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Politica

Coronavirus, le farneticazioni 2.0 indice del ritorno verso la normalità

Dai nuovi allarmi contro il revival del fascismo alla task force contro le fake news sul virus, si riaffacciano i vaneggiamenti, ed è un buon segno: infatti i contagi continuano a scendere e si inizia a pensare alla fase 2

Mirko Ciminiello

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

«C’è evidenza che la curva epidemica ha raggiunto il suo plateau e adesso ha iniziato la discesa. Fortunatamente ha iniziato la discesa anche il numero dei morti che è un altro dato estremamente importante». La buona notizia (benché le cifre sui decessi continuino a ballare) era venuta direttamente dal presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, che aveva anche aggiunto che «dovremo cominciare a pensare a una fase 2 che però si può pensare se questi dati si confermano».

Questo secondo stadio, che il bi-Premier Giuseppe Conte aveva definito come periodo della convivenza con il virus, dovrebbe lentamente spianare la strada alla fine del lockdown e al ritorno alla vita quotidiana. Di cui, peraltro, iniziano a moltiplicarsi gli indizi: perché, dopo un periodo di quiescenza dovuto all’emergenza coronavirus, sono tornate ad affacciarsi, dapprima timidamente, poi sempre più con l’abituale invadenza, le usate farneticazioni.

Naturalmente, il primo vaneggiamento a fare capolino non poteva che essere quello ancestrale, l’allarme per un fascismo 2.0 che non ha nessuna ragion d’essere e, per l’occasione, ha vestito i panni del Premier magiaro Viktor Orbán, reo di aver ottenuto dal Parlamento di Budapest i pieni poteri per meglio opporsi alla crisi da coronavirus: cioè la stessa cosa che ha fatto il fu Avvocato del popolo, però nelle segrete stanze di un Consiglio dei Ministri attraverso la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale.

Poi erano iniziati, più o meno in contemporanea, i grandi ritorni dal dimenticatoio. Quello ittico guizzato direttamente nel tubo catodico, subito seguito dai deliri dei giovani verdi in versione sciopero digitale – per cui si attende un apposito decreto chiarificatore dalla Svezia.

Nel frattempo, non poteva mancare l’ossessione precipua, quella per il segretario della Lega Matteo Salvini: che stavolta ha fatto scattare l’avito riflesso pavloviano con la richiesta «di poter permettere a chi crede, rispettando le distanze, con mascherine e guanti e in numero limitato, di entrare nelle chiese» a Pasqua, perché «per milioni di Italiani può essere un momento di speranza da vivere».

Intendiamoci, benché sia certamente vero che «per molti è fondamentale anche la cura dell’anima oltre alla cura del corpo», l’appello del Capitano, come minimo, era decisamente poco pratico, per cui le usuali accuse di demagogia erano da mettere tranquillamente in conto. A sorprendere, una volta di più, sono state piuttosto le reazioni isteriche da parte di alcuni sacerdoti che, continuando a scambiare la Chiesa per una Ong, perseverano nel dispensare ostentatamente misericordia a destra e a manca, ma risultano curiosamente parchi verso quanti non ne condividono l’ideologia immigrazionista.

Il vero capolavoro, però, è arrivato quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Andrea Martella ha annunciato la creazione di una task force destinata a combattere la «massiccia, crescente diffusione di disinformazione e fake news relative all’emergenza Covid-19». Vale a dire che quelli che per giorni hanno ragliato di allarmismi infondati, quelli che irridevano il Governatore lombardo Attilio Fontana per aver indossato l’ormai irrinunciabile mascherina mentre loro si pavoneggiavano tra irresponsabili aperitivi pubblici e patetici inviti ad abbracciare Cinesi – costoro pretenderebbero ora di contrastare le bufale diffuse via web sulla pandemia, che per inciso è esattamente una delle accuse che muovono allo spauracchio ungherese.

A conferma che, più che una task force, è una sorta di Commissione Segre in era coronavirus, «proprio come il Ministero della Verità di orwelliana memoria», come ha ironizzato la leader di FdI Giorgia Meloni: la quale, en passant, ha anche fatto notare che del gruppo di esperti allestito dal Governo rosso-giallo non fa parte «neppure un medico o un virologo».

Eppure, anche questi vaniloqui sono in qualche modo un buon segno. Tracce di normalità, appunto.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Bilancia della giustizia, il Premier Conte al bivio con lo spettro della caduta

L’inchiesta sull’Udc Cesa rende ancora più impervia la strada dei “costruttori”. E mercoledì prossimo, in Senato, il voto contrario dei renziani alla relazione del Guardasigilli Bonafede può segnare la fine del Governo

Mirko Ciminiello

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bilancia della giustizia
La bilancia della giustizia

C’è qualcosa di poetico al pensiero che, alla fine, la risoluzione dell’attuale crisi di Governo potrebbe dipendere dalla bilancia della giustizia. Intesa con una duplice accezione, come due sono i caratteristici piatti su cui, nel caso specifico, si pesano i possibili destini del bi-Premier Giuseppe Conte. Che ha tutta una serie di motivi per poter stare renzianamente sereno.

La bilancia della giustizia

La «settimana prossima voteremo contro la relazione di Bonafede sulla giustizia, perché la pensiamo in modo diametralmente opposto». Così, pochi giorni fa, il leader di Iv Matteo Renzi anticipava il niet del suo gruppo parlamentare alle comunicazioni del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede. Il quale, punto sul (italo)vivo, aveva lamentato che «preannunciano un voto contrario a una relazione che non hanno ancora letto». Uno sfogo che palesava una preoccupazione palpabile, visto che in Senato, il prossimo mercoledì 27, si potrebbe consumare il definitivo redde rationem.

Facendo infatti riferimento ai numeri della semi-fiducia di Palazzo Madama, se i renziani si unissero al resto dell’opposizione si avrebbe un pareggio a quota 156. E il pareggio, da regolamento, equivale alla bocciatura.

Tuttavia, lo scenario è tutto, fuorché cristallizzato. Tanto per cominciare, non è affatto scontato che i tre senatori a vita che hanno sostenuto Giuseppi lo faranno ancora, stante l’esiguità della loro presenza in Aula. Inoltre, alla minoranza di Governo potrebbe mancare perfino l’appoggio di qualche “responsabile”, visto che la pattuglia comprende parlamentari estremamente restii a morire giustizialisti. Tipo l’ex azzurra Mariarosaria Rossi, «che ha avuto a che fare con una certa magistratura», come da frecciata di Pittibimbo.

E non è nemmeno il principale ostacolo sul percorso dell’operazione “costruttori”.

La strada si fa impervia

«Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell’ambito di un’inchiesta di ’ndrangheta non si parla. Punto». Così il battitore libero grillino Alessandro Di Battista in riferimento al procedimento aperto contro Lorenzo Cesa, segretario nazionale dimissionario dell’Udc. Parole che rischiano di mettere una pietra tombale sulla strategia del fu Avvocato del popolo per allargare il perimetro della maggioranza. Tanto più che poi sono state confermate, nella sostanza, dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Non a caso, pare che qualcuno tra i demo-grillini inizi a chiedersi se non sarebbe meglio «tendere un ramoscello d’ulivo al senatore di Scandicci». Strada, però, altrettanto impervia, perché Vito Crimi, capo politico del M5S, ha ribadito che «non ci sono margini per ricucire con Renzi, la porta è definitivamente chiusa».

Voti e veti, dunque, sul filo di un sottilissimo equilibrio che basterà poco per spezzare. Gli agguati parlamentari, soprattutto quelli di Italia Viva, sono già pronti, e un incidente istituzionale non lascerebbe indifferente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

In ogni caso, se sarà la bilancia della giustizia a far cadere irreversibilmente il BisConte dimezzato lo potrà dire soltanto il tempo. Che però, ironicamente, al momento è proprio il peggior nemico di un Presidente del Consiglio tanto avvezzo alla dilazione da essere soprannominato Signor Frattanto. Sempre assieme al fu Rottamatore, ça va sans dire.

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Politica

BisConte dimezzato, ora è corsa contro il tempo per trovare i “costruttori”

Il Premier ha chiesto dieci giorni per puntellare la “minoranza di Governo”, ma ora in Senato le insidie sono all’ordine del giorno. Italia Viva già dissemina trappole, e la pazienza del Presidente Mattarella sta finendo

Mirko Ciminiello

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il bisconte dimezzato
Il Premier Giuseppe Conte

Ora che il Senato ha ufficialmente investito il bi-Premier Giuseppe Conte dei panni simil-calviniani del BisConte dimezzato, ci sono varie partite che si incrociano. E tutte si reggono su sottilissimi equilibri i cui fili, prima o poi, dovranno necessariamente dipanarsi di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che per ora, a dispetto delle numerose sollecitazioni, preferisce mantenere il proprio riserbo, ben conscio che anche il silenzio (soprattutto il suo) può essere assordante.

I crucci del BisConte dimezzato

«È più facile mettere in fila domande che suggerimenti, da parte di Mattarella. Che è di sicuro assillato dal problema della governabilità del Paese». Due frasi assai significative, intanto perché costituiscono una sorta di barometro istituzionale. Ma, soprattutto, perché le ha vergate Marzio Breda, il quirinalista unanimemente considerato la voce ufficiosa del Capo dello Stato. Il quale pare stia gradendo pochissimo le recenti mosse del fu Avvocato del popolo, ormai tramutatosi in un terrificante ibrido tra Giorgio Mastrota e Wanna Marchi.

Il tempo, del resto, stringe, e Giuseppi non ha solo il Senato-mercato a cui pensare. Dopo la semi-fiducia della Camera Alta, concessa con 156 voti favorevoli (cinque in meno della maggioranza assoluta), i cosiddetti “responsabili” starebbero infatti già passando all’incasso.

Dall’ex azzurra Mariarosaria Rossi, avvistata a Palazzo Chigi neanche due ore dopo il voltafaccia in Aula, all’ormai mitologico Lello Ciampolillo, l’ex grillino protagonista del primo Var parlamentare. Il quale, dopo essersi espresso ex abrupto in favore del Governo rosso-giallo, ha discretamente fatto sapere che «mi piacerebbe fare il Ministro dell’Agricoltura». Ruolo appena abbandonato dall’italoviva Teresa Bellanova, che permetterebbe al Nostro di realizzare genialate come sconfiggere la Xylella col sapone – e anche il SARS-CoV-2 con la droga.

Poi, naturalmente, c’è il capitolo più delicato, quello dell’allargamento dell’alleanza governativa. Che, stando ai rumours, dovrebbe passare anche attraverso il miracolo della moltiplicazione delle poltrone, visto che al momento il Signor Frattanto ne ha solo tre a disposizione. Un’offerta decisamente inferiore alle necessità.

Il leguleio volturarappulese ha chiesto – e, pare, ottenuto – dieci giorni. Ma la sabbia nella clessidra potrebbe esaurirsi molto prima.

L’uomo del Colle potrebbe dire no

Mercoledì 27 gennaio Palazzo Madama si dovrà esprimere sulla relazione annuale del Guardasigilli, il pentastellato Alfonso Bonafede, in materia di giustizia. Voto che potrebbe già essere cruciale, perché il leader di Iv Matteo Renzi ha annunciato con largo anticipo il no del suo partito.

Pallottoliere alla mano, nell’ipotesi che si ripeta l’identico scenario di martedì 19 le opposizioni raggiungerebbero la stessa quota della minoranza di Governo. E al Senato il pareggio equivale alla bocciatura.

Non è comunque scontato che il copione resti immutato, intanto perché le defezioni, negli appuntamenti “minori”, sono all’ordine del giorno. Ma anche perché, nel frattempo, il BisConte dimezzato potrebbe trovare nuovi “costruttori”. E perché nell’ultimo precedente si era giovato dell’apporto di tre senatori a vita, che non votavamo prima e ben difficilmente lo faranno di nuovo.

Le insidie, comunque, sono numerosissime, e riguardano anche il cashback, il mini-rimborso per chi fa acquisti in presenza ma in formato digitale. Bandiera del M5S e del Presidente del Consiglio, che un emendamento potrebbe invece destinare ai ristori delle aziende messe in ginocchio dalle misure anti-Covid dell’esecutivo.

Per non parlare del caos nelle Commissioni parlamentari, gli organi collegiali costituzionalmente deputati a esaminare i disegni di legge prima che approdino in Aula. A ora, la non-maggioranza ne controllerebbe solo otto a Montecitorio e tre al Senato, e in bilico ci sono tra l’altro le importantissime Affari costituzionali e Bilancio. Dove, per dire, transiteranno la legge elettorale improvvidamente promessa dal BisConte dimezzato, e il Recovery Plan.

L’incidente, dunque, può essere dietro l’angolo, e questo spiegherebbe, secondo alcune ricostruzioni, il gelido mutismo del Quirinale. D’altronde, all’orizzonte resta sempre lo spauracchio del voto anticipato. E, se esaurisse davvero la pazienza, l’uomo del Colle potrebbe anche finire per dire no.

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Politica

Senato-mercato, il disperato tentativo di Conte per convincere Mattarella

Dopo la fiducia di Palazzo Madama, ma senza maggioranza assoluta, l’opposizione si appella al Quirinale. Intanto il “BisConte dimezzato” insiste a cercare i trasformisti, rischiando però di creare un “Governo Godot”

Mirko Ciminiello

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senato-mercato: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Dopo la semi-fiducia accordata dalle Aule all’esecutivo rosso-giallo, ha ufficialmente preso il via il Senato-mercato. Ovvero la caccia a quelli che vengono chiamati alternativamente “voltagabbana” o “costruttori” in base alla convenienza politica. I tempi, però, sono stretti, proprio come i margini di vantaggio della maggioranza de-italovivizzata. E già a partire dalla prossima settimana, per il bi-Premier Giuseppe Conte il Parlamento potrebbe trasformarsi in un Vietnam.

La quiete tra le due tempeste

«Abbiamo evitato il salto nel buio di una crisi» ha dichiarato il segretario dem Nicola Zingaretti, aggiungendo che ora occorre «rafforzare la forza parlamentare del Governo». Il Presidente della Regione Lazio commentava l’esito di quella che di fatto è stata una vittoria di Pirro, essendo mancata la maggioranza assoluta di 161 senatori. E non è un caso che anche altri esponenti demo-grillini abbiano espresso l’urgenza di allargare il perimetro dell’alleanza governativa.

Il calendario dei lavori parlamentari potrebbe dare a Giuseppi una piccola mano sottoforma di breve tregua. Il post-fibrillazione è stato infatti inaugurato dall’ennesimo scostamento di Bilancio e dal Dl Ristori quinquies, approvati anche con l’annunciato, responsabile sostegno dell’opposizione – inclusa Italia Viva. Il Presidente del Consiglio avrà quindi modo di insistere con la strategia che, finora, ha già prodotto un mega-parcheggio ad Mastellam.

Si tratta però solo di una quiete tra due tempeste. La seconda delle quali potrebbe palesarsi a Montecitorio, dove è in attesa il Decreto Milleproroghe che va convertito in legge entro marzo. Ma anche nelle Commissioni parlamentari, gli organi collegiali che, per Costituzione, devono tassativamente esaminare i disegni di legge prima che approdino in Aula. Ebbene, al momento il Signor Frattanto è certo di avere la maggioranza solo in otto “parlamentini” della Camera, e appena tre del Senato.

A ciò si aggiunga poi l’avviso ai naviganti del leader di Iv Matteo Renzi. Che ha già fatto sapere che, essendo ormai liberi da vincoli di maggioranza, la «settimana prossima voteremo contro la relazione di Bonafede sulla giustizia».

Non a caso, pare che il fu Avvocato del popolo si sia dato dieci giorni. Sempre che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia disposto a concederglieli.

Il Senato-mercato

«Ci rivolgeremo a Mattarella: c’è un Governo che non ha la maggioranza al Senato e sta in piedi con chi cambia casacca». Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini aveva anticipato l’intenzione di chiedere l’intervento del Capo dello Stato, confermata poi dalla leader di FdI Giorgia Meloni.

Si sa che il Quirinale è decisamente ostile a maggioranze “raccogliticce”, ma è poco probabile che metterà i bastoni tra le ruote al leguleio volturarappulese. Il quale, del resto, potrebbe non avere lunga vita, soprattutto se si esaminano attentamente i 156 sì di martedì. Che comprendono tre senatori a vita, che non votavano prima e difficilmente lo faranno ancora, e una folta schiera di trasformisti pronti a passare all’incasso. Se poi si considera che i 18 renziani potrebbero sempre passare dall’astensione al no, si ha un’idea della spada di Damocle che incombe su Palazzo Chigi.

Ecco perché si sono aperti i giochi di Palazzo… Madama, nell’impervio tentativo di far quadrare i conti del BisConte dimezzato. Che però alla fine potrebbe riflettersi in un Governo Godot, eternamente in attesa dei sogni di Senato-mercato che, proprio come nel calcio, spesso restano solo mere illusioni.

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Politica

Responsabili e irresponsabili, il BisConte dimezzato e il ruolo di Mattarella

Il Senato vota la fiducia al Premier, che però manca la maggioranza assoluta. Si va verso un Governo di minoranza, ma l’opposizione è sul piede di guerra, e tutti aspettano la mossa del Presidente della Repubblica

Mirko Ciminiello

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responsabili e irresponsabili: sergio mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Tutta questione di responsabili e irresponsabili. Categorie ondivaghe e sfuggenti i cui contorni – proprio come la reputazione – mutano in base alla sensibilità del soggetto politico. Soprattutto in riferimento alla crisi di Governo che pare in via di risoluzione dopo la fiducia concessa dal Senato al bi-Premier Giuseppe Conte – però senza maggioranza assoluta. Dettaglio non trascurabile, anche perché ora la palla torna nelle mani del Capo dello Stato Sergio Mattarella. E c’è un precedente recente che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli al fu Avvocato del popolo.

Responsabili e irresponsabili

Responsabili e irresponsabili, dunque, con la malizia negli occhi di chi guarda. Per la maggioranza rosso-gialla, per esempio, irresponsabile è stato il leader italovivo Matteo Renzi nel momento in cui aveva deciso di ritirare i propri Ministri. E responsabili sono stati i “costruttori” che a Palazzo Madama hanno puntellato il BisConte dimezzato, confermando la fiducia all’esecutivo con 156 voti favorevoli.

Asticella che però resta più bassa rispetto a quella quota 161 che rappresenta la maggioranza assoluta alla Camera Alta. E che, pertanto, apre delle importanti questioni politiche.

Maria Elena Boschi, deputata di Italia Viva, aveva avvisato per prima il Presidente del Consiglio: «se non avrà 161 voti dovrebbe riflettere se presentarsi dimissionario al Quirinale». Già, il Quirinale. Tornato, inevitabilmente, al centro della scena.

Nei giorni scorsi, il Presidente della Repubblica aveva nuovamente evocato la necessità di «maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro». Ovvero, l’opposto di quella «raccogliticcia» – per usare l’espressione di Emma Bonino – che ha (semi)salvato Giuseppi anche grazie all’apporto dei senatori a vita trasformatisi in Segre-tari. Oltre che, ça va sans dire, di «chi veniva sprezzantemente definito un voltagabbana e che adesso fate assurgere a salvatore della Patria», sempre per dirla con l’esponente di +Europa.

C’era però stata anche una seconda velina quirinalizia. Secondo cui, se il leguleio volturarappulese non fosse stato bocciato dall’Aula e avesse spinto per un Governo di minoranza, il Colle avrebbe solo potuto prenderne atto. Anche se questo significherebbe smentire se stesso.

Cosa farà il Presidente Mattarella?

«Siete sicuri che il Presidente della Repubblica vi consentirà di governare in assenza di una maggioranza assoluta, dopo che nel 2018 si è rifiutato di dare l’incarico al centrodestra perché non c’era la certezza sui numeri? Pensate che le regole della democrazia valgono solo per il centrodestra? Le regole valgono per tutti».

Così Giorgia Meloni, leader di FdI, aveva ricordato nel corso del suo intervento alla Camera quanto era accaduto tre anni fa. Parlando a nuora (il Governo) perché suocera (Mattarella) intendesse che usare due pesi e due misure sarebbe incomprensibile. Alla coalizione a guida Matteo Salvini non fu permesso cercare i voti parlamentari di quelli che il Signor Frattanto ha chiamatovolenterosi”: perché ora dovrebbe essere diverso?

Tanto più che neppure i numeri (al momento, risicatissimi) del neonato gruppo MAIE-Italia 23 sembrano offrire certezze a Palazzo Chigi. Al punto che l’ex Rottamatore, dopo il voto a Montecitorio, ha profetizzato con una certo sarcasmo che «tra due mesi saranno punto e a capo».

Va da sé che, per l’opposizione, i ruoli di responsabili e irresponsabili si ribaltano. Come, d’altronde, è stato anche per un esponente governativo di spicco come il Ministro degli Esteri pentastellato Luigi Di Maio. Che del resto, come ha ironizzato Maurizio Gasparri, capogruppo azzurro in Senato, presto «diventerà Di Maie».

In quest’ottica, rischia di finire nella bufera anche il Capo dello Stato, che ha ormai in mano il cerino della crisi. Les jeux sont faits, rien ne va plus.

Gli scenari più probabili sono noti: un Conte-ter, un incarico a una figura terza, oppure (più staccate) le elezioni anticipate. Il che implica che, in un modo o nell’altro, avremo presto a che fare con un Governo… conta. E tutti gli Italiani potranno, renzianamente, stare sereni.

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Politica

Giochi di Palazzo, dai “responsabili” può arrivare il Governo Conte Mascetti

La maggioranza richiude a Italia Viva e persevera con la caccia ai transfughi, puntando al Conte-ter a cui anche il Presidente Mattarella potrebbe dare il via libera. E il mantra della crisi diventa “Un, due, tre, (Ma)stella”…

Mirko Ciminiello

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giochi di palazzo
Giochi di Palazzo

Test per l’esame di giornalismo sui giochi di Palazzo da cui potrebbe dipendere la risoluzione della crisi di Governo in atto. Il candidato consideri che:

a) Il leader italovivo Matteo Renzi ha precisato che «noi non abbiamo rotto». Questione di punti di vista.

b) Contestualmente, Italia Viva si è detta disponibile al dialogo, ma da Palazzo Chigi e dagli azionisti di maggioranza dell’esecutivo rosso-giallo è arrivata una nuova chiusura. Con tanto di coprifuoco alle 22.

c) Intanto, il segretario dem Nicola Zingaretti ha affermato che al Pd non interessa una «governabilità fine a se stessa solo per la conservazione del potere». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

d) Il senatore Riccardo Merlo, capogruppo di MAIE-Italia 23, ha presentato il gruppo appena sorto a Palazzo Madama a sostegno del bi-Premier Giuseppe Conte. «Non cerchiamo responsabili ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza». Tradotto, potremmo avere presto un Governo Conte Mascetti.

Ugo Tognazzi nei panni del Conte Lello Mascetti in Amici miei

e) Carlo Calenda ha rivelato di aver respinto una profferta «tipo “tu appoggi Conte e il Pd appoggia te a Roma”», pervenutagli dal sindaco di Benevento Clemente Mastella. Cui il leader di Azione ha dato appuntamento alla Calenda greca.

Arbitri e spettatori dei giochi di Palazzo

f) Pare che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia disposto a varare il Conte-ter se le Camere confermeranno la fiducia a Giuseppi, anche senza maggioranza assoluta. Sempre caro mi fu quest’ermo Colle…

g) Il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha ricordato che questo è un «tempo di speranza». Non è dato sapere se lo intendesse come una rassicurazione o una minaccia.

Ciò posto, commenti il candidato la transizione dal gioco dell’estate ai giochi di Palazzo dell’inverno: tra i quali spicca indubitabilmente “Un, due, tre, (Ma)stella”.

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Politica

Diario della crisi, Conte alla conta, mentre Mattarella è sempre più irritato

Il Premier opta per la parlamentarizzazione della crisi, ma solo dopo aver sondato i presunti “responsabili”. Resta comunque l’opzione urne anticipate, e intanto il Capo dello Stato lancia un avviso ai naviganti…

Mirko Ciminiello

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senato-mercato: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Diario della crisi di Governo, giorno 1. Mentre l’eco delle invettive del leader di Iv Matteo Renzi non si è ancora sopito, il mondo politico ragiona sui possibili scenari. Con l’occhio inevitabilmente rivolto alle mosse del bi-Premier Giuseppe Conte, il quale si è ormai deciso per la parlamentarizzazione della crisi stessa. Come d’altronde avevano chiesto in maniera bipartisan esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione.

Diario della crisi, si va verso la parlamentarizzazione

All’ex Avvocato del popolo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva chiesto una cosa sola: «Cercate di uscire velocemente dalla condizione di incertezza». Troppi e troppo grandi sono i rischi connessi alla pandemia da Covid-19.

In risposta, il BisConte dimezzato gli «ha rappresentato la volontà di promuovere in Parlamento l’indispensabile chiarimento politico». Fedele al suo soprannome dilatorio, il Signor Frattanto terrà le proprie comunicazioni lunedì alla Camera e martedì al Senato. In tal modo, Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore avrà qualche giorno per sondare i cosiddetti “responsabili”. Ovvero i cambiacasacca che i media incensano o denigrano a maggioranze alterne, e che nell’intenzione di Giuseppi dovrebbero rimpiazzare i renziani.

Solo che i transfughi non si trovano. Questo almeno hanno lasciato trapelare fonti del Pd che, riunitosi per decidere la linea, ha stabilito (almeno) due punti fermi. Il primo lo ha esplicitato il segretario Nicola Zingaretti, parlando senza mezzi termini di «inaffidabilità politica di Italia Viva». Una velina diretta all’ex Rottamatore che, annunciando il ritiro dei propri rappresentanti, si era detto pronto a un nuovo esecutivo con la stessa maggioranza. Di cui, beninteso, l’altro Matteo sarebbe il dominus più o meno occulto.

Il secondo punto lo ha espresso Graziano Delrio, numero uno dei deputati dem, secondo cui «come gruppo dei democratici vogliamo che la crisi venga parlamentarizzata». Detto, fatto. Sarà stata l’insolita convergenza con gli stessi italovivi, che attraverso un cinguettio del capogruppo in Senato Davide Faraone l’avevano presentata come una sfida al Presidente del Consiglio.

La stessa richiesta, comunque, era arrivata anche dall’opposizione, benché in subordine alle dimissioni del leguleio volturarese. Che però erano, fin dall’inizio, estremamente improbabili.

Gli altri scenari

L’ipotesi più verosimile resta che il Capo del Governo si presenti in Aula dopo aver negoziato, e magari incassato il sostegno dei trasformisti. Anche se quest’opzione resta assai poco gradita al Colle, alfiere delle «maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro».

Sullo sfondo, comunque, resta sempre l’opzione del voto anticipato, che è l’unica che compatta i sostenitori del Conte-bis. Tutti terrorizzati dai sondaggi che, sia pure con proporzioni differenti, sono concordi nell’assegnare la vittoria al centrodestra guidato dal segretario leghista Matteo Salvini. Non è un caso che il Garante pentastellato Beppe Grillo si sia spinto a chiedere un esecutivo di unità nazionale con dentro «tutti i partiti».

La strada, però, è stretta e in salita, perché passa necessariamente per l’individuazione di una nuova maggioranza e un nuovo Governo. Che sia o meno il fantomatico Conte-ter che aleggia sulla stanza dei bottoni.

Il tutto, tenendo ben presente che «Mattarella considera di essere stato anche troppo paziente, fino ad ora». Che suona tanto come la versione quirinalizia del mitologico “stai sereno” di Pittibimbo. Se comunque si stia andando verso il Conte del cigno o meno, lo sapremo nel prossimo appuntamento con il diario della crisi. Stay tuned.

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Politica

Italia Viva ritira i Ministri, si apre la crisi e la palla passa a Mattarella

L’annuncio di Renzi in conferenza stampa, ora il Premier è un BisConte dimezzato. Molti evocano un terzo mandato col sostegno dei “responsabili”, le alternative sono un esecutivo completamente diverso, un Governo-ponte o le urne

Mirko Ciminiello

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responsabili e irresponsabili: sergio mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Italia Viva ritira i Ministri Elena Bonetti e Teresa Bellanova, rispettivamente titolari della Famiglia e dell’Agricoltura, e il sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto. Nessuna sorpresa è dunque arrivata dall’attesissima conferenza stampa del leader del partito Matteo Renzi. Si apre dunque, malgrado gli accorati appelli del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una nuova crisi di Governo. Per la quale si stanno già delineando vari scenari.

Italia Viva ritira i Ministri

Non si può certo dire che sia stata un fulmine a ciel sereno, eppure la mossa di Iv, la micro-formazione renziana, non era neppure così scontata. Colpa, probabilmente, del senso dell’altro Matteo per i penultimatum, che aveva fatto evocare sovente il proverbiale migliore amico dell’uomo che abbaia ma non morde.

Ovviamente, di avvisaglie ce n’erano state anche troppe, e il culmine si era probabilmente avuto la notte del Recovery Plan. Approvato, sì, ma con la delegazione italoviva che si era astenuta, lamentando il mancato inserimento del Mes. Il Fondo salva-Stati di cui il quasi omonimo M5S non vuole neppure sentir parlare e che, come argomentato dal bi-Premier Giuseppe Conte, «non è ricompreso nel Next Generation». Tanto che al resto della maggioranza rosso-gialla era parso solo un pretesto per far saltare il banco. Un rendiconto, anzi un Renzi-Conte.

Detto, fatto. Italia Viva ritira i Ministri, nonostante il Colle avesse lasciato trapelare «sgomento» e «sconcerto» per una crisi in piena emergenza sanitaria. Neppure la moral suasion quirinalizia è riuscita ad andare oltre il via libera in Cdm al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il Capo dello Stato ha quindi chiesto al fu Avvocato del popolo di «uscire rapidamente dall’incertezza», almeno. Facile a dirsi, molto meno a farsi ora che il leguleio volturarese è un BisConte dimezzato.

Le grandi manovre sono già cominciate. Alea iacta est. Il dado è tratto.

Italia Viva ritira i Ministri: dal BisConte dimezzato al Conte-ter?

«Io penso che domani [il 13, N.d.R.] Conte annuncerà di avere altri parlamentari a suo sostegno e quindi nasce il Governo Conte-Mastella». Così aveva parlato Pittibimbo, tra il serio e il faceto, al termine di una giornata convulsa in cui Giuseppi, per la prima volta, era uscito allo scoperto. Informando gelidamente il suo predecessore che, in caso di crisi, «sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia Viva».

Un avviso ai naviganti a cui il senatore fiorentino aveva replicato con sarcasmo. «Il Conte-ter lo ha cancellato Conte. È evidente che a Palazzo Chigi ha prevalso la linea Travaglio-Casalino. Auguri».

In realtà, l’ipotesi di un terzo Governo Conte resta sul tavolo, con il corollario che la pattuglia renziana dovrebbe essere sostituita da un manipolo di transfughi. Che ora vengono chiamati “responsabili”, anche se in altre occasioni li si bollava come voltagabbana. Non è un caso che sia tornato a balzare agli onori della cronaca il nome di Clemente Mastella.

Ci sono però due ostacoli. Il primo è che, a dispetto delle trame, i trasformisti ancora non si trovano. Anche se, come ha dichiarato sibillinamente il dem Goffredo Bettini, «possono palesarsi al momento opportuno». In questo caso, comunque, dovranno anche strutturarsi in un gruppo parlamentare, altrimenti sarà molto difficile ottenere il placet del Quirinale. E l’operazione potrebbe essere più complicata di quanto appaia a prima vista.

La minaccia delle urne

Sullo sfondo resta la minaccia del voto anticipato, che quasi nessuno nella maggioranza vuole. Il Pd, per il terrore che gli elettori premino il centrodestra dello “spauracchio” Matteo Salvini, facendo al contempo saltare tutti i piani per il dopo-Mattarella. E l’ex Rottamatore perché, sondaggi alla mano, sa che con tutta probabilità la vox populi, come minimo, lo condannerebbe all’irrilevanza – al pari dei grillini.

In effetti, è noto che l’ex Presidente del Consiglio vorrebbe trovare in Parlamento i numeri per una diversa maggioranza. Praticamente una «machiavellica operazione di Palazzo» 2.0. Che, tuttavia, nel caso specifico somiglia più a una partita a scacchi, oppure a poker.

Finora gli attori avevano galleggiato sul sottilissimo equilibrio del bluff. Adesso, però, Italia Viva ha finalmente scoperto le carte. Les jeux sont faits, e i fari si spostano decisamente su Mattarella. Che, verosimilmente, farà almeno un tentativo per evitare le urne. Non dovesse riuscirci, salvo che non si decida il varo di un Governo-ponte, l’attuale esecutivo resterebbe comunque in carica per sbrigare gli affari correnti. E paradossalmente, forse per la prima volta, il signor Frattanto potrebbe davvero stare sereno.

conte e renzi
Il Premier Giuseppe Conte e il leader di Italia Viva Matteo Renzi

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Politica

The Italian Job, “così la notte elettorale ho spostato voti da Trump a Biden”

Clamorosa testimonianza giurata di Arturo D’Elia, ex dipendente di Leonardo S.p.A. che sostiene di poter dimostrare la frode di Usa 2020. Le carte in mano alla Procura di Napoli, mentre i media hanno già avviato la macchina del fango

Mirko Ciminiello

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the italian job: trump vs. biden
Donald Trump e Joe Biden

Tra i nomi che fioccano in questi giorni spicca The Italian Job, come il film che racconta la rapina del secolo tra i canali di Venezia. Quella su cui sta indagando la Procura di Napoli, invece, potrebbe essere la truffa del millennio, e potrebbe essere stata orchestrata (anche) in via Veneto. Si tratta della frode elettorale nelle Presidenziali americane, la cui pistola fumante potrebbe essere (o arrivare) nella disponibilità dei magistrati partenopei. Merito dell’esperto informatico nostrano che avrebbe materialmente eseguito la manipolazione dei suffragi a vantaggio del candidato democratico Joe Biden. E contro il quale i media mainstream hanno già avviato l’immancabile macchina del fango.

L’Affidavit della discordia

Lo scorso 6 gennaio, in contemporanea con i vergognosi incidenti di Capitol Hill, l’avvocato Alfio D’Urso diffondeva la deposizione giurata di un suo assistito. Si chiama Arturo D’Elia, ed è un ex dipendente di Leonardo S.p.A., società italiana leader nei settori della difesa e delle tecnologie aerospaziali. E il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia.

D’Elia è agli arresti per cybercrimini commessi a danno della stessa azienda tra il 2015 e il 2017. In quello che in gergo si definisce General Affidavit, ha affermato di aver reso un’importante testimonianza sotto giuramento davanti a un giudice napoletano.

«Dichiara che il 4 novembre 2020, su istruzione e direzione di persone statunitensi che lavorano presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, ha intrapreso l’operazione per trasferire i dati delle elezioni statunitensi del 3 novembre 2020 dal significativo margine di vittoria di Donald Trump a Joe Biden in un certo numero di Stati in cui Joe Biden stava perdendo. L’imputato ha dichiarato che stava lavorando nella struttura di Pescara della Leonardo S.p.A. e ha sfruttato le capacità crittografiche della guerra informatica militare per trasmettere voti scambiati tramite il satellite militare della Torre del Fucino a Francoforte, in Germania. L’imputato giura che i dati in alcuni casi potrebbero rappresentare più del totale degli elettori registrati».

Inoltre, «l’imputato ha dichiarato che intende testimoniare tutti gli individui e le entità coinvolte nel passaggio dei voti da Donald Trump a Joe Biden quando sarà in totale protezione per se stesso e la sua famiglia. L’imputato afferma di aver assicurato in una località segreta il backup dei dati originali e dei dati scambiati».

The Italian Job

Il documento è stato rilanciato da Nations in Action, un’organizzazione nata per indagare sulle eventuali irregolarità di Usa 2020. La cui fondatrice, Maria Zack, ha cercato di ricostruire – e spiegare – i vari passaggi di un’operazione che sarebbe stata concepita addirittura nel 2016. Quando alla Casa Bianca sedeva ancora Barack Obama e a Palazzo Chigi Matteo Renzi – benché anche l’attuale Premier Giuseppe Conte sarebbe «molto impegnato e coinvolto».

Pare che il piano iniziale dovesse essere attuato a Francoforte, la città in cui sono custoditi i server di Dominion, il controverso software utilizzato nelle Presidenziali americane. Tuttavia, il vantaggio del tycoon sarebbe stato tale da rendere inutile lo spostamento dei voti.

L’ambasciata di via Veneto avrebbe quindi sollecitato l’intervento di D’Elia, che avrebbe usato la tecnologia di Leonardo per generare nuovi algoritmi e caricarli su Dominion. Pare sia per questo che, nella notte elettorale, il conteggio dei suffragi s’interruppe all’improvviso in alcuni swing states in cui l’attuale Potus era largamente in vantaggio. E che, alla ripresa dello spoglio, virarono verso Sleepy Joe in modo tanto rapido da destare sospetti.

Sospetti sui quali tutti dovrebbero avere l’interesse a far luce. I Repubblicani, perché si sentono illegalmente defraudati della vittoria. I Democratici, per allontanare qualsiasi ombra dalla presidenza di Biden. Oppure qualcuno ha paura della verità?

I media mainstream e The Italian Job

Va da sé che questo nuovo The Italian Job ha suscitato le reazioni pavloviane dei prosseneti del Nuovo Ordine Mondiale. Il che non sorprende più di tanto, considerando che, come rilevato dalla letteratura sociologica, l’80% dei cronisti ha un orientamento ben preciso. Quello, per intenderci, che in caso di conflitto tra realtà e ideologia sceglierebbe comunque quest’ultima.

Non che, intendiamoci, l’Affidavit di D’Elia non susciti dubbi. È lecito chiedersi, per esempio, come mai una deposizione giurata rilasciata da un italiano sia stata scritta in inglese. Oppure, per quale motivo gli hacker di stanza in Germania non abbiano agito autonomamente, senza dover passare per il Belpaese.

Perplessità legittime, naturalmente. Il punto, però, è che non spetta al cosiddetto “quarto potere” scioglierle, soprattutto ora che preferisce il ruolo di cagnolino da compagnia del potere vero. E vale anche, se non soprattutto, per i social network, che nel loro recente delirio di onnipotenza ritengono addirittura di poter decretare chi ha diritto di parola. Il pogrom virtuale nei confronti di The Donald prima, e di Parler poi, la dice lunga sul concetto di democrazia in voga nella Silicon Valley.

Posto, quindi sono. E per essere cancellati da questa società dell’immagine è sufficiente scostarsi dalla narrazione politically correct.

Tuttavia, come ha rimarcato Guido Scorza, membro dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, «in democrazia chi ha diritto di parola devono deciderlo giudici e autorità». Non delle piattaforme Web.

Ebbene, si dà proprio il caso che ci sia un’inchiesta in corso. Se dunque vi siano delle evidenze relative a questo The Italian Job, come spergiura D’Elia, e quanto siano attendibili, saranno i magistrati a stabilirlo. Sempre che i manutengoli del pensiero unico non abbiano obiezioni, ça va sans dire.

Il General Affidavit di Arturo D’Elia

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Cultura

Priorità politically correct, i deliri da pensiero unico che si fanno tragedia

Se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li manda al potere, come la Pelosi che negli Usa vuole abolire “padre” e “madre”. Alla faccia di bazzecole quali pandemia, Recovery Plan e democrazia agonizzante (e non da ieri)

Mirko Ciminiello

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priorità politically correct
Basta politically correct

Ci sono le priorità – quelle autentiche -, e poi ci sono le priorità politically correct. Che, ça va sans dire, sono un farneticante libro degli incubi che un tempo avrebbe meritato ai suoi autori una camicia di forza. Oggi, però, viviamo in una società al contrario. Una società in cui, come aveva profetizzato lo scrittore inglese G.K. Chesterton, bisogna sguainare le spade “per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.

Le priorità autentiche

Ci sono alcune quisquilie di cui si dibatte, anche animatamente, ai quattro angoli del pianeta. Una, tanto per partire dall’orticello comunitario, è la vexata quaestio del Recovery Plan, di cui si cominciano a svelare gli altarini. Dal nulla, infatti, il principale quotidiano economico nostrano si è lasciato sfuggire l’espressione “riforme strutturali” che, tradotto dal burocratese, significa ennesima euro-fregatura per l’Italia. Anche se poi, forse anche per l’imbarazzo di aver scritto Generetion, la testata di via Monte Rosa ha (lievemente) corretto il tiro.

Su scala globale, spicca invece la pandemia da Covid-19, ormai sotto i riflettori – ahinoi – da oltre un anno. Mentre impazzano le discussioni sul vaccino, l’Oms si era finalmente decisa a indagare sulle origini del virus. Peccato che la Cina abbia negato l’accesso al team dell’agenzia Onu per la salute diretto a Wuhan – laddove tutto è cominciato. Ma guai a insinuare che Pechino abbia qualcosa da nascondere…

Soprattutto, non ditelo agli intelliggenti con-due-gi, quelli che si accorgono dei pericoli per la democrazia a ideologie alterne. Dimenticandosi, per dire, che il problema non nasce con i vergognosi incidenti di Washington D.C., e nemmeno con la frode elettorale del novembre scorso. Le radici profonde si trovano nell’ignobile censura perpetrata da mesi dai giganti della Silicon Valley contro le voci pubbliche che osavano scostarsi dalla narrazione dei suddetti. E culminata nella purga social ai danni del Presidente americano Donald Trump, come se il diritto di parola di chicchessia fosse nella disponibilità di Mark Zuckerberg o Jack Dorsey.

Va da sé che qui i manutengoli del politicamente corretto diventano curiosamente afoni, ma non bisogna disperare. Magari ritroveranno la voce d’incanto, come quando si sono accorti fuori tempo massimo dell’importanza del binomio “legge e ordine”, tanto denigrato nei giorni del teppismo targato BLM.

E poi ci sono le priorità politically correct

E poi ci sono le priorità politically correct. Perché è ovvio che, di fronte a queste “bazzecole”, le questioni vere sono i nomi che uno storico pastificio sceglie per i suoi prodotti. O il fatto che film girati 50 o più anni fa, come Grease, dovrebbero riflettere la sensibilità degli spettatori di oggi. Amenità, quest’ultima, che ha esasperato perfino certi pseudo-intellettuali de noantri, segno che la pazienza sta davvero finendo.

Effetto simile, del resto, lo ha avuto la ridicola trovata del pastore protestante (e deputato democratico) statunitense Emanuel Cleaver. Il quale ha pensato male di concludere la preghiera di apertura dei lavori del Congresso Usa con le parole «Amen and awoman». Che secondo lui dovrebbero indicare neutralità di genere, mentre al massimo ne dimostrano le lacune linguistiche, oltre ad avvicinarlo alla Cei dei recenti, assurdi cambiamenti liturgici.

L’aspetto peggiore è che questo non è nemmeno il nadir d’Oltreoceano, di cui può fregiarsi (si fa per dire) Nancy Pelosi, speaker dem della Camera. La quale si è messa in testa di abolire termini come “padre” e “madre”, o pronomi come “lui” e “lei”, che avrebbero la colpa di non essere abbastanza inclusivi.

Pare quasi di risentire Peppone che sbraita contro don Camillo per via dell’orologio del popolo. «Se è in ritardo sul popolo, tanto peggio per il Sole e tutto il suo sistema!» Peccato che natura e biologia non facciano sconti. E, come recita un aforisma attribuito a Platone, “nessuno è più odiato di chi dice la verità”.

Questione di priorità politically correct. D’altronde, se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li fa prosperare, e addirittura concede loro posizioni di potere. Che poi è la vera, grande tragedia del mondo contemporaneo.

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Politica

Misure anti-Covid, ancora un (vano) appello di Conte alla responsabilità

Il Premier invoca coesione e lungimiranza: legittimo ma molto complicato, essendo alle prese, da un lato, con le inefficienze della sua squadra, e dall’altro con le intemperanze della parte renziana della maggioranza

Mirko Ciminiello

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misure anti-covid: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo sulle misure anti-Covid, vecchie e nuove. Il candidato consideri che:

a) Per giovedì 7 e venerdì 8 gennaio il Governo rosso-giallo ha disposto una zona gialla rafforzata. Perché una arancione kaki avrebbe potuto essere equivocata.

b) In ogni caso è già in cantiere una nuova stretta, che ripristinerà le fasce clinico-cromatiche in base all’indice di contagio. A cui, continuando di questo passo, seguirà presto il medio.

c) Intanto Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, ha inviato agli ospedali lombardi oltre 46mila siringhe troppo grandi per somministrare il vaccino anti-Covid. Tanto per smentire il detto popolare per cui conta l’uso, e non la misura.

Oltre le misure anti-Covid stricto sensu

d) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha affermato che le sfide che l’Italia ha di fronte, in primis il Recovery Plan, richiedono «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di Governo. Se percorreremo questo cammino con senso di responsabilità, avremo la più salda garanzia di andare nella direzione giusta». Tradotto dal volturarappulese, gli servono dei parlamentari “responsabili”.

e) La compagine italoviva ha prontamente replicato che, anche se «il post del presidente Conte va nella direzione delle cose che abbiamo chiesto sul Recovery, attendiamo di leggere le carte». Per guadagnare tempo, è già stato allertato Paolo Fox.

f) Secondo il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, «se le ricerche ci dicono che nella scuola c’è stato solo il 2% dei focolai, forse è anche merito dei nuovi banchi». Non foss’altro perché hanno più rotelle di certi esponenti dell’esecutivo.

g) La titolare dei Trasporti Paola De Micheli avrebbe invece sostenuto che «è impossibile sapere come il virus si diffonde su pullman e bus». E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, commenti il candidato l’amarezza con cui Conte ha dichiarato che «la Dea bendata si è dimenticata di noi». Senza necessariamente considerare che il Conte in questione non è Giuseppi, bensì l’allenatore dell’Inter Antonio.

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Politica

Piano vaccini, Arcuri è un anti-Re Mida: trasforma ciò che tocca in fango

Il Commissario per l’emergenza coronavirus ammette i ritardi sui centri vaccinali, e intanto invia siringhe troppo grandi per i flaconi. Dopo i flop su mascherine, tamponi e banchi a rotelle, è la Waterloo del novello Napoleone

Mirko Ciminiello

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piano vaccini: domenico arcuri
Il Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri

Se era sul piano vaccini che si doveva “parere la sua nobilitate”, Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, non ha tradito le aspettative. Disastro doveva essere, e disastro (per ora) è. A ennesima conferma che il Nostro è sì un esperto, ma solo in ritardi e inefficienze.

Il disastro del piano vaccini

«L’elenco completo dei centri designati per la somministrazione del vaccino contro il coronavirus è ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un’elencazione dei centri vaccinali». Così riconobbe Arcuri, rispondendo a una richiesta di accesso civico generalizzato da parte di ZetaLuiss, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università romana Luiss.

Un’ammissione che, forse perché arrivata una settimana dopo il tanto strombazzato V-day, ha curiosamente suscitato una ridda di ironie. Come quella del leader leghista Matteo Salvini, che ha praticamente dato al manager del “Commissario a sua insaputa”.

In realtà, probabilmente come definizione è troppo tranchant, visto che Der Kommissar ha già inviato sieri e siringhe agli enti locali. Anzi, ha perfino comprato (a un prezzo doppio) dei particolari dispositivi di precisione per ricavare il 20% di antidoto in più da ogni flacone Pfizer. Se poi le siringhe sono troppo grandi per le fiale – e quindi inutilizzabili -, mica può essere colpa di Arcuri, no?

Sarebbe come dargli addosso per i padiglioni dedicati alla somministrazione del vaccino, quelli a forma di fiore. Che saranno anche pacchiani e inutilmente costosi, ma li ha pvogettati l’avchistav Stefano Boeripavdon, Boevi. E poi, quella vaccinale è una campagna: o no?

L’anti-Re Mida

Oltretutto, manco a dire che uno non se lo aspettava. Non sosteneva forse la grandissima Agatha Christie che «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»? Ebbene, da questo punto di vista il supercommissario sovrabbondava anche prima del piano vaccini.

In principio, infatti, erano state le mascherine (ri)acquistate dalla Cina (cui le aveva regalate Giggino il Munifico) eppure bloccate nel Paese del Dragone. Poi era stata la volta dei 5 milioni di tamponi da distribuire alle Regioni, che in realtà erano solo i cotton fioc senza i reagenti. Infine, il capolavoro (condiviso col Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, cui non vorremmo mai sottrarre “meriti”) dei banchi a rotelle giunti a destinazione solo a scuole già richiuse. Anche se qui si potrebbe parlare di eterogenesi dei fini.

Arcuri, insomma, è una specie di anti-Re Mida che trasforma in fango tutto ciò che tocca. Ma poiché, parafrasando il dettato evangelico, non avrebbe alcun potere se non gli fosse stato dato dall’alto, la “colpa più grande” non è la sua. Per informazioni, citofonare Palazzo Chigi, o anche Lungotevere Ripa.

Anche perché, notoriamente, Der Kommissar viene paragonato a Napoleone Bonaparte, nome sovente associato a Waterloo. Serve aggiungere altro?

La risposta del Commissario Arcuri sui centri vaccinali

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Cultura

Grande Fratello di Stato, così si svende la privacy per 150 € e un cellulare

Dopo il cashback, il Governo vara il bonus smartphone col pretesto di digitalizzare il Paese: così potrà tracciare le spese e avrà accesso a dati sensibili come l’Iban, ma senza le (assurde) polemiche che accompagnano l’app Immuni

Mirko Ciminiello

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grande fratello di stato: conte e il cashback
Il Premier Giuseppe Conte e il cashback di Stato

Benvenuti al Grande Fratello di Stato. Gentile omaggio del bi-Premier Giuseppe Conte, assieme agli altri due regali di Natale, il cashback (sempre di Stato) e il cellulare in comodato d’uso. Strumenti che permetteranno un tracciamento che non sarebbe mai stato possibile con Immuni – l’app anti-Covid di contact tracing criticata per le presunte questioni di privacy. A quanto pare, però, tutto ha un prezzo: e quello della libertà è pari a 150 euro.

Il cashback e il bonus smartphone

Gli antichi Romani solevano dire il popolo desidera unicamente panem et circenses, e il motto deve aver dato un’idea al Governo rosso-giallo. Il quale, conscio delle difficoltà economiche (inclusi i ristori che secondo Fipe Confcommercio «risultano inadeguati e insufficienti»), ha optato per le armi di distrazione di massa.

Così, dall’8 dicembre è partito il cosiddetto cashback (che vuol dire “rimborso”, ma perché usare la lingua di Dante quando ci sono gli anglicismi?). Un meccanismo che renderà a quanti effettueranno, entro il 31 dicembre, almeno 10 pagamenti elettronici fino a un massimo di 1.500 euro, il 10% della spesa. Si potranno quindi intascare, al massimo, 150 euro, e le stesse specifiche permarranno anche quando lo strumento sarà a regime, dal 1° gennaio 2021. La sola differenza è che a quel punto avrà cadenza semestrale, e si dovranno concludere almeno 50 operazioni cashless – cioè senza usare il contante.

Una particolarità è che gli acquisti, seppur in formato digitale, devono essere fatti nei negozi fisici. Un incentivo allo shopping in presenza che incredibilmente ha scatenato le reazioni pavloviane di Ministri (come quello degli Affari regionali Francesco Boccia) che lamentavano assembramenti. Anche se era stato lo stesso esecutivo, benché in maniera preterintenzionale, a favorirli.

Schizofrenia governativa a parte, l’iniziativa fa parte del Piano Italia Cashless, che dovrebbe «favorire lo sviluppo di un sistema più digitale, veloce, semplice e trasparente». Lo stesso principio alla base dello smartphone gratis per un anno – però per un singolo componente di nuclei familiari con Isee inferiore ai 20mila euro l’anno.

Lo hanno chiamatokit digitalizzazione”. Di fatto, è un ulteriore passo verso il Grande Fratello di Stato.

Il Grande Fratello di Stato

In entrambi i casi sopracitati, il nodo (nonché il massimo comun divisore) è l’app Io. Lo strumento della Pubblica Amministrazione necessario per usufruire del cashback e che verrà installato di default nei telefoni statali, assieme all’abbonamento a due giornali – immaginiamo quali.

Di quest’ultimo cadeaux potrebbe comunque usufruire l’ex Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Che, risultata positiva al Covid-19, aveva candidamente confessato di non essere riuscita a scaricare Immuni perché «ho avuto un problema con il cellulare», poverina.

Non dev’essere stata l’unica, considerando che in sei mesi i download dell’app creata per contrastare la diffusione del coronavirus sono stati meno di 10 milioni. Cifra che la collega Io ha praticamente eguagliato in pochi giorni – un fatto che ha suscitato l’amara ironia di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

A dispetto delle leggende metropolitane, infatti, Immuni non conserva né comunica dati sulla geolocalizzazione, e associa i telefoni a codici anonimi. Laddove Io richiede dati sensibili come l’Iban, e traccia per definizione qualsiasi spesa. Anche attraverso lo Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale che è obbligatorio fornire al momento dell’iscrizione sul sito dell’applicazione.

In fondo, comunque, l’atteggiamento di Giuseppi non è troppo diverso da quello attribuito alla Regina francese Maria Antonietta. Di cui si favoleggia che, durante una rivolta, avrebbe liquidato il volgo affamato dicendo: «S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche». Oggi, mentre il pane continua a scarseggiare, al posto delle brioches ci sono il cashback e il bonus smartphone.

Tracciati e contenti, dunque, come nemmeno nelle più fosche previsioni di stampo orwelliano. Dopotutto, 1984 è già tra noi. È il Grande Fratello di Stato, bellezza.

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Primo Piano