Contattaci

Tutti gli articoli

Tangenti e corruzione elettorale: arresti nel comune di Legnano

Sono stati arrestati, con accuse a vario titolo riguardo episodi di corruzione elettorale, il sindaco di Legnano, Gianbattista Fratus, e due assessori del comune stesso.

Avatar

Pubblicato

il

legnano qui italia

Sono stati arrestati, con accuse a vario titolo riguardo episodi di corruzione elettorale, il sindaco di Legnano, Gianbattista Fratus, e due assessori del comune stesso.

Sotto disposizione di custodia cautelare, emessa dal gip di Busto Arstizio, i finanzieri del Comando Provinciale hanno messo sotto arresto il sindaco di Legnano, Giambattista Fratus, l’assessore alle opere pubbliche, Chiara Lazzarini, e l’assessore al bilancio e vicesindaco del comune di LegnanoMaurizio Cozzi.

I tre sono indagati a vario titolo con accuse quali turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e corruzione elettorale.

Gli arresti arrivano dopo che, nel marzo scorso, la giunta del sindaco leghista era stata sfiduciata a seguito di contestazioni riguardo ad alcune sue scelte, e ciò aveva portato alle dimissioni di massa dei consiglieri di minoranza, accompagnati da alcuni leghisti dissidenti.

A seguito di questa operazione della Guardia di Finanza, denominata Piazza Pulita, il sindaco Fratus e l’assessore si trovano al momento agli arresti domiciliari, mentre il vicesindaco è stato condotto in carcere.

I recenti avvenimenti sono venuti a poca distanza dall’inchiesta che ha portato all’emissione di 43 misure cautelari, tra le quali l’arresto del sottosegretario all’area Expo della Regione Lombardia, Fabio Altitonante.

 

Politica

Governo, i no del M5S e i danni all’Italia

Il Mose di Venezia, dove Conte si è recato dopo la tragica alluvione, è solo l’ultima goccia. Dallo Stadio della Roma all’ex Ilva, è una cupio dissolvi istituzionale

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito del Governo

Immaginate di aver deciso di fare dei lavori all’interno della vostra casa. Immaginate di esservi rivolti al vostro comune che, dopo un’estenuante trafila, ha finalmente avallato il vostro piano. E poi immaginate che cambi l’amministrazione comunale, e che la nuova giunta decida di punto in bianco di cestinare il vostro progetto e vi costringa a ricominciare da zero. Ora trasferite questo esempio a livello istituzionale, e avrete il modus operandi tipico del Movimento 5 Stelle.

Il Mose di Venezia, la cui importanza è divenuta palese a tutti dopo la devastante alluvione che ha messo in ginocchio la città lagunare, è solo (si può ben dire) l’ultima goccia. L’esempio forse più eclatante lo si era invece già avuto sulla vexata quaestio dell’ex Ilva di Taranto. Con i grillini che dapprima avevano acconsentito al varo dell’immunità penale per ArcelorMittal – che altrimenti non si capisce perché avrebbe dovuto accettare il rischio di un’incriminazione per una situazione di cui non è responsabile, avendola ereditata dalla precedente gestione; e poi, cambiato esecutivo, si sono tranquillamente riposizionati anche per l’urgenza di non spaccare il MoVimento.

Se n’è accorto a sue spese anche il bi-Premier Giuseppe Conte, che ingenuamente aveva convocato a Palazzo Chigi i parlamentari pugliesi del M5S per esporre loro le proprie ragioni: e che si è trovato di fronte il muro dei frondisti capitanati dal suo ex-Ministro per il Sud Barbara Lezzi che, di fronte al possibilismo aperturista dell’ex Avvocato del popolo, pare abbia sottilmente contro-argomentato che lei quel provvedimento non lo voterà mai.

E, guarda caso, il capo politico pentastellato Luigi Di Maio ha subito ribadito la contrarietà dei Cinque Stelle agli emendamenti tesi a ripristinare lo scudo penale per i vertici della multinazionale indiana: emendamenti presentati da Italia Viva e Forza Italia, e puntualmente giudicati inammissibili dalla Commissione Finanze della Camera.

Non sarà peraltro sfuggito che i renziani si sono resi protagonisti di un voltafaccia uguale e contrario a quello dei grillini, essendosi in un primo momento opposti alla misura: ma, preso atto dell’identico deficit di coerenza, resta il fatto che almeno l’ex Rottamatore si è schierato per l’interesse nazionale.

«Al di là dell’Ilva» notava per esempio il leader leghista Matteo Salvini, «un Governo e un Paese che cambia i contratti firmati non è un bel segnale alle imprese di tutto il mondo».

Peraltro, come accennato, il M5S è anche recidivo, avendo per esempio stracciato, con la giunta Raggi, l’accordo già raggiunto dalla precedente amministrazione capitolina per la costruzione dello Stadio della Roma. A conferma che quella del MoVimento è una vera e propria cupio dissolvi istituzionale, che si crogiola nel culto della decrescita e nella rancorosa demonizzazione del successo e del profitto.

Ed è tutto lì il problema. Perché, finché il tafazzismo è autoreferenziale come quello del Pd, si potrebbe anche commentare cinicamente che chi è causa del suo mal dovrebbe piangere se stesso. Ma, se a rimetterci è l’Italia intera, è tutta un’altra questione. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

Continua a leggere

Cultura

Muro di Berlino, il trentennale della caduta tra ignoranza e ipocrisia

Durante le celebrazioni sono fioccati paragoni risibili con le barriere americana e israeliana. Ma, come magistralmente illustrato da Papa Benedetto XVI, i muri sono un no sempre in grado di declinarsi in un sì

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito di CISL Scuola

9 novembre 2019, trentennale della caduta del Muro di Berlino. Passata l’immancabile e inevitabile sbornia mediatica, ci sia consentita una breve riflessione su un evento epocale e ben più che positivo, divenuto però nella circostanza occasione per dar sfoggio di facile ignoranza e ipocrisia a dir poco imbarazzante.

Un esempio è il post del Partito Democratico che, celebrando la ricorrenza, affermava che «oggi come allora, chiunque costruirà muri per separare le persone, ci troverà pronti ad abbatterli». Fingendo di non ricordare che, allora, il Pd – o meglio i suoi antenati che ancora si dichiaravano orgogliosamente comunisti – era schierato con la dittatura sovietica, non certo con chi cercava disperatamente di fuggirne. A rinfrescare la memoria a Zingaretti & Co. ci ha comunque pensato la leader di FdI Giorgia Meloni, che ha twittato laconica: «Guardate che voi eravate il muro».

Bisogna però riconoscere ai dem un’inossidabile coerenza nello stare sempre dal lato sbagliato della Storia. Come dimostra la loro folle linea politica sull’immigrazione, ridotta a slogan su porte aperte – e porti aperti – indiscriminatamente a chiunque: questione che peraltro faceva capolino anche nel succitato messaggio, con il risibile riferimento ai contemporanei muri da abbattere.

L’allusione riguardava ovviamente barriere politicamente scorrette come quella del Presidente U.S.A. Donald Trump al confine con il Messico, o quella eretta dagli Israeliani in Cisgiordania: per dare a Cesare quel che è di Cesare, però, bisogna precisare che in parecchi, in questi giorni, si sono lanciati in questo ridicolo accostamento. Tanto più grottesco in quanto confonde un muro della vergogna costruito dalla tirannia più sanguinaria della Storia per tenere prigioniero chi invece aspirava alla libertà, e degli sbarramenti che hanno piuttosto l’unica funzione di garantire la sicurezza.

Scopo, quest’ultimo, che per inciso è lo stesso a cui assolvono la pelle e la membrana cellulare – due mura naturali di cui tutti siamo dotati per un’identica esigenza di autodifesa. Tanto per dire che non tutte le barriere sono qualcosa di negativo.

Del resto lo aveva illustrato magistralmente Papa Benedetto XVI. «La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l’interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci l’uno verso l’altro». Ed era proprio la finalità del rifugio al centro della riflessione del Santo Padre. «Non può entrare neppure la bugia, che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l’odio e l’avidità che feriscono l’umanità».

E tuttavia, l’argomentazione di Papa Ratzinger era ben lontana da un atteggiamento di chiusura sterile e autoreferenziale. Le barriere sono infatti dotate di porte, destinate ad aprirsi nel momento in cui a bussare è «tutto ciò che è buono». Perché ogni muro è un no che è sempre in grado di declinarsi in un .

Non serve aggiungere altro.

Continua a leggere

Cronaca

Roma: vanno al lavoro e timbrando il cartellino scoprono il licenziamento

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Andare al lavoro come ogni mattina, strisciare il proprio badge e scoprire solo così, in quel momento, di aver praticamente perso la propria occupazione. Succede anche questo al giorno d’oggi – e non succede nella Repubblica delle Banane, bensì nella Capitale d’Italia.

Protagonisti, loro malgrado, circa cinquanta dipendenti della Juwelo, società del gruppo Elumeo che opera nel settore delle televendite di gioielli. Pare che l’azienda sia recidiva, avendo già agito allo stesso modo nelle sedi estere del Regno Unito e della Thailandia.

Cancelli chiusi, tesserini disattivati, turni del personale cancellati dal sistema informatico. E poi l’improvviso invito a una riunione d’urgenza in un ristorante vicino, dove il Presidente della società Wolfgang Boye e l’Ad Tiziano Ricci hanno comunicato ai lavoratori l’imminente chiusura della sede romana, poiché non vi è più la disponibilità economica per il pagamento degli stipendi. Eventualità che i dipendenti sperano di riuscire a scongiurare attraverso un presidio.

Una storia di ordinaria assurdità in una Nazione che sta affrontando (senza riuscire a risolverle) crisi gravissime come quelle dell’ex Ilva, Alitalia e Whirlpool. Ma forse sono ancora più serie le condizioni di tante imprese medio-piccole – e per ciò stesso meno “appariscenti” -, che pure sono una colonna portante dell’economia. Realtà che non irromperanno mai nei titoli di giornali e televisioni, ma la cui agonia è lo specchio di quella che è forse la più profonda e la più preoccupante delle crisi.

A inizio anno, Unioncamere ha certificato che, su cinque nuove aziende medio-piccole, due sono costrette a chiudere entro il primo quinquennio di attività. Ma un Paese che non riesce a sostenere i suoi imprenditori, un Paese che non sa appoggiare chi può e vuole creare ricchezza – è un Paese che non ha futuro. Anche se nella sua Costituzione c’è scritto che è un Paese fondato sul lavoro. Requiem per un sogno.

Continua a leggere

Sport

Siamo tutti con Jannik Sinner, il giovane tennista azzurro che vince e conforta

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Jannik Sinner, Tennis

Come i meno sapranno, si è appena conclusa la terza edizione delle Next Gen ATP Finals, il torneo tennistico che mette di fronte i migliori otto under 21 della stagione. La formula è la stessa del Masters dei “grandi” che si tiene a Londra, di cui improvvisamente si sono accorti anche i media perché, dopo oltre quattro decadi, vedrà di nuovo la partecipazione di un italiano – Matteo Berrettini. Il che, senza voler minimamente sminuire la bravura del 23enne romano, qualifica subito il panorama giornalistico nostrano che, salvo campanilismi, ignora bellamente il più importante evento tennistico mondiale dopo i quattro tornei dello Slam.

Tennis, fenomenologia di Berrettini, potenziale campione da non rovinare

Le Next Gen Finals si tengono a Milano, motivo per cui – a proposito di campanilismi – una wild card deve necessariamente andare a un azzurro. Nei due anni precedenti il fortunato è stato deciso attraverso un pre-torneo di qualificazione: per questa edizione la scelta è stata invece imposta dall’alto, ed è ricaduta su Jannik Sinner.

Grazie al cielo, potremmo aggiungere, perché il neo 18enne altoatesino, nell’ordine, è stato il primo atleta di casa a vincere un match alle Next Gen Finals; ha dominato un girone che vedeva la presenza del numero 2 del seeding, l’americano Frances Tiafoe; si è inerpicato fino alla finale dopo aver rimontato in semi il serbo Miomir Kecmanovic; e per buona misura ha alzato il trofeo della vittoria dopo aver schiantato la prima testa di serie e numero 18 al mondo, l’australiano Alex De Minaur (che già nell’annata scorsa aveva ceduto all’atto conclusivo, contro il greco Stefanos Tsitsipas), diventando così il più giovane vincitore nella – pur breve – storia delle Next Gen Finals e il più giovane italiano a vincere un torneo del circuito maggiore.

4-2 4-1 4-2 alla fine il punteggio a favore del ragazzo di San Candido – numeri decisamente insoliti per un incontro di tennis. In effetti, non è l’unica peculiarità delle Next Gen Finals che, oltre ai set da quattro games (con tie-break sul 3-3), prevede tra l’altro l’assenza dei giudici di linea (sostituiti da occhio di falco), la possibilità di comunicare col proprio allenatore (coaching), e il killer point sul 40-40 (anziché andare ai vantaggi, chi vince il punto successivo conquista anche il gioco).

Tecnicismi a parte, comunque, si può esultare per il trionfo del nostro alfiere anche perché segna un punto di partenza e riflette anche una grande, grandissima speranza. Sinner, infatti, è il talento più puro che l’Italtennis abbia prodotto da decenni, perla di un movimento in grande salute che può contare anche su giovani in rampa di lancio come Giulio Zeppieri (riserva delle Next Gen Finals dopo aver vinto il pre-torneo di qualificazione) e Lorenzo Musetti (campione degli Australian Open junior a soli 16 anni).

Il futuro, insomma, potrebbe essere roseo – e anche il presente non è poi così male. Berrettini sta infatti per esordire alle ATP Finals e, chiuso il sipario sulla competizione under 21, è a lui che spettano le luci della ribalta – e tutto il tifo di cui siamo capaci. Sapendo che, così come sarebbe stato per Jannik, anche per Matteo non conta il risultato, ma le emozioni che ci vengono regalate. E che rendono quelle di questi atleti, comunque vadano a finire, delle imprese da applausi.

*Foto dal profilo Instagram di Jannik Sinner

Continua a leggere

Politica

Duro scontro in Cdm, Di Maio ammette di non poter più controllare i gruppi parlamentari

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri il seguente profluvio di dichiarazioni e rumours inerenti il caso dell’ex Ilva di Taranto:

a) ArcelorMittal «va obbligata a restare a Taranto» (il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, che sarebbe anche il Ministro degli Esteri, cioè il capo della nostra diplomazia: e che, per giunta, non si è neanche inventato niente, visto che lo stesso concetto era già stato espresso, per di più in termini molto simili, dal segretario Pd Nicola Zingaretti).

b) «Nessun cedimento, lo scudo penale non deve ritornare. A Palazzo Madama siamo pronti a votare contro, costi quel che costi» (i senatori dissidenti del M5S che, secondo un retroscena de Il Messaggero, privilegeranno la linea del “muoia Sanson con tutti i Filistei”).

c) «Non controllo i gruppi parlamentari» (di nuovo il leader pentastellato che, come riportato ancora da Il Messaggero, lo avrebbe candidamente ammesso in Consiglio dei Ministri per far capire quanto sarebbe rischiosa per la sopravvivenza del BisConte la possibilità di ripristinare l’immunità per la multinazionale indiana).

d) «Quando si ha un ruolo pubblico bisogna essere al servizio dei cittadini» (sempre Giggino che, intervistato al Forum dell’ANSA, fa la morale al leader di Italia Viva Matteo Renzi. Lui).

e) «Serve un atto di responsabilità di tutte le forze politiche. Dalla mia all’ultima forza di opposizione. È una questione di interesse e di sovranità nazionale» (il Ministro dello Sviluppo economico, il grillino Stefano Patuanelli, nell’informativa alla Camera in cui ha implicitamente ammesso che, senza il soccorso del centro-destra, la maggioranza rosso-gialla non riuscirà mai a far approvare le misure necessarie a dissuadere ArcelorMittal dai suoi propositi di disimpegno).

f) «Perché la Lega di Salvini ha investito 300mila euro in obbligazioni di ArcelorMittal? Salvini, come al solito, piuttosto che rispondere preferisce scappare. Eppure, secondo diversi organi di stampa, il suo partito avrebbe investito soldi pubblici, cioè soldi di tutti i cittadini, non solo su obbligazioni ArcelorMittal, ma anche su alcune delle più famose banche e multinazionali mondiali» (i portavoce del Movimento 5 Stelle in Commissione Attività produttive alla Camera, dimostrando di aver compreso appieno la necessità di trovare sponde nell’opposizione per evitare il tracollo del Governo – e salvarsi la poltrona; oltretutto, i geni si beccheranno anche, assieme a Repubblica e Fatto Quotidiano, l’annunciata querela del Capitano, perché anche alle farneticazioni c’è un limite).

g) «Risolvete subito le crisi industriali», comprese le vertenze Alitalia e Whirlpool (il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, secondo indiscrezioni di stampa, avrebbe scelto i suoi toni soavi per far capire al bi-Premier Giuseppe Conte che perfino la sua pazienza sta finendo).

h) «Qui è in gioco il destino di Taranto, della Puglia e del Paese intero» (il Ministro dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, sbottando in Cdm dopo la decisione dell’ex Avvocato del popolo di schierarsi sulle posizioni del MoVimento).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo dall’uso di termini quali “ambulanza”, l’affermazione del leader dem Zingaretti secondo cui sull’Ilva non c’è nessun rischio crisi per il Governo.

Foto del Presidente Conte dal sito del Governo.

Continua a leggere

Politica

Commissione Segre, i rischi concreti per la libertà di espressione

Matteo Salvini minacciato esattamente come la senatrice Segre. Ma c’è chi fa distinguo, dimostrando di considerare alcuni “più uguali di altri”

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/salvini-contro-razzismo-no-bavagli-centrodestra-astiene-commissione-segre-135367/

Partiamo da due dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dal segretario del Carroccio Matteo Salvini. La prima: «Chi nega l’Olocausto nel 2019 va curato da un medico bravo, su questo non c’è alcun dubbio. Sul fatto di mettere nelle mani di una commissione partitica il giudizio di cosa sia o non sia razzismo mi si permetta qualche dubbio. A me fanno pena quelli che vanno in giro con la svastica o la falce e il martello». La seconda, la più recente: «Le minacce contro Segre, contro Salvini, contro chiunque sono gravissime. Anche io ne ricevo quotidianamente».

Queste affermazioni aiutano innanzitutto a sgombrare il campo da alcuni equivoci. A partire dalle farneticazioni “progressiste” sull’astensione del centro-destra a Palazzo Madama al momento dell’istituzione della “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza” voluta dalla senatrice a vita – e sopravvissuta ad Auschwitz – Liliana Segre. Ragli sinistri che legano la decisione a una fantomatica volontà, da parte delle forze sovraniste, di legittimare i fenomeni che la Commissione Segre intende contrastare.

Nient’altro che un’ignobile strumentalizzazione, come aveva già precisato il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi commentando il non voto dei senatori azzurri: «Da liberali siamo contrari all’eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l’istituzione di un nuovo reato di opinione».

Il problema, in realtà, è molto più sottile. E sta tutto nel fatto che, mentre è piuttosto ovvio cosa sia razzismo o antisemitismo, non viene invece definito con chiarezza cosa sia odio o violenza. «Sostenere che la famiglia è formata da un uomo e una donna è considerata un’espressione di odio rispetto ad altri tipi di famiglia? Dire che l’immigrazione illegale può mettere a repentaglio la nostra civiltà è odio?» si era per esempio chiesto il capogruppo leghista in Senato, Massimiliano Romeo. E chissà se Michele Serra che su Repubblica gronda disprezzo per chi va a Messa la domenica (soprattutto per chi lo fa a Verona) «è hate speech intellettualmente squadrista o solo free speech politicamente corretto», si è invece domandato Il Sussidiario.

La vera questione, dunque, è la discrezionalità concessa a quelli che molto probabilmente saranno censori monodirezionali, servi del politicamente corretto che vorrebbe tutti omologati e assoggettati a un pensiero unico. Se infatti il popolo non vota come piace alla gente che piace, silenziare le opinioni avverse potrebbe essere il modo più rapido ed efficace per riguadagnare i consensi perduti.

E attenzione ché questa strategia sta già muovendo i primi passi. Lo ha dimostrato, per esempio, Open, il giornale online di Enrico Mentana tanto apprezzato dai radical chic: che, riprendendo le succitate parole del Capitano, ha sì affermato che un atto di ostilità va sempre condannato, ma al contempo ha pateticamente cercato di distinguere tra minaccia e minaccia.

L’ex Ministro dell’Interno, è l’argomentazione, «è un leader politico dichiaratamente divisivo, che fa dell’attivismo social una sua cifra distintiva, e aggressiva verso gli obiettivi che sceglie. Indica ai suoi follower cattive pratiche, comportamenti delinquenziali o censurabili di singoli o di gruppi di appartenenti a etnie o culture diverse da quella di riferimento, italiana e cristiana. Inoltre martella gli avversari politici con diversi piani critici, dal sarcasmo alla sferzata dura. È inevitabile che tutto questo generi reazioni specularmente ostili».

Gioco, partita, incontro. Poche righe per esprimere appieno la pericolosità di una commissione che potrebbe trasformarsi nel braccio armato di un orwelliano Ministero della Verità che deciderà chi ha il diritto di dire cosa secondo la propria sensibilità politica. Senza, oltretutto, che nessuno l’abbia eletta a depositaria del vero, senza che nessuno le abbia conferito un mandato che si è autoattribuito in spregio a valori e umori dei cittadini.

Si badi che niente di tutto ciò è imputabile a una donna illustre e ammirevole come Liliana Segre, cui va tutta la nostra solidarietà per gli spregevoli attacchi ricevuti via Web che hanno convinto il Prefetto di Milano Renato Saccone della necessità di concederle una scorta: e per i quali anche Salvini le ha espresso affetto e vicinanza.

Il punto è proprio questo: non c’è nessunissima differenza, checché ne dicano i ragazzotti di Mentana, tra due atti ostili. A meno di non realizzare la profezia enunciata da George Orwell ne “La fattoria degli animali“: e ammettere una volta per tutte che, per i paladini dell’uguaglianza, ci sono alcuni che sono più uguali di altri.

Continua a leggere

Ambiente

Ambiente, tutti i danni della sbornia da gretinismo

Il disimpegno di ArcelorMittal è solo l’ultima goccia. Il Governo certifica che la Plastic Tax serve solo a fare cassa, e Macron vuole sprecare 100 miliardi l’anno per una teoria senza basi scientifiche

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito dell'Huffington Post

Cento miliardi di dollari l’anno entro il 2025 per combattere i cambiamenti climatici. È la richiesta che il Presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno rivolto da Pechino ai Paesi sviluppati: i quali dovrebbero ringraziare che l’atavica grandeur di Monsieur le Président non lo abbia spinto, farneticazione per farneticazione, a chiedere una cifra ancora più alta – tanto è facile spendere i soldi degli altri.

Sul perché si tratti una lotta contro i mulini a vento abbiamo già argomentato a sufficienza, quindi non ci ripeteremo: se non per sottolineare che il clima non è mai statico e immutabile, e che da un punto di vista semantico bisognerebbe almeno parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica” – dizione che però manderebbe all’aria il castello di carta, visto che l’uomo ha sul clima un impatto minimo.

Dev’essere comunque l’aria dell’Estremo Oriente. In fondo, erano passati solo due giorni da quando il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, parlando a Shangai della Plastic Tax, aveva commentato che «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni». Consideriamo pure un peccato veniale il fatto che la citazione (di James Freeman Clarke) fosse in realtà leggermente diversa, e stendiamo un velo pietoso sulla sua patetica rodomontata.

Ciò che invece appare interessante è la consapevolezza del Giggino versione cinese che l’imposta verde farà perdere (altri) voti agli azionisti di maggioranza del BisConte. Il che, intendiamoci, vale praticamente per ogni balzello, ma nel caso specifico è sintomatico di una forma mentis per cui i sacrifici verdi vanno bene, purché siano altri a farli. Se poi questo indichi un certo atteggiamento machiavellico o una riluttanza di fondo a far propri i vaneggiamenti pseudo-ambientalisti a reti unificate lo scopriremo solo vivendo.

Intanto però si può già affermare che il leader M5S non è nemmeno troppo fortunato: è stato infatti lo stesso Governo di cui fa parte, attraverso una relazione tecnica depositata al Senato e allegata al testo della Manovra, a certificare l’inutilità di una misura che serve praticamente solo a fare cassa, ma avrà effetti essenzialmente nulli sulla tutela dell’ambiente (cosa che, detto per inciso, vale anche per la Sugar Tax). Tanto è vero che l’esecutivo rosso-giallo sta pensando anche a un incentivo che spinga gli industriali della plastica a riconvertire i propri impianti in fabbriche di prodotti biodegradabili e compostabili.

Il problema di fondo resta comunque la sbornia (globale e globalizzata) di una teoria senza nessuna base scientifica – perché di questo si tratta: tanto più nefasta e deleteria in quanto non si fa scrupolo di gettare al vento risorse che potrebbero invece essere utilizzate per favorire lo sviluppo di popoli e Nazioni.

Se poi la genuflessione al gretinismo imperante si accompagna alla brevimiranza della politica e alla visione puramente ideologica di certa magistratura, abbiamo il non plus ultra: tipo il caso, gravissimo, dell’ex Ilva di Taranto, dove la somma di queste tre calamità artificiali ha portato all’annunciato disimpegno di ArcelorMittal, che era pronta a un investimento da 4,2 miliardi.

Il recesso del contratto, secondo la multinazionale dell’acciaio, è giustificato dalla rimozione dello scudo penale sul piano ambientale, dal rischio che i giudici pugliesi impongano lo spegnimento dell’altoforno 2 (e a seguire anche degli altiforni 1 e 4, cui sarebbero precauzionalmente applicabili le stesse prescrizioni), e dal clima di ostilità dovuto «alle molteplici iniziative e dichiarazioni da parte di istituzioni e amministrazioni nazionali e locali contrarie alla realizzazione del piano industriale e del piano ambientale».

Tipo, per dirne una, la grillina Barbara Lezzi, ex Ministro per il Sud e prima firmataria dell’emendamento anti-immunità: provvedimento che, secondo alcuni, ha fornito ai proprietari indiani un pretesto per un ritiro pianificato da tempo.

Il Governo «deve togliere ogni alibi ad ArcelorMittal» ha dichiarato per esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini, aggiungendo però che «non si può imputare ad ArcelorMittal cose che possono riguardare chi ha gestito l’azienda prima di lei» (e per esserci arrivato perfino Landini…).

Il più duro però è stato Carlo Calenda, che ha rimarcato come l’Italia rischi di perdere la più grande acciaieria europea, il più grande impianto del Mezzogiorno, il più grande investitore da 40 anni a questa parte. «Questi sono un branco di dilettanti allo sbaraglio» ha tuonato l’ex Ministro dello Sviluppo economico. E il problema è che ha perfettamente ragione.

In psicologia esiste una tesi paradossale, chiamata “Principio di Peter” dal nome del suo enunciatore, che in sostanza postula che, in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Tuttavia, parecchi esponenti del Conte-bis e praticamente tutti i Cinque Stelle stanno a dimostrare che Laurence J. Peter si sbagliava: superare questo limite è possibile. Ma con le conseguenze che tutti abbiamo oggi di fronte. E con tanti saluti alla capacità, alla logica e al buonsenso, improvvisamente divenuti – questi sì – biodegradabili.

Continua a leggere

Tutti gli articoli

Alzheimer, nel DNA di una donna colombiana una variante genetica che contrasta la malattia

Un team di Boston scopre un gene mutato che ha rallentato l’insorgenza dei sintomi per trent’anni. E in Cina viene commercializzato un nuovo farmaco

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Le cellule nervose e le placche tipiche della malattia di Alzheimer (fonte: National Institute on Aging, NIH, Flickr)

Potrebbe essere una scoperta importantissima quella appena annunciata da un team di ricercatori del Massachusetts General Hospital di Boston attraverso un articolo pubblicato su Nature. Sembra infatti che sia stata individuata una mutazione genetica in grado di offrire una protezione contro il morbo di Alzheimer.

La variante fortunata si chiama APOE3ch, ed è stata isolata nel DNA di una 70enne colombiana che faceva parte di un gruppo di 6.000 connazionali ad alto rischio di sviluppo precoce della patologia: nella terra dedicata a Cristoforo Colombo, infatti, è molto comune una particolare alterazione ereditaria che porta all’insorgenza dei primi sintomi già intorno ai 40 anni. La donna in questione, però, pur avendo tale predisposizione, non ha manifestato alcun sintomo per ben un trentennio.

Gli specialisti americani hanno perciò intuito l’esistenza di un qualche fattore di protezione, che è stato identificato con il rarissimo mutamento genetico sopracitato – che, curiosamente, gli addetti ai lavori chiamano anche Christchurch (letteralmente, “Chiesa di Cristo”), dal nome della località neozelandese in cui era stato originariamente scoperto. Le due copie presenti nel DNA della donna hanno funto da “scudo biologico”, difendendo il cervello dai processi neurodegenerativi tipici della malattia.

Si tratta di processi che portano alla distruzione dei neuroni (le principali cellule encefaliche), e vengono innescati dalla produzione anomala di due tipi di proteine: la β-amiloide, che forma delle placche che vanno a “soffocare” le connessioni tra i neuroni (le “autostrade” che veicolano i messaggi all’interno del cervello), impedendo di fatto qualsiasi forma di comunicazione e conducendo progressivamente alla morte cellulare; e la tau, che invece si accumula dentro i neuroni, formando dei grovigli (gli “ammassi neurofibrillari”) che in sostanza distruggono le cellule dall’interno – come dei kamikaze.

Il gene mutato va ad agire proprio contro questi agglomerati, frenando la malattia anche in presenza di depositi considerevoli di placche amiloidi: il che, en passant, implica che l’impatto maggiore – e peggiore – sulla comparsa dei sintomi e sul decorso della patologia ce l’hanno proprio gli ammassi neurofibrillari.

Peraltro, questo ragguardevole risultato si va ad aggiungere alla commercializzazione, autorizzata in Cina, di un farmaco estratto da un’alga bruna che, agendo su un particolare batterio intestinale, sembra indurre «un miglioramento cognitivo solido e coerente» in pazienti con Alzheimer lieve e moderato. D’altra parte, lo studio statunitense «apre le porte a nuovi trattamenti che, piuttosto che agire sulla causa stessa della malattia, conferiscano resistenza alla demenza» come ha dichiarato Yakeel Quiroz, uno dei principali autori della ricerca.

Fa specie pensare che, in qualche modo, tutto questo fosse stato profetizzato da un genio della musica come Franco Battiato, che già nel 1971 cantava: «Cambieranno le mie cellule / E il mio corpo vita nuova avrà / Le molecole che ho guaste / Colpa dell’ereditarietà».

Il futuro è oggi. E, anche se certamente è ancora presto per cantare vittoria, si può però esultare per il balzo da gigante dell’umanità nella lotta contro quella che è stata definita “la malattia del secolo”.

Continua a leggere

Cronaca

“Mafia Radicale”, arrestato membro del Comitato nazionale del partito della Bonino

Antonello Nicosia sfruttava i ruoli in politica per fare da tramite tra boss al 41 bis e cosche. Chiamava Messina Denaro “Primo Ministro” e insultava Falcone: “sua morte un incidente sul lavoro”

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto tratta dal sito di AgenPress

Definiva la morte di Giovanni Falcone nella Strage di Capaci «un incidente sul lavoro», e chiamava la primula rossa Matteo Messina Denaro «il nostro Primo Ministro». Antonello Nicosia, 48enne assistente parlamentare e membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani, è tra i cinque arrestati nell’ambito dell’operazione “Passepartout”, condotta dai militari della Guardia di Finanza di Palermo e Sciacca, dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Agrigento. Tutti i fermati, tra i quali spicca il presunto capomafia saccense Accursio Dimino, sono accusati di associazione mafiosa e/o favoreggiamento.

In particolare, l’esponente del partito che fu di Marco Pannella avrebbe, secondo i Pm della Dda di Palermo, approfittato di alcune ispezioni nelle carceri siciliane per portare all’esterno messaggi e ordini di boss in cella – alcuni dei quali sottoposti a 41 bis. Visite che gli erano concesse in virtù dei suoi ruoli di assistente parlamentare, conduttore del programma televisivo e via web “Mezz’ora d’aria” e direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti – il che ora suona vagamente ironico, come un anticipo sulla legge del contrappasso o un perverso conflitto d’interessi.

Non solo: per la Procura di Palermo Nicosia sfruttava l’appartenenza politica anche per cercare di far alleggerire il regime di 41 bis e far chiudere determinati istituti penitenziari.

Agghiaccianti le intercettazioni in cui scherniva e insultava il giudice assassinato da Cosa Nostra nel 1992. «All’aeroporto» di Palermo, diceva, «bisogna cambiare il nome. Non va bene Falcone e Borsellino». E su Facebook si lamentava delle troppe scuole intitolate ai due martiri civili, proponendo di dedicare piuttosto alcuni istituti al Mago Zurlì e alla fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, Mariele Ventre.

Dichiarazioni gravissime e vergognose secondo l’attuale deputata di Italia Viva (ex LeU) Pina Occhionero, che lo aveva avuto come collaboratore per quattro mesi, prima di rendersi conto che Nicosia aveva falsificato il proprio curriculum, oltre a millantare studi sui diritti umani dei detenuti.

L’onorevole è completamente estranea alla vicenda, anche se l’house organ ufficioso del M5S ha malignamente costruito il titolo del suo pezzo online in modo da far pensare che vi fosse del non detto. Altrettanto malignamente, forse il partitino della Bonino non è così “pericoloso” né ostile come la formazione di Matteo Renzi. O magari, restando su un piano giornalistico, è solo che si pensa tiri più la cara vecchia “Mafia Capitale” di questa nuova, sconcertante (e meno utile) “Mafia Radicale“.

Continua a leggere

Sport

Tennis, Berrettini al Masters, ora allontanate le telecamere

Troppi potenziali campioni sono stati rovinati da distrazioni mediatiche. Ma la speranza è che l’impresa del 23enne romano non sia che un punto di partenza

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://www.ubitennis.com/blog/2019/11/01/speedy-berrettini-irrompe-nella-storia-del-tennis-italiano/

Passata la sbornia dei media che si accorgono di certi sport solo se emergono motivi campanilistici, è venuto il momento di decantare le lodi di Matteo Berrettini. Un nome che fino a qualche settimana fa poteva infiammare al massimo i cuori degli addetti ai lavori e degli appassionati, ma che si è prepotentemente preso le luci della ribalta nel momento in cui ha ottenuto un risultato che finora era stato conseguito solo da altri due tennisti italiani – anche se sarebbe più corretto parlare di mostri sacri: Adriano Panatta, nel 1975, e Corrado Barazzutti, nel 1978.

Si tratta della partecipazione al Masters di fine anno – o, per essere più precisi, alle ATP Finals -, il torneo più importante della stagione dopo le quattro prove del Grande Slam, che attualmente si disputa a Londra (ma dal 2021 si giocherà a Torino) ed è riservato ai primi otto atleti delle classifiche mondiali. Quest’anno, degli otto Maestri farà parte anche il 23enne romano, che in stagione vanta tra l’altro la semifinale agli U.S. Open: il che, en passant, la dice lunga sulla competenza di certuni, visto che il risultato di Flushing Meadows è decisamente più prestigioso del pur importante traguardo appena raggiunto.

Traguardo che, si badi, non è un exploit isolato (tipo, per capirci, la semifinale di Marco Cecchinato al Roland Garros 2018), bensì il culmine di un percorso di crescita che – si spera – potrà regalare altre soddisfazioni all’Italia intera: che peraltro può contare, per il futuro, su un vivaio tennistico che forse non è mai stato così florido.

Se infatti in rampa di lancio ci sono Giulio Zeppieri e Lorenzo Musetti (quest’anno campione agli Australian Open Juniores a soli 16 anni), il grande salto lo sta già compiendo Jannik Sinner, il più giovane italiano della storia a essere entrato in Top 100 e ad aver vinto un torneo Challenger, e uno degli undici tennisti al mondo ad averne vinti almeno due prima di compiere i 18 anni: come un certo Rafael Nadal e più del GOAT (Greatest Of All Time) Roger Federer, mentre a quota tre ci sono Novak Djokovic, Juan Martín Del Potro e l’altro giovanissimo Félix Auger-Aliassime – cinque titoli li ha invece in bacheca il recordman Richard Gasquet.

Il nostro movimento tennistico scoppia quindi di salute (finalmente), e la speranza è che non sia l’improvvisa attenzione mediatica a rovinare le carriere dei potenziali campioni sopracitati. Abbiamo infatti fin troppi esempi di atleti che hanno gettato alle ortiche il proprio talento, sacrificandolo sull’altare della televisione e della facile – ma effimera – popolarità: tipo, nella scherma, Aldo Montano che, pur essendo stato Campione olimpico, mondiale ed europeo nella sciabola, avrebbe potuto vincere molto di più senza le distrazioni del piccolo schermo.

Guarda caso, proprio Berrettini, il giorno dopo la matematica qualificazione al Masters (arrivata grazie alla sconfitta del rivale Gaël Monfils nei quarti di finale a Parigi-Bercy), è stato puntualmente raggiunto dalle telecamere di RaiSport.

«Non potevo mai immaginare di arrivare a Londra» ha confessato l’azzurro, «poi sono successe un po’ di cose pazzesche e mi sono catapultato in questa situazione. Ho provato con tutte le mie forze a raggiungere l’obiettivo delle Finals e ora sono qui a vivere il mio sogno».

Realismo, quindi, ma anche consapevolezza dei propri mezzi e tanta voglia di non recitare un ruolo di semplice comparsa. Difficile, perché probabilmente è ancora troppo eccessivo il divario con dei grandissimi come l’attuale numero uno al mondo Nadal, il suo immediato predecessore Djokovic, e Sua Maestà Federer; ma anche con il campione uscente Alexander Zverev, con Daniil Medvedev (il giocatore che vanta più vittorie nel 2019), con Stefanos Tsitsipas (il più giovane tra i primi dieci al mondo) e con Dominic Thiem, che poco più di una settimana fa ha battuto proprio l’azzurro nel torneo casalingo di Vienna.

In ogni caso, a prescindere dall’esito del Masters quella di Berrettini resta senza dubbio un’impresa, e forse non è un caso che Panatta (ultimo tennista italico a vincere un Major, nel 1976 a Parigi) lo abbia indicato come proprio erede. «Se recupera energie prima di Londra, stacca con il tennis per un paio di giorni e si presenta a Londra senza nulla pretendere, farà bella figura» ha profetizzato il mitico Adriano.

Intanto Berrettini ha già raggiunto l’ottava posizione in classifica, suo best ranking, nell’anno in cui anche Fabio Fognini, grazie soprattutto al trionfo nel Master 1000 di Montecarlo, ha sfondato il muro della Top 10. Sono il terzo e il quarto italiano della storia a riuscirci, e quella di Berrettini è la terza miglior posizione per un tennista italiano (sempre dietro Panatta e Barazzutti) da quando, nel 1973, venne introdotto l’attuale sistema computerizzato.

La speranza è che si tratti di un punto di partenza, e non di arrivo. E allora ci sarà da divertirsi. Per il momento, semplicemente, forza Matteo!

Continua a leggere

Sport

Spettacolo all’Olimpico, la Roma batte il Napoli 2-1

Bellissimo il Derby del Sud, che regala anche due rigori, tre legni e un espulso. Zaniolo e Veretout decisivi, al Napoli non basta Milik

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Foto presa dal sito dell'AS Roma

Dopo oltre tre anni e mezzo, la Roma è tornata a espugnare l’Olimpico contro il Napoli. Può sembrare paradossale, ma i partenopei venivano da tre vittorie consecutive in casa dei giallorossi, il cui ruolino di marcia nei Derby del Sud è nettamente migliore al San Paolo. Le statistiche, che comunque contano fino a un certo punto, sono state ribaltate al termine di un match spettacolare, che i capitolini hanno dominato per larghi tratti ma che per ben due volte hanno rischiato di vedersi sfuggire di mano.

Fonseca, anche a causa dell’emergenza infortuni, sceglie ancora Mancini centrale di centrocampo e Pastore trequartista, mentre il posto dello squalificato Fazio viene preso dal giovane Çetin. Azzurri con Ancelotti in panchina – non però Carlo, la cui squalifica era stata confermata dalla Corte d’Appello Federale, bensì il figlio e vice-allenatore Davide, che ripropone l’ex Manolas a fianco dell’intoccabile Koulibaly e sostituisce l’infortunato Allan con Zielinski.

I partenopei, troppo timidi in avvio, vengono puniti al 19’ da un sempre più decisivo Nicolò Zaniolo, al quarto gol consecutivo (Europa League compresa), a segno stavolta con un missile mancino sotto la traversa. Il Napoli accusa il colpo, e i padroni di casa rischiano di dilagare con una rasoiata di Kolarov deviata in angolo da Meret e, soprattutto, grazie a un rigore concesso con l’ausilio del Var per un fallo di mano di Callejon: dal dischetto va lo stesso terzino serbo, ma il portiere ex Spal si supera ipnotizzandolo al 26’.

Potrebbe essere uno sliding door, con la Roma che subisce il contraccolpo psicologico e gli Azzurri che prendono coraggio: Di Lorenzo vede il suo colpo di testa a botta sicura salvato sulla linea da Smalling, mentre Milik e Zielinski colpiscono traversa e palo nella stessa azione al 41’. La Maggica però tiene botta, e arriva in vantaggio a un intervallo che serve soprattutto a resettare la seconda parte della prima frazione di gioco.

Nel secondo tempo è tutta un’altra musica, o meglio l’orchestra riprende a suonare come a inizio partita. Al 55’ l’arbitro Rocchi assegna un secondo rigore ai giallorossi per un fallo di mano nettissimo di Mario Rui su cross di un rinato Pastore: stavolta dagli undici metri si presenta Jordan Veretout che non sbaglia – anche se Meret aveva intuito nuovamente.

Il raddoppio mette le ali ai piedi dei capitolini, che al 59’ colpiscono una clamorosa traversa con Kluivert al termine di un’azione da manuale del calcio, molto simile a quella che a Udine aveva portato al gol lo stesso olandese.

I partenopei non riescono a scuotersi, ma al 68’ Rocchi diventa protagonista inventandosi la sospensione dell’incontro per presunti cori di discriminazione territoriale. La pausa, di circa due minuti, spezza il ritmo ai giallorossi e, al 72’, Arkadiusz Milik approfitta di un bello spunto del neo-entrato Lozano e di una fatale indecisione di Çetin per battere Pau Lopez e riaprire la partita.

Diventa quindi più questione di nervi, anche se non mancano le occasioni. Džeko segna su azione d’angolo, ma la rete viene annullata per un fuorigioco evidente. Dall’altra parte, è Zielinski a spaventare il pubblico di casa con un destro largo di un soffio.

Per le emozioni più forti, però, bisogna aspettare la fine dei 6 minuti di recupero. Çetin commette un’altra grave ingenuità, atterrando Llorente al limite dell’area di rigore: rosso diretto per il turco e occasione d’oro per Milik, il cui calcio di punizione viene però deviato dalla foltissima barriera.

È l’ultimo brivido, il triplice fischio di Rocchi fa esplodere l’Olimpico e dà il via alla festa della Roma, provvisoriamente terza in attesa che scenda in campo l’Atalanta. Per il Napoli un altro passo falso che dovrà essere assorbito in fretta: martedì c’è infatti il Salisburgo in Champions League, e una vittoria potrebbe risultare decisiva per il passaggio del turno.

I giallorossi sono invece attesi dalla trasferta tedesca di EL contro il Borussia Mönchengladbach, con l’obiettivo riscatto dopo la beffa dell’andata, in cui i teutonici hanno pareggiato grazie a un rigore inesistente. La classifica europea è meno brillante, ma l’umore dei capitolini è altissimo dopo la terza vittoria consecutiva in campionato.

A tutte le nostre portacolori, un sincero in bocca al lupo per la tre-giorni continentale!

Continua a leggere

Politica

Commissione Segre, ecco perché istituirla è stato un errore

Non è in discussione la buona fede della senatrice a vita: ma il gruppo anti-odio, più che combattere l’antisemitismo, minaccia di applicare una censura a senso unico

Mirko Ciminiello

Pubblicato

il

Photo credit: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/salvini-contro-razzismo-no-bavagli-centrodestra-astiene-commissione-segre-135367/

«Alla senatrice Segre […] va tutta la nostra solidarietà. Chi attacca una donna che da ragazza ha vissuto il dramma della deportazione in un campo di concentramento non soltanto è un vigliacco ma è anche un idiota».

In un momento in cui infuria la polemica sull’astensione del centro-destra nel voto che ha istituito la “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza”, appaiono significative le parole del senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari: che, sgombrando il campo da equivoci e illazioni, ha chiarito come l’opposizione alla mozione della senatrice a vita Liliana Segre riguardasse il modo in cui la proposta è stata declinata, non la proposta in sé come insinuato, per esempio, dall’Anpi (un ente di cui sfugge l’utilità, visto che di veri partigiani, per motivi meramente anagrafici, ne dovrebbero essere rimasti ben pochi).

In effetti, la Commissione in questione, come denunciato dallo stesso Fazzolari, «non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica». Precisiamo che da nessuno è stata messa in discussione la buona fede dell’eroina sopravvissuta agli orrori di Auschwitz. Tuttavia, alcuni passaggi del testo sono stati formulati in maniera tanto ambigua da poter essere facilmente usati come una clava per colpire bersagli ben precisi.

Se, per esempio, il partito di Giorgia Meloni, così come Forza Italia, ha puntato il dito contro il “contrasto ai nazionalismi”, è stato il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo a evocare rischi tutt’altro che peregrini: «sostenere che la famiglia è formata da un uomo e una donna è considerata un’espressione di odio rispetto ad altri tipi di famiglia? Dire che l’immigrazione illegale può mettere a repentaglio la nostra civiltà è odio?»

Va sottolineato che si tratta della stessa impostazione della legge contro l’omotransfobia (attualmente in discussione in Commissione Giustizia della Camera) che, col pretesto di combattere le discriminazioni, potrebbe sanzionare anche penalmente chi, per esempio, ritenesse che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà. Solo per rimarcare che sbagliare sarà anche umano, ma perseverare è diabolico.

Sono infatti i veri crimini di odio che vanno perseguiti, il bullismo, la sopraffazione. la violenza: anche, e forse soprattutto, sul Web – che del resto si è recentemente reso protagonista di una pagina vergognosa proprio contro Liliana Segre. E non va nella giusta direzione l’esclusione, nella mozione di Palazzo Madama, di ogni riferimento all’integralismo islamico, che oggi rappresenta il principale veicolo dell’antisemitismo (in Francia, per esempio, sono migliaia gli ebrei fuggiti per il concreto timore di aggressioni da parte dei musulmani radicali).

L’impressione, alla fine, è che siamo di fronte al solito vizietto di una certa parte politica prona a un’ideologia che si vorrebbe fare pensiero unico. Fazione che però, essendo lontana anni luce dagli umori e dai sentimenti degli elettori, non trova di meglio che inventare degli “psicoreati” volti a silenziare le opinioni scomode.

Non a caso, ancora FdI ha tuonato contro «l’istituzione di una struttura liberticida che avrà il potere di stabilire chi ha il diritto di dire cosa e di chiedere la censura in Rete delle idee non gradite», per capirci una sorta di orwelliano Ministero della Verità: verità che, en passant, non si capisce perché dovrebbe essere appannaggio di una forza politica che, ostinandosi a pontificare dal piedistallo su cui si è autoinnalzata, finge di ignorare che le istanze di cui è portatrice sono largamente minoritarie nel Paese (le ultime tornate elettorali stanno tutte lì a dimostrarlo).

Peraltro, anche se così non fosse, le opinioni, per il fatto stesso di essere tali, non sono sindacabili né possono essere soggette ad alcun bavaglio, pena l’annichilimento di uno dei cardini della civiltà occidentale – la libertà di pensiero e di espressione.

Spiace, quindi, vedere una figura illustre e rinomata come la senatrice Segre strumentalizzata per squallidi fini antidemocratici. E torna in mente l’iconica frase pronunciata in Star Wars – Episodio III da Padmé Amidala (l’attrice israelo-americana Natalie Portman): «È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi».

La via dell’inferno, com’è noto, è lastricata di buone intenzioni. E 1984 potrebbe essere più vicino di quanto tutti pensiamo.

Continua a leggere

Primo Piano