quando le scoperte dei nostri scienziati riescono a fornire un contributo concreto contro il microrganismo.

È il caso di una ricerca, in fase di pre-pubblicazione, messa a punto da DeepTrace Technologies (una sorta di filiale della Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia), in collaborazione con istituti quali CNR, Università di Milano Bicocca e Università Statale di Milano. Lo studio in questione ha abbinato l’Intelligenza Artificiale alla radiografia a raggi X per ottenere un nuovo criterio diagnostico per la polmonite da Covid-19.

La sperimentazione, condotta su circa 600 pazienti di due ospedali lombardi, ha evidenziato la possibilità di discriminare tra le radiografie polmonari di soggetti affetti da coronavirus e quelle di soggetti con patologie diverse ma dalla sintomatologia simile. Il che è ancora più utile ora che si avvicina la stagione delle allergie – che danno, per l’appunto, sintomi simili a quelli del virus Sars-CoV-2.

E questo non è, peraltro, l’unico vantaggio di questa metodologia innovativa: che dà anche risposte in tempi rapidi, è a basso costo e può essere applicata a pazienti in degenza, in terapia intensiva e perfino a domicilio.

Certo, questo paradigma non sostituirà i tamponi, ma potrà essere uno strumento in più nella lotta al patogeno: il test permetterà infatti di effettuare un primo screening veloce e accurato, avviando così gli eventuali contagiati alle prime cure.

Ancora una volta, quindi, brilla la stella dei clinici italiani. Una delle nostre più fulgide eccellenze, di cui tutti dovrebbero andare fieri. Senza ricordarsene soltanto in periodo di emergenza.

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Cronaca

Emergenza Covid-19, si ferma l’aumento dei contagi

L’annuncio del Presidente della Lombardia Fontana, anche se è presto per abbassare la guardia. E il Governatore del Veneto Zaia: “Guardiamo in fondo al tunnel”

Mirko Ciminiello

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Il Governatore della Lombardia Attilio Fontana. Foto dal sito de Il Messaggero

La buona notizia sui contagi da Covid-19 era stata anticipata dal Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro: «La curva iniziale ci mostra, sostanzialmente, che siamo al plateau», ovvero che «siamo arrivati al picco, ma il picco non è una punta bensì un pianoro da cui ora dobbiamo discendere».

Il trend è stato quindi confermato da Attilio Fontana, Governatore della Regione più colpita dall’emergenza coronavirus – la Lombardia: «non esiste più un incremento del numero dei contagiati da coronavirus», ha annunciato, aggiungendo che «stiamo proseguendo nello sviluppare quell’ipotesi di tanti statistici ed epidemiologi secondo cui è stato raggiunto il culmine, si procederà in piano e poi secondo loro dovrebbe iniziare la discesa».

I dati, sia locali che nazionali, in effetti parlano chiaro. Benché le cifre relative ai decessi restino terribilmente alte (e con tutta probabilità sono anche sottostimate), quelle sull’aumento delle infezioni sono costantemente in calo da giorni, almeno a livello percentuale; inoltre, con la fine di marzo si è avuto anche un decremento dei ricoverati in terapia intensiva, per la prima volta dallo scoppio dell’epidemia.

Brusaferro ha spiegato che l’indice delle nuove positività dovrebbe restare piatto per qualche tempo, per poi scendere «quando non solo non ci saranno nuove diagnosi ma diminuirà il numero totale dei malati complessivi e aumenteranno i guariti». Per l’azzeramento dei contagi, però, «ci vorranno mesi», ha spiegato l’esperto, forse pensando anche alle recenti proiezioni dell’Einaudi Institute for Economics and Finance secondo cui in Italia non dovrebbero più esserci nuovi casi al massimo a partire dal 16 maggio.

Senza contare il rischio che l’epidemia possa ripartire qualora si abbassasse la guardia: un concetto, questo, ribadito a gran voce sia dai medici che dai Presidenti di Regione, che hanno iniziato a mostrare un cauto ottimismo.

«Guardiamo in fondo al tunnel» ha affermato Luca Zaia, Governatore del Veneto, precisando che in questa e nella prossima settimana «ci giochiamo il futuro della nostra comunità». Il Governo condivide, tanto che, per bocca del Ministro della Salute Roberto Speranza, ha annunciato la proroga delle misure restrittive già in vigore almeno fino al 13 aprile.

Certo, subito dopo il Ministro nomen omen ha candidamente ammesso che l’esecutivo rosso-giallo non ha idea di come potrà avvenire la ripresa, oltretutto nelle stesse ore in cui il Presidente dell’Inps Pasquale Tridico, comunicando che il sito dell’ente stava ricevendo 100 domande al secondo, si vantava che i sistemi informatici stessero reggendo: salvo vederli andare in tilt a mattinata non ancora conclusa, con i servizi inaccessibili e la clamorosa esposizione dei dati sensibili degli utenti – bazzecole di cui Tridico ha poi dato la colpa a un attacco hacker. Sutor, ne ultra crepidam! avrebbero detto gli antichi, magari con un occhio pure al Viminale, il cui documento chiarificatore sulle uscite da casa era talmente chiaro da aver richiesto un ulteriore chiarimento.

Ma anche queste inefficienze possono passare in secondo piano. Perché, forse per la prima volta dall’inizio della crisi, il futuro è tornato ad apparire un po’ più roseo. E non era un pesce d’aprile.

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Cronaca

Covid-19, l’ottimismo del Presidente Mattarella è più contagioso del virus

Continuano le polemiche sia social che politiche. Ma il Capo dello Stato infonde fiducia: “Insieme supereremo anche questa”

Mirko Ciminiello

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Foto dal sito del Quirinale

Test per l’esame di giornalismo. Sempre in relazione all’emergenza Covid-19, il candidato consideri che:

a) I principali partiti che compongono la maggioranza rosso-gialla – vale a dire M5S, Pd e Iv – hanno frignato contro il conferimento dei pieni poteri, da parte del Parlamento di Budapest, al Premier ungherese Viktor Orbán, una decisione bollata come antidemocratica. Meglio avocarli a sé nel chiuso delle stanze dei bottoni deliberando lo stato di emergenza nazionale per sei mesi.

b) Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, annunciando l’invio in Italia di materiale sanitario per un valore di 100 milioni di dollari, ha rivelato di aver dato lui stesso la notizia al bi-Premier Giuseppe Conte, aggiungendo che «Giuseppi was very very happy». E continuando a mostrare problemi con i plurali: che in inglese vogliono were, non was.

c) La sentina del web, per gli amici il popolo dei social, con il supporto dei soliti zerbini mediatici ha ragliato contro la preghiera dell’Eterno riposo recitata in diretta tv dal leader della Lega Matteo Salvini e dalla conduttrice Barbara D’Urso, vaneggiando di sciacallaggio, spettacolo indecoroso, oscenità televisiva e altre stucchevolmente giulive amenità. Mentre strimpellare a vanvera steccando a squarciagola sui balconi, quello che sì che è intelligente e utile.

d) Per il virologo Roberto Burioni «la situazione è ancora talmente grave da rendere irrealistico qualunque progetto di riapertura a breve». Per l’altro virologo Fabrizio Pregliasco «pensare di riaprire le scuole è prematuro». Per l’epidemiologo Pierluigi Lopalco «pensare di riaprire le scuole il 4 maggio è una follia». Per l’altro epidemiologo Gianni Rezza «non possiamo tenere l’Italia chiusa per sempre, ma occorre vedere prima gli effetti delle misure importanti messe in campo dal Governo. Poi si possono studiare provvedimenti».

Per l’evidentemente autodidatta leader di Italia Viva Matteo Renzi, che comunque a polemiche innescate ha rettificato il suo pensiero, «le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua» e «si torni a scuola il 4 maggio». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

Ciò posto, il candidato commenti l’ottimismo incrollabile (e più contagioso dello stesso coronavirus) del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nonostante tutto, ha affermato: «Abbiamo altre volte superato periodi difficili e drammatici. Vi riusciremo certamente – insieme – anche questa volta».

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Cronaca

Coronavirus, il rugby è il primo sport a fermarsi: no a scudetto, promozioni e retrocessioni

Per il presidente del Coni Malagò lo faranno anche altre discipline. Ma il numero 1 del calcio Gravina intende assegnare lo scudetto, a costo di giocare in luglio e agosto

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito dell'ANSA

Alla fine, il primo sport a rompere gli indugi a causa dell’emergenza coronavirus è stato il rugby: la decisione, che era già nell’aria, è stata sancita dal Consiglio Federale, che ha deliberato la conclusione immediata della stagione 2019-2020 del Top12, che al momento vedeva in vetta i vicecampioni d’Italia di Rovigo. Lo scudetto non sarà quindi assegnato (evento accaduto nella storia solamente due volte, in periodo bellico), e in modo simile sono state bloccate le retrocessioni e le promozioni nella massima serie.

Una scelta che potrebbe essere presto seguita da molti altri sport, come ha sottolineato anche il Presidente del Coni Giovanni Malagò. Sotto i riflettori c’è, naturalmente, il calcio, per il quale tuttavia l’ipotesi di ripartire il 3 maggio appare oggi più lontana, come ammesso dal Ministro competente Vincenzo Spadafora.

Il Presidente della Federcalcio Gabriele Gravina, però, continua a rigettare l’idea di uno stop definitivo. «Proveremo a fare il massimo per giocare» ha affermato, «anche a costo di chiedere il supporto di UEFA e FIFA e andare oltre il 30 giugno sfruttando anche luglio e agosto». E tenendo conto pure della parallela e altrettanto ferrea volontà del Presidente della UEFA Aleksander Čeferin di far terminare Champions League ed Europa League.

A domanda precisa, poi, il numero uno della Figc si è detto intenzionato ad assegnare il titolo di Campione d’Italia in ogni caso, mentre la possibilità di allargare il numero di team in serie A «non penso sia percorribile». Deo gratias, verrebbe da dire: il calendario, anche a causa delle Coppe europee, è già congestionato con un campionato a 20 squadre, figuriamoci a 22.

Diversa è la situazione di altre discipline cosiddette minori, come il ciclismo o il tennis, che si sviluppano nel corso di un’intera annata: così come per la Formula 1, si potrebbe assistere al rinvio di alcune gare e all’annullamento di altre, nella speranza di portare comunque a termine una stagione “monca” come quella degli sport invernali.

Bisognerà vedere, naturalmente, cosa ne pensa il virus. Il quale ha già causato lo slittamento di un anno di Europei e Olimpiadi (curiosamente, nel caso dei Giochi uno dei tre precedenti riguardava un’altra edizione che si sarebbe dovuta tenere a Tokyo, nel 1940, poi annullata a causa della Seconda Guerra Mondiale).

È quindi prematuro azzardare possibili scenari, anche perché ora l’unica cosa che conta è la salute, come dichiarato da vari atleti e addetti ai lavori, compresi alcuni che hanno dovuto battagliare personalmente con il Covid-19.

La palla ovale ha tracciato il percorso, poi sta alle singole Federazioni e ai singoli organismi. Dai quali ci si aspetta sensibilità e, per ricorrere a una parola ormai impiegata ai limiti dell’abuso, responsabilità.

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Cronaca

Coronavirus, le ragioni (anche un po’ sgrammaticate) dell’ottimismo

Il nuovo Decreto del Premier Conte blinda i confini della Nazione e porta all’ennesimo modulo di autocertificazione. Ce la faremo (nonostante chi scrive “c’è la faremo”)

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri, a proposito dell’emergenza coronavirus, che:

a) Con il suo ultimo Decreto, il bi-Premier Giuseppe Conte ha decretato la chiusura dei confini nazionali. Ecco perché il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha dichiarato che l’ente non avrà problemi di liquidità fino a maggio: con il blocco dei remunerativissimi traffici delle Ong, come faranno i clandestini a pagare le pensioni agli Italiani?

b) Il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli è negativo. Fortunatamente, il riferimento è al suo tampone, e non al quotidiano bollettino sull’andamento dell’epidemia.

c) Il capo della Polizia Franco Gabrielli ha annunciato la nuova versione del modulo di autocertificazione per poter uscire di casa. I venditori di inchiostro per stampanti ringraziano sentitamente.

d) Il Cio (il Comitato Olimpico Internazionale) ha rinviato le Olimpiadi. Non era riuscito a convincere il virus a sospendere il contagio per la durata dei Giochi.

e) Si sono rincorse voci (poi smentite) secondo cui il Principe Filippo di Edimburgo era passato a miglior vita, mentre è certo che suo figlio Carlo d’Inghilterra, l’erede al trono, sia stato contagiato dal Covid-19. «E anche io non mi sento molto bene».

Ciò posto, il candidato commenti l’ottimismo di quanti, nonostante tutto, restano convinti che ce la faremo anche se scrivono “c’è la faremo”.

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Cronaca

Emergenza coronavirus, la “non smentita” del Premier Conte sulla proroga delle misure

Per il Capo del Governo non è detto che le restrizioni saranno prolungate fino al 31 luglio: di fatto, però, questo scenario non viene neppure escluso categoricamente

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte. Foto dal sito del Governo

Il popolo dei social ha accolto l’ultimo (in ordine cronologico) Decreto del bi-Premier Giuseppe Conte, quello emanato il 24 marzo, con la consueta ironia: tra chi ipotizzava un nuovo album della Panini per collezionare tutti i moduli di autocertificazione del Viminale e chi faceva presente alle autorità che, se si continua di questo passo, a breve il “valido motivo” per uscire di casa sarà la necessità di cambiare la cartuccia della stampante.

Sarcasmo a parte, i nuovi provvedimenti governativi riguardavano soprattutto, com’è ormai arcinoto, l’inasprimento delle sanzioni per chi viola le norme anti-contagio: ai trasgressori verrà comminata una multa da 400 a 3.000 euro – con aumento di un terzo se l’infrazione viene commessa con un veicolo -, mentre un soggetto positivo al coronavirus che non rispettasse l’obbligo di quarantena sarà punito col carcere da uno a cinque anni.

Tipo la donna che, pur avendo già i sintomi del Covid-19, ha avuto l’intelligentissima pensata di lasciare la propria abitazione di Pavia e prendere due aerei e un taxi per tornare nel suo paese di origine – Modica, nel Ragusano: e che per questo è stata denunciata per attentato alla salute pubblica.

Magari, comunque, l’appesantimento delle ammende contribuirà a rimpolpare le casse dell’Inps, il che dovrebbe ripercuotersi positivamente anche sul suo presidente Pasquale Tridico, che qualche giorno fa vaneggiava di un click day per autonomi e partite Iva mentre nelle scorse ore ha garantito che «fino a maggio non c’è problema di liquidità», aggiungendo che in ogni caso si aspetta un nuovo Decreto ad aprile.

Probabilmente questa ostentazione di sicurezza avrebbe dovuto rassicurare, ma la vicinanza della scadenza evocata da Tridico e la vaghezza delle sue aspettative hanno piuttosto ottenuto l’effetto contrario: soprattutto perché si sta parlando dei soldi, veri, che devono e dovranno entrare nelle tasche degli Italiani.

Così come rassicuranti non lo sono minimamente, malgrado l’interpretazione della maggior parte dei media, le parole dell’ex Avvocato del popolo riguardo alla possibilità di prolungare le misure attualmente in vigore fino all’estate: ipotesi che dal diretto interessato non è stata affatto categoricamente smentita come molti, troppi stanno lasciando intendere.

«Si è diffusa la notizia che le misure saranno prorogate al 31 luglio» ha infatti dichiarato il Presidente del Consiglio. «Quando abbiamo adottato il primo provvedimento a fine gennaio abbiamo deliberato lo stato di emergenza nazionale per sei mesi, fino al 31 luglio 2020. Ma questo non significa che le misure restrittive saranno prorogate fino a quella data. Siamo pronti in qualsiasi momento ad allentare la morsa, superare quelle misure, e fiduciosi che ben prima di quella scadenza si possa tornare a un migliore stile di vita».

Il punto focale della dichiarazione sta in quella frase («non significa che le misure restrittive saranno prorogate fino a quella data») che molti commentatori hanno, come minimo, caricato di un senso molto più granitico di quello espresso da Giuseppi: il quale voleva certamente lasciar trasparire una fiducia che è l’equivalente chigiano degli auspici di Tridico, ma di fatto non ha escluso nessuno scenario.

Leggendo tra le righe, cioè, è facile notare che il Capo del Governo si è certamente detto ottimista, ha certamente affermato di non avere intenzione di estendere le attuali disposizioni per altri quattro mesi: ma ha anche lasciato intendere di poterlo fare – e di essere disposto a farlo – se necessario, in virtù di quello stato di emergenza da lui stesso proclamato il 31 gennaio. Quando, giova ricordarlo, in Italia gli unici casi di coronavirus registrati erano quelli della coppia cinese ricoverata allo Spallanzani, dal momento che il focolaio di Codogno sarebbe esploso solo oltre la metà di febbraio.

In ogni caso, tra il “poter fare” e il “dover fare” corre un abisso la cui profondità non può che confortare. Così come il fatto che, anche in mezzo a questa tempesta, nell’esecutivo rosso-giallo, e segnatamente al Ministero della Salute, continua a esserci Speranza.

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Cronaca

Coronavirus, dal sindaco di Cerveteri appello al Governo: “Troppe difficoltà a gestire la crisi”

Pascucci lancia l’allarme: “Inaccettabile non essere informati su chi è in quarantena: in molti rischiano, se viene contagiato un poliziotto siamo paralizzati”

Mirko Ciminiello

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Il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci. Foto dal sito de Il Faro Online

Un accorato appello «al coinvolgimento attivo dei Sindaci che, in questa fase, possono contribuire attivamente nei loro territori all’attuazione delle disposizioni, nonché al monitoraggio e al supporto delle persone contagiate e in quarantena». Lo ha lanciato, lo scorso 20 marzo, il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci in una lunga lettera indirizzata al bi-Premier Giuseppe Conte, che aveva per oggetto l’emergenza coronavirus.

Una missiva in cui il primo cittadino della città laziale ha denunciato le gravi difficoltà che i Comuni stanno incontrando nella gestione della crisi da Covid-19. A partire dal numero di agenti di Polizia: a Cerveteri ve ne sono 18, insufficienti a coprire un territorio di oltre 134 km2.

«Immagini cosa accadrebbe qualora uno di loro dovesse contrarre il virus: i nostri Comandi si paralizzerebbero all’istante» è stato il monito di Pascucci al Presidente del Consiglio. E la cosa ancora più grave è che si tratta di un rischio fin troppo concreto.

«A molti Sindaci» ha denunciato Pascucci, «non vengono fornite le generalità e neanche gli indirizzi delle persone che contraggono il virus Covid-19 o che vengono messe in quarantena preventiva. E questo nonostante il nostro ordinamento individui nel Sindaco l’autorità sanitaria locale. È una cosa inaudita. Così come è inaccettabile che, come i Sindaci, non ne abbiano contezza gli agenti delle Forze dell’Ordine che si trovano sui nostri territori».

Che si tratti o meno di una questione di privacy è irrilevante, visto che in gioco c’è la sicurezza. Come ha spiegato il primo cittadino di Cerveteri, se un soggetto contagiato decidesse inopinatamente di infrangere l’isolamento, nessuno sarebbe in grado di verificare la violazione, che metterebbe a repentaglio la salute pubblica.

E suona come una beffa, ha aggiunto Pascucci, il fatto che una propaggine dello Stato quale l’Istituto Superiore di Sanità abbia raccomandato «di adottare misure differenti nei confronti delle persone in quarantena o positive al Covid-19, quali ad esempio una diversa modalità nella raccolta dei rifiuti».

Un’esortazione che, intendiamoci, è assolutamente di buon senso, e non solo in riferimento «agli operatori della raccolta differenziata che devono ritirare quotidianamente i mastelli», ma in generale a tutti coloro che ogni giorno entrano in contatto con chi si trova all’interno delle abitazioni: dal personale medico e paramedico ai volontari della Protezione Civile che consegnano generi alimentari a domicilio, dai postini ai dipendenti della locale municipalizzata che portano i farmaci a chi ne ha bisogno.

«Non è accettabile esporre queste persone a un rischio» è stato il grido d’allarme di Pascucci. «Rischio che sarebbe del tutto evitabile se si conoscessero i dati dei contagiati e delle persone in quarantena».

Per questo, nella consapevolezza dell’incredibile sforzo profuso a ogni livello istituzionale, il sindaco di Cerveteri ha invocato un rapido intervento che consenta agli amministratori locali di continuare a essere in prima linea, al servizio della Nazione e delle comunità di cui rappresentano il primo – e spesso unico – punto di riferimento.

«Sono certo che tutti insieme ce la faremo» ha concluso Pascucci, augurando buon lavoro al Capo del Governo. Insieme, appunto.

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