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Politica

Bilancia della giustizia, il Premier Conte al bivio con lo spettro della caduta

L’inchiesta sull’Udc Cesa rende ancora più impervia la strada dei “costruttori”. E mercoledì prossimo, in Senato, il voto contrario dei renziani alla relazione del Guardasigilli Bonafede può segnare la fine del Governo

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La bilancia della giustizia

C’è qualcosa di poetico al pensiero che, alla fine, la risoluzione dell’attuale crisi di Governo potrebbe dipendere dalla bilancia della giustizia. Intesa con una duplice accezione, come due sono i caratteristici piatti su cui, nel caso specifico, si pesano i possibili destini del bi-Premier Giuseppe Conte. Che ha tutta una serie di motivi per poter stare renzianamente sereno.

La bilancia della giustizia

La «settimana prossima voteremo contro la relazione di Bonafede sulla giustizia, perché la pensiamo in modo diametralmente opposto». Così, pochi giorni fa, il leader di Iv Matteo Renzi anticipava il niet del suo gruppo parlamentare alle comunicazioni del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede. Il quale, punto sul (italo)vivo, aveva lamentato che «preannunciano un voto contrario a una relazione che non hanno ancora letto». Uno sfogo che palesava una preoccupazione palpabile, visto che in Senato, il prossimo mercoledì 27, si potrebbe consumare il definitivo redde rationem.

Facendo infatti riferimento ai numeri della semi-fiducia di Palazzo Madama, se i renziani si unissero al resto dell’opposizione si avrebbe un pareggio a quota 156. E il pareggio, da regolamento, equivale alla bocciatura.

Tuttavia, lo scenario è tutto, fuorché cristallizzato. Tanto per cominciare, non è affatto scontato che i tre senatori a vita che hanno sostenuto Giuseppi lo faranno ancora, stante l’esiguità della loro presenza in Aula. Inoltre, alla minoranza di Governo potrebbe mancare perfino l’appoggio di qualche “responsabile”, visto che la pattuglia comprende parlamentari estremamente restii a morire giustizialisti. Tipo l’ex azzurra Mariarosaria Rossi, «che ha avuto a che fare con una certa magistratura», come da frecciata di Pittibimbo.

E non è nemmeno il principale ostacolo sul percorso dell’operazione “costruttori”.

La strada si fa impervia

«Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell’ambito di un’inchiesta di ’ndrangheta non si parla. Punto». Così il battitore libero grillino Alessandro Di Battista in riferimento al procedimento aperto contro Lorenzo Cesa, segretario nazionale dimissionario dell’Udc. Parole che rischiano di mettere una pietra tombale sulla strategia del fu Avvocato del popolo per allargare il perimetro della maggioranza. Tanto più che poi sono state confermate, nella sostanza, dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Non a caso, pare che qualcuno tra i demo-grillini inizi a chiedersi se non sarebbe meglio «tendere un ramoscello d’ulivo al senatore di Scandicci». Strada, però, altrettanto impervia, perché Vito Crimi, capo politico del M5S, ha ribadito che «non ci sono margini per ricucire con Renzi, la porta è definitivamente chiusa».

Voti e veti, dunque, sul filo di un sottilissimo equilibrio che basterà poco per spezzare. Gli agguati parlamentari, soprattutto quelli di Italia Viva, sono già pronti, e un incidente istituzionale non lascerebbe indifferente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

In ogni caso, se sarà la bilancia della giustizia a far cadere irreversibilmente il BisConte dimezzato lo potrà dire soltanto il tempo. Che però, ironicamente, al momento è proprio il peggior nemico di un Presidente del Consiglio tanto avvezzo alla dilazione da essere soprannominato Signor Frattanto. Sempre assieme al fu Rottamatore, ça va sans dire.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.