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Economia

Coronavirus, le istituzioni europee fanno infuriare perfino Mattarella

La presidente della Bce Lagarde affossa le Borse, i singoli Stati pensano solo a se stessi. Il Quirinale: “Ci aspettiamo solidarietà, non ostacoli”

Mirko Ciminiello

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La presidente della Bce Christine Lagarde. Foto dal sito del Financial Times

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti frasi inerenti gli aspetti economici dell’emergenza COVID-19, che danno la misura di quanto l’Italia sia stata proprio messa in banca, soprattutto in riferimento alla Ue che, in situazioni di crisi, non manca mai: di farsi gli affari suoi.

a) «Non siamo qui per ridurre gli spread, non è la funzione o la missione della Bce» (la presidente della stessa Bce Christine Lagarde. La quale, oltre a tutto il lavoro svolto dal suo predecessore Mario Draghi, ha scordato anche che non è suo compito neppure far impennare il succitato spread di quasi 50 punti base, provocando per buona misura il crollo di tutte le Borse mondiali).

b) «Beh, adesso… mi occuperò anche di questo…» (Nunzia Catalfo, Ministro pentastellato del Lavoro, rispondendo a una giornalista che, durante un’intervista in cui si parlava tra l’altro degli scioperi spontanei degli operai che temono per la propria salute, le faceva notare che forse sono le fabbriche a non distribuire le mascherine. A conferma che è un Ministro a sua insaputa).

c) I soldi in tasca si avranno «nel più breve tempo possibile» (sempre la Catalfo, cui evidentemente una sola risposta imbarazzante in una singola intervista non sembrava abbastanza. Se il suo scopo è far rimpiangere chi l’ha preceduta, sta riuscendo in una vera impresa: Di Maio in peggio).

d) «L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per l’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quantomeno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possano ostacolarne l’azione» (il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo).

e) «Non tollereremo atteggiamenti che interpretino i nostri interventi secondo logiche formali ed astratte» (il bi-Premier Giuseppe Conte. Che dà il buon esempio con un’affermazione improntata alla concretezza).

f) «Viva la solidarietà, la Germania blocca le mascherine destinate all’Italia» (Il Riformista. Servono tutte a rendere i Tedeschi immuni dalla faccia di Angela Merkel).

g) «L’Austria chiude 47 valichi minori con l’Italia» (Il Sole 24 Ore. Chiaramente lì non hanno magistrati che inventano accuse di sequestro di persona).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “presa per i fondelli” e analoghi meno edulcorati, la seguente dichiarazione della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen: «In questo momento in Europa siamo tutti Italiani».

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Coronabond, se ora neppure gli europeisti sopportano più l’Europa…

L’egoismo della Germania manda su tutte le furie il Presidente Mattarella e il Premier Conte, che avverte: “La Ue è al punto di non ritorno”. E qualcuno forse inizia a tremare…

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

È sempre bello sapere che, quando l’Italia è in difficoltà e chiede una mano ai cosiddetti partner europei, questi sono sempre pronti a darci una mano… per spingerci verso il baratro. È accaduto ripetutamente nei giorni passati, e a vari livelli, dalle istituzioni Ue ai singoli Capi di Stato e di Governo.

In principio era stato il Consiglio europeo chiamato a discutere della risposta economica all’emergenza coronavirus. Il bi-Premier Giuseppe Conte aveva ancora una volta messo sul tavolo l’opzione coronabond (anche se lui preferisce chiamarli European Recovery Bond), lo strumento ipotizzato per far fronte a quella che da più parti viene definita una vera e propria guerra – e reclamato da altri otto Paesi, tra cui Francia e Spagna.

Il principio è che gli Stati membri dell’Unione Europea possano farsi prestare il denaro di cui hanno bisogno per finanziare gli interventi anti-crisi, accrescendo quindi anche considerevolmente il proprio debito pubblico (come suggerito del resto dal rimpiantissimo ex Presidente della Bce Mario Draghi): questa quota di debito verrebbe però spartita tra tutti i Paesi membri dell’Unione, onde aiutare quelle Nazioni che hanno una capacità di spesa ridotta a sostenere l’esborso necessario a superare l’epidemia.

Come già una decina di anni fa (in circostanze ovviamente diverse), questo meccanismo solidale era stato stoppato dalla ferrea opposizione della Germania e dei suoi “virtuosi” alleati nord-europei, da sempre poco inclini a misure considerate assistenzialiste: anche se è più facile fare gli altezzosi condiscendenti quando, a differenza di Bankitalia, la propria banca pubblica KfW può stampare moneta a piacimento. In ogni caso, la Cancelliera Angela Merkel aveva ribadito la propria atavica preferenza per il Mes, il Fondo europeo salva-Stati i cui paletti, però (o forse, proprio per questo), lungi dal salvare l’economia italica le darebbero il colpo di grazia.

Proprio la linea dura di Berlino aveva scatenato il furioso disappunto del fu Avvocato del popolo: il quale aveva posto il veto sul testo delle conclusioni inducendo i riottosi colleghi a procrastinare le decisioni di altre due settimane – che per Giuseppi dovevano essere dieci giorni, che comunque sarebbero sempre troppi.

Tanto più, che dopo un paio di giorni, a metterci il carico era arrivata l’altrettanto tedesca Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che aveva giulivamente liquidato i coronabond come uno slogan a cui nessuno stava lavorando: salvo operare una parziale retromarcia in seguito alla reazione ulteriormente stizzita di Conte e del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

La sensazione che la corda si stesse ormai per rompere era stata confermata anche dal nuovo messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che per la seconda volta in poche settimane aveva abbandonato il tradizionale aplomb e bacchettato l’Europa: sollecitandola a comprendere appieno «la gravità della minaccia» e a intervenire prima che sia troppo tardi.

Un segnale importante, riecheggiato poi nell’ancor più recente intervista del BisConte all’iberico El País: in cui il Presidente del Consiglio ha avvisato gli euroburocrati che si sta pericolosamente avvicinando il «punto di non ritorno» e che, «se l’Ue non è all’altezza della sua vocazione e del suo ruolo in questa situazione storica», perderà definitivamente la fiducia dei cittadini.

Avvisaglie che qualcuno, nel Continente, ha iniziato a prendere tremendamente sul serio. Come Robert Habeck, il leader dei Verdi teutonici, il quale ha ricordato a Fräulein Merkel che aiutare gli Stati in difficoltà è anche interesse della Germania, la quale può restare un Paese esportatore «solo se le economie più colpite dalla crisi non finiscono in dissesto». O come lo spagnolo Luis de Guindos Jurado, vicepresidente della Banca Centrale Europea, che si è detto favorevole ai coronabond sconfessando una volta di più la Governatrice Christine Lagarde: comunque già provvidenzialmente messa a tacere dopo la disastrosa conferenza stampa in cui aveva fatto crollare le Borse di tutto il mondo.

Se sia o meno un cambio di paradigma è presto per dirlo, ma se non altro è indice che a Bruxelles si inizia a capire il pericolo: perché, se anche gli europeisti più convinti cominciano a non poterne di più di questa Europa, l’autodistruzione comunitaria potrebbe davvero essere alle porte. E chissà che allora gli alti papaveri non si decidano ad agire, se non per il tanto (a vanvera) sbandierato spirito di solidarietà, almeno per cinica convenienza?

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Cronaca

Coronavirus, il Governo si vanta di un “modello italiano” che non funziona

La Protezione Civile dà dati imprecisi, il Parlamento è bloccato e Conte si appella all’Europa: che, anzi, per il Premier dovrebbe prendere esempio da noi

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri, a proposito dell’emergenza coronavirus, che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte, nell’ultima puntata del suo one-man show, ha comunicato la chiusura di tutti i servizi non essenziali. Come il Parlamento.

b) Il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ha dichiarato: «Conteggiamo tutti i deceduti, non facciamo distinzione fra con e per coronavirus». Quindi le cifre che da un mese terrorizzano l’Italia e il mondo, le cifre che hanno indotto l’esecutivo rosso-giallo a prendere misure sempre più restrittive, le cifre che hanno spinto più di un’autorità a fare paragoni con scenari di guerra – queste cifre non si sa se siano davvero ascrivibili al COVID-19: a conferma che l’incarico di Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus consiste nel dare i numeri.

c) L’ex Avvocato del popolo ha proposto di attivare il Fondo salva-Stati della Ue «senza alcuna condizionalità presente o futura», ipotesi che l’ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha liquidato come «una partita di raggiro». Ma almeno i posteri si potranno domandare se l’Italia sarà morta per il Mes o con il Mes.

d) Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha affermato: «Senza Europa non ce l’avremmo mai fatta». #AbbracciaunaUrsulavonderLeyen.

e) Il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha stigmatizzato l’atteggiamento del Governo (di cui fa sempre parte): «Si facciano conferenze stampa, non show su Facebook» si è sfogato. Con un post su Twitter.

f) Qualche giorno fa il Comune di Mamoiada, nel nuorese, ha chiarito che è possibile portare fuori il cane per fargli espletare le proprie funzioni fisiologiche, ma «l’animale deve essere necessariamente in vita». Il sindaco si chiama Monsieur de La Palice.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da pur comprensibili sfoghi ingiuriosi, la seguente rodomontata di Giuseppi: «Possiamo parlare di modello italiano» e «vogliamo che l’Europa ci segua».

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Economia

Coronavirus, le esternazioni “economiche” del Governo sconcertano i lavoratori

L’Inps ipotizza un click day per dare il bonus da 600 euro, e subito è costretta alla retromarcia. E il Premier Conte che vuole un Mes senza condizioni viene gelato dal M5S

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri che:

a) Il 16 marzo, durante la conferenza stampa di presentazione del Decreto “Cura Italia”, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha affermato: «C’è un capitolo di 10 miliardi a sostegno dell’occupazione e dei lavoratori affinché nessuno perda il posto di lavoro a causa del coronavirus». «Abbiamo esteso gli ammortizzatori sociali a tutte le tipologie di lavoratori dipendenti». «E copriamo tutti i lavoratori – stagionali e di altre forme – con un assegno di 600 euro per marzo».

b) Il 19 marzo, il presidente dell’Inps Pasquale Tridico si è lasciato sfuggire che, per erogare il suddetto bonus da 600 euro destinato a lavoratori autonomi e partite Iva colpiti dall’emergenza coronavirus, stante il rischio che le risorse stanziate non siano sufficienti, «si sta ragionando su un “click day”»: che, traducendo dal burocratese, significa che chi prima arriva e prima clicca ottiene l’indennizzo, mentre per gli altri vale il proverbiale “ritenta, sarai più fortunato”. La genialata è stata poi ritirata quando l’immediato sdegno generale ha convinto l’esecutivo rosso-giallo a non fare del proprio auto-proclamato fiore all’occhiello un De-cretino.

c) Sempre il 19 marzo, in un’intervista rilasciata al Financial Times, il bi-Premier Giuseppe Conte ha dichiarato a proposito del Fondo salva-Stati della Ue: «Il Mes è stato creato con un diverso tipo di crisi in mente, dunque adesso deve essere adattato alle nuove circostanze». «Si può anche pensare di utilizzare le risorse del Mes trasformandolo in una sorta di “coronavirus Fund” perché le sue risorse possano essere utilizzate da tutti gli Stati europei per fronteggiare gli effetti economici prodotti dalla pandemia. Queste risorse devono pertanto essere concesse a tutti gli Stati, senza alcuna condizionalità presente o futura».

d) Il 20 marzo, il M5S ha gelato l’ex Avvocato del popolo, con il capo politico Vito Crimi che ha sentenziato: «Io a questa idea del Mes senza condizioni e senza vincoli non credo». Lo sconcerto del BisConte era dovuto al fatto che perfino i grillini avessero capito la sua supercazzola.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo per quanto possibile da trivialità e improperi, la seguente dichiarazione di Giuseppi: «Il Governo è vicino alle imprese, i professionisti, le famiglie, alle donne e gli uomini, i giovani che stanno facendo enormi sacrifici per tutelare il bene più alto. Nessuno deve sentirsi abbandonato».

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Economia

Economia, il “legittimo sospetto” degli 007 sul giovedì nero innescato dalla Lagarde

La presidente BCE provoca un attacco speculativo ai nostri asset strategici nazionali: la cui tutela unisce, una volta tanto, la politica tutta

Mirko Ciminiello

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Christine Lagarde. Foto dal sito de Il Messaggero

In principio era stato il segretario della Lega Matteo Salvini, annunciando una possibile azione legale contro i vertici della Ue. «L’unico aiuto concreto venuto dall’Europa è stato far crollare la Borsa e far impazzire lo spread» aveva attaccato il Capitano. «Gli Italiani hanno perso 68 miliardi di euro di risparmio. Valuteremo la possibilità di chiedere un risarcimento economico in sede civile e penale nei confronti di chi si è reso responsabile del disastro».

L’indice dell’ex Ministro dell’Interno era puntato contro la presidente della BCE Christine Lagarde e la sua, per così dire, avventatezza. «Non siamo qui per ridurre gli spread, non è la funzione o la missione della BCE» aveva “incautamente” affermato l’epigona di Mario Draghi. Poche parole che avevano provocato il crollo delle Borse di tutto il mondo, con Milano devastata da un ribasso del 16,9%, il peggiore della sua storia, e lo spread innalzato di quasi 50 punti base.

Un nuovo giovedì nero che aveva addirittura spinto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a prendere carta e penna e indirizzare, in maniera del tutto irrituale, una nota durissima all’Unione Europea: da cui l’Italia si aspetta, soprattutto in un momento di difficoltà causato dall’emergenza coronavirus, «iniziative di solidarietà e non mosse che possano ostacolarne l’azione».

Già, perché la dichiarazione dell’avvocatessa transalpina, oltre ad affondare Piazza Affari, rischia anche di aver già scatenato un attacco speculativo contro alcuni asset strategici di interesse nazionale. Questo almeno è il dubbio dei nostri 007, secondo quanto riferito dal COPASIR, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, da cui dipende l’operato dei nostri servizi segreti.

«Alcune dichiarazioni» ha sottolineato il presidente, il leghista Raffaele Volpi «hanno portato ad un indebolimento importante e repentino di assetti quotati anche strategici». Vi è pertanto quello che il deputato del Carroccio ha definito un «legittimo sospetto», soprattutto in riferimento alla “scomparsa” di un quarto delle azioni delle cosiddette blue chips (le società considerate, per dimensione e redditività, le migliori della Borsa).

Lo ha esplicitato anche, al Corriere della Sera, un Ministro che ha preferito restare anonimo: «se qualcuno dall’estero pensa di sfruttare questa situazione per fare lo shopping dei nostri ‘gioielli di famiglia’, come accadde nel 1992 e nel 2010, ha sbagliato bersaglio».

E il numero uno del COPASIR ha rincarato la dose: «Certi che gli attori preposti già stiano operando in tal senso, ci permettiamo comunque di sollecitare e sostenere qualsiasi azione di maggior vigilanza verso azionispeculative o aggressive tendenti a modificare, in questo particolare momento, assetti di controllo e di governance di società quali quelle dei settori bancario-assicurativi, telecomunicazioni, energia e difesa che debbono rimanere nell’alveo dell’interesse nazionale».

In modo simile, un altro membro del COPASIR, il dem Enrico Borghi, ha invocato l’intervento della CONSOB (l’ente che vigila sulla Borsa italiana) «per sollecitare le autorità competenti a compiere tutte le verifiche e le indagini su eventuali attività speculative, connesse o conseguenti alle dichiarazioni della presidente Lagarde».

L’indignazione, insomma, è stata bipartisan. D’altra parte, come ha affermato Volpi, questo «è il momento della responsabilità collettiva ed è inderogabile difendere le risorse strategiche, finanziarie ed industriali, del nostro grande Paese».

E il fatto che la politica tutta, una volta tanto, si sia compattata a tutela degli interessi nazionali è certamente un’ottima notizia. Di questi tempi, magari ce ne fossero di più.

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Economia

Economia, bufera nel Governo sul salvataggio della Banca Popolare di Bari

Iv e M5S contro Conte che aveva negato interventi sugli istituti di credito, salvo poi smentire se stesso. E la Lega torna a invocare le dimissioni del Premier

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte in conferenza stampa a Bruxelles. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri il seguente profluvio di fatti e dichiarazioni inerenti l’idillio intergovernativo sulla Banca Popolare di Bari:

a) «Il sistema bancario italiano è solido e in buona salute, negli ultimi due anni ha compiuto grandi progressi. Al momento non prevediamo nessun intervento per nessun istituto» (il bi-Premier Giuseppe Conte, parlando in conferenza stampa a Bruxelles).

b) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri «ha riferito che la Banca d’Italia ha disposto lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo della Banca Popolare di Bari e ha deliberato la sottoposizione della Banca stessa alla procedura di amministrazione straordinaria» in ragione delle perdite patrimoniali (comunicato stampa del Consiglio dei Ministri in riferimento a una nota apparsa sul sito dell’istituto pugliese: erano passate solo poche ore dalla dichiarazione belga dell’ex Avvocato del popolo).

c) «Per anni i Cinque Stelle hanno costruito contro di noi la retorica sulle banche: oggi con il Pd votano a difesa di chi avrebbe dovuto ben amministrare. Non ci stiamo e non parteciperemo a questo voto. In attesa di vedere come lo giustificheranno» (Ettore Rosato, coordinatore di Italia Viva, annunciando il rifiuto dei renziani di partecipare al CdM straordinario per il salvataggio della Banca Popolare di Bari).

d) «La convocazione improvvisa di un Consiglio dei Ministri sulle banche, senza alcuna condivisione e dopo aver espressamente escluso ogni forzatura o accelerazione su questa delicata materia, segna un gravissimo punto di rottura nel metodo e nel merito» (Luigi Marattin, vicepresidente di Iv, aggiungendo che «Italia Viva non parteciperà al Consiglio dei Ministri e si riserva di valutare in Aula quale posizione assumere»).

e) «Abbiamo sempre detto che aiuteremo i risparmiatori, non i banchieri: in questo momento c’è un problema con la Banca Popolare di Bari, ma noi dobbiamo andare a vedere a chi hanno prestato i soldi: pensiamo a un decreto che aiuti i risparmiatori, non gli amici delle banche. Serve una riflessione» (il capo politico M5S Luigi Di Maio, che come tutti i membri grillini dell’esecutivo rosso-giallo – con la sola eccezione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro – ha a sua volta disertato il CdM).

f) «Ieri mi è stata fatta una domanda a Bruxelles sulla Banca Popolare di Bari e io ho detto “al momento non c’è necessità di intervento”. Per la prima volta ho dovuto essere omissivo nei confronti dei cittadini per non creare allarmi a mercati aperti e per non violare segreto d’ufficio, ero stato avvertito da Bankitalia» (di nuovo il BisConte, parecchio tempo dopo che i buoi erano già scappati dalla stalla).

g) «Come può nel giro di poche ore il Presidente del Consiglio sostenere che sulla Banca popolare di Bari non ci sarà nessun intervento, salvo convocare un CdM d’urgenza a distanza di poche ore mentre Bankitalia ordina il commissariamento dell’istituto? Un pacato no comment avrebbe evitato una farsa e sarebbe stato più serio anche a mercati aperti» (il sobrio attacco della Lega che, con il segretario Matteo Salvini e l’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti, ha invocato le dimissioni del Capo del Governo per instabilità o incapacità).

Ciò posto, il candidato analizzi le seguenti dichiarazioni di Giuseppi, tenendo presente il ragionevole dubbio che non siano state rilasciate dal Conte 1, bensì dal suo ormai (quasi) acclarato alter ego:

1) «Quanto successo ieri è frutto di un equivoco».

2) «Non c’è nessuna tensione».

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Economia

Economia, stop alle imposte in Finanziaria: ma solo per i migranti

Il Premier Conte ribadisce: “Non è una Manovra delle tasse”. Ma, mentre aumentano accise e balzelli su giochi e hotel (e quelli su plastica e zucchero sono solo differiti), l’unica imposta azzerata è quella sui money transfer

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

«Non è una Manovra delle tasse». Il bi-Premier Giuseppe Conte, nei giorni scorsi, lo ha detto e ribadito in tutte le salse e in tutte le varianti, scatenando una ridda di ironie e perplessità. Possibile, si diceva, che il Capo del Governo non si fosse accorto della pletora di balzelli che impregnano la Finanziaria? Possibile che non avesse notato l’incremento della “tassa sulla fortuna” (il prelievo sulle vincite al gioco), o l’ennesimo aumento delle accise sui carburanti, o il raddoppio della tassa di soggiorno in città turistiche come Firenze o Rimini? Possibile che ignorasse che le odiatissime Plastic tax e Sugar tax (sia pure ridimensionate) sono state solo procrastinate, e quindi entreranno comunque in vigore – però il prossimo luglio e il prossimo ottobre, rispettivamente?

Ora, però, il Governo rosso-giallo ha dimostrato inequivocabilmente che aveva ragione il Presidente del Consiglio. Basta guardare il colpo di spugna che ha azzerato l’imposta (dell’1.5%) sulle rimesse dei migranti all’estero. Una misura varata dal Conte-semel su impulso della Lega per colpire, in modo più che altro simbolico, i trasferimenti di denaro da parte degli immigrati verso i propri Paesi d’origine. Un movimento pecuniario stimato attorno ai sei miliardi di euro, difficilissimi da tracciare e che pertanto rischiano seriamente di ingrossare le fila dello spauracchio demo-grillino – l’evasione fiscale.

Il che è piuttosto ironico, anche alla luce dei recentissimi richiami del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma suona anche come una beffa assurda se si pensa che il Dl Fisco prevede il carcere per i cosiddetti “grandi evasori”.

Stride, in effetti, soprattutto il silenzio assordante dei manettari a Cinque Stelle e del loro house organ ufficioso, la cui sensibilità sul tema si esprime abitualmente mediante riflessi pavloviani. Forse anche loro si sono distratti, o forse erano entrati in un cortocircuito giuridico dopo che l’Antitrust aveva bocciato la norma sui money transfer in quanto “discriminatoria”.

Perché si capisce, la discriminazione non è contro chi, pur di stare nella legalità, si trova a combattere quotidianamente contro gangli di regole sempre più stringenti – verosimilmente al motto del Davigo apocrifo «Non esistono innocenti. Esistono solo colpevoli che non abbiamo ancora scoperto». No, la discriminazione è verso quanti muovono flussi di denaro all’estero in barba ai controlli e alla trasparenza.

Dubbi sulla spregiudicatezza di questa giustizia creativa prona al politically correct? Legittimi, ma chissà che non vengano dissipati da un coup de théâtre come quello dell’ex Avvocato del popolo? Il quale, lo si diceva all’inizio, ha provato di essere assolutamente nel giusto: questa non è una Manovra delle tasse. Solo per i migranti, ça va sans dire.

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Economia

Manovra, lite continua sulle tasse (di cui il Premier continua a non essere consapevole)

Italia Viva contro M5S e Pd che difendono i balzelli, mentre “Giuseppi” favoleggia ancora che non vengano aumentate le imposte. E’ sempre più un Governo Conte Dracula

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro Gualtieri in conferenza stampa. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti amenità riguardanti la Manovra economica che si appresta a essere esaminata dal Senato – già, perché in questo clima così idilliaco, tra un bon mot sul MES e una lepidezza sulla riforma della prescrizione, quasi ci si era dimenticati di una banalità come la legge più importante dell’ordinamento giuridico italiano:

a) «Abbassare le tasse in modo significativo è quel che conta» (il bi-Premier Giuseppe Conte ai partiti che compongono la maggioranza rosso-gialla, lasciando forse intendere di aver finalmente capito che la Legge di Bilancio è un coacervo di imposte: meglio tardi che mai).

b) «Sulla Manovra, dobbiamo avere la costanza di finirla, poi al suo interno è sacrosanto che ci siano plastic tax e sugar tax: dire che le aziende devono usare contenitori riciclabili, come dire che gli alimenti con troppo zucchero vanno limitati» (il tentennante italiano del capo politico grillino Luigi Di Maio, per cui ogni gretinata è buona per perseguire l’intento di far crollare il M5S a percentuali da anemia).

c) «Plastic tax e Sugar tax determineranno un disastro occupazionale. Ora al lavoro per trovare un accordo che dica no a microbalzelli e sì al lavoro» (il Ministro dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, cui forse converrebbe usare un lessico meno aulico, considerate le difficoltà che i suoi alleati di Governo potrebbero incontrare nel trovarsi di fronte a una parola pentasillabica).

d) «Italia Viva ai lavoratori italiani preferisce le multinazionali delle bibite gassate, come la Coca Cola. Non vuole diminuire le tasse sul lavoro ma pensa solo a togliere la sugar tax, per favorire società per azioni che non hanno sede neanche in Italia» (ignote fonti del Pd. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo).

e) «Verrebbero colpite le arance italiane per le aranciate, verrebbe messa in ginocchio la produzione di chinotto. È da miserabili, oltre che falso, contrapporre i lavoratori ai presunti interessi delle multinazionali. È demenziale affermare che eliminare la sugar tax favorisca qualcuno a danno dei lavoratori» (ancora la Bellanova, che con gli agrumi ha avuto gioco facile nel dimostrare che i presunti alleati sono alla frutta).

f) «Se per aumentare la tassa sulla plastica ci sono 10mila persone che rimangono senza lavoro, il conto lo paga la povera gente: ecco perché è follia la tassa sulla plastica. Stessa cosa sullo zucchero, se vuoi che i nostri bambini non bevano più bibite gassate devi fare un percorso di educazione alimentare. Se metti tassa sullo zucchero, le aziende chiudono e vanno altrove» (il leader di Iv Matteo Renzi, che per buona misura ha anche affermato che «il Governo ha il 50 per cento delle possibilità di cadere», ed esortato Di Maio a farsi «un selfie, anziché parlare di me»: un tempo a Giggino si sarebbe detto di sciacquarsi la bocca, ma l’ex Rottamatore doveva essere conscio della possibilità che l’invito venisse preso alla lettera).

g) «La tassa di soggiorno potrà raddoppiare a 10 euro nei capoluoghi come Firenze e Rimini che accolgono un numero di turisti 20 volte il numero dei residenti» (l’ANSA, che riferisce di una misura contenuta nel Dl Fisco, appena approvato in prima lettura alla Camera. Giusto, in fondo il turismo era praticamente l’unico settore che il BisConte non aveva ancora massacrato, e un po’ di equità sociale ci vuole).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “schizofrenia”, la seguente dichiarazione di Giuseppi che, come riportato da varie fonti, avrebbe chiesto ai tecnici del Ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato «un ulteriore sforzo affinché quella che è già adesso una Manovra che non aumenta la tassazione, non possa essere distorta per un paio di limitate misure collegate a tasse di scopo».

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Economia

Salva-Stati, M5S e Pd hanno MES Conte all’angolo

I dem vogliono l’approvazione integrale del trattato, Di Maio irritato col Premier sbotta: “Decide il M5S se e come dovrà passare”. Soffiano venti di crisi?

Mirko Ciminiello

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Conte, Di Maio e Gualtieri durante l'informativa del Premier sul MES. Foto dal sito del Governo

Il senso dell’accerchiamento l’aveva reso benissimo una frase del bi-Premier Giuseppe Conte. «Ma cosa c’entra Luigi Di Maio?» aveva ringhiato ai giornalisti che gli chiedevano se le riserve di Giggino e dei grillini sul Fondo salva-Stati potessero mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo rosso-giallo.

Il Presidente del Consiglio era appena uscito dal Senato dopo il secondo atto della sua informativa sul MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), tramutata in un attacco ai leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Presumibilmente stanco e visibilmente nervoso, è possibile che non si fosse accorto di ciò che era già balzato agli occhi di tutti: l’assenza del Ministro degli Esteri, che aveva preferito disertare l’appuntamento di Palazzo Madama per trincerarsi alla Farnesina con alcuni dei suoi fedelissimi. Un gran rifiuto che, oltretutto, seguiva immediatamente il gelo di Montecitorio, teatro della prima parte dello show del BisConte che aveva visto l’ex vicepremier ostentatamente e ostinatamente immobile anche quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano provato ad accennare qualche timido applauso.

A scatenare l’ira funesta del leader pentastellato era stata, pare, una velenosissima frecciata scagliata ex abrupto da Giuseppi che, nella foga di difendere il proprio operato, aveva in pratica rimarcato che tutti i Ministri sapevano dei negoziati: «tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’esecutivo». Stoccata diretta a nuora (Salvini) perché suocera (Di Maio, appunto) intendesse. E la suocera ha inteso. Fin troppo bene.

E, una volta placatesi le onorevoli escandescenze, ha affidato a Facebook la sua reazione, indirizzata in primo luogo proprio all’ex Avvocato del popolo: «Giuseppe Conte ha detto ieri, nel suo discorso alle Camere, che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Certamente sapevamo che il Mes era arrivato ad un punto della sua riforma, ma sapevamo anche che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi.

Cosa significa? Che le banche di tutti i Paesi, Italia compresa, devono essere aiutate in caso di difficoltà e che chi ha un conto corrente deve essere tutelato. Per questo, per il MoVimento 5 Stelle, queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta, sennò qui il rischio è che vada a finire che ci fregano». Ed ecco perché il capo politico del M5S ha esortato le altre forze della maggioranza a prendersi «del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo».

Intento più che lodevole, se non fosse che evocava una delle principali questioni che Conte aveva lasciato irrisolte e che, non a caso, il Capitano aveva provveduto a sottolineare con una punta di ironia: «O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio».

Il segretario della Lega si riferiva alle ormai arcinote dichiarazioni del Ministro dell’Economia, secondo cui «il testo del trattato è chiuso» e non è pertanto possibile «riaprire il negoziato» con l’Europa. Il Capo del Governo non ha smentito il suo Cancelliere dello Scacchiere, limitandosi a precisare di non aver firmato alcun accordo: il che formalmente salverebbe le prerogative del Parlamento ma, sostanzialmente, porrebbe le Camere di fronte a un testo inemendabile da ratificare a scatola chiusa.

Ed è da questo orecchio che Giggino non ci vuol sentire: «Il MoVimento 5 Stelle continua ad essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».

Ed è quel “come e se” la chiave di volta per capire quanto la situazione sia tesa. Da un lato, infatti, c’è il Partito Democratico che, fedele all’usato ruolo di utile idiota della Ue, spinge per l’approvazione del testo così com’è – e non a caso Di Maio avrebbe tuonato ai suoi che «il Premier è spalmato sulle tesi del Pd». Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che, soprattutto al Senato, minacciano sfracelli, spalleggiati anche da Alessandro Di Battista che ha rotto il proprio silenzio commentando laconico il post del suo gemello diverso: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

Tanto basta a capire che Giuseppi è stato MES all’angolo – e par già che s’odano le parole “stai sereno”. Dopotutto, dalla crisi di nervi alla crisi di Governo è un attimo.

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Economia

MES, le tre domande a cui Conte non ha risposto

Il premier si autoassolve, si autoincensa e attacca l’opposizione, ma ignora le questioni fondamentali: e le discrepanze col Ministro Gualtieri scatenano Salvini e Meloni

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Doveva essere un’informativa sul MES (l’ormai famigerato Fondo salva-Stati), ma è risultata molto più vicina a un incontro di pugilato. Non che vi fossero molti dubbi in proposito – così come non ve ne erano sul contenuto dell’intervento che il bi-Premier Giuseppe Conte ha tenuto alla Camera in difesa del proprio operato.

Più che un’apologia, quella dell’ex Avvocato del popolo è stata in realtà una sorta di autoelogio, se non una vera e propria autocelebrazione, condita con un’ampiamente prevista intemerata contro l’opposizione: che ha offerto come principale elemento di novità (ed è tutto dire) il fatto che nel mirino del Capo del Governo, oltre al segretario leghista Matteo Salvini (as usual), stavolta è finita anche la leader di FdI Giorgia Meloni.

«Mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui “disinvoltura” a restituire la verità e la cui “resistenza” a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni» nel «diffondere notizie allarmistiche, palesemente false» ha attaccato il Presidente del Consiglio. Che al Capitano, il quale aveva dichiarato di voler accertare «se Conte ha capito quello che faceva – e ha tradito -, oppure se non ha capito», ha replicato: «se queste accuse avessero un fondamento, saremmo di fronte alla massima ferita, al più grave vulnus inferto alla credibilità dell’Autorità di Governo, con la conseguenza che chi vi parla non potrebbe esitare un attimo a trarne tutte le conseguenze», rassegnando le proprie dimissioni.

A proposito del Meccanismo Europeo di Stabilità (sì, un po’ di tempo per parlarne è stato trovato), il BisConte ha liquidato come menzogne la confisca dei conti correnti, i rischi per i risparmi, la possibilità che il MES serva «solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre», l’eventualità che il nuovo accordo comporti una ristrutturazione automatica del debito pubblico. «Ho sempre cercato di assicurare una interlocuzione chiara e trasparente con Il Parlamento» ha aggiunto Giuseppi, garantendo che «né da parte mia né da parte di alcun membro del mio Governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

Valutazioni diverse – non sorprendentemente – quelle dei suoi avversari politici: con la Meloni che ha rimarcato che «l’Italia non ha alcuna ragione al mondo di sottoscrivere questo trattato così come ci viene proposto», e ha accusato l’ex Avvocato del popolo di essersi trasformato in curatore fallimentare degli Italiani. Salvini, invece, ha ricordato con un pizzico di ironia le perplessità del principale azionista di maggioranza dell’esecutivo, il M5S, il cui capo politico Luigi Di Maio aveva del resto precisato di essersi battuto «per non firmare al buio il MES» (e, per inciso, non ha mai applaudito durante il discorso di Conte).

Entrambi i leader del centrodestra, inoltre, hanno sottolineato l’incongruenza tra le parole del Premier e quelle del Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, che aveva dichiarato che «il testo del trattato è chiuso» e che pertanto non è possibile «riaprire il negoziato». Questa, in effetti, è una delle questioni che le comunicazioni di Conte non hanno chiarito – e per questo motivo ci permettiamo di rivolgere al Capo del Governo alcune domande.

1) È vero, signor Presidente, che il testo del MES è inemendabile (come lasciato intendere anche da fonti dell’Eurogruppo), cosa che, oltre a rendere il Parlamento italiano l’equivalente di un passacarte della Ue, equivarrebbe ad aver già firmato l’accordo?

2) È vero che il testo del trattato prevede che possano usufruire di eventuali aiuti finanziari solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% – condizioni che ci escluderebbero da qualsiasi possibilità di accedere ai fondi del salva-Stati? (E non ripeta, cortesemente, che «non si intravede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il MES», perché si tratta di una questione di principio prima ancora che, Dio non voglia, pratica)

3) È vero che di tutto ciò Lei, signor Presidente, non ha informato prontamente le Camere (come del resto adombrato anche dal Suo ex Ministro dell’Economia Giovanni Tria), nonostante fosse vincolato da una risoluzione parlamentare a riferire di ogni benché minima modifica?

Restiamo fiduciosi e in trepidante attesa delle Sue spiegazioni.

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Economia

Economia, l’ammissione di Gualtieri sul MES scatena la furia della Lega

Per il Ministro dell’Economia “il testo è chiuso”, benché Conte fosse vincolato a riferire al Parlamento. Il Carroccio chiede un incontro a Mattarella e annuncia un esposto contro il Premier

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

C’è un concetto che il direttore de Il Tempo Franco Bechis ha espresso in maniera cruda ma piuttosto icastica: «Il Conte uno si è saldato con il Conte due e ce l’ha Mes in quel posto».

L’ironico riferimento riguardava l’ormai famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il Fondo salva-Stati la cui riforma è stata alla base di una rissa che, da verbale, è degenerata in un vero e proprio scontro fisico: che per giunta ha avuto come desolante sfondo l’Aula della Camera.

Neppure dopo questo spettacolo indecoroso, tuttavia, la tensione ha accennato a diminuire – anzi. Il leader della Lega Matteo Salvini ha rincarato la dose, annunciando di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana». Poi l’affondo più duro: «I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del Governo e di Conte».

Già, era sempre il bi-Premier l’obiettivo privilegiato degli strali del Carroccio, soprattutto dopo le ingenue ammissioni del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Il testo è concordato e se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico ​che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso» ha dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere di fronte alle Commissioni Finanze e Politiche Ue del Senato. Poi ha tentato di metterci una pezza ricordando che la firma sull’accordo non è ancora stata apposta, ma ormai la frittata era fatta.

«Quanto detto da Gualtieri è gravissimo e evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione» ha twittato il leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, aggiungendo che «Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza alcun dibattito in Parlamento».

Politicamente, il casus belli è proprio questo: Giuseppi, che pure era vincolato da una risoluzione dell’allora maggioranza giallo-verde a riferire in Aula su qualunque modifica al testo del Fondo salva-Stati, avrebbe ignorato il mandato delle Camere: «fatto gravissimo» per Claudio Molinari, presidente dei deputati del Carroccio, mentre la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è tornata a evocare l’«alto tradimento del popolo italiano». Sibillino l’ex Ministro dell’Interno: «Se qualcuno ha fatto di nascosto ciò che il Parlamento non gli ha permesso di fare ne risponderà».

«Polemiche spicciole» le ha liquidate il BisConte, incassando il sostegno di Italia Viva, che ha parlato di «un trattato che cerca di aiutare gli Stati europei», e del Partito Democratico, che per bocca del deputato Piero De Luca ha affermato che «non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano». La stilettata era diretta contro il Capitano, anche se l’esponente dem ha finto di dimenticare che l’ex vicepremier, parlando di «pericolo di incursione nel conto corrente di notte», citava Milano Finanza, che di economia un po’ se ne intende.

Oltre al lato politico, infatti, vi è anche la questione finanziaria, che non convince neppure l’azionista di maggioranza relativa dell’esecutivo rosso-giallo, il M5S. Per dire, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, aveva chiesto già lo scorso giugno al Presidente del Consiglio di «fermare la riforma del Mes, che crea inaccettabili disparità di trattamento fra Paesi nell’accesso ad eventuali aiuti finanziari».

In effetti, con la revisione delle regole d’ingaggio potrebbero usufruire di tali aiuti solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60%. Il che, come sottolineato con un’altra efficace metafora dal quotidiano di piazza Colonna, ci trasformerebbe in «donatori di sangue» che però non potrebbero ricevere una trasfusione neppure in pericolo di vita, a tutto e solo vantaggio delle banche tedesche e francesi.

Appuntamento allora al prossimo 2 dicembre, quando il Capo del Governo riferirà alla Camera in un clima che si annuncia rovente. «Si cerchi un avvocato» è stato ad esempio il conciliante avviso recapitato da via Bellerio. La precisazione “uno buono” sarebbe stata troppo umiliante perfino per l’ex Avvocato del popolo.

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Economia

Economia, Conte e il pignoramento dei conti a sua insaputa

Il Premier smentisce, ma la norma che consente ai Comuni di bloccare i conti correnti di chi non paga tasse locali è nell’art. 96 della Manovra. E Salvini attacca: “Unione Sovietica fiscale”

Mirko Ciminiello

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Il Presidente Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti dati in materia di economia, in gran parte relativi alla Manovra del Governo rosso-giallo.

a) «Se entrano nel tuo conto corrente per pignorare, secondo me siamo all’Unione Sovietica fiscale, lo stato di polizia fiscale» (il leader della Lega Matteo Salvini, commentando le indiscrezioni secondo cui l’art. 96 della Legge di Bilancio darà agli enti locali la facoltà di bloccare i conti a chi non dovesse pagare tasse locali come la TARI, l’imposta sui rifiuti).

b) «I cittadini non si devono preoccupare, non mi risulta» (il bi-Premier Giuseppe Conte che, rispondendo a chi gli chiedeva lumi sulla stessa misura, ha praticamente usato le identiche argomentazioni del viceministro dem all’Economia Antonio Misiani – però con maggiore aplomb).

c) «Sono stabiliti i criteri e le modalità per assicurare il sollecito riversamento del tributo anche con riferimento ai pagamenti effettuati tramite conto corrente» (il famigerato art. 96 della Legge di Stabilità, e non serve aggiungere altro – a parte forse la dichiarazione del deputato forzista Simone Baldelli che ha definito il testo «vago e interpretabile», esortando l’esecutivo a chiarire perché «queste norme creano un effetto panico»).

d) «Lo Stato non deve più far cassa a danno dei Comuni» (sempre l’ex Avvocato del popolo, che forse si è scordato che è lui, assieme al Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, a decidere in prima battuta la politica economica italiana).

Ciò posto, il candidato discuta la possibilità che l’ormai celebre gaffe del Presidente americano Donald Trump non fosse affatto una topica, e che ci siano davvero due Giuseppi, di cui almeno uno è totalmente all’oscuro di cosa faccia l’altro.

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Economia

Economia, sulla riforma del MES volano gli stracci tra Conte e Salvini

Per il leghista “se c’è stato un accordo nascosto è alto tradimento”, il Premier lo accusa di “trascuratezza per gli affari pubblici”. Ma neanche a Visco e Cottarelli piace la possibile revisione del Fondo salva-Stati

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

Tanto tuonò che piovve. L’antico adagio può certamente riferirsi alla devastante ondata di maltempo che ha messo in ginocchio buona parte d’Italia: ma, in senso metaforico, può benissimo essere riadattato alla velenosissima nota ufficiosa con cui Palazzo Chigi ha risposto all’ultimo attacco sferrato dal leader del Carroccio Matteo Salvini.

Il casus belli, per l’occasione, era il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per gli amici Fondo salva-Stati, a cui tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono obbligati a contribuire, e che il Belpaese ha finora finanziato con 60 miliardi di euro. La Ue ha intenzione di modificarne le regole d’ingaggio, che però, secondo le voci captate dal Capitano, potrebbero già essere state profondamente alterate attraverso un «accordo nascosto in Europa» firmato, lo scorso giugno, anche dal bi-Premier Giuseppe Conte e/o dall’allora Cancelliere dello Scacchiere Giovanni Tria, «senza l’autorizzazione del Parlamento e della Lega che era alleato di Governo»  come precisato dall’ex Ministro dell’Interno: cui poi si è prontamente accodata la leader di FdI Giorgia Meloni – ma anche alcuni deputati del M5S che hanno esortato il capo politico pentastellato Luigi Di Maio a far convocare un vertice di maggioranza.

La riforma del MES avrebbe effetti deleteri per l’economia italica, perché vincolerebbe la possibilità di ricevere il supporto finanziario a tre condizioni: non ci si deve trovare in procedura di infrazione, si deve avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e il debito pubblico dev’essere inferiore al 60%.

Parametri che, ça va sans dire, ci escluderebbero da qualsiasi aiuto, a meno di non accettare una ristrutturazione del debito, che però implicherebbe una riduzione del valore nominale dei titoli di Stato. E, poiché oltre il 70% del nostro debito pubblico è in mano a investitori italiani, significherebbe che oltre al danno (i soldi che siamo costretti a versare al fondo) arriverebbe anche la beffa (perché in caso di necessità i titoli saranno deprezzati).

Di qui l’offensiva del segretario della Lega: «Sarebbe un’enorme fregatura per il popolo italiano e i risparmiatori. Rischia di essere un crimine nei confronti di lavoratori e risparmiatori. Se qualcuno ha firmato lo dica adesso, si ponga rimedio prima che sia troppo tardi. Altrimenti sarà alto tradimento».

Toni apocalittici a parte, il discorso dell’ex vicepremier era un florilegio di condizionali coniugati come richieste di spiegazione. Ma, tra l’emergenza meteorologica e la crisi dell’ex Ilva che non può non toccare da vicino un Capo del Governo pugliese, la nuova invettiva dell’ex alleato deve essere sembrata al fu Avvocato del popolo la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.

«La revisione del Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) non è stato ancora sottoscritto né dall’Italia né dagli altri Paesi e non c’è stato ancora nessun voto del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, o degli altri Capi di Stato e di governo europei sul pacchetto complessivo di questa riforma. In definitiva, nessuna firma né di giorno né di notte» è stata la replica piccata e senza troppa cura dell’italiano da parte di Palazzo Chigi. «In ogni caso, il Parlamento italiano ha un potere di veto sull’approvazione definitiva».

Poi la stoccata finale: «Il senatore Salvini, all’epoca era Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nonché Ministro dell’Interno, e avrebbe dovuto prestare più attenzione per l’andamento di questo negoziato, tanto più che l’argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (Viceministri all’Economia e Presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l’esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici».

Tanta pacatezza fa capire che, se una vipera avesse morso il BisConte, sarebbe probabilmente morta avvelenata. D’altra parte, in via Bellerio dovrebbero essere stati rassicurati da questa sobria reazione – almeno in via provvisoria. Resta infatti in ogni caso il nodo di una riforma su cui perfino due economisti che non si possono certo tacciare di simpatie “sovraniste” quali il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e l’ex commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli si sono spinti a lanciare l’allarme.

La battaglia, insomma, è appena cominciata. Ed essendoci di mezzo il benessere dell’Italia e degli Italiani, sarebbe bello che, una volta tanto, si abbandonassero gli opposti personalismi e si unissero tutte le forze. Meditate, gente, meditate.

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