Contattaci
Francesco Vergovich

Pubblicato

il

“A me piaceva Robin, quello un po’ più sfigato, sto un po’ dietro. Oggi ho comunicato i numeri con cui il ministero dell’Interno ha rinforzato Roma con agenti, poliziotti, telecamere, scuole sicure, strade sicure e sgomberi. Io però mi posso occupare di ordine pubblico, non posso raccogliere l’immondizia o riparare le metropolitane o riparare le buche nelle strade”. Così il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a margine del 40 esimo congresso di Legacoop, rispondendo a chi gli chiedeva un commento sulla battuta della sindaca di Roma, Virginia Raggi, che lo ha paragonato a Batman. Poi, rispondendo a chi gli chiedeva se le polemiche con la sindaca M5s andranno avanti fino alle elezioni europee del prossimo mese, Salvini ha replicato: “A me interessa che Roma torni ad essere una città bella, pulita e funzionale, anche domani non è un problema politico. Spero che il Comune faccia il Comune senza polemica”. (Fla/Dire)

Litigano Salvini e la Raggi, la Lega e il M5S: ma ci sono o ci fanno?

Codice della strada: patente ritirata due mesi a chi guida al telefono

Economia

Economia, sulla riforma del MES volano gli stracci tra Conte e Salvini

Per il leghista “se c’è stato un accordo nascosto è alto tradimento”, il Premier lo accusa di “trascuratezza per gli affari pubblici”. Ma neanche a Visco e Cottarelli piace la possibile revisione del Fondo salva-Stati

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito del Governo

Tanto tuonò che piovve. L’antico adagio può certamente riferirsi alla devastante ondata di maltempo che ha messo in ginocchio buona parte d’Italia: ma, in senso metaforico, può benissimo essere riadattato alla velenosissima nota ufficiosa con cui Palazzo Chigi ha risposto all’ultimo attacco sferrato dal leader del Carroccio Matteo Salvini.

Il casus belli, per l’occasione, era il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per gli amici Fondo salva-Stati, a cui tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono obbligati a contribuire, e che il Belpaese ha finora finanziato con 60 miliardi di euro. La Ue ha intenzione di modificarne le regole d’ingaggio, che però, secondo le voci captate dal Capitano, potrebbero già essere state profondamente alterate attraverso un «accordo nascosto in Europa» firmato, lo scorso giugno, anche dal bi-Premier Giuseppe Conte e/o dall’allora Cancelliere dello Scacchiere Giovanni Tria, «senza l’autorizzazione del Parlamento e della Lega che era alleato di Governo»  come precisato dall’ex Ministro dell’Interno: cui poi si è prontamente accodata la leader di FdI Giorgia Meloni – ma anche alcuni deputati del M5S che hanno esortato il capo politico pentastellato Luigi Di Maio a far convocare un vertice di maggioranza.

La riforma del MES avrebbe effetti deleteri per l’economia italica, perché vincolerebbe la possibilità di ricevere il supporto finanziario a tre condizioni: non ci si deve trovare in procedura di infrazione, si deve avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e il debito pubblico dev’essere inferiore al 60%.

Parametri che, ça va sans dire, ci escluderebbero da qualsiasi aiuto, a meno di non accettare una ristrutturazione del debito, che però implicherebbe una riduzione del valore nominale dei titoli di Stato. E, poiché oltre il 70% del nostro debito pubblico è in mano a investitori italiani, significherebbe che oltre al danno (i soldi che siamo costretti a versare al fondo) arriverebbe anche la beffa (perché in caso di necessità i titoli saranno deprezzati).

Di qui l’offensiva del segretario della Lega: «Sarebbe un’enorme fregatura per il popolo italiano e i risparmiatori. Rischia di essere un crimine nei confronti di lavoratori e risparmiatori. Se qualcuno ha firmato lo dica adesso, si ponga rimedio prima che sia troppo tardi. Altrimenti sarà alto tradimento».

Toni apocalittici a parte, il discorso dell’ex vicepremier era un florilegio di condizionali coniugati come richieste di spiegazione. Ma, tra l’emergenza meteorologica e la crisi dell’ex Ilva che non può non toccare da vicino un Capo del Governo pugliese, la nuova invettiva dell’ex alleato deve essere sembrata al fu Avvocato del popolo la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.

«La revisione del Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) non è stato ancora sottoscritto né dall’Italia né dagli altri Paesi e non c’è stato ancora nessun voto del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, o degli altri Capi di Stato e di governo europei sul pacchetto complessivo di questa riforma. In definitiva, nessuna firma né di giorno né di notte» è stata la replica piccata e senza troppa cura dell’italiano da parte di Palazzo Chigi. «In ogni caso, il Parlamento italiano ha un potere di veto sull’approvazione definitiva».

Poi la stoccata finale: «Il senatore Salvini, all’epoca era Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nonché Ministro dell’Interno, e avrebbe dovuto prestare più attenzione per l’andamento di questo negoziato, tanto più che l’argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (Viceministri all’Economia e Presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l’esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici».

Tanta pacatezza fa capire che, se una vipera avesse morso il BisConte, sarebbe probabilmente morta avvelenata. D’altra parte, in via Bellerio dovrebbero essere stati rassicurati da questa sobria reazione – almeno in via provvisoria. Resta infatti in ogni caso il nodo di una riforma su cui perfino due economisti che non si possono certo tacciare di simpatie “sovraniste” quali il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e l’ex commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli si sono spinti a lanciare l’allarme.

La battaglia, insomma, è appena cominciata. Ed essendoci di mezzo il benessere dell’Italia e degli Italiani, sarebbe bello che, una volta tanto, si abbandonassero gli opposti personalismi e si unissero tutte le forze. Meditate, gente, meditate.

Continua a leggere

Politica

Caso Trenta, il M5S dalle stelle(tte) alle stalle

Per l’ex Ministro della Difesa la riassegnazione al marito dell’alloggio di servizio è regolare, e poi “ha una vita di incontri”. Imbarazzo nel MoVimento, da Di Maio l’invito a lasciare l’abitazione

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dalla pagina Facebook di Elisabetta Trenta

Affinché una casa diventi un caso, da un punto di vista grammaticale ci sono degli ostacoli piuttosto insormontabili. Da un punto di vista politico, però, questo apparente cambio di fonemi sembra molto più semplice, a giudicare dalla frequenza con la quale si verifica.

Se, per esempio, la vicenda di Claudio Scajola è divenuta quasi paradigmatica – benché l’ex Ministro dell’Interno sia stato successivamente scagionato -, un’analoga attenzione mediatica la sta suscitando la questione di Elisabetta Trenta, ex Ministro della Difesa nel Conte-semel. Il vaso di Pandora, come ormai ampiamente noto, è stato scoperchiato dal Corsera, che ha scoperto come l’esponente grillina abbia conservato anche dopo la formazione del nuovo Governo l’appartamento di servizio nel centro di Roma destinatole dal suo dicastero. L’abitazione in zona San Giovanni, infatti, è stata riassegnata a suo marito Claudio Passarelli, maggiore dell’Esercito, che «svolge attualmente un incarico di prima fascia, incarico per il quale è prevista l’assegnazione di un alloggio del medesimo livello di quello che era stato a me assegnato» come ha spiegato la stessa Trenta in un post su Facebook.

Nella sua arringa, proseguita anche con un’intervista ai suoi accusatori di via Solferino, l’ex Ministro ha precisato di avere, «secondo regolamento, tre mesi di tempo per poter lasciare l’appartamento», chiesto «perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza». La scadenza di tale termine, che decorre dal giorno del giuramento dell’esecutivo rosso-giallo, è fissata al prossimo 5 dicembre, ma la Trenta, che nella Capitale ha anche una casa di proprietà al Pigneto, ha ribadito di non avere alcuna intenzione di lasciare l’abitazione: l’alloggio grande le serve perché conduce «una vita di relazioni, di incontri», e poi «ormai la casa è stata assegnata a mio marito e in maniera regolare. Per quale motivo dovrebbe lasciarla?»

La risposta si potrebbe riassumere in una sola parola: realpolitik. L’episodio, infatti, è fonte di profondo imbarazzo per il M5S, e non solo perché la Procura militare capitolina ha annunciato in proposito l’apertura di un’indagine. Sono gli stessi valori fondativi dei pentastellati a essere stati richiamati nel durissimo j’accuse arrivato dal Blog delle Stelle.

«Le spiegazioni di Elisabetta Trenta, a proposito dell’assegnazione dell’appartamento al marito, non sono sufficienti. I nostri valori sono incompatibili con l’intenzione di mantenere l’appartamento. Ci sono soldati e militari che hanno davvero bisogno di un alloggio e non è il caso di Elisabetta Trenta e del marito. Questa situazione è inaccettabile».

Del resto, già Angelo Tofalo, portavoce del MoVimento, aveva parlato di un triste escamotage, mentre erano stati tranchant il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni e il senatore “ribelle” Gianluigi Paragone, che avevano esortato l’ex Ministro a mollare l’abitazione.

Sulla stessa linea il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, che pure l’ex titolare della Difesa avrebbe rassicurato sulla correttezza del proprio operato. Dopo aver sottolineato di fronte ai militanti di Acerra «che il M5s non ne sapeva niente», Giggino ha rincarato la dose via radio: «La ministra Trenta ha smesso di fare la ministra circa due mesi fa, aveva tre mesi per lasciare quella casa ed è bene che la lasci. Poi se il marito ufficiale dell’Esercito ha diritto all’alloggio può fare una domanda e sono sicuro che ne avrà diritto, quindi potrà accedere all’alloggio come tutti gli altri ufficiali dell’Esercito. Questa cosa fa arrabbiare i cittadini e fa arrabbiare anche noi, perché siamo sempre quelli che si tagliano gli stipendi».

Poco importa che la Trenta abbia poi riaffermato che «nessuna legge è stata violata» e negato di godere di un privilegio, perché lei e il marito pagano 540 euro di affitto. La politica, infatti, è anche, anzi a volte è soprattutto questione di percezione. E non a caso le opposizioni hanno attaccato la doppia morale dei grillini: «urlano “onestà” ma pensano solo a occupare le poltrone e, a quanto pare, gli appartamenti di servizio» ha tuonato per esempio Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori di Forza Italia.

Fatto Trenta, insomma, il M5S dovrebbe forse fare anche trentuno. Perché dalle stelle(tte) alle stalle, in fondo, può essere solo un attimo.

 

AGGIORNAMENTO

L’ex Ministro Trenta ha annunciato l’imminente abbandono della casa della discordia. «Mio marito, che è il titolare dell’alloggio, pur essendo tutto regolare e non essendoci nulla che ci debba far sentire in imbarazzo, per salvaguardare la serenità della famiglia sta presentando istanza di rinuncia per l’alloggio, l’ha già fatto» ha dichiarato in un’intervista radiofonica.

Continua a leggere

Politica

Razzismo, il caso Bernardo Silva è l’emblema dei rischi della Commissione Segre

Il calciatore del Manchester City sanzionato per un tweet scherzoso sul compagno e amico Mendy, che i più realisti del re hanno giudicato razzista. In barba a tutte le libertà fondamentali

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Il tweet incriminato, dal sito di FP-News

Il binomio calcio-razzismo è sempre stato un filone molto florido per i media, soprattutto per quelli che hanno bisogno di creare – o enfatizzare – dei casi che possano distrarre l’opinione pubblica dalle difficoltà (eufemismo) governative. Involontariamente aiutati, in questo disegno, da quel pugno di ignoranti artatamente moltiplicati per giustificare allarmismi che non hanno in realtà alcuna ragion d’essere se non quella – appunto – di essere funzionali a certe strategie sinistre: come quella che ha partorito la “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”, per gli amici Commissione Segre.

Questa lunga premessa serve a inquadrare un caso che a un primo sguardo può sembrare completamente alieno da questo discorso (e nei fatti lo è) ma che, in realtà, è figlio della stessa mentalità distorta: che a sua volta affonda le proprie radici ideologiche nell’unione tra libido censoria e politicamente corretto d’assalto.

Il caso in questione arriva dall’Inghilterra, e ha per protagonista Bernardo Silva, talentuoso centrocampista del Manchester City, che per i profani è fondamentalmente la squadra più importante del calcio britannico contemporaneo. Un paio di mesi fa, il giocatore portoghese aveva pubblicato un tweet scherzoso che accostava alla mascotte di un noto snack iberico (consistente in arachidi ricoperte di cioccolata) una foto da bambino dell’amico e compagno di squadra Benjamin Mendy, francese di origini senegalesi.

Il cinguettio aveva subito scatenato polemiche, tanto che il calciatore lo aveva rimosso dopo neanche un’ora, lamentando che al giorno d’oggi non si può più nemmeno scherzare con un amico. Il buonsenso avrebbe voluto che la questione si chiudesse qui, ma non aveva fatto i conti con i più realisti del re che avevano già segnalato la goliardata alla Football Association (la Federcalcio inglese). La quale ha ora deciso di comminare a Bernardo Silva un turno di squalifica (e ne rischiava sei), una multa da 50.000 sterline e l’obbligo di svolgere alcune ore di lavori socialmente utili. Il tutto malgrado il nazionale lusitano fosse stato scagionato dallo stesso Mendy attraverso una lettera assolutoria indirizzata alla FA.

Niente da fare: la Commissione disciplinare della Federazione, che anche il tecnico dei Citizens Pep Guardiola aveva esortato a occuparsi di problemi più seri, ha sentenziato che, non trattandosi di una conversazione privata, il post avrebbe potuto offendere qualcuno. E sulla base di questa pura e semplice congettura sono scattati gogna, sanzione e rieducazione.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra in tutto ciò la Commissione Segre: c’entra, perché segue la stessa (il)logica che sta dietro a questo esempio di follia albionica. Per cui una commissione autoproclamatasi depositaria della verità può imporre bavagli che, essendo dettati da mera appartenenza ideologica, scatteranno puntualmente e indubitabilmente in maniera unidirezionale: facendo oltretutto strame delle fondamentali libertà di pensiero, parola ed espressione ancora tutelate (almeno per il momento) dall’articolo 21 della nostra Costituzione.

Di fatto, i fenomeni che la Commissione Segre intende combattere sono già perseguibili penalmente nel malaugurato caso che si traducano in atti concreti: il che rende questo istituto, come minimo, superfluo, a meno che non lo si consideri alla luce della tattica sopracitata e dello scopo non dichiarato di silenziare le opinioni non allineate.

Perché, altrimenti, escludere dal testo di una mozione sull’antisemitismo la parola “Israele”, si è ad esempio chiesta la leader di FdI Giorgia Meloni? Perché cassare qualsiasi riferimento all’integralismo islamico, che è il vero e principale veicolo dell’odio anti-ebraico anche nella vecchia Europa?

E perché fondare la necessità di una simile commissione sui 200 messaggi d’odio vomitati ogni giorno via social contro Liliana Segre, salvo poi scoprire che la senatrice non ha alcun account social, e che i messaggi (197 in tutto, per la precisione) erano stati rilevati dall’Osservatorio antisemitismo nell’intero anno 2018 (non nell’arco di 24 ore) ed erano riferiti solo in minima parte all’ex bambina sopravvissuta agli orrori di Auschwitz? Ancora, perché questi ultimi dati non hanno meritato gli stessi titoli a nove colonne che erano stati riservati alle fake news che andavano a smentire?

La risposta a tutte queste domande l’ha data, senza nemmeno rendersene conto, Giovanni Floris, affermando in diretta tv, di fronte al leader della Lega Matteo Salvini, che c’è differenza tra le minacce ricevute dal Capitano e quelle rivolte alla stessa senatrice Segre. Farneticazione che fa capire benissimo il rischio che correrebbe il libero pensiero nel caso fosse sottoposto al vaglio e alla censura di un nuovo Minculpop rosso-giallo. Anche se istituito in buona fede.

Continua a leggere

Politica

Governo, i no del M5S e i danni all’Italia

Il Mose di Venezia, dove Conte si è recato dopo la tragica alluvione, è solo l’ultima goccia. Dallo Stadio della Roma all’ex Ilva, è una cupio dissolvi istituzionale

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito del Governo

Immaginate di aver deciso di fare dei lavori all’interno della vostra casa. Immaginate di esservi rivolti al vostro comune che, dopo un’estenuante trafila, ha finalmente avallato il vostro piano. E poi immaginate che cambi l’amministrazione comunale, e che la nuova giunta decida di punto in bianco di cestinare il vostro progetto e vi costringa a ricominciare da zero. Ora trasferite questo esempio a livello istituzionale, e avrete il modus operandi tipico del Movimento 5 Stelle.

Il Mose di Venezia, la cui importanza è divenuta palese a tutti dopo la devastante alluvione che ha messo in ginocchio la città lagunare, è solo (si può ben dire) l’ultima goccia. L’esempio forse più eclatante lo si era invece già avuto sulla vexata quaestio dell’ex Ilva di Taranto. Con i grillini che dapprima avevano acconsentito al varo dell’immunità penale per ArcelorMittal – che altrimenti non si capisce perché avrebbe dovuto accettare il rischio di un’incriminazione per una situazione di cui non è responsabile, avendola ereditata dalla precedente gestione; e poi, cambiato esecutivo, si sono tranquillamente riposizionati anche per l’urgenza di non spaccare il MoVimento.

Se n’è accorto a sue spese anche il bi-Premier Giuseppe Conte, che ingenuamente aveva convocato a Palazzo Chigi i parlamentari pugliesi del M5S per esporre loro le proprie ragioni: e che si è trovato di fronte il muro dei frondisti capitanati dal suo ex-Ministro per il Sud Barbara Lezzi che, di fronte al possibilismo aperturista dell’ex Avvocato del popolo, pare abbia sottilmente contro-argomentato che lei quel provvedimento non lo voterà mai.

E, guarda caso, il capo politico pentastellato Luigi Di Maio ha subito ribadito la contrarietà dei Cinque Stelle agli emendamenti tesi a ripristinare lo scudo penale per i vertici della multinazionale indiana: emendamenti presentati da Italia Viva e Forza Italia, e puntualmente giudicati inammissibili dalla Commissione Finanze della Camera.

Non sarà peraltro sfuggito che i renziani si sono resi protagonisti di un voltafaccia uguale e contrario a quello dei grillini, essendosi in un primo momento opposti alla misura: ma, preso atto dell’identico deficit di coerenza, resta il fatto che almeno l’ex Rottamatore si è schierato per l’interesse nazionale.

«Al di là dell’Ilva» notava per esempio il leader leghista Matteo Salvini, «un Governo e un Paese che cambia i contratti firmati non è un bel segnale alle imprese di tutto il mondo».

Peraltro, come accennato, il M5S è anche recidivo, avendo per esempio stracciato, con la giunta Raggi, l’accordo già raggiunto dalla precedente amministrazione capitolina per la costruzione dello Stadio della Roma. A conferma che quella del MoVimento è una vera e propria cupio dissolvi istituzionale, che si crogiola nel culto della decrescita e nella rancorosa demonizzazione del successo e del profitto.

Ed è tutto lì il problema. Perché, finché il tafazzismo è autoreferenziale come quello del Pd, si potrebbe anche commentare cinicamente che chi è causa del suo mal dovrebbe piangere se stesso. Ma, se a rimetterci è l’Italia intera, è tutta un’altra questione. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

Continua a leggere

Cultura

Muro di Berlino, il trentennale della caduta tra ignoranza e ipocrisia

Durante le celebrazioni sono fioccati paragoni risibili con le barriere americana e israeliana. Ma, come magistralmente illustrato da Papa Benedetto XVI, i muri sono un no sempre in grado di declinarsi in un sì

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito di CISL Scuola

9 novembre 2019, trentennale della caduta del Muro di Berlino. Passata l’immancabile e inevitabile sbornia mediatica, ci sia consentita una breve riflessione su un evento epocale e ben più che positivo, divenuto però nella circostanza occasione per dar sfoggio di facile ignoranza e ipocrisia a dir poco imbarazzante.

Un esempio è il post del Partito Democratico che, celebrando la ricorrenza, affermava che «oggi come allora, chiunque costruirà muri per separare le persone, ci troverà pronti ad abbatterli». Fingendo di non ricordare che, allora, il Pd – o meglio i suoi antenati che ancora si dichiaravano orgogliosamente comunisti – era schierato con la dittatura sovietica, non certo con chi cercava disperatamente di fuggirne. A rinfrescare la memoria a Zingaretti & Co. ci ha comunque pensato la leader di FdI Giorgia Meloni, che ha twittato laconica: «Guardate che voi eravate il muro».

Bisogna però riconoscere ai dem un’inossidabile coerenza nello stare sempre dal lato sbagliato della Storia. Come dimostra la loro folle linea politica sull’immigrazione, ridotta a slogan su porte aperte – e porti aperti – indiscriminatamente a chiunque: questione che peraltro faceva capolino anche nel succitato messaggio, con il risibile riferimento ai contemporanei muri da abbattere.

L’allusione riguardava ovviamente barriere politicamente scorrette come quella del Presidente U.S.A. Donald Trump al confine con il Messico, o quella eretta dagli Israeliani in Cisgiordania: per dare a Cesare quel che è di Cesare, però, bisogna precisare che in parecchi, in questi giorni, si sono lanciati in questo ridicolo accostamento. Tanto più grottesco in quanto confonde un muro della vergogna costruito dalla tirannia più sanguinaria della Storia per tenere prigioniero chi invece aspirava alla libertà, e degli sbarramenti che hanno piuttosto l’unica funzione di garantire la sicurezza.

Scopo, quest’ultimo, che per inciso è lo stesso a cui assolvono la pelle e la membrana cellulare – due mura naturali di cui tutti siamo dotati per un’identica esigenza di autodifesa. Tanto per dire che non tutte le barriere sono qualcosa di negativo.

Del resto lo aveva illustrato magistralmente Papa Benedetto XVI. «La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l’interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci l’uno verso l’altro». Ed era proprio la finalità del rifugio al centro della riflessione del Santo Padre. «Non può entrare neppure la bugia, che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l’odio e l’avidità che feriscono l’umanità».

E tuttavia, l’argomentazione di Papa Ratzinger era ben lontana da un atteggiamento di chiusura sterile e autoreferenziale. Le barriere sono infatti dotate di porte, destinate ad aprirsi nel momento in cui a bussare è «tutto ciò che è buono». Perché ogni muro è un no che è sempre in grado di declinarsi in un .

Non serve aggiungere altro.

Continua a leggere

Politica

Duro scontro in Cdm, Di Maio ammette di non poter più controllare i gruppi parlamentari

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri il seguente profluvio di dichiarazioni e rumours inerenti il caso dell’ex Ilva di Taranto:

a) ArcelorMittal «va obbligata a restare a Taranto» (il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, che sarebbe anche il Ministro degli Esteri, cioè il capo della nostra diplomazia: e che, per giunta, non si è neanche inventato niente, visto che lo stesso concetto era già stato espresso, per di più in termini molto simili, dal segretario Pd Nicola Zingaretti).

b) «Nessun cedimento, lo scudo penale non deve ritornare. A Palazzo Madama siamo pronti a votare contro, costi quel che costi» (i senatori dissidenti del M5S che, secondo un retroscena de Il Messaggero, privilegeranno la linea del “muoia Sanson con tutti i Filistei”).

c) «Non controllo i gruppi parlamentari» (di nuovo il leader pentastellato che, come riportato ancora da Il Messaggero, lo avrebbe candidamente ammesso in Consiglio dei Ministri per far capire quanto sarebbe rischiosa per la sopravvivenza del BisConte la possibilità di ripristinare l’immunità per la multinazionale indiana).

d) «Quando si ha un ruolo pubblico bisogna essere al servizio dei cittadini» (sempre Giggino che, intervistato al Forum dell’ANSA, fa la morale al leader di Italia Viva Matteo Renzi. Lui).

e) «Serve un atto di responsabilità di tutte le forze politiche. Dalla mia all’ultima forza di opposizione. È una questione di interesse e di sovranità nazionale» (il Ministro dello Sviluppo economico, il grillino Stefano Patuanelli, nell’informativa alla Camera in cui ha implicitamente ammesso che, senza il soccorso del centro-destra, la maggioranza rosso-gialla non riuscirà mai a far approvare le misure necessarie a dissuadere ArcelorMittal dai suoi propositi di disimpegno).

f) «Perché la Lega di Salvini ha investito 300mila euro in obbligazioni di ArcelorMittal? Salvini, come al solito, piuttosto che rispondere preferisce scappare. Eppure, secondo diversi organi di stampa, il suo partito avrebbe investito soldi pubblici, cioè soldi di tutti i cittadini, non solo su obbligazioni ArcelorMittal, ma anche su alcune delle più famose banche e multinazionali mondiali» (i portavoce del Movimento 5 Stelle in Commissione Attività produttive alla Camera, dimostrando di aver compreso appieno la necessità di trovare sponde nell’opposizione per evitare il tracollo del Governo – e salvarsi la poltrona; oltretutto, i geni si beccheranno anche, assieme a Repubblica e Fatto Quotidiano, l’annunciata querela del Capitano, perché anche alle farneticazioni c’è un limite).

g) «Risolvete subito le crisi industriali», comprese le vertenze Alitalia e Whirlpool (il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, secondo indiscrezioni di stampa, avrebbe scelto i suoi toni soavi per far capire al bi-Premier Giuseppe Conte che perfino la sua pazienza sta finendo).

h) «Qui è in gioco il destino di Taranto, della Puglia e del Paese intero» (il Ministro dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, sbottando in Cdm dopo la decisione dell’ex Avvocato del popolo di schierarsi sulle posizioni del MoVimento).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo dall’uso di termini quali “ambulanza”, l’affermazione del leader dem Zingaretti secondo cui sull’Ilva non c’è nessun rischio crisi per il Governo.

Foto del Presidente Conte dal sito del Governo.

Continua a leggere

Politica

Commissione Segre, i rischi concreti per la libertà di espressione

Matteo Salvini minacciato esattamente come la senatrice Segre. Ma c’è chi fa distinguo, dimostrando di considerare alcuni “più uguali di altri”

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/salvini-contro-razzismo-no-bavagli-centrodestra-astiene-commissione-segre-135367/

Partiamo da due dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dal segretario del Carroccio Matteo Salvini. La prima: «Chi nega l’Olocausto nel 2019 va curato da un medico bravo, su questo non c’è alcun dubbio. Sul fatto di mettere nelle mani di una commissione partitica il giudizio di cosa sia o non sia razzismo mi si permetta qualche dubbio. A me fanno pena quelli che vanno in giro con la svastica o la falce e il martello». La seconda, la più recente: «Le minacce contro Segre, contro Salvini, contro chiunque sono gravissime. Anche io ne ricevo quotidianamente».

Queste affermazioni aiutano innanzitutto a sgombrare il campo da alcuni equivoci. A partire dalle farneticazioni “progressiste” sull’astensione del centro-destra a Palazzo Madama al momento dell’istituzione della “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza” voluta dalla senatrice a vita – e sopravvissuta ad Auschwitz – Liliana Segre. Ragli sinistri che legano la decisione a una fantomatica volontà, da parte delle forze sovraniste, di legittimare i fenomeni che la Commissione Segre intende contrastare.

Nient’altro che un’ignobile strumentalizzazione, come aveva già precisato il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi commentando il non voto dei senatori azzurri: «Da liberali siamo contrari all’eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l’istituzione di un nuovo reato di opinione».

Il problema, in realtà, è molto più sottile. E sta tutto nel fatto che, mentre è piuttosto ovvio cosa sia razzismo o antisemitismo, non viene invece definito con chiarezza cosa sia odio o violenza. «Sostenere che la famiglia è formata da un uomo e una donna è considerata un’espressione di odio rispetto ad altri tipi di famiglia? Dire che l’immigrazione illegale può mettere a repentaglio la nostra civiltà è odio?» si era per esempio chiesto il capogruppo leghista in Senato, Massimiliano Romeo. E chissà se Michele Serra che su Repubblica gronda disprezzo per chi va a Messa la domenica (soprattutto per chi lo fa a Verona) «è hate speech intellettualmente squadrista o solo free speech politicamente corretto», si è invece domandato Il Sussidiario.

La vera questione, dunque, è la discrezionalità concessa a quelli che molto probabilmente saranno censori monodirezionali, servi del politicamente corretto che vorrebbe tutti omologati e assoggettati a un pensiero unico. Se infatti il popolo non vota come piace alla gente che piace, silenziare le opinioni avverse potrebbe essere il modo più rapido ed efficace per riguadagnare i consensi perduti.

E attenzione ché questa strategia sta già muovendo i primi passi. Lo ha dimostrato, per esempio, Open, il giornale online di Enrico Mentana tanto apprezzato dai radical chic: che, riprendendo le succitate parole del Capitano, ha sì affermato che un atto di ostilità va sempre condannato, ma al contempo ha pateticamente cercato di distinguere tra minaccia e minaccia.

L’ex Ministro dell’Interno, è l’argomentazione, «è un leader politico dichiaratamente divisivo, che fa dell’attivismo social una sua cifra distintiva, e aggressiva verso gli obiettivi che sceglie. Indica ai suoi follower cattive pratiche, comportamenti delinquenziali o censurabili di singoli o di gruppi di appartenenti a etnie o culture diverse da quella di riferimento, italiana e cristiana. Inoltre martella gli avversari politici con diversi piani critici, dal sarcasmo alla sferzata dura. È inevitabile che tutto questo generi reazioni specularmente ostili».

Gioco, partita, incontro. Poche righe per esprimere appieno la pericolosità di una commissione che potrebbe trasformarsi nel braccio armato di un orwelliano Ministero della Verità che deciderà chi ha il diritto di dire cosa secondo la propria sensibilità politica. Senza, oltretutto, che nessuno l’abbia eletta a depositaria del vero, senza che nessuno le abbia conferito un mandato che si è autoattribuito in spregio a valori e umori dei cittadini.

Si badi che niente di tutto ciò è imputabile a una donna illustre e ammirevole come Liliana Segre, cui va tutta la nostra solidarietà per gli spregevoli attacchi ricevuti via Web che hanno convinto il Prefetto di Milano Renato Saccone della necessità di concederle una scorta: e per i quali anche Salvini le ha espresso affetto e vicinanza.

Il punto è proprio questo: non c’è nessunissima differenza, checché ne dicano i ragazzotti di Mentana, tra due atti ostili. A meno di non realizzare la profezia enunciata da George Orwell ne “La fattoria degli animali“: e ammettere una volta per tutte che, per i paladini dell’uguaglianza, ci sono alcuni che sono più uguali di altri.

Continua a leggere

Ambiente

Ambiente, tutti i danni della sbornia da gretinismo

Il disimpegno di ArcelorMittal è solo l’ultima goccia. Il Governo certifica che la Plastic Tax serve solo a fare cassa, e Macron vuole sprecare 100 miliardi l’anno per una teoria senza basi scientifiche

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito dell'Huffington Post

Cento miliardi di dollari l’anno entro il 2025 per combattere i cambiamenti climatici. È la richiesta che il Presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno rivolto da Pechino ai Paesi sviluppati: i quali dovrebbero ringraziare che l’atavica grandeur di Monsieur le Président non lo abbia spinto, farneticazione per farneticazione, a chiedere una cifra ancora più alta – tanto è facile spendere i soldi degli altri.

Sul perché si tratti una lotta contro i mulini a vento abbiamo già argomentato a sufficienza, quindi non ci ripeteremo: se non per sottolineare che il clima non è mai statico e immutabile, e che da un punto di vista semantico bisognerebbe almeno parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica” – dizione che però manderebbe all’aria il castello di carta, visto che l’uomo ha sul clima un impatto minimo.

Dev’essere comunque l’aria dell’Estremo Oriente. In fondo, erano passati solo due giorni da quando il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, parlando a Shangai della Plastic Tax, aveva commentato che «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni». Consideriamo pure un peccato veniale il fatto che la citazione (di James Freeman Clarke) fosse in realtà leggermente diversa, e stendiamo un velo pietoso sulla sua patetica rodomontata.

Ciò che invece appare interessante è la consapevolezza del Giggino versione cinese che l’imposta verde farà perdere (altri) voti agli azionisti di maggioranza del BisConte. Il che, intendiamoci, vale praticamente per ogni balzello, ma nel caso specifico è sintomatico di una forma mentis per cui i sacrifici verdi vanno bene, purché siano altri a farli. Se poi questo indichi un certo atteggiamento machiavellico o una riluttanza di fondo a far propri i vaneggiamenti pseudo-ambientalisti a reti unificate lo scopriremo solo vivendo.

Intanto però si può già affermare che il leader M5S non è nemmeno troppo fortunato: è stato infatti lo stesso Governo di cui fa parte, attraverso una relazione tecnica depositata al Senato e allegata al testo della Manovra, a certificare l’inutilità di una misura che serve praticamente solo a fare cassa, ma avrà effetti essenzialmente nulli sulla tutela dell’ambiente (cosa che, detto per inciso, vale anche per la Sugar Tax). Tanto è vero che l’esecutivo rosso-giallo sta pensando anche a un incentivo che spinga gli industriali della plastica a riconvertire i propri impianti in fabbriche di prodotti biodegradabili e compostabili.

Il problema di fondo resta comunque la sbornia (globale e globalizzata) di una teoria senza nessuna base scientifica – perché di questo si tratta: tanto più nefasta e deleteria in quanto non si fa scrupolo di gettare al vento risorse che potrebbero invece essere utilizzate per favorire lo sviluppo di popoli e Nazioni.

Se poi la genuflessione al gretinismo imperante si accompagna alla brevimiranza della politica e alla visione puramente ideologica di certa magistratura, abbiamo il non plus ultra: tipo il caso, gravissimo, dell’ex Ilva di Taranto, dove la somma di queste tre calamità artificiali ha portato all’annunciato disimpegno di ArcelorMittal, che era pronta a un investimento da 4,2 miliardi.

Il recesso del contratto, secondo la multinazionale dell’acciaio, è giustificato dalla rimozione dello scudo penale sul piano ambientale, dal rischio che i giudici pugliesi impongano lo spegnimento dell’altoforno 2 (e a seguire anche degli altiforni 1 e 4, cui sarebbero precauzionalmente applicabili le stesse prescrizioni), e dal clima di ostilità dovuto «alle molteplici iniziative e dichiarazioni da parte di istituzioni e amministrazioni nazionali e locali contrarie alla realizzazione del piano industriale e del piano ambientale».

Tipo, per dirne una, la grillina Barbara Lezzi, ex Ministro per il Sud e prima firmataria dell’emendamento anti-immunità: provvedimento che, secondo alcuni, ha fornito ai proprietari indiani un pretesto per un ritiro pianificato da tempo.

Il Governo «deve togliere ogni alibi ad ArcelorMittal» ha dichiarato per esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini, aggiungendo però che «non si può imputare ad ArcelorMittal cose che possono riguardare chi ha gestito l’azienda prima di lei» (e per esserci arrivato perfino Landini…).

Il più duro però è stato Carlo Calenda, che ha rimarcato come l’Italia rischi di perdere la più grande acciaieria europea, il più grande impianto del Mezzogiorno, il più grande investitore da 40 anni a questa parte. «Questi sono un branco di dilettanti allo sbaraglio» ha tuonato l’ex Ministro dello Sviluppo economico. E il problema è che ha perfettamente ragione.

In psicologia esiste una tesi paradossale, chiamata “Principio di Peter” dal nome del suo enunciatore, che in sostanza postula che, in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Tuttavia, parecchi esponenti del Conte-bis e praticamente tutti i Cinque Stelle stanno a dimostrare che Laurence J. Peter si sbagliava: superare questo limite è possibile. Ma con le conseguenze che tutti abbiamo oggi di fronte. E con tanti saluti alla capacità, alla logica e al buonsenso, improvvisamente divenuti – questi sì – biodegradabili.

Continua a leggere

Politica

Commissione Segre, ecco perché istituirla è stato un errore

Non è in discussione la buona fede della senatrice a vita: ma il gruppo anti-odio, più che combattere l’antisemitismo, minaccia di applicare una censura a senso unico

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/salvini-contro-razzismo-no-bavagli-centrodestra-astiene-commissione-segre-135367/

«Alla senatrice Segre […] va tutta la nostra solidarietà. Chi attacca una donna che da ragazza ha vissuto il dramma della deportazione in un campo di concentramento non soltanto è un vigliacco ma è anche un idiota».

In un momento in cui infuria la polemica sull’astensione del centro-destra nel voto che ha istituito la “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza”, appaiono significative le parole del senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari: che, sgombrando il campo da equivoci e illazioni, ha chiarito come l’opposizione alla mozione della senatrice a vita Liliana Segre riguardasse il modo in cui la proposta è stata declinata, non la proposta in sé come insinuato, per esempio, dall’Anpi (un ente di cui sfugge l’utilità, visto che di veri partigiani, per motivi meramente anagrafici, ne dovrebbero essere rimasti ben pochi).

In effetti, la Commissione in questione, come denunciato dallo stesso Fazzolari, «non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica». Precisiamo che da nessuno è stata messa in discussione la buona fede dell’eroina sopravvissuta agli orrori di Auschwitz. Tuttavia, alcuni passaggi del testo sono stati formulati in maniera tanto ambigua da poter essere facilmente usati come una clava per colpire bersagli ben precisi.

Se, per esempio, il partito di Giorgia Meloni, così come Forza Italia, ha puntato il dito contro il “contrasto ai nazionalismi”, è stato il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo a evocare rischi tutt’altro che peregrini: «sostenere che la famiglia è formata da un uomo e una donna è considerata un’espressione di odio rispetto ad altri tipi di famiglia? Dire che l’immigrazione illegale può mettere a repentaglio la nostra civiltà è odio?»

Va sottolineato che si tratta della stessa impostazione della legge contro l’omotransfobia (attualmente in discussione in Commissione Giustizia della Camera) che, col pretesto di combattere le discriminazioni, potrebbe sanzionare anche penalmente chi, per esempio, ritenesse che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà. Solo per rimarcare che sbagliare sarà anche umano, ma perseverare è diabolico.

Sono infatti i veri crimini di odio che vanno perseguiti, il bullismo, la sopraffazione. la violenza: anche, e forse soprattutto, sul Web – che del resto si è recentemente reso protagonista di una pagina vergognosa proprio contro Liliana Segre. E non va nella giusta direzione l’esclusione, nella mozione di Palazzo Madama, di ogni riferimento all’integralismo islamico, che oggi rappresenta il principale veicolo dell’antisemitismo (in Francia, per esempio, sono migliaia gli ebrei fuggiti per il concreto timore di aggressioni da parte dei musulmani radicali).

L’impressione, alla fine, è che siamo di fronte al solito vizietto di una certa parte politica prona a un’ideologia che si vorrebbe fare pensiero unico. Fazione che però, essendo lontana anni luce dagli umori e dai sentimenti degli elettori, non trova di meglio che inventare degli “psicoreati” volti a silenziare le opinioni scomode.

Non a caso, ancora FdI ha tuonato contro «l’istituzione di una struttura liberticida che avrà il potere di stabilire chi ha il diritto di dire cosa e di chiedere la censura in Rete delle idee non gradite», per capirci una sorta di orwelliano Ministero della Verità: verità che, en passant, non si capisce perché dovrebbe essere appannaggio di una forza politica che, ostinandosi a pontificare dal piedistallo su cui si è autoinnalzata, finge di ignorare che le istanze di cui è portatrice sono largamente minoritarie nel Paese (le ultime tornate elettorali stanno tutte lì a dimostrarlo).

Peraltro, anche se così non fosse, le opinioni, per il fatto stesso di essere tali, non sono sindacabili né possono essere soggette ad alcun bavaglio, pena l’annichilimento di uno dei cardini della civiltà occidentale – la libertà di pensiero e di espressione.

Spiace, quindi, vedere una figura illustre e rinomata come la senatrice Segre strumentalizzata per squallidi fini antidemocratici. E torna in mente l’iconica frase pronunciata in Star Wars – Episodio III da Padmé Amidala (l’attrice israelo-americana Natalie Portman): «È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi».

La via dell’inferno, com’è noto, è lastricata di buone intenzioni. E 1984 potrebbe essere più vicino di quanto tutti pensiamo.

Continua a leggere

Economia

Legge di Bilancio, il salatissimo Conte da pagare

Il Governo annuncia “piena intesa” sulla Manovra che non risparmia nulla, dalle sigarette alle bevande zuccherate, dalla plastica ai giochi. Ma Renzi ha già promesso battaglia

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti indiscrezioni di stampa sulla Manovra del Governo rosso-giallo:

a) Arriva la minitassa da mezzo centesimo su cartine e filtri per le sigarette, che andrà a colpire i tabaccai (nel caso di una confezione da cinquanta pezzi, l’aggravio sarebbe di 25 centesimi). Per buona misura, viene vietata la vendita online dei prodotti in questione, mentre salirà di 5 euro al chilo l’accisa minima sui tabacchi lavorati.

b) Esordisce la Sugar tax, l’imposta sulle bevande zuccherate, fissata in 10 euro a ettolitro per i prodotti finiti e 0,25 euro al chilo per i prodotti da usare previa diluizione.

c) Verrà varata la Plastic tax, che per ora prevedrebbe un euro di tassa per ogni chilo di plastica prodotta, ma che il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha chiesto di rimodulare dopo la pioggia di critiche arrivate anche da alcune associazioni ambientaliste.

d) Viene imposto lo stop delle detrazioni fiscali al 19% per chi opera i propri pagamenti (comprese le spese per la salute) in contanti.

e) Viene confermata la stretta sulle detrazioni per i redditi più alti (a partire da 120mila euro), senza risparmiare neppure le spese sanitarie.

f) Aumenta “l’imposta sulla fortuna” per chi vince più di 500 euro al gioco: oggi il balzello è al 12% sulla quota eccedente, ma passerà al 15%.

g) Contemporaneamente, si gettano 140 milioni per le gretinate e, Di Maio permettendo, 8 milioni l’anno per rinnovare la (più che pleonastica) convenzione con Radio Radicale.

Ciò posto, il candidato confronti le tre seguenti dichiarazioni:

1) «Una certa propaganda vorrebbe dipingere questa Manovra come […] un profluvio di balzelli, di nuove tasse […]. Nulla di più falso» (il bi-Premier Giuseppe Conte).

2) «Si è svolta una riunione a Palazzo Chigi per concordare gli ultimi dettagli riguardanti il disegno di legge di bilancio 2020. C’è stata piena intesa politica per confermare tutte le misure» (nota di Palazzo Chigi).

3) «La vera sfida sarà nei prossimi mesi bloccare la Sugar tax e altre misure: tutto quello che è tassa fa male all’Italia» (il leader di Italia Viva Matteo Renzi).

Continua a leggere

Economia

Reddito di cittadinanza, dalle (Cinque) stelle alle stalle

Lo spacciatore in Porsche col sussidio è solo l’ultimo caso: ma conferma una volta di più il fallimento dell’assistenzialismo grillino

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://it.blastingnews.com/politica/2018/04/reddito-di-cittadinanza-addio-fallito-lesperimento-in-finlandia-002524339.html

Partiamo dalla cronaca. A Siracusa, un 41enne che era uso rodomonteggiare a bordo della sua Porsche aveva destato dei sospetti nelle Fiamme Gialle che, allestito un posto di blocco, lo hanno fermato per un controllo mentre guidava il suo bolide. Paolo Nastasi – questo il nome dell’uomo – aveva con sé 600 euro di cui non ha saputo spiegare la provenienza: i finanzieri hanno allora perquisito la sua abitazione dove, nascosti nella cappa della cucina, hanno rinvenuto altri 1.000 euro e oltre 300 dosi di cocaina già pronte per essere smerciate.

Fin qui sembrava un caso come tanti altri – normale amministrazione, si potrebbe dire. Se non fosse che un supplemento di indagine ha rivelato un’ulteriore sorpresa: lo spacciatore risultava tanto povero che l’Inps gli aveva concesso il Reddito di Cittadinanza.

E non è nemmeno la prima volta. Solo pochi giorni fa è stata arrestata una 46enne romana che ugualmente percepiva il sussidio: e che, a sua volta, trafficava droga nel circolo ricreativo che aveva in gestione.

Per non parlare della folle (e ormai arcinota) vicenda di Francesca Saraceni, brigatista condannata a 21 anni nel processo per l’omicidio D’Antona, che ha ottenuto il contributo caro ai grillini perché la legge che lo ha istituito impone una fedina penale pulita “solo” negli ultimi 10 anni – e la condanna della Saraceni risale a 12 anni fa: tutto ciò malgrado il Codice Penale proibisca di erogare sovvenzioni statali a chi è stato condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Tecnicismi a parte, tutte queste questioni evidenziano il fallimento culturale, prima ancora che pratico, delle politiche assistenzialiste del M5S: il cui provvedimento bandiera era stato salutato come una norma che avrebbe aiutato, oltre ai singoli percettori, l’intera economia, sia attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro che mediante un rilancio dei consumi. Ebbene, a circa sette mesi dall’emissione dei primi assegni, la realtà dice ben altro.

I numeri, innanzitutto. A inizio mese, l’Inps ha accolto quasi un milione di domande, di cui 700.000 relative a soggetti “occupabili”: tra questi, circa 200.000 sono stati contattati dai centri per l’impiego, mentre coloro che hanno sostenuto un primo colloquio sono stati 70.000. Ma il dato che fa davvero riflettere è che solo in 50.000 – il 7% del totale – hanno firmato il Patto per il Lavoro, che prevede l’obbligo di accettare almeno una delle prime tre offerte occupazionali congrue, pena il decadimento del diritto a ricevere il beneficio.

Già queste cifre la dicono lunga sulla bontà dell’operazione, visto che ne smontano uno dei due architravi: tanto da provocare il duro sfogo del direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri, che via Twitter ha tuonato contro il «Reddito di cittadinanza a 980 mila fannulloni».

Come se questo non bastasse, poi, l’Istat ha certificato un forte aumento della propensione al risparmio delle famiglie nel secondo trimestre del 2019. Vuol dire che, contrariamente alle aspettative del MoVimento, gli Italiani non si fidano minimamente di questo momentaneo periodo di vacche grasse, e preferiscono mettere da parte i soldi per evitare brutte sorprese: con tanti saluti al rinnovato slancio dell’economia.

Malignamente, si potrebbe insinuare che qualcuno abbia suggerito ai pentastellati la celebre espressione di Alexandre Dumas padre “cherchez la femme”. E che i Cinque Stelle, ingannati dalla pronuncia francese e pagando la scarsa conoscenza delle lingue, abbiano equivocato l’invito a cercare una donna, convincendosi che la soluzione stesse piuttosto nella “fame”. Fatale (sempre giocando sull’idioma d’Oltralpe), in tutti i sensi.

Continua a leggere

Politica

Regionali, il centro-destra espugna l’Umbria: Caporetto per la “opposizione di Governo”

La maggioranza rosso-gialla è minoranza nel Paese, e la tensione torna altissima. Di Maio parla di “esperimento fallito e impraticabile”, ma né M5S né Pd fanno ancora una seria autocritica

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://www.ilmessaggero.it/politica/umbria_elezioni_conte_di_maio_zingaretti_diretta_salvini_oggi_ultime_notizie-4820380.html

La maggioranza rosso-gialla è minoranza nel Paese. È il ragionamento di praticamente tutte le forze di centro-destra, che hanno proiettato su scala nazionale il risultato delle Regionali dell’Umbria, conclusesi con la clamorosa affermazione della senatrice leghista Donatella Tesei: che ha distanziato il candidato “civico” Vincenzo Bianconi, sostenuto dall’alleanza di Governo M5S-Pd, di oltre venti punti percentuali (57,55% contro 37,48%, più precisamente).

Per i demo-grillini è una vera Caporetto, se si pensa che Palazzo Donini veniva da cinquant’anni di Presidenti di centro-sinistra. La débâcle è stata particolarmente marcata per il Movimento Cinque Stelle, che ha conquistato appena il 7,4% degli elettori, perdendo la metà dei voti che aveva cinque anni fa. E infatti è dai pentastellati che sono arrivati i commenti più duri, con il capo politico Luigi Di Maio che ha liquidato l’alleanza coi dem come un esperimento che «non ha funzionato e per me non è più praticabile».

Non sarà che un accenno di autocritica, ma è sempre più costruttivo di quanto abbia fatto il Partito Democratico: il cui segretario Nicola Zingaretti non ha trovato di meglio che dare la colpa della disfatta al «caos di polemiche che ha accompagnato la Manovra» – e, per buona misura, avrebbe confidato a un amico che «questa è l’eredità lasciata da Renzi».

Ça va sans dire, il Rottamatore non ha lasciato correre. «Una sconfitta scritta figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi» si è sfogato alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa. «Lo avevo detto, anche privatamente, a tutti i protagonisti. E non a caso Italia Viva è stata fuori dalla partita. In Umbria è stato un errore allearsi in fretta e furia, senza un’idea condivisa, tra Cinque Stelle e Pd».

Naturalmente, stare all’opposizione è sempre più facile che governare: tuttavia, dato che questi risultati si ripetono sistematicamente da quasi due anni, e considerato che per la prima volta è stata espugnata una delle Regioni rosse, aiuterebbe forse i dem scendere dal piedistallo su cui si sono protervamente autoinnalzati e riflettere seriamente sui motivi di questa protratta ostilità popolare.

La succitata espressione dell’altro Matteo, per dire, già può dare qualche (minima) indicazione: nessuna idea condivisa, nessun progetto comune, solo il timore di consegnare la Regione (e poi l’Italia intera) al centro-destra e al leader del Carroccio Matteo Salvini. Di fronte alla concretezza di un simile scenario, un leader vero elaborerebbe delle proposte, non si limiterebbe ad agitare spauracchi – oltretutto ridicoli proprio in virtù dell’alto gradimento della Lega.

Non a caso, la neo-Governatrice Tesei ha definito la propria impresa come «lo specchio di quello che vogliono, e che non vogliono, gli Italiani». Il Capitano e la leader di FdI Giorgia Meloni sono andati anche oltre, esortando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a porsi il problema di un esecutivo, il Conte-bis, «inviso al popolo italiano» – una vera e propria “opposizione di Governo”.

Da parte sua, l’Avvocato del popolo ha ostentato tranquillità, insistendo a derubricare le recenti elezioni come un test locale. «Sarebbe un errore» ha dichiarato, «interrompere questo esperimento per via di una Regione che ha il 2% della popolazione nazionale». Cosa che numericamente può anche essere vera, ma concettualmente poteva essere espressa in termini molto meno arroganti.

Come è stato fatto notare, per esempio, dalla Meloni: «Trovo scandaloso» ha tuonato la presidente di Fratelli d’Italia, «che Conte dica che valgono il 2% della popolazione. Loro che hanno fatto il Governo con 70mila persone che votano su Rousseau, che poi bisogna vedere se sono vere. Le 70mila di Rousseau vanno bene e i 700mila umbri no?»

Sia come sia, la situazione all’interno della maggioranza grillo-comunista è tornata estremamente fluida. Matteo Renzi, per esempio, avrebbe confidato ai suoi che dopo la Waterloo umbra «la legislatura è blindata». Il che è comprensibile, dal suo punto di vista – solo che non è affatto scontato che gli altri partner di Governo la pensino allo stesso modo.

Zingaretti, per esempio, potrebbe avere tutto l’interesse a staccare la spina al BisConte subito dopo l’approvazione della Legge di Bilancio: in questo modo, potrebbe (almeno) cointestarsi la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva e, soprattutto, otterrebbe di tornare alle urne prima che entri in vigore il taglio dei parlamentari – nonché la nuova legge elettorale che, essendo prospettata su base proporzionale, dovrebbe aumentare il potere contrattuale dei piccoli partiti. Così facendo, avrebbe molti più posti in lista da promettere ai suoi attuali parlamentari, e per eterogenesi dei fini metterebbe anche in grave difficoltà l’arcinemico Renzi, inchiodato intorno al 4% dai sondaggi più favorevoli e penalizzato anche dal voto con il Rosatellum (un sistema misto, sia proporzionale che maggioritario, che gli renderebbe molto più complicato fungere da ago della bilancia).

Guarda caso, il segretario dem ha stigmatizzato via social l’atteggiamento di chi non lavorerebbe all’unità della coalizione. «L’alleanza ha senso solo ed esclusivamente se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze».

Facile leggere tra le righe che la tentazione di abbandonare un accordo “scomodo” è piuttosto forte. E, come sosteneva già Oscar Wilde, «l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi». Che il bi-Premier Giuseppe Conte (non) stia sereno.

Continua a leggere

Primo Piano