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Francesco Vergovich

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“A me piaceva Robin, quello un po’ più sfigato, sto un po’ dietro. Oggi ho comunicato i numeri con cui il ministero dell’Interno ha rinforzato Roma con agenti, poliziotti, telecamere, scuole sicure, strade sicure e sgomberi. Io però mi posso occupare di ordine pubblico, non posso raccogliere l’immondizia o riparare le metropolitane o riparare le buche nelle strade”. Così il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a margine del 40 esimo congresso di Legacoop, rispondendo a chi gli chiedeva un commento sulla battuta della sindaca di Roma, Virginia Raggi, che lo ha paragonato a Batman. Poi, rispondendo a chi gli chiedeva se le polemiche con la sindaca M5s andranno avanti fino alle elezioni europee del prossimo mese, Salvini ha replicato: “A me interessa che Roma torni ad essere una città bella, pulita e funzionale, anche domani non è un problema politico. Spero che il Comune faccia il Comune senza polemica”. (Fla/Dire)

Litigano Salvini e la Raggi, la Lega e il M5S: ma ci sono o ci fanno?

Codice della strada: patente ritirata due mesi a chi guida al telefono

Politica

Governo, il vuoto oltre le poltrone

Di Maio e Di Battista all’attacco, il Pd reagisce con stizza: conseguenze di una fusione fredda motivata solo dall’istinto di sopravvivenza

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.globalist.it/politics/2019/09/20/se-in-umbria-il-nome-fatto-dai-grillini-per-le-regionali-non-piace-al-pd-2046643.html

Un partito che fa delle divisioni la propria ratio essendi (il Pd), e un movimento formato da talmente tante anime da non essere nemmeno liquido, ma proprio gassoso (il M5S). Aggiungiamo il fatto che in politica 2+2 non fa mai 4, et voilà. La ricetta per la fusione fredda è pronta.

Una pietanza, stando ai sondaggi, preventivamente indigesta alla grande maggioranza degli Italiani. Ma, soprattutto, un piatto male assortito, che pretende di mescolare ingredienti agli antipodi ignorandone la reciproca refrattarietà.

Fuor di metafora, è probabilmente questa l’intima ragione della sconcertante (per i dem) presa di posizione del leader grillino Luigi Di Maio: «La fiducia si dimostra!» ha tuonato il capo politico del MoVimento dal Blog delle Stelle. «E la prima prova di questo Governo è il taglio dei parlamentari».

Giggino, in realtà, parlava a nuora (gli iscritti a Rousseau) perché suocera (Alessandro Di Battista) intendesse. Il fendente ai soci del BisConte, infatti, spuntava come dal nulla in un post in cui si esortavano gli utenti della piattaforma privata di Casaleggino a esprimersi sul “patto civico” per l’Umbria; e in cui si annunciava, contestualmente, che i pentastellati hanno scelto come candidata Governatrice l’attuale primo cittadino di Assisi Stefania Proietti.

Il Ministro degli Esteri non ha mai nominato il suo “gemello diverso”, ma casualmente la sua precisazione faceva seguito al monito dell’ex deputato a non fidarsi del Partito Democratico – neppure se derenzizzato: un avvertimento accolto con forte irritazione dal presidente dei senatori Pd Andrea Marcucci, che aveva consigliato «al Premier Giuseppe Conte e al Ministro Luigi Di Maio di tenere a bada i deliri di Di Battista».

L’aspetto paradossale è che, nel caso specifico, nei vaneggiamenti complottardi di Dibba ci potrebbe essere un fondo di verità, stante il numero di fedelissimi renziani che non hanno aderito a Italia Viva – e che potrebbero essere gli occhi e le orecchie del Rottamatore. Non a caso, c’è chi considera un avviso al navigante fiorentino da parte della magistratura l’indagine a carico di Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione che finanziava la Leopolda, la convention annuale dello stesso Matteo Renzi. Curiosamente, Bianchi è stato accusato di traffico di influenze, che sarebbe l’identica ipotesi di reato contestata a Tiziano Renzi, il padre dell’ex premier. Corsi e ricorsi storici, direbbe qualcuno.

Come il nervosismo lasciato trasparire dal Nazareno in merito all’ennesima accelerazione dimaiesca, quella sul nome del sindaco della città di San Francesco: i dem infatti, per Palazzo Donini, puntano su Andrea Fora, presidente dimissionario di Confcooperative Umbria. «Da giorni, in accordo con il partito nazionale, attendiamo una risposta seria» ha puntualizzato in una nota stizzita il locale commissario Walter Verini, che non ha risparmiato una stoccata agli alleati-rivali: «Noi lavoriamo per unire e non per dividere un campo largo che può essere vincente».

Insomma, non siamo ancora al tutti contro tutti, ma è quantomeno singolare questo deficit di fiducia tra membri di una maggioranza che la fiducia l’ha appena votata, in Parlamento, al Conte-bis. E così resta – soprattutto ai cittadini – la sgradevole sensazione che l’esecutivo rosso-giallo non sia altro che un’operazione di Palazzo, una manovra salva-casta tesa solamente a garantire la sopravvivenza di due forze politiche che gli elettori hanno sistematicamente punito, nell’ultimo anno e mezzo, a ogni appuntamento con le urne; e a tentare, inutilmente, di mascherare il desolante vuoto che irresistibilmente si nasconde oltre le poltrone.

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Politica

Governo, Matteo Renzi e l’arte di essere Machiavelli

Fenomenologia dello scisma di Firenze, che ha mandato in tilt Pd e M5S e garantito al Rottamatore potere di vita e di morte sul BisConte

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/13/matteo-renzi-il-principe-come-e-cambiata-larte-di-governare-in-500-anni/3027451/

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri che, attraverso il coup de théâtre con cui ha dato il benservito al Pd per fondare Italia Viva, Matteo Renzi:

a) si è garantito potere di vita e di morte sull’esecutivo rosso-giallo; suscitando, non a caso, l’irritazione (eufemismo) del bi-Premier Giuseppe Conte, il quale ricorda benissimo il destino dell’ultimo Presidente del Consiglio a cui l’ex segretario dem disse: «Stai sereno».

b) Non solo si è ripreso la ribalta della scena politica, è anche riuscito a liquidare in un colpo solo sia il suo successore al Nazareno Nicola Zingaretti che il leader M5S Luigi Di Maio, tenendosi al contempo le mani libere rispetto a un Governo che sa bene essere inviso alla grande maggioranza degli Italiani. E nel frattempo ha scritto un saggio sui massimi sistemi, partecipato alle audizioni per Masterchef e risolto il problema della pace in Medio Oriente.

c) Ha completamente mandato in tilt (complice anche il voto contrario della Camera all’arresto e all’uso delle intercettazioni contro il deputato di Forza Italia Diego Sozzani) il Movimento Cinque Stelle, che guarda caso si vocifera abbia manifestato interesse per la moda della scissione. Vero è che i grillini hanno seccamente smentito indiscrezioni e retroscena della stampa. Ma avrebbe maggiore credibilità il Conte Dracula se affermasse di essere socio dell’Avis.

d) Si è creato una testa di ponte all’interno del Partito Democratico, del Governo e della maggioranza, attraverso i fedelissimi che non lo hanno seguito nello scisma – a partire da Luca Lotti, dall’attuale sindaco di Firenze Dario Nardella e dal neo-Ministro della Difesa Lorenzo Guerini: sui quali penderà sempre il sospetto di essere gli occhi e le orecchie del Rottamatore (ci è arrivato perfino Dibba, segno che era proprio un segreto di Pulcinella). Giusto per tranquillizzare la feconda ala complottista dei pentastellati.

Ciò posto, il candidato commenti la seguente frase pronunciata da Matteo Renzi: «Per me Machiavelli è un grande».

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Politica

La Ocean Viking sbarca a Lampedusa. E nel futuro, porti aperti o porti chiusi?

Mirko Ciminiello

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Matteo Salvini era stato profetico. «Scommettiamo» aveva scritto ironicamente sui social, «che, dopo più di un anno, la Ocean Viking sarà la prima nave Ong che entrerà in un porto italiano senza che nessuno si opponga?»

Detto fatto. Al natante di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere è stato infatti indicato dalle autorità italiane il “porto sicuro” di Lampedusa per lo sbarco degli 82 clandestini scarrozzati, pardon salvati dal taxi del mare. Una decisione che ha ricevuto il plauso dell’esponente dem Dario Franceschini, secondo cui il provvedimento del Governo rosso-giallo segna la «fine della propaganda di Salvini sulla pelle di disperati in mare».

Ora, tralasciamo il fatto che la linea dell’ex Ministro dell’Interno aveva drasticamente ridotto non solo gli approdi, ma soprattutto i morti nel Mediterraneo. Tralasciamo anche il fatto che non si capisce a che titolo Franceschini, che è il Ministro della Cultura, farnetichi su argomenti che non gli competono – ci limitiamo a prendere atto che il profumo del potere sembra sufficiente a restituirgli l’uso della favella, benché a sproposito as usual.

È invece interessante lo sfogo del sindaco di Lampedusa Totò Martello, che ha assicurato di essere pronto ad alzare la voce con Luciana Lamorgese, erede di Salvini al Viminale: «Accoglienti sì, ma cretini no» ha tuonato il primo cittadino dell’isola. «La nave Ocean Viking era molto più vicina alle coste siciliane che a Lampedusa. Perché la scelta di assegnare come porto sicuro proprio Lampedusa?»

Sembra una mera questione geografica, ma tra le righe si legge ben altro. Martello, infatti, era balzato agli onori delle cronache (si fa per dire) come un campione dei porti aperti e dell’accoglienza indiscriminata, per questo ora i suoi cahiers de doléances sanno molto di dantesca legge del contrappasso. Difficilmente, comunque, il Partito Democratico perderà il sonno per le sue esternazioni.

Più significativi sono invece gli umori del popolo italiano nel suo complesso: popolo che, sulla questione immigrazione, si è già ripetutamente espresso, sia attraverso le tornate elettorali che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno sempre premiato la Lega; sia mediante un recente sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, che rilevava come l’89% degli intervistati fosse contrario a una “discontinuità” sul tema.

Forse anche per questo il capo politico del M5S Luigi Di Maio si è affrettato a chiarire che alla Ocean Viking «è stato assegnato un porto perché l’Ue ha aderito alla nostra richiesta di prendere gran parte dei migranti». In effetti, Francia e Germania si sono dette disposte ad accogliere ognuna il 25% di quanti approdano in Italia, ma il leader del Carroccio ha denunciato che queste quote si riferiscono soltanto a chi ha diritto d’asilo, il che escluderebbe il 90% dei galantuomini entrati illegalmente in territorio italiano.

Nel frattempo, comunque, è bastato il debutto dell’esecutivo grillo-comunista perché, nei primi undici giorni di settembre, gli arrivi di clandestini triplicassero rispetto allo stesso periodo del 2018. A conferma dell’inequivocabile vocazione tafazzista dei due azionisti di maggioranza del Conte-bis. Che vogliono irresistibilmente vedere il Carroccio oltre il 60%.

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Politica

Governo dei responsabili, l’unico vero “responsabile” è Draghi

Mentre il Conte-bis esordisce con provvedimenti puramente ideologici, le uniche misure davvero utili arrivano dalla Bce

Mirko Ciminiello

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Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri che, subito dopo l’insediamento del Governo grillo-comunista:

a) Come preteso dal segretario dem Nicola Zingaretti, e nonostante la forte contrarietà della maggioranza dell’opinione pubblica, Palazzo Chigi si avvia a far sbarcare i migranti scarrozzati, pardon salvati dalla nave Ocean Viking delle ong francesi Sos Mediterranée e Msf. Il tutto a neanche 24 ore dai fatti di Lecco, dove un giovane clandestino del Togo ha aggredito senza motivo due donne in stazione. Come farsi amare da un popolo a cui l’esecutivo rosso-giallo è già più che inviso.

b) Il campione olimpico di salto della quaglia Dario Franceschini ha proposto un’alleanza tra il suo Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle per le prossime Regionali, ricevendo il plauso del Governatore del Lazio ma anche un’accoglienza decisamente fredda da parte dei pentastellati. Che devono prima sentire l’eventuale offerta dell’altro forno.

c) Sempre Franceschini ha dichiarato che il Pd non poteva «replicare l’errore che quasi 100 anni fa hanno commesso socialisti, popolari e liberali facendo fallire gli esecutivi Bonomi e Facta». E niente, l’idea che uno soprannominato Su-Dario si paragoni ai grandi nomi del passato fa già abbastanza ridere.

d) La Stampa ha riferito delle «prove di Governo ombra» effettuate dal capo politico del M5S Luigi Di Maio, che ha convocato un «vertice di esperti grillini alla Farnesina». Solo che “esperti grillini” è un ossimoro.

e) Nel frattempo, il Governatore della Bce Mario Draghi ha annunciato il rilancio del Quantitative easing (il programma di acquisto di titoli di debito statali e obbligazioni private per far ripartire l’economia europea), per 20 miliardi di euro al mese a partire dal prossimo 20 novembre. Basta non rivelare all’esecutivo dei responsabili che la misura, in gergo, viene chiamata “bazooka”, onde evitare che l’ircocervo M5S-Pd lo rigetti causa avversione per le armi.

Ciò posto, il candidato analizzi la differenza tra un Governo dei responsabili e un Governatore responsabile.

Foto dal sito del Governo.

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Politica

Conte-bis, come prima cosa il Premier va a inchinarsi a Bruxelles

Mirko Ciminiello

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Dal momento che tutti devono rispondere ai propri datori di lavoro, il bi-Premier Giuseppe Conte, reduce dalla benedizione del Parlamento italiano, è subito volato a rendere omaggio alla Presidente eletta della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

L’agenda del BisConte, in realtà, è stata fitta di incontri: dall’attuale presidente del Consiglio Ue Donald Tusk al presidente dell’Europarlamento David Sassoli, dal presidente uscente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker al presidente designato del Consiglio Ue Charles Michel.

Una giornata scandita da proclami roboanti che però, come accade praticamente sempre in questi casi, sanno molto più di fumo che di arrosto. Tra l’altro, il Presidente del Consiglio ha fatto riferimento alla modifica del Patto di Stabilità in favore della crescita, soprattutto del Mezzogiorno, e al superamento degli accordi di Dublino sulla gestione dei flussi migratori: un punto, quest’ultimo, su cui si è registrata una sostanziale identità di vedute con il Governo francese, segno che almeno genuflettersi a Bruxelles (nello stesso senso in cui l’Imperatore Enrico IV si inchinò all’autorità di Papa Gregorio VII a Canossa) a qualcosa porta. Se poi questo “qualcosa” sia davvero ciò che serve all’Italia lo dirà il momento in cui le intenzioni dovessero essere tradotte in provvedimenti concreti.

Gli indizi, per il momento, sembrano portare in un’altra direzione. Ad esempio, non è un segnale positivo il fatto che il neo-commissario italiano agli Affari economici, l’ex Premier Paolo Gentiloni, sia stato affiancato – o forse sarebbe meglio dire messo sotto tutela – da un falco del rigore come il lettone Valdis Dombrovskis. Giusto per smentire l’altro ex Premier Romano Prodi che, in riferimento al presidente Pd, ha parlato di «ruolo insperato» per l’Italia (strano, forse l’illustre spiritista stavolta non aveva consultato preventivamente i fantasmi di don Sturzo e di La Pira…).

Sia come sia, Conte ha affermato di confidare in «un elevato grado di convergenza con la nuova Commissione europea», che sarebbe comunque cosa buona e giusta. Resta solo “inspiegabile” il fatto che Bruxelles abbia mostrato questa disponibilità solo dopo che è stato escluso dal Governo Matteo Salvini, vale a dire il leader della forza – e della coalizione – che ha vinto tutte le ultime elezioni in Italia, comprese le Europee.

Perché alla fine resta sempre il dato di fondo che (anche) l’esecutivo rosso-giallo deve rendere conto solo agli Italiani – e non alla Ue. Magari prima o poi ne prenderà atto. All’ex avvocato del popolo l’ardua sentenza.

Foto dal sito del Governo.

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Politica

E adesso il Premier Conte deve conquistare la fiducia degli Italiani

Dopo il sì del Senato, il Presidente del Consiglio ha di fronte l’arduo compito di conquistare l’approvazione degli Italiani: che al momento appaiono piuttosto scettici

Mirko Ciminiello

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Alla fine, più che l’onor, poté il digiuno (di potere). Grattando il Carlo Martello di Fabrizio De André (che a sua volta parafrasava il dantesco Conte Ugolino), emerge chiaramente la motivazione del sostegno cieco, pronto e assoluto al Governo grillo-comunista artatamente assemblato dal bi-Premier Giuseppe Conte: motivazione che, a dispetto dei proclami, non c’entra nulla (se non, forse, nel caso di qualche perla rarissima) con la salvezza del Paese, mentre, assai più banalmente, ha molto a che vedere con la salvezza delle poltrone dei diretti interessati.

Il che, intendiamoci, è assolutamente legittimo – solo non facile da ammettere. Eppure, da questo punto di vista l’esecutivo rosso-giallo ha un paradossale vantaggio: il fatto di nascere già inviso alla maggioranza degli elettori. Per dire, secondo una recente rilevazione di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, il Conte bis è apprezzato solo dal 36% degli Italiani (solo il Governo Gentiloni aveva un gradimento più basso). Difficile, quindi, che la verità possa far perdere una faccia che il popolo già considerava di bronzo.

In effetti, la grande sfida che dovrà affrontare il BisConte è proprio quella di conquistare, dopo la (quasi scontata) fiducia del Parlamento, quella dei cittadini. I quali sembrano avere le idee piuttosto chiare rispetto a quelle che dovrebbero essere le priorità del nuovo esecutivo – né paiono intenzionati a piegarsi alle ideologie dei due azionisti di maggioranza.

I provvedimenti più attesi (sempre da sondaggio di Pagnoncelli) riguardano tutti l’economia, a cominciare dalla Manovra con cui si auspicano una serie di interventi a favore dei ceti più deboli e dei lavoratori – in primis, la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva. Ma forse è altrettanto interessante sottolineare che le misure di cui si sente meno l’esigenza sono un cambio di rotta sulle politiche sull’immigrazione e una legge sul conflitto d’interessi. Due cavalli di battaglia, ma forse sarebbe il caso di dire due ossessioni, la prima del Partito Democratico e la seconda del Movimento Cinque Stelle – o meglio del suo house organ ufficioso.

Va comunque precisato che gli intervistati non nutrono grandi speranze sulle principali disposizioni che verranno adottate dall’ircocervo M5S-Pd: a conferma che l’avvocato del popolo avrà il suo bel daffare a rappresentare il popolo stesso.

L’inizio, del resto, non è stato dei più semplici. Per esempio, l’endorsement di Moody’s in favore di un «Governo di coalizione di centrosinistra» non fa che rafforzare l’idea di un esecutivo imposto dai poteri forti – e messo sotto tutela dall’Europa – contro la volontà e gli interessi degli Italiani.

Né depone a favore della credibilità del bi-Presidente del Consiglio l’impegno a promuovere il «pluralismo dell’informazione» nello stesso giorno in cui Facebook e Instagram hanno oscurato gli account di CasaPound e Forza Nuova. Una censura che, senza voler entrare nello specifico, dovrebbe preoccupare tutti – anche gli intolleranti campioni della tolleranza come il segretario dem Nicola Zingaretti – semplicemente perché nessuno ha nominato Mark Zuckerberg alla guida di un Minculpop virtuale che decide chi ha diritto di parola e chi no.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che la Lega ha dichiarato di voler mettere il più possibile i bastoni fra le ruote del proprio ex Capo del Governo: il che non include solo quelle che in definitiva sono delle provocazioni – dialettiche, come la sobria accoglienza del Senato a Conte al grido di «traditore»; o pratiche, come il paventato, massiccio ricorso alla piazza, cui l’ex vicepremier Matteo Salvini ha consigliato di fare l’abitudine. Il Carroccio, infatti, vanta ancora undici presidenti di commissione che, come annunciato da Massimiliano Romeo, capogruppo leghista a Palazzo Madama, non ci pensano neanche a dimettersi: «Li faremo impazzire fino alla fine» ha tuonato, riferendosi agli azionisti di maggioranza.

E la fine potrebbe anche non essere troppo distante, come profetizzano (e auspicano) in tanti, convinti che un esecutivo che abbia come unico collante le poltrone non possa durare a lungo. Si vedrà. Dopotutto, il “tengo famiglia” è un mastice potente, oltre a essere forse la ragione più longeva della storia. E fa tornare in mente un vecchio aforisma di Ronald Reagan, più che mai attuale, secondo cui la politica è il secondo mestiere più antico del mondo: ma certe volte assomiglia molto al primo.

Foto dal sito del Governo.

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Politica

Governo, il Premier Conte che torna e i conti che non tornano

Il discorso del Premier Bis regala, as usual, molto fumo e poco arrosto. E una serie di nodi che prima o poi dovranno venire al pettine

Mirko Ciminiello

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Nessuna sorpresa dal voto di fiducia affrontato alla Camera dal neonato Governo rosso-giallo. I numeri su cui può contare la nuova maggioranza sono del resto piuttosto solidi – più che in Senato, dove comunque non sono attesi colpi di scena come quelli che era uso annunciare il grande Mike Bongiorno, di cui è appena trascorso il decennale della scomparsa.

Maggiore curiosità si registrava intorno al discorso programmatico del Bi-Premier Giuseppe Conte, che ha parlato per un’ora e mezza battendo un record che già gli apparteneva. Non è arrivato ai livelli di Rafa Nadal, a cui sono occorse quasi cinque ore per vincere la finale degli U.S. Open, ma forse il Presidente del Consiglio è riuscito a sfiancare l’aula di Montecitorio allo stesso modo in cui il tennista iberico ha spossato il giovane russo Daniil Medvedev.

La dichiarazione d’intenti del Capo del Governo è stata prevedibilmente accolta dagli applausi dei sostenitori e dalle contestazioni degli oppositori – anche se, come spesso accade in questi casi, il fumo ha di gran lunga superato l’arrosto. Non tutti i conti, però, sembrano tornare.

Sorvoliamo su obiettivi da libro dei sogni come le «scuole e università di qualità»: sarebbe più che auspicabile, ma i danni prodotti dalla nefasta ideologia sessantottina sono talmente gravi e radicati che ci vorrebbe piuttosto un piano di ricostruzione stile Protezione Civile (quella, ovviamente, di Guido Bertolaso, che era un fiore all’occhiello invidiatoci a livello internazionale). Un proposito che diventa pura utopia se si considera, oltretutto, che l’esecutivo è sostenuto da forze che a quell’ideologia sono, per usare un eufemismo, contigue.

Escludiamo anche i richiami alla sobrietà, dissolti come neve al sole nel momento in cui Conte II (nel senso del gemello pomeridiano del Conte I del mattino) ha iniziato ad attaccare, pretestuosamente as usual, il suo ex vicepremier Matteo Salvini.

Per tacere poi di quei provvedimenti annunciati solo per amor di pace, tipo l’acqua pubblica (che interessa solo al M5S), il contrasto ai cambiamenti climatici (probabilmente la bufala del millennio) o il green new deal (che nessuno sa esattamente cosa sia, tanto è vero che si è evitato accuratamente l’uso dell’italiano perché l’esotismo notoriamente confonde le acque).

Andando con ordine, il BisConte ha garantito la revisione delle concessioni autostradali e «un’adeguata rete di infrastrutture tradizionali dei trasporti». Auguri: era bastata una dichiarazione del neo-Ministro dem Paola De Micheli a mandare in fibrillazione preventiva il Movimento 5 Stelle. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Il Premier ha poi proseguito con un accenno alla riforma fiscale, che dovrebbe far sì che «le tasse le paghino tutti ma meno». Che è esattamente ciò che il centro-destra sostiene da anni, quindi non si capisce perché ora un simile provvedimento lo dovrebbero appoggiare Pd e LeU – sempre che non si siano convertiti nel frattempo sulla via di Damasco.

Un’altra riforma annunciata è quella del taglio dei parlamentari, che però dovrà essere accompagnata da una nuova legge elettorale, di stampo proporzionale – per intenderci, l’origine di tutti i mali della Prima Repubblica: a conferma che la Storia sarà anche maestra di vita, ma continua ad avere dei pessimi allievi.

L’avvocato del popolo ha anche affrontato il tema dell’autonomia differenziata, che dovrà essere «giusta e cooperativa», onde evitare di creare un Paese a due velocità. Guarda caso, proprio ciò a cui puntava la Lega, a cui i grillini hanno messo i bastoni fra le ruote in ogni modo possibile. Di nuovo, auguri, perché tutti questi nodi, prima o poi, verranno inevitabilmente al pettine.

Infine, è arrivato il buffetto al Partito Democratico con la promessa di rivedere il Decreto Sicurezza bis, in modo da affrontare «più efficacemente i temi dell’integrazione per coloro che hanno diritto a rimanere e dei rimpatri». Tralasciando il fatto che tali problemi non si risolvono a parole, resta il fatto che una simile proclamazione non fa che acuire la già enorme frattura tra le élites e il popolo. Il quale continua a chiedere in stragrande maggioranza (l’89%, secondo una rilevazione di Pagnoncelli per il Corsera) continuità rispetto alle politiche sull’immigrazione portate avanti dal Capitano. E questo non per le fesserie divulgate a reti unificate dai media mainstream, ma perché la gente è stanca del degrado a cui non è estraneo, anzi contribuisce il fenomeno dell’immigrazione incontrollata.

Ragion per cui i rosso-gialli potranno anche continuare a ergersi a maestrini, ammaestrando spocchiosamente il volgo su ciò che dovrebbe pensare. Ma prima o poi, malgrado i professionisti delle poltrone, alle urne si dovrà pur tornare: e a intelligenti e competenti non basterà un intero flacone di Maalox dopo che avranno contribuito a innalzare il Carroccio, come minimo, al 60%.

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Politica

Boris Johnson, il cavaliere oscuro che l’Inghilterra non merita ma di cui ha bisogno

Alcuni Governi, come il Conte-bis, nascono genuflessi alla Ue. Altri, come quello britannico, provano a rispettare il mandato ricevuto dagli elettori

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.vanityfair.com/news/2019/09/boris-johnson-threatens-to-kick-conservatives-out-of-party-brexit

Ci sono Governi che nascono in ginocchio, genuflessi fin dai primissimi vagiti all’Europa franco-tedesca dei burocrati e delle élites. Tipo il Conte-bis, creato a immagine e somiglianza di una casta che rispetta la volontà del popolo solo quando questo vota in accordo con i propri desiderata.

E poi ci sono esecutivi che sorgono da esigenze diverse, avvertite dagli elettori che, in una vera democrazia, sono gli unici depositari della sovranità. Esecutivi che vengono alla luce con la schiena dritta, e dritta tengono la barra anche di fronte agli ostacoli frapposti dalla Ue, dai media eternamente proni e dai poteri forti euroinomani. Tipo i Governi nati nel Regno Unito dopo il referendum sulla Brexit – e in particolare l’ultimo, guidato da Boris Johnson.

Lo chiamano il “Trump britannico”, l’ex sindaco di Londra, e in effetti con il Presidente U.S.A. ha molto in comune, a partire dalla somiglianza estetica e dalla posizione critica (per usare un eufemismo) sull’Unione Europea. Anche BoJo può piacere o non piacere – e di solito non piace per gli stessi motivi per cui viene denigrato The Donald: nazionalista, allergico al politically correct, contraddistinto da uno stile comunicativo spesso giudicato eccessivo. Ma ha anche dei difetti, naturalmente.

Come il tycoon americano, Johnson è stato accusato di aver oltrepassato le prerogative della propria funzione, in occasione dell’annunciata sospensione del Parlamento. Peccato che il blocco, già avallato dalla Regina Elisabetta II, sia stato poi giudicato legittimo anche da due tribunali, uno scozzese e uno londinese. “Tanto rumore per nulla”, verrebbe da commentare, visto il contesto, citando Shakespeare.

La cessazione dei lavori rompe certamente le uova nel paniere all’opposizione laburista – e anche a quella interna -, fortemente impegnata nel tentativo di scongiurare un’uscita dall’Europa senza accordo. Tentativo che, in realtà, potrebbe essere del tutto pretestuoso, dal momento che, se anche fosse approvata la legge anti-no deal, non è affatto scontato che Bruxelles accetterebbe di rinegoziare i termini dell’addio di Londra. Resta in ballo l’ipotesi di elezioni anticipate, che potrebbero regalare all’inquilino di Downing Street una maggioranza più solida e più incline ad assecondarne la visione – e il mandato ricevuto dagli elettori.

In fondo è questa la grande differenza tra Johnson e i suoi immediati predecessori. Theresa May, per dire, era probabilmente la Premier che i britannici meritavano, ma non quello di cui avevano davvero bisogno. BoJo invece no, BoJo forse non è il leader che l’Inghilterra merita, ma è quello di cui ha bisogno.

E così, mentre l’Italia assiste alla farsa del presidente Pd Paolo Gentiloni che, indicato come commissario europeo da Giuseppe Conte in spregio a ogni criterio di buonsenso, va a prostrarsi in spregio a ogni criterio di buonsenso di fronte alla presidente eletta della Commissione Europea Ursula von der Leyen, la Gran Bretagna rifiuta di piegarsi. A conferma che a un BisConte dimezzato è sempre preferibile un Johnson tutto d’un pezzo. Anche se fosse un cavaliere oscuro.

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Politica

Conte bis, per Salvini “Il primo Governo italiano che nasce a Bruxelles”

Mirko Ciminiello

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Non poteva che finire così, nel modo più (in)degno possibile, quella che, fin dai suoi primi vagiti, è stata a tutti gli effetti una farsa: con l’attore protagonista, il bi-Premier Giuseppe Conte, che si autopassa il testimone, nella forma della campanella che tradizionalmente il Presidente del Consiglio uscente consegna al proprio successore – e che il BisConte si è trasferito da una mano all’altra.

A pensarci, è un po’ come Napoleone che si incorona da sé, ed è un gesto fortemente rappresentativo della situazione odierna: in cui si è definitivamente certificato che le elezioni sono inutili e la sovranità, alla faccia dell’articolo 1 della Costituzione più bella del mondo, appartiene forse alla famigerata casta, forse all’Europa, forse ai mercati – ma certamente non al popolo.

Un problema inquadrato, per esempio, dalle parole di Giorgia Meloni: «Da un anno e mezzo la destra vince tutte le elezioni ma oggi ci ritroviamo il Governo più a sinistra della storia repubblicana. E la chiamano democrazia

«Il primo Governo italiano che nasce a Bruxelles» ha rincarato la dose il leader della Lega Matteo Salvini. E, per ricambiare il favore, il Premier Conte ha indicato come commissario Ue per l’Italia il presidente Pd Paolo Gentiloni: in barba al fatto che il Carroccio ha ottenuto alle ultime Europee 3 milioni di voti in più rispetto al partito del Nazareno. Un esproprio elitario.

Ha ancora valore, allora il voto? Conta ancora, se poi ci si ritrova con un “Governo delle poltrone” (secondo la definizione del Capitano) che per la quarta volta negli ultimi sei (o otto) anni ha permesso al Partito Democratico di tornare al potere senza avere il consenso degli elettori?

Un esecutivo esecrato dai più, il cui principale punto di forza sarebbe «l’essersi liberato di Salvini»: e il fatto che questa fesseria sia stata vergata da Famiglia Cristiana spiega meglio di qualunque analisi la crisi profonda in cui sta versando la Chiesa.

Il settimanale paolino avrebbe infatti ben altro di cui preoccuparsi: come la decisione del M5S, ipocrita al limite dell’inverosimile, di concedere il Ministero della Famiglia a quello che fino all’altro ieri era il “partito di Bibbiano”.

All’improvviso sembra di risentire il monito di John Donne, il poeta e religioso inglese che ispirò Ernest Hemingway: «Non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te».

La campana: ma non la campanella.

Foto del Presidente Conte dal sito del Quirinale.

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Politica

Governo, si parte. Diamo la pagella ai protagonisti del Conte bis

Mirko Ciminiello

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Test per l’esame di giornalismo. A proposito del nuovo Governo rosso-giallo che si appresta a giurare e presentarsi alle Camere per il voto di fiducia, il candidato consideri che:

a) Per finanziare i folli progetti dell’esecutivo grillo-comunista (dalle regalie per i migranti alle elargizioni ai fannulloni, dai sussidi limitati solo ai meno abbienti – cioè a fondo perduto – alle fesserie ecologiste), il bi-Premier Giuseppe Conte dovrà quasi certamente mettere le mani nelle tasche di imprese, pensionati e, forse, correntisti. Ecco ciò che accade quando la Ue pretende che i Conti tornino.

b) Il neo-Ministro degli Esteri Luigi Di Maio (auguri: rasenta a malapena l’italiano…) avrebbe ammesso che voleva evitare le elezioni. Che per uno che dovrebbe credere nella democrazia diretta…

c) Il segretario dem Nicola Zingaretti si è affrettato a vantarsi di aver «fermato Salvini». Che era l’unico vero punto programmatico del Governo M5S-Pd.

d) Il nuovo esecutivo ha ricevuto il “bacio della morte” di Matteo Renzi, che ha augurato buon lavoro assicurando: «Facciamo tutti il tifo per l’Italia». Timeo Danaos et dona ferentes.

e) Uno dei nuovi Ministri (Roberto Speranza) è di LeU. Ma solo perché non si dica che è un Governo senza Speranza.

f) Il nuovo Ministro per il Mezzogiorno si chiama Provenzano. Immaginiamo la faccia di Marco Travaglio quando glielo hanno comunicato.

g) Il leader della Lega Matteo Salvini ha ripetuto per giorni che l’esecutivo è stato imposto dall’Europa ed è «nato tra Parigi e Berlino». Per smentirlo, hanno pensato bene di nominare al Ministero dell’Economia l’eurodeputato del Partito Democratico Roberto Gualtieri, attuale Presidente della Commissione per i problemi economici e monetari dell’Europarlamento.

h) Sempre Salvini ha tuonato contro i professionisti delle poltrone, che «non potranno scappare dal giudizio degli Italiani troppo a lungo». Gli basta distanziare i 60 milioni di inseguitori.

Ciò posto, il candidato dia la propria personale interpretazione, prescindendo da termini quali “ambulanza” e “ricovero”, del seguente aforisma (sovente attribuito ad Alcide De Gasperi, ma il cui autore è in realtà James Freeman Clarke): «Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese». 

La foto del Presidente Mattarella e del Presidente Conte dal sito del Quirinale.

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Politica

Conte al Quirinale presenta la lista dei ministri: abbiamo un governo

Al Movimento 5 stelle vanno quindi 10 ministri, al Partito democratico 9, a Liberi e uguali 1.

Giulia Marilungo

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Il premier incaricato Giuseppe Conte ha lasciato da poco il palazzo del Quirinale dove ha sciolto la riserva, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il giuramento dei ministri del nuovo governo si terrà domani mattina alle 10.

Conte ha presentato la lista dei ministri. La squadra di governo è composta da Luciana Lamorgese all’Interno, Luigi Di Maio al ministero degli Esteri, riconfermato Alfonso Bonafede alla Giustizia, Lorenzo Guerini alla Difesa, ministro dell’Economia è invece Roberto Gualtieri, mentre Stefano Patuanelli allo Sviluppo Economico, Teresa Bellanova alle Politiche Agricole e all’Ambiente rimane Sergio Costa. 

Paola De Micheli sarà ministro delle Infrastrutture, Nunzia Catalfo quello del Lavoro, a Lorenzo Fioramonti l’Istruzione, Università e Ricerca mentre a quello dei Beni culturali, con delega al Turismo, torna Dario Franceschini; cambio per la Salute è stato scelto Roberto Speranza.

Tra i componenti del governo senza un preposto ministero, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, Paola Pisano all’Innovazione tecnologica, Fabiana Dadone alla Pubblica Amministrazione, Francesco Boccia agli Affari Regionali e alle Autonomie, Giuseppe Provenzano ministro per il Sud, Vincenzo Spadafora alle Politiche giovanili, Elena Bonetti alle Pari Opportunità ed Enzo Amendola agli Affari Europei.

Al Movimento 5 stelle vanno quindi 10 ministri, al Partito democratico 9, a Liberi e uguali 1.

“Forti di un programma che guarda al futuro, indicheremo con questa squadra le nostre migliori energie, le nostre competenze, la nostra più intensa passione a rendere l’Italia migliore nell’interesse di tutti i cittadini da Nord a Sud” ha detto il premier Conte.

A seguito di Conte, Il presidente Mattarella, senza lasciare alcuna dichiarazione, ha porto i propri saluti alla stampa ringraziandola per il lavoro svolto in questi giorni che ha permesso ai cittadini di rimanere informati.

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Politica

Parte il Governo Conte-bis ma riflettiamo sul voto degli elettori e il caso Rousseau

Mirko Ciminiello

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Dipendiamo tutti da Rousseau. Siamo tutti appesi al volere di Rousseau. A Rousseau l’ardua sentenza. Ce lo siamo sentiti ripetere per giorni. Cosa farà Rousseau? Avallerà la nascita del Conte-bis, permettendo il varo di un Governo che, più che giallo-rosso, sarà Rousseau-giallo? O stroncherà sul nascere le velleità di perdenti e incompetenti di salvare la poltrona e procrastinare il momento in cui dovranno cercarsi un lavoro?

Ora il caso è chiuso, les jeux sont faits, habemus papam. Oltre il 79% degli attivisti M5S ha votato a favore dell’inciucio grillo-comunista. Nessuna meraviglia, in fondo, considerato che gli elettorati – e quindi le visioni ideologiche – del MoVimento e del Pd sono largamente sovrapponibili.

E dunque tutti a festeggiare, dagli euroburocrati che potranno ancora tiranneggiare uno Stato sovrano che già da tempo ha voltato loro le spalle, ai mercati che ne costituiscono il braccio armato e avevano già iniziato a brindare anzitempo (qual maraviglia!); dall’avvocato del popolo che potrà godersi ancora un po’ Palazzo Chigi prima di dover rientrare nelle aule universitarie, a quanti, soprattutto tra i dem, avevano anche l’obiettivo di stornare il “pericolo sovranista” – oltre a quello, comune a tutti, di dilazionare il prepensionamento.

Da questo punto di vista, il grande sconfitto è il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio, che aveva fatto di tutto per contrastare, o almeno per non incentivare la nascita dell’esecutivo rosso-giallo: compreso evitare di dare indicazioni di voto, e invertire l’ordine delle risposte al fatal quesito per mettere in risalto il No – salvo dover tornare sui suoi passi dopo aver ricevuto una strillettera da Beppe Grillo.

Per giunta, Giggino ha anche dovuto ingoiare il rospo presentandosi in conferenza stampa e sfoggiando il sorriso d’ordinanza per un risultato che ne sancisce verosimilmente la fine politica, se è vero come si sussurra che per lui non ci saranno incarichi di rilievo nel nuovo Governo. L’attuale vicepremier è comunque in buona compagnia, considerando che in prevalenza gli Italiani sono schierati contro il Conte-bis.

In effetti, ciò che è davvero ironico è che questa usurpazione della volontà popolare sia stata compiuta nel nome di Jean-Jacques Rousseau, il filosofo svizzero che ha dato il nome alla piattaforma digitale della Casaleggio Associati. Certo, i freddi numeri sembrano essere dalla parte di Casaleggino, che infatti gongolava fin dall’ora di pranzo: «Abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, è l’attuale record mondiale di partecipazione online a una votazione politica». Alla fine, i votanti sarebbero stati quasi 80mila. Su una popolazione di circa 60 milioni di persone, di cui oltre 50 milioni di elettori – come ha rimarcato il leader della Lega Matteo Salvini, nel suo attacco a «un Governo che nasce per non perdere le poltrone».

Ci si potrebbe quindi chiedere, dal momento che i pentastellati si fanno un vanto della democrazia diretta: è vera democrazia se la (stragrande) maggioranza viene tenuta al guinzaglio da un’infima minoranza?

Rousseau (il filosofo) se l’era chiesto e, se l’ignoranza non fosse la loro malattia infantile (e anche senile), i grillini saprebbero che il terzo dei grandi contrattualisti considerava la sovranità indivisibile – e negava anche che potesse essere delegata. Si può quindi facilmente immaginare il disprezzo con cui avrebbe liquidato il voto di un millesimo del corpo elettorale atto a ratificare la nomina di un rappresentante istituzionale.

Non solo. Ancora più a monte c’è il fatto che, fin dall’inizio delle trattative per il costituendo esecutivo M5S-Pd, sia stato bellamente ignorato il sentimento negativo del popolo, a cui, fino a prova contraria, appartiene la sovranità.

Lo dice l’articolo 1 della nostra Costituzione – a parte la versione di Gianni Riotta. Ma sapete chi fu il primo ad affermarlo? Jean-Jacques Rousseau.

La foto del Presidente Conte dal sito del Quirinale

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