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Politica

Trieste piange la morte dei 2 poliziotti e sui migranti ancora tensioni tra Pd e M5S

Mirko Ciminiello

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E dopo un periodo di calma apparente, sono riesplose tutte insieme le contraddizioni del Governo rosso-giallo. Il casus belli in realtà è un classico – l’immigrazione. E a scatenare la polemica è stato, manco a dirlo, Luigi Di Maio.

Il neo-Ministro degli Esteri ha presentato alla Farnesina il nuovo Decreto interministeriale sui migranti, che prevede di sveltire le procedure per i rimpatri verso 13 Paesi, quasi tutti africani o balcanici. La misura, messa a punto assieme ai colleghi dell’Interno, Luciana Lamorgese, e della Giustizia, Alfonso Bonafede, mira, come ha spiegato il capo politico pentastellato, a «portare le misure per stabilire se un migrante può stare in Italia da due anni a quattro mesi».

Giggino non ha rinunciato a una stoccata al suo ex collega di vicepremierato Matteo Salvini, cui ha nuovamente imputato l’immobilismo proprio sul tema dei rimpatri. È però indubbio che una simile accelerazione, che va in senso contrario rispetto agli umori di buona parte della base grillina, è indice della necessità di recuperare consenso a tutti i costi, anche seguendo la strada tracciata con successo (almeno stando ai sondaggi) dall’ex alleato leghista.

Considerazione diametralmente opposta a quella del Partito Democratico che, per bocca del leader Nicola Zingaretti, ha stigmatizzato la «corsa a piantare le bandierine, una competition per lo strapuntino da rivendicare a ogni costo».

Il segretario dem, già irritato per le «fughe in avanti» sull’Iva e le «capriole» sul taglio del cuneo fiscale, non è entrato nel merito del provvedimento, lamentando piuttosto l’atteggiamento del M5S che avrebbe lasciato intendere (a torto, almeno secondo il Governatore del Lazio) che la mossa fosse concordata.

Certo, la tempistica non è stata delle migliori, dal momento che la critica è arrivata nel giorno in cui il capo della Polizia Franco Gabrielli, presentando i dati sulla criminalità in Italia negli ultimi dieci anni, ha sottolineato come i reati siano complessivamente calati, ma anche come siano gradualmente aumentati quelli commessi da stranieri: i quali sono il 12% della popolazione ma sono responsabili di un terzo delle illegalità.

È comunque in qualche modo ammirevole la pervicacia del Pd che, sul tema immigrazione, continua a mantenere la propria posizione pur sapendo benissimo quanto sia impopolare, senza cedere di una virgola rispetto ai suoi obiettivi: i porti aperti e la Lega al 60%.

Foto dalla pagina Fb di Alfonso Bonafede

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cultura

Politica, l’assalto al duo Renzi-Salvini e l’art. 21 della Costituzione: una riflessione

Gli attacchi della magistratura politicizzata sono l’ennesimo tentativo di censurare la libertà di espressione, come del resto la Commissione Segre e le sardine. E intanto CasaPound vince la causa contro il bavaglio di Fb

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi e Matteo Salvini. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Art. 21 della Costituzione italiana. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Sarà banale, ma giova ricordare questa banalità in un periodo storico in cui essa sembra essere sotto attacco concentrico: un assalto ancora più grave perché non arriva solo da quella cloaca massima costituita dai social network, ma addirittura dalle istituzioni – o meglio, da quella parte delle istituzioni che pretende di arrogarsi la facoltà di decidere chi debba godere del diritto sopracitato.

Tipo la Commissione Segre, che pur nata da ottime intenzioni rischia di tramutarsi in una sorta di orwelliano Ministero della Verità al servizio del pensiero unico. O tipo, per precipitare ad altezza sentina, il riprovevole quanto fatuo movimento delle sardine che, rivolgendosi ai “populisti” (sic!), ha affermato: «non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare». Frase che, detto per inciso, è stata bollata come “fascista” anche da alcuni simpatizzanti del gruppo di giovani scioperati, ma solo se spacciata per dichiarazione del segretario leghista Matteo Salvini, come perfidamente documentato dal parlamentare del Carroccio Alessandro Morelli.

C’è poi un livello ulteriore, che è quello di certa magistratura che, non avendo ben chiaro il principio della separazione dei poteri, interviene a gamba tesa ogniqualvolta la parte politica di riferimento (che curiosamente è sempre la stessa) si trova in difficoltà a causa della repulsione che suscita nella maggioranza dell’elettorato. Al momento l’obiettivo è duplice, pur se caratterizzato dallo stesso nome: Matteo.

Lo maggior corno de la fiamma antica è l’ex vicepremier Salvini che, già nel mirino per le ridicole vicende dei 49 milioni (che al massimo andrebbero imputati a Umberto Bossi e Francesco Belsito) e del Russiagate alla cassoeula, si è ritrovato ora indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio: avrebbe sfruttato 35 voli di Stato per fare campagna elettorale con il pretesto di impegni governativi. «Tutti i miei voli di Stato erano per motivi di Stato, da Ministro dell’Interno, per inaugurare caserme. Mai fatto voli di Stato per andare in vacanza, quello lo fanno altri» ha commentato il Capitano, affermando di non vedere l’ora di potersi difendere in tribunale.

Già, perché sono i tribunali i luoghi deputati ai procedimenti giudiziari: ai non pochi a cui era sfuggito di mente ci ha pensato l’altro Matteo, l’ex Rottamatore Renzi, a ricordarlo.

«Non ci faremo processare nelle piazze» ha tuonato da Palazzo Madama il leader di Italia Viva, citando l’ex Presidente della DC Aldo Moro, in riferimento all’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica. «È accaduta una cosa semplice: contributi regolarmente dati alla Fondazione sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari. Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi» ha ammonito i suoi colleghi senatori, aggiungendo che ai Pm è affidata la titolarità dell’azione penale, non dell’azione politica.

«Se nelle stesse ore della perquisizione si pubblicano, con un giornalismo a richiesta, dati che solo Bankitalia o la Procura hanno, siamo consapevoli che le casualità esistono ma c’è un cortocircuito tra la comunicazione e la battaglia giudiziaria?» ha proseguito l’ex Premier, stigmatizzando la «violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto» che ha trasformato lo Stato di diritto in uno Stato etico e poi in uno Stato etilico. «Siamo alla barbarie» è stata la chiosa.

Prassi peraltro consolidata in passato con un altro ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di cui venivano ignobilmente pubblicati fatti senza alcuna rilevanza giuridica (e nemmeno politica o giornalistica,  volendo) al solo scopo di danneggiarne la reputazione. Tanto per dire che il problema è culturale, ed è figlio di quella pretesa superiorità antropologica che gli utili idioti del politically correct si sono pateticamente autoattribuiti.

Ogni tanto, perciò, sarebbe bene che lorsignori scendessero dal piedistallo e facessero un bagno di umiltà nei bassifondi della realtà. Come Mark Zuckerberg e la sua creatura, Facebook, appena condannata dal Tribunale civile di Roma per la censura a CasaPound e al suo responsabile capitolino Davide Di Stefano.

Perché il movimento potrà non stare simpatico, potrà avere idee non condivisibili – ma non spetta a un social network (e nemmeno alle toghe politicizzate, se è per questo) imporre bavagli alle opinioni scomode.

A meno di non stracciare la Carta fondamentale della Repubblica e un paio di millenni di civiltà, ça va sans dire. Basta saperlo.

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Cronaca

Rifiuti Roma, mea culpa del M5S: “Abbiamo fallito”

L’ammissione di una consigliera di maggioranza mentre, scaduto l’ultimatum, la Regione è pronta al commissariamento e la Raggi valuta il ricorso al Tar. Intanto a pagare sono sempre i Romani

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

In un certo senso, il sindaco della Capitale Virginia Raggi è il contrario di Re Mida, il leggendario sovrano della Frigia capace di trasformare in oro tutto ciò che toccava: un’abilità che al primo cittadino di Roma farebbe estremamente comodo, soprattutto in relazione alla vexata quaestio dei rifiuti dell’Urbe – e soprattutto ora che i nodi stanno precipitosamente venendo al pettine.

È infatti scaduto a mezzanotte l’ultimatum lanciato dalla Regione Lazio con l’ormai celeberrima ordinanza del 27 novembre scorso: con la quale il Governatore Nicola Zingaretti intimava al Campidoglio di scegliere, tra i sette siti giudicati idonei dai tecnici (inclusi quelli del Comune), quello in cui dovrà essere smaltita la spazzatura della Città Eterna.

Decisione non più differibile, visto che nella stessa ordinanza veniva indicata nel 15 gennaio 2020 la data della chiusura definitiva dell’impianto di Colleferro. Tanto è vero che, «in caso di inosservanza» minacciava il documento di via della Pisana, «vengono adottate in via sostitutiva dalla Regione tutte le iniziative necessarie a garantirne l’ottemperanza, anche attraverso la successiva individuazione di uno o più soggetti attuatori delle singole prescrizioni»: che, tradotto dal burocratese, significa commissariamento.

Un’extrema ratio che Zingaretti ha esplicitamente affermato di voler evitare – anche se l’amministrazione pentastellata non glielo sta rendendo facile. In un’aperta sfida a tutti i principali attori in campo, l’Assemblea capitolina ha infatti deliberato «la disponibilità di Roma Capitale a realizzare nel proprio territorio gli impianti di trattamento e/o smaltimento, che si rendessero necessari, esclusivamente a seguito dell’approvazione del nuovo Piano rifiuti della Regione Lazio», che però al momento ha ricevuto l’ok della sola Giunta regionale: se davvero si dovessero attendere le ulteriori valutazioni (della Commissione competente e dell’aula consiliare) come vorrebbero i grillini, il sistema di raccolta dell’immondizia farebbe tranquillamente in tempo a collassare.

Tanto più che, per buona misura, l’aula Giulio Cesare ha anche votato un folle odg che boccia la costruzione di un nuovo termovalorizzatore, come previsto invece nella bozza del piano industriale approntato da Stefano Zaghis, amministratore unico di Ama (il settimo nominato dalla Raggi): il quale sembrerebbe ora orientato a virare sulle discariche, malgrado il rischio concreto di un aumento della Tari.

Per non farsi poi mancare proprio niente, la maggioranza a Cinque Stelle si è spaccata sulla proposta della consigliera M5S Simona Ficcardi, che chiedeva di individuare una molteplicità di siti di stoccaggio e smaltimento, più piccoli e distribuiti su vari municipi. Linea che è stata respinta, scatenando l’ira della Ficcardi: la quale ha litigato furiosamente con il proprio capogruppo Giuliano Pacetti e  soprattutto, è intervenuta in Consiglio comunale per chiedere scusa ai cittadini per il fallimento dei Cinque Stelle.

Il tutto mentre l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del Governo ha certificato il flop della raccolta differenziata, che l’anno passato è calata per la prima volta dal 2011; e mentre un report allucinante di Ama ha rivelato che, su 4.300 operatori ecologici, oltre 1.500 sono «inabili a fare gli operatori ecologici», magari perché allergici allo smog o impossibilitati a sollevare carichi pesanti.

La Raggi, insomma, sembra sì avere una caratteristica in comune con il mitologico Re Mida, ma non quella che le servirebbe. E in questo marasma generalizzato non stupiscono le indiscrezioni che la vorrebbero quasi sollevata dall’idea del commissariamento, che scaricherebbe su altri la patata bollente. Forse anche per questo, malgrado l’Assemblea capitolina l’abbia esortata a «valutare la possibilità di impugnare» l’ordinanza di Zingaretti, il sindaco non sembra incline a fare ricorso al Tar. Oltretutto, in caso di sospensiva, il pericolo è che la città piombi nell’emergenza, il che porterebbe forzatamente a un intervento diretto dell’esecutivo.

Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale. Sempre il solito, trito, ignobile balletto, di cui rischiano seriamente di fare le spese i cittadini romani. Chapeau.

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Economia

Economia, stop alle imposte in Finanziaria: ma solo per i migranti

Il Premier Conte ribadisce: “Non è una Manovra delle tasse”. Ma, mentre aumentano accise e balzelli su giochi e hotel (e quelli su plastica e zucchero sono solo differiti), l’unica imposta azzerata è quella sui money transfer

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

«Non è una Manovra delle tasse». Il bi-Premier Giuseppe Conte, nei giorni scorsi, lo ha detto e ribadito in tutte le salse e in tutte le varianti, scatenando una ridda di ironie e perplessità. Possibile, si diceva, che il Capo del Governo non si fosse accorto della pletora di balzelli che impregnano la Finanziaria? Possibile che non avesse notato l’incremento della “tassa sulla fortuna” (il prelievo sulle vincite al gioco), o l’ennesimo aumento delle accise sui carburanti, o il raddoppio della tassa di soggiorno in città turistiche come Firenze o Rimini? Possibile che ignorasse che le odiatissime Plastic tax e Sugar tax (sia pure ridimensionate) sono state solo procrastinate, e quindi entreranno comunque in vigore – però il prossimo luglio e il prossimo ottobre, rispettivamente?

Ora, però, il Governo rosso-giallo ha dimostrato inequivocabilmente che aveva ragione il Presidente del Consiglio. Basta guardare il colpo di spugna che ha azzerato l’imposta (dell’1.5%) sulle rimesse dei migranti all’estero. Una misura varata dal Conte-semel su impulso della Lega per colpire, in modo più che altro simbolico, i trasferimenti di denaro da parte degli immigrati verso i propri Paesi d’origine. Un movimento pecuniario stimato attorno ai sei miliardi di euro, difficilissimi da tracciare e che pertanto rischiano seriamente di ingrossare le fila dello spauracchio demo-grillino – l’evasione fiscale.

Il che è piuttosto ironico, anche alla luce dei recentissimi richiami del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma suona anche come una beffa assurda se si pensa che il Dl Fisco prevede il carcere per i cosiddetti “grandi evasori”.

Stride, in effetti, soprattutto il silenzio assordante dei manettari a Cinque Stelle e del loro house organ ufficioso, la cui sensibilità sul tema si esprime abitualmente mediante riflessi pavloviani. Forse anche loro si sono distratti, o forse erano entrati in un cortocircuito giuridico dopo che l’Antitrust aveva bocciato la norma sui money transfer in quanto “discriminatoria”.

Perché si capisce, la discriminazione non è contro chi, pur di stare nella legalità, si trova a combattere quotidianamente contro gangli di regole sempre più stringenti – verosimilmente al motto del Davigo apocrifo «Non esistono innocenti. Esistono solo colpevoli che non abbiamo ancora scoperto». No, la discriminazione è verso quanti muovono flussi di denaro all’estero in barba ai controlli e alla trasparenza.

Dubbi sulla spregiudicatezza di questa giustizia creativa prona al politically correct? Legittimi, ma chissà che non vengano dissipati da un coup de théâtre come quello dell’ex Avvocato del popolo? Il quale, lo si diceva all’inizio, ha provato di essere assolutamente nel giusto: questa non è una Manovra delle tasse. Solo per i migranti, ça va sans dire.

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Economia

Manovra, lite continua sulle tasse (di cui il Premier continua a non essere consapevole)

Italia Viva contro M5S e Pd che difendono i balzelli, mentre “Giuseppi” favoleggia ancora che non vengano aumentate le imposte. E’ sempre più un Governo Conte Dracula

Mirko Ciminiello

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Il Premier Conte e il Ministro Gualtieri in conferenza stampa. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti amenità riguardanti la Manovra economica che si appresta a essere esaminata dal Senato – già, perché in questo clima così idilliaco, tra un bon mot sul MES e una lepidezza sulla riforma della prescrizione, quasi ci si era dimenticati di una banalità come la legge più importante dell’ordinamento giuridico italiano:

a) «Abbassare le tasse in modo significativo è quel che conta» (il bi-Premier Giuseppe Conte ai partiti che compongono la maggioranza rosso-gialla, lasciando forse intendere di aver finalmente capito che la Legge di Bilancio è un coacervo di imposte: meglio tardi che mai).

b) «Sulla Manovra, dobbiamo avere la costanza di finirla, poi al suo interno è sacrosanto che ci siano plastic tax e sugar tax: dire che le aziende devono usare contenitori riciclabili, come dire che gli alimenti con troppo zucchero vanno limitati» (il tentennante italiano del capo politico grillino Luigi Di Maio, per cui ogni gretinata è buona per perseguire l’intento di far crollare il M5S a percentuali da anemia).

c) «Plastic tax e Sugar tax determineranno un disastro occupazionale. Ora al lavoro per trovare un accordo che dica no a microbalzelli e sì al lavoro» (il Ministro dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, cui forse converrebbe usare un lessico meno aulico, considerate le difficoltà che i suoi alleati di Governo potrebbero incontrare nel trovarsi di fronte a una parola pentasillabica).

d) «Italia Viva ai lavoratori italiani preferisce le multinazionali delle bibite gassate, come la Coca Cola. Non vuole diminuire le tasse sul lavoro ma pensa solo a togliere la sugar tax, per favorire società per azioni che non hanno sede neanche in Italia» (ignote fonti del Pd. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo).

e) «Verrebbero colpite le arance italiane per le aranciate, verrebbe messa in ginocchio la produzione di chinotto. È da miserabili, oltre che falso, contrapporre i lavoratori ai presunti interessi delle multinazionali. È demenziale affermare che eliminare la sugar tax favorisca qualcuno a danno dei lavoratori» (ancora la Bellanova, che con gli agrumi ha avuto gioco facile nel dimostrare che i presunti alleati sono alla frutta).

f) «Se per aumentare la tassa sulla plastica ci sono 10mila persone che rimangono senza lavoro, il conto lo paga la povera gente: ecco perché è follia la tassa sulla plastica. Stessa cosa sullo zucchero, se vuoi che i nostri bambini non bevano più bibite gassate devi fare un percorso di educazione alimentare. Se metti tassa sullo zucchero, le aziende chiudono e vanno altrove» (il leader di Iv Matteo Renzi, che per buona misura ha anche affermato che «il Governo ha il 50 per cento delle possibilità di cadere», ed esortato Di Maio a farsi «un selfie, anziché parlare di me»: un tempo a Giggino si sarebbe detto di sciacquarsi la bocca, ma l’ex Rottamatore doveva essere conscio della possibilità che l’invito venisse preso alla lettera).

g) «La tassa di soggiorno potrà raddoppiare a 10 euro nei capoluoghi come Firenze e Rimini che accolgono un numero di turisti 20 volte il numero dei residenti» (l’ANSA, che riferisce di una misura contenuta nel Dl Fisco, appena approvato in prima lettura alla Camera. Giusto, in fondo il turismo era praticamente l’unico settore che il BisConte non aveva ancora massacrato, e un po’ di equità sociale ci vuole).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “schizofrenia”, la seguente dichiarazione di Giuseppi che, come riportato da varie fonti, avrebbe chiesto ai tecnici del Ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato «un ulteriore sforzo affinché quella che è già adesso una Manovra che non aumenta la tassazione, non possa essere distorta per un paio di limitate misure collegate a tasse di scopo».

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Politica

Prescrizione, sul “fine processo mai” botte da orbi tra M5S, Pd e Iv

Per Zingaretti la riforma Bonafede è inaccettabile, ma per Di Maio e Dibba dal 1° gennaio sarà legge. E i renziani, in piazza contro il provvedimento, minacciano: “Prescrizione o morte? Morte sia”

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede. Foto dal sito di Tgcom24

Volendo fare un paragone nautico, si potrebbe dire che il Governo Conte è una nave il cui barometro indica costantemente burrasca. L’unica variante riguarda la causa scatenante – e bisogna ammettere che in tal senso l’esecutivo rosso-giallo è tutto fuorché privo di fantasia. Per dire, non si sono ancora spenti gli echi della rissa sul MES, ché già le forze di maggioranza sono tornate a scontrarsi, stavolta sulla giustizia.

Il tema specifico, in realtà, non è esattamente una novità, bensì un “cavallo di ritorno” come l’affaire prescrizione – cose che capitano quando una squadra è talmente litigiosa da scegliere sempre di procrastinare i nodi, fingendo di ignorare che prima o poi verranno al pettine. Stavolta il casus belli è rappresentato dall’imminente entrata in vigore della legge, firmata dal Ministro della Giustizia grillino Alfonso Bonafede, che prevede l’annullamento della prescrizione stessa dopo la sentenza di primo grado.

Il Partito Democratico ha chiesto con forza il rinvio della riforma perché, in assenza di garanzie sulla durata dei procedimenti, si rischia di «rimanere sotto processo per un tempo indefinito, per lunghissimi anni», come puntualizzato dal segretario Nicola Zingaretti, che ha definito inaccettabile la misura. «Senza un accordo nei prossimi giorni, il Pd presenterà una sua proposta di legge» ha tuonato il Governatore del Lazio.

Proposta che in realtà già esiste, ed è quella del deputato forzista Enrico Costa, che prevede l’estinzione dei processi dopo due anni in appello e uno in Cassazione. Per amor di pace (o di tregua), i dem hanno votato contro la concessione di una corsia urgente per il ddl Costa, ma al contempo hanno recapitato un ultimatum al Guardasigilli: se non blocca spontaneamente il provvedimento, ci penseranno loro con un apposito emendamento al Milleproroghe – e per buona misura stileranno un disegno di legge che, ricalcando quello di Forza Italia, mirerà a introdurre la cosiddetta “prescrizione processuale”, per cui ogni grado di giudizio dovrà avere una durata prefissata, pena la tagliola giuridica.

Da questo orecchio, però, il M5S non ci sente. «La nostra riforma dal primo gennaio diventa legge. Su questo non discutiamo» ha dichiarato in un’intervista radiofonica il capo politico del MoVimento Luigi Di Maio, con il tatto e la diplomazia tipici di un Ministro degli Esteri. Giggino, che aveva già incassato il sostegno del bi-Premier Giuseppe Conte, è stato spalleggiato anche dal suo “gemello diverso” Alessandro Di Battista, che contestualmente ha mandato una sobria velina agli alleati (almeno nominalmente) di Italia Viva: «Se si andasse al voto anticipato molti renziani resterebbero a casa (dentro e fuori il PD), senza immunità parlamentare, a rischio intercettazioni e, mai come oggi, questo non gli conviene».

Avvertimenti che però con Iv non sembrano proprio funzionare. «Volere una giustizia senza fine significa proclamare la fine della giustizia» ha tuonato Matteo Renzi, aggiungendo che «se non ci sarà accordo, voteremo il ddl di Enrico Costa, persona saggia e già viceministro alla giustizia del mio Governo. Bonafede può cambiare la sua legge, se vuole, ma non può pretendere di cambiare le nostre idee». Stesso concetto espresso da Maria Elena Boschi nel momento in cui, assieme a Roberto Giachetti, è scesa in piazza assieme ai penalisti contro la legge targata Bonafede.

Il quale ha sì affermato di non voler «rompere con nessuno o provocare una crisi di Governo», ma si è dovuto scontrare con il carico da novanta lanciato dal presidente dei senatori di Iv Davide Faraone: «L’idea perversa di processi eterni con noi non passerà: se il tema è prescrizione o morte, allora morte sia».

Insomma, se gli altri erano scogli, quello del «fine processo mai» (il copyright è di Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia) rischia di essere un vero e proprio iceberg. Se sarà quello che farà affondare l’attuale timoniere d’Italia, solo il tempo lo potrà dire.

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Economia

Salva-Stati, M5S e Pd hanno MES Conte all’angolo

I dem vogliono l’approvazione integrale del trattato, Di Maio irritato col Premier sbotta: “Decide il M5S se e come dovrà passare”. Soffiano venti di crisi?

Mirko Ciminiello

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Conte, Di Maio e Gualtieri durante l'informativa del Premier sul MES. Foto dal sito del Governo

Il senso dell’accerchiamento l’aveva reso benissimo una frase del bi-Premier Giuseppe Conte. «Ma cosa c’entra Luigi Di Maio?» aveva ringhiato ai giornalisti che gli chiedevano se le riserve di Giggino e dei grillini sul Fondo salva-Stati potessero mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo rosso-giallo.

Il Presidente del Consiglio era appena uscito dal Senato dopo il secondo atto della sua informativa sul MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), tramutata in un attacco ai leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Presumibilmente stanco e visibilmente nervoso, è possibile che non si fosse accorto di ciò che era già balzato agli occhi di tutti: l’assenza del Ministro degli Esteri, che aveva preferito disertare l’appuntamento di Palazzo Madama per trincerarsi alla Farnesina con alcuni dei suoi fedelissimi. Un gran rifiuto che, oltretutto, seguiva immediatamente il gelo di Montecitorio, teatro della prima parte dello show del BisConte che aveva visto l’ex vicepremier ostentatamente e ostinatamente immobile anche quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano provato ad accennare qualche timido applauso.

A scatenare l’ira funesta del leader pentastellato era stata, pare, una velenosissima frecciata scagliata ex abrupto da Giuseppi che, nella foga di difendere il proprio operato, aveva in pratica rimarcato che tutti i Ministri sapevano dei negoziati: «tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’esecutivo». Stoccata diretta a nuora (Salvini) perché suocera (Di Maio, appunto) intendesse. E la suocera ha inteso. Fin troppo bene.

E, una volta placatesi le onorevoli escandescenze, ha affidato a Facebook la sua reazione, indirizzata in primo luogo proprio all’ex Avvocato del popolo: «Giuseppe Conte ha detto ieri, nel suo discorso alle Camere, che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Certamente sapevamo che il Mes era arrivato ad un punto della sua riforma, ma sapevamo anche che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi.

Cosa significa? Che le banche di tutti i Paesi, Italia compresa, devono essere aiutate in caso di difficoltà e che chi ha un conto corrente deve essere tutelato. Per questo, per il MoVimento 5 Stelle, queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta, sennò qui il rischio è che vada a finire che ci fregano». Ed ecco perché il capo politico del M5S ha esortato le altre forze della maggioranza a prendersi «del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo».

Intento più che lodevole, se non fosse che evocava una delle principali questioni che Conte aveva lasciato irrisolte e che, non a caso, il Capitano aveva provveduto a sottolineare con una punta di ironia: «O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio».

Il segretario della Lega si riferiva alle ormai arcinote dichiarazioni del Ministro dell’Economia, secondo cui «il testo del trattato è chiuso» e non è pertanto possibile «riaprire il negoziato» con l’Europa. Il Capo del Governo non ha smentito il suo Cancelliere dello Scacchiere, limitandosi a precisare di non aver firmato alcun accordo: il che formalmente salverebbe le prerogative del Parlamento ma, sostanzialmente, porrebbe le Camere di fronte a un testo inemendabile da ratificare a scatola chiusa.

Ed è da questo orecchio che Giggino non ci vuol sentire: «Il MoVimento 5 Stelle continua ad essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».

Ed è quel “come e se” la chiave di volta per capire quanto la situazione sia tesa. Da un lato, infatti, c’è il Partito Democratico che, fedele all’usato ruolo di utile idiota della Ue, spinge per l’approvazione del testo così com’è – e non a caso Di Maio avrebbe tuonato ai suoi che «il Premier è spalmato sulle tesi del Pd». Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che, soprattutto al Senato, minacciano sfracelli, spalleggiati anche da Alessandro Di Battista che ha rotto il proprio silenzio commentando laconico il post del suo gemello diverso: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

Tanto basta a capire che Giuseppi è stato MES all’angolo – e par già che s’odano le parole “stai sereno”. Dopotutto, dalla crisi di nervi alla crisi di Governo è un attimo.

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Economia

MES, le tre domande a cui Conte non ha risposto

Il premier si autoassolve, si autoincensa e attacca l’opposizione, ma ignora le questioni fondamentali: e le discrepanze col Ministro Gualtieri scatenano Salvini e Meloni

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Doveva essere un’informativa sul MES (l’ormai famigerato Fondo salva-Stati), ma è risultata molto più vicina a un incontro di pugilato. Non che vi fossero molti dubbi in proposito – così come non ve ne erano sul contenuto dell’intervento che il bi-Premier Giuseppe Conte ha tenuto alla Camera in difesa del proprio operato.

Più che un’apologia, quella dell’ex Avvocato del popolo è stata in realtà una sorta di autoelogio, se non una vera e propria autocelebrazione, condita con un’ampiamente prevista intemerata contro l’opposizione: che ha offerto come principale elemento di novità (ed è tutto dire) il fatto che nel mirino del Capo del Governo, oltre al segretario leghista Matteo Salvini (as usual), stavolta è finita anche la leader di FdI Giorgia Meloni.

«Mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui “disinvoltura” a restituire la verità e la cui “resistenza” a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni» nel «diffondere notizie allarmistiche, palesemente false» ha attaccato il Presidente del Consiglio. Che al Capitano, il quale aveva dichiarato di voler accertare «se Conte ha capito quello che faceva – e ha tradito -, oppure se non ha capito», ha replicato: «se queste accuse avessero un fondamento, saremmo di fronte alla massima ferita, al più grave vulnus inferto alla credibilità dell’Autorità di Governo, con la conseguenza che chi vi parla non potrebbe esitare un attimo a trarne tutte le conseguenze», rassegnando le proprie dimissioni.

A proposito del Meccanismo Europeo di Stabilità (sì, un po’ di tempo per parlarne è stato trovato), il BisConte ha liquidato come menzogne la confisca dei conti correnti, i rischi per i risparmi, la possibilità che il MES serva «solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre», l’eventualità che il nuovo accordo comporti una ristrutturazione automatica del debito pubblico. «Ho sempre cercato di assicurare una interlocuzione chiara e trasparente con Il Parlamento» ha aggiunto Giuseppi, garantendo che «né da parte mia né da parte di alcun membro del mio Governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

Valutazioni diverse – non sorprendentemente – quelle dei suoi avversari politici: con la Meloni che ha rimarcato che «l’Italia non ha alcuna ragione al mondo di sottoscrivere questo trattato così come ci viene proposto», e ha accusato l’ex Avvocato del popolo di essersi trasformato in curatore fallimentare degli Italiani. Salvini, invece, ha ricordato con un pizzico di ironia le perplessità del principale azionista di maggioranza dell’esecutivo, il M5S, il cui capo politico Luigi Di Maio aveva del resto precisato di essersi battuto «per non firmare al buio il MES» (e, per inciso, non ha mai applaudito durante il discorso di Conte).

Entrambi i leader del centrodestra, inoltre, hanno sottolineato l’incongruenza tra le parole del Premier e quelle del Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, che aveva dichiarato che «il testo del trattato è chiuso» e che pertanto non è possibile «riaprire il negoziato». Questa, in effetti, è una delle questioni che le comunicazioni di Conte non hanno chiarito – e per questo motivo ci permettiamo di rivolgere al Capo del Governo alcune domande.

1) È vero, signor Presidente, che il testo del MES è inemendabile (come lasciato intendere anche da fonti dell’Eurogruppo), cosa che, oltre a rendere il Parlamento italiano l’equivalente di un passacarte della Ue, equivarrebbe ad aver già firmato l’accordo?

2) È vero che il testo del trattato prevede che possano usufruire di eventuali aiuti finanziari solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% – condizioni che ci escluderebbero da qualsiasi possibilità di accedere ai fondi del salva-Stati? (E non ripeta, cortesemente, che «non si intravede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il MES», perché si tratta di una questione di principio prima ancora che, Dio non voglia, pratica)

3) È vero che di tutto ciò Lei, signor Presidente, non ha informato prontamente le Camere (come del resto adombrato anche dal Suo ex Ministro dell’Economia Giovanni Tria), nonostante fosse vincolato da una risoluzione parlamentare a riferire di ogni benché minima modifica?

Restiamo fiduciosi e in trepidante attesa delle Sue spiegazioni.

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Politica

Scontro politica-magistratura, l’Italia non è un Paese per Montesquieu

Da Renzi a Salvini al M5S, si moltiplicano le invasioni di campo delle toghe dal sapore di giustizia a orologeria. Per l’ex Rottamatore “democrazia a rischio”, proprio come la separazione tra poteri

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Fatto Quotidiano

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni e i seguenti eventi che, benché relativi a delle invasioni di campo, non hanno nulla a che vedere con lo sport.

a) A proposito dell’ormai celeberrima inchiesta sulla Fondazione Open, che sosteneva la sua attività politica e che i Pm fiorentini hanno assimilato a una forza politica, il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha dichiarato di non accettare «che un magistrato decida che cosa è partito e che cosa non è. I partiti li fondano i politici, non i magistrati. Perché se li fondano i magistrati, la democrazia è a rischio». Aggiungendo poi: «Chi tace non si rende conto del pericolo».

b) Commentando poi l’apertura di un’indagine sull’acquisto della sua villa, l’ex Rottamatore ha ironizzato via social: «Ho criticato l’invasione di campo di due magistrati nella sfera politica e la risposta è la diffusione di miei documenti privati personali. Brivido. Ma non vi sembra curioso che uno possa ricevere ‘avvertimenti’ di questo genere

c) Nel frattempo, il professor Francesco Aiello ha sciolto la riserva, accettando di correre come candidato Governatore della Calabria per il Movimento 5 Stelle. E improvvisamente è spuntata una storia di abusivismo relativa alla villetta di famiglia in provincia di Catanzaro, per cui Consiglio di Stato e Tar hanno imposto la demolizione di un piano e del seminterrato: vicenda che si trascina dalla fine degli anni Ottanta ma su cui, curiosamente, i riflettori si sono riaccesi solo ora, spingendo il capo politico grillino Luigi Di Maio a sibilare di star aspettando chiarimenti.

d) Non poteva mancare un procedimento contro il segretario del Carroccio Matteo Salvini che, già nell’occhio del ciclone per la folle questione dei 49 milioni (che in caso sarebbe stato opportuno far sborsare all’ex leader della Lega Umberto Bossi e all’ex tesoriere Francesco Belsito), è stato indagato dalla procura di Torino per vilipendio dell’ordine giudiziario, per aver affermato tre anni fa, sia pure con toni molto forti, la propria volontà di difendere qualunque leghista nel mirino delle toghe.

Ciò posto, il candidato analizzi, evitando il più possibile espressioni da querela, la presa di posizione del CSM che ha approvato una «proposta di pratica a tutela dei giudici» contro gli «attacchi di Di Maio, Renzi e Salvini».

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Economia

Economia, l’ammissione di Gualtieri sul MES scatena la furia della Lega

Per il Ministro dell’Economia “il testo è chiuso”, benché Conte fosse vincolato a riferire al Parlamento. Il Carroccio chiede un incontro a Mattarella e annuncia un esposto contro il Premier

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

C’è un concetto che il direttore de Il Tempo Franco Bechis ha espresso in maniera cruda ma piuttosto icastica: «Il Conte uno si è saldato con il Conte due e ce l’ha Mes in quel posto».

L’ironico riferimento riguardava l’ormai famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il Fondo salva-Stati la cui riforma è stata alla base di una rissa che, da verbale, è degenerata in un vero e proprio scontro fisico: che per giunta ha avuto come desolante sfondo l’Aula della Camera.

Neppure dopo questo spettacolo indecoroso, tuttavia, la tensione ha accennato a diminuire – anzi. Il leader della Lega Matteo Salvini ha rincarato la dose, annunciando di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana». Poi l’affondo più duro: «I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del Governo e di Conte».

Già, era sempre il bi-Premier l’obiettivo privilegiato degli strali del Carroccio, soprattutto dopo le ingenue ammissioni del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Il testo è concordato e se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico ​che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso» ha dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere di fronte alle Commissioni Finanze e Politiche Ue del Senato. Poi ha tentato di metterci una pezza ricordando che la firma sull’accordo non è ancora stata apposta, ma ormai la frittata era fatta.

«Quanto detto da Gualtieri è gravissimo e evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione» ha twittato il leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, aggiungendo che «Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza alcun dibattito in Parlamento».

Politicamente, il casus belli è proprio questo: Giuseppi, che pure era vincolato da una risoluzione dell’allora maggioranza giallo-verde a riferire in Aula su qualunque modifica al testo del Fondo salva-Stati, avrebbe ignorato il mandato delle Camere: «fatto gravissimo» per Claudio Molinari, presidente dei deputati del Carroccio, mentre la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è tornata a evocare l’«alto tradimento del popolo italiano». Sibillino l’ex Ministro dell’Interno: «Se qualcuno ha fatto di nascosto ciò che il Parlamento non gli ha permesso di fare ne risponderà».

«Polemiche spicciole» le ha liquidate il BisConte, incassando il sostegno di Italia Viva, che ha parlato di «un trattato che cerca di aiutare gli Stati europei», e del Partito Democratico, che per bocca del deputato Piero De Luca ha affermato che «non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano». La stilettata era diretta contro il Capitano, anche se l’esponente dem ha finto di dimenticare che l’ex vicepremier, parlando di «pericolo di incursione nel conto corrente di notte», citava Milano Finanza, che di economia un po’ se ne intende.

Oltre al lato politico, infatti, vi è anche la questione finanziaria, che non convince neppure l’azionista di maggioranza relativa dell’esecutivo rosso-giallo, il M5S. Per dire, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, aveva chiesto già lo scorso giugno al Presidente del Consiglio di «fermare la riforma del Mes, che crea inaccettabili disparità di trattamento fra Paesi nell’accesso ad eventuali aiuti finanziari».

In effetti, con la revisione delle regole d’ingaggio potrebbero usufruire di tali aiuti solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60%. Il che, come sottolineato con un’altra efficace metafora dal quotidiano di piazza Colonna, ci trasformerebbe in «donatori di sangue» che però non potrebbero ricevere una trasfusione neppure in pericolo di vita, a tutto e solo vantaggio delle banche tedesche e francesi.

Appuntamento allora al prossimo 2 dicembre, quando il Capo del Governo riferirà alla Camera in un clima che si annuncia rovente. «Si cerchi un avvocato» è stato ad esempio il conciliante avviso recapitato da via Bellerio. La precisazione “uno buono” sarebbe stata troppo umiliante perfino per l’ex Avvocato del popolo.

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Politica

Governo, tra prescrizione e caso Renzi la tensione torna altissima

Italia Viva ne ha sia per il Pd che per il M5S, i quali continuano a bisticciare sulla giustizia. E, dopo l’assoluzione di Salvini per il caso Alan Kurdi, il centrodestra vola nei sondaggi

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito Notizie.it

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti inerenti il BisConte, che per inciso sono peccati veniali rispetto all’incapacità del Governo rosso-giallo di risolvere crisi gravissime come quelle di Alitalia, dell’ex Ilva o di Whirlpool:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha difeso la riforma della prescrizione nel processo penale voluta dal M5S, in base alla quale i procedimenti non potranno più essere estinti per eccesso di durata una volta emessa la sentenza di primo grado. E ringraziamo che i manettari grillini non l’abbiano anticipata al rinvio a giudizio.

b) Il Partito Democratico ha immediatamente ribadito che la succitata proposta è irricevibile e che «la priorità continua a essere la durata ragionevole dei processi perché i cittadini hanno diritto ad avere dalla giustizia una risposta in tempi rapidi», come sottolineato dal vicecapo dei deputati Pd Michele Bordo. Era pure ora che ci arrivassero anche i dem.

c) Nel frattempo l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nella bufera per l’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica, ha attaccato i pm fiorentini titolari dell’indagine – gli stessi che avevano «firmato l’arresto per i miei genitori, provvedimento – giova ricordarlo – che è stato annullato dopo qualche giorno dai magistrati del Tribunale del Riesame». Ma guai a parlare di giustizia a orologeria.

d) All’ex Rottamatore ha subito risposto il Guardasigilli, il pentastellato Alfonso Bonafede, che in un’intervista televisiva ha dichiarato: «Pretendo che ci sia rispetto della magistratura». Anche quello della lingua italiana non sarebbe male.

e) Intanto da via del Nazareno avevano rilanciato sulla vexata quaestio del cosiddetto ius culturae, che però ha trovato freddi sia il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio che la deputata di Italia Viva Maria Elena Boschi, per i quali gli Italiani hanno altre priorità. Almeno loro hanno capito che basta nominare la cittadinanza facile per crollare nei sondaggi.

f) Al contempo, il Tribunale dei Ministri di Roma ha completamente scagionato il leader della Lega Matteo Salvini per il caso della nave Alan Kurdi, in quanto «lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio», che nel caso in essere significa che il taxi marino dei clandestini sarebbe dovuto approdare in Germania. Nessun dubbio che Fabio Fazio darà la notizia con la stessa, usuale imparzialità con cui ha concesso (con i soldi dei contribuenti) una passerella alla piratessa Carola Rackete.

Ciò posto, il candidato si lanci in un’analisi degli inspiegabili motivi per cui, nelle ultime rilevazioni, il centrodestra sfiora ormai il 50% dei consensi, a fronte di un misero 36,8% per le due principali forze di maggioranza, che unite superano a malapena il gradimento della sola Lega.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la furia di Civitavecchia contro la Raggi. Commissariamento più vicino?

Il sindaco sceglie la cittadina tirrenica nonostante le proteste e la capienza limitata della discarica, e dalla Regione Lazio arriva l’ultimatum: “Se il Comune sarà ancora inadempiente, subentreremo noi”

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto tratta dal sito dell'agenzia DIRE

C’è una cosa di cui bisogna dare atto al sindaco dell’Urbe Virginia Raggi: quando si tratta di non decidere e scaricare ad altri le proprie responsabilità, lei è decisamente la numero uno.

Magra consolazione per i Romani – e ora anche per Civitavecchia, scelta suo malgrado per smaltire l’immondizia capitolina normalmente destinata alla discarica di Colleferro che però, com’è ormai arcinoto, chiuderà dal 31 dicembre per un periodo di 4-7 giorni. La Raggi ha agito come primo cittadino della Città Metropolitana di Roma, firmando, come riferito dall’ente stesso, «un’ordinanza per consentire il conferimento da parte di Ama di ulteriori 1.000 tonnellate al giorno di rifiuti nell’impianto di discarica di Civitavecchia», per il tempo «strettamente necessario alla riapertura della discarica di Colleferro».

Una presa di posizione che ha mandato su tutte le furie l’intera classe politica della cittadina tirrenica, a partire dal sindaco leghista Ernesto Tedesco che è inviperito anche per quella che ha definito una mancanza di «deontologia amministrativa», avendo saputo tutto dalla stampa anziché dalla diretta interessata. «È inaccettabile» ha tuonato a favor di agenzie, «questa città non è la pattumiera di Roma. Raggi non può pensare di scaricare sulla nostra città la sua incapacità amministrativa».

Sulla stessa linea, non sorprendentemente, anche Fratelli d’Italia, così come, in maniera già più inattesa, Italia Viva: ma anche – e questo è decisamente più sbalorditivo – lo stesso gruppo consiliare del M5S in via della Pisana. Il vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio, il pentastellato Devid Porrello, ha infatti ricordato che «la discarica di Civitavecchia non è in grado tecnicamente di accettare tutti i rifiuti che dovrebbero arrivare da Roma», oltre a stigmatizzare il comportamento del Campidoglio «perché il ricorso allo strumento dell’ordinanza da parte dell’ente metropolitano per risolvere i problemi del Comune di Roma denota una mancanza di rispetto per i territori che in questi anni si sono fatti carico della situazione rifiuti della Capitale».

Dal centrodestra locale varie voci hanno invocato il commissariamento «per l’emergenza rifiuti della Capitale e del Lazio»: ipotesi che ora potrebbe essere più vicina.

«Non possiamo consentire che la Capitale sia travolta da una gravissima emergenza igienico-sanitaria» è stato infatti l’ultimatum dell’assessore regionale ai rifiuti Massimiliano Valeriani. «Se non agisce la Raggi, agiamo noi» con i poteri sostitutivi, vale a dire con una nuova ordinanza che obblighi la giunta grillina a una serie di interventi, tra cui l’individuazione dei siti di stoccaggio. «La novità è che, se l’amministrazione capitolina questa volta sarà inadempiente, subentreremo noi» ha ammonito ancora Valeriani.

Prospettiva che, secondo indiscrezioni di stampa, potrebbe peraltro non essere così sgradita alla Raggi: la quale si toglierebbe parecchie castagne dal fuoco, potendo delegare – e, quindi, imputare – ad altri scelte che l’elettorato del MoVimento non accetterebbe mai di buon grado.

Il tutto mentre a gettare benzina sul fuoco ci ha pensato l’ennesimo servizio delle Iene, che ha colto gli operatori di Ama (la municipalizzata capitolina per i rifiuti) mentre, in orario di lavoro, fanno di tutto, dal fare la spesa al rifocillarsi in locali per la ristorazione, dal flirtare con le colleghe al giocare col telefonino, dal duplicare le chiavi di casa allo schiacciare un pisolino – tutto, tranne raccogliere la spazzatura.

Malgrado tutto, però, il difetto più grave resta nel manico, in quell’ignobile teatrino che la Raggi e Nicola Zingaretti farebbero bene a far cessare al più presto, dandosi piuttosto da fare per evitare lo scoppio di una crisi gravissima. Anche perché è vero che i Romani sono celebri per la pazienza. Ma, per quanto vasta essa possa essere, di certo non è infinita.

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Cronaca

Rifiuti Roma, continua lo scaricabarile tra Zingaretti e Raggi

Dal 31 dicembre, con la chiusura della discarica di Colleferro, sarà emergenza. Comune e Regione la smettano di fare i capricci e si impegnino per evitare la crisi

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

Test per l’esame di giornalismo. A proposito dell’emergenza rifiuti che sta opprimendo (in tutti sensi) la Capitale, il candidato consideri che:

a) Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha chiesto a Nicola Zingaretti di individuare urgentemente un sito in cui smaltire «circa 100 tonnellate al giorno di scarti di rifiuti».

b) Il Governatore del Lazio le ha risposto che «la legge prevede che devono essere l’amministrazione comunale o Ama a individuare il sito in cui conferire i rifiuti e la Regione, entro le sue competenze, qualora fosse necessario, a autorizzare il conferimento».

c) Sempre Zingaretti ha imposto la chiusura momentanea dell’impianto di Colleferro, che avverrà il prossimo 31 dicembre col rischio che l’Urbe venga letteralmente sommersa dall’immondizia.

d) Nel frattempo la Prefettura capitolina, d’intesa con la Regione, ha individuato un’area dove realizzare il centro di stoccaggio provvisorio dei rifiuti (probabilmente a Falcognana, sull’Ardeatina): ma il primo cittadino si ostina pervicacemente a opporsi, perché non vuole l’impianto sul territorio comunale – di più, nei comunicati ufficiali del M5S non appare mai la parola “discarica”.

e) Intanto la Raggi ha chiesto – e, pare, ottenuto – un incontro immediato col Ministro dell’Ambiente Sergio Costa al fine di scongiurare una «gravissima crisi». Resta il fatto che il piano regionale dei rifiuti impone che la città dei Sette Colli divenga autosufficiente in materia.

f) Costa ha sottolineato che la legge non gli consente «di commissariare Roma». Ma l’assessore regionale al ciclo dei rifiuti, Massimiliano Valeriani, ha ammonito il Campidoglio: «Se il Comune non individuerà nelle prossime ore soluzioni che gli competono per i compiti di raccolta e smaltimento, useremo i poteri sostitutivi per superare la loro inerzia».

g) Per tutta risposta, la Raggi ha annunciato di star «lavorando a un’ordinanza che autorizzi il conferimento di una maggiore quantità di rifiuti urbani nella discarica di Civitavecchia». Si tratterebbe comunque di una soluzione temporanea, «in attesa che la Regione indichi i siti definitivi per lo smaltimento dei rifiuti come previsto dalla normativa».

h) Per aggiungere al danno la beffa, i Romani pagano la Tari (l’imposta sui rifiuti) più alta del Lazio – e una delle più salate tra le grandi città. Anche perché la spazzatura della Capitale viene parzialmente smaltita in altre Regioni, o addirittura all’estero.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “ambulanza”, il fatto che, in mezzo a questo pandemonio, la Raggi non ha trovato di meglio da fare che cambiare, con criteri del tutto ideologizzati, la toponomastica della Città Eterna.

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Primo Piano