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Ponte di Pasqua, scatta il caro benzina: il pieno costerà molto di più

Lʼaumento di un centesimo al litro inciderà non poco su chi per il lungo ponte che porterà fino al primo maggio viaggerà in automobile

Francesco Vergovich

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Photo: Shutterstock

Un centesimo al litro. Sembra poco, ma il caro benzina scattato proprio alla vigilia del lungo ponte che quest’anno collega Pasqua, 25 aprile e primo maggio fa lievitare la spesa degli italiani per il pieno in auto fino a quasi 390 milioni di euro. Lo confermano i dati di Uecoop, l’Unione europea delle cooperative. “Negli ultimi 20 anni – spiega Uecoop – i prezzi della benzina sono cresciuti del 75,9%, il diesel ha registrato un +47,7% e il Gpl +49,9%”.Secondo Uecoop, “un rifornimento self service oggi costa 1,611 euro al litro per la benzina e 1,503 euro al litro per il diesel, ma ovviamente si tratta di valori medi mentre sul territorio nazionale”. “Ci sono prezzi superiori anche di diversi centesimi al litro a seconda che si vada in una stazione servita oppure che si faccia il pieno in autostrada con picchi di 1,741 euro al litro per la benzina e di 1,636 sul diesel”. A pesare complessivamente sulla spesa degli italiani per il pieno sono anche le tasse. “Nell’ultimo anno hanno inciso per il 63% sul prezzo al dettaglio della benzina e per il 59,5% per quello del gasolio: in pratica ogni volta che un automobilista si ferma alla stazione di servizio per un pieno da 55 litri lo Stato si mette in tasca oltre 48 euro sul diesel e più di 55 euro sulla benzina, fra accise e Iva. La spesa per i carburanti ha pesanti ripercussioni sui bilanci delle famiglie e delle imprese con l’Italia – conclude Uecoop – che è nella top ten mondiale per il carburante più costoso”.(fonte Tgcom24)

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Politica

Prescrizione, sul “fine processo mai” botte da orbi tra M5S, Pd e Iv

Per Zingaretti la riforma Bonafede è inaccettabile, ma per Di Maio e Dibba dal 1° gennaio sarà legge. E i renziani, in piazza contro il provvedimento, minacciano: “Prescrizione o morte? Morte sia”

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede. Foto dal sito di Tgcom24

Volendo fare un paragone nautico, si potrebbe dire che il Governo Conte è una nave il cui barometro indica costantemente burrasca. L’unica variante riguarda la causa scatenante – e bisogna ammettere che in tal senso l’esecutivo rosso-giallo è tutto fuorché privo di fantasia. Per dire, non si sono ancora spenti gli echi della rissa sul MES, ché già le forze di maggioranza sono tornate a scontrarsi, stavolta sulla giustizia.

Il tema specifico, in realtà, non è esattamente una novità, bensì un “cavallo di ritorno” come l’affaire prescrizione – cose che capitano quando una squadra è talmente litigiosa da scegliere sempre di procrastinare i nodi, fingendo di ignorare che prima o poi verranno al pettine. Stavolta il casus belli è rappresentato dall’imminente entrata in vigore della legge, firmata dal Ministro della Giustizia grillino Alfonso Bonafede, che prevede l’annullamento della prescrizione stessa dopo la sentenza di primo grado.

Il Partito Democratico ha chiesto con forza il rinvio della riforma perché, in assenza di garanzie sulla durata dei procedimenti, si rischia di «rimanere sotto processo per un tempo indefinito, per lunghissimi anni», come puntualizzato dal segretario Nicola Zingaretti, che ha definito inaccettabile la misura. «Senza un accordo nei prossimi giorni, il Pd presenterà una sua proposta di legge» ha tuonato il Governatore del Lazio.

Proposta che in realtà già esiste, ed è quella del deputato forzista Enrico Costa, che prevede l’estinzione dei processi dopo due anni in appello e uno in Cassazione. Per amor di pace (o di tregua), i dem hanno votato contro la concessione di una corsia urgente per il ddl Costa, ma al contempo hanno recapitato un ultimatum al Guardasigilli: se non blocca spontaneamente il provvedimento, ci penseranno loro con un apposito emendamento al Milleproroghe – e per buona misura stileranno un disegno di legge che, ricalcando quello di Forza Italia, mirerà a introdurre la cosiddetta “prescrizione processuale”, per cui ogni grado di giudizio dovrà avere una durata prefissata, pena la tagliola giuridica.

Da questo orecchio, però, il M5S non ci sente. «La nostra riforma dal primo gennaio diventa legge. Su questo non discutiamo» ha dichiarato in un’intervista radiofonica il capo politico del MoVimento Luigi Di Maio, con il tatto e la diplomazia tipici di un Ministro degli Esteri. Giggino, che aveva già incassato il sostegno del bi-Premier Giuseppe Conte, è stato spalleggiato anche dal suo “gemello diverso” Alessandro Di Battista, che contestualmente ha mandato una sobria velina agli alleati (almeno nominalmente) di Italia Viva: «Se si andasse al voto anticipato molti renziani resterebbero a casa (dentro e fuori il PD), senza immunità parlamentare, a rischio intercettazioni e, mai come oggi, questo non gli conviene».

Avvertimenti che però con Iv non sembrano proprio funzionare. «Volere una giustizia senza fine significa proclamare la fine della giustizia» ha tuonato Matteo Renzi, aggiungendo che «se non ci sarà accordo, voteremo il ddl di Enrico Costa, persona saggia e già viceministro alla giustizia del mio Governo. Bonafede può cambiare la sua legge, se vuole, ma non può pretendere di cambiare le nostre idee». Stesso concetto espresso da Maria Elena Boschi nel momento in cui, assieme a Roberto Giachetti, è scesa in piazza assieme ai penalisti contro la legge targata Bonafede.

Il quale ha sì affermato di non voler «rompere con nessuno o provocare una crisi di Governo», ma si è dovuto scontrare con il carico da novanta lanciato dal presidente dei senatori di Iv Davide Faraone: «L’idea perversa di processi eterni con noi non passerà: se il tema è prescrizione o morte, allora morte sia».

Insomma, se gli altri erano scogli, quello del «fine processo mai» (il copyright è di Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia) rischia di essere un vero e proprio iceberg. Se sarà quello che farà affondare l’attuale timoniere d’Italia, solo il tempo lo potrà dire.

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Cronaca

Vicenza, deporta il figlio in Bangladesh “per salvarlo dalla cultura occidentale”

Il 12enne era il primo della classe e un campione di scacchi, e amava leggere. L’ultimo, disperato messaggio al vicino di casa: “Aiutami, mi hanno messo su un aereo per Dacca!”

Mirko Ciminiello

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Il baby-campione mentre riceve un trofeo vinto a un torneo di scacchi in Veneto. Foto dal sito di Avvenire

A soli 12 anni, era il primo della classe e un baby campione di scacchi, vincitore di vari tornei nel suo circolo locale. In più amava leggere, soprattutto classici d’avventura, da Jules Verne a Emilio Salgari a Jack London, ma anche autori più complessi come Edmondo De Amicis, Primo Levi o Anna Frank. Qualunque genitore sarebbe stato fiero di lui. Ma non i suoi. Non suo padre, un manovale originario del Bangladesh, che non poteva sopportare che quel ragazzino, nato e cresciuto nel Vicentino, a Montecchio Maggiore, stesse crescendo troppo “all’Occidentale”.

«Non lo riconoscevo più, mio figlio era diventato irrispettoso, non faceva ciò che gli veniva detto. Un giorno è arrivato a mettere in dubbio l’esistenza di Allah, un’altra volta mi ha insultato. Purtroppo, me l’hanno rovinato…». Queste le surreali parole con cui l’uomo ha spiegato l’assurda decisione di deportare Ahmed (nome di fantasia) a Dacca assieme alla moglie e agli altri due figli, di 11 e 3 anni. «Ho salvato lui e i suoi fratelli» ha confidato ai cronisti.

“Salvati” dall’influenza del vicino di casa, l’architetto Giancarlo Bertola, che aveva preso a cuore le sorti del piccolo, coetaneo di suo figlio, dopo aver saputo che era stato bocciato in prima elementare perché non sapeva una parola di italiano: era infatti rimasto sempre chiuso in casa, dove si parlava solo la lingua materna.

«Ho proposto ai genitori di aiutarlo nei compiti» ha ricordato Bertola. «Lui e il fratellino hanno preso a studiare regolarmente a casa mia, li portavo al cinema, un gelato in piazza, una pizza in compagnia». Intelligente, avido di conoscenza, Ahmed ha imparato benissimo l’italiano, tanto che in quinta elementare è stato promosso con il massimo dei voti.

E poi gli scacchi. Un’idea nata per caso, dalla constatazione che i due ragazzini non facevano alcuno sport. «È diventato un asso» ha raccontato ancora l’architetto. «Vinceva trofei al circolo locale ma non voleva portarli a casa per paura del papà».

L’uomo considerava quel passatempo una perdita di tempo, e Bertola l’origine di tutti i mali: «Quell’uomo gli ha fatto il lavaggio del cervello: ha plagiato mio figlio» la sua accusa.

Il manovale vedeva poi con preoccupazione il desiderio di Ahmed di proseguire gli studi, forse addirittura di laurearsi. Per lui, finita la scuola dell’obbligo il ragazzo avrebbe subito dovuto iniziare a lavorare. A nulla era valso l’intervento di Bertola, che su richiesta del bambino aveva spiegato ai suoi genitori che studiando avrebbe guadagnato di più: «Come risultato gli hanno vietato di uscire. A scuola andava scortato dal padre o dallo zio».

Unico contatto con l’esterno il telefonino, con cui il teenager riferiva all’amico architetto delle minacce di morte ricevute dal padre, delle percosse confessate anche nei compiti in classe. «Quando ritorno a casa, loro mi picchiano» aveva scritto a maggio. E pochi mesi dopo, a settembre, il dodicenne si era sfogato in un altro tema: «Lui ha iniziato a picchiarmi sulla testa, sulle braccia, sulla mascella e sulla schiena», e sua madre non aveva fatto nulla per difenderlo.

Alla fine erano intervenuti gli assistenti sociali, e al manovale dev’essere sembrata l’ultima goccia. Per questo ha strappato suo figlio alla vita che amava – oltretutto con l’inganno. «Aiutami, mi hanno detto che mi portavano dal medico e invece mi stanno portando in Bangladesh» è l’ultimo, disperato messaggio che Ahmed è riuscito a inviare a Bertola usando di nascosto il cellulare della madre. Era il 24 ottobre scorso, e l’adolescente si trovava già a Dubai.

Poi il silenzio. Un silenzio che però, dopo settimane, è stato interrotto per un attimo, pochi brevi istanti in cui i suoi amichetti sono riusciti a chiedere ad Ahmed quando sarebbe tornato. «Ha risposto forse tra 5 mesi, così sarà di nuovo bocciato… Altrimenti, ha scritto, a 18 anni e un giorno».

Bertola però non si rassegna. Ha scritto una lettera accorata all’attenzione del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ha esortato l’ambasciata italiana di Dacca a fare «tutto il possibile per riportare a casa lui e suoi fratellini».

Appelli che condividiamo di tutto cuore. Perché non si dovrebbe mai spegnere la luce della speranza. Soprattutto se è la speranza di un bambino.

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Economia

Salva-Stati, M5S e Pd hanno MES Conte all’angolo

I dem vogliono l’approvazione integrale del trattato, Di Maio irritato col Premier sbotta: “Decide il M5S se e come dovrà passare”. Soffiano venti di crisi?

Mirko Ciminiello

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Conte, Di Maio e Gualtieri durante l'informativa del Premier sul MES. Foto dal sito del Governo

Il senso dell’accerchiamento l’aveva reso benissimo una frase del bi-Premier Giuseppe Conte. «Ma cosa c’entra Luigi Di Maio?» aveva ringhiato ai giornalisti che gli chiedevano se le riserve di Giggino e dei grillini sul Fondo salva-Stati potessero mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo rosso-giallo.

Il Presidente del Consiglio era appena uscito dal Senato dopo il secondo atto della sua informativa sul MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), tramutata in un attacco ai leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Presumibilmente stanco e visibilmente nervoso, è possibile che non si fosse accorto di ciò che era già balzato agli occhi di tutti: l’assenza del Ministro degli Esteri, che aveva preferito disertare l’appuntamento di Palazzo Madama per trincerarsi alla Farnesina con alcuni dei suoi fedelissimi. Un gran rifiuto che, oltretutto, seguiva immediatamente il gelo di Montecitorio, teatro della prima parte dello show del BisConte che aveva visto l’ex vicepremier ostentatamente e ostinatamente immobile anche quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano provato ad accennare qualche timido applauso.

A scatenare l’ira funesta del leader pentastellato era stata, pare, una velenosissima frecciata scagliata ex abrupto da Giuseppi che, nella foga di difendere il proprio operato, aveva in pratica rimarcato che tutti i Ministri sapevano dei negoziati: «tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’esecutivo». Stoccata diretta a nuora (Salvini) perché suocera (Di Maio, appunto) intendesse. E la suocera ha inteso. Fin troppo bene.

E, una volta placatesi le onorevoli escandescenze, ha affidato a Facebook la sua reazione, indirizzata in primo luogo proprio all’ex Avvocato del popolo: «Giuseppe Conte ha detto ieri, nel suo discorso alle Camere, che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Certamente sapevamo che il Mes era arrivato ad un punto della sua riforma, ma sapevamo anche che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi.

Cosa significa? Che le banche di tutti i Paesi, Italia compresa, devono essere aiutate in caso di difficoltà e che chi ha un conto corrente deve essere tutelato. Per questo, per il MoVimento 5 Stelle, queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta, sennò qui il rischio è che vada a finire che ci fregano». Ed ecco perché il capo politico del M5S ha esortato le altre forze della maggioranza a prendersi «del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo».

Intento più che lodevole, se non fosse che evocava una delle principali questioni che Conte aveva lasciato irrisolte e che, non a caso, il Capitano aveva provveduto a sottolineare con una punta di ironia: «O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio».

Il segretario della Lega si riferiva alle ormai arcinote dichiarazioni del Ministro dell’Economia, secondo cui «il testo del trattato è chiuso» e non è pertanto possibile «riaprire il negoziato» con l’Europa. Il Capo del Governo non ha smentito il suo Cancelliere dello Scacchiere, limitandosi a precisare di non aver firmato alcun accordo: il che formalmente salverebbe le prerogative del Parlamento ma, sostanzialmente, porrebbe le Camere di fronte a un testo inemendabile da ratificare a scatola chiusa.

Ed è da questo orecchio che Giggino non ci vuol sentire: «Il MoVimento 5 Stelle continua ad essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».

Ed è quel “come e se” la chiave di volta per capire quanto la situazione sia tesa. Da un lato, infatti, c’è il Partito Democratico che, fedele all’usato ruolo di utile idiota della Ue, spinge per l’approvazione del testo così com’è – e non a caso Di Maio avrebbe tuonato ai suoi che «il Premier è spalmato sulle tesi del Pd». Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che, soprattutto al Senato, minacciano sfracelli, spalleggiati anche da Alessandro Di Battista che ha rotto il proprio silenzio commentando laconico il post del suo gemello diverso: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

Tanto basta a capire che Giuseppi è stato MES all’angolo – e par già che s’odano le parole “stai sereno”. Dopotutto, dalla crisi di nervi alla crisi di Governo è un attimo.

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Economia

MES, le tre domande a cui Conte non ha risposto

Il premier si autoassolve, si autoincensa e attacca l’opposizione, ma ignora le questioni fondamentali: e le discrepanze col Ministro Gualtieri scatenano Salvini e Meloni

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Doveva essere un’informativa sul MES (l’ormai famigerato Fondo salva-Stati), ma è risultata molto più vicina a un incontro di pugilato. Non che vi fossero molti dubbi in proposito – così come non ve ne erano sul contenuto dell’intervento che il bi-Premier Giuseppe Conte ha tenuto alla Camera in difesa del proprio operato.

Più che un’apologia, quella dell’ex Avvocato del popolo è stata in realtà una sorta di autoelogio, se non una vera e propria autocelebrazione, condita con un’ampiamente prevista intemerata contro l’opposizione: che ha offerto come principale elemento di novità (ed è tutto dire) il fatto che nel mirino del Capo del Governo, oltre al segretario leghista Matteo Salvini (as usual), stavolta è finita anche la leader di FdI Giorgia Meloni.

«Mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui “disinvoltura” a restituire la verità e la cui “resistenza” a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni» nel «diffondere notizie allarmistiche, palesemente false» ha attaccato il Presidente del Consiglio. Che al Capitano, il quale aveva dichiarato di voler accertare «se Conte ha capito quello che faceva – e ha tradito -, oppure se non ha capito», ha replicato: «se queste accuse avessero un fondamento, saremmo di fronte alla massima ferita, al più grave vulnus inferto alla credibilità dell’Autorità di Governo, con la conseguenza che chi vi parla non potrebbe esitare un attimo a trarne tutte le conseguenze», rassegnando le proprie dimissioni.

A proposito del Meccanismo Europeo di Stabilità (sì, un po’ di tempo per parlarne è stato trovato), il BisConte ha liquidato come menzogne la confisca dei conti correnti, i rischi per i risparmi, la possibilità che il MES serva «solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre», l’eventualità che il nuovo accordo comporti una ristrutturazione automatica del debito pubblico. «Ho sempre cercato di assicurare una interlocuzione chiara e trasparente con Il Parlamento» ha aggiunto Giuseppi, garantendo che «né da parte mia né da parte di alcun membro del mio Governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

Valutazioni diverse – non sorprendentemente – quelle dei suoi avversari politici: con la Meloni che ha rimarcato che «l’Italia non ha alcuna ragione al mondo di sottoscrivere questo trattato così come ci viene proposto», e ha accusato l’ex Avvocato del popolo di essersi trasformato in curatore fallimentare degli Italiani. Salvini, invece, ha ricordato con un pizzico di ironia le perplessità del principale azionista di maggioranza dell’esecutivo, il M5S, il cui capo politico Luigi Di Maio aveva del resto precisato di essersi battuto «per non firmare al buio il MES» (e, per inciso, non ha mai applaudito durante il discorso di Conte).

Entrambi i leader del centrodestra, inoltre, hanno sottolineato l’incongruenza tra le parole del Premier e quelle del Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, che aveva dichiarato che «il testo del trattato è chiuso» e che pertanto non è possibile «riaprire il negoziato». Questa, in effetti, è una delle questioni che le comunicazioni di Conte non hanno chiarito – e per questo motivo ci permettiamo di rivolgere al Capo del Governo alcune domande.

1) È vero, signor Presidente, che il testo del MES è inemendabile (come lasciato intendere anche da fonti dell’Eurogruppo), cosa che, oltre a rendere il Parlamento italiano l’equivalente di un passacarte della Ue, equivarrebbe ad aver già firmato l’accordo?

2) È vero che il testo del trattato prevede che possano usufruire di eventuali aiuti finanziari solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% – condizioni che ci escluderebbero da qualsiasi possibilità di accedere ai fondi del salva-Stati? (E non ripeta, cortesemente, che «non si intravede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il MES», perché si tratta di una questione di principio prima ancora che, Dio non voglia, pratica)

3) È vero che di tutto ciò Lei, signor Presidente, non ha informato prontamente le Camere (come del resto adombrato anche dal Suo ex Ministro dell’Economia Giovanni Tria), nonostante fosse vincolato da una risoluzione parlamentare a riferire di ogni benché minima modifica?

Restiamo fiduciosi e in trepidante attesa delle Sue spiegazioni.

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Politica

Scontro politica-magistratura, l’Italia non è un Paese per Montesquieu

Da Renzi a Salvini al M5S, si moltiplicano le invasioni di campo delle toghe dal sapore di giustizia a orologeria. Per l’ex Rottamatore “democrazia a rischio”, proprio come la separazione tra poteri

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Fatto Quotidiano

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni e i seguenti eventi che, benché relativi a delle invasioni di campo, non hanno nulla a che vedere con lo sport.

a) A proposito dell’ormai celeberrima inchiesta sulla Fondazione Open, che sosteneva la sua attività politica e che i Pm fiorentini hanno assimilato a una forza politica, il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha dichiarato di non accettare «che un magistrato decida che cosa è partito e che cosa non è. I partiti li fondano i politici, non i magistrati. Perché se li fondano i magistrati, la democrazia è a rischio». Aggiungendo poi: «Chi tace non si rende conto del pericolo».

b) Commentando poi l’apertura di un’indagine sull’acquisto della sua villa, l’ex Rottamatore ha ironizzato via social: «Ho criticato l’invasione di campo di due magistrati nella sfera politica e la risposta è la diffusione di miei documenti privati personali. Brivido. Ma non vi sembra curioso che uno possa ricevere ‘avvertimenti’ di questo genere

c) Nel frattempo, il professor Francesco Aiello ha sciolto la riserva, accettando di correre come candidato Governatore della Calabria per il Movimento 5 Stelle. E improvvisamente è spuntata una storia di abusivismo relativa alla villetta di famiglia in provincia di Catanzaro, per cui Consiglio di Stato e Tar hanno imposto la demolizione di un piano e del seminterrato: vicenda che si trascina dalla fine degli anni Ottanta ma su cui, curiosamente, i riflettori si sono riaccesi solo ora, spingendo il capo politico grillino Luigi Di Maio a sibilare di star aspettando chiarimenti.

d) Non poteva mancare un procedimento contro il segretario del Carroccio Matteo Salvini che, già nell’occhio del ciclone per la folle questione dei 49 milioni (che in caso sarebbe stato opportuno far sborsare all’ex leader della Lega Umberto Bossi e all’ex tesoriere Francesco Belsito), è stato indagato dalla procura di Torino per vilipendio dell’ordine giudiziario, per aver affermato tre anni fa, sia pure con toni molto forti, la propria volontà di difendere qualunque leghista nel mirino delle toghe.

Ciò posto, il candidato analizzi, evitando il più possibile espressioni da querela, la presa di posizione del CSM che ha approvato una «proposta di pratica a tutela dei giudici» contro gli «attacchi di Di Maio, Renzi e Salvini».

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Economia

Economia, l’ammissione di Gualtieri sul MES scatena la furia della Lega

Per il Ministro dell’Economia “il testo è chiuso”, benché Conte fosse vincolato a riferire al Parlamento. Il Carroccio chiede un incontro a Mattarella e annuncia un esposto contro il Premier

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

C’è un concetto che il direttore de Il Tempo Franco Bechis ha espresso in maniera cruda ma piuttosto icastica: «Il Conte uno si è saldato con il Conte due e ce l’ha Mes in quel posto».

L’ironico riferimento riguardava l’ormai famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il Fondo salva-Stati la cui riforma è stata alla base di una rissa che, da verbale, è degenerata in un vero e proprio scontro fisico: che per giunta ha avuto come desolante sfondo l’Aula della Camera.

Neppure dopo questo spettacolo indecoroso, tuttavia, la tensione ha accennato a diminuire – anzi. Il leader della Lega Matteo Salvini ha rincarato la dose, annunciando di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana». Poi l’affondo più duro: «I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del Governo e di Conte».

Già, era sempre il bi-Premier l’obiettivo privilegiato degli strali del Carroccio, soprattutto dopo le ingenue ammissioni del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Il testo è concordato e se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico ​che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso» ha dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere di fronte alle Commissioni Finanze e Politiche Ue del Senato. Poi ha tentato di metterci una pezza ricordando che la firma sull’accordo non è ancora stata apposta, ma ormai la frittata era fatta.

«Quanto detto da Gualtieri è gravissimo e evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione» ha twittato il leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, aggiungendo che «Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza alcun dibattito in Parlamento».

Politicamente, il casus belli è proprio questo: Giuseppi, che pure era vincolato da una risoluzione dell’allora maggioranza giallo-verde a riferire in Aula su qualunque modifica al testo del Fondo salva-Stati, avrebbe ignorato il mandato delle Camere: «fatto gravissimo» per Claudio Molinari, presidente dei deputati del Carroccio, mentre la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è tornata a evocare l’«alto tradimento del popolo italiano». Sibillino l’ex Ministro dell’Interno: «Se qualcuno ha fatto di nascosto ciò che il Parlamento non gli ha permesso di fare ne risponderà».

«Polemiche spicciole» le ha liquidate il BisConte, incassando il sostegno di Italia Viva, che ha parlato di «un trattato che cerca di aiutare gli Stati europei», e del Partito Democratico, che per bocca del deputato Piero De Luca ha affermato che «non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano». La stilettata era diretta contro il Capitano, anche se l’esponente dem ha finto di dimenticare che l’ex vicepremier, parlando di «pericolo di incursione nel conto corrente di notte», citava Milano Finanza, che di economia un po’ se ne intende.

Oltre al lato politico, infatti, vi è anche la questione finanziaria, che non convince neppure l’azionista di maggioranza relativa dell’esecutivo rosso-giallo, il M5S. Per dire, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, aveva chiesto già lo scorso giugno al Presidente del Consiglio di «fermare la riforma del Mes, che crea inaccettabili disparità di trattamento fra Paesi nell’accesso ad eventuali aiuti finanziari».

In effetti, con la revisione delle regole d’ingaggio potrebbero usufruire di tali aiuti solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60%. Il che, come sottolineato con un’altra efficace metafora dal quotidiano di piazza Colonna, ci trasformerebbe in «donatori di sangue» che però non potrebbero ricevere una trasfusione neppure in pericolo di vita, a tutto e solo vantaggio delle banche tedesche e francesi.

Appuntamento allora al prossimo 2 dicembre, quando il Capo del Governo riferirà alla Camera in un clima che si annuncia rovente. «Si cerchi un avvocato» è stato ad esempio il conciliante avviso recapitato da via Bellerio. La precisazione “uno buono” sarebbe stata troppo umiliante perfino per l’ex Avvocato del popolo.

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Politica

Governo, tra prescrizione e caso Renzi la tensione torna altissima

Italia Viva ne ha sia per il Pd che per il M5S, i quali continuano a bisticciare sulla giustizia. E, dopo l’assoluzione di Salvini per il caso Alan Kurdi, il centrodestra vola nei sondaggi

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito Notizie.it

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti inerenti il BisConte, che per inciso sono peccati veniali rispetto all’incapacità del Governo rosso-giallo di risolvere crisi gravissime come quelle di Alitalia, dell’ex Ilva o di Whirlpool:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha difeso la riforma della prescrizione nel processo penale voluta dal M5S, in base alla quale i procedimenti non potranno più essere estinti per eccesso di durata una volta emessa la sentenza di primo grado. E ringraziamo che i manettari grillini non l’abbiano anticipata al rinvio a giudizio.

b) Il Partito Democratico ha immediatamente ribadito che la succitata proposta è irricevibile e che «la priorità continua a essere la durata ragionevole dei processi perché i cittadini hanno diritto ad avere dalla giustizia una risposta in tempi rapidi», come sottolineato dal vicecapo dei deputati Pd Michele Bordo. Era pure ora che ci arrivassero anche i dem.

c) Nel frattempo l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nella bufera per l’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica, ha attaccato i pm fiorentini titolari dell’indagine – gli stessi che avevano «firmato l’arresto per i miei genitori, provvedimento – giova ricordarlo – che è stato annullato dopo qualche giorno dai magistrati del Tribunale del Riesame». Ma guai a parlare di giustizia a orologeria.

d) All’ex Rottamatore ha subito risposto il Guardasigilli, il pentastellato Alfonso Bonafede, che in un’intervista televisiva ha dichiarato: «Pretendo che ci sia rispetto della magistratura». Anche quello della lingua italiana non sarebbe male.

e) Intanto da via del Nazareno avevano rilanciato sulla vexata quaestio del cosiddetto ius culturae, che però ha trovato freddi sia il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio che la deputata di Italia Viva Maria Elena Boschi, per i quali gli Italiani hanno altre priorità. Almeno loro hanno capito che basta nominare la cittadinanza facile per crollare nei sondaggi.

f) Al contempo, il Tribunale dei Ministri di Roma ha completamente scagionato il leader della Lega Matteo Salvini per il caso della nave Alan Kurdi, in quanto «lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio», che nel caso in essere significa che il taxi marino dei clandestini sarebbe dovuto approdare in Germania. Nessun dubbio che Fabio Fazio darà la notizia con la stessa, usuale imparzialità con cui ha concesso (con i soldi dei contribuenti) una passerella alla piratessa Carola Rackete.

Ciò posto, il candidato si lanci in un’analisi degli inspiegabili motivi per cui, nelle ultime rilevazioni, il centrodestra sfiora ormai il 50% dei consensi, a fronte di un misero 36,8% per le due principali forze di maggioranza, che unite superano a malapena il gradimento della sola Lega.

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Cronaca

Salute, scoperta la molecola anti-Alzheimer che “ringiovanisce” il cervello

Un anticorpo individuato da ricercatori italiani favorisce la nascita di nuovi neuroni, bloccando la malattia nelle sue prime fasi: ora si potranno studiare nuove terapie

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito dell'ANSA

Una delle principali chimere da sempre inseguite dall’umanità, soprattutto nella fase del predominio alchemico, è certamente l’eterna giovinezza. Un elisir, una sostanza, un manufatto in grado di donare l’immortalità o riportare al vigore della gioventù sono stati ricercati per secoli: eppure, malgrado tutti gli sforzi, sono rimasti materia per opere letterarie come Harry Potter e la pietra filosofale, o cinematografiche come Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare, quarto capitolo della saga che ha per protagonista Johnny Depp nei panni dell’iconico filibustiere Jack Sparrow.

Dove però non poté l’esoterismo, si sta forse avvicinando la scienza: è stata infatti annunciata una scoperta sensazionale, che potrebbe avere ripercussioni importantissime sulla cura di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. Una scoperta operata da un team italiano, coordinato da tre scienziati della Fondazione EBRI (l’European Brain Research Institute, fondato a Roma da Rita Levi Montalcini) in collaborazione con il CNR, la Fondazione IRCCS Santa Lucia, la Normale di Pisa e l’Università Roma Tre.

Lo studio, pubblicato sulla rivista specialistica Cell Death & Differentiation (una sorta di spin off di Nature), si è concentrato su un particolare anticorpo di nome scFvA13-KDEL, per gli amici A13: si tratta di una molecola in grado di favorire la neurogenesi, cioè la nascita di (nuovi) neuroni, un processo che di norma dura tutta la vita ma diminuisce drammaticamente se insorgono malattie come, appunto, l’Alzheimer.

In questa specifica sindrome, la colpa di tale crollo è di una proteina chiamata β-amiloide, responsabile della formazione di aggregati tossici (gli Aβ oligomeri) che si accumulano nelle cellule staminali neurali (i precursori dei neuroni), impedendo alle nuove cellule cerebrali di venire al mondo: come dei kamikaze fisiologici specializzati nella macabra soppressione dei nuovi virgulti.

Gli scienziati dell’EBRI, però, hanno interrotto questo meccanismo perverso introducendo l’anticorpo A13 direttamente nel cervello di topi geneticamente modificati dell’età di un mese e mezzo: periodo considerato prodromico rispetto all’accumulo degli Aβ oligomeri, benché non si manifestino ancora i sintomi della neurodegenerazione. In tal modo, gli studiosi sono riusciti a recuperare quasi del tutto i deficit causati dalla fase iniziale della malattia di Alzheimer, ottenendo in pratica il “ringiovanimento” del cervello.

Certo, si tratta solo di un primo stadio, e l’eventuale traslazione dei trials clinici dalle cavie all’uomo richiederà ancora anni. Per la prima volta, però, è stato possibile neutralizzare i “terroristi biologici” prima che infliggessero danni irreversibili all’organismo.

La ricerca apre quindi la strada a nuove strategie per diagnosticare la malattia a uno stadio ancora molto precoce, nonché per studiare terapie che colpiscano gli Aβ oligomeri appena si formano dentro i neuroni. Donando forse una nuova speranza ai milioni di pazienti che in tutto il mondo lottano contro uno dei più terribili tra i morbi.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la furia di Civitavecchia contro la Raggi. Commissariamento più vicino?

Il sindaco sceglie la cittadina tirrenica nonostante le proteste e la capienza limitata della discarica, e dalla Regione Lazio arriva l’ultimatum: “Se il Comune sarà ancora inadempiente, subentreremo noi”

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto tratta dal sito dell'agenzia DIRE

C’è una cosa di cui bisogna dare atto al sindaco dell’Urbe Virginia Raggi: quando si tratta di non decidere e scaricare ad altri le proprie responsabilità, lei è decisamente la numero uno.

Magra consolazione per i Romani – e ora anche per Civitavecchia, scelta suo malgrado per smaltire l’immondizia capitolina normalmente destinata alla discarica di Colleferro che però, com’è ormai arcinoto, chiuderà dal 31 dicembre per un periodo di 4-7 giorni. La Raggi ha agito come primo cittadino della Città Metropolitana di Roma, firmando, come riferito dall’ente stesso, «un’ordinanza per consentire il conferimento da parte di Ama di ulteriori 1.000 tonnellate al giorno di rifiuti nell’impianto di discarica di Civitavecchia», per il tempo «strettamente necessario alla riapertura della discarica di Colleferro».

Una presa di posizione che ha mandato su tutte le furie l’intera classe politica della cittadina tirrenica, a partire dal sindaco leghista Ernesto Tedesco che è inviperito anche per quella che ha definito una mancanza di «deontologia amministrativa», avendo saputo tutto dalla stampa anziché dalla diretta interessata. «È inaccettabile» ha tuonato a favor di agenzie, «questa città non è la pattumiera di Roma. Raggi non può pensare di scaricare sulla nostra città la sua incapacità amministrativa».

Sulla stessa linea, non sorprendentemente, anche Fratelli d’Italia, così come, in maniera già più inattesa, Italia Viva: ma anche – e questo è decisamente più sbalorditivo – lo stesso gruppo consiliare del M5S in via della Pisana. Il vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio, il pentastellato Devid Porrello, ha infatti ricordato che «la discarica di Civitavecchia non è in grado tecnicamente di accettare tutti i rifiuti che dovrebbero arrivare da Roma», oltre a stigmatizzare il comportamento del Campidoglio «perché il ricorso allo strumento dell’ordinanza da parte dell’ente metropolitano per risolvere i problemi del Comune di Roma denota una mancanza di rispetto per i territori che in questi anni si sono fatti carico della situazione rifiuti della Capitale».

Dal centrodestra locale varie voci hanno invocato il commissariamento «per l’emergenza rifiuti della Capitale e del Lazio»: ipotesi che ora potrebbe essere più vicina.

«Non possiamo consentire che la Capitale sia travolta da una gravissima emergenza igienico-sanitaria» è stato infatti l’ultimatum dell’assessore regionale ai rifiuti Massimiliano Valeriani. «Se non agisce la Raggi, agiamo noi» con i poteri sostitutivi, vale a dire con una nuova ordinanza che obblighi la giunta grillina a una serie di interventi, tra cui l’individuazione dei siti di stoccaggio. «La novità è che, se l’amministrazione capitolina questa volta sarà inadempiente, subentreremo noi» ha ammonito ancora Valeriani.

Prospettiva che, secondo indiscrezioni di stampa, potrebbe peraltro non essere così sgradita alla Raggi: la quale si toglierebbe parecchie castagne dal fuoco, potendo delegare – e, quindi, imputare – ad altri scelte che l’elettorato del MoVimento non accetterebbe mai di buon grado.

Il tutto mentre a gettare benzina sul fuoco ci ha pensato l’ennesimo servizio delle Iene, che ha colto gli operatori di Ama (la municipalizzata capitolina per i rifiuti) mentre, in orario di lavoro, fanno di tutto, dal fare la spesa al rifocillarsi in locali per la ristorazione, dal flirtare con le colleghe al giocare col telefonino, dal duplicare le chiavi di casa allo schiacciare un pisolino – tutto, tranne raccogliere la spazzatura.

Malgrado tutto, però, il difetto più grave resta nel manico, in quell’ignobile teatrino che la Raggi e Nicola Zingaretti farebbero bene a far cessare al più presto, dandosi piuttosto da fare per evitare lo scoppio di una crisi gravissima. Anche perché è vero che i Romani sono celebri per la pazienza. Ma, per quanto vasta essa possa essere, di certo non è infinita.

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Cucina

Una giornata da… FICO

Domenico Di Catania

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Appena entrato a FICO Eataly World, mi pervade un’atmosfera festosa fatta da una magia di colori e profumi. I miei sensi si inebriano in profumi aromi e sentori di varia natura e solo dopo il momentaneo stordimento mi rendo conto di trovarmi nel più grande Parco Agroalimentare del mondo che racchiude l’eccellenza della biodiversità italiana.


Sviluppato su 10 ettari, “Fabbrica Italiana Contadina” FICO Eataly World è una palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità, dove le meraviglie dell’agroalimentare e dell’enogastronomia italiana sono presentate e narrate dalla nascita nella terra madre fino all’arrivo nel piatto e nel bicchiere. Nel cuore pulsante di FICO, le 40 fabbriche contadine si possono ammirare ciò che i nostri maestri creano dalla mortadella alla pasta di Gragnano, dalle grandi forme del parmigiano alla mozzarella campana e imparare tutti i segreti della nostra tradizione italiana, immergendosi nell’offerta culinaria più vasta al mondo.

Con me coinvolgo mia moglie e mio pargolo più piccolo, anche per cogliere le impressioni dei “non addetti al lavoro” e noto che anche loro sono pervasi dalle mie stesse sensazioni, presi come me, dal sacro fuoco della passione del cibo e della cucina italiana, tanto è vero che mi chiedono di partecipare al tour organizzato dal solerte e preciso personale di Fico, e ai vari corsi organizzati da tanti espositori.

Detto fatto, si parte con il tour con la simpaticissima Giulia a capo di una improvvisata tribù di affamati di sapere e non solo …  di sapere. Si inizia dalla fabbrica della famosa mortadella di Bologna IGP dove la nostra narratrice ci svela i segreti della tradizione che ancora oggi caratterizzano uno dei prodotti più amati della salumeria italiana.  Dall’insacco alla legatura, dalla stufatura alla docciatura: assistiamo in diretta alle fasi più importanti del processo di produzione e alla fine, finalmente, la fase di test … e si la fase dove oltre alla fame di sapere viene soddisfatta la fame … e basta. Superlativa! 

Si riparte con il visitare la fabbrica del grande Parmigiano Reggiano e siamo fortunati che ci troviamo mentre il mastro casaro estrae la grande forma dal bellissimo tino ramato. La nostra narratrice racconta le varie fasi di lavorazione; in primis il latte viene riscaldato e arricchito di fermenti lattici (siero d’innesto) in questo modo avviene la coagulazione. Una volta ottenuta una massa agglomerata di circa 70-80 kg, essa   viene divisa in due ed estratta con un tessuto di lino e posta in due stampi chiamati fascera. Ogni forma riceve il suo cartellino identificativo, comprese tutte le informazioni necessarie per la tracciabilità. Dopo due giorni, le forme vengono rimosse dai loro stampi e collocate in un bagno di sale per un mese, infine le ruote vengono poste nel locale di stagionatura, dove la temperatura e l’umidità sono strettamente monitorati per due anni.

Ci spostiamo in quella che definisco l’area shopping del parmigiano dove nelle brillanti vetrine e illuminate come nei negozi delle grandi firme della moda, vengono conservate le forme di parmigiano. La nostra guida narratrice ci sottolinea che ci sono delle forme che hanno 20 anni di stagionatura, immaginate che bontà visto che il parmigiano più invecchia è più è buono! Mio figlio guarda meravigliato le splendide vetrine e, preso da un impeto improvviso di fame, mi dice di voler assaggiare e così lasciandomi coinvolgere (e onestamente ci vuole poco) ci servono un tris di assaggi con tre stagionature diverse. Sperimentiamo quello che secondo me è un vero e proprio percorso sensoriale e a dir poco fantastico, sapori e odori che si sprigionano in bocca e ad ogni assaggio si trasforma in una vera e propria emozione che, nel cambio di formaggio e quindi stagionatura, ci fa cogliere le diverse note sensoriali ognuna con le proprie caratteristiche. 

La nostra intrepida guida ci porta all’esterno e con nostra meraviglia una vera fattoria si apre alla nostra vista. E’ la fattoria didattica di Fico dove ammiriamo i tanti animali soprattutto da latte; le varie razze di vacche da latte italiane, le varie razze di pecore e capre, ma anche altri animali da cortile come maiali di varie razze e galline da uova. Si vede palesemente che gli animali sono trattati bene e liberi, ma a mio personale avviso, è questa per me è l’unica nota leggermente stonata, in spazi un po’ ristretti, ma sicuramente molto meglio (non è paragonabile assolutamente) rispetto agli allevamenti intensi.

Dopo la visita guidata mi soffermo dal coloratissimo spazio della Pasta De Martino dove un piatto di pasta e pomodoro attira la mia attenzione… e si un semplice spaghetto al pomodoro ma dai colori brillanti, dal rosso intenso del pomodoro alla lucentezza degli spaghettoni al verde della foglia del basilico appositamente appoggiata.

Probabilmente il mio modo di guardare attira l’attenzione della direttrice marketing la quale con molta simpatia mi invita ad assaggiare il piatto. Non me lo faccio ripetere due volte! Davvero buona, ma quello che provo è la perfetta integrazione del sugo di pomodoro con lo spaghettone e la perfetta tenuta al dente dello stesso, a questo punto la simpatica dott.ssa Teresa De Masi mi dice che il segreto è di finire la cottura direttamente nel pomodoro della pasta per quasi cinque minuti, il che spiega la piena integrazione fra i due elementi, ma personalmente rimango resto meravigliato dalla tenuta al dente della pasta. A questa mia perplessità sempre la gentile dott.ssa Teresa, mi fa accedere al laboratorio interno e davvero si apre per me un mondo meraviglioso fatto di farine di grano duro di grande eccellenza e di macchinari di produzione all’avanguardia sia in termini di tecnologia che di altissima garanzia di un prodotto buono e soprattutto controllato perfettamente in tutte le fasi, che alla fine si concretizza nella gioia al palato del consumatore ma anche di grande freschezza e salubrità. Complimenti alla produzione e al suo staff alla gentilissima dott.ssa Teresa De Masi.

  

Come Pastificio De Martino ci sono tante produzioni ma questa volta io e mio figlio vogliamo mettere le mani in pasta e, quindi ci iscriviamo a un laboratorio di pasta fresca. Anche se già a casa ci divertiamo a fare la pasta, vogliamo scoprire, nella loro terra di provenienza, i famosi tortellini e così il simpaticissimo mastro pastaio ci spiega prima la farcitura e poi iniziamo a fare l’impasto. Devo dire che è stata una bella esperienza e alla fine dopo aver tirato, con non poca fatica, la famosa sfoglia finalmente ci viene svelato il segreto di come fare i tortellini e dopo i primi tentativi l’arcano è scoperto e devo dire che mio figlio è più bravo di me. Bella e divertente esperienza!

Tirando le somme devo dire che visitare FICO è stata una bella esperienza da consigliare alle famiglie che vogliono far capire a propri figli come nascono e si producono i prodotti della nostra tavola contribuendo a “formare” consumatori consapevoli. Ritengo, infatti che il consumatore consapevole e quindi la cultura del cibo italiano è la condizione necessaria per dare valore ai prodotti italiani al fine che non vengano mai confusi, ma anzi ben distinti, dalle cattive imitazioni soprattutto estere.

Domenico di Catania 

Economista ed esperto in enogastronomia 

3881220881

 www.modusconsulenze.it

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Cronaca

Rifiuti Roma, continua lo scaricabarile tra Zingaretti e Raggi

Dal 31 dicembre, con la chiusura della discarica di Colleferro, sarà emergenza. Comune e Regione la smettano di fare i capricci e si impegnino per evitare la crisi

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

Test per l’esame di giornalismo. A proposito dell’emergenza rifiuti che sta opprimendo (in tutti sensi) la Capitale, il candidato consideri che:

a) Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha chiesto a Nicola Zingaretti di individuare urgentemente un sito in cui smaltire «circa 100 tonnellate al giorno di scarti di rifiuti».

b) Il Governatore del Lazio le ha risposto che «la legge prevede che devono essere l’amministrazione comunale o Ama a individuare il sito in cui conferire i rifiuti e la Regione, entro le sue competenze, qualora fosse necessario, a autorizzare il conferimento».

c) Sempre Zingaretti ha imposto la chiusura momentanea dell’impianto di Colleferro, che avverrà il prossimo 31 dicembre col rischio che l’Urbe venga letteralmente sommersa dall’immondizia.

d) Nel frattempo la Prefettura capitolina, d’intesa con la Regione, ha individuato un’area dove realizzare il centro di stoccaggio provvisorio dei rifiuti (probabilmente a Falcognana, sull’Ardeatina): ma il primo cittadino si ostina pervicacemente a opporsi, perché non vuole l’impianto sul territorio comunale – di più, nei comunicati ufficiali del M5S non appare mai la parola “discarica”.

e) Intanto la Raggi ha chiesto – e, pare, ottenuto – un incontro immediato col Ministro dell’Ambiente Sergio Costa al fine di scongiurare una «gravissima crisi». Resta il fatto che il piano regionale dei rifiuti impone che la città dei Sette Colli divenga autosufficiente in materia.

f) Costa ha sottolineato che la legge non gli consente «di commissariare Roma». Ma l’assessore regionale al ciclo dei rifiuti, Massimiliano Valeriani, ha ammonito il Campidoglio: «Se il Comune non individuerà nelle prossime ore soluzioni che gli competono per i compiti di raccolta e smaltimento, useremo i poteri sostitutivi per superare la loro inerzia».

g) Per tutta risposta, la Raggi ha annunciato di star «lavorando a un’ordinanza che autorizzi il conferimento di una maggiore quantità di rifiuti urbani nella discarica di Civitavecchia». Si tratterebbe comunque di una soluzione temporanea, «in attesa che la Regione indichi i siti definitivi per lo smaltimento dei rifiuti come previsto dalla normativa».

h) Per aggiungere al danno la beffa, i Romani pagano la Tari (l’imposta sui rifiuti) più alta del Lazio – e una delle più salate tra le grandi città. Anche perché la spazzatura della Capitale viene parzialmente smaltita in altre Regioni, o addirittura all’estero.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “ambulanza”, il fatto che, in mezzo a questo pandemonio, la Raggi non ha trovato di meglio da fare che cambiare, con criteri del tutto ideologizzati, la toponomastica della Città Eterna.

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Politica

Terremoto M5S, Di Maio sotto accusa dopo essere stato sconfessato da Rousseau

Il voto online impone la presenza alle Regionali, rigettando la linea politica del MoVimento. E dalla Taverna alla Lombardi piovono strali contro “l’uomo solo al comando”

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito dell'Huffington Post

Un paio d’anni fa, tra i meme che maggiormente impazzavano sui social vi erano quelli che ritraevano l’allora allenatore del Milan, Vincenzo Montella, puntualmente e paradossalmente colto a sorridere dopo ogni sconfitta della propria squadra. Ci è tornato in mente perché in questi giorni c’è un corregionale dell’Aeroplanino che si comporta in modo molto simile, sfoggiando un sorrisino simil-paretico che però non ha alcuna ragion d’essere.

Ci riferiamo al capo politico grillino Luigi Di Maio, le cui uscite pubbliche ricordano a volte Alì il Comico (al secolo, Mohammed Said al-Sahaf), l’ex Ministro dell’Informazione di Saddam Hussein che farneticava della sconfitta delle truppe U.S.A. mentre i carri armati americani entravano a Baghdad. Giggino era reduce dall’umiliazione subita dagli iscritti a Rousseau che, in sequenza, prima hanno snobbato la consultazione da lui voluta in fretta e furia (alla fine i votanti sono stati circa un quarto del totale), e poi hanno addirittura sconfessato, con percentuali inoppugnabili (il 70,6%) la sua linea politica sulle Regionali di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria.

A nulla è valso (anzi, magari è stato controproducente) il tentativo di confondere le acque con una formulazione del quesito a dir poco contorta, in cui per dire “No” bisognava votare “Sì” e viceversa: “Vuoi che il MoVimento 5 Stelle osservi una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati Generali ed evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia Romagna e Calabria?” (Sulla sintassi stendiamo un velo pietoso).

La débâcle ha definitivamente abbattuto le dighe del malcontento, che hanno travolto soprattutto lo status del leader M5S come uomo solo al comando, messo ormai apertamente in discussione anche da alcuni maggiorenti del MoVimento. Come la deputata Roberta Lombardi (tradizionalmente critica col Ministro degli Esteri), per cui «il ruolo del Capo politico singolo ha fallito», o il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, che ha affermato «la necessità di gestire il Movimento in maniera più collegiale e plurale»; mentre la vicepresidente del Senato Paola Taverna si è limitata a un più sobrio – e originalissimo: «Houston, abbiamo un problema».

In effetti, sorrisi di circostanza a parte, è proprio contro i notabili pentastellati che si è scatenata la furia del titolare della Farnesina: «Incredibile. Gli altri big del MoVimento, da Taverna a Fico, mi hanno lasciato solo. Anche loro. Siccome era troppo impopolare dire quello che pensano tutti nessuno ha avuto il coraggio di uscire pubblicamente» ha urlato uscendo dal CdM.

Grida che facevano da contraltare al silenzio assordante di Beppe Grillo, pure evocato più volte dal capo della diplomazia italiana per giustificare la prospettiva di non presentarsi alle Regionali. Il Garante non si è espresso, ma alcuni rumours lo hanno descritto come stanco e infuriato per il calo dei consensi e le posizioni poco chiare assunte dai vertici Cinque Stelle, e consapevole che «così finisce male».

Sono soprattutto le mosse del Fondatore a essere attese, mentre si rincorrono le voci su una possibile estromissione di Giggino dalla leadership del partito a vantaggio di Paola Taverna, che assumerebbe la reggenza. E così, Di Maio in peggio, l’ex vicepremier potrebbe ritrovarsi come il monello de I Miserabili Gavroche, finito col naso nel rigagnolo per colpa di Rousseau. Era un altro Rousseau, ça va sans dire. Ma questo magari non glielo diciamo.

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Primo Piano