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Ambiente

Sciopero per il clima, la generazione (bruciata) dei gretini

L’ONU si accoda agli eco-catastrofisti e farnetica di emergenza: ma i veri scienziati smentiscono quella che è la fake news del millennio

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://grist.org/article/across-the-globe-students-go-on-strike-to-demand-climate-action/

C’è qualcosa di incredibilmente desolante nella marea di giovani che hanno invaso le strade di tutto il mondo in occasione dello sciopero globale per il clima. È sconfortante, infatti, vedere una cosa così nobile come la mobilitazione dei ragazzi per un ideale svilita dall’inutilità dell’obiettivo specifico – la lotta ai cambiamenti climatici, che non è altro che la bufala (pardon, la fake news) del millennio.

Peraltro, la manifestazione mondiale della generazione dei gretini la dice lunga pure sul potere che hanno i media di influenzare e condizionare – anche negativamente – l’opinione pubblica. Perché, se si viene continuamente bombardati da un unico tipo di messaggio (ancorché menzognero), nascondendo sistematicamente tutti quei dati che smentiscono la tesi preconcetta, è inevitabile che si finisca per confondere la falsità ideologica con la realtà scientifica.

Falsità evidente, peraltro, fin dal nome – cambiamenti climatici. Ma quando mai il clima è rimasto inalterato? Il Premio Nobel per la Fisica e senatore a vita Carlo Rubbia lo illustrò magistralmente in un’audizione a Palazzo Madama di cinque anni fa, in cui ricordò le ere glaciali susseguitesi nei millenni, ma anche le più recenti variazioni della temperatura: dall’innalzamento in epoca romana (quando faceva più caldo di adesso nonostante la minor concentrazione di CO2) alle mini-glaciazioni avvenute nel Medioevo. Senza dimenticare che, negli anni ‘70, l’allarmismo ecologista riguardava l’imminente ritorno di un’era glaciale (sic!).

A livello semantico, i talebani dell’ambientalismo dovrebbero quindi, più correttamente, parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica”: ma non possono perché qui cascherebbe l’asino, rispetto a una formulazione talmente vaga da non avere praticamente alcun significato.

Com’è noto, infatti, lo spauracchio agitato ai quattro venti è l’anidride carbonica. La quale è sì aumentata dai tempi della Rivoluzione Industriale – ma di circa 100 particelle su un milione. Nel suo capolavoro Stato di paura, il compianto Michael Crichton (che oltre a essere il più grande scrittore contemporaneo era anche uno scienziato) ha magistralmente racchiuso il senso di questi numeri in un’efficacissima analogia.

«Immaginate la composizione dell’atmosfera terrestre come un campo da football americano. La maggior parte dell’atmosfera è costituita dall’azoto. Perciò, partendo dalla linea di porta, l’azoto arriva fino alla linea dei settantotto metri. Quasi tutto il resto è ossigeno. L’ossigeno arriva fino alla linea dei novantanove metri. Rimane un solo metro. Ma la quasi totalità di quello che rimane è argo, un gas inerte. L’argo arriva fino a sette centimetri e mezzo dalla linea di porta. Proprio quant’è spessa la striscia di gesso, più o meno. E quanto di quei sette centimetri e mezzo è anidride carbonica? Due e mezzo. Questa è la quantità di CO2 che è presente nella nostra atmosfera. Due centimetri e mezzo di un campo da football americano da cento metri […]. Vi è stato detto che negli ultimi cinquant’anni l’anidride carbonica è aumentata. Sapete di quanto è aumentata, nel nostro campo di calcio? È aumentata di tre ottavi di centimetro – meno dello spessore di una matita».

Anche se queste immissioni atmosferiche fossero interamente attribuibili all’uomo (e non è così), il loro effetto sul clima sarebbe quindi quasi irrisorio. Come ha puntualizzato il professor Antonino Zichichi in un’intervista del 2017, «l’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future».

Questo perché il catastrofismo ecologista si basa su modelli matematici inadeguati a riprodurre la variabilità naturale osservata del clima. Modelli fondati su parametri arbitrari, i cui calcoli, come ha sottolineato sempre Zichichi nella stessa intervista, vengono spesso addirittura manipolati «per fare in modo che i risultati» collimino con la teoria.

Per dire, i cosiddetti General Circulation Models prevedevano un aumento di circa 0,2°C per decennio a partire dal 2000: ma negli ultimi vent’anni, con buona pace degli affermazionisti prezzolati delle Nazioni Unite e delle ragazzine con diagnosi di autismo pur non avendo nessuno dei deficit tipici della Sindrome dello Spettro Autistico, si è avuta una sostanziale stabilità climatica. A metterlo nero su bianco sono stati, un paio di mesi fa, circa cento scienziati nostrani, autori di un documento intitolato “Clima, una petizione controcorrente”, che faceva ordine nel mare magnum di bufale propagandate da politici, organi di informazione e sedicenti intellettuali. Tra gli illustri e autorevoli firmatari dell’appello figuravano, oltre allo stesso Zichichi, Uberto Crescenti, già Magnifico Rettore dell’Università di Chieti-Pescara e Presidente della Società Geologica Italiana; Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera all’Università di Ferrara (e fratello dell’ex Premier Romano); e Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica all’Università di Modena.

Ciononostante, il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha ribadito l’urgenza di misure politiche ed economiche volte a combattere l’emergenza climatica. Tipo la follia del Green New Deal annunciato tra squilli di tromba dal bi-Premier Giuseppe Conte in ossequio alle peggiori (e più inutili) ossessioni dei suoi azionisti di maggioranza.

A conferma che se, come affermato ancora dal professor Zichichi, «l’inquinamento esiste» ed è assai deleterio, danni di gran lunga peggiori vengono prodotti dall’inquinamento culturale di un pensiero unico che vorrebbe tutti omologati: anche alle farneticazioni.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

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Ambiente, tutti i danni della sbornia da gretinismo

Il disimpegno di ArcelorMittal è solo l’ultima goccia. Il Governo certifica che la Plastic Tax serve solo a fare cassa, e Macron vuole sprecare 100 miliardi l’anno per una teoria senza basi scientifiche

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito dell'Huffington Post

Cento miliardi di dollari l’anno entro il 2025 per combattere i cambiamenti climatici. È la richiesta che il Presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno rivolto da Pechino ai Paesi sviluppati: i quali dovrebbero ringraziare che l’atavica grandeur di Monsieur le Président non lo abbia spinto, farneticazione per farneticazione, a chiedere una cifra ancora più alta – tanto è facile spendere i soldi degli altri.

Sul perché si tratti una lotta contro i mulini a vento abbiamo già argomentato a sufficienza, quindi non ci ripeteremo: se non per sottolineare che il clima non è mai statico e immutabile, e che da un punto di vista semantico bisognerebbe almeno parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica” – dizione che però manderebbe all’aria il castello di carta, visto che l’uomo ha sul clima un impatto minimo.

Dev’essere comunque l’aria dell’Estremo Oriente. In fondo, erano passati solo due giorni da quando il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, parlando a Shangai della Plastic Tax, aveva commentato che «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni». Consideriamo pure un peccato veniale il fatto che la citazione (di James Freeman Clarke) fosse in realtà leggermente diversa, e stendiamo un velo pietoso sulla sua patetica rodomontata.

Ciò che invece appare interessante è la consapevolezza del Giggino versione cinese che l’imposta verde farà perdere (altri) voti agli azionisti di maggioranza del BisConte. Il che, intendiamoci, vale praticamente per ogni balzello, ma nel caso specifico è sintomatico di una forma mentis per cui i sacrifici verdi vanno bene, purché siano altri a farli. Se poi questo indichi un certo atteggiamento machiavellico o una riluttanza di fondo a far propri i vaneggiamenti pseudo-ambientalisti a reti unificate lo scopriremo solo vivendo.

Intanto però si può già affermare che il leader M5S non è nemmeno troppo fortunato: è stato infatti lo stesso Governo di cui fa parte, attraverso una relazione tecnica depositata al Senato e allegata al testo della Manovra, a certificare l’inutilità di una misura che serve praticamente solo a fare cassa, ma avrà effetti essenzialmente nulli sulla tutela dell’ambiente (cosa che, detto per inciso, vale anche per la Sugar Tax). Tanto è vero che l’esecutivo rosso-giallo sta pensando anche a un incentivo che spinga gli industriali della plastica a riconvertire i propri impianti in fabbriche di prodotti biodegradabili e compostabili.

Il problema di fondo resta comunque la sbornia (globale e globalizzata) di una teoria senza nessuna base scientifica – perché di questo si tratta: tanto più nefasta e deleteria in quanto non si fa scrupolo di gettare al vento risorse che potrebbero invece essere utilizzate per favorire lo sviluppo di popoli e Nazioni.

Se poi la genuflessione al gretinismo imperante si accompagna alla brevimiranza della politica e alla visione puramente ideologica di certa magistratura, abbiamo il non plus ultra: tipo il caso, gravissimo, dell’ex Ilva di Taranto, dove la somma di queste tre calamità artificiali ha portato all’annunciato disimpegno di ArcelorMittal, che era pronta a un investimento da 4,2 miliardi.

Il recesso del contratto, secondo la multinazionale dell’acciaio, è giustificato dalla rimozione dello scudo penale sul piano ambientale, dal rischio che i giudici pugliesi impongano lo spegnimento dell’altoforno 2 (e a seguire anche degli altiforni 1 e 4, cui sarebbero precauzionalmente applicabili le stesse prescrizioni), e dal clima di ostilità dovuto «alle molteplici iniziative e dichiarazioni da parte di istituzioni e amministrazioni nazionali e locali contrarie alla realizzazione del piano industriale e del piano ambientale».

Tipo, per dirne una, la grillina Barbara Lezzi, ex Ministro per il Sud e prima firmataria dell’emendamento anti-immunità: provvedimento che, secondo alcuni, ha fornito ai proprietari indiani un pretesto per un ritiro pianificato da tempo.

Il Governo «deve togliere ogni alibi ad ArcelorMittal» ha dichiarato per esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini, aggiungendo però che «non si può imputare ad ArcelorMittal cose che possono riguardare chi ha gestito l’azienda prima di lei» (e per esserci arrivato perfino Landini…).

Il più duro però è stato Carlo Calenda, che ha rimarcato come l’Italia rischi di perdere la più grande acciaieria europea, il più grande impianto del Mezzogiorno, il più grande investitore da 40 anni a questa parte. «Questi sono un branco di dilettanti allo sbaraglio» ha tuonato l’ex Ministro dello Sviluppo economico. E il problema è che ha perfettamente ragione.

In psicologia esiste una tesi paradossale, chiamata “Principio di Peter” dal nome del suo enunciatore, che in sostanza postula che, in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Tuttavia, parecchi esponenti del Conte-bis e praticamente tutti i Cinque Stelle stanno a dimostrare che Laurence J. Peter si sbagliava: superare questo limite è possibile. Ma con le conseguenze che tutti abbiamo oggi di fronte. E con tanti saluti alla capacità, alla logica e al buonsenso, improvvisamente divenuti – questi sì – biodegradabili.

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175 mln di hamburger da cellule di una sola mucca, anzichè 440 mila macellate

Questa modalità di produrre carne eviterebbe il macello di tantissimi animali, ma ci sono tanti interrogativi ancora da risolvere.

Giulia Marilungo

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Mosa Meat, una start-up dell’Università di Maastricht in Olanda, nel 2013 ha presentato il primo hamburger creato in laboratorio da coltura cellulare. Con questo metodo e’ ora possibile produrre 175 milioni di hamburger dalle cellule di una sola mucca a fronte delle 440 mila che verrebbero macellate. Il professore Mark Post e’ a capo del progetto che ha raccolto 7,5 milioni di euro di investimenti e tenterà di far arrivare i propri prodotti sul mercato per il 2021.

Questa modalità di produrre carne eviterebbe il macello di tantissimi animali, ma ci sono tanti interrogativi ancora da risolvere. In primis non si e’ ancora certi della quantità di energia impiegata. Nella produzione viene fatto uso di siero di feto bovino, cio e’ eticamente accettato se si rimane nell’ambito della ricerca, ma potrebbe non esserlo più per scopi commerciali. I costi di produzione sono molto alti: il primo hamburger ha avuto bisogno di 300mila euro, ora si parlerebbe di 20 euro al chilo. Inoltre l’Ue dovrà prendere in esame questi nuovi alimenti (“novel food”) e la decisione finale spetterebbe comunque al pubblico senza la cui accettazione il prodotto non avrebbe ragione di esistere.

Una delle ragione per cui si investe molto in questo campo e’ quella di eliminare l’impatto negativo che la produzione di carne ha sul clima. Secondo un rapporto Fao dal titolo “L’ombra lunga dell’allevamento” che quantifica le emissioni di gas serra del settore al 18% del totale, a dare un contributo al cambiamento climatico “superiore a quello dei trasporti” e’ il metano prodotto dalla fermentazione enterica dei ruminanti (flatulenze di mucche, pecore e capre). 

Non dimentichiamoci che in tutto ciò la domanda di carne a livello globale è sempre più forte.“Con la carne coltivata possiamo produrre più carne, in modo che tutti possano avervi accesso e non diventi un prodotto scarso riservato solo ai ricchi”, dice Sarah Lucas, direttrice operativa di Mosa Meat. “Con un ridotto impatto ambientale e più attenzione al benessere animale”.

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Dagli anni ’80 l’aria in Italia è più pulita

Le giornate con atmosfera limpida sono più frequenti in tutte le aree del territorio prese in considerazione.

Giulia Marilungo

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Secondo uno studio dell’Università Statale di Milano e del Consiglio Nazionale delle ricerche (Cnr) dagli anni 80 l’atmosfera in Italia è diventata più limpida e l’aria può essere considerata più pulita. Lo studio è avvenuto attraverso l’analisi della visibilità orizzontale dell’atmosfera e si è scoperto che nelle zone più inquinate del Paese la frequenza dei giorni con visibilità sopra i 10 o 20 chilometri e’ più che raddoppiata. 

Le norme anti inquinamento stanno quindi dando i loro frutti.  I risultati sono pubblicati sulla rivista Atmospheric Environment. I dati analizzati dalla Statale e dall’Istituto per le Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Cnr sono quelli raccolti tra il 1951 e il 2017. 

Le giornate con atmosfera limpida sono più frequenti in tutte le aree del territorio prese in considerazione. Lo studio ha inoltre messo in evidenza per la prima volta, che il particolato atmosferico respinge verso lo spazio le radiazioni solari, causando il raffreddamento della superficie terrestre che per anni è andato a sovrapporsi quindi a mitigare l’effetto dei gas serra. Dagli anni ’80 la progressiva riduzione degli aerosol ha determinato un aumento della radiazione solare che giunge a terra portando a un aumento della temperatura pari a quasi mezzo grado ogni decennio.

In Italia, come in altri Paesi sviluppati,le emissioni inquinanti sono cambiate a causa dello sviluppo economico avvenuto intorno agli anni 60-70, ma una rapida decrescita è avvenuta grazie alle norme per ridurre lo smog. 

 

 

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Riscaldamento globale: Parmitano lancia allarme dallo spazio

“Negli ultimi 6 anni ho visto deserti avanzare e ghiaccio sciogliersi, spero che le nostre parole possano allarmare davvero verso il nemico numero uno di oggi”

Giulia Marilungo

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Dopo nove giorni dal lancio di Luca Parmitano verso la Stazione Spaziale Internazionale si è tenuta la prima conferenza stampa in diretta proprio dalla ISS, lunedì 29 luglio presso il Museo Nazionale della scienza e della Tecnologia di Milano. Il programma della missione Beyond di cui fa parte Parmitano prevede una serie di operazioni, tra cui 50 esperimenti europei e oltre 200 esperimenti internazionali di microgravità e nella seconda fase vedrà l’astronauta italiano assumere il ruolo di comandante della Stazione Spaziale 

L’approdo nella stazione spaziale è avvenuto domenica 21 luglio 2019, insieme all’astronauta statunitense Andrew Morgan e al cosmonauta russo Alexander Skvortsov. E’ la seconda volta nello spazio per AstroLuca perciò l’adattamento è stato questa volta più semplice e gli ha permesso di apprezzare da subito alcuni aspetti della vita senza gravità, come quello di potersi muovere liberamente.

Dalla sua posizione privilegiata, Parmitano lancia un allarme importante: “Negli ultimi 6 anni ho visto deserti avanzare e ghiaccio sciogliersi, spero che le nostre parole possano allarmare davvero verso il nemico numero uno di oggi”. Il nemico a cui fa riferimento il nostro astronauta è il riscaldamento globale. L’Agenzia Spaziale Europea ha infatti un programma satellitare che fa osservazione terrestre ad altissima definizione. “Noi dalla ISS possiamo fare osservazione umana, e quello che posso dire è che io ho visto davvero i cambiamenti, nelle foto mie e dei colleghi”.  

Parmitano parla anche del suo futuro, intrecciato con il sogno di arrivare sulla Luna “Se veramente riusciremo a tornare sulla Luna nei prossimi 5 anni, ma anche nei prossimi 10 o 15, sicuramente ho l’età giusta per poterlo sognare, e anche se non l’avessi, sognare è qualcosa che ci fa stare bene, che ci spinge ad avere progetti sempre più grandi. Perché no, mi piace l’idea di poter andare sulla Luna, tutta la scienza che noi sviluppiamo è rivolta alla Luna che penso che sia nel nostro futuro, anche nel mio”.   

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Le verità sul clima nascoste dai media

Mirko Ciminiello

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Un centinaio di scienziati smonta le fake news di Greta & co., ma il loro manifesto passa sotto silenzio

«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». Così recita un noto aforisma attribuito (probabilmente a sproposito) al gerarca nazista Joseph Goebbels. Facile, se si ha al proprio servizio il Ministero della Propaganda del Terzo Reich. Ma non è complicato neanche quando l’intero apparato mediatico decide di appoggiare una teoria e tacitare le opinioni, ma anche i dati, che non collimano con tale tesi. È ciò che la sociologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann definì “spirale del silenzio”.

Nelle settimane scorse è stato diffuso – e stranamente ignorato – un documento che fa a pezzi tutte le balle (pardon, le fake news) sul riscaldamento globale antropico sostenute dal mainstream culturale e giornalistico internazionale. Tale documento, intitolato “Clima, una petizione controcorrente”, è stato curato e sottoscritto da circa un centinaio di veri e autorevoli scienziati nostrani, tra cui Uberto Crescenti, già Magnifico Rettore dell’Università di Chieti-Pescara e Presidente della Società Geologica Italiana; Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera all’Università di Ferrara (e fratello dell’ex Premier Romano); Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica all’Università di Modena; e Antonino Zichichi, che non ha bisogno di presentazioni.

La precisazione sui due aggettivi, “veri e autorevoli”, è d’obbligo perché, per esempio, a fine giugno è stato presentato un rapporto dal titolo “Cambiamento climatico e povertà”, che si basa interamente sugli effetti catastrofici che il global warming avrebbe sulla lotta all’indigenza in appena un decennio – a meno che non si arrivi all’obiettivo di zero emissioni nette di CO2. Peccato che l’autore di questo rapporto, Philip Alston, non sia un esperto di clima e ambiente, essendo uno studioso di diritto internazionale. Però collabora con l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, vale a dire con l’organizzazione che più di tutte si sta spendendo per promuovere la tesi del riscaldamento globale di origine antropica.

Semmai, quello che è interessante – e che viene evidenziato dal titolo del rapporto di Alston – è il cambio di strategia degli ambientalisti, che tendono a parlare sempre meno di “riscaldamento globale” e sempre più di “cambiamenti climatici”. Di origine antropica, ça va sans dire, ma questo non lo specificano anche perché rende l’espressione più accettabile, visto che, come sanno tutti e come è stato evidenziato da un’ampia letteratura scientifica, il clima è soggetto a continue trasformazioni e mutamenti. È un po’ come quando si lancia l’allarme sulle fibrillazioni dei mercati azionari, fingendo di non sapere che i mercati non sono mai tranquilli e inerti. Allo stesso modo, i cambiamenti climatici si verificano da sempre, solo che non è l’uomo a determinarli – o, al massimo, lo fa in minima parte.

Per dire, l’origine antropica del riscaldamento globale, come spiega il manifesto controcorrente, è «una congettura non dimostrata, dedotta solo da alcuni modelli climatici, cioè complessi programmi al computer» che non sono in grado di riprodurre la variabilità naturale osservata del clima. Nello specifico, i cosiddetti General Circulation Models non riescono a ricostruire i periodi caldi degli ultimi 10.000 anni, alcuni dei quali sono stati anche più caldi del presente nonostante la minor concentrazione di CO2; «falliscono nel riprodurre le note oscillazioni climatiche di circa 60 anni», consistenti, fin dal 1850, in un trentennio di riscaldamento seguito da un identico ciclo di raffreddamento; e non riescono a descrivere neppure la situazione attuale, dal momento che avevano previsto un aumento di circa 0,2°C per decennio a partire dal 2000, quando invece negli ultimi vent’anni si è avuta una sostanziale stabilità climatica.

La realtà è che il clima è semplicemente il sistema più complesso presente sul nostro pianeta, e che noi non siamo ancora in grado di comprenderlo. Tuttavia, se c’è qualcosa che i dati sperimentali evidenziano è che la responsabilità dell’uomo è sovrastimata rispetto, per esempio, a quella del sole, della luna e degli oceani. E che quindi è scientificamente infondato puntare il dito contro l’umanità, con buona pace di qualunque ragazzina svedese e dei suoi seguiti di folle adoranti.

A tal proposito, va fatta un’ulteriore precisazione. Nel propalare la tesi dei cambiamenti climatici di origine antropica, gli organi di informazione fanno subdolamente credere che essa sia condivisa dalla quasi totalità della comunità scientifica: ma anche questa favola viene smentita dall’appello degli scienziati italiani, che ricordano come vi sia una notevole variabilità di opinioni tra gli specialisti. In ogni caso, anche se così non fosse, «il metodo scientifico impone che siano i fatti, e non il numero di aderenti, che fanno di una congettura una teoria scientifica consolidata».

Le verità scientifiche, infatti, «non si decidono a maggioranza». Lo disse uno che di scienza – e di metodo sperimentale – un po’ se ne intendeva: Galileo Galilei.

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Stromboli: esplosioni e fuoriuscita di lava, l’isola piena di turisti

La guardia costiera, nonostante sia pronta ad evacuare chi volesse lasciare l’isola,  assicura che non c’è nessun motivo per evacuare l’isola.

Giulia Marilungo

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Una serie di violente esplosioni dal cratere del vulcano Stromboli seminano alcuni attimi di paura mentre l’isola è piena di turisti. Oltre ad una vera e propria “pioggia di lapilli”, due trabocchi di lava scendono dalla Sciara del Fuoco, il pendio che dal cratere arriva al mare. Essendo zona di canneti, la caduta di lapilli sta provocando incendi, soprattutto nella zona di Ginostra (Comune di Lipari). Le esplosioni sono state registrate dall’Istituto di geofisica e vulcanologia  di Catania. 

“C’è stata una potente esplosione. Abbiamo sentito un boato, poi si è alzata una colonna di fumo e lapilli incendiari su Ginostra e fiamme sui costoni del vulcano” riportano alcuni testimoni.

La sala operativa della Protezione Civile regionale si è subito attivata. Non ci sono persone coinvolte nelle violente esplosioni, secondo quanto si apprende dalla protezione civile. I vigili del fuoco hanno mandato sull’isola squadre da Lipari per spegnere i vari incendi che fortunatamente non hanno coinvolto abitazioni. Il panico  è dilagato tra i turisti e i residenti che si sono barricati in casa o gettati in mare, ma la guardia costiera, nonostante sia pronta ad evacuare chi volesse lasciare l’isola,  assicura che non c’è nessun motivo per evacuare l’isola.

Gli isolani ancora ricordano lo tsunami del 2002 e i movimenti del vulcano hanno generato vecchie paure ma il sindaco di Lipari invita alla calma:“Nessun allarmismo  solo fumo per il grosso incendio, la situazione è sotto controllo, stanno arrivando i canadair per spegnere il fuoco alimentato dal vento”.

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Eclissi solare 2019: come ammirare lo spettacolo

L’eclissi totale solare avverrà oggi 2 luglio in Sud America

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L’eclissi totale solare avverrà oggi 2 luglio in Sud America

Oggi 2 luglio per la prima volta dopo il 2017 si verificherà un’eclissi solare totale con la Luna che oscurerà completamente il Sole, per uno spettacolo visibile dal vivo da Cile, Argentina e dall’Oceano Pacifico Meridionale. In Italia, dunque, non sarà visibile questo spettacolo, ma per gli appassionati e chi non vuole perdersi uno spettacolo simile ci sarà la possibilità di godersi l’eclissi online grazie alle dirette streaming. Ricordiamo quella di Virtual Telescope

Come si verifica il fenomeno?

Questo fenomeno si verifica quando, con il suo passaggio, la Luna oscura completamente il Sole, provocando il ‘calare della notte’ anche in pieno giorno. Perché questo accada, tuttavia, è necessario che il satellite terrestre si trovi a una distanza adatta tra la Terra e la stella, in modo così da poter sembrare precisamente sovrapposto. Il 2 luglio, l’eclissi solare comincerà alle 19.45 italiane per poi divenire totale alle 21.21, permanendo in questo stato al massimo 4 minuti e 33 secondi a seconda del punto di osservazione. Il Sole sarà di nuovo visibile nella sua pienezza alle 22.02 italiane.

Come è possibile vederla?

Questo evento è uno di quegli eventi molto rari che non accadono dal 2017. All’epoca furono gli Stati Uniti, Europa e Africa a godersi lo spettacolo. Per l’evento di luglio 2019, l’European Southern Observatory (Eso) ha messo in vendita 700 biglietti per assistere dal vivo all’eclissi dall’osservatorio di La Silla, in Cile, che è situato in prossimità del deserto di Atacama a 2400 di altitudine. Dovremo aspettare 212 anni per rivedere uno spettacolo simile. Per chi non potrà assistere al fenomeno di persona sarà possibile vedere in streaming live l’evento dal sito Virtual Telescope con il commento dell’astrofisico Gianluca Masi. 

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Giappone: riaperta la caccia alle balene

L’ultima caccia da parte del Giappone a fini commerciali era avvenuta nel 1986, ma continuava ad essere permessa a scopo di ricerca.

Giulia Marilungo

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Il Giappone riapre la caccia alle Balene dopo 30 anni. L’ultima caccia da parte del Giappone a fini commerciali era avvenuta nel 1986, ma continuava ad essere permessa a scopo di ricerca. Il Giappone si è ritirato dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene e non è quindi più soggetta alle sue regole. I membri della commissione avevano raggiunto un accordo sull’effettivo bando della caccia, ma il Giappone ha a lungo discusso che è possibile cacciare balene in maniera sostenibile.

Il ministero dei pescatori ha fissato un tetto limite di uccisioni di 227 animali. Lo scorso anno la quota di balene catturata a scopo di “ricerca” è stata 333. Secondo i critici la ricerca scientifica è sempre e solo stata una copertura per continuare la caccia per la produzione di cibo, dal momento che la carne di quelle balene finiva poi sul mercato.

“La ripresa della caccia di balene a scopo commerciale è stato un desiderio ardente per i cacciatori in tutto il paese” ha detto Shigeto Hase, capo dell’agenzia di pesca giapponese. Ha anche aggiunto che la ripresa assicurerà che la cultura e lo stile di vita siano passati alla prossima generazione. 

“Il mio cuore sprizza felicità e sono profondamente toccato, la gente ha cacciato balene per più di 400 anni nella mia città” ha detto il capo di un altra associazione di pescatori.

Gruppi come GreenPeace e Sea Shepherd rimangono critici nei confronti di questo provvedimento, ma dicono che non ci sono piani concreti per un’azione contro il paese.

Come altre nazioni cacciatrici di balene (Norvegia e Islanda), il Giappone sostiene che cacciare e mangiare balene è parte della loro cultura.

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Ecco le città bollino rosso, caldo record anche in Europa

E’ previsto un caldo record soprattutto al Nordovest anche superiore a quello registrato nell’estate 2003 di lunga durata, ma concentrato soprattutto nel mese di agosto

Giulia Marilungo

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Il Ministro della Salute ha segnalato 6 città italiane che domani, giovedì 27, saranno bollino rosso: Bolzano, Brescia, Firenze, Perugia, Rieti e Roma. A queste, Venerdì 28 se ne aggiungeranno altre 10: Bari, Bologna, Frosinone, Latina, Milano, Napoli, Torino, Venezia, Verona e Viterbo

E’ previsto un caldo record soprattutto al Nordovest, anche superiore a quello registrato nell’estate 2003 di lunga durata, ma concentrato soprattutto nel mese di agosto. Al Sud, al contrario di quanto si possa pensare, giugno sarà più clemente.

Questa ondata di caldo dovrebbe raggiungere l’apice tra il 27 e il 29 giugno e sono previsti picchi di 37-40 gradi. Il sito “iLMeteo.it” avverte che anche la notte sarà afosa poiché l’elevata umidità impedirà un abbassamento significativo delle temperature.

La Croce Rossa ha messo a disposizione un numero verde gratuito 800-065501 attivo h24 e sette giorni su sette per chiunque abbia bisogno di sostegno, assistenza e consigli.

Le capitali europee non se la passano meglio. Dopo il rinvio degli esami di scuola media alla prossima settimana, in Francia ora anche centinaia di scuole e asili nido chiuderanno a causa del caldo. Record anche a Parigi dove si potrebbero raggiungere, tra domani e giovedì, picchi intorno ai 40°C.

In Germania invece sono attesi 39 gradi. Sulle autostrade tedesche, da sempre libere da ogni limite di velocità questo sarà imposto dal rischio che il calore produca crepe sul manto stradale.

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Italia Nostra: Unesco inserisca Venezia nella “danger list”

Incidenti come quello del 2 giugno scorso nel Canale della Giudecca evidenziano come Venezia non ha la certezza di essere tramandata alle generazioni future, perché in costante pericolo.

Giulia Marilungo

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L’Associazione Italia Nostra oggi da Roma ha chiesto all’Unesco di inserire Venezia e la sua laguna nella lista dei siti a rischio. È questo un gesto simbolico per far sì che la situazione critica in cui vive la città veneta non venga più ignorata. Il sito è infatti riconosciuto dall’Unesco come patrimonio universale, ma incidenti come quello del 2 giugno scorso nel Canale della Giudecca evidenziano come Venezia non ha la certezza di essere tramandata alle generazioni future, perché in costante pericolo (la nave da crociera Opera si era infatti schiantata contro un battello turistico e il molo, sfiorando la strage).

In passato nel 2011 e nel 2012 Italia Nostra, una delle più antiche associazioni ambientaliste italiane, aveva già inviato tre lettere per segnalare all’Unesco che Venezia e la Laguna non avevano più le carte in regola per far parte della World Heritage List, perché assente la tutela da parte dello Stato Italiano e delle Amministrazioni locali. Italia Nostra si è mossa in questa direzione in vista del World Heritage Committee che si svolgerà tra pochi giorni a Baku in Azerbaijan, in cui si delibererà anche su Venezia.

Il problema però non riguarda solamente le grandi navi, ma la gestione di Venezia in se: “Erosione della Laguna, crescente pressione turistica, progetti di sviluppo di grande impatto, restauri e interventi di archistar del momento sul patrimonio monumentale: sembra una congiura cui Venezia rischia di soccombere”  afferma l’associazione dal proprio sito web.

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Roma, un uomo scende lungo la scalinata Bruno Zevi con l’auto

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A Roma, un uomo al volante della sua auto è sceso lungo la scalinata Bruno Zevi

Ieri mattina un uomo al volante della sua auto Panda 4×4 è sceso come nulla fosse, lungo la scalinata Bruno Zevi, che collega la passeggiata pedonale di Villa Borghese al viale delle Belle Arti e alla Galleria nazionale d’Arte moderna e contemporanea come testimoniano le immagini del video girato dai presenti. Una scena che ha lasciato le persone presenti a bocca aperta quando se lo sono visto passare accanto e poi sparire giù per i gradini. «Vado di fretta, la strada è bloccata da una macchina». Questa la spiegazione che ha lasciato tutti a bocca aperta, tra l’incredulità e la rabbia.

Nel tardo pomeriggio di ieri gli agenti della polizia locale del II Gruppo Parioli, diretti dal comandante Donatella Scafati, dopo aver acquisito il filmato che lo ritraeva nell’impresa e ascoltato testimoni, lo hanno rintracciato a casa della mamma e convocato al comando. L’auto presenta dei danni alla scocca sottostante, l’urto ripetuto sui gradini ha inevitabilmente lasciato dei segni, così come sulla scalinata.

«Villa Borghese è in stato di abbandono – dice senza troppi giri di parole Gabriele Di Bella, storico dirigente sindacale e funzionario del II Gruppo Parioli – Siamo passati dal presidio a piedi degli anni 90, ai primi del 2000 quando il Dipartimento della Mobilità ha installato le telecamere che non hanno mai funzionato. E così oggi questo luogo è stato trasformato in autostrada e pista da rally. Ci sono importanti strutture all’interno, che pretendono il libero accesso alla Villa. Eppure siamo in un parco protetto». «Resta comunque il fatto – conclude Di Bella – che per evitare questo tipo di scempi, già accaduti negli anni, basterebbe mettere delle fioriere-barriera all’inizio della scalinata. Insomma ci vuole poco per evitare danni a beni preziosi». Resta comunque il fatto che l’uomo, senza il minimo scrupolo, a chi gli chiedeva di fermarsi, ha risposto: «Ho fretta e di lì non si passa». Eppure siamo in un punto monumentale: la Scalea dedicata al famoso architetto e urbanista è un bene vincolato, che giganteggia speculare alla scalinata d’ingresso del grande museo statale. Risale al 1911, al progetto dell’Esposizione Universale che ridisegnò tutta l’area di Valle Giulia, con la firma dell’architetto Cesare Bazzani. A lui si devono anche le due fontane gemelle che puntellano la scalinata panoramica, ornate da tartarughe. E la Panda, è passata accanto a loro.

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Ambiente

Scienziati: rischi immediati per la salute dal cambiamento climatico, la politica si impegni

Gli scienziati sono preoccupati dai rischi per la salute nell’immediato futuro.

Giulia Marilungo

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Attraverso la pubblicazione “The imperative of climate action to protect human health in Europe” (tradotto “L’imperativo dell’azione climatica per proteggere la salute umana in Europa”) di Easac, il Consiglio delle Accademie Europee delle Scienza, 27 scienziati indipendenti da tutta Europa chiedono l’impegno della politica nella lotta al cambiamento climatico. “Gli impatti del cambiamento climatico sulla salute sono stati relativamente trascurati nella politica dell’UE, questo deve cambiare” dicono gli scienziati, preoccupati dai rischi per la salute nell’immediato futuro. Nei lavori svolti in precedenza, Easac si è occupata di valutare il potenziale di tecnologie ad emissione negativa nell’ incontrare il target di emissioni e di monitorare i trend di eventi climatici estremi. Nel report attuale Easac si concentra sul clima e sulla salute.

Gli scienziati tengono a sensibilizzarci riguardo alcuni punti in particolare. Il cambiamento climatico è reale ed è attribuibile all’attività umana, questo sta avendo effetti sulla salute umana e i rischi aumentano. Azioni rapide e decise come tagliare le emissioni di gas serra per mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali, possono significativamente ridurre i rischi. Ci sono importanti benefici che si possono ottenere in breve tempo dalla decarbonizzazione l’economia che porterebbe alla riduzione dell’aria inquinata e alla mitigazione del cambiamento climatico. Le soluzioni sono facilmente raggiungibili  ed è possibile fare molto agendo nel presente ma questo richiede un volere politico.

Nella pubblicazione viene enfatizzato che “la comunità scientifica ha un ruolo importante nel diffondere conoscenza e nel reagire alla mala informazione riguardo gli effetti sulla salute del cambiamento climatico, sui fattori causa della nostra fragilità e sull’efficacia dell’adozione di strategie in collaborazione con chi prende le decisioni”

Il report si focalizza sull’UE, ma gli effetti del cambiamento climatico in altre regioni hanno conseguenze tangibili anche in Europa e l’UE ha poteri che possono aiutare ad indirizzare le problematiche nel resto del mondo.

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