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Sea Watch, Salvini: sospeso trattato di Schengen

Continua la vicenda Sea Watch, e Salvini minaccia di ignorare il trattato di Shengen nei confronti dei migranti coinvolti.

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qui sea salvini

Arriva puntuale la risposta di Matteo Salvini riguardo alla vicenda Sea Watch, in cui il capitano Carola Rackete ha ignorato il blocco navale per portare in salvo i 42 migranti a bordo della sua nave.

Salvini afferma di voler procedere all'”identificazione di polizia”, senza poi inserire però i dati delle persone sbarcate all’interno del sistema Schengen, lasciando quindi queste persone libere di circolare e andare a chiedere asilo dall’altra parte.

La provocazione è chiara, e sancisce che l’Italia non sarà più un paese di “primo ingresso”.

Il trattato di Schengen infatti dispone che chi arriva in Italia via mare o via terra, venga identificato, fotosegnalato, gli vengano prese le impronte digitali e tutti i dati inseriti poi in un sistema accessibile a tutti i paesi membri dell’UE.

Infrangendo queste disposizioni, come minacciato da Salvini, i migranti sarebbero liberi di circolare senza controllo, andando contro anche al trattato di Dublino, che impone al paese d’arrivo di occuparsi del migrante fino a che non sia completata la procedura d’asilo.

In aggiunta a ciò, un’ulteriore infrazione viene minacciata riguardo il fronte del Friuli Venezia-Giulia, dove Matteo Salvini dice di voler alzare una frontiera con la Slovenia, per impedire anche le infiltrazioni terrestri.

Una minaccia più utopica, visto il confine lungo 230 chilometri, ma che comunque con la collaborazione della polizia slovena potrebbe causare non pochi problemi.

L’Italia era già stata sotto accusa si fronte a Bruxelles per l’identificazione non conforme a Schengen di alcuni migranti, ma in questo caso il rifiuto sarebbe visto come una vera e propria sfida nei confronti degli altri stati.

Politica

Processo Salvini, dal Pd dopo il danno anche la beffa

I dem disertano il voto in Giunta per le immunità, terrorizzati dai contraccolpi sulle Regionali in Emilia-Romagna. Ma per Zingaretti è il Capitano che “fa uso politico della giustizia”

Mirko Ciminiello

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La nave Gregoretti. Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti e le seguenti dichiarazioni inerenti la sconcertante pantomima inscenata nella Giunta per le immunità di Palazzo Madama, che sul caso Gregoretti ha avallato il processo contro il leader leghista Matteo Salvini con i soli voti favorevoli dei senatori del Carroccio – e l’assenza dei membri della maggioranza rosso-gialla:

a) «È arrivata la richiesta della maggioranza: rinviare la data del voto. Non più il 20 gennaio. L’obiettivo è far scattare la decisione della giunta solo dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria» (Repubblica, 9 gennaio).

b) «La maggioranza non vuole quel voto il 20 gennaio, a sei giorni dalle elezioni regionali […] Il leader leghista sognava di immolarsi e costruirci il rush finale della campagna: da vittima della giustizia sacrificato sull’altare della difesa dei confini» (Repubblica, 9 gennaio).

c) «Se non è un processo politico, perché la maggioranza vuole rinviare il voto a dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna? Cosa c’entrano? Lo sanno benissimo che il popolo sta con lui e potrebbe indispettirsi per un voto contro Salvini» (il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, 16 gennaio).

d) Il Capitano «vuole soltanto apparire e gioca a fare l’eroe: o l’eroe mandato a processo dalla sinistra o addirittura dai suoi colleghi della Lega» (il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, 20 gennaio).

e) «Ho scoperto che quelli del Pd aspettavano di darmi del delinquente dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Troppo comodi» (Matteo Salvini, 20 gennaio).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Trattamento Sanitario Obbligatorio”, la seguente amenità del segretario dem Nicola Zingaretti: «Salvini ancora una volta fa uso politico della giustizia».

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Cultura

Report stampa, ecco perché Avvenire è l’unico giornale che non sente la crisi

Continua il calo delle vendite per tutti i quotidiani, tranne per quello della CEI: il che è paradossale, se si pensa alle chiese sempre più vuote e al crollo dell’8×1000

Mirko Ciminiello

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La crisi della carta stampata appare ormai irreversibile. Sembra una frase fatta, e probabilmente almeno in parte lo è – ma solo e proprio perché i dati appena diffusi da ADS sulla diffusione dei quotidiani (ovvero le copie, cartacee e digitali, messe in circolazione, che comprendono le vendite in edicola, gli abbonamenti e le distribuzioni gratuite) sono impietosi, e il trend è lo stesso ormai da tempo.

Nello specifico, è impressionante vedere come, in appena sei anni, le copie dei tre quotidiani più letti in Italia (Corriere della Sera, La Repubblica e Il Sole 24 Ore) siano pressoché dimezzate. Ma il calo, in misura più o meno accentuata, è endemico, se si pensa che riguarda praticamente tutti i giornali che superano le 10.000 copie – con una sola eccezione: Avvenire, cresciuto dell’11,49%.

In effetti, se sulla crisi dell’editoria sono stati versati fiumi d’inchiostro e di parole, sarebbe interessante capire le ragioni di quest’unico dato in controtendenza. Perché, se il tracollo delle vendite si può in ultima analisi ricondurre all’avvento dell’era digitale (tanto è vero che i quotidiani digitali sono praticamente tutti in crescita), neppure il giornale della CEI dovrebbe dormire sonni tranquilli.

Internet ha cambiato la modalità di fruizione delle notizie, per cui ormai ci si informa sempre più online in tempo reale, mentre i giornali cartacei si sono ri-specializzati nel commento ai fatti del giorno. Al tempo stesso, la carta stampata gode di uno scarso appeal presso il pubblico giovanile. Due difficoltà di cui anche il quotidiano diretto da Marco Tarquinio non può non risentire.

È vero che Avvenire riceve dei cospicui contributi pubblici, che certamente permettono investimenti maggiori in termini di comunicazione, promozione, distribuzione e innovazione del prodotto-giornale. Ma quest’unica spiegazione non può bastare, se si pensa che, per esempio, nel 2018 il quotidiano maggiormente finanziato dallo Stato era il Dolomiten, che nel report ADS risulta in calo del 15,65%.

Tra l’altro, conta indiscutibilmente la tradizione dell’acquisto e degli abbonamenti da parte della rete di istituzioni e luoghi ecclesiastici, così come c’è indubbiamente un “effetto Papa Francesco”: ma, forse, non nel senso che si potrebbe pensare.

In effetti, la svolta nella linea editoriale del quotidiano della CEI ha verosimilmente attirato dei lettori sensibili alle tematiche della solidarietà e alle novelle posizioni aperturiste sull’immigrazione: ambiti che neppure i giornali progressisti trattano in maniera altrettanto pervasiva e sistemica, legandole piuttosto alla polemica politica del momento.

Da questo punto di vista, bisogna riconoscere ad Avvenire il coraggio e la coerenza nell’andare contro il comune sentire della maggioranza degli Italiani che, come dimostrato da tutte le ultime elezioni e dai sondaggi anche recenti, sulle questioni succitate sono orientati in maniera decisamente diversa. E vale forse la pena ricordare che, nel 2006, l’endorsement del Corsera allora diretto da Paolo Mieli in favore di Romano Prodi risultò, in pochi giorni, in un ribasso di circa il 20% delle vendite del quotidiano di via Solferino. Tarquinio, invece, almeno in apparenza non ha di questi problemi.

L’aspetto curioso è che a questo successo più unico che raro nel panorama mediatico italiano fanno da contraltare le chiese sempre più vuote e il record negativo dell’8×1000 (in sette anni sono andati persi due milioni di contribuenti). Un dato che però, in fondo non sorprende neanche più di tanto: basta infatti considerarlo l’equivalente “religioso” del motto nenniano “piazze piene, urne vuote”. Contenti i Vescovi, contenti tutti.

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Politica

Roma, lo strano senso delle priorità del sindaco Raggi

All’atavica inefficienza di Ama e Atac si sono aggiunti lo smog e i guai giudiziari. Ma il primo cittadino pensa a pedonalizzare lo stradone di San Giovanni

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti il buongoverno di Roma operato dalla giunta grillina guidata da Virginia Raggi:

a) «Roma Lido: treni ogni 40 minuti, corse saltate e vagoni pieni. Venerdì da incubo» (Roma Today. A conferma che ATAC significa “arrivi tardi a casa”).

b) «Roma, stretta anti-smog, la frenata di Raggi: regole da rivedere» (Il Messaggero. La prossima volta toccherà alle flatulenze bovine).

c) «I rifiuti di Roma verso la discarica di Roccasecca: il sindaco minaccia il blocco dei tir» (Roma Today. O almeno il cambio del nome in Roccaindifferenziata).

d) «Stadio Roma, De Vito incastra la Raggi: sindaco parte civile e teste a difesa» (affaritaliani.it. Come se Virgy non fosse a suo agio con l’antinomia tra le proprie azioni).

Ciò posto, il candidato commenti quest’ultimo titolo, tratto da Roma Today, che fa capire alla perfezione quanto il Campidoglio abbia chiare le priorità dell’Urbe: «Gay street pedonale, il Comune di Roma ci riprova».

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Politica

Processo Salvini, il voto il 20 gennaio manda in tilt Pd e M5S

Dal caso Gregoretti al caos, la Casellati vota con l’opposizione e la maggioranza insorge: dimenticando che la stessa cosa era accaduta, a parti invertite, con la riforma della prescrizione

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti relativi al voto della Giunta per il Regolamento che, con l’apporto decisivo della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sancito che la Giunta per le Immunità di Palazzo Madama dovrà esprimersi sulla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Gregoretti il prossimo 20 gennaio – contrariamente a quanto auspicato dalla maggioranza M5S-Pd, che aveva chiesto il rinvio del voto a dopo le Regionali del 26 gennaio:

a) La Casellati «con il suo voto insieme alle opposizioni smette di essere arbitro e indossa la maglia di una delle squadre in campo» (la vicepresidente dei senatori M5S Alessandra Maiorino. Curioso: non ci sembra che la maggioranza rosso-gialla avesse espresso la stessa indignazione quando, appena due giorni prima, la presidente – anch’essa grillina – della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, aveva salvato in modo analogo la riforma della prescrizione del Guardasigilli – sempre pentastellato – Alfonso Bonafede…).

b) «Il suo voto a favore della Lega determina la convocazione della Giunta in modo tecnicamente illegale» (il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci. A conferma che il Pd ha una concezione della legalità quantomeno singolare).

c) «Siamo molto preoccupati per la democrazia» (Sempre Marcucci. Preoccupazione comune, quando c’è un Governo – l’ennesimo – non votato da nessuno e inviso, stando agli ultimi sondaggi, praticamente a due terzi dell’elettorato).

d) «Non si può essere terzi solo quando si soddisfano le ragioni della maggioranza» (la presidente del Senato Casellati. In quel caso si sarebbe primi).

e) «Se lunedì, come pare, perché i numeri ce li hanno a favore, Pd, Renzi e Cinque Stelle decideranno che devo esser processato, andrò in quel tribunale a testa alta sicuro di rappresentare la maggioranza del popolo italiano» (il leader della Lega Ora che ha informato i magistrati del suo consenso, l’unico modo che ha per non essere cancellato è travestirsi da piratessa tedesca).

Ciò posto, il candidato commenti questa frase sul Capitano tratta un articolo de Il Fatto Quotidiano, a cui potrebbe essere sfuggita una velata ombra di verità: «Si teme di regalargli voti o che passi l’idea di una “scorciatoia giudiziaria” alla necessaria lotta politica».

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Politica

Politica, l’offensiva di Renzi: così Italia Viva può ammazzare il Governo

L’ex Rottamatore attacca su Regionali e riforma della prescrizione, polemiche e accuse incrociate con Pd e M5S. E il Premier Conte non sta sereno

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi. Foto dal sito dell'ANSA

Un tempo andava di moda, presso una certa area politico-ideologica, il mantra “Non moriremo democristiani”. Ora, a distanza di quasi quarant’anni dallo storico titolo de il Manifesto, c’è una costola ribelle dei nipotini rossi che rinfaccia alla madrepatria un atteggiamento quasi opposto. Non «abbiamo fatto un Governo» ha infatti tuonato via social Matteo Renzi, «per diventare grillini».

L’ex Rottamatore scriveva dopo il clamoroso strappo del suo partito che, in Commissione giustizia alla Camera, ha votato contro l’annullamento della prescrizione previsto dalla riforma del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede, preferendo piuttosto appoggiare la proposta dell’azzurro Enrico Costa: proposta volta a evitare il “fine processo mai” che manderebbe in sollucchero i manettari dell’house organ ufficioso del M5S – e in tribunale a vita, almeno potenzialmente, chiunque.

L’emendamento Costa alla fine è stato bocciato per un solo voto (23 a 22), ma è significativo che la maggioranza sia stata salvata dalla presidente di Commissione, la Cinque Stelle Francesca Businarolo, che per prassi non esprime preferenze: non che non sia perfettamente legittimata a farlo (la stessa cosa, a parti invertite, era accaduta con il presidente forzista della Giunta per le Immunità Maurizio Gasparri in relazione al caso Gregoretti), ma politicamente è un segnale significativo. Un segnale di fragilità che ha inevitabilmente dato il la a un valzer di accuse reciproche.

«Non abbiamo rotto la maggioranza, abbiamo solo difeso lo stato di diritto» ha ribaltato la prospettiva l’ex Presidente del Consiglio, curiosamente usando la stessa espressione dell’avversaria Giorgia Meloni. «Continueremo a farlo, anche senza il permesso dei populisti».

Per parte sua, il Ministro della Giustizia non si è scomposto più di tanto. «Prendo atto che Italia Viva si è isolata dalla maggioranza votando insieme a Forza Italia e alle opposizioni» ha fatto spallucce via radio. «La proposta che voleva abolire la prescrizione non è passata, abbiamo bloccato FI e il centro-destra».

Detto che al massimo si voleva abolire la riforma della prescrizione (come il suo primo firmatario dovrebbe sapere a menadito), in realtà è l’intero ragionamento di Bonafede a mostrare delle lacune. Innanzitutto, perché la pdl Costa arriverà comunque all’esame di Montecitorio, dato che la stroncatura ha il solo effetto di affibbiarle il parere negativo della Commissione. E in Parlamento la vera partita sarà sui numeri.

«Se siamo isolati lo vedremo in Aula» ha infatti dichiarato sibillino il deputato renziano Gennaro Migliore. In realtà, alla Camera la maggioranza rosso-gialla non dovrebbe avere problemi: ben altra storia, però, sarà il Senato, tanto che dal Pd c’è chi ha parlato apertamente di rischio per la tenuta del Governo.

Anche perché a rendere infuocato un fronte già caldissimo ci si è messa pure la questione delle Regionali: con Iv che ha annunciato la propria indisponibilità a sostenere i candidati dem in Calabria (dove il partito di Renzi correrà da solo) e in Puglia (dove sarà affiancato da Azione di Carlo Calenda). Furiosa, prevedibilmente, la reazione di via del Nazareno, che ha accusato gli alleati-rivali di fare «un regalo a Salvini e al sovranismo».

L’ex Premier, in realtà, ha chiarito che il suo obiettivo non sono le elezioni anticipate. «Italia Viva ha bisogno di tempo» ha ammesso. Tempo per potersi consolidare, soprattutto se si dovesse andare alle urne con la legge elettorale presentata dalla maggioranza, che prevede una soglia di sbarramento del 5%. Tempo che potrebbe arrivare anche grazie al referendum sul taglio dei parlamentari, che garantirebbe agli onorevoli a rischio rielezione qualche altro mese di stipendio & poltrone.

Attenzione, però, a un piccolo particolare: Renzi non ha mai nominato l’attuale Capo del Governo Giuseppe Conte. E, considerate le dinamiche costituzionali della nomina del Presidente del Consiglio, non è un dettaglio da poco.

Anzi, la sensazione è che più Viva è l’Italia dell’altro Matteo, più moribondo appare l’esecutivo demo-grillino. Fossimo nei panni di Giuseppi, non staremmo sereni.

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Cronaca

Roma, dagli automobilisti agli urtisti la Raggi non sa più chi scontentare

L’inutile blocco auto si unisce alla protesta degli ambulanti e al caos all’anagrafe. Ma forse sono tutte armi di distrazione di massa rispetto alla chiusura di Colleferro e all’imminente emergenza rifiuti

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti scene di ordinaria follia da parte del sindaco della Capitale Virginia Raggi (e da cui sono stati esclusi i disservizi di Atac, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa):

a) «Rifiuti, chiude la discarica di Colleferro. Stato d’emergenza più vicino» (Avvenire. Ma come, proprio ora che un’ordinanza del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che la crisi è risolta per decreto presidenziale?).

b) «Smog, Roma rischia il blocco per 6 giorni. Gli esperti: “Inutile”» (Il Messaggero. Ma perché dare retta agli esperti quando c’è Greta?).

c) «Roma, caos anagrafe: “Quattro file per una multa. Coda lunga centro metri fin dal mattino”» (Leggo. Immaginiamo lo stupore del primo cittadino, verosimilmente pronta a suggerire di recarsi in via Petroselli di sera).

d) «Roma, urtisti a Raggi: “Decida entro 48 ore o scenderemo in piazza in 12mila”» (Il Messaggero. Ma chissà quanti abusivi riconoscenti saranno lì a farle scudo…).

Ciò posto, il candidato provi a stabilire se è Virgy che non sa più come destreggiarsi tra i continui tentativi di distogliere l’attenzione dalla propria incapacità, o se piuttosto non sia lei stessa un’arma di distrazione di massa.

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Spettacoli

Nomination Oscar, domina Joker tra le “solite” accuse di sessismo e razzismo

11 candidature per il film di Todd Phillips, una in più di Tarantino, Scorsese e Mendes. Fioccano le polemiche per le esclusioni femminili e afroamericane, ma l’Academy deve basarsi sul merito: e il vero scandalo è la mancata nomination a De Niro

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Post

Ipse dixit, l’Academy ha parlato. E, immancabili, sono immediatamente fioccate le contestazioni. Del resto, che nomination sarebbero se non fossero accompagnate da uno stuolo di polemiche? Alcune, in realtà, sono trite e ritrite, probabilmente perché affondano le proprie radici in quel politically correct che di quando in quando torna a farneticare per ricordare al mondo la propria esistenza: e, con essa, la propria inconsistenza.

Così, come periodicamente accade, sono di nuovo saltate fuori le accuse, rivolte ai membri dell’Academy, di sessismo e di razzismo. La prima si riferisce al fatto che, nella categoria Miglior regista, le nomination per l’Oscar sono state tutte al maschile: il che non è esattamente una sorpresa, visto che le candidature sono lo specchio esatto dei film maggiormente gettonati. A partire da Joker di Todd Phillips, che ha fatto il pieno con 11 nomination, una in più rispetto a C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino, The Irishman di Martin Scorsese e 1917 di Sam Mendes: in più, c’è Parasite del sudcoreano Bon Joon Ho, che è candidato anche come miglior film straniero.

Certo, la perplessità dei servi del politicamente corretto è comprensibile: abituati ormai alla (pessima) pratica delle quote di ogni colore, non dev’essere semplice tornare a una realtà in cui conta di più una cosetta insignificante come il merito.

D’altronde, è la stessa Weltanschauung ideologica alla base dell’altro capo di imputazione, quello etnico: dovuto all’assenza, tra le principali categorie rappresentate all’Oscar, di candidati afroamericani – eccezion fatta per Cynthia Erivo, nominata come Miglior attrice protagonista per Harriet.

Insomma, niente di nuovo nei cahiers de doléances, il che è ironico, dal momento che sarebbe bastato togliersi i paraocchi della cultura dominante per scoprire che qualcosa di assurdo, nella 92esima edizione degli Oscar, c’è per davvero: l’esclusione di Robert De Niro dalla cinquina dei candidati come Miglior attore protagonista, che quindi vede ancor più strafavorito Joaquin Phoenix, del resto già premiato con il Golden Globe per la sua iconica interpretazione della nemesi di Batman.

«A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca», soleva dire il Divo Giulio Andreotti. E quindi potrebbe esserci del vero in quelle ricostruzioni dal sapore dietrologico che vogliono un capolavoro come The Irishman penalizzato dalle invettive di Scorsese contro la Marvel e dalla scelta di far produrre la pellicola a Netflix.

Questo, però, significherebbe anteporre preferenze e pregiudizi alla qualità del film, e siamo sicuri che i membri dell’Academy non cadrebbero mai così in basso. Giusto? Appuntamento quindi al 9 febbraio (in Italia sarà già la mattina del 10), per vivere ancora la magia, sempre antica e sempre nuova, della notte per eccellenza: la notte degli Oscar.

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Cronaca

Roma, la Raggi caccia gli ambulanti con licenza mentre tollera gli abusivi

Per il sindaco la rimozione delle bancarelle degli urtisti è questione di decoro. Ma gli storici commercianti ebrei non ci stanno: “La denunciamo, è come con le Leggi razziali”

Mirko Ciminiello

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La protesta degli urtisti. Foto dal sito de La Repubblica Roma

«Un politico guarda alle prossime elezioni» affermava com’è noto James Freeman Clarke, «uno statista guarda alla prossima generazione». Poi c’è anche chi, assurto al potere quasi per caso, non è né l’uno né l’altro, e guarda solo alle proprie bislacche convinzioni.

Tipo il sindaco della Capitale Virginia Raggi che, nell’ansia di liberare la Città Eterna dalle bancarelle, ha pensato bene di prendersela con gli unici (o, comunque, con una delle poche categorie) che godono della piena legittimazione della propria attività: gli urtisti, i venditori ambulanti per lo più di origine ebraica specializzati nel commercio di oggetti devozionali della religione cattolica. Questo singolare nome deriva dal particolare approccio usato per attrarre i pellegrini in piazza San Pietro, che consisteva in un lieve urto assestato con lo schifetto, la caratteristica cassettina in legno contenente gli articoli in vendita.

Forse i commercianti hanno urtato anche il primo cittadino, perché altrimenti non si spiegherebbe un simile accanimento nei loro confronti. «Da venerdì a Roma ci sono 115 disoccupati in più» si sono sfogati via social, aggiungendo con rabbia: «Se la sindaca avesse usato lo stesso piglio coercitivo e dittatoriale per risolvere il problema monnezza, avremmo risolto metà dei problemi di Roma».

«Non ci sarà la perdita di nessun posto di lavoro» ha tagliato corto Virgy, annunciando che per questioni di decoro la stessa misura sarà applicata anche ad altri luoghi simbolo dell’Urbe. «Ci sono delle alternative previste per legge, i commercianti possono scegliere tra le alternative, un indennizzo o la trasformazione in licenza taxi». Insomma, tu chiamale, se vuoi, rimozioni.

Nella storia, come non hanno mancato di sottolineare gli stessi urtisti, c’è un solo precedente, che risale al 1938, al tempo delle Leggi razziali. Anche per questo le associazioni degli ambulanti hanno invocato l’intervento del Prefetto Gerarda Pantalone e del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Ma è l’intera classe politica a condividere questa battaglia. «Invece di liberare la città dalle migliaia di venditori abusivi e clandestini che spacciano merce contraffatta, il sindaco (speriamo per poco) di Roma caccia dalle piazze gli urtisti, una storica categoria di ambulanti della comunità ebraica» ha attaccato per esempio il leader leghista Matteo Salvini.

Ed è questa, in effetti, una delle conseguenze del provvedimento del Campidoglio: l’assurda difformità di trattamento che penalizza chi è in regola, senza neppure sfiorare chi vive di illegalità. Un’eterogenesi dei fini su cui l’Associazione Nazionale Ambulanti non ha alcuna intenzione di soprassedere.

«Sarai denunciata perché stai legalizzando il commercio abusivo, l’evasione fiscale e tutto quello che comporta l’abusivismo» ha avvisato il vicepresidente Angelo Pavoncello, rivolgendosi direttamente al sindaco. «Verificheremo con i nostri legali per denunciarti alla Guardia di Finanza per favoreggiamento all’evasione fiscale visto che gli abusivi non li reprimi e invece chi è autorizzato lo cacci via e non può più pagare le tasse».

Un’ulteriore fronte aperto, insomma, per la giunta grillina, che ormai non sa più chi scontentare. Perché nella Città Eterna tutti, prima o poi, si sono ritrovati in qualche modo raggi-rati.

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Politica

Politica, l’illusione di Zingaretti: “Sciolgo e cambio il Pd”

Il segretario annuncia che dopo la vittoria in Emilia-Romagna (che non è così scontata) aprirà a sardine, sindaci e ambientalisti. Ma la svolta rischia di essere solo un’operazione di facciata

Mirko Ciminiello

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Nicola Zingaretti. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni del segretario dem Nicola Zingaretti, per lo più rilasciate nel corso di un’intervista a Rep:

a) Il Governo rosso-giallo «in sei mesi ha salvato il Paese dalla catastrofe» (tralasciando l’opinabilità dell’affermazione, il BisConte è in carica da circa quattro mesi, anche se in effetti sembrano molti di più).

b) «Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito» (occhio ché, se tanto ci dà tanto, il Partito Democratico potrebbe sopravvivere ancora a lungo).

c) «Non voglio lanciare un’Opa sulle sardine» (come potrebbe, considerato che i pinnati sono come Stefano Bonaccini – organici del Pd che però si vergognano di ammetterlo?)

d) «Voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha» (o meglio una scatoletta, visto che si trattava ancora di un riferimento ittico).

e) «Non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza» (però sarebbe il modo più sicuro per arrivare alla fine della legislatura – e forse la lista non sarebbe completa neanche a quel punto).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo per quanto possibile da facili ironie, la supercazzola finale di Zinga: «Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo».

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Politica

Caos rifiuti, per decreto della Regione Roma è di nuovo pulita

Accordo con Di Maio, l’immondizia andrà all’estero e la Raggi avrà due anni per attivare la nuova discarica. Così il mago Zinga fa contenti tutti, tranne (come al solito) i cittadini della Capitale

Mirko Ciminiello

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Rifiuti a Roma. Foto dall'Agenzia DIRE

Basta un poco di zucchero (tra Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio) e la pillola dell’emergenza rifiuti nella Capitale va giù. Chissà come abbiamo fatto a non pensarci prima? Eppure, era pacifico che una crisi legata all’immondizia andasse risolta con un colpo di spugna. Magari in senso letterale sarebbe stato più utile, ma non si può avere tutto…

E così, dal “salva Roma” dei giallo-verdi si è passati al “salva Raggi” dei rosso-gialli: l’importante è che alla fine i Conte tornino. Come? Con un incanto del mago Zinga, ovviamente! È bastato un colpo di bacchetta magica, anzi di ordinanza magica, et voilà, pericolo scampato, niente più pattume sui marciapiedi e per le strade della Città Eterna! A saperlo prima ci saremmo risparmiati settimane di apprensione.

Certo, la soluzione è soltanto sulla carta, o meglio sul carteggio con cui il Governatore del Lazio ha annullato la propria precedente ordinanza, quella del 29 novembre scorso che imponeva al Campidoglio la scelta di un nuovo impianto a Roma. Cosa che Virgy ha fatto, indicando com’è ormai arcinoto la cava di Monte Carnevale.

Discarica che però resta, anch’essa, solo sulla carta, visto che il Comune avrà due anni per allestirla e metterla in funzione – giusto il tempo di far terminare il mandato della giunta grillina. E così magari si placheranno anche gli animi di quei distretti a guida pentastellata – in particolare il Municipio XII – in rivolta contro la delibera di (quasi) Capodanno di Palazzo Senatorio. Il sindaco in realtà sembrava disposta a venire loro incontro, come dimostra il fatto che aveva suggerito di individuare degli elementi ostativi che bloccassero il suo stesso progetto. Sembrerebbe un atteggiamento ambivalente, ma siamo a gennaio, mese dedicato a Giano, quindi probabilmente è solo un omaggio al nume bifronte.

Ma il primo cittadino, naturalmente, non è l’unica che ci guadagna. Con lei c’è lo stesso Zingaretti, sciolto dall’onere di dover essere lui a scegliere la location per il nuovo impianto, essendosi limitato a ordinare il trasferimento dei rifiuti all’estero. C’è poi il M5S, e in particolare il capo politico Di Maio, che può respirare in un momento in cui la sua leadership è tanto traballante che si sta facendo prepotentemente largo l’idea di un suo passo indietro: soprattutto considerata la quasi certa débâcle alle prossime Regionali in Emilia-Romagna.

E c’è anche Ama (la municipalizzata di Roma Capitale che dovrebbe occuparsi della spazzatura), la quale potrà procedere alla manutenzione straordinaria del Tmb (trattamento meccanico-biologico) di Rocca Cencia a partire dal 31 gennaio – cioè con due mesi di anticipo sulla data prevista -, e per buona misura non avrà più neppure l’obbligo di approvare entro il 15 marzo il Bilancio 2017 (sì, avete letto bene: in fondo, cosa volete che siano due anni di ritardo?)

Certo, alla fine la montagna ha partorito il topolino. Meglio questo, però, di quello paventato da Carlo Calenda quando ha tuonato che «Roma va commissariata, se andiamo avanti così avremo i sorci a fare sci d’alpinismo sulle montagne d’immondizia».

Ma ormai è tutto passato, un tratto di penna e i sacchetti sono miracolosamente spariti, come i cassonetti strapieni nonostante Ama continui a vaneggiare che «il piano di Natale ha funzionato». È vero, le foto dicono altro: ma, essendoci di mezzo il mago Zinga, non vorrete mica credere ai vostri occhi, no?

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Politica

Politica, il filo rosso che unisce il caso Gregoretti e le Regionali in Emilia-Romagna

Il Pd nel panico chiede il rinvio del voto in Giunta per processare Salvini, sapendo che aumenterebbe le chance di perdere la Regione rossa. Il leader leghista: “Difesi i confini della Patria, voi senza onore”

Mirko Ciminiello

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Matteo Salvini. Foto dal sito dell'ANSA

Qual è il trait d’union tra il caso Gregoretti e le Regionali in Emilia-Romagna? Cosa unisce, anzi cosa lega le elezioni per il rinnovo della giunta attualmente guidata dal Pd Stefano Bonaccini e la vicenda della nave della Guardia Costiera tramutata in taxi del mare per migranti – e perciò bloccata dal Viminale per alcuni giorni al largo delle coste siciliane la scorsa estate?

Semplice, Matteo Salvini, ça va sans dire. O meglio, il panico che il segretario del Carroccio suscita negli esponenti della sinistra, locale e nazionale. Prova ne è la pantomima che sta andando in scena in Giunta per le Immunità, dove la maggioranza rosso-gialla ha chiesto il rinvio del voto per autorizzare il processo contro il Capitano: voto attualmente previsto per il 20 gennaio, vale a dire sei giorni prima delle Regionali (che riguardano anche la Calabria).

La ragione di questo tentativo di retromarcia potrebbe non essere immediatamente chiara, considerato che coloro che l’auspicano sono gli stessi che da tempo spingono – e che hanno tutto l’interesse a portare in tribunale l’ex Ministro dell’Interno. «La sinistra vuole eliminarmi per vie giudiziarie non potendomi sconfiggere politicamente» ha attaccato, non a caso, il leader della Lega.

E, in effetti, questa è stata la vibrante esortazione al Parlamento da parte di Marco Travaglio, che pure si è detto convinto che un eventuale processo si chiuderebbe con l’assoluzione di Salvini. Un esito che renderebbe il procedimento un inutile spreco di tempo e di denaro pubblico – non però per il direttore de Il Fatto Quotidiano, che continua a cullare l’illusione avita che le vicende giudiziarie possano spostare di una virgola il gradimento degli elettori.

In realtà, nel caso specifico forse potrebbero – ma in direzione contraria rispetto a quella auspicata dall’house organ ufficioso del M5S. «Rischio processo e galera per aver protetto i confini della Patria» continua infatti a ripetere il segretario leghista. Che effetto potrebbe avere una simile bomba (mediatica, più che altro) su una competizione elettorale che si preannuncia incertissima?

La coalizione di centro-sinistra che governa da sempre una delle Regioni più rosse d’Italia, e che si avvia a sostenere il governatore uscente, ha evidentemente fatto i suoi conti – e forse, per una volta, li ha fatti bene. Perché, nonostante tutte le arroganti lezioncine buoniste da radical chic (o forse proprio per questo), sull’immigrazione gli elettori continuano ad avere le idee chiare, e sono idee diametralmente opposte rispetto alla visione degli antropologicamente superiori. I quali, a dispetto di qualsiasi manovra ittica, rischiano (di nuovo) di avere le piazze piene e le urne vuote.

Dovrebbero esserci abituati, visto che è lo stesso copione che si ripete da almeno un biennio. Ma stavolta, essendoci di mezzo la rossa Emilia-Romagna, e visto che i sondaggi più recenti danno Bonaccini praticamente appaiato alla candidata del centro-destra Lucia Borgonzoni, si respira un clima diverso, di puro terrore: perché stavolta una sconfitta non potrebbe non avere ripercussioni – sul Partito Democratico, sulla sua leadership, sul Governo stesso.

Di qui la richiesta di procrastinare il voto in Giunta a dopo le Regionali, che è almeno un indice di consapevolezza da parte dei dem: ed è un segnale positivo, visto che il primo passo per risolvere un problema è riconoscerlo. Così come è positivo il fatto che, una volta tanto, in via del Nazareno abbiano svestito i panni dei maestrini saccenti che pretendono di ammaestrare il popolo bue – anche se è probabile che lo abbiano fatto per mero calcolo politico.

Questo, almeno, il durissimo j’accuse di Salvini: «Hanno paura di perdere la faccia, sono senza onore e senza dignità». E, forse, senza nemmeno soddisfazione, visto che il presidente della Giunta per le Immunità, il forzista Maurizio Gasparri, ha liquidato l’ipotesi del rinvio come «inesistente», prima di chiedere, con la sua relazione, di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del leader del Carroccio.

Si vedrà, ma è già un fatto che stia tirando un’aria diversa. Un’aria di cambiamento, forse epocale. E un’aria di paura. Aria da sprofondo rosso.

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Politica

Sanremo, se i social vogliono Rula Jebreal e non Rita Pavone…

Dagli strepiti contro la (solo paventata) esclusione della giornalista palestinese ai deliri contro un’icona della musica nostrana, la censura corre sul web: ma il Festival non dovrebbe celebrare la canzone italiana?

Mirko Ciminiello

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Rita Pavone insieme ad Amadeus. Foto dal sito de Il Secolo XIX

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti amenità sul prossimo Festival di Sanremo (che, almeno sulla carta, dovrebbe ancora essere la kermesse dedicata alla canzone italiana). Facezie che, per comodità, saranno divise in due gruppi, di cui il primo avente in oggetto la paventata esclusione dalla manifestazione di Rula Jebreal, “giornalista” di origine palestinese distintasi soprattutto per aver farneticato sul Guardian che gli Italiani sarebbero razzisti e l’Italia un Paese fascista:

1) «Siamo in un paradosso: non si vuole trasformare in tribuna politica il Festival di Sanremo, ma si opera una scelta di “esclusione politica preventiva”. Detta anche censura» (il Ministro grillino dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli).

2) «Sanremo, “no a Rula Jebreal”. Il ministro Patuanelli: “Censura”. Di Nicola (M5s): “Ministri e politici non s’intromettano in Rai”» (titolo della versione online de Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio).

3) «La Rai, la tv pubblica, si piega al diktat di Salvini» (il presidente dei senatori di Italia Viva – cioè i renziani – Davide Faraone).

4) «Rula Jebreal esclusa da Sanremo, Patuanelli: “È censura”. Salvini: “Ultimo dei miei problemi. Invitino chi vogliono”» (titolo di Open online del 5 gennaio).

5) «Sanremo, dopo le polemiche via libera della Rai alla presenza di Rula Jebreal» (TGcom24 del 7 gennaio).

Il secondo gruppo si riferisce invece alle lepidezze ragliate dai social ispirati alla stessa area politico-ideologica di cui sopra, all’annuncio della partecipazione al Festival di Rita Pavone, icona della musica italiana che però ha il grave difetto di non essere prona all’imperante mainstream politicamente corretto:

a) «Il manuale Cencelli applicato alla musica».

b) «La vera domanda è chi beccherà il decisivissimo endorsement salviniano fra Anastasio e Rita Pavone».

c) «È sovranista, Rita Pavone non può partecipare».

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo dall’uso di termini quali “delirio”, la seguente, sobria presa di posizione del capogruppo di Iv in Senato, il succitato Davide Faraone: «Ho deciso di portare il caso in vigilanza Rai ed intanto denuncio pubblicamente un’autentica discriminazione di Stato». Riferendosi però alla Jebreal.

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