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Cultura

Westworld: un primo sguardo alla terza stagione

E’ stato da poco pubblicato il primo teaser trailer che ci permette di dare uno sguardo alla terza stagione di Westworld.

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La HBO, forse per sviare dalla valanga di critiche che si sono riversate su di lei a causa del finale de Il Trono Di Spade, ha rilasciato a sorpresa il primo teaser trailer per la terza stagione di Westworld.

La serie ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy, considerata, almeno per la prima stagione, degna erede della mastodontica saga fantasy tratta dai libri di George RR Martin, torna con un terzo capitolo, che arriverà sui nostri schermi nel 2020.

A dare l’annuncio nel trailer, vediamo il personaggio che sarà interpretato da Aaron Paul.

Sulle note di Brain Damage dei Pink Floyd le prime immagini ci danno una breve anticipazione e ci introducono il ruolo che assumerà la star di Breaking Bad.

westworld qui italia

(foto dal web, credits: CBR)

Secondo le indiscrezioni, questo dovrebbe interpretare un membro di una banda di rapinatori, con un forte malcontento nei confronti della società.

Westworld, tratto dal film Il Mondo Dei Robot di Michael Crichton, racconta di una realtà dove esistono dei parchi a tema nei quali vengono ricostruiti vari scenari, abitati da androidi perfettamente assimilabili agli esseri umani, e dove questi ultimi vanno in vacanza per sfogare i propri istinti.

Nella prima serie abbiamo vissuto nel Far West, per poi scoprire che esistono diversi parchi con ambientazioni differenti. Non vediamo quindi l’ora di sapere cosa ci riserverà la terza stagione

 

Cultura

Antico Egitto, scoperta presso Luxor una “città perduta” da oltre 3.000 anni

L’archeologo Zahi Hawass ha riportato alla luce “The Rise of Aten”, cioè “L’ascesa di Aton”, già paragonata a Pompei. Per l’egittologa Betsy Bryan è il più grande ritrovamento dopo la tomba del Faraone bambino Tutankhamon

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antico egitto: the rise of aten
The Rise of Aten

Arriva direttamente dall’Antico Egitto l’ultima, straordinaria meraviglia appena restituitaci dalle sabbie del tempo. Una “città perduta” risalente a oltre 3.000 anni fa, riaffiorata sulla sponda occidentale del Nilo, nei pressi dell’antica capitale Tebe, corrispondente all’odierna Luxor. Si tratta del più grande insediamento urbano mai rinvenuto nel Paese: e, come spesso accade, si è trattato di un ritrovamento del tutto casuale.

L’annuncio del Ministero delle Antichità egiziano

L’annuncio è arrivato direttamente dal Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità. Che ha comunicato come l’archeologo Zahi Hawass, ex titolare del Dicastero, avesse riportato alla luce la «“Città d’oro perduta” a Luxor». Anche se non si capisce da dove derivi il riferimento aureo, del tutto assente nell’originaria dizione araba.

Potrebbe comunque trattarsi di un’allusione all’inestimabile valore del rinvenimento. In effetti, per Betsy Bryan, docente di arte e archeologia egiziana dell’Università di Baltimora, «è la seconda scoperta archeologica più importante dopo la tomba di Tutankhamon». E, non a caso, fioccano già i paragoni con uno dei nostri gioielli, Pompei.

L’Antico Egitto non smette mai di stupire

Sembra che il centro sia stato fondato dal padre di Akhenaton, Amenhotep (o Amenofi) III, nono Faraone della diciottesima dinastia, che regnò nel XIV secolo a.C. Datazione confermata grazie ai reperti e alle iscrizioni geroglifiche, inclusi alcuni mattoni di fango recanti i sigilli con il cartiglio del Re. Sicuramente, poi, la città era ancora abitata al tempo di Ay, il successore del Faraone bambino.

L’hanno battezzataSo’oud Atun”, in ingleseThe Rise of Aten”, che in realtà in italiano, stante la diversa traslitterazione, andrebbe tradotta “L’Ascesa di Aton”. Nome che si riferisce alla divinità egizia di cui il Faraone Akhenaton, padre di Tutankhamon, impose il culto unico nel periodo della cosiddetta Eresia Amarniana.

Un’epoca molto oscura, anche per via della damnatio memoriae inflitta successivamente al “sovrano eretico”, di cui si cercò di cancellare ogni traccia dalla Storia. Proprio il recente ritrovamento, però, potrebbe contribuire a far luce su quello che la professoressa Bryan considera uno dei più grandi misteri dell’antichità. Ovvero il motivo per cui Akhenaton e la sua Grande Sposa Reale Nefertiti decisero di spostare la capitale ad Amarna.

«Molte missioni internazionali hanno cercato questa città e non l’hanno mai trovata» ha sottolineato il professor Hawass, noto in Italia anche per la partecipazione a programmi televisivi come Freedom. In realtà si è trattato di una scoperta fortuita, dal momento che la missione puntava a individuare il tempio funerario del Faraone fanciullo.

D’altronde, se l’Antico Egitto non smette mai di stupire ci sarà pure una ragione – che però, parafrasando Blaise Pascal, la ragione non conosce. Per nostra fortuna.

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Cultura

Sofagate, lo sgarbo di Erdoğan e il nichilismo valoriale dell’Occidente

Le polemiche per la sedia negata dal Presidente turco alla von der Leyen (senza che Michel reagisse) vanno oltre l’episodio contingente: diventando specchio di una civiltà che rinuncia – ancora – ad affermare i propri ideali

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sofagate: ursula von der leyen, charles michel e recep tayyip erdoğan
L'incontro tra Ursula von der Leyen, Charles Michel e Recep Tayyip Erdoğan

È diventato rapidamente un caso internazionale quello del cosiddetto sofagate. Ovvero lo sgarbo istituzionale perpetrato da Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia, ai danni di Ursula von der Leyen, numero uno della Commissione europea. Un incidente diplomatico che però, a ben vedere, più che sul Paese mediorientale dice moltissimo sull’Occidente, e soprattutto sul virus della cecità valoriale che l’ha colpito da tempo.

Il sofagate

C’è chi l’ha considerato un affronto all’istituzione comunitaria, chi un episodio sessista, e c’è anche chi ha farneticato di «machismo protocollare». Di certo, quello di Erdoğan non è stato un gesto elegante, in primis sul piano dell’educazione.

Onestamente, però, al leader anatolico si può rimproverare molto di peggio che l’aver lasciato in piedi una signora – oltre che una rappresentante dei vertici europei. Colpisce invece che Charles Michel, Presidente del Consiglio Ue (a sua volta presente all’incontro), «sia sceso al suo livello», come ha stigmatizzato l’ex Cancelliere austriaco Christian Kern.

«Pur percependo il carattere deplorevole della situazione, abbiamo scelto di non aggravarla con un incidente pubblico» ha provato a difendersi l’ex Premier belga. In modo simile, la sua omologa dell’esecutivo comunitario ha fatto sapere di aver dato «priorità alla sostanza delle questioni affrontate rispetto al protocollo e alle forme».

Può darsi, ma allora non avrebbero senso i successivi cahiers de doléances. Che, en passant, suonano più come un maldestro tentativo di difendere gli ideali occidentali fuori tempo massimo, dopo aver assistito inerti alla loro mortificazione.

Il nichilismo dell’Occidente

D’altronde, non è che un ulteriore sintomo del nichilismo contemporaneo segnato dall’ossessione di segare le radici che tengono in piedi la nostra cultura. Tipo la tradizione cristiana, senza cui difficilmente la dignità femminile si sarebbe affermata nella società, traendo origine tra l’altro dalla Lettera di San Paolo ai Galati. «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28).

Concetto forse troppo poco burocratico per gli euroinomani, più a proprio agio con i formalismi. Tanto che, secondo l’organo che riunisce i Capi di Stato e di Governo dell’Europa, il cerimoniale è stato rispettato, essendo Michel l’euro-carica più alta. Un (ennesimo) autogol confermato dalla stessa Ankara che, infastidita dalle accuse, ha precisato di aver «seguito un protocollo concordato con la Ue».

Sia come sia, Bruxelles ha comunicato l’intenzione di evitare un sofagate bis. Chissà, magari la prossima volta gli alti papaveri del Vecchio Continente provvederanno autonomamente al mobilio. Presentandosi con un’ottomana, ça va sans dire.

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Cultura

Santa Pasqua, auguri per una Risurrezione spirituale e dalla pandemia!

Mentre molti auspicano la liberazione dal Covid-19, celebriamo intanto la solennità più importante del Cristianesimo: che ci ricorda come Gesù, vincendo la morte, abbia già liberato l’umanità, redimendola dal peccato

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santa pasqua: scala verso il paradiso
Una scala verso il Paradiso

Dopo oltre un anno contrassegnato dalla pandemia e dalle restrizioni, in molti auspicano che la Santa Pasqua segni la Risurrezione sotto ogni punto di vista. Anche materiale, cioè, benché la solennità fondante del Cristianesimo abbia un significato anzitutto spirituale.

La Santa Pasqua è infatti il giorno in cui Gesù Cristo vinse la morte, redimendo l’umanità dal peccato. In modo simile, la Pasqua israelitica rievoca la liberazione dalla schiavitù in Egitto, oltre al miracoloso attraversamento del Mar Rosso (Es 14, 1-29). Non a caso, il termine deriva dall’ebraico Pesach, che vuol dire “passaggio”.

La Pasqua cristiana cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, convenzionalmente fissato al 21 marzo. Uno dei motivi per cui è una festa mobile risiede nel fatto che non si conosce la data esatta dell’evento originario. Le Sacre Scritture indicano infatti solamente che avvenne di domenica, due giorni dopo la Passione e morte di Gesù di Nazareth. Come Egli stesso aveva preannunciato (riferendosi al tempio del Suo corpo): «Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 19).

Un’antica tradizione, ancora viva in epoca medioevale, fissava il Venerdì Santo al 6 aprile. Data che Francesco Petrarca (che in quel giorno, nel 1327, incontrò l’amata Laura) immortalò nel sonetto Era il giorno ch’al sol si scoloraro. Che, tra l’altro, fa riferimento all’oscuramento della nostra stella, narrato dai Vangeli sinottici, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, ora in cui Gesù «consegnò lo spirito» (Gv 19, 30).

La Santa Pasqua di Risurrezione

San Giovanni racconta anche che i capi dei sacerdoti giudei rimasero sconvolti nel leggere l’iscrizione che Ponzio Pilato aveva fatto apporre sulla Croce (Gv 29, 21-22). Il cosiddetto Titulus crucis, che indicava in tre lingue (ebraico, greco e latino) il motivo della condanna: Gesù il Nazareno, Re dei Giudei.

In aramaico, come scoprì lo scrittore francese Henri Tisot (1937-2011), la scritta corrisponde alla dizione ישוע הנוצרי ומלך היהודים, vocalizzata come “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim”. Prendendo le iniziali come per il latino INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum), e considerando la lettura da destra verso sinistra, si ottiene יהוה, “YHWH“. Ovvero il Tetragramma Divino, l’impronunciabile Nome di Dio.

Come Gesù aveva profetizzato: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora saprete che Io Sono» (Gv 8, 28). La locuzione che nell’Antico Testamento indica proprio il Nome del Signore (per esempio in Es 3, 14).

In effetti, comunque, la scomparsa del Figlio di Dio lasciò sgomenti anche gli Apostoli, che si rinchiusero nel Cenacolo. Un turbamento rivissuto nel Sabato Santo, il “giorno del silenzio” contrassegnato dall’assenza di celebrazioni (la Veglia serale, infatti, è già parte della liturgia pasquale).

Furono Maria di Magdala e le pie donne a uscire dall’isolamento, per recarsi al Santo Sepolcro nel terzo giorno dalla Crocifissione del Salvatore. Trovarono però la tomba vuota, e una o due figure angeliche che diedero loro il lieto annuncio. Magari – dice qualcuno – per avere la sicurezza che la notizia della Risurrezione si diffondesse rapidamente.

Malignità a parte, resta che la Santa Pasqua è stata uno spartiacque della Storia, e l’auspicio è che questa particolare ricorrenza rappresenti una svolta anche per noi. Dal punto di vista sanitario, certo, ma soprattutto permettendoci di “morire a noi stessi” per risorgere come uomini e donne nuovi.

Buona, Santa Pasqua ai nostri lettori!

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Cultura

Priorità politically correct, i deliri da pensiero unico che si fanno tragedia

Se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li manda al potere, come la Pelosi che negli Usa vuole abolire “padre” e “madre”. Alla faccia di bazzecole quali pandemia, Recovery Plan e democrazia agonizzante (e non da ieri)

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priorità politically correct
Basta politically correct

Ci sono le priorità – quelle autentiche -, e poi ci sono le priorità politically correct. Che, ça va sans dire, sono un farneticante libro degli incubi che un tempo avrebbe meritato ai suoi autori una camicia di forza. Oggi, però, viviamo in una società al contrario. Una società in cui, come aveva profetizzato lo scrittore inglese G.K. Chesterton, bisogna sguainare le spade “per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.

Le priorità autentiche

Ci sono alcune quisquilie di cui si dibatte, anche animatamente, ai quattro angoli del pianeta. Una, tanto per partire dall’orticello comunitario, è la vexata quaestio del Recovery Plan, di cui si cominciano a svelare gli altarini. Dal nulla, infatti, il principale quotidiano economico nostrano si è lasciato sfuggire l’espressione “riforme strutturali” che, tradotto dal burocratese, significa ennesima euro-fregatura per l’Italia. Anche se poi, forse anche per l’imbarazzo di aver scritto Generetion, la testata di via Monte Rosa ha (lievemente) corretto il tiro.

Su scala globale, spicca invece la pandemia da Covid-19, ormai sotto i riflettori – ahinoi – da oltre un anno. Mentre impazzano le discussioni sul vaccino, l’Oms si era finalmente decisa a indagare sulle origini del virus. Peccato che la Cina abbia negato l’accesso al team dell’agenzia Onu per la salute diretto a Wuhan – laddove tutto è cominciato. Ma guai a insinuare che Pechino abbia qualcosa da nascondere…

Soprattutto, non ditelo agli intelliggenti con-due-gi, quelli che si accorgono dei pericoli per la democrazia a ideologie alterne. Dimenticandosi, per dire, che il problema non nasce con i vergognosi incidenti di Washington D.C., e nemmeno con la frode elettorale del novembre scorso. Le radici profonde si trovano nell’ignobile censura perpetrata da mesi dai giganti della Silicon Valley contro le voci pubbliche che osavano scostarsi dalla narrazione dei suddetti. E culminata nella purga social ai danni del Presidente americano Donald Trump, come se il diritto di parola di chicchessia fosse nella disponibilità di Mark Zuckerberg o Jack Dorsey.

Va da sé che qui i manutengoli del politicamente corretto diventano curiosamente afoni, ma non bisogna disperare. Magari ritroveranno la voce d’incanto, come quando si sono accorti fuori tempo massimo dell’importanza del binomio “legge e ordine”, tanto denigrato nei giorni del teppismo targato BLM.

E poi ci sono le priorità politically correct

E poi ci sono le priorità politically correct. Perché è ovvio che, di fronte a queste “bazzecole”, le questioni vere sono i nomi che uno storico pastificio sceglie per i suoi prodotti. O il fatto che film girati 50 o più anni fa, come Grease, dovrebbero riflettere la sensibilità degli spettatori di oggi. Amenità, quest’ultima, che ha esasperato perfino certi pseudo-intellettuali de noantri, segno che la pazienza sta davvero finendo.

Effetto simile, del resto, lo ha avuto la ridicola trovata del pastore protestante (e deputato democratico) statunitense Emanuel Cleaver. Il quale ha pensato male di concludere la preghiera di apertura dei lavori del Congresso Usa con le parole «Amen and awoman». Che secondo lui dovrebbero indicare neutralità di genere, mentre al massimo ne dimostrano le lacune linguistiche, oltre ad avvicinarlo alla Cei dei recenti, assurdi cambiamenti liturgici.

L’aspetto peggiore è che questo non è nemmeno il nadir d’Oltreoceano, di cui può fregiarsi (si fa per dire) Nancy Pelosi, speaker dem della Camera. La quale si è messa in testa di abolire termini come “padre” e “madre”, o pronomi come “lui” e “lei”, che avrebbero la colpa di non essere abbastanza inclusivi.

Pare quasi di risentire Peppone che sbraita contro don Camillo per via dell’orologio del popolo. «Se è in ritardo sul popolo, tanto peggio per il Sole e tutto il suo sistema!» Peccato che natura e biologia non facciano sconti. E, come recita un aforisma attribuito a Platone, “nessuno è più odiato di chi dice la verità”.

Questione di priorità politically correct. D’altronde, se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li fa prosperare, e addirittura concede loro posizioni di potere. Che poi è la vera, grande tragedia del mondo contemporaneo.

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Cultura

Epifania, arriva la Befana, e forse c’è lo zampino dei Re Magi

Il 6 gennaio si celebra la manifestazione della divinità di Gesù, rivelata dai saggi che Lo omaggiarono con oro, incenso e mirra. E che potrebbero aver avuto una parte anche nella storia della vecchietta che porta i dolci ai bambini

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epifania: befana
La Befana

Come insegna la saggezza popolare, l’Epifania tutte le feste le porta via. Quest’anno, per buona misura, potrebbe fare lo stesso con il Governo, anche se è più facile credere alla Befana che all’attuazione dei penultimatum renziani.

Già, la Befana. L’amabile vecchietta che vola su una scopa per riempire le calze dei bambini è uno dei simboli (profani)della festività. Il suo stesso nome parrebbe derivare dal termine “Epifania”, attraverso la forma corrotta Befanìa.

Le sue origini potrebbero essere molto antiche, anche se la figura come la conosciamo oggi nacque probabilmente nel Basso Medioevo. C’è comunque anche una versione che la lega all’episodio evangelico dei Magi: dettaglio affatto insignificante, perché è l’evento su cui si fonda l’intera tradizione epifanica.

La tradizione dell’Epifania

La parola Epifania deriva dal greco ἐπιφαίνομαι (epifàinomai = mi mostro, mi manifesto), e indica la manifestazione della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo all’umanità. Nelle Chiese orientali, questa rivelazione è associata al Battesimo di Gesù impartito da Giovanni Battista (Mt 3, 13-17; Mc 1, 9-11; Lc 3, 21-22), che il rito romano celebra la prima domenica dopo il 6 gennaio. Il Cattolicesimo, invece, lega la solennità all’adorazione dei Magi, i saggi orientali che, seguendo la stella di Betlemme, vennero ad omaggiare Gesù Bambino (Mt 2, 1-12).

Secondo il racconto di San Matteo Evangelista, «alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”».

L’astro, che in seguito Giotto avrebbe interpretato come una cometa, guidò i sapienti fino a Betlemme, dove trovarono «il Bambino con Maria Sua madre». Inginocchiatisi, Gli offrirono oro (come si conviene a un Re), incenso (come omaggio alla Sua divinità) e mirra (anticipando la Sua Passione e morte redentrice).

Proprio in virtù del numero dei doni, successivamente si ipotizzò che i Magi fossero tre, e si attribuirono loro dei nomi che variano secondo la cultura. Quelli affermatisi nella tradizione occidentale sono Baldassarre, Gaspare e Melchiorre.

Nel tardo Medioevo si iniziò a considerarli anche dei Re, provenienti dalle tre parti del mondo allora conosciuto – Europa, Asia e Africa. Con una simbologia concettualmente analoga (benché anagrafica piuttosto che geografica), i bizantini li raffigurano a volte come le tre età dell’uomo: il giovane, l’adulto e l’anziano.

I Magi e la Befana

Un aneddoto più recente vuole che, recandosi a Betlemme, i Magi avessero chiesto informazioni a un’anziana, invitandola poi a seguirli per omaggiare il Salvatore. La donna rifiutò, ma dopo, pentitasi, preparò un sacco di presenti e si mise alla ricerca dei saggi e del Bambino Gesù, non riuscendo però a trovarli. Da allora, per farsi perdonare, l’anziana bussa a ogni porta e consegna i suoi doni ai bambini.

Vi ricorda niente? Eh sì, è proprio lei: la Befana. Buona Epifania a tutti!

giotto - adorazione dei magi
Giotto – Adorazione dei Magi (Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-05)

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Cultura

Santo Natale, tutti gli indizi in favore della storicità della tradizione

C’è ancora dibattito sul giorno e l’anno in cui nacque Gesù, ma diverse evidenze suffragano il racconto biblico. A partire da quelle che potrebbero provare che la Natività avvenne davvero il 25 dicembre

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Il Santo Natale

Il mistero del Santo Natale è il mistero della nascita di Gesù Cristo. Un enigma bimillenario dalle mille sfaccettature – teologiche, innanzitutto. Una di esse riguarda la data della Natività, tradizionalmente fissata al 25 dicembre di 2020 anni fa.

In effetti, i Vangeli non forniscono indicazioni cronologiche, e oggi in molti ritengono che questo giorno sia frutto di una convenzione. In particolare, si pensa che la solennità cristiana abbia sostituito quella pagana del Sol Invictus.

Tuttavia, la prima testimonianza della celebrazione del Natale cristiano al 25 dicembre risale al Commentario su Daniele di sant’Ippolito di Roma, scritto intorno al 203-204. Data che precede di decenni tutte le fonti storiche che si riferiscono al culto del Sole Invitto. Oltretutto, questa festa cadeva, sì, nella seconda metà di dicembre, ma non per forza il 25 – e nemmeno coincideva necessariamente col solstizio d’inverno.

Il Santo Natale fu davvero il 25 dicembre?

A favore della tradizione, poi, ci sono anche importanti evidenze storiche, con radici negli stessi Testi Sacri. Il Vangelo di San Luca si apre con la vicenda degli anziani Zaccaria ed Elisabetta, cugina della Santa Vergine Maria ormai rassegnata alla sterilità. A Zaccaria apparve però l’Arcangelo Gabriele, che gli annunciò che la sua sposa gli avrebbe dato un figlio – il futuro Giovanni Battista (Lc 1, 5-20).

Il testo lucano racconta che Zaccaria era un sacerdote «della classe di Abìa», e che al momento dell’apparizione dell’Angelo officiava «nel turno della sua classe». Ora, dal Primo Libro delle Cronache sappiamo che esistevano ventiquattro classi sacerdotali (sabaot) che, avvicendandosi con cadenza settimanale, dovevano prestare servizio nel Tempio due volte l’anno. La classe di Abìa era l’ottava (1Cr 24, 1-19).

Ebbene, lo studioso israeliano Shemarjahu Talmon (1920-2010), esaminando documenti come i rotoli di Qumran, ha ricostruito la successione dei turni. E ha provato che uno di quelli della classe di Abìa – il turno di Zaccaria – corrispondeva proprio all’ultima settimana di settembre.

Fatto non da poco, intanto perché il rito bizantino celebra da secoli il concepimento del Precursore il 23 settembre. Ma, soprattutto, perché l’Evangelista afferma che avvenne sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria, posta al 25 marzo, nove mesi esatti prima del Santo Natale (Lc 1, 26-38).

L’ordine cronologico, dunque, torna. E il 25 dicembre potrebbe non essere affatto una data indicata arbitrariamente.

L’anno di nascita di Gesù

Anche l’anno di nascita di Gesù è da sempre oggetto di dibattito, e oggi l’ipotesi più diffusa è che corrisponda al 6-7 a.C. La tradizione che lo colloca 753 anni dopo la fondazione di Roma deriva dal monaco del V-VI secolo Dionigi il Piccolo, ma oggi viene considerata controversa.

Il nodo del contendere è il momento del decesso di Erode il Grande, il Re della Giudea al tempo del quale, secondo il Vangelo di San Matteo, nacque Gesù (Mt 2, 1). E che fu il mandante della strage degli innocenti, in cui vennero uccisi tutti i bambini betlemiti sotto i due anni (Mt 2, 16).

Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica del I secolo, scrive che il sovrano morì dopo un’eclissi di luna e prima della Pasqua del suo 35o anno di regno. Indizi che porterebbero a datare la sua dipartita al 4 a.C., e conseguentemente il Santo Natale 2-3 anni prima.

Tuttavia, il regno di Erode iniziò nel 37 a.C., il che posticiperebbe la sua scomparsa di un paio d’anni. E, d’altra parte, è vero che un’eclissi di luna si verificò nel 4 a.C., ma ve ne furono altre nel 5 e nell’1 a.C.

Il Santo Natale e i segni dai cieli

Non è comunque l’unico segno proveniente dai cieli. Un altro è la cosiddetta stella di Betlemme citata sempre da San Matteo, quella che guidò i Magi al luogo della nascita del Messia (Mt 2, 1-12).

L’Evangelista parla in realtà di un generico ἀστὴρ, termine che può riferirsi a vari fenomeni astronomici. E nel 7 a.C. si verificò una Grande Congiunzione simile a quella avvenuta pochi giorni fa tra Giove e Saturno. Di più, fu una congiunzione multipla, perché ai due pianeti giganti si affiancò anche Marte.

La stessa data, poi, ricorre anche in relazione alla questione del censimento di cui riferisce San Luca. Più esattamente, il Vangelo parla di un «primo censimento» (ἀπογραφὴ πρώτη) che ebbe luogo «quando era Governatore della Siria Quirinio» (Lc 2, 1-2).

La precisazione è importante perché Publio Sulpicio Quirinio condusse un importante censimento nel 6 d.C., che per alcuni dimostrerebbe l’inaffidabilità storica dell’Evangelista. In realtà, San Luca era perfettamente al corrente di questo evento, tanto da menzionarlo negli Atti degli Apostoli (At 5, 37).

Si dà il caso, però, che in Giudea occorse un altro censimento, disposto da Gaio Senzio Saturnino, Governatore di Siria fino al 7 a.C. Data dopo la quale la legazione siriana passò temporaneamente proprio a Quirinio, che dunque verosimilmente continuò – e terminò – l’opera del suo predecessore.

Lo storico Giulio Firpo aggiunge anche che «nel 7 a.C., ai sudditi di Erode fu chiesto di giurare fedeltà ad Augusto. Era una richiesta frequente nei censimenti provinciali e secondo molti può essere collegata al censimento ricordato da Luca».

Indizi, certo, che però suffragano l’ipotesi che la celebrazione della Natività non sia affatto la rievocazione di una leggenda. Buon Santo Natale a tutti!

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Cultura

Grande Fratello di Stato, così si svende la privacy per 150 € e un cellulare

Dopo il cashback, il Governo vara il bonus smartphone col pretesto di digitalizzare il Paese: così potrà tracciare le spese e avrà accesso a dati sensibili come l’Iban, ma senza le (assurde) polemiche che accompagnano l’app Immuni

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grande fratello di stato: conte e il cashback
Il Premier Giuseppe Conte e il cashback di Stato

Benvenuti al Grande Fratello di Stato. Gentile omaggio del bi-Premier Giuseppe Conte, assieme agli altri due regali di Natale, il cashback (sempre di Stato) e il cellulare in comodato d’uso. Strumenti che permetteranno un tracciamento che non sarebbe mai stato possibile con Immuni – l’app anti-Covid di contact tracing criticata per le presunte questioni di privacy. A quanto pare, però, tutto ha un prezzo: e quello della libertà è pari a 150 euro.

Il cashback e il bonus smartphone

Gli antichi Romani solevano dire il popolo desidera unicamente panem et circenses, e il motto deve aver dato un’idea al Governo rosso-giallo. Il quale, conscio delle difficoltà economiche (inclusi i ristori che secondo Fipe Confcommercio «risultano inadeguati e insufficienti»), ha optato per le armi di distrazione di massa.

Così, dall’8 dicembre è partito il cosiddetto cashback (che vuol dire “rimborso”, ma perché usare la lingua di Dante quando ci sono gli anglicismi?). Un meccanismo che renderà a quanti effettueranno, entro il 31 dicembre, almeno 10 pagamenti elettronici fino a un massimo di 1.500 euro, il 10% della spesa. Si potranno quindi intascare, al massimo, 150 euro, e le stesse specifiche permarranno anche quando lo strumento sarà a regime, dal 1° gennaio 2021. La sola differenza è che a quel punto avrà cadenza semestrale, e si dovranno concludere almeno 50 operazioni cashless – cioè senza usare il contante.

Una particolarità è che gli acquisti, seppur in formato digitale, devono essere fatti nei negozi fisici. Un incentivo allo shopping in presenza che incredibilmente ha scatenato le reazioni pavloviane di Ministri (come quello degli Affari regionali Francesco Boccia) che lamentavano assembramenti. Anche se era stato lo stesso esecutivo, benché in maniera preterintenzionale, a favorirli.

Schizofrenia governativa a parte, l’iniziativa fa parte del Piano Italia Cashless, che dovrebbe «favorire lo sviluppo di un sistema più digitale, veloce, semplice e trasparente». Lo stesso principio alla base dello smartphone gratis per un anno – però per un singolo componente di nuclei familiari con Isee inferiore ai 20mila euro l’anno.

Lo hanno chiamatokit digitalizzazione”. Di fatto, è un ulteriore passo verso il Grande Fratello di Stato.

Il Grande Fratello di Stato

In entrambi i casi sopracitati, il nodo (nonché il massimo comun divisore) è l’app Io. Lo strumento della Pubblica Amministrazione necessario per usufruire del cashback e che verrà installato di default nei telefoni statali, assieme all’abbonamento a due giornali – immaginiamo quali.

Di quest’ultimo cadeaux potrebbe comunque usufruire l’ex Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Che, risultata positiva al Covid-19, aveva candidamente confessato di non essere riuscita a scaricare Immuni perché «ho avuto un problema con il cellulare», poverina.

Non dev’essere stata l’unica, considerando che in sei mesi i download dell’app creata per contrastare la diffusione del coronavirus sono stati meno di 10 milioni. Cifra che la collega Io ha praticamente eguagliato in pochi giorni – un fatto che ha suscitato l’amara ironia di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

A dispetto delle leggende metropolitane, infatti, Immuni non conserva né comunica dati sulla geolocalizzazione, e associa i telefoni a codici anonimi. Laddove Io richiede dati sensibili come l’Iban, e traccia per definizione qualsiasi spesa. Anche attraverso lo Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale che è obbligatorio fornire al momento dell’iscrizione sul sito dell’applicazione.

In fondo, comunque, l’atteggiamento di Giuseppi non è troppo diverso da quello attribuito alla Regina francese Maria Antonietta. Di cui si favoleggia che, durante una rivolta, avrebbe liquidato il volgo affamato dicendo: «S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche». Oggi, mentre il pane continua a scarseggiare, al posto delle brioches ci sono il cashback e il bonus smartphone.

Tracciati e contenti, dunque, come nemmeno nelle più fosche previsioni di stampo orwelliano. Dopotutto, 1984 è già tra noi. È il Grande Fratello di Stato, bellezza.

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Cultura

Chiesa, 15 anni dopo, il ricordo dell’elezione di Benedetto XVI

Joseph Ratzinger divenne Papa il 19 aprile 2005, e rinunciò all’esercizio attivo del Ministero nel 2013. Un Pontefice straordinario e straordinariamente calunniato, a cui in tanti dovrebbero delle scuse

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Papa Benedetto XVI

Vaticano, 19 aprile 2005. Al secondo giorno del Conclave che doveva eleggere il successore di San Giovanni Paolo II, la tradizionale fumata bianca annunciava ai fedeli riuniti in piazza San Pietro il gaudium magnum.

Habemus Papam, avrebbe confermato di lì a poco il cardinale protodiacono, rivelando al mondo che il nuovo Successore di Pietro era Joseph Ratzinger, il quale aveva scelto come nome Benedetto XVI. Un’elezione nel segno della continuità, dal momento che il cardinal Ratzinger, anche come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, era stato uno degli uomini più vicini a Papa Wojtyła, a cui era andato il suo ricordo nel primo discorso da Pontefice.

«Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II» disse infatti Benedetto XVI in quell’occasione, «i signori cardinali hanno eletto me, un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti». Un esordio che testimoniava la profonda umiltà del più grande teologo vivente, la cui ineguagliabile cultura è pari solo all’immensa dolcezza.

Non a caso, pochi giorni dopo, nella Messa inaugurale del suo pontificato, Papa Benedetto chiedeva ai devoti riuniti nell’abbraccio del Colonnato del Bernini: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Parole che a molti sarebbero poi suonate profetiche.

La rinuncia di Papa Ratzinger

L’11 febbraio 2013, Papa Benedetto annunciò che, a partire dal successivo 28 febbraio, avrebbe rinunciato al Ministero petrino le cui forze, «per l’età avanzata», non erano più adatte a esercitare in modo adeguato. Storicamente, era l’ottavo Pontefice a compiere, «con piena libertà», questo atto che, dopo oltre sette anni, fa ancora molto parlare.

Nella sua ultima udienza generale, il giorno prima che iniziasse il periodo di sede vacante, il Vicario di Cristo precisò che «il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero non revoca questo». A conferma della portata epocale di questa scelta, Benedetto XVI ha assunto il titolo ufficiale di “Sommo Pontefice emerito”, conservando al contempo la talare bianca, l’appellativo di “Sua Santità”, lo stemma papale con le chiavi di San Pietro e anche la residenza in Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae.

Si è molto discusso sulla possibilità che l’abdicazione del Papa regnante possa in effetti essere avvenuta, in qualche modo, sotto costrizione. È noto, infatti, che dall’inizio del gennaio 2013 i bancomat vaticani erano stati bloccati dopo che Bankitalia aveva negato l’autorizzazione a operare transazioni da parte di Deutsche Bank Italia (alla quale erano state trasferite molte delle attività finanziarie della banca vaticana, lo Ior). Blocco casualmente revocato il giorno dopo le dimissioni di Benedetto XVI.

Ciascuno può trarne le proprie conclusioni, ricordando anche ciò che l’allora cardinal Ratzinger disse nella Missa pro eligendo Romano Pontifice: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Una critica netta, che non poteva piacere alla cultura dominante.

Il calvario di Benedetto XVI

Gli attacchi, praticamente tutti pretestuosi, iniziarono quasi subito. Nel settembre 2006, il Papa tedesco tenne presso l’Università di Ratisbona una lectio magistralis incentrata sul rapporto tra fede e ragione. Il discorso, di una bellezza e di una profondità impressionanti, scatenò violente reazioni nel mondo islamico per una citazione dell’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo che, estrapolata dal contesto, venne spacciata per un attacco di Benedetto XVI al profeta Maometto.

In modo simile, i media hanno divulgato una narrazione sempre distorta dei casi di pedofilia nella Chiesa, che Papa Ratzinger ha sempre combattuto con forza: eppure, anche il recente film I due Papi inventa che Benedetto XVI non volle o poté affrontare la spinosa questione.

Di fatto, questa orrenda pellicola presenta una vile caricatura del mite Pontefice bavarese, e la nota piattaforma streaming che l’ha prodotto dovrebbe semplicemente scusarsi con il 265° Vescovo di Roma – così come dovrebbero fare tanti altri.

La Storia, alla fine, non potrà che avere ragione del cumulo di menzogne e calunnie che ancora oggi infangano Benedetto XVI. Papa ancora amatissimo dai fedeli e, proprio per questo motivo, ancora terribilmente scomodo.

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Cultura

Pasqua, nell’amore di Cristo è il senso più profondo della solennità

La festa, di origine ebraica, commemora la risurrezione di Gesù, che si è caricato i peccati del mondo per redimere l’intera umanità

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Pieter Paul Rubens, La Resurrezione di Cristo. Immagine da Wikipedia

In quest’anno 2020, la parola Quaresima ha fatto rima con quarantena. Curiosamente, i due termini hanno la stessa origine, che rimanda al numero 40, e in particolare a un intervallo di quaranta giorni.

Mai come quest’anno (almeno nella Storia recente), quelli che precedono la Santa Pasqua – o meglio, la Domenica delle Palme – sono stati un tempo di penitenza e, sovente, di riflessione. Anche sul significato della festa più importante per i Cristiani, la solennità fondante del Cristianesimo.

Le origini della Pasqua

La parola “Pasqua” deriva dall’ebraico Pesach, che vuol dire “passaggio”, con una triplice accezione. Il Libro dell’Esodo racconta che Dio inviò il profeta Mosè a riscattare il popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto: al rifiuto del Faraone fecero seguito le famosissime dieci piaghe, l’ultima delle quali fu la morte dei primogeniti egiziani.

In quell’occasione, come prescritto dal Signore, gli Ebrei consumarono del pane azzimo e immolarono un agnello, di cui poi posero il sangue sulle porte delle proprie abitazioni: in questo modo, l’Angelo della Morte avrebbe riconosciuto le case degli Israeliti e sarebbe passato oltre.

Il termine Pesach fa principalmente riferimento a questo episodio, ma ha anche un valore metaforico legato alla liberazione degli Ebrei dalla schiavitù: secondo il racconto biblico, infatti, dopo la morte del suo primogenito il Faraone si risolse finalmente a far partire gli Israeliti, salvo pentirsene quasi subito e lanciarsi al loro inseguimento con i propri carri e i propri soldati.

Proprio quando sembrava che gli Israeliti fossero in trappola, Mosè, come indicatogli da Dio, stese il suo bastone sopra le acque del Mar Rosso che, sotto la spinta di un forte vento d’Oriente, si aprirono per lasciar passare gli Ebrei. Quando tutti gli Israeliti furono in salvo, il Signore ordinò a Mosè di stendere la sua mano sulle acque: immediatamente, il mare si richiuse sopra l’esercito egiziano che lo attraversava, sommergendo e annegando tutti gli inseguitori.

La Pasqua cristiana

Proprio come la ricorrenza ebraica, anche la Pasqua cristiana ha sia un significato letterale che metaforico. Essa commemora la risurrezione di Gesù Cristo, celebrando quindi tanto la transizione dalla morte alla vita che il passaggio dalla schiavitù del peccato alla vera e autentica libertà della redenzione.

Sulla data dell’evento originario non c’è concordanza tra gli storici: per esempio, secondo don Franco Ardusso (1935-2005) la risurrezione avvenne il 9 aprile dell’anno 30, mentre secondo Ruggero Sangalli (1961) si verificò il 1° aprile dell’anno 33. Un’antica tradizione, ancora in voga ai tempi di Francesco Petrarca (che la rievocò nel sonetto Era il giorno ch’al sol si scoloraro) l’aveva invece fissata all’8 aprile. Oggi, comunque, la Pasqua cristiana è una festa mobile: nel 325, infatti, il primo Concilio di Nicea stabilì che cadesse la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, convenzionalmente fissato al 21 marzo (anche se quello astronomico oscilla tra il 19 e il 21 del mese di Marte).

I quattro Evangelisti (San Matteo, San Marco, San Luca e San Giovanni) hanno riportato in modo abbastanza concorde il racconto della Passione e morte di Gesù, a partire dall’Ultima Cena del Giovedì Santo per proseguire con il duplice processo religioso e civile, la condanna, l’ascesa del Calvario, la crocifissione e il trapasso del Figlio di Dio. Eventi preannunciati secoli prima dalle Sacre Scritture, come ad esempio i Canti del servo del Signore (soprattutto il quarto) di Isaia o il Salmo 21, il cui incipit («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») venne gridato da Gesù crocifisso nel celeberrimo Elì, Elì, lemà sabactàni?

I Vangeli hanno descritto anche l’iscrizione posta sulla croce, che indicava il motivo della condanna del Cristo: Gesù il Nazareno, Re dei Giudei, che in latino forma l’acronimo INRI, iniziali dell’espressione Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum. San Giovanni riferisce che il cosiddetto Titulus crucis era scritto in tre lingue (le altre erano ebraico e greco), e che i capi dei sacerdoti – i principali responsabili dell’ingiusta sentenza – si erano scandalizzati nel leggere l’iscrizione, tanto da chiedere al prefetto Ponzio Pilato di modificarla: ricevendo in risposta il noto Quod scripsi, scripsi.

Lo scrittore francese Henri Tisot (1937-2011) ha ipotizzato la ragione di questo apparente, incomprensibile accanimento. Consultando diversi rabbini, scoprì infatti che la traduzione in aramaico del Titulus crucis corrisponde alla dizione ישוע הנוצרי ומלך היהודים che, considerando che l’ebraico si legge da destra verso sinistra, equivale al nostro “Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim”, vocalizzato come “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim“. Prendendo le iniziali come per il latino INRI, si ottiene יהוה, “YHWH“, ovvero il Tetragramma Divino, l’impronunciabile Nome di Dio.

Si compiva quindi la parola di Gesù che, nel testo giovanneo, aveva profetizzato che «quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora riconoscerete che Io Sono»: la locuzione che, nell’Esodo, designa proprio il nome di Dio. Quando infatti Mosè, ricevuto dal Signore il mandato di convincere gli Israeliti a uscire dall’Egitto sotto la sua guida, obiettò che gli avrebbero chiesto Chi lo avesse inviato, Dio gli rispose: «Io sono colui che sono!», e aggiunse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi».

Gesù è davvero risorto?

Il Figlio di Dio, dunque, moriva intorno alle 3 del pomeriggio del Venerdì Santo, venendo quindi avvolto in un sudario e deposto in un sepolcro scavato nella roccia, che venne poi sigillato. Nel terzo giorno dopo la Sua scomparsa, il giorno dopo il sabato, alcune discepole – tra cui vi era sicuramente Maria di Magdala – si recarono alla Sua tomba trovandola vuota. Sgomente, temettero che qualcuno avesse trafugato il corpo di Gesù, ma all’improvviso una o due figure angeliche apparvero loro annunciando che il Cristo aveva vinto la morte: messaggio che fu subito seguito dalla prima apparizione del Signore risorto alla sola Maria Maddalena.

Si badi che l’importanza che le donne rivestono soprattutto in questa vicenda è un forte indizio in favore dell’autenticità del racconto evangelico. A quel tempo, infatti, la testimonianza femminile non era tenuta in nessun conto, come annotava lo storico Giuseppe Flavio (ca. 37-100 d.C.): anche se c’è chi, con una battuta, ha sostenuto che Gesù si sia manifestato inizialmente alle pie donne per essere sicuro che la notizia della risurrezione avesse una pronta e rapida diffusione.

Se dunque qualcuno avesse voluto redigere un testo fasullo per poi spacciarlo per vero, non si sarebbe mai servito di un simile espediente: così come verosimilmente avrebbe illustrato, magari imbellettandolo con effetti speciali, il più importante dei miracoli – di cui invece nei Vangeli non c’è alcuna descrizione. Cosa che da qualcuno viene interpretata come segno dell’ingenuità dei credenti, ma in realtà si spiega solo ammettendo che gli Evangelisti abbiano messo per iscritto solo ciò che gli Apostoli videro realmente: tanto più che rischiavano di essere accusati di una narrazione poco credibile, nonché di essere smentiti da testimoni diretti ancora in vita – considerando che l’ultimo Vangelo, quello di San Giovanni, è stato probabilmente composto intorno all’anno 90.

Proprio Giovanni, il «discepolo che Egli amava», fu il primo a capire che Gesù era davvero risorto. Quando infatti, sollecitati dall’allarme di Maria Maddalena, lui e Simon Pietro corsero al sepolcro, videro «i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte». Questa versione della Cei, che però non rispecchia esattamente l’originale greco.

Nella dizione classica, San Giovanni vide τὰ ὀθόνια κείμενα (tà othónia keímena), e il verbo κεῖμαι (keîmai), da cui deriva il participio κείμενα, ha un significato ben preciso, quello di essere disteso in una posizione orizzontale. Allo stesso modo, il sudario viene descritto come οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον (ou metà tôn othoníon keímenov allà khorìs entetyligménon eis éna tópon), il che indica che non era disteso (κείμενον, di nuovo) con le altre bende (μετὰ τῶν ὀθονίων), ma al contrario (χωρὶς) arrotolato (ἐντετυλιγμένον) in una posizione unica, singolare (εἰς ἕνα τόπον).

Come dunque aveva già compreso un sacerdote, don Antonio Persili (1923-2011), i due discepoli avevano trovato le fasce distese, afflosciate senza essere state sciolte o manomesse: «erano rimaste immobili al loro posto», e «le tele si erano afflosciate su se stesse», laddove «il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale». Ecco il motivo per cui San Giovanni, una volta entrato nel sepolcro, εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν (eîden kaì epísteusen), cioè «vide e credette».

La tradizione delle uova

Per molti, oggi, la Pasqua si riduce al rito dello scambio delle uova di cioccolata, che in realtà è abbastanza recente. Fin dai tempi antichi, tuttavia, l’uovo è stato considerato un simbolo della vita. Il Cristianesimo ha ripreso queste tradizioni, adattandole alla prospettiva del Cristo risorto: l’uovo, infatti, assomiglia a un sasso e sembra inerte, proprio come un sepolcro; al contempo, però, racchiude una nuova vita, simboleggiando pertanto la risurrezione di Cristo.

Nel Medioevo, in occasione della Pasqua, si diffuse l’usanza di donare uova vere, decorate con disegni o dediche. Da qui, nel XIX secolo, l’orafo Carl Fabergé (1846-1920) trasse l’idea per realizzare delle ricche uova per gli Zar di Russia Alessandro III (1845-1894) e Nicola II (1868-1918): questi gioielli contenevano una sorpresa, e la fama di Fabergé contribuì a diffondere la tradizione del dono all’interno dell’uovo.

Solo nel XX secolo si è invece affermata la moda dell’uovo di cioccolato, che potrebbe però aver tratto origine dai prototipi realizzati nel Settecento dai mâitres chocolatiers torinesi. D’altra parte, questo non è l’unico dolce tipico del periodo pasquale: tra gli altri, vanno ricordati la pastiera napoletana, l’agnello pasquale siciliano (un dolce a base di pasta reale e pasta di pistacchio) e, soprattutto, la colomba.

Una scala verso il Paradiso

Il senso della Pasqua

Dal momento che la Chiesa cattolica, anche in occasione del Concilio Vaticano II, ha rivendicato «senza esitazione la storicità» dei Vangeli, chi crede può concludere con relativa certezza che Gesù Cristo sia davvero risorto. Ci si può chiedere, tuttavia, perché il Figlio di Dio abbia accettato di farsi torturare e crocifiggere, «disprezzato e reietto dagli uomini», solo e abbandonato anche da (quasi) tutti i Suoi discepoli.

La risposta la dà Gesù stesso, quando afferma di fronte a Pilato: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità». Ma si trova anche, ancora una volta, nel quarto Carme del servo del Signore: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità».

Gesù Cristo, che pure avrebbe potuto «pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli», accettò di compiere la volontà di Dio offrendosi come agnello sacrificale per la salvezza di tutti. Caricando su di sé i peccati del mondo, ha redento l’umanità intera. E contemporaneamente ha insegnato agli uomini di ogni tempo che il senso della Pasqua, il senso più profondo della solennità è l’amore: un amore così immenso, così puro, così assoluto da farsi dono incondizionato e disinteressato, risuonando ancora, dopo 2.000 anni, in un mondo che forse con l’epidemia sta riscoprendo la spiritualità, nelle nostre case afflitte dal Covid-19, nel cuore di ogni uomo.

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Cronaca

Salute, isolato al Sacco di Milano il ceppo italiano del coronavirus

La scoperta apre la strada allo sviluppo di farmaci e vaccini. Mattarella ringrazia chi è in prima linea e invoca unità e solidarietà

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

«In questo giorno dedicato alle malattie rare dobbiamo sentire il dovere di ringraziare chi sta operando con fatica, con sacrificio, con abnegazione per contrastare il pericolo del coronavirus: i medici, gli infermieri, il personale della Protezione civile, i ricercatori, le donne e gli uomini delle Forze Armate e di quelle di polizia, tutti coloro che in qualche modo si trovano in prima linea». Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebrando al Quirinale il trentesimo anniversario di Telethon.

Il caso ha voluto che questa ricorrenza sia praticamente venuta a coincidere con un’importantissima scoperta scientifica: l’isolamento del ceppo italiano del COVID-19 ad opera dei ricercatori dell’ospedale Luigi Sacco di Milano coordinati dall’immunologa Claudia Balotta, che già nel 2003 aveva individuato il virus della SARS.

«Il coronavirus che abbiamo isolato al Sacco è quello che si sta diffondendo da noi» ha annunciato la dottoressa, precisando che «il virus isolato dai colleghi dello Spallanzani è invece proprio quello cinese».

Si tratta di un risultato eccezionale sotto vari punti di vista. Anzitutto perché, identificando i diversi profili genetici, sarà possibile «tracciare ogni singolo virus per capire cos’è successo, come ha fatto a circolare e in quanto tempo», come ha illustrato il professor Massimo Galli, direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche dell’Università di Milano e del laboratorio universitario del Sacco.

I virus, poi, sono sottoposti a mutazioni che avvengono in modo del tutto causale e possono rendere il patogeno più o meno pericoloso: la conoscenza del ceppo autoctono permetterà quindi di opporvisi con maggiore efficacia, oltre a costituire «un forte antidoto a paure irrazionali e immotivate che inducono a comportamenti senza ragione e senza beneficio», come ha ricordato il Capo dello Stato.

Fuor di metafora, però, il vero antidoto sarà costituito dallo sviluppo di farmaci, anticorpi e quindi vaccini favorito ancora dal sequenziamento del DNA virale. «La scienza è alleata della società e questa deve riferirvisi con senso di responsabilità», ha ammonito ancora Mattarella, mettendo in guardia contro il propagarsi di teorie antiscientifiche e lanciando inoltre un forte appello all’unità e alla solidarietà: «sono un grande patrimonio per la società, particolarmente in momenti delicati per la collettività» e, «quando si perdono, ci si indebolisce tutti».

Chi ha orecchi per intendere…

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Cultura

Foibe, il monito di Mattarella: “Pulizia etnica, fu una sciagura nazionale”

Nel Giorno del Ricordo, duro richiamo del Capo dello Stato contro negazionismo e indifferenza. Ma ancora per molti quelle giuliano-dalmate sono vittime di serie B

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Foto dal sito di Open

Parce sepulto. Perdona chi è stato seppellito. L’invocazione virgiliana è sembrata risuonare a lungo nel Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e delle centinaia di migliaia di italiani, istriani, giuliani e dalmati costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire ai massacri perpetrati dai partigiani comunisti di Josip Tito: data fissata dal Parlamento al 10 febbraio, quando nel 1947 vennero firmati i Trattati di pace di Parigi che assegnavano alla Jugoslavia gran parte dell’Istria e della Venezia-Giulia, oltre alle province di Zara e del Carnaro.

Il dramma però era iniziato con l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando le milizie titine avevano avviato la barbara pratica di gettare all’interno degli inghiottitoi carsici centinaia di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere italiani. «Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo». Parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto lanciare un forte monito su una tragedia circoscritta, in senso strettamente cronologico, al secondo Dopoguerra: ma i cui effetti si sono in realtà protratti per decenni – e continuano a farsi sentire perfino ai nostri giorni.

I nostri connazionali sfuggiti all’eccidio, infatti, si ritrovarono di fronte a «comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità» come evidenziato dal Capo dello Stato. Esuli nella loro Madrepatria che per mezzo secolo ha preferito far finta di niente, nascondendo questa pagina orrenda della nostra Storia, imponendo quella che il predecessore di Mattarella, Giorgio Napolitano, chiamò «congiura del silenzio».

Troppo imbarazzante, per non dire impossibile, per una cultura repubblicana egemonizzata dal Pci, giustificare gli eccidi commessi dai compagni di ideologia. Meglio dunque far calare l’oblio sul fatto che fu la dittatura comunista a scatenare, come ha ricordato ancora il Presidente della Repubblica, «una persecuzione contro gli Italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole».

Imbarazzo che, peraltro, permane ancora oggi, in quelle che Mattarella ha definito «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che però trovano sponda in associazioni e sigle partitiche che continuano ad attuare una vera e propria resistenza ideologica: come accaduto a Dalmine, vicino Bergamo, dove un convegno organizzato dall’Anpi si è trasformato nella «summa del negazionismo», come riferito dal vicesindaco Gianluca Iodice che ha abbandonato il Teatro comunale (concesso gratuitamente) per dissociarsi dall’indegna iniziativa.

«Spiace che ci sia ancora qualcuno che ritiene che ci siano morti di serie A e morti di serie B e che questi Italiani siano un po’ “meno morti” perché morti per mano comunista» ha dichiarato il leader leghista Matteo Salvini. D’altra parte, storicamente bastava la semplice menzione delle stragi giuliano-dalmate per innescare, come una sorta di riflesso pavloviano, la reductio ad Ducem con cui anche oggi i “pronipoti rossi” pretendono di tacitare tutto ciò a cui non riescono a opporre delle valide argomentazioni.

Tipo i leoni da tastiera che hanno commentato il tweet commemorativo del sindaco dem di Firenze, Dario Nardella, con rabbia o con ironia: vaneggiando di propaganda nazifascista e paragonando i nostri martiri agli esodati.

Questo triste capitolo ha conquistato, «doverosamente, la dignità della memoria». Eppure, ha probabilmente ragione Mattarella quando afferma che ancora «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza» e, aggiungiamo, dell’ignoranza.

Non ci potrà essere, infatti, alcuna vera pacificazione, nessuna autentica convivenza civile né memoria condivisa finché persisterà la colpevole omertà di chi teme la verità della Storia. Verità che può far male, ma di certo rende liberi. Perdona loro, dunque, perché non sanno quello che fanno.

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Cultura

Report stampa, ecco perché Avvenire è l’unico giornale che non sente la crisi

Continua il calo delle vendite per tutti i quotidiani, tranne per quello della CEI: il che è paradossale, se si pensa alle chiese sempre più vuote e al crollo dell’8×1000

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La crisi della carta stampata appare ormai irreversibile. Sembra una frase fatta, e probabilmente almeno in parte lo è – ma solo e proprio perché i dati appena diffusi da ADS sulla diffusione dei quotidiani (ovvero le copie, cartacee e digitali, messe in circolazione, che comprendono le vendite in edicola, gli abbonamenti e le distribuzioni gratuite) sono impietosi, e il trend è lo stesso ormai da tempo.

Nello specifico, è impressionante vedere come, in appena sei anni, le copie dei tre quotidiani più letti in Italia (Corriere della Sera, La Repubblica e Il Sole 24 Ore) siano pressoché dimezzate. Ma il calo, in misura più o meno accentuata, è endemico, se si pensa che riguarda praticamente tutti i giornali che superano le 10.000 copie – con una sola eccezione: Avvenire, cresciuto dell’11,49%.

In effetti, se sulla crisi dell’editoria sono stati versati fiumi d’inchiostro e di parole, sarebbe interessante capire le ragioni di quest’unico dato in controtendenza. Perché, se il tracollo delle vendite si può in ultima analisi ricondurre all’avvento dell’era digitale (tanto è vero che i quotidiani digitali sono praticamente tutti in crescita), neppure il giornale della CEI dovrebbe dormire sonni tranquilli.

Internet ha cambiato la modalità di fruizione delle notizie, per cui ormai ci si informa sempre più online in tempo reale, mentre i giornali cartacei si sono ri-specializzati nel commento ai fatti del giorno. Al tempo stesso, la carta stampata gode di uno scarso appeal presso il pubblico giovanile. Due difficoltà di cui anche il quotidiano diretto da Marco Tarquinio non può non risentire.

È vero che Avvenire riceve dei cospicui contributi pubblici, che certamente permettono investimenti maggiori in termini di comunicazione, promozione, distribuzione e innovazione del prodotto-giornale. Ma quest’unica spiegazione non può bastare, se si pensa che, per esempio, nel 2018 il quotidiano maggiormente finanziato dallo Stato era il Dolomiten, che nel report ADS risulta in calo del 15,65%.

Tra l’altro, conta indiscutibilmente la tradizione dell’acquisto e degli abbonamenti da parte della rete di istituzioni e luoghi ecclesiastici, così come c’è indubbiamente un “effetto Papa Francesco”: ma, forse, non nel senso che si potrebbe pensare.

In effetti, la svolta nella linea editoriale del quotidiano della CEI ha verosimilmente attirato dei lettori sensibili alle tematiche della solidarietà e alle novelle posizioni aperturiste sull’immigrazione: ambiti che neppure i giornali progressisti trattano in maniera altrettanto pervasiva e sistemica, legandole piuttosto alla polemica politica del momento.

Da questo punto di vista, bisogna riconoscere ad Avvenire il coraggio e la coerenza nell’andare contro il comune sentire della maggioranza degli Italiani che, come dimostrato da tutte le ultime elezioni e dai sondaggi anche recenti, sulle questioni succitate sono orientati in maniera decisamente diversa. E vale forse la pena ricordare che, nel 2006, l’endorsement del Corsera allora diretto da Paolo Mieli in favore di Romano Prodi risultò, in pochi giorni, in un ribasso di circa il 20% delle vendite del quotidiano di via Solferino. Tarquinio, invece, almeno in apparenza non ha di questi problemi.

L’aspetto curioso è che a questo successo più unico che raro nel panorama mediatico italiano fanno da contraltare le chiese sempre più vuote e il record negativo dell’8×1000 (in sette anni sono andati persi due milioni di contribuenti). Un dato che però, in fondo non sorprende neanche più di tanto: basta infatti considerarlo l’equivalente “religioso” del motto nenniano “piazze piene, urne vuote”. Contenti i Vescovi, contenti tutti.

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