La proclamazione della Capitale italiana della Cultura 2028, prevista per mercoledì 18 marzo alle 11 nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura, non assegnerà soltanto un titolo di prestigio. Indicherà, in controluce, quale idea di sviluppo culturale il Paese considera oggi più convincente.
Il ministro Alessandro Giuli annuncerà la vincitrice al termine del percorso di selezione che ha portato in finale dieci candidature, poi destinato a tradursi nella Delibera del Consiglio dei Ministri su proposta del ministro stesso, dopo la raccomandazione della Giuria. In palio c’è anche un contributo da un milione di euro per attuare il dossier presentato, ma il significato politico dell’appuntamento è ben più ampio.
Le finaliste 2028 e il peso crescente della progettazione culturale
L’elenco delle finaliste restituisce un’Italia policentrica: Anagni, Ancona, Catania, Colle di Val d’Elsa, Forlì, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia. Non ci sono soltanto grandi poli urbani o mete già consolidate; c’è soprattutto un mosaico di città medie, centri storici, territori dalla forte identità che scelgono la cultura come strumento di riposizionamento.
È questo, probabilmente, il dato più rilevante emerso negli ultimi anni dal programma del Ministero: la candidatura a Capitale italiana della Cultura non viene più letta come una vetrina occasionale, ma come un banco di prova per verificare la qualità della programmazione locale e la tenuta di alleanze civiche, istituzionali, formative ed economiche.
Nel caso del Lazio, la finale 2028 è particolarmente significativa perché presenta due profili distinti. Tarquinia si propone con “La cultura è volo”, dossier che lega patrimonio, visione e capacità di fare rete. La Ciociaria, invece, gioca una carta in parte inedita con Hernica Saxa, candidatura costruita da Anagni insieme ad Alatri, Ferentino e Veroli, fondata su un asse territoriale che prova a trasformare una pluralità di identità in un unico racconto politico e culturale. In entrambi i casi il punto di partenza non è solo la tutela del passato, ma la costruzione di una grammatica di sviluppo.
Hernica Saxa e la questione delle aree interne
Hernica Saxa merita attenzione proprio perché intercetta uno dei nodi più discussi del dibattito pubblico italiano: il destino delle aree interne e delle città non metropolitane. L’idea di mettere insieme Anagni, Alatri, Ferentino e Veroli non nasce soltanto dalla volontà di sommare patrimoni archeologici, architettonici e identitari.
Prova piuttosto a suggerire che territori con una forte densità storica possano diventare protagonisti se scelgono cooperazione amministrativa, servizi culturali coordinati, promozione integrata e investimenti stabili. Il dossier “Hernica Saxa. Dove la storia lega, la cultura unisce” sintetizza bene questa impostazione.
Le dichiarazioni diffuse alla vigilia confermano questa lettura. Daniele Natalia, sindaco di Anagni, ha sostenuto che il percorso abbia già prodotto una rivoluzione culturale e annunciato lo stanziamento di un milione di euro l’anno per la cultura da parte del Comune. Maurizio Cianfrocca ha insistito sul valore della collaborazione inedita in Ciociaria.
Germano Caperna ha messo l’accento sul metodo inclusivo. Piergianni Fiorletta ha spostato il discorso sul terreno della crescita delle aree interne, dei servizi e della pianificazione tecnologica. Da un punto di vista analitico, il dato interessante è che il lessico della candidatura esce dal solo perimetro culturale e tocca governo del territorio, infrastrutture immateriali, capacità organizzativa, relazione con il mondo esterno.
Questo è il motivo per cui il verdetto del 18 marzo sarà osservato con interesse ben oltre i confini laziali. Se a vincere fosse Hernica Saxa, il segnale sarebbe forte: il Ministero premierà un modello aggregativo fondato su città medie che si presentano come piattaforma comune. Se invece la scelta cadrà altrove, resterà comunque il fatto che questa candidatura ha guadagnato visibilità e legittimazione nazionale, dimostrando che le aree interne possono competere non per rivendicazione identitaria ma per qualità progettuale.
Tarquinia, la rete culturale come leva di posizionamento
Tarquinia rappresenta invece un altro possibile paradigma. Il dossier “La cultura è volo” lavora su una matrice che collega l’eredità etrusca, la proiezione turistica, il paesaggio e una visione di territorio capace di generare futuro. Anche in questo caso emerge una logica di rete, non una candidatura chiusa nel recinto del singolo municipio.
È un elemento che accomuna molte delle proposte arrivate in finale e che spiega bene l’evoluzione della competizione: oggi non basta possedere un patrimonio importante, serve dimostrare di saperlo trasformare in progetto pubblico, in agenda amministrativa e in racconto coerente.
La selezione delle dieci finaliste, infatti, è avvenuta dopo la valutazione dei dossier e le audizioni davanti alla Giuria. Questo passaggio tecnico conta molto, perché distingue la Capitale italiana della Cultura da operazioni puramente promozionali. La città vincitrice sarà scelta sulla base della credibilità del programma e della sua capacità di generare impatto. Da qui l’importanza del milione di euro assegnato dal Ministero: non un premio generico, ma una leva finanziaria destinata a tradurre in azione il progetto presentato.
Cantiere Città e il superamento della logica “vince uno, perdono gli altri”
Un altro aspetto rilevante riguarda la quinta edizione di Cantiere Città, il percorso di capacity building promosso dal Ministero della Cultura e dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali per accompagnare le finaliste nella realizzazione di alcuni progetti sviluppati per la candidatura. In termini di policy, è forse la parte più avanzata del programma.
Significa riconoscere che la competizione produce valore anche dove non coincide con la vittoria finale, perché costringe le città a dotarsi di visione, strumenti, partenariati, capacità di scrittura e processi di cooperazione che possono durare nel tempo.
Per il Lazio la partita del 18 marzo misura dunque almeno tre cose. La prima è la qualità delle sue candidature, visto che la regione arriva al verdetto con due proposte forti. La seconda è la capacità di territori diversi di usare la cultura come linguaggio di governo e non solo come patrimonio da celebrare. La terza è il ruolo che le città medie possono assumere in una stagione in cui il riequilibrio territoriale è tornato centrale anche nel discorso nazionale.
Per questo il nome che uscirà dalla Sala Spadolini peserà più del previsto. Non dirà soltanto quale città guiderà il calendario culturale del 2028. Dirà anche quale modello di Italia diffusa viene ritenuto oggi più credibile: quello della città che capitalizza la propria identità storica, quello della rete che unisce territori contigui, o quello di un sistema locale che usa la cultura per ridefinire il proprio posto nel Paese. In ogni caso, la finale di quest’anno segnala una tendenza chiara: la politica culturale, se ben progettata, è tornata a essere un terreno serio di amministrazione e di visione pubblica.
